Accadeva Oggi

28 aprile

    28 APRILE   CINECITTA' Per carità, non chiamateci fascisti. Non chiamateci fascisti se per certe cose "si stava meglio quando si stava peggio". Per certe cose, ben inteso. E poi nel 1935 non era nata neppure nostra madre e nostro padre aveva solo tre anni. Di conseguenza.....
Ma perché il '35? Se ci seguite, lo capirete. In quell'anno, nella notte del 26 settembre prendevano fuoco gli studi della casa di produzione cinematografica <Cines> situati in via Veio nel quartiere di San Giovanni a Roma. Per il regime un grosso danno in quanto - attraverso il cinema - era riuscito a propagandare il fascismo meglio di quanto avessero fatto gerarchi ed intellettuali. Quell'incendio, tra l'altro, suonava come un duro colpo anche a quella legge voluta nel '31 da Mussolini che era volta a penalizzare le importazioni, stimolando invece la produzione nazionale. Fu allora che il duce comprese come bisognasse cogliere l'occasione per fare le cose in grande. Ne parlò con il Direttore Generale per la Cinematografia, Luigi Freddi, al quale peraltro già tempo addietro aveva chiesto di elaborargli un piano per una città del cinema. Il momento era quello giusto. Freddi recepì il discorso e si mise subito all'opera. Il 28 aprile 1937 venivano aperti gli stabilimenti di Cinecittà. In appena diciannove mesi era stata individuata l'area dove costruire i nuovi studi - qualcosa come 600 mila metri quadri di terreno in località Cecafumo - e furono buttati giù i teatri di posta su progetto dell'architetto Gino Peressuti e dell'ingegner Carlo Roncoroni.
Diciannove mesi, non uno di più. Oggi non sono sufficienti nemmeno per snellire una pratica burocratica.
Deprecato quanto si voglia, ma quel fascismo dava vita, in appena 457 giorni, ad un complesso imponente, dotato di strutture d'avanguardia senza pari in Europa e all'altezza di quelle americane. Cinecittà offriva infatti 75 mila metri di strade, 35 metri quadri di giardini, piazze, una enorme piscina per le riprese in mare, tre ristoranti, 75 palazzine per dirigenti ed impiegati comprensive anche di sedici teatri di posa, camerini dotati di ogni comfort. In soli sei anni furono girati circa 300 film. E se nel 1937 erano stati appena 19, e tra questi "Il feroce saladino" di Mario Bonnard ispirato al concorso delle figurine <Perugina", nel '39 erano già quintuplicati grazie alla famosa legge Alfieri che concedeva alle pellicole nazionali un generoso contributo finanziario. Cinecittà diventava un tutt'uno con registi famosi, con attori ed attrici non meno famosi. Nasceva la popolarità dei divi, di quelli nostrani: da Vittorio De Sica a Gino Cervi e ad Amedeo Nazzari: da Isa Miranda ad Assia Noris, da Luisa Fenda a Clara Calamai, da Elsa Merlini a Doris Duranti e ad Alida Valli.
Poi nell'estate del '43 arrivarono le prime bombe e con l'8 settembre chiusero gli studi. Come scrisse Mario Verdone fu quello il momento della razzia: "Nei giorni successivi all'8 settembre il materiale tecnico di Cinecittà fu oggetto di un furioso  saccheggio: mentre i depredatori anonimi asportarono non solo materiali tecnici, ma perfino le rubinetterie dei gabinetti di decenza, i tedeschi s'impadronirono di tutte le apparecchiature cinematografiche 'allo scopo della loro salvaguardia' e le trasportarono in Germania. Pochi mezzi furono salvati, nascosti nell'edificio del ministero delle Finanze, e in magazzini e case fidate di città. Venezia (nella città che faceva parte della neonata Repubblica di Salò, nacque il Cinevillaggio, ndr.) fu designata per la conservazione dei mezzi non ancora requisiti... Una parte dei materiali, quelli destinati alla Germania e quelli da trasferire a Venezia, furono sistemati in 16 vagoni ferroviari: 8 di essi, giunti a Verona, sarebbero stati smistati per la città della laguna. L'errore o la malizia, fecero sì che tutti i vagoni proseguissero per la Germania".
La ripresa di Cinecittà partì dal 1947, tre anni dopo la liberazione di Roma, con l'arrivo delle grandi produzioni americane. Gli studi diventavano di nuovo un importante polo cinematografico tanto che in poco tempo furono chiamati la "Hollywood del Tevere". Il primo regista a varcarne l'ingresso sulla Tuscolana fu nel 1948 Henry King che diresse "Il principe delle volpi" con Tyron Power e Orson Welles. Seguirono David Lean con "Tempo d'estate", Fred Zinnermann con "Teresa", Joseph L. Mankiewicz con "La contessa scalza" e "Cleopatra", Charles Vidor con "Addio alle armi", Robert Wise con "Elena di troia", Willliam Wyler con "Vacanze romane" e "Ben Hur", Mervyn LeRoy con "Quo Vadis?". Gli ultimi film storici, furono chiamati anche "sandaloni" per via dei calzari che portavano le comparse.Anni Cinquanta, anni dei paparazzi, del nascente divismo, di Federico Fellini, di Luchino Visconti, del generone romano, di impresari, di produttori avventurosi, di palazzinari, di artisti da strapazzo e naturalmente del trenino azzurro. Era quello che dalle Ferrovie Laziali a Termini portava a Cinecittà schiere di ragazze in cerca di fortuna, disposte a tutto pur di uscire dalla miseria e di sfondare nel mondo dorato del cinema. Questo trenino oggi non c'è più, come non c'è più il Centro Sperimentale di Cinematografia distrutto da un incendio che nel 1987 mandò in fumo un patrimonio storico ed artistico insostituibile per la perdita di costumi e materiale di scena. E non c'è più neppure la Cinecittà di una volta. Quella di cui Alberto Sordi ebbe a dire come grazie anche alla bravura dei nostri tecnici fosse l'unico centro di produzione in Europa che offrisse il ciclo completo. "Il regista entrava con la sceneggiatura in mano e tante idee in testa, ed usciva con le pizze di celluloide sotto il braccio; con un film pronto per la proiezione. Gli americani ci avevano insegnato tante cose, ma i nostri registi e tecnici, quanto a inventiva, sono stati in grado di insegnare molto ai colleghi d'oltreoceano. Non c'era un buco vuoto a Cinecittà, e quasi sempre il regista, prima di andarsene, prenotava lo studio per il suo prossimo film". (Veronica Incagliati)