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| L’ U L T I M O C A L I F F O | LA RIVOLUZIONE DEI “GIOVANI TURCHI” |
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La separazione del Sultanato dal Califfato non produsse l’effetto che il Ghasi si aspettava: per la maggior parte dei Turchi non esisteva differenza fra le due cariche; per il contadino, il soldato, per qualsiasi fedele mussulmano il Califfo era il difensore della fede, l’ombra di Allah in terra, il capo supremo dell’esercito, il monarca. Ed infatti, nonostante le limitazioni amministrative imposte da Kemal, alla Corte califfale tutto procedeva come alla corte di un sultano. Ogni moschea era una fortezza del sovrano, sia in Anatolia come a Delhi e a Damasco. Esisteva un unico modo di ridurre il califfo a semplice dignitario religioso: togliergli ogni potere e, soprattutto, il denaro. Così il Ghasi emanò un decreto che diceva: “La pretesa del califfo che il Governo ed i corpi ufficiali si mettano in rapporto con lui costituisce un’offesa flagrante alla sovranità dello Stato. L’ufficio del califfo non ha un senso materiale e non possiede nulla che giustifichi la sua esistenza”. Abdul Medjid lesse il decreto e tacque: suo padre Abdul Aziz e suo fratello Jussuf Is ed-din erano morti di morte violenta; aveva dunque ragione di tacere. Pur tuttavia non bastava ancora: bisognava abolire l’istituto del califfato per laicizzare la Turchia. Il 3 marzo 1924 la legge fu presentata in Parlamento ed approvata. La notte del 4 marzo un ufficiale proveniente da Ankara fu annunciato ad Abdul Medjid; egli era latore di uno scritto dell’Assemblea. Il califfo lesse: “La Grande Assemblea Nazionale turca ha deciso quanto segue. Il califfato è soppresso poiché esso è essenzialmente implicito nel senso e nel concetto di Governo e di Repubblica. Il califfo con tutti i membri della casa osmanli è esiliato per sempre…egli lascerà il territorio della Repubblica entro dieci giorni. I beni della casa regnante saranno incamerati senza indennizzo." Il califfo fu accompagnato nella grande sala del trono e l’ufficiale ordinò al vecchio di sedersi e di leggere un proclama già predisposto: “Io Abdul Medjid ibn Abdul Aziz rinuncio per me e per l’intera casa osmanli a tutti i diritti del sultanato e del califfato.” Il giorno dopo il mondo dell’Islam seppe che non esisteva più luogotenente di Maometto sulla terra. Quel giorno moriva l’idea dell’unità di tutti gli uomini nella fratellanza dell’Islam, l’idea dello stato di Dio.Dio. Lo scrittore Cornelio di Marzio si trovava a Costantinopoli in quei giorni, quale addetto commerciale e capo dell’ufficio stampa per la Turchia. Egli fu testimone oculare dei drammatici avvenimenti, e con parole toccanti e consapevoli della storicità degli eventi, così ha descritto la partenza dell’ultimo califfo: “Alle cinque, mentre si e no l’alba scoloriva le ombre e spegneva i tenui fanali di Cospoli, è partito un lungo convoglio di automobili…A Dolma Bahçe la Guardia ha presentato per l’ultima volta le armi. Il Califfo ha raccomandato ad Allah la sua guardia fedele ed è scomparso per le vie di Tophane, di Galata, di Feri köy, di Stambul. Poi è uscito dalle mura verso la campagna tracia. Avrà pensato il vecchio califfo espulso che in un altro martedì lontano, attraverso quelle stesse mura, un Califfo-Sultano era per la prima volta entrato a Bisanzio? Il triste convoglio…era composto di sedici automobili e tre camion racimolati alla meglio ed in tutta fretta dalle autorità repubblicane. Il califfo si portava dietro… il figlio Omer Faruk, la figlia Duruscevàr, le sue due mogli, il medico e qualche servo; la cronaca accennerebbe anche ad eunuchi, ma noi non possiamo garantire la notizia scandalosa. Le automobili si sono dirette verso Ciatalca…il tragitto è stato più volte interrotto: i gendarmi risollevavano a braccia un camion sbandato o seppellito nel fango… per più tratti il califfo ha dovuto camminare a piedi. Nell’ora di colazione il convoglio si è fermato e sulla riva del mare la famiglia imperiale ha consumato, alla meglio, il suo pasto. La piccola sultana s’è divertita a lanciare ciottoli a fior d’acqua. Ah, Durraceva, Durraceva! Giunta a Ciatalca…la comitiva s’è raccolta in poche camere fredde ed arredate alla meglio, nella stazione ferroviaria. Qui il discendente di Solimano il Magnifico ha atteso il cadere del giorno e in questo breve carcere sperduto ha consumato il suo ultimo pasto imperiale: pane, formaggio e uova. La popolazione accorsa è stata tenuta lontana: il silenzio non è stato turbato né da treni di passaggio, né da invocazioni, né da rimpianti. La sera è scesa sulla campagna brulla di Tracia, mentre i bifolchi impauriti invocavano, forse, perdono ad Allah per l’esilio del suo ultimo sacerdote e lo pregavano di voler accettare nella “fatva” del venerdì, anche senza il nome di lui, le umili preghiere dei credenti. La cronaca non dice se il Califfo abbia o no pregato nella sua ultima sera in Turchia; preparandosi ad entrare in paesi infedeli avrà forse rimpianto i solenni Selamlik cui egli si recava con guardie e dignitari, attraversando sotto il sole d’oriente, le vie fiorite di sorrisi e di saluti; avrà forse anche fantasticato, ma nessuno lo sa. Si sa solo che silenziosamente ha atteso, e per lunghe ore, l’arrivo del treno. A Costantinopoli nessuno si è preoccupato di questo dramma…il palazzo imperiale è rimasto vuoto, con poche persone malate e pochi servi spauriti. La città è abulica…Lo sciacquio del Bosforo si è addormentato monotono; le maschere, per il carnevale morente, si sono slanciate più intraprendenti per le vie di Pera; nei ritrovi, le prime coppie hanno cominciato a ballare. Nulla…E qualche speculatore già contava i buoni guadagni fatti, comprando certi mobili a prezzi di concorrenza: certe camere da letto e certi salotti da “alcuni signori di nobile famiglia” partiti, quando, a Ciatalca, salendo nello scompartimento, una piccola fanciulla, tutta sorriso e tutta oro, volgendosi a suo padre stanco ed accorato, tendendogli la mano gli ha detto: Vieni, ti aiuto a salire, papà”. Durraceva, la piccola, radiosa e ridente bambina di allora, è morta a Londra, in esilio, solo pochi anni fa.
GianFranco Cortelli
Nota: la principessa, in questa immagine, è ritratta dal pittore bulgaro Georgeff. Il dramma della bellissima principessa caucasica fu quello di dover sposare, ancora diciannovenne, il principe indiano Muazzan Av, secondogenito del Nizam di Hyderabad, che la conobbe e sposò nel 1931 a Nizza, città prescelta da Abdul Medjid per il suo esilio. Il matrimonio fu combinato per risollevare le finanze della decaduta Casa Osmanli. Sulla sua straordinaria e delicata bellezza furono scritte in India, montagne di poemi. |
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LA FINE DEL SULTANATO E LA NUOVA TURCHIA
GianFranco Cortelli
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Gennaio 2005 GianFranco
Cortelli Le illustrazioni sono tratte da “Album de la Cerimonie de l’Investiture du sabre et de l’avenement au trone de S.M.I. le Sultan Mehmed V ” - Constantinople, Librairie Militaire, I.Hilmi, Libraire-Editeur, 1909 |
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ABDUL HAMID II, LA FINE DI UN IMPERO
GianFranco Cortelli NB.
Le immagini furono pubblicate su parecchi numeri di “ILLUSTRAZIONE
ITALIANA ” nel corso del 1876 e rappresentano alcuni avvenimenti di
quell’anno: momenti dell’investitura di Abdul Hamid II; l’arrivo a corte
e l’udienza del generale Ignatieff (che difendeva la politica della
Russia, la quale ambiva da sempre lo sbocco al Mediterraneo, cercando di
impossessarsi degli Stretti, il Bosforo e i Dardanelli); il liberale
Midhat Pasa, che credette in un cambiamento della politica sultanale;
momenti della rivolta che provocò la destituzione e la morte di Abdul
Aziz ed infine la festa dello Statuto Italiano sul Bosforo, nello stesso
anno, cui assistette Abdul Hamid. Una nota a margine, dice che i disegni
furono eseguiti dai sig.i Aurelj e Elli, corrispondenti particolari del
giornale; le incisioni invece furono eseguite in gran parte da Bonamore
e due, da Canedi. LA RIVOLUZIONE DEI “GIOVANI TURCHI”
Trieste, gennaio 2005
GianFranco Cortelli NB.
Le illustrazioni sono tratte da “Album de l’armee liberatrice”,
Constantinople, Librairie militaire – I. Hilmi editeur, 1909
La maggior parte dei narratori che visitarono Istanbul quando, in periodo ottomano, veniva ancora chiamata Costantinopoli o Stambùl (con la m e l’accento sulla u) si soffermò nella descrizione del ponte e della sua gente: vivacissimi ed entusiastici gli schizzi dei personaggi tratteggiati dal De Amicis; meravigliate e commosse le espressioni di Le Curbusier; estasiato dalla babele del ponte, Theophile Gautier. Ma nessuno, se non sommariamente, accennò ai traffici delle navi a vela e a vapore fra il Corno d’Oro ed il Bosforo, dei quali il Ponte di Galata segna lo spartiacque: neppure Pierre Loti con le sue nostalgiche e colorite descrizioni, egli che fu anche ufficiale della marina francese.Solo uno, Blasco Ibañez, appoggiato alla sponda del ponte in un tiepido settembre del 1907, osservò con cura il mare e così lo descrisse: "…dal centro del ponte si abbraccia in tutto il suo splendore lo spettacolo del Corno d’oro, grandioso porto che porta questo nome per la sua forma e per le ricchezze incalcolabili che sbarcano in esso. Navi di tutti i paesi formano una seconda città galleggiante da entrambi i lati del ponte. All’alba si apre una parte di questo per dar passaggio verso il Bosforo alle grandi navi da guerra ed ai vapori mercantili che ancorano in fondo al Corno d’oro. I vaporetti a ruote per i paesi del Bosforo, le isole dei Principi o Brussa, partono con grande frequenza…con la duplice coperta piena zeppa di fez. Urlano le sirene, fumicano le ciminiere, tremano i pontoni al cozzo degli scafi, e sopra le acque verdognole, agitate dalle correnti e dal continuo movimento delle ruote e delle eliche, passano i caicchi, veloci come frecce, danzando follemente a rischio di rovesciarsi. I brigantini turchi, di forma arcaica, che ricordano le galere della pirateria, issano le vele giallognole e se ne vanno beccheggiando…le barche greche spiegano le loro vele triangolari verso i porti del Marmara; le navi dell’Occidente europeo vanno verso il mar Nero in cerca di grano e di petrolio...Per essere capitani di nave o semplice rematore di caicco nel Corno d’Oro o nel Bosforo ci vuole tanta abilità, quanta per essere cocchiere a Costantinopoli… La prima volta che si naviga per le suddette vie marittime, l’anima sembra che salga alla gola. Il caicco, misero guscio che a mala pena può sostenersi, si attacca con la più grande impassibilità alle ruote od alle eliche dei vapori che lo fanno danzare follemente. Altre volte i caicchi passano davanti alla prua di una grande nave in moto con precisa esattezza, per non essere investiti. Un istante di più e scomparirebbero nel gorgo. I vaporetti sfiorano le barche a vela senza capovolgersi. Le navi, tanto a vela che a vapore, debbono marciare a zig-zag, superando ostacoli ad ogni istante…il capitano vede chiusa la sua rotta da altre navi che vengono verso di lui o che gli tagliano il passo; a questo bisogna aggiungere lo sciame di caicchi che trasportono passeggeri da una riva all’altra, i vaporini "mosca" con bandiere di tutte le nazioni, le gondole lunghe bianche e dorate con rematori negri, a poppa delle quali siedono dame misteriose, coperte da veli e da cappucci e che solo hanno visibili gli occhi dipinti. E così avanti, con questa coloratissima descrizione, per altre pagine. Ma prima di abbandonare Ibañez, merita riportare un altro suo brano sulla "Gente del Ponte", brano che mirava a far chiarezza sulle idee preconcette e distorte, che gli occidentali avevano dei turchi: "Di quando in quando tra questa folla che passa per il Gran Ponte si vedono occhi neri dallo sguardo inquietante, profili di uccello di rapina, sorrisi melati che fanno portare istintivamente le mani alle tasche, gente cortese che infonde paura. Costantinopoli è il grande smaltitoio del continente. Qui si nascondono e si disperdono i più temibili avventurieri. La Turchia è un pane fresco in cui affondono i denti i lupi più feroci del mondo. Questi turchi d’aspetto inquietante, che solo sono turchi per il fez che portano in testa, ispirano paura con giustificato motivo: sono europei, e l’europeo è l’essere peggiore di Turchia. GianFranco Cortelli
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" Images d’Empire", immagini dell’Impero. E’ il titolo di una raccolta di fotografie tratte dalla collezione Pierre de Gigord. Sono immagini di una Turchia che non esiste più e che ci fanno piombare nel passato quando ancora il Sultano era padrone della vita e della morte dei suoi sudditi. Guardandole, una ad una, non si può fare a meno di pensare a come dovesse risultare affascinante ai Loti, ai Gautier , ai De Amicis Costantinopoli, considerata ancora nell’Ottocento la "città delle meraviglie". Città che dovette la sua grandezza al rigetto del nazionalismo contro cui, secondo Abd ul-Megid ed alcuni suoi ministri, l’Impero si ergeva a bastione. L’intento - come disse lo stesso Sultano a Lamartine – era quello di formare un unico popolo di razze e di religioni diverse. "In una parola – affermò Abd ul-Megid (n.d.r: si fa riferimento al libro di Philip Mansel) – mi propongo di nazionalizzare tutti questi frammenti di nazione che coprono il suolo della Turchia con tanta imparzialità, gentilezza, uguaglianza e tolleranza che ognuno senta essere nell’interesse del proprio onore, della propria coscienza e sicurezza cooperare a mantenere l’Impero in una sorta di confederazione monarchica sotto gli auspici del Sultano". A questo ideale – annota Mansel – egli rese l’omaggio più grande che un monarca potesse porgere: istituì una guardia del corpo formata dai figli dei capi dell’Impero, due per ogni etnia: curdi, siriani, drusi, circassi e albanesi. Gli uomini erano tutti alti un metro e ottanta e, durante le cerimonie ufficiali a palazzo e alla preghiera del venerdì, indossavano ognuno il proprio costume nazionale. Era l’epoca di Dolma Baghçe (oggi Dolmabahçe) e delle sue 304 stanze affollate di specchi dorati, pesanti mantovane, camini di porcellana, lampade di cristallo alte tre metri; l’epoca dei banchetti sontuosi, delle bande imperiali ma anche delle moschee, delle riforme e delle scoperte archeologiche. L’epoca in cui – riporta ancora Mansel - molti greci, preferendo l’Impero ottomano alla Grecia indipendente, votarono "con i piedi", mettendosi cioè in viaggio ed emigrando a Costantinopoli. Secondo il censimento del 1881, oltre il 50 per cento dei 200.000 greci della capitale non era nativo di Costantinopoli. L’epoca infine dei grandi banchieri, dei mercanti ed in cui nella Grande Rue de Pera si aprivano gallerie piene di negozi, un tratto tipico della Parigi e della Costantinopoli ottocentesche. "Nel 1976, quando venne inaugurata la lussuosa galleria Cité de Pera – l’attuale passerella dei Fiori – il giornale <la Turquie> la definì ‘un monumento di cui anche Parigi andrebbe orgogliosa’".
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Alla stazione di Sirkedji, altre scene. Il viaggiatore entra per mare
nel Corno d’oro e mette piede a terra sulla parte di Galata. E sia che
arrivi coll’Orient-Express, sia che arrivi col treno comune, discende
alla stazione di Sirkedjee. A Costantinopoli, l’antico si urta a ogni
momento col moderno. Perciò si può vedere l’antica portantina coperta
di seta imperiale che attende una dama greca….La portantina vien portata
da due facchini armeni ne? Loro costumi di gala, come nel Settecento.
Lasciano la stazione di Sirkedji, dove una volta si esercitava il
commercio dell’aceto (onde quel nome), c’inoltriamo nella via
principale del commercio e degli uffici pubblici: è la gran via che
conduce alla Sublime Porta". |