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6 maggio

    6 MAGGIO IL SACCO DI ROMA Sembra che Carlo V avesse pianto quando alcuni consiglieri gli riferirono quello che le sue truppe avevano fatto a Roma durante il sacco della città cominciato il 6 maggio 1527 e protrattosi fino al febbraio 1528. Permetteteci però di dubitare di questo rimorso tardivo. L'imperatore non era certo persona da piangere sul latte versato e d'altra parte era stato lui stesso a dare al duca Carlo di Borbone, connestabile di Francia, ampio mandato di muoversi come più gli pareva. E poi sapeva bene che i lanzichenecchi - proprio perché soldati mercenari di pura ortodossia luterana - avevano in odio la Chiesa cattolica, pronti quindi a commettere qualunque eccesso davanti alle insegne pontificie.
Per comprendere meglio come si fosse arrivati al saccheggio di Roma, costato la vita a 12 mila persone alle quali se ne aggiunsero altre migliaia per lo scoppio della peste - bisogna per un attimo riandare alla vittoria degli imperiali a Pavia e alla prigionia di Francesco I cui seguì nel gennaio 1526 la sottoscrizione del Trattato di Madrid. Senonché era tale il desiderio di vendicare la sconfitta subìta che Luisa di Savoia, reggente di Francia, mentre da una parte si adoperava per ottenere da Carlo V il rilascio di Francesco I dietro pagamento di una grossissima somma, dall'altra si faceva promotrice di una lega anti-imperiale non disdegnando neppure di spingere il Sultano di Costantinopoli Solimano il Magnifico ad invadere l'Ungheria.
A questa Lega, chiamata di Cognac, diede il suo assenso pure il Papa, ovvero quel Giulio de' Medici salito al soglio pontificio con il nome di Clemente VII. Un grosso errore che sarebbe costato caro, a Roma e ai romani. Carlo V decise infatti che era giunto il momento di dare una dura lezione al Pontefice il quale per parte sua si trovò contro pure la potentissima famiglia dei Colonna il cui cardinal Pompeo già la faceva da padrone dentro e fuori la città eterna tanto che lo stesso Clemente VII dovette tra il 19 ed il 20 settembre 1526 rifugiarsi per la prima volta in Castel San'Angelo.
Nel novembre di quello stesso anno 14 mila lanzichenecchi - agli ordini del tirolese Georf von Frundsberg il cui motto era "impicchiamo il Papa ed i suoi cardinali" - era già arrivato a Castiglione delle Stiviere. Avrebbe potuto trovare una valida resistenza nel valore di Giovanni de' Medici (la storia ce lo ha fatto conoscere come Giovanni dalle bande nere) se non fosse stato che un colpo di archibugio - nel corso di una scaramuccia - non lo avesse tolto subito di mezzo. Aveva appena 28 anni. Per il Grundsberg si apriva la tarda per Roma. Pure lui però doveva lasciare presto il campo di battaglia a causa di una improvvisa apoplessia che il 16 marzo 1527 se lo portò all'altro mondo. Un incidente di percorso che avrebbe potuto essere la salvezza di Roma. Invece le cose andarono diversamente dal momento che Carlo V affidò il comando di tutte le operazioni al connestabile di Francia, uno dei più grandi condottieri dell'epoca ed inviso a Francesco I. Questi partì da Arezzo alla testa di 40 mila lanzi che il 5 maggio erano già sotto le mura del Borgo tra il Gianicolo ed il Vaticano. Alla testa dei mercenari, il Borbone si lanciò per primo all'assalto rimanendo colpito da una palla di archibugio tiratagli da Benvenuto Cellini. La sua morte - invece di smorzare l'impeto degli assalitori - galvanizzò i mercenari che riuscirono a superare le difese e ad entrare nella città. Ancora una volta il Pontefice pensò bene di andare a rinchiudersi dentro Castel San'Angelo assieme ai cardinali, agli impiegati e a qualche migliaia di civili.
Padroni di Roma, i lanzichenecchi si abbandonarono ad ogni sorta di efferatezze che non ebbe eguali neppure nei sacchi del 410 e 455 d. C . Riporta uno studio di <Rai International>: "Omicidi, torture, stupri, rapine, sequestri di persona a scopo di estorsione. I mercenari si accanirono particolarmente nello sfregio di luoghi ed oggetti sacri e nelle offese a quanti vestissero un abito religioso. La violenza fu tale che appena qualche giorno dopo, il 10 maggio, l'estensore di una relazione alla Repubblica veneta scriveva L'inferno è nulla in confronto colla vista che adesso Roma presenta".
Secondo i dati dei cronisti del tempo, non ultimo il Guicciardini, il valore complessivo del bottino si sarebbe aggirato attorni ai dieci milioni di ducati d'oro, moneta più, moneta meno; senza contare poi le chiese depredate, gli archivi e le pinacoteche distrutte, i manufatti irrimediabilmente perduti.
Il sacco fu anche la fine del Rinascimento romano, sia dal punto di vista dell'arte che della cultura. Alla fine di quel saccheggio tremendo, durato nove mesi, a Roma rimaneva un abitante su cinque. Quando Clemente VII - al quale nel frattempo era stato permesso di lasciare Castel Sant'Angelo per riparare a Viterbo dietro pagamento di 370 mila ducati d'oro - rientrò In Vaticano, trovò una città stremata, spogliata di tutto ed in gran parte bruciata.
La notizia del sacco aveva commosso l'intera Europa. Carlo V cercò di convincere i suoi sudditi di essere estraneo alle atrocità commesso, facendo sospendere (bontà sua) le feste indette in Spagna per la nascita del figlio Filippo. Ma nessuno volle crederci, a cominciare dai re di Francia e di Inghilterra aveva scritto per sostenere che le violenze di Roma erano state commesse contro la sua volontà. (Veronica Incagliati)