Arte

 

Raimondo D'Aronco, studi per il complesso di Seyh Zafir, 1903-04 "Il trapianto di forme e modelli architettonici in contesti lontani dal loro luogo di origine, ha sempre prodotto interessanti fenomeni di adattamento, di contaminazione e di sintesi. Potremmo anzi, in linea teorica, generalizzare questo assunto fino a mettere in dubbio l’esistenza stessa di un <luogo di origine> puro e incontaminato di qualunque linguaggio architettonico, vedendo sfumare i termini del confronto e dell’incontro in un processo dinamico di continua interazione, dove solo per una convenzione provvisoria, utile dal punto di vista argomentativo, scegliamo di riferirci ad un prius, a due o più culture e tradizioni <semplici>, <distinte>, che incontrandosi generano un linguaggio o addirittura un ambiente urbano originale, complesso e stratificato". Ci è parso utile riprendere la prefazione di uno studio-analisi fatto dall’Associazione Palatina Istanbul alla quale va il merito di avere aperto a Roma (vicolo dei Venti 5°) una interessantissima mostra dal titolo "Istanbul e l’Italia, 1837-1909. Architetture, immagini, progetti". Curata da Paolo Girardelli con la collaborazione di Diana Bacillari, Pelin Kotas, Eugenia Bolognesi, Carlo Sceverati, Chiara Mandella, Clara Musacchio e Corrado Falsetti, la rassegna è composta da otto sezioni con riproduzioni di materiale iconografico. E’ un tuffo nel passato, in una Costantinopoli fin de secle e inizi del nuovo che vive il suo decadentismo culturale e storico, tra rivolte, sedizioni e repressioni fino alla I° guerra mondiale, alla sconfitta dell’Impero ottomano. Una Costantinopoli sparita e che – attraverso questa esposizione – si mostra per quello che era: bella e affascinante, "capitale di un impero multietnico – come si legge appunto nella prefazione – una città dove da secoli gli edifici di culto di almeno tre religioni coesistono nello stesso sistema, una città cresciuta al di fuori degli schemi di organizzazione prospettica, secondo una logica policentrica e di contrappunto tra monumenti in muratura e tessuto residenziale in legno, tra durevole ed effimero". Dagli interventi-progetti architettonici di Gaspare Fossati (Ambasciata russa, Università ottomana, residenza costiera di Resid Pasa e casa Pedemonte), a quelli di Pietro Montani (palazzo di Ciragan, moschea Pertevniyal), a quelli di Giulio Mongeri (chiesa di S. Antonio), a quelli infine di Raimondo D’Aronco (complesso di Seyh Zafir, piccola moschea di Karakoy, Gran Bazar, villa Huber, sede estiva dell’ambasciata italiana a Tarabya), la cultura ottomana entra ancora una volta in contatto con l’occidente in generale, e con l’Italia in particolare , in una sorta di processo di unificazione e di centralizzazione dello spazio architettonico.

Vue de Pera, 1870 Rue Montant à Pera, 1850
Il cotone e la fede Immaginie
Smyrne rue du Bazar, 1870

Aqueduc de Valens 1875

Tour de Galata, 1854