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Ancora un excursus letterario di
Gianfranco Cortelli, questa volta su un uomo di grande ed
incredibile cultura che, nato a Gallipoli nel 1465, iniziò la sua
carriera sotto Solimano il Magnifico. Un esperto di tutte le terre e
le coste del Mediterraneo.
(Turchia
Oggi) - Nel vasto mondo della cartografia del '500,
assieme ai grandi autori tedeschi, italiani e fiamminghi, un posto
certamente di rilievo spetta al turco Piri Re'is. Nato a Gallipoli
attorno al 1465, chiuse la sua vita a Il Cairo nel 1555. Fu uomo di
incredibile cultura, che lo portò a conoscere, oltre la lingua
turca, anche l'arabo, il greco, l'italiano ed il portoghese.
Sembra che iniziasse la sua carriera sui mari come pirata al soldo
di Solimano I il Terribile, ma in seguito la sua esperienza fu messa
al servizio del grande Solimano "il Magnifico"(per gli
occidentali, mentre "il Legislatore" per gli ottomani), che lo
insignì del comando supremo della flotta della mezzaluna nei mari
del sud: oceano Pacifico, golfo Arabico e mar Rosso. Con tale
altissimo incarico il Re'is prese parte a varie campagne militari
contro la flotta veneziana dal 1499 al 1502; lo si ritrova poi nella
campagna di Egitto del 1516-1517 e certamente partecipò alla presa
di Rodi, che nel 1523 passò sotto il dominio della Sublime Porta.
Appassionato collezionista
ante litteram di antiche mappe, fu uno straordinario esperto di
tutte le terre e delle coste del Mediterraneo, talché mise a frutto
le sue vaste conoscenze linguistiche, riuscendo ad amalgamare le
fonti arabe con quelle catalane, portoghesi e veneziane; associando
la cultura e l'esperienza disegnò un Atlante denominato "Il Libro del Mare" (Kitabi Bahriye) destinato al suo Sultano,
del quale ci rimangono ancora numerose parti, conservate nei musei
di Istanbul e di Berlino (fig.16). L'opera è un portolano
ricco di almeno 224 tavole, dipinte a mano su pergamena, oltre che
di scritti, ed abbraccia non solo il bacino del Mediterraneo, ma
anche i mari interni come l'Egeo e l'Adriatico, nel quale
delinea anche i golfi di Trieste e di Muggia (fig.15). In
quest'opera sono descritte le linee di costa, le baie, le correnti
ed i fondali dei mari considerati ed egli stesso nella dedica al
Magnifico specifica lo scopo che si era prefissato:
"Non credo che nessuno abbia mai dato un'opera così completa
sulla navigazione nel Mediterraneo...essa comprende tutte le coste,
le isole abitate e deserte, i fiumi, le rocce a fior d'acqua e
sott'acqua, i banchi di sabbia...ho segnato esattamente la
situazione di tutti i punti scelti per approdare sulle coste dei
cristiani...infine non ho dimenticato nulla di ciò che può guidare
il pilota...".
Quando l'Ammiraglio toccava qualche nuovo porto si
dedicava, nei mercati e nei bazar, alla ricerca di carte antiche e
quando, con attività meno pacifiche, catturava navi nemiche, allora
interrogando i prigionieri, cercava di ottenere informazioni e
notizie su nuove terre e popoli sconosciuti. La stessa abitudine
doveva averla anche lo zio, Kemal Re'is, altro grande navigatore,
il quale, proprio in una di queste scorribande, catturò un
marinaio, il quale si vantava di aver navigato con Cristoforo
Colombo e giunse ad affermare che il Genovese sapeva per certo
dell'esistenza di terre oltremare, perché aveva delle mappe
antiche che lo provavano. Ma il marinaio andò più in là: infatti,
poiché queste carte erano in suo possesso, le consegnò a Kemal
Re'is.
Con lo studio di tutto il materiale raccolto, il nostro ammiraglio,
già prima di comporre il Kitabi Bahriye, nel mese di muharram
dell'anno dell'Hegira 919, corrispondente al marzo del 1513,
disegnò una mappa dell'orbe terrestre che donò a Solimano I
"il Terribile". Questa carta è forse la prima in assoluto a
rappresentare le Americhe e qualcuno volle riconoscere anche il
tratto della costa dell'Antartide. La vita avventurosa del Re'is
terminò in modo drammatico, in quanto fu accusato di corruzione per
aver tolto l'assedio a Gibilterra e per questo fu decapitato nel
1555, sebbene avesse già novant'anni.
Ma
ritorniamo alla sua mappa "impossibile" del mondo conosciuto e sconosciuto
del 1513 e alle sue vicissitudini, quantomeno originali. Balzo nel
tempo: è il 1929 e la nuova Turchia di Ataturk sta trasformando le
favolose residenze della corte ottomana in sedi governative o musei;
è quello che succede al palazzo imperiale del Topkapi ad Istambul e
la catalogazione dei preziosi reperti in esso conservati viene
affidata al direttore dei Musei Nazionali, Halil Edhem. Fu così che
tra la dovizia di preziosità egli trovò due frammenti di una mappa
dipinta su pelle di gazzella, firmata
da Piri
Re'is. Nel
1931 la
scoperta fu
divulgata, durante
un Congresso di
Orientalisti in Olanda, dal tedesco Paul Kahle e destò alcune
perplessità per
la singolarità
della carta. Su
di essa
appare l'America meridionale
con la catena andina (dettagliata però dal Pizarro appena dopo il
1531) e, sembrerebbe, anche la Terra del Fuoco e le isole Falkland,
scoperte però nel 1592. Ma come si diceva, c'è chi è riuscito a
riconoscere persino il profilo dell'Antartide, continente noto
alla scienza ufficiale solo dopo il 1818 (fig.14).
Fior di autorevoli geografi e cartografi studiarono la mappa
dagli anni '50 in poi, giungendo anche a supposizioni e
conclusioni a dir poco azzardate e fantasiose. Il primo fu il
geografo A. Mallery dell'Istituto Idrografico della Marina
Militare statunitense, che sostenne che la carta rappresentava sì
le coste dell'Antartide, ma libere dai ghiacci. Nel 1957,
nell'anno Geofisico Internazionale, Lineham, cartografo della
Marina Militare e direttore dell'Osservatorio Weston, concluse che
quel territorio, così come è rappresentato, rispecchia una
situazione di 13.000 anni fa (!), quando l'America meridionale e
la Terra del Fuoco erano unite da un ponte di terra, mentre non vi
era ancora il ghiaccio che ricopriva tutto. Siamo al trionfo della
fantasia, ma le osservazioni continuano con il professore Charles
Hapgood, archeologo, cartografo ed importante storico del Keene
State College, nel New Hampshire, il quale, con un ardito salto in
avanti, afferma che le carte dell'ammiraglio turco costituiscono la
prova dell'esistenza di antichi popoli vissuti molto prima dei
navigatori greci, fenici e punici, in grado di scorrazzare per gli
oceani, raggiungere addirittura l'Antartide e tracciare, con i
loro sofisticati strumenti, non solo il rilievo delle coste, ma
addirittura la configurazione orografica e montagnosa
dell'interno. In conclusione egli afferma che le cognizioni del
Re'is derivavano da una cartografia pre-ellenica, elaborata poi
dagli studiosi greci della Scuola di Alessandria. Ad avvalorare
ulteriormente la sua tesi Hapgood sostiene che la scienza matematica
del '500 non giustificava la conoscenza così raffinata della
trigonometria sferica, applicata nella mappa del nostro protagonista.
Si giunse infine a
Pawels e Bergier, che ne "Il Mattino dei Maghi", bestseller dei
primi anni '60, sul quale hanno sognato molti giovani di allora,
giungono a sostenere l'ipotesi che i prototipi, di cui il Re'is
era in possesso, dovevano rispecchiare la scienza di una civiltà
dotata di veicoli volanti adatti all'osservazione dall'alto.
Questa evolutissima civiltà altamente tecnologica si sarebbe
autodistrutta per motivi sconosciuti. E con questo abbiamo superato
il trionfo della fantasia e siamo giunti al suo delirio. Scritti
come questi possono deliziare la platea di un convegno di ufologia,
ma non certo dei lettori di testi scientifici.
Per fortuna ci fu chi ridimensionò il tutto, ritornando con i piedi
in terra e riconducendo la discussione su un piano realistico.
Questi fu lo storico ed astronomo canadese L. Henwood che confutò
punto per punto le azzardate teorie che circolavano sulla mappa di
Piri Re'is. Innanzi tutto non sarebbe così evidente che le coste
identificate come l'Antartide fossero realmente ciò che potevano
sembrare, ma piuttosto quelle dell'America meridionale o
addirittura la continuazione dell'Africa, secondo la
interpretazione tolemaica ed in base alle conoscenze sia arabe che
europee dell'epoca. Per quanto riguarda poi la trigonometria
sferica invocata da Hapgood, egli fa notare che già Tolomeo nel II
secolo d.C. rappresentava la terra sferica e la sua "Geografia"
era ben conosciuta nel '500, per non parlare poi di Al-Idrisi,
tanto per restare nell'ambito della cartografia e della scienza
araba e turca. Infine il Henwood
osserva che nei secoli passati si realizzarono tutte le carte
senza l'ausilio della fotografia aerea: i rilevamenti dall'alto,
quando vennero introdotti, non fecero che comprovare l'esattezza e
la precisione di tali carte tracciate in modo tradizionale,
applicando i principi di trigonometria conosciuti. In conclusione,
secondo l'astronomo canadese, il Re'is tracciò le sue mappe
utilizzando le conoscenze a disposizione nel suo tempo, senza
scomodare misteriosi popoli vissuti 10 o 15 millenni prima.
I meriti del grande ammiraglio turco sono molteplici, se
consideriamo anche che la sua mappa dell'America è probabilmente
la più antica che esista e che nessun portolano o isolario
dell'epoca, tra i tanti usciti dalle botteghe europee, è così
ricco di scritti dettagliati e particolareggiati. Tra l'altro,
racconta vari episodi dell'esplorazione di Colombo, quali, ad
esempio, il fatto che gli abitanti delle isole si cibavano di
pappagallini colorati e ne indossavano le penne; riferisce a questo
proposito, che sulle
navi nemiche che catturò, trovò
sovente fasce
per capelli fatte con
quelle piume. Narra poi che quegli uomini (che egli mai chiama
"selvaggi") erano
armati di
dardi terminanti con punte fatte di ossi di pesci e che
accettavano, affascinati, perline di vetro in cambio di pesce,
prima, e di argento ed oro, poi.
Parla ancora della linea
di confine ideale che gli "infedeli" portoghesi avevano fissato
con gli spagnoli, e che corrispondeva a 2000 miglia ad ovest
di Gibilterra, mentre le terre a sud potevano diventare loro
dominio. Il nome "Mare
di Spagna" non piaceva
ai portoghesi,
che allora
lo chiamarono "Ovo Sano", che significherebbe
letteralmente "Uovo Sodo", ma che, per assonanza dava la parola
"Oceano". Nel 24° capitolo parla poi, secondo una antichissima
tradizione della marineria di tutto il mondo, di mostri, che erano
lunghi sette spanne, ma che in definitiva erano inoffensivi.
Esalta inoltre le
qualità astronomiche di Colombo e lo cita, con un termine turco,
chiamandolo Kapudan (Ammiraglio).
Infine, non ultimo merito,
racconta come lo
zio acquisì
la carta dallo
schiavo che navigò tre volte con Colombo e che
egli, con
modestia, ha provveduto in qualche modo a trasmetterci, in quanto
nessuna mappa di Colombo ci è pervenuta, e questa di Piri Re'is, sebbene aggiornata, rispecchia perciò
l'unica traccia cartografica del grande genovese. (GianFranco
Cortelli/Il Massimiliano n.27 luglio 2003)
3.06.2004
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