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"Il trapianto di forme e
modelli architettonici in contesti lontani dal loro luogo di
origine, ha sempre prodotto interessanti fenomeni di adattamento, di
contaminazione e di sintesi. Potremmo anzi, in linea teorica,
generalizzare questo assunto fino a mettere in dubbio l’esistenza
stessa di un <luogo di origine> puro e incontaminato di
qualunque linguaggio architettonico, vedendo sfumare i termini del
confronto e dell’incontro in un processo dinamico di continua
interazione, dove solo per una convenzione provvisoria, utile dal
punto di vista argomentativo, scegliamo di riferirci ad un prius,
a due o più culture e tradizioni <semplici>, <distinte>,
che incontrandosi generano un linguaggio o addirittura un ambiente
urbano originale, complesso e stratificato". Ci è
parso utile riprendere la prefazione di uno studio-analisi fatto
dall’Associazione Palatina Istanbul alla quale va il merito di
avere aperto a Roma (vicolo dei Venti 5°) una interessantissima
mostra dal titolo "Istanbul e l’Italia, 1837-1909.
Architetture, immagini, progetti". Curata da Paolo Girardelli
con la collaborazione di Diana Bacillari, Pelin Kotas, Eugenia
Bolognesi, Carlo Sceverati, Chiara Mandella, Clara Musacchio e
Corrado Falsetti, la rassegna è composta da otto sezioni con
riproduzioni di materiale iconografico. E’ un tuffo nel passato,
in una Costantinopoli fin de secle e inizi del nuovo che vive
il suo decadentismo culturale e storico, tra rivolte, sedizioni e
repressioni fino alla I° guerra mondiale, alla sconfitta dell’Impero
ottomano. Una Costantinopoli sparita e che – attraverso questa
esposizione – si mostra per quello che era: bella e affascinante,
"capitale di un impero multietnico – come si legge appunto
nella prefazione – una città dove da secoli gli edifici di culto
di almeno tre religioni coesistono nello stesso sistema, una città
cresciuta al di fuori degli schemi di organizzazione prospettica,
secondo una logica policentrica e di contrappunto tra monumenti in
muratura e tessuto residenziale in legno, tra durevole ed
effimero". Dagli interventi-progetti architettonici di Gaspare
Fossati (Ambasciata russa, Università ottomana, residenza costiera
di Resid Pasa e casa Pedemonte), a quelli di Pietro Montani (palazzo
di Ciragan, moschea Pertevniyal), a quelli di Giulio Mongeri (chiesa
di S. Antonio), a quelli infine di Raimondo D’Aronco (complesso di
Seyh Zafir, piccola moschea di Karakoy, Gran Bazar, villa Huber,
sede estiva dell’ambasciata italiana a Tarabya), la cultura
ottomana entra ancora una volta in contatto con l’occidente in
generale, e con l’Italia in particolare , in una sorta di processo
di unificazione e di centralizzazione dello spazio architettonico.
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