TURCHIA,
COM'ERA

L’ U L T I M O    C A L I F F O

LA FINE DEL SULTANATO E LA NUOVA TURCHIA

MEHMET V ED I TRE PASHA

ABDUL HAMID II, LA FINE DI UN IMPERO

LA RIVOLUZIONE DEI “GIOVANI TURCHI”

LE BARCHE DI GALATA

Images d’Empire

FOTOGRAFIE DI COSTANTINOPOLI

 

  L’ U L T I M O    C A L I F F O

 

    La separazione del Sultanato dal Califfato non produsse l’effetto che il Ghasi si aspettava: per la maggior parte dei Turchi non esisteva differenza fra le due cariche; per il contadino, il soldato, per qualsiasi fedele mussulmano il Califfo era il difensore della fede, l’ombra di Allah in terra, il capo supremo dell’esercito, il monarca. Ed infatti, nonostante le limitazioni amministrative imposte da Kemal, alla Corte califfale tutto procedeva come alla corte di un sultano. Ogni moschea era una fortezza del sovrano, sia in Anatolia come a Delhi e a Damasco. Esisteva un unico modo di ridurre il califfo a semplice dignitario religioso: togliergli ogni potere e, soprattutto, il denaro. Così il Ghasi emanò un decreto che diceva: “La pretesa del califfo che il Governo ed i corpi ufficiali si mettano in rapporto con lui costituisce un’offesa flagrante alla sovranità dello Stato. L’ufficio del califfo non ha un senso materiale e non possiede nulla che giustifichi la sua esistenza”. Abdul Medjid lesse il decreto e tacque: suo padre Abdul Aziz e suo fratello Jussuf Is ed-din erano morti di morte violenta; aveva dunque ragione di tacere. Pur tuttavia non bastava ancora: bisognava abolire l’istituto del califfato per laicizzare la Turchia. Il 3 marzo 1924 la legge fu presentata in Parlamento ed approvata. La notte del 4 marzo un ufficiale proveniente da Ankara fu annunciato ad Abdul Medjid; egli era latore di uno scritto dell’Assemblea. Il califfo lesse: “La Grande Assemblea Nazionale turca ha deciso quanto segue. Il califfato è soppresso poiché esso è essenzialmente implicito nel senso e nel concetto di Governo e di Repubblica. Il califfo con tutti i membri della casa osmanli è esiliato per sempre…egli lascerà il territorio della Repubblica entro dieci giorni. I beni della casa regnante saranno incamerati senza indennizzo." Il califfo fu accompagnato nella grande sala del trono e l’ufficiale ordinò al vecchio di sedersi e di leggere un proclama già predisposto: “Io Abdul Medjid ibn Abdul Aziz rinuncio per me e per l’intera casa osmanli a tutti i diritti del sultanato e del califfato.”

    Il giorno dopo il mondo dell’Islam seppe che non esisteva più luogotenente di Maometto sulla terra. Quel giorno moriva l’idea dell’unità di tutti gli uomini nella fratellanza dell’Islam, l’idea dello stato di Dio.Dio.

    Lo scrittore Cornelio di Marzio si trovava a Costantinopoli in quei giorni, quale addetto commerciale e capo dell’ufficio stampa per la Turchia. Egli fu testimone oculare dei drammatici avvenimenti, e con parole toccanti e consapevoli della storicità degli eventi, così ha  descritto la partenza dell’ultimo califfo: “Alle cinque, mentre si e no l’alba scoloriva le ombre e spegneva i tenui fanali di Cospoli, è partito un lungo convoglio di automobili…A Dolma Bahçe la Guardia ha presentato per l’ultima volta le armi. Il Califfo ha raccomandato ad Allah la sua guardia fedele ed è scomparso per le vie di Tophane, di Galata, di Feri köy, di Stambul. Poi è uscito dalle mura verso la campagna tracia. Avrà pensato il vecchio califfo espulso che in un altro martedì lontano, attraverso quelle stesse mura, un Califfo-Sultano era per la prima volta entrato a Bisanzio? Il triste convoglio…era composto di sedici automobili e tre camion racimolati alla meglio ed in tutta fretta dalle autorità repubblicane. Il califfo si portava dietro… il figlio Omer Faruk, la figlia Duruscevàr, le sue due mogli, il medico e qualche servo; la cronaca accennerebbe anche ad eunuchi, ma noi non possiamo garantire la notizia scandalosa. Le automobili si sono dirette verso Ciatalca…il tragitto è stato più volte interrotto: i gendarmi risollevavano a braccia un camion sbandato o seppellito nel fango… per più tratti il califfo ha dovuto camminare a piedi. Nell’ora di colazione il convoglio si è fermato e sulla riva del mare la famiglia imperiale ha consumato, alla meglio, il suo pasto. La piccola sultana s’è divertita a lanciare ciottoli a fior d’acqua. Ah, Durraceva, Durraceva! Giunta a Ciatalca…la comitiva s’è raccolta in poche camere fredde ed arredate alla meglio, nella stazione ferroviaria. Qui il discendente di Solimano il Magnifico ha atteso il cadere del giorno e in questo breve carcere sperduto ha consumato il suo ultimo pasto imperiale: pane, formaggio e uova. La popolazione accorsa è stata tenuta lontana: il silenzio non è stato turbato né da treni di passaggio, né da invocazioni, né da rimpianti. La sera è scesa sulla campagna brulla di Tracia, mentre i bifolchi impauriti invocavano, forse, perdono ad Allah per l’esilio del suo ultimo sacerdote e lo pregavano di voler accettare nella “fatva” del venerdì, anche senza il nome di lui, le umili preghiere dei credenti. La cronaca non dice se il Califfo abbia o no pregato nella sua ultima sera in Turchia; preparandosi ad entrare in paesi infedeli avrà forse rimpianto i solenni Selamlik cui egli si recava con guardie e dignitari, attraversando sotto il sole d’oriente, le vie fiorite di sorrisi e di saluti; avrà forse anche fantasticato, ma nessuno lo sa.  Si sa solo che silenziosamente ha atteso, e per lunghe ore, l’arrivo del treno. A Costantinopoli nessuno si è preoccupato di questo dramma…il palazzo imperiale è rimasto vuoto, con poche persone malate e pochi servi spauriti. La città è abulica…Lo sciacquio del Bosforo si è addormentato monotono; le maschere, per il carnevale morente, si sono slanciate più intraprendenti per le vie di Pera; nei ritrovi, le prime coppie hanno cominciato a ballare. Nulla…E qualche speculatore già contava i buoni guadagni fatti, comprando certi mobili a prezzi di concorrenza: certe camere da letto e certi salotti da “alcuni signori di nobile famiglia” partiti, quando, a Ciatalca, salendo nello scompartimento, una piccola fanciulla, tutta sorriso e tutta oro, volgendosi a suo padre stanco ed accorato, tendendogli la mano gli ha detto: Vieni, ti aiuto a salire, papà”. Durraceva, la piccola, radiosa e ridente bambina di allora, è morta a Londra, in esilio, solo pochi anni fa.

GianFranco Cortelli
gfcortelli@hotmail.com
Trieste, aprile 2005

 

 Il Ghasi nel 1924

 

1931 - Una rara immagine della principessa Nilufar,
nipote di Abdul Medjid, l’ultimo Califfo

 

Ismet Inönü,  secondo presidente della Turchia

 

Nota: la principessa, in questa immagine, è ritratta dal pittore bulgaro Georgeff. Il dramma della bellissima principessa caucasica fu quello di dover sposare, ancora diciannovenne, il principe indiano Muazzan Av, secondogenito del Nizam di Hyderabad, che la conobbe e sposò nel 1931 a Nizza, città prescelta da Abdul Medjid per il suo esilio. Il matrimonio fu combinato per risollevare le finanze della decaduta Casa Osmanli. Sulla sua straordinaria e delicata bellezza furono scritte in India, montagne di poemi.

 

 LA FINE DEL SULTANATO E LA NUOVA TURCHIA


Le guerre balcaniche, durante le quali furono persi in Europa molti territori dell’Impero, avevano scosso la popolarità del triunvirato ed infranto le illusioni di molti sostenitori entusiastici della politica dei Giovani Turchi, ma il disastro della guerra mondiale ne aveva decretato la caduta, cosicchè il 1° novembre del 1918 Enver, Taalat e Gamal fuggirono da Costantinopoli con gli ultimi sommergibili tedeschi rimasti nel Bosforo; il 13 dicembre le navi alleate sbarcarono nella città le loro truppe, inglesi, francesi ed italiane, mentre un sultano senza forza subiva i dictat dei vincitori. La città (come Berlino, Vienna e Trieste dopo la IIª guerra mondiale) venne divisa in zone: i francesi si stanziarono nella Costantinopoli vera e propria, gli inglesi a Pera e gli italiani a Scutari. Il trono degli Osmanli aveva perso il suo splendore ed ormai la spartizione definitiva della città, o quanto meno la creazione di una zona franca, era imminente. I Dardanelli ed il Bosforo sarebbero stati tolti alla giurisdizione ottomana, mentre sempre più insistentemente si prospettava l’idea di assegnare alla Grecia un vasto territorio nelle isole egee e sulla costa dell’Anatolia.
Al nuovo Sultano, Mehmet VI Vahed-ed-din, salito al trono il 3 luglio 1918, non veniva imputata la colpa della sconfitta, bensì essa ricadeva sul governo dei Giovani Turchi, cosicchè il Sultano, nella speranza di salvare parte dell’Impero, attuò una politica di collaborazione con gli alleati, cercando nel contempo di persuaderli a non appoggiare il progetto di occupazione della costa dell’Asia Minore da parte delle truppe greche.
Ma in questa ambigua situazione, ecco comparire a Costantinopoli l’eroe di Gallipoli, Kemal pasha, di ritorno dal fronte siriano; egli, come gran parte dei turchi trovava intollerabile l’occupazione degli stranieri e, mal visto dalla Sublime Porta, cercò di appoggiarsi direttamente al Sultano che incontrò quattro volte, dopo il selamlik nella moschea. Trasferitosi all’hotel Pera Palace, si racconta che, all’invito di alcuni ufficiali inglesi a bere con loro, rifiutando rispondesse: “Qui siamo noi i padroni di casa e loro gli ospiti; è bene quindi che siano loro a venire al mio tavolo”. La speranza di Kemal era quella di essere nominato ministro della guerra, ma la decisione si trascinava ed alla fine accettò l’incarico di Ispettore della III Armata (Ordu) di stanza a Sivas ed Erzorum, in Anatolia nord-orientale. Ironia della sorte, la decisione della nomina fu presa dai suoi avversari e dal sultano stesso, proprio per allontanarlo dalla capitale, ma ciò gli dette modo di organizzare in quel territorio selvaggio, dove ancora pulsava il cuore della patria turca, la resistenza, in mezzo a gente nella quale egli riponeva le ultime speranze.
Il resto è tutto un incalzare della storia: Il Congresso di Erzorum che elegge Kemal, Presidente (6 agosto 1919) e proclama l’unità e l’indipendenza della patria; le prime elezioni nazionali; l’ostilità del Sultano e la fatwa contro i ribelli emessa dallo sheik ul-islam; la grande Assemblea Nazionale che il 23 aprile 1920 tenne ad Ankara la sua prima seduta e decretò la nascita della nuova Turchia; l’abbozzo della nuova Costituzione in soli 10 articoli, votati il 21 gennaio 1921, che lasciava ancora sospesa la questione del Sultanato e del Califfato; il riconoscimento de facto del Governo kemalista di Ankara durante la Conferenza di Londra (febbraio-marzo 1921) ed il conseguente annullamento delle sentenze di condanna a morte pronunciate contro Kemal e gli altri capi nazionali; il ritiro unilaterale delle truppe italiane da Adalia (Antalya) ed infine la disperata battaglia sul fiume Saqaria, ultima tremenda e gloriosa prova dell’esercito e del popolo anatolico; quindi, il ritiro degli eserciti greci ed il riconoscimento da parte della Francia della Nazione Turca. Il Ghazi, il Vittorioso, è l’eroe nazionale, il gigante che ha salvato dallo sfacelo più completo il popolo turco.
Sin da questo momento la sorte del Sultanato è decisa: la proposta venne portata dal Ghazi all’Assemblea Nazionale il 1° novembre 1922 e provocò un enorme fermento ed una pioggia di mozioni, in quanto non si capiva come potesse sussistere il Califfato senza il Sultanato. Se un Parlamento non è in grado di sbrogliare una matassa, allora nomina una Commissione; e così fu fatto. Ma anche in questo caso non si seppe giungere ad una soluzione, in quanto nessun testo di diritto canonico, né gli hadith del Profeta contemplavano l’esistenza delle due cariche separate. Ma l’atteggiamento risoluto di Kemal fece sì che si comprese che, se la legge non veniva votata, alcune teste avrebbero potuto essere tagliate, e non metaforicamente. La legge passò e l’ultimo Sultano – Califfo, Mehmet VI, in una mattina nebbiosa, lasciò il suo palazzo e salì a bordo di un incrociatore inglese che lo portò in esilio. La spada di Osman, simbolo per secoli della potenza ottomana, finì in un museo ed il mantello del Profeta fu posto sulle spalle di Abdul Medjid, che divenne, ma non per molto, l’ultimo Califfo. 

GianFranco Cortelli
gfcortelli@hotmail.com
Trieste, marzo 2005

Mehmet VI, l’ultimo Sultano (1918-1922) Abdul Medjid, l’ultimo Califfo (1922-1924) Amasya, incontro fra Kemal pasha  ed il Muftì Abdul Rahman (24/9/1924)

 

MEHMET V ED I TRE PASHA


Il Sultano Mehmet VUdienza_del_Sultano_al_Ministero_della_guerraIl 27 aprile 1909, in una tumultuosa seduta, l’Assemblea Nazionale decretò la deposizione di Abdul Hamid. Una delegazione composta dall’albanese Essad pasha, l’ebreo Karassu efendi, l’armeno Aram bey ed il lazo Arif Hikmet si recò al palazzo di Yildiz per comunicare al sultano la decisione presa e la fatwa dello Sheik ul Islam: il Padishah era colpevole di massacri di fedeli mussulmani, di oppressione, inosservanza della shari’ah, fautore della recente insurrezione ed anche di avere sette mogli, anziché le quattro prescritte dal Corano. Il sultano non fu ucciso ma esiliato a Salonicco con pochi familiari; la residenza di Yildiz si svuotò, fu messa al sacco e venne smantellata; il capo degli eunuchi neri fu impiccato a Galata con altri ammutinati; oltre 300 servitori di Palazzo, terrorizzati, furono tradotti nelle prigioni di Yedi Kule e 213 donne dell’harem furono trasferite al palazzo abbandonato di Topkapi. Le concubine attonite non riuscivano a concepire altra vita se non quella della Corte, dove vivevano fin da giovanette, ma genitori e fratelli vennero a prenderle dalla Circassia, dall’Armenia, dall’Anatolia, mentre altri parenti si sentirono annunciare che le loro figlie o sorelle erano morte. Altre non ebbero nessuno che le cercasse. Nel 1911 i gioielli del Sultano furono messi all’asta a Parigi dai Giovani Turchi: l’asta fruttò sette milioni di franchi dell’epoca.
Nonostante la caduta del sultano, la dinastia Osmanli rimase nel cuore del popolo di fede mussulmana: sul trono sedeva ora Reshad Mehmet V, fratello di Abdul Hamid, uomo mite, derviscio Mevlevi, ultimo sultano a scrivere poesie in persiano. Di idee liberali, viveva a Dolma Badçe con modestia e semplicità. Grasso, benevolo e mansueto, sembrava lieto di eseguire quello che il Comitato e la Porta decidevano per lui. Così, con alcune modifiche alla Costituzione furono ridotti i poteri della corona in campo legislativo e in politica estera.
I Giovani Turchi avevano avversato il panislamismo di Abdul Hamid, perché cozzava con l’idea di unificazione di tutti i popoli sotto l’egida e la guida dei turchi Osmanli. Ma anche il loro progetto era fallito; non restava perciò che la nuova idea, il Turan, la patria comune di tutti i Turchi: Azeri, Turcomanni, Kazaki, Turkmeni, Selgiuki…Esso doveva essere la Patria, la Vatan di tutti i popoli con le stesse origini derivanti dal leggendario Oghus, eroe turco delle steppe, forse vissuto trecento anni prima di Maometto. Il pensiero turanico veniva espresso anche in poesia, così nel 1912 la scrittrice Halde Edib Hanum annunciava: ”Questa musica che sgorga dal profondo dell’essere turanico mi fa chiaro che noi dobbiamo scendere alle fonti originarie della razza per attingere la forza di raggiungere le nostre mète”; e Ziya Kök Alp, il maggiore poeta turanico, riassumeva il suo pensiero con un famoso scritto: “Ciò che aleggia in me è eco della mia storia…O mio Attila, o mio Gingis, eroi che siete il vanto della mia razza, voi non siete inferiori ad Alessandro o a Cesare. Ma il mio cuore conosce anche meglio Oghus khan…nel mio cuore, nelle mie vene egli vive ancora in tutto il suo splendore...
Non la Turchia è patria dei turchi, non il Turkestan. La nostra patria è una vasta terra eterna: Turan”.
Il primo dei tre protagonisti di questo travagliato periodo fu Achmed Enver pasha, ministro della guerra, la figura più brillante del regime giovane turco. Fu l’eroe di Salonicco e, soprattutto, colui che aveva salvato Adrianopoli (Edirne) e parte della Tracia all’impero, dopo le guerre balcaniche. Basso di statura, elegante ed accurato nella persona, con corti baffetti, egli era l’ufficiale più valoroso e il miglior tiratore dell’esercito; quando nell’uniforme ricamata d’oro prendeva parte ad una parata, le truppe fremevano di entusiasmo, era per loro il simbolo della vittoria.
Tâlat pasha, il secondo protagonista, era vero uomo di stato, energico, crudele, fanatico, campione della razza turanica, fu lui ad iniziare le lotte di epurazioni in Anatolia ed Armenia. Sotto ogni aspetto era l’opposto di Enver: di umili origini, ne era orgoglioso; era stato impiegato del telegrafo e nella sua modesta casa in una via secondaria del quartiere turco di Stambul, troneggiava l’apparecchio telegrafico della sua gioventù. Tâlat era massiccio, con spalle possenti e petto largo, parlava poco ma ciò che diceva era legge. Salih pasha, genero del sultano, aveva congiurato contro i Giovani Turchi e Tâlat lo condannò a morte. Mehmet V si rifiutò di firmare la condanna e si gettò ai piedi di Tâlat, implorandolo. Ma egli fu irremovibile ed il giorno dopo il genero del sultano pendeva dalla forca.
L’ultimo del triunvirato era Gemal pasha, che il popolino aveva soprannominato “il boia”, perché suo nonno era stato carnefice del sultano, ma anche perché egli eliminava volentieri i suoi avversari o coloro che riteneva tali. A lui era riservato il campo dell’intrigo politico: se Enver soffocava le ribellioni e Tâlat giustiziava i ribelli, Gemal scopriva le congiure. Formalmente era Ministro del lavoro e della marina, ma in realtà era capo del Servizio di politica interna e della polizia segreta.
I tre “empi pasha” governarono per quasi dieci anni, uniti dalla fede turanica e dal desiderio di spezzare ogni legame con i costumi e la lingua araba, la lingua della religione. Così fecero tradurre il Corano in turco per far nascere una sorta di “Chiesa nazionale turco-islamica”, in accordo con il detto del Profeta: “Operate secondo i vostri costumi”.Così l’Islam turanico doveva distinguersi profondamente dall’Islam semitico degli arabi. Tuttavia tra le parole di Kök Alp e l’azione dei tre politici, si apriva una grave contraddizione, in quanto nel turanismo inteso come Stato Nazionale Turco, non vi era spazio per Arabi, Curdi, Greci, Armeni e quant’altri; l’applicazione del principio turanico avrebbe comportato la rinuncia all’Arabia, alla Palestina, alla Siria, alla Mesopotamia, all’Egitto…Nessun Giovane Turco seppe compiere tale rinuncia e solo dieci anni dopo Mustafà Kemal potè colmare questo abisso.
 

Gennaio 2005 GianFranco Cortelli
gfcortelli@hotmail.com

Le illustrazioni sono tratte da “Album de la Cerimonie de l’Investiture du sabre et de l’avenement au trone de S.M.I. le Sultan Mehmed V ” - Constantinople, Librairie Militaire, I.Hilmi, Libraire-Editeur, 1909

 

ABDUL HAMID II, LA FINE DI UN IMPERO

Ritratto del Sultano Abdul Hamid (1875-1909)Quando Abdul Hamid salì al trono nel 1876, succedendo ad Abdul Aziz, il disfacimento politico, economico, territoriale e morale dell’Impero ottomano procedeva ormai inarrestabile, a meno di non compiere coraggiosi, immediati e duraturi cambiamenti. Il nuovo sultano cercò di apparire liberale ed il 23 dicembre dello stesso anno proclamò la Costituzione. Ma ben presto le sue idee politiche, abilmente dissimulate e che tanto avevano illuso i Giovani Turchi di Midhat Pasha, vennero in luce, cosicchè l’esperimento costituzionale durò appena un anno: infatti vi furono due sole sessioni delle due Camere, dopodichè le riunioni si aggiornarono “sine die”. Il sultano dovette inoltre firmare con la Russia l’umiliante pace di S. Stefano (3 marzo 1878), con la quale concedeva l’indipendenza al Montenegro, alla Serbia ed alla Romania, mentre la Bulgaria otteneva l’autonomia passando anch’essa sotto l’influenza della Russia. Verso la fine del secolo i Giovani Turchi fondarono l’associazione “Unione e Progresso” (Ittihad ve Teraqqi) che mirava all’Unificazione, sotto il Sultanato, di tutte le comunità dell’Impero senza alcuna distinzione di religione e di nazionalità, grazie ad un principio di fratellanza di tutti i popoli, garantito dall’uguaglianza dei diritti civili e politici, al di sopra delle razze e dei credo. Il Progresso poi doveva essere raggiunto senza indugi e senza una necessaria gradualità, adottando la cultura occidentale. Il programma peccava di ingenuità, in quanto non considerava che i tempi non erano più maturi, e fu inoltre ostacolato dal Sultano, che, con l’appoggio entusiastico degli Ulema, rilanciò l’idea di un Panislamismo, in un periodo però di insofferenza sempre più marcata da parte delle popolazioni arabe nei confronti del dominio turco e di emergente disinteresse religioso nel resto dell’Impero. Tale atteggiamento del Sultano convinse i Giovani Turchi ad affrettare l’azione: la rivoluzione scoppiò inattesa il 9 luglio 1908, per l’audacia di due ufficiali, Ahmed Niyazi ed Enver Bey. Essa fu una sorpresa per la maggior parte degli affiliati ma, repentina ed incruenta, provocò in pochi giorni il crollo del dispotismo hamidiano e la restaurazione della Costituzione del 1876. L’insperata vittoria degli Unionisti suscitò entusiasmo, affratellò nuovamente Cristiani e Musulmani, svuotò le prigioni politiche, rappacificò la Macedonia ed acclamò il Sultano, che ora si mostrò nuovamente liberale. Ma Abdul Hamid, timoroso dei fermenti nazionalisti, nutriva la segreta speranza di ripristinare la potenza del sultanato e soprattutto del califfato; così con l’aiuto degli ufficiali destituiti, di funzionari malcontenti e degli Ulema intimoriti, nell’aprile del 1909 tentò la controrivoluzione, il cui fallimento provocò però la sua destituzione e l’esilio a Salonicco. L’ultimo sincero “Difensore della Fede” usciva dalla Storia, e con lui la dinastia degli Osmanli.
Al di là degli avvenimenti politici che tormentarono il suo sultanato, Abdul Hamid fu uomo schivo, diffidente, austero nella vita privata e senza i vizi che connotarono invece alcuni suoi predecessori; visse però nel terrore di attentati (atteggiamento d’altra parte comune in quel tempo a molti altri regnanti d’Europa) e per questo motivo, si dice che nell’ultimo periodo di regno soffrisse di insonnia e di allucinazioni. Uomo colto ed amante delle arti, fu estremamente generoso e munifico verso pittori, artisti e musicisti, dei quali si circondava nella sua reggia sul Bosforo. Dopo quasi tre anni di esilio, gli fu concesso di ritornare ad Istanbul, dove morì nel 1918 senza vedere la fine anche formale dell’Impero, culminata con l’abolizione del Sultanato, del Califfato e la nascita di una nuova Turchia, trasformata in Repubblica non dai “Giovani Turchi” ma dalla gigantesca figura di Kemal pasha; anche l'eterna Costantinopoli dovette cedere il posto ad Ankara, allora semplice ed anonima cittadina, ma simbolo della rinascita dei popoli anatolici.
 

GianFranco Cortelli
Trieste, 20 dicembre 2004
 

NB. Le immagini furono pubblicate su parecchi numeri di “ILLUSTRAZIONE ITALIANA ” nel corso del 1876 e rappresentano alcuni avvenimenti di quell’anno: momenti dell’investitura di Abdul Hamid II; l’arrivo a corte e l’udienza del generale Ignatieff (che difendeva la politica della Russia, la quale ambiva da sempre lo sbocco al Mediterraneo, cercando di impossessarsi degli Stretti, il Bosforo e i Dardanelli); il liberale Midhat Pasa, che credette in un cambiamento della politica sultanale; momenti della rivolta che provocò la destituzione e la morte di Abdul Aziz ed infine la festa dello Statuto Italiano sul Bosforo, nello stesso anno, cui assistette Abdul Hamid. Una nota a margine, dice che i disegni furono eseguiti dai sig.i Aurelj e Elli, corrispondenti particolari del giornale; le incisioni invece furono eseguite in gran parte da Bonamore e due, da Canedi.

 

LA RIVOLUZIONE DEI “GIOVANI TURCHI”

i_volontari_dell_Armata_LiberatriceLa rivoluzione scoppiò il 9 luglio 1908, quando Niazi bey abbandonò la sua guarnigione di Ohrid con 200 uomini e si ritirò sulle montagne, dopo aver annunciato al governatore della città che l’Impero era di nuovo uno stato parlamentare e democratico, secondo la costituzione del 1876. Le sue sparute truppe furono inizialmente rinforzate da contadini macedoni, usi alla guerra di bande, ma, davanti al fatto compiuto, il Comitato dei Giovani Turchi per l’Unità ed il Progresso dovette seguire il suo esempio, cosicchè dopo una settimana gran parte degli ufficiali congiurati si rifugiarono con i loro reparti sui monti della Macedonia. Ormai era rivolta aperta; il governatore Scemsi pasha venne ucciso e le sue truppe si rifiutarono di far fuoco sui ribelli; ufficiali e soldati formarono corpi di volontari, intenzionati a marciare su Costantinopoli.
Al sultano non rimase che annunciare, il 23 luglio, che all’impero era nuovamente elargita la Costituzione, il Parlamento, libertà di stampa, amnistia e uguaglianza fra tutti i cittadini di qualunque fede. E’ singolare che pochissimi intendessero che cosa significava la parola “Costituzione”: alcuni, si dice, la credevano una malattia, in Siria si pensava fosse sinonimo di elettricità, altrove che fosse una nuova formazione dell’esercito ed un aneddoto riporta che il governatore dello Yemen chiese per telegrafo alla Sublime Porta se, in base alla Costituzione, non si potessero più chiamare “cani” i cristiani.
un_cannone_a_tiro_rapido_dell_Armata_LiberatriceA Salonicco si insediò il quartier generale dei rivoluzionari; le cronache citano che, dal balcone dell’ Olympos Palace, Enver pasha pronunciò un discorso pieno di pathos al popolo stipato davanti all’albergo. Egli parlò di fratellanza di tutti i popoli dell’impero, sotto la dinastia degli Osmanli: “…che si frequenti la sinagoga, o la chiesa, o la moschea tutti noi che viviamo sotto questo cielo azzurro siamo orgogliosi di chiamarci Osmanli. Viva la patria, viva la libertà”. Sembra strano che questo discorso rispecchiasse il proclama di Mahmud II (1808 - 1839) quando proibì il turbante ed introdusse il fez: “d’ora in poi riconoscerò i musulmani solo nella moschea, i cristiani solo in chiesa, gli ebrei solo in sinagoga. Al di fuori di questi luoghi di culto, desidero che ogni individuo goda degli stessi diritti politici e della mia paterna protezione”. Ma il giovane ed entusiasta Maggiore non poteva immaginare che con quelle parole stava annunciando la fine dell’Impero Ottomano, in quanto ciò che volevano bulgari, macedoni, greci, serbi e arabi non era la continuazione della dinastia turca, ma una propria nazione che non si identificava con gli Osmanli.
Le elezioni del 1908 portarono in Parlamento una maggioranza di deputati appoggiati dal Comitato di Unione e Progresso, ma, in concomitanza, l’impero fu scosso dalla dichiarazione di indipendenza della Bulgaria, dalla rivolta di Creta, che fu annessa alla Grecia e dall’incorporazione della Bosnia ed Erzegovina nell’impero austroungarico. I Giovani Turchi, che avevano promesso un liberalismo ottomano capace di tenere a freno le potenze europee, furono accusati di aver perso in meno di un anno più territori di quanti ne avesse persi Abdul Hamid in tutto il suo regno. Essi stessi finirono con l’imboccare la strada di un acceso nazionalismo e, dopo la nomina a sultano, di Reshad (fratello del deposto Abdul Hamid), che salì al trono con il nome di Mahmud V, attempato, mansueto e docile strumento nelle mani dei rivoluzionari, il governo fu in pratica assunto da un triunvirato composto da Enver, l’eroe di Salonicco, Taalat, Presidente dei ministri e Gamal, il futuro difensore della Palestina.
 

Trieste, gennaio 2005 GianFranco Cortelli
gfcortelli@hotmail.com
 

NB. Le illustrazioni sono tratte da “Album de l’armee liberatrice”, Constantinople, Librairie militaire – I. Hilmi editeur, 1909
 

 

LE BARCHE DI GALATA

La maggior parte dei narratori che visitarono Istanbul quando, in periodo ottomano, veniva ancora chiamata Costantinopoli o Stambùl (con la m e l’accento sulla u) si soffermò nella descrizione del ponte e della sua gente: vivacissimi ed entusiastici gli schizzi dei personaggi tratteggiati dal De Amicis; meravigliate e commosse le espressioni di Le Curbusier; estasiato dalla babele del ponte, Theophile Gautier. Ma nessuno, se non sommariamente, accennò ai traffici delle navi a vela e a vapore fra il Corno d’Oro ed il Bosforo, dei quali il Ponte di Galata segna lo spartiacque: neppure Pierre Loti con le sue nostalgiche e colorite descrizioni, egli che fu anche ufficiale della marina francese.Solo uno, Blasco Ibañez, appoggiato alla sponda del ponte in un tiepido settembre del 1907, osservò con cura il mare e così lo descrisse: "…dal centro del ponte si abbraccia in tutto il suo splendore lo spettacolo del Corno d’oro, grandioso porto che porta questo nome per la sua forma e per le ricchezze incalcolabili che sbarcano in esso. Navi di tutti i paesi formano una seconda città galleggiante da entrambi i lati del ponte. All’alba si apre una parte di questo per dar passaggio verso il Bosforo alle grandi navi da guerra ed ai vapori mercantili che ancorano in fondo al Corno d’oro. I vaporetti a ruote per i paesi del Bosforo, le isole dei Principi o Brussa, partono con grande frequenza…con la duplice coperta piena zeppa di fez. Urlano le sirene, fumicano le ciminiere, tremano i pontoni al cozzo degli scafi, e sopra le acque verdognole, agitate dalle correnti e dal continuo movimento delle ruote e delle eliche, passano i caicchi, veloci come frecce, danzando follemente a rischio di rovesciarsi. I brigantini turchi, di forma arcaica, che ricordano le galere della pirateria, issano le vele giallognole e se ne vanno beccheggiando…le barche greche spiegano le loro vele triangolari verso i porti del Marmara; le navi dell’Occidente europeo vanno verso il mar Nero in cerca di grano e di petrolio...Per essere capitani di nave o semplice rematore di caicco nel Corno d’Oro o nel Bosforo ci vuole tanta abilità, quanta per essere cocchiere a Costantinopoli… La prima volta che si naviga per le suddette vie marittime, l’anima sembra che salga alla gola. Il caicco, misero guscio che a mala pena può sostenersi, si attacca con la più grande impassibilità alle ruote od alle eliche dei vapori che lo fanno danzare follemente. Altre volte i caicchi passano davanti alla prua di una grande nave in moto con precisa esattezza, per non essere investiti. Un istante di più e scomparirebbero nel gorgo. I vaporetti sfiorano le barche a vela senza capovolgersi. Le navi, tanto a vela che a vapore, debbono marciare a zig-zag, superando ostacoli ad ogni istante…il capitano vede chiusa la sua rotta da altre navi che vengono verso di lui o che gli tagliano il passo; a questo bisogna aggiungere lo sciame di caicchi che trasportono passeggeri da una riva all’altra, i vaporini "mosca" con bandiere di tutte le nazioni, le gondole lunghe bianche e dorate con rematori negri, a poppa delle quali siedono dame misteriose, coperte da veli e da cappucci e che solo hanno visibili gli occhi dipinti. E così avanti, con questa coloratissima descrizione, per altre pagine. Ma prima di abbandonare Ibañez, merita riportare un altro suo brano sulla "Gente del Ponte", brano che mirava a far chiarezza sulle idee preconcette e distorte, che gli occidentali avevano dei turchi: "Di quando in quando tra questa folla che passa per il Gran Ponte si vedono occhi neri dallo sguardo inquietante, profili di uccello di rapina, sorrisi melati che fanno portare istintivamente le mani alle tasche, gente cortese che infonde paura. Costantinopoli è il grande smaltitoio del continente. Qui si nascondono e si disperdono i più temibili avventurieri. La Turchia è un pane fresco in cui affondono i denti i lupi più feroci del mondo. Questi turchi d’aspetto inquietante, che solo sono turchi per il fez che portano in testa, ispirano paura con giustificato motivo: sono europei, e l’europeo è l’essere peggiore di Turchia.

GianFranco Cortelli
Trieste, 17 agosto 2004

 

Veduta del Corno d'Oro, animatissimo con velieri e navi a vapore. Sullo sfondo, la residenza del Sultano. Incisione del 1850c

 

Il deposito e la partenza dei caicchi. Inc. C. Biseo, 1878.

 

Caicco in corsa. Particolare immagine di un caicco visto dall'alto, a tre rematori e con dame turche velate a bordo. Inc. Biseo, 1878.

 

La costa del Bosforo, con il mare tumultuoso e temerari caicchi che lo attraversano. Inc. Biseo, 1878.

 

I fumosi vapori per i trasporto dei passeggeri tra le due rive del Bosforo, ai pontoni di attracco sul ponte di Galata. In secondo piano, la Torre di Galata. inc. del 1860c.

 

Vapore a ruota, di fronte all'imbarcadero dei caicchi; in primo piano, una "gondola" con tre uomini di equipaggio: due ai remi e uno al timone. Sullo sfondo, la Yeni cami. Incisione del 1860c.

 

Fitta schiera di velieri all'ancora, di fronte alla Yeni cami ed alla torre del Serraschierato (Ministero della guerra). In primo piano, una barca greca con vela latina. Incisione del 1860c.

 

Velieri all'ancora nel Corno d'Oro. Incisione del 1860c

 

Passeggeri a bordo di un piroscafo sul Bosforo: donne turche velate e ragazzino. Incisione del 1875c.

 

Prete greco e altri passeggeri a bordo di un vapore sul Bosforo. Inc. del 1870c.

 

Caicchi e altre imbarcazioni a vela sul Bosforo, fiancheggiano la Torre di Leandro. Incisione del 1860c

 

Imbarcazioni agli attracchi in fondo al Corno d'Oro. Fotografia del 1890c

 

Dal signor GianFranco Cortelli riceviamo alcune immagini di Costantinopoli e della vecchia Turchia, sperando di fare cosa gradita

"la portantina", inc. C.Biseo, 1878c.; scena sul Ponte, con una signora di un ricco harem, velata e con ventaglio, trasportata da due servitori.

 

"Drusa a Galata", 1872c. - Tra le 19 razze che si diceva vivessero a Costantinopoli, vi erano anche le genti di religione drusa, con i loro particolari costumi, molto più castigati di qualsiasi altra popolazione.

 

"Venditore di cetrioli e meloni", 1872c. - I venditori ambulanti, su Galata, erano specializzati, ognuno aveva la sua mercanzia e spesso ogni mestiere era priorità di una ben determinata popolazione (es. i cambiavalute erano ebrei; i facchini, armeni e turchi; i lattai, bulgari e così via).

 

Il Ponte di Galata in un bella fotoincisione del 1905, ripreso dal quartiere di Karakoy. Sullo sfondo, la Yeni cami e, sulla collina, la Suleymaniye cami.

 

"Sul ponte di Galata", inc. di C. Biseo, 1878c. Vivace scena con signore turche, ufficiale a cavallo, facchini, mercanti, un prete greco...

 

"Turca in istrada", inc. C.Biseo, 1878c.; signora turca con l'abito ed il mantello da passeggio. Di solito le signore, quando uscivano per fare compere erano accompagnate da una serva negra o da un eunuco.

 

"Facchini a Galata", 1878c. Inc. C.Biseo; i facchini erano tra i più assidui frequentatori del ponte, perchè trasportavano ogni tipo di merce dai quartieri "europei" di Galata e di Pera (dove si trovavano le Ambasciate e le Compagnie di navigazione) alla Stambul turca (dove risiedevano i Ministeri e gli uffici pubblici) e viceversa.

 

"Rivenditori armeni e turchi a Galata", 1878c. inc. di C. Biseo. Questi ambulanti sistemavano le loro ceste ed i loro panchetti sui bordi,lungo tutto il ponte, offrendo dolci, focacce e pane.

 

"Lattai bulgari", 1878c. Anche questi ambulanti, che si calavano dalla zona chiamata "Dolci acque d'Europa", si sistemavano su Galata, versando il latte nei recipienti portati dagli acquirenti (come succedeva anche nei nostri paesi, fino ad una cinquantina d'anni fa).

 

"Partenza per la Mecca", 1878c. inc. C.Biseo. Sul ponte di Galata passava ogni anno, nel mese precedente al Ramadan, il corteo che accompagnava il ricco tesoro dei doni del Sultano per la Qaaba, accompagnato dagli Imam delle più importanti moschee di Costantinopoli: quella sacra di Eyup, di Sultan Hamed e di Soleymaniye.

 

"La Guardia Imperiale", fotoincisione del 1909. E' l'anno dell'investitura di Mehmet V. Il Sultano era anche Califfo, "Principe dei Credenti", e ogni venerdì si recava alla Sultan Ahmet cami, per la rituale preghiera, scortato dalla sua Guardia;passava sul Ponte di Galata, provenendo dai palazzi di Dolmabahce, che costituivano la nuova residenza sultanale, dopo che il Topkapi era stato abbandonato

 

I fumosi vapori di Galata in una immagine del dicembre 1970.

 

"Sul Ponte di galata" - inc. di C. Biseo, 1878c.; La scena rappresenta l'animatissimo passaggio del ponte, usato anche dai famelici ed amati cani di Costantinopoli e da pastori con i loro greggi.

 

 

"Images d’Empire", immagini dell’Impero. E’ il titolo di una raccolta di fotografie tratte dalla collezione Pierre de Gigord. Sono immagini di una Turchia che non esiste più e che ci fanno piombare nel passato quando ancora il Sultano era padrone della vita e della morte dei suoi sudditi. Guardandole, una ad una, non si può fare a meno di pensare a come dovesse risultare affascinante ai Loti, ai Gautier , ai De Amicis Costantinopoli, considerata ancora nell’Ottocento la "città delle meraviglie". Città che dovette la sua grandezza al rigetto del nazionalismo contro cui, secondo Abd ul-Megid ed alcuni suoi ministri, l’Impero si ergeva a bastione. L’intento - come disse lo stesso Sultano a Lamartine – era quello di formare un unico popolo di razze e di religioni diverse. "In una parola – affermò Abd ul-Megid (n.d.r: si fa riferimento al libro di Philip Mansel) – mi propongo di nazionalizzare tutti questi frammenti di nazione che coprono il suolo della Turchia con tanta imparzialità, gentilezza, uguaglianza e tolleranza che ognuno senta essere nell’interesse del proprio onore, della propria coscienza e sicurezza cooperare a mantenere l’Impero in una sorta di confederazione monarchica sotto gli auspici del Sultano". A questo ideale – annota Mansel – egli rese l’omaggio più grande che un monarca potesse porgere: istituì una guardia del corpo formata dai figli dei capi dell’Impero, due per ogni etnia: curdi, siriani, drusi, circassi e albanesi. Gli uomini erano tutti alti un metro e ottanta e, durante le cerimonie ufficiali a palazzo e alla preghiera del venerdì, indossavano ognuno il proprio costume nazionale. Era l’epoca di Dolma Baghçe (oggi Dolmabahçe) e delle sue 304 stanze affollate di specchi dorati, pesanti mantovane, camini di porcellana, lampade di cristallo alte tre metri; l’epoca dei banchetti sontuosi, delle bande imperiali ma anche delle moschee, delle riforme e delle scoperte archeologiche. L’epoca in cui – riporta ancora Mansel - molti greci, preferendo l’Impero ottomano alla Grecia indipendente, votarono "con i piedi", mettendosi cioè in viaggio ed emigrando a Costantinopoli. Secondo il censimento del 1881, oltre il 50 per cento dei 200.000 greci della capitale non era nativo di Costantinopoli. L’epoca infine dei grandi banchieri, dei mercanti ed in cui nella Grande Rue de Pera si aprivano gallerie piene di negozi, un tratto tipico della Parigi e della Costantinopoli ottocentesche. "Nel 1976, quando venne inaugurata la lussuosa galleria Cité de Pera – l’attuale passerella dei Fiori – il giornale <la Turquie> la definì ‘un monumento di cui anche Parigi andrebbe orgogliosa’".

Tour de Galata

De Caranza Ernest

Tour de Galata 1854

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Mosquée Validé

Sebah Foaillier

Marché d’Eminonu et Mosquée Validé

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Obélisquede Thédose à l’hippodrome1853

Robertson

 Obélisque de Thédose à l’hippodrome1853

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Gare Provisoire de Costantinople 1875

Anonyme

Gare Provisoire de Costantinople 1875

170x110 

Station du Tunnel à Péra 1884

Kargopoulo Basil

Station du Tunnel
à Péra 1884

270x210 

 

 

FOTOGRAFIE DI COSTANTINOPOLI

Costantinopoli_Stazione_SirkedjiIstanbul cento anni fa, di ottobre. Da notare la pubblicità in francese e in cirillico. Articoletto de <L’Illustrazione Italiana>: "Costantinopoli torna ad essere in ballo colla vertenza franco-turca e…colla peste. Il dott. Max Ohnefalsh-Richter ci manda parecchie sue istantanee. Alcune riflettono la guardia imperiale; altre ci conducono alla stazione di Sirkedji. Ogni settimana, si ripete quasi sempre lo stesso spettacolo militare, la parata di Selamlik, allorquando il Sultano va a fare la sua preghiera alla moschea Hamidié, posta davanti Yildiz-Kiosk, il suo palazzo. Lo spettacolo si gode meglio alla testa del ponte che unisce la vecchia città di Galata alla nuova. Si vede, ora, passare per la storica piazza d’Emin-Eunu, dove, di buon mattino i mercanti all’ingrosso di legumi e di frutta li vendono al dettaglio. La pittoresca Yéni-Djami o "Moschea della sultana Validé" domina maestosamente questa piazza. Due reggimenti di cavalleria, chiamati Erthogrul, presentano, sopra tutti, un aspetto teatrale. Su questa piazza stazionano i tramways che conducono alla moschea di Santa Sofia: là, si fermano ancora le vetture e i cavalli da sella. Nel Corno d’oro sono ancora ancorati i piroscafi, le navi a vela e le barche pei trasporti prossimi e lontani. Vicino alle barche e alle botteghe più povere, si ergono grandi, eleganti case di commercio. Accosto alla più povera réclame scritta colla più minuta e indecifrabile scrittura, trovi réclames gigantesche da America.

Alla stazione di Sirkedji, altre scene. Il viaggiatore entra per mare nel Corno d’oro e mette piede a terra sulla parte di Galata. E sia che arrivi coll’Orient-Express, sia che arrivi col treno comune, discende alla stazione di Sirkedjee. A Costantinopoli, l’antico si urta a ogni momento col moderno. Perciò si può vedere l’antica portantina coperta di seta imperiale che attende una dama greca….La portantina vien portata da due facchini armeni ne? Loro costumi di gala, come nel Settecento. Lasciano la stazione di Sirkedji, dove una volta si esercitava il commercio dell’aceto (onde quel nome), c’inoltriamo nella via principale del commercio e degli uffici pubblici: è la gran via che conduce alla Sublime Porta".
Costantinopoli_piazza_Emin_Eunu
Costantinopoli_Guardia_Imperiale