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LA PIU' ANTICA TOMBA
CON RESTI DI
SACRIFICI UMANI
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(Turchia Oggi) - 22 mar - <Turchia Oggi> ha il piacere di riportare la relazione della prof.ssa Marcella Frangipane, docente di Preistoria e Protostoria del Vicino e Medio Oriente all'Università <La Sapienza> illustrata nel corso nel 4° Incontro nazionale di Archeologia Viva che si è tenuto a Firenze.
Arslantepe è situato in un'ampia pianura fertile, la piana di Malatya, che si apre tra le montagne del Tauro orientale verso la valle dell'Eufrate. Nel corso del lunghissimo periodo della sua occupazione, che va almeno dal V millennio a.C., fino alla tarda età romana e bizantina, il sito fu il centro dominante della piana e dell'intera regione intorno a Malatya fino al momento finale della sua prosperità, quando, tra la fine del II e gli inizi del I millennio a.C., fu la capitale di uno dei fiorenti regni neo-hittiti orientali nati dalla disgregazione del grande impero centro-anatolico. Questo ruolo da "capitale", che ha reso Arslantepe interprete di momenti importanti in varie fasi della sua storia, si esprime particolarmente proprio quando, nel corso del IV millennio a.C., tutta la regione mesopotamica in senso lato (la cosiddetta Grande Mesopotamia dal Tauro al Golfo Persico) vede l'emergere di una società nuova, dominata da elites che incarnavano un potere ideologico/religioso e amministrativo in espansione, differenziata al suo interno in gruppi sociali e mestieri strutturati gerarchicamente, organizzata sul territorio in centri urbani e villaggi rurali interdipendenti. All'elaborazione di nuovi modelli del vivere collettivo parteciparono, in varia misura e in vario modo, tutte le comunità che gravitavano intorno alle valli di Tigri ed Eufrate e che sin dal Neolitico avevano allacciato continue ed intense relazioni reciproche. L'idea di una terra di Sumer madre assoluta ed esclusiva della civiltà urbana e del modello di stato orientale basato sui palazzi e sul controllo centralizzato di larga parte dell'economia, è oggi, grazie a scavi come quello di Arslantepe, fortemente messa in discussione. La conoscenza stessa del processo di formazione dello Stato ne viene profondamente modificata e un quadro più complesso di interazioni tra centri formativi diversi si sostituisce alla vecchia idea monolitica di un unico centro propulsore nella Bassa Mesopotamia. Certo sono le valli di Tigri ed Eufrate nel loro complesso il teatro principale di questi accadimenti, e certo il ruolo della Bassa Mesopotamia è stato importantissimo, specie per quanto riguarda il fenomeno della vera e propria formazione di grandi centri urbani, che qui raggiunsero proporzioni sconosciute altrove. Ma l'evolversi di sistemi politici ed economici centralizzati e la nascita di classi privilegiate e dominanti furono un fenomeno molto più vasto e vario, con soluzioni locali spesso originali, anche se sempre correlate tra loro. In questo quadro ormai appare chiaro che Arslantepe costituisce uno dei centri propulsivi di elaborazione primaria del fenomeno della nascita dello stato e che, in quest'ottica multipolare, si spiegano i tanti tratti di originalità del sito, come i tanti elementi che esso condivide con il mondo mesopotamico. Sono in particolare i livelli del IV e degli inizi del III millennio che hanno dato, nel corso degli ultimi 10/15 anni, risultati eccezionali. I ritrovamenti più significativi si sono avuti nell'area sud-occidentale del tell dove, sotto una sequenza di livelli del III millennio e degli inizi del II, sono venuti in luce, in eccezionale stato di conservazione e su una superficie esposta di quasi 2000 mq, una serie di edifici monumentali in mattoni crudi della fine del IV millennio a.C.. che compongono nel loro insieme un grande complesso architettonico pubblico. La grandiosità di esso e la complessità delle funzioni che vi venivano svolte divennero sempre più chiare man mano che lo scavo procedeva verso il centro della collina dove si ergevano gli edifici più imponenti e importanti ancora conservati per un'altezza che superava i 2 metri e mezzo. E' con lo scavo degli ultimi anni che la grande area pubblica di Arslantepe, pur ancora solo parzialmente messa in luce, ci è apparsa in tutta la sua imponenza e ricchezza di elementi interni, funzionali e decorativi, che ne fanno uno dei principali e meglio documentati complessi monumentali della fase protourbana. Le sue caratteristiche, in parte originali, ma in parte legate all'architettura del sud, e la trasformazione della produzione ceramica, che in questo periodo adottò nuove tecnologie e nuove forme molto simili a quelle del vasellame della cultura mesopotamica di Uruk, ci hanno indotto a ritenere per molto tempo che questo grande sviluppo politico-economico fosse l'esito di una forte influenza delle culture meridionali sull'assetto organizzativo della comunità di Arslantepe e il risultato di una sorta di emulazione da parte delle elites locali, che così avrebbero rafforzato enormemente il loro potere. I ritrovamenti delle ultime campagne di scavo, tuttavia, hanno spostato indietro nel tempo le tappe fondamentali dello sviluppo verso la centralizzazione e ne hanno accentuato le radici locali, pur sottolineando al tempo stesso l'evidente correlazione con le altre culture del nord della Mesopotamia. Le scoperte di cui parliamo si riferiscono al periodo più antico finora indagato estensivamente ad Arslantepe (anche se lo scavo ha raggiunto livelli precedenti, databili alla fine del V millennio), che è chiamato, nella sequenza interna del sito, periodo VII e copre gran parte della prima metà del IV millennio fino a circa il 3400 a.C.. E' in questo periodo che si definirono probabilmente all'interno dell'abitato le aree destinate alle funzioni delle élites. Mentre nella zona NE, infatti, sono state rinvenute, direttamente sul terreno vergine, case di abitazione comuni, la zona W/S-W della collina ha restituito edifici monumentali ad una quota molto più elevata, su quella che doveva essere la sommità della collina del tempo. In questa zona del tell è stato portato in luce un edificio imponente con muri in mattoni crudi di circa 1,20 di spessore, intonacati di bianco e dipinti e affiancati da colonne, sempre in mattoni crudi e fango rivestite di intonaco, che dovevano avere una funzione essenzialmente decorativa. Questa struttura, pur non essendo ancora interamente scoperta, non presenta caratteri riconoscibili di edificio pubblico, nè religioso, né amministrativo. Potrebbe dunque trattarsi di un edificio importante, forse residenza di personaggi di rango. L'esistenza di una élite nel periodo VII, suggerita dall'edificio con colonne, era indicata anche indirettamente dalla presenza di centinaia di ciotole prodotte in massa. Queste ciotole, fatte in maniera grossolana, di fretta e senza cura su un tornio lento, dovevano essere utilizzate come vasellame da mensa per esigenze che andavano oltre le necessità familiari, probabilmente per distribuire pasti a un numero elevato di persone. Ciò suggerisce indirettamente l'esistenza di una classe di individui che alienavano in tutto o in parte il loro lavoro e per questo dovevano ricevere compensi alimentari; di riflesso, doveva dunque esistere anche una classe di persone in grado di far lavorare altri, di accentrare beni alimentari e di redistribuirli. Ma non si avevano indicazioni sul tipo di contesto in cui tutto questo doveva avvenire (pubblico o privato), né sui compiti di queste ipotizzate elites nascenti e sul loro ruolo sociale, politico ed economico. Nessuno degli edifici del periodo VII aveva restituito, ad esempio, cretule o altro materiale amministrativo e la stessa utilizzazione delle ciotole prodotte in massa non era mai stata documentata direttamente da evidenze in situ del loro uso massificato. Nelle ultime campagne 1998-2002 l'allargamento dello scavo ad un'ampia area situata tra la zona SW, dove sono stati scoperti gli edifici pubblici del successivo complesso palaziale, e la zona W, dove si erano individuati gli edifici residenziali d'élite del periodo VII, ha portato al ritrovamento di un edificio di straordinaria monumentalità, databile al 3500 a.C.. Questo era costruito su un imponente basamento di grandi lastre di pietra e mattoni che lo rialzavano rispetto alla superficie circostante, rendendolo anche fisicamente preminente sugli altri, e le sue dimensioni e la sua architettura non lasciavano dubbi sulla sua funzione pubblica-cerimoniale. Probabilmente si tratta di un grande edificio templare, la cui dimensione (circa 400 mq) e la cui pianta tripartita ricordano i templi mesopotamici. L'edificio, pur molto danneggiato da buche moderne e trincee di scavo di una missione francese che aveva lavorato negli anni '30 e inizi '50, era caratterizzato dalla imponenza della sala centrale, lunga al suo interno circa 18 m. x 7 m., con nicchie alle pareti che, vicino agli angoli, si movimentavano, creando rientranze multiple, decorate da pitture parietali. Le 4 porte, situate alle estremità dei lati lunghi (a causa dei danni alla struttura, ne sono rimaste solo tre) indicano una notevole apertura verso l'esterno di questa sala, e dunque una sua ampia frequentazione, anch'esso tratto tipico dell'architettura templare mesopotamica. Al centro della sala si trovava una grande piattaforma di 5 x 2.50 m. con un focolare e, sparse sulla piattaforma e sul pavimento, decine e decine di ciotole prodotte in massa tipiche del periodo VII, realizzate con varie tecnologie sia di tipo tradizionale, come le ciotole con raschiatura dell'argilla sul fondo e quelle troncoconiche con la base piana non trattata, tutte realizzate su un tornio lento, sia di tipo innovativo, fatte sul tornio veloce e con il segno del distacco mediante cordicella dal piatto di supporto. Queste ciotole, che nella sala centrale costituivano l'unico materiale presente, erano abbondanti anche nelle due stanze laterali più piccole sul lato orientale dell'edificio, dove sono state trovate disposte in posizione capovolta e spesso impilate una sull'altra. Si può ipotizzare che nella grande sala centrale, dove le ciotole erano disperse disordinatamente sul pavimento, esse erano state usate, forse per consumare pasti in un contesto cerimoniale, mentre nelle stanze laterali venivano tenute pronte per l'uso. Qui, inoltre, molte ciotole ancora intere si trovavano anche ammassate nel terreno di riempimento e, dato lo straordinario spessore dei muri (1,60 m), si può ipotizzare la presenza, almeno in questa parte dell'edificio, di un piano superiore, prevalentemente destinato a deposito di utensili e oggetti collegati con l'attività redistributiva che si svolgeva nel tempio. In associazione alle ciotole, infatti, nella stanza sud-orientale sono state trovate numerose cretule, ossia grumi di argilla su cui era stato impresso il sigillo e che avevano assicurato le chiusure di contenitori di vario tipo. Alcune di esse erano sul pavimento, molte altre erano ammassate nello strato di crollo che riempiva la stanza. I sigilli erano tutti sigilli a stampo e appaiono, nelle loro caratteristiche generali, nello stile e nei motivi, strettamente imparentati con quelli del successivo periodo del palazzo, ma più limitati nel repertorio. Questo deposito rappresenta forse un indizio di un probabile accantonamento temporaneo delle cretule nell'edificio dopo la loro rimozione dai contenitori che avevano sigillato, mentre altre cretule trovate in un pozzetto di scarico alle spalle del tempio, insieme ad altri rifiuti, dovevano rappresentare la fase dello scarto definitivo. Abbiamo dunque per la prima volta, ad Arslantepe e in tutta la regione, la documentazione di un grande edificio cerimoniale della prima metà del IV millennio in cui avvenivano attività redistributive e in cui si esercitava un controllo amministrativo sui beni. Questa struttura, che appare più grande e imponente dei templi del periodo successivo presi singolarmente, ricorda nella pianta e nelle caratteristiche architettoniche e d'uso i templi mesopotamici, ma conteneva materiali caratteristici di una cultura locale, in cui non vi è alcun segno di influenze meridionali della cultura di Uruk. Possiamo dunque riconoscere un iniziale processo di centralizzazione economico-amministrativa da parte di elites locali già prima della cosiddetta espansione della cultura meridionale di Uruk verso le regioni settentrionali e indipendentemente da essa. Immediatamente dopo il crollo di questo edificio, intorno al 3300 a.C., fu eretto, in una vasta zona che si espanse verso sud e verso est, un imponente complesso di edifici pubblici molto più articolato e composito, oltre che sensibilmente più vasto. Anche questo insieme di edifici comprendeva due templi, ma questi erano inglobati nel complesso architettonico, di dimensioni ridotte, e modificati nella pianta, divenuta bipartita, e nella funzione, visto che l'accesso alla sala principale era limitato ad una sola entrata indiretta e la comunicazione con il pubblico avveniva attraverso due finestre. Anche la posizione delle decorazioni parietali, consistenti qui in motivi impressi a rombi o ovali concentrici colorati di rosso, si era modificata di conseguenza trasferendosi dalle pareti interne a quelle esterne della sala maggiore, dove poteva essere vista da un pubblico che probabilmente sostava fuori dalla vera e propria sala di culto. L'insieme delle strutture pubbliche finora portate in luce si compone di vari edifici disposti su terrazzi scavati nel pendìo della collina antica, con le strutture di maggior prestigio collocate sulle parti alte, e le zone "di servizio", -- magazzini, cortile, corridoio di accesso --, situate nella parte più bassa del pendio. Il complesso, proprio per la sua polifunzionalità espressa in un insieme architettonico che sottolinea la distinzione dei settori, ma al tempo stesso li mantiene collegati in una pianificazione unitaria, può essere considerato il più antico esempio di "palazzo" pubblico conosciuto nel Vicino Oriente. Ad esso si accedeva da sud attraverso una porta a camera monumentale e un grande corridoio che seguiva in salita il pendio della collina dando accesso sul lato orientale ai vari settori interni del complesso monumentale. In ognuno dei punti di passaggio verso l'interno dell'edificio si sono scoperte, sui muri, conservati per circa 2,50 m. di altezza e con gli intonaci bianchi originali interamente preservati, straordinarie raffigurazioni pittoriche con figure umane o antropomorfe, animali e vegetali composte a rappresentare in alcuni casi vere e proprie scene dall'evidente significato simbolico e ideologico. In particolare nell'ultimo tratto del corridoio, che conduceva a monte verso una zona del palazzo ancora non indagata, ma probabilmente importante, sono stati portati in luce, con un lungo e difficile lavoro di restauro, decorazioni che coprivano l'intera superficie del muro e che erano state protette da varie mani di intonaco bianco e da una struttura di pali e mattoni che aveva rinforzato i muri nell'ultima fase di uso dell'edificio, obliterando le pitture. Queste raffiguravano in stile schematico una vera e propria scena a carattere narrativo-simbolico, delimitata in alto da una decorazione impressa a file di rombi concentrici, simile a quelli che decoravano i templi. * Pitture figurative con evidente connotazione ideologica, ben conservate sotto diverse mani di scialbatura bianca che le avevano obliterate in una seconda fase d'uso dell'edificio, si trovavano anche in un altro punto di passaggio, nella stanza di accesso a due magazzini che, all'epoca delle pitture, conduceva al cortile centrale attraverso una porta, poi bloccata *. La presenza di queste raffigurazioni nelle zone di accesso ai magazzini e al cortile sottolinea l'importante funzione dell'ideologia anche nella gestione delle attività economico-amministrative centrali. E' nota del resto la stretta connessione tra l'esercizio del rituale e quello del potere politico ed economico nelle prime società centralizzate del Vicino Oriente. Ad Arslantepe questa connessione è espressa nella concentrazione di tutte le funzioni pubbliche, religiose e secolari, all'interno del palazzo. Ma a differenza di quanto avveniva nella precedente fase, e nella maggioranza dei siti mesopotamici, in cui le attività redistributive si concentravano in edifici templari, qui le funzioni erano separate e ben distinte nei vari settori. Così, nonostante anche nei templi vi fossero materiali che indicano raccolta e redistribuzione di beni sotto controllo amministrativo, come contenitori da immagazzinamento, ciotole prodotte in massa per la distribuzione di razioni alimentari e cretule, tali attività qui erano ridotte in confronto con l'intensità delle transazioni economiche riconoscibili negli spazi ad esse preposti: magazzini e luoghi per lo scarto controllato del materiale amministrativo. Migliaia di cretule con centinaia di impressioni di sigilli recanti bellissime raffigurazioni, per lo più animali, realizzate in stile locale, si trovavano sia in situ in uno dei magazzini del palazzo, sia in piccoli spazi, collocati in vari punti del complesso monumentale, che erano stati riservati al deposito finale di questo materiale, eliminato dalla circolazione dopo il suo uso e probabilmente dopo l'avvenuta contabilità. Le circa 2000 cretule rinvenute in un piccolo vano ottenuto nel muro del corridoio del palazzo costituiscono una sorta di archivio scartato di straordinaria ricchezza per la documentazione che offre sulla complessa attività amministrativa e sulla fiorente arte della glittica. Dalle migliaia di cretule si sono potute ricostruire le impronte di circa 200 sigilli diversi, che oltre a documentare un raffinato gusto artistico, attestano l'esistenza di centinaia di funzionari collegati alle attività delle istituzioni centrali. * |
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Le nuove classi dirigenti di Arslantepe, oltre al controllo sulla produzione dei beni primari (agricoltura e allevamento), dovettero gestire anche almeno parte della circolazione delle materie prime, di cui questa regione dell'Anatolia era ricca. Uno degli elementi di maggiore novità alla fine del IV millennio fu l'intensificarsi dei rapporti esterni, non solo con i gruppi di cultura mesopotamica, ma anche con altre popolazioni, probabilmente arrivate nella piana di Malatya da NE. La manifattura ceramica mostra così l'assimilazione di nuove tecniche e mode provenienti dall'esterno, che stimolano la manifattura di classi ceramiche profondamente diverse: da un lato vasi fatti al tornio con evidenti somiglianze con tipi ceramici di origine mesopotamica, dall'altro una ceramica fatta a mano rosso-nera brunita tipicamente anatolica, che viene impiegata per usi particolari (piccoli contenitori e coppe su piede). |
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La notevole apertura a nuovi contatti e relazioni in diverse direzioni è probabilmente uno dei fattori che determinarono il grande sviluppo della metallurgia. Questa vede sia crescere enormemente la gamma di oggetti prodotti, anche se in un ambito che sembra soprattutto di élite, sia affinarsi notevolmente la tecnologia con la produzione e la sperimentazione di svariate leghe. La sapienza tecnologica e la i nuovi tipi di impiego del metallo sono sintetizzati nell'eccezionale ritrovamento di alcuni anni fa di un gruppo di 22 armi di rame arsenicale, tra cui spicca, accanto alle bellissime punte di lancia, la comparsa della spada, rappresentata da nove esemplari con la lama e l'elsa fusi in un unico pezzo, tre dei quali decorati con agemina d'argento. La notevole dimensione di questi pezzi, la cui lunghezza oscilla tra i 45 e i 60 cm., non lascia adito a dubbi sulla loro funzione e attesta, quindi, la presenza della spada come arma quasi mille anni prima dei più antichi esemplari conosciuti (sempre in Anatolia dal sito di Alaca Hoyuk). La non casualità di questo ritrovamento è stata confermata dalla scoperta recente di un altro esemplare di spada nel corredo di una ricchissima tomba principesca che era stata costruita ai margini dell'area pubblica, subito dopo la distruzione del palazzo, intorno al 3000 a.C. Anche se non abbiamo studi comparativi adeguati per i minerali del Caucaso e delle regioni transcaucasiche, queste, che sono tra le aree più ricche in quantità e varietà di giacimenti metalliferi, contenenti anche arsenico e altre impurità adatte a rinforzare e rendere più malleabile il rame, possono essere state la fonte o una delle fonti di metallo per la società protostatale di Arslantepe. Il loro raggiungimento poteva essere stato facilitato dalla mediazione di gruppi di pastori nomadi provenienti da quelle lontane regioni, che alla fine del IV millennio forse già frequentavano la piana di Malatya. Le relazioni ampie che Arslantepe intrattenne in varie direzioni, con il sud come con il nord, probabilmente mediando lo scambio con le comunità mesopotamiche e allargando ulteriormente la loro rete di rapporti tradizionali, sono un segno della potenza che questo centro acquistò alla fine del IV millennio; ma dovettero introdurre al tempo stesso elementi di conflitto e di squilibrio nel sistema, che subito dopo subì un collasso radicale e definitivo. Se la crisi ebbe molto probabilmente cause interne, l'incontro e forse, almeno a tratti, lo scontro con le comunità nomadiche transcaucasiche dovette contribuire ad essa in maniera non irrilevante. Con il crollo degli edifici pubblici di Arslantepe, intorno al 3000 a.C., l'intera organizzazione che li aveva prodotti scomparve definitivamente dalla scena. L'area pubblica, ormai cumulo di rovine, venne abbandonata e occupata da capanne di pastori nomadi di provenienza transcaucasica. E' nelle colmate di terra che avevano livellato la superficie della collina per impiantarvi le capanne che fu scavata e costruita la tomba, conosciuta come "tomba reale" di Arslantepe. Si tratta, infatti, probabilmente della più antica testimonianza di sepoltura di un capo, contraddistinta già da elementi, come la ricchezza in metallo del corredo e sacrifici umani, che ritroveremo nelle tombe reali di epoca successiva. La tomba vera e propria era stata costruita con grandi lastre di pietra che componevano una cista sul fondo di un'ampia fossa di 5 m. di diametro. Sulle lastre di copertura della tomba si trovavano quattro adolescenti sacrificati, tra i 13 e i 16-17 anni di età: due di sesso femminile, prive di corredo, e situate in corrispondenza dei piedi del capo defunto; altri due, probabilmente un maschio e una femmina, deposti direttamente sulla lastra di copertura, adornati da un velo e da un set di oggetti di metallo costituito da un diadema in lega rame-argento decorato a sbalzo, spiralette ferma-capelli in argento e, sulla spalla, spilloni di rame. All'interno della cista in pietra era deposto su un fianco rannicchiato un uomo adulto notevolmente alto (di circa 1.75 m.), circondato tutt'intorno alla testa da punte di lancia conficcate lungo le pareti della tomba, una delle quali era decorata con intarsi d'argento riproducenti un identico motivo a triangoli presente sulle spade del periodo precedente. Gli oggetti di metallo deposti nella sepoltura erano in totale 65 e si trovavano in maggioranza ammucchiati come una sorta di tesoro dietro la schiena del defunto. Tra questi oggetti, oltre ad altre armi, a recipienti in rame arsenicato e a bracciali e spirali ornamentali in argento e oro, vi erano anche strumenti da lavoro, che dovevano rappresentare ricchezza in sè in quanto metallo, ancora così raro e prezioso in questo periodo. Anche il "signore" aveva un diadema in lega rame-argento decorato a sbalzo, molto simile a quelli dei due individui morti sulla tomba; esso però non era posato sul capo, ma era ripiegato e deposto sul mucchio di oggetti dietro la schiena che tutti insieme costituivano il simbolo degli attributi di potere e di ricchezza del capo. Gli unici ornamenti che il defunto indossava erano due spilloni d'argento e collane di cristallo di rocca, corniola, argento e oro. Gli oggetti mostrano nelle tipologie e nelle tecniche di manifattura una straordinaria somiglianza con i metalli del periodo del palazzo. Identiche punte di lancia, identica composizione di rame con arsenico, antimonio e nickel, identica decorazione in agemina d'argento, presenza di oro e abbondante uso dell'argento. E' possibile dunque che tutte le regioni dell'Anatolia orientale e della Transcaucasia abbiano avuto legami importanti nell'attività metallurgica sin dalla fine del IV millennio e che questa sia anzi cresciuta proprio in relazione ad un ampliarsi della domanda interna dei centri protourbani della valle dell'Eufrate ed esterna dei mesopotamici. Nella tomba si trovavano fianco a fianco vasi fabbricati al tornio in stile mesopotamico e vasi in ceramica nera fatti a mano di chiara origine transcaucasica. Questa associazione, finora unica, ripropone in termini nuovi il problema dei rapporti tra la popolazione di Arslantepe e i pastori nomadi provenienti dalle regioni a sud del Caucaso. L'integrazione delle due culture agli inizi del III millennio è chiaramente visibile nella tomba e lascia immaginare l'esistenza, anche presso le comunità nomadiche, di forti gerarchie che forse entrarono in competizione e soppiantarono le strutture di potere esistenti alla fine del IV millennio, quando queste entrarono in crisi. Il "signore" sepolto nella tomba di Arslantepe rappresenta forse un potere guerriero di natura diversa da quello delle élites religiose-amministrative della fase statale, forse legato al mondo pastorale di origine est-anatolica. Nelle ultime campagne di scavo, dal 1999 a oggi, si è avuto anche l'inaspettato ritrovamento sulla sommità del tell di un enorme muro in pietra e mattoni crudi di circa 6 m. di spessore, databile tra il 3000 e il 2800 a.C., che suggerisce l'esistenza, agli inizi del III millennio, di una sorta di acropoli o cittadella fortificata, ai piedi della quale doveva stendersi un villaggio rurale con tracce di attività varia, tra cui anche la fusione e la produzione di metallo. Dopo il collasso del sistema Tardo Uruk, dunque, non si ha un'involuzione e un vuoto di potere, ma un nuovo tipo di organizzazione politica, forse originariamente legata al mondo transcaucasico, che orienta anche diversamente i suoi rapporti esterni. I legami con il sud, infatti, a partire dalla fine di questo periodo si interromperanno per sempre e per quella parte della valle dell'Eufrate situata a nord della catena del Tauro inizia una nuova storia collegata ai destini delle regioni anatoliche. La conquista ittita nel II millennio a.C. sancisce definitivamente il nuovo percorso storico di cui Arslantepe sarà protagonista. (relazione di Marcella Frangipane, docente di Preistoria e Protostoria del Vicino e Medio Oriente all'Università <La Sapienza> in Roma)
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