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4 maggio

    4 MAGGIO   IL GRANDE TORINO Cinquantanove anni fa. 59 anni fa moriva il "Grande Torino". Ci sia permesso iniziare questo breve ricordo facendo riferimento ad un bel articolo pubblicato su <EurocalcioNerws>. Peccato non se ne citi l'autore.
"C'è una squadra - si legge - a cui è legato l'immaginario di tutti gli amanti del cacio italiano. Una squadra che per mito e grandezza non ha eguali, più forte dell'Ungheria di Puskas, più leggendaria del Grande Real o dell'Olanda di Crujff....entrata nella storia con la forza lacerante che solo le tragedie sanno imprimere. Il 4 maggio del 1949 il Torino di Mazzola, Loik, Gabetto e altri campioni, incontra il proprio destino. Un destino crudele che pone fine a molte giovani vite, facendo schiantare l'aereo della squadra granata contro la collina di Superga....".
Il destino crudele! L'undici granata aveva pareggiato il 30 aprile a Milano con l'Internazionale ipotecando l'ennesimo scudetto ma era già pronto per disputare una nuova partita, questa volta di beneficenza. Era l'addio al calcio del giocatore portoghese Françisco Ferreira, capitano del Benfica  e amico di Valentino Mazzola. I due si erano conosciuti durante un incontro tra le rispettive Nazionali ed avevano subito fraternizzato. Ferreira aveva raccontato che di lì a poco avrebbe appeso la maglietta al chiodo, Mazzola gli promise allora che avrebbe portato il Torino a Lisbona per festeggiarlo. La partita fu decisa per il 3 maggio, un martedì. Quel giorno la squadra partì alla volta della capitale portoghese  con un trimotore Fiat G.212 delle Aviolinee Italiane. Ne facevano parte Bacigalupo, A. Ballarin, Martelli, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola ed Ossola. Rimasero a casa Tomà, bloccato a casa per un infortunio, e Gandolfi. Nel trimotore salirono anche alcuni dirigenti mentre della comitiva erano pure tre giornalisti, Renato Casalbore (fondatore di <Tuttosport>), Renato Tosatti della <Gazzetta del Popolo> e Luigi Cavallero de <La Stampa> che aveva preso il posto di Vittorio Pozzo.
L'incontro si svolse davanti a 40 mila persone, terminato per 4 a 3 a favore del Benfica. Poi il ritorno. E' notte quando il Fiat G.212 arriva sul cielo di Torino. C'è molta nebbia e piove. Scrisse Dino Buzzati per il <Corriere della Sera>: "Nebbia, pioggia, vento, silenzio laddove sei ore fa si è sfracellato l'aeroplano che riportava a Torino la più bella squadra di cacio d'Italia. Un pallido, rossastro riverbero illumina ancora palpitando le muraglie della Basilica di Superga. Un pneumatico dell'apparecchio sta ancora bruciando, ma la fiamma cede, tra poco sarà completamente buio. Lo spaventoso disastro è successo alle 17:05. Superga era avvolta da una fitta nebbia. A 30 metri non si vedeva niente. Nella sua stanza al primo piano della Basilica il cappellano del tempio, Don Tancredi Ricca, stava leggendo. La pioggia, una impetuosa pioggia quasi da temporale scintillava scosciando contro i vetri. Dal silenzio usciva poco a poco un rombo.
Un aeroplano, pensò don Ricca. Ma ne passano tanti di aeroplani, un traguardo tra gli aviatori in arrivo...
".
Completamente fuori rotta per l'assenza di visibilità, il velivolo andò a schiantarsi contro i muraglioni di sostegno del giardino posto sul retro della Basilica portandosi dietro 21 vittime. L'inchiesta avrebbe poi appurato che il pilota credeva di volare a 2000 metri. La lancetta dell'altimetro fu trovata infatti ferma proprio a questa quota. Alle 17:00 in punto nella cabina della stazione radio dell'Aeronautica era arrivato il seguente messaggio dall'aereo:"Siamo sopra Savona, tra venti minuti saremo arrivati". Cinque minuti dopo il Grande Torino non ci sarebbe stato più. Quella squadra fantastica che aveva saputo far dimenticare le bombe, le macerie, la fame del dopoguerra, che aveva saputo far sognare centinaia di migliaia di persone costrette a fare i conti ogni giorno con una situazione al limite ella sopravvivenza, era sparita per sempre.
"Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto 'in trasferta' ". Così Indro Montanelli. (Veronica Incagliati)