Arte![]()
|
Il
cotone |
![]() |
di
Alessandro Pasquini |
|
La tessitura è una sorta di rivoluzione guthembergghiana del neolitico. Una simbologia che ha Le sue origini sulle pareti dipinte della città di Catalhuyuk |
I
Il
kilim è stato tessuto e ritessuto da centinaia di generazioni di donne dell’Anatolia
(uso questo nome in senso antico) che pur attraverso continue e geniali
interpretazioni personali degne di designer tessili di livello, ci hanno
trasmesso un corpus simbolico unico nel suo genere e nella sua arcaicità. In
pratica ci hanno trasmesso la prima teologica-cosmogonia documentata
organicamente della storia dell’umanità, una teologia fondamentalmente
neolitica, agricola e al femminile. Una simbologia che ha la sua origine sulle
pareti dipinte della città neolitica di Catalhuyuk, non lungi da Konya,
scoperta e scavata dall’archeologo James Mellaart nel 1959, una città la cui
origine rimonta a 9000 anni fa e che in quel tempo aveva 5/6000 abitanti.
La
città era costituita da un agglomerato di case di mattoni crudi a piano terra e
un piano superiore, parzialmente realizzato in legno, costituite da un unico
vano di circa 25 metri quadri e da un annesso cortile cintato da un muro sempre
di mattoni crudi. La cosa sconvolgente, però, erano i dipinti presenti ogni
tre/quattro unità abitative e che erano corredati, anche, da sculture in gesso
rappresentanti donne stilizzate nell’atto di generare; in molti casi, teschi
di tori o più raramente cervi e montoni. I dipinti erano in parte simbolici e
in parte figurativi e insistevano in maniera particolare sul momento del
femminile. La scoperta era enorme e ampliava la tradizionale sede della
Mezzaluna Fertile come momento genetico del neolitico, includendovi l’Anatolia,
fino ad allora area pressoché segnata in bianco sulle mappe archeologiche. L’evento
prese ancora maggior vigore tenendo conto della scoperta, sempre da parte di
James Mellaart, della città di Hacilar (area anatolica) nata all’incirca un
millennio dopo e che sembrava aver trasferito molta della simbologia su altri
documenti materiali, quali statuette e ceramiche splendidamente dipinte.
I
kilim entrarono in campo, invece, molto tempo dopo sempre per merito di Mellaart
che alla fine degli anni "ottanta" sottolineò la corrispondenza del
messaggio dipinto sulle pareti di Catalhuyuk con la simbologia tessute su di
essi. La pubblicazione del 1992, poi, di "The Goddess from Anatolia"
edita da John Eskenazi (notissimo antiquario e anch’esso esperto di kilim) e
al quale - oltre Mellaart - lavorarono anche Bekis Balpinar (fondatrice e primo
direttore del Wakiflar Museum di Istanbul, istituzione dedicata esclusivamente
al tappeto e ai kilim anatomico) e Udo Hirsh (studioso della preistoria che
risiede da decenni in Turchia e nel Caucaso), rappresentò la prima, ampia e
organica trattazione di tale complessa e affascinante materia.
Naturalmente
c’è chi ha sollevato obiezioni a questa connessione tra i dipinti murali di
Catalhuyuk e i kilim e sulla persistenza e sostanziale integrità del messaggio
simbolico ad essi legato che si snoda lungo un arco di circa più o meno 400
generazioni di donne, di tessitrici. La prima obiezione non tiene conto del
fatto che per capire il nesso tra i dipinti murali della città anatolica e i
simboli tessuti nei kilim bisogna tener presente la traduzione dei primi in un
linguaggio squisitamente tessile. In un linguaggio, cioè, essenzialmente
connesso non alla pennellata che in certi dipinti è addirittura calligrafica
per la nettezza e la precisione, ma all’intreccio. Un intreccio che non può
esprimersi non solo con altrettanta nettezza e figurativismo, ma soprattutto che
non può non strutturarsi se non in linee ortogonali e diagonali. Per cui ogni
soggetto tessuto deve subire delle contrazioni figurative in chiave con la
possibilità espressiva della trama e dell’ordito; i disegni sulle pareti
devono diventare sintetici, pronti ad essere efficacemente tessuti; devono
diventare dei simboli. Qualcosa di molto simile alla segnaletica intuitiva,
simbolica, basata su forme, cioè, il più vicino possibile agli archetipi di
junghiano ricordo. Mentalmente rilevabili con facilità e che noi usiamo per la
segnaletica stradale, ospedali, supermercati, musei, aeroporti, metropolitane,
informazioni, per lavare e stirare i capi di vestiario…
Quanto, poi, alla possibilità di trasmissione, su lunghissimo periodo, di messaggi culturali come quelli tessuti nei kilim, il caso non è il primo né il più semplice.
Il fatto è che gli studiosi solitamente hanno un approccio molto specialistico e trascurano spessissimo di porre attenzione ad altre discipline e contesti che potrebbero invece consolidare molte teorie ampliandone la loro capacità conoscitiva.
Per
tornare a noi sono a tutti note e accettate l’ormai classiche ricerche di
Vladimir Propp sulla fiaba con le quali si dimostrava attraverso una analisi
strutturale e contenutistica di tali documenti che ciò non era altro che il
punto di arrivo, riconoscibile nei vari passaggi e articolazioni, di quelli che
erano i riti e i miti della preistoria e della protostoria. Tutto ciò vale,
quindi, anche il corpus simbolico tessuto nei kilim che presenta anch’esso una
sua morfologia come quella riscontrabile nelle fiabe analizzate da Propp con la
differenza, estremamente significativa, che il messaggio dei kilim non è orale
come la fiaba e quindi affidato solamente alla memoria umana, ma è appunto
tessuto e quindi più persistente. In pratica tra due generazioni di tessitrici
esiste sempre un documento visivo, materiale che fa da ponte non solo tra le
degenerazioni in questione, ma tra molte di più, perché nonostante la relativa
deteriorabilità della lana e dei tessuti in genere, non è infrequente che tali
manufatti durino in condizioni relativamente buone di conservazione anche
qualche centinaio di anni.
Ma
ritorniamo a Catalhuyuk e al perché di un così impressionante corpus di
pitture murali e al legame tra queste e i kilim. Esiste una complessa teoria di
uno psicologo americano di nome Julian Heynes, sulla nascita dell’autocoscienza,
che sostiene che ancora in tempi protostorici l’uomo utilizzava una parte
della mente (che chiama bicamerale) la quale funzionava a livello altamente
inconscio. Per cui l’uomo in tale contesto raccoglieva, come fa anche
attualmente, una enorme massa di informazioni le quali poi nei momenti di crisi
e di tensione riaffioravano prepotentemente con procedure informative di tipo
inconscio, come per esempio voci che parlavano all’interno della sua mente: le
voci degli spiriti, le voci degli dei e altre reificazioni di tipo trascendente
o immanente a seconda delle varie culture. Ora se pensiamo che Catalhuyuk 9000
anni fa aveva 5/6000 abitanti, una metropoli, perché Gerico di mille anni più
antica arrivava al massimo a 1000 abitanti o poco più, e che la città
anatolica, per giunta, presentava già una organizzazione socio-economica
piuttosto articolata, si deve pensare che non fosse molto semplice tenere
insieme una massa di popolazione così rilevante da punto di vista di quella che
disciplina e che definiamo etologia umana. Una popolazione, così numerosa,
certo non stava insieme con semplici regole di comportamento come quelle di un
branco di babbuini, ma che soprattutto è attraversata da un rivoluzionario
fenomeno di mutazione della vita fin dalle radici più profonde: la rivoluzione
neolitica. Un passaggio talmente evolutivo per cui la rivoluzione industriale
può essere paragonata ad una piccola onda a fronte della grande marca di quella
neolitica. Per l’uomo significava passare dalla caccia e raccolta, dal
continuo spostarsi rincorrendo il cibo e la sopravvivenza, all’agricoltura con
il cibo riproducibile in loco, ad una vita sedentaria che dava maggior sicurezza
fisica e psichica e ad una religiosità sempre più al femminile in quanto
metafora della creazione continua della vita al posto dell’antico
protosciamanesimo paleolitico. Con il neolitico cambiava l’alimentazione, l’aspettativa
di vita. Aumentavano le nascite, si stringevano i rapporti sociali e personali,
aumentava il gruppo e quindi la possibilità di creare, conservare e trasmettere
cultura. A Catalhuyuk gli scavi sono ripresi con Ian Hodder che continua l’opera
iniziata tanti anni fa. Chi ha scritto questo articolo da qualche tempo si trova
coinvolto in questa ricerca con un gruppo di compagni di viaggio (Franco
Cardini, Belkis Balpinar, Erendis Ozbayoglu e Marina Montesano) perché una
ricerca affascinante è sempre un viaggio. Come mai sia piombato in questa
avventura può essere imputato al caso, ma la mia città è la più antica
città tessile d’Europa e forse del mondo e ha un sacco di legami,
insospettati, con la Turchia. La storia spero sia solo all’inizio…