Archeo
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| Un mistero affascinante che insegue l’uomo da almeno tre millenni. Le foto degli "U2" |
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Sul Monte Ararat si concentra fin dall’antichità l’attesa della Prova. Tra mistero, leggenda e misticismo |
La prima foto del mistero dell’Ararat risale al 17
giugno 1949, scattata da un "U2" di ritorno dal solito volo di
spionaggio. Interessato come tutti al mistero, il governo americano fece
riprendere decine e decine di immagini, ora "declassificate". Ma la
stessa Cia – che per anni le ha fatte studiare dai suoi migliori analisti –
raffredda gli entusiasmi. Nessuno può trarne conclusioni certe, anche se Dino
Brugnoni – specialista in analisi fotografiche della Cia, ora in pensione –
ha dichiarato alla "Washington Post" che la massa misteriosa "è
stata misurata e le sue dimensioni sono diverse da quelle indicate dalla Bibbia.
Se non fosse per le misure – aggiunge però – si potrebbe anche pensare ad
una nave sotto il ghiaccio". Ma può, una nave di legno, conservarsi per
oltre 4.500 anni in un ghiacciaio in movimento? Sembra una ipotesi piuttosto
audace. Ma l’audacia, appunto, è da sempre il condimento migliore per quegli
spiriti romantici che credono al di là della mancanza di prove documentali: e l’Arca,
il Diluvio, da sempre alimentano una leggenda affasciante. A volte un desiderio,
più che un mito. La Bibbia, nella Genesi, racconta che a Noè, decimo patriarca
e "uomo giusto", fu ordinato da Dio di costruire un’Arca per
salvarsi dal Diluvia universale che avrebbe punito la generale corruzione in cui
era sprofondata l’umanità.
Sull’Arca, Noè sale con i tre figli, le nuore ed una coppia di ogni specie di
animale. Dopo 40 giorni, l’Arca si arena sul monte Ararat, in Turchia. La
colomba torna col ramoscello d’ulivo, la vita riprende sulla terra, l’arcobaleno
segna l’alleanza tra Dio e uomo, che garantisce il non ripetersi del diluvio.
Nel racconto biblico, l’Arca è descritta come un grande cassone di giunchi
intrecciati, lungo 300 cubiti (ogni cubito equivale a poco più di mezzo metro)
largo 50 ed alto 30. Il mito del diluvio compare tuttavia in altre civiltà. Nel
poema di Gilgamesh (terzo millennio a.C.), l’eroe Utnapishtim, consigliato da
Ea, si salva costruendo una nave che, dopo sei giorni e sei notti, finisce sul
monte Nisir. Nella Grecia classica, Deucalione e Pirra, dopo un diluvio,
ripopolano il mondo gettando sassolini alle spalle. In India, il pescatore Manu
si salva su una barca trascinata da un pesce. Nell’America degli indiani, il
sopravvissuto al diluvio fa scendere in acqua un topo muschiato che porta in
superficie granelli di sabbia con cui si formano le isole e le nuove terre.
Un mito diffuso universalmente: e, proprio per questo, non pochi studiosi
suppongono l’esistenza, dietro al racconto "Diluvio universale", di
un cataclisma realmente avvenuto. E sul monte Ararat – con la sua cima più
alta a 5.123 metri ed il piccolo Ararat a 3.925 metri, divisi dalla sella Surdar
Bulag (2.540 metri), con le sue nevi permanenti fino a 4.100 metri, il suo clima
asciutto ed arido, la sua inaccessibilità – si concentra fin dall’antichità
l’attesa della prova. Nel 275 avanti Cristo il babilonese Berossus riporta la
leggenda secondo cui il relitto dell’Arca si trova sull’Ararat. Nel primo
secolo dopo Cristo ne parla Flavio Giuseppe, nel tredicesimo secolo la leggenda
viene ripresa da Marco Polo. Nel 1916 lo Zar di Russia, Nicola II, manda una
spedizione sull’Ararat, inutilmente. Una leggenda medioevale narra di 10.000
soldati romani che, convertiti al cristianesimo sotto Antonino Pio (138-161 d.C),
si erano ritirati sull’Ararat a vita ascetica e furono tutti crocifissi.
Ararat monte d’elezione, quindi: di mito, leggenda e misticismo. E – come
forse giusto – l’Ararat difende il suo mistero, nel silenzio delle sue navi
millenarie.
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