Camera di commercio di Pesaro e Urbino

Successo del candidato Turchia nel suo avvicinamento alla UE e concrete iniziative della Camera di Commercio di Pesaro e Urbino per il dialogo bilaterale

 

La evidente unità di vedute, in questi giorni quanto mai singolare, tra Governo ed opposizione in Italia a favore dell’avvio dei negoziati per l’adesione alla UE della Turchia ha forgiato un clima fomite di molteplici iniziative negli ultimi anni da parte di Comuni, Province e Regioni, Associazioni industriali, Camere di Commercio e sodalizi culturali in ogni parte del nostro Paese.

         La regione Marche può essere presa  a paradigma di questo intelligente fervore che è esattamente l’opposto dell’oblomovismo di altri paesi dell’Unione, che hanno ridotto le relazioni, ostacolato ad ogni livello il dialogo ed anche agito a favore di un blocco delle trattative. Sono state resuscitate con vigore, e con molte osservazioni da fare al proposito, la questione di Cipro, il problema curdo e la tragedia armena.

Per quanto riguarda Cipro sono convinto che la situazione troverà presto una soluzione decorosa per le parti, ricordando che la questione è critica dagli anni ’60 (mi perseguita nei ricordi di bambino la nera figura dell’Arcivescovo  Mikhailis Khristodoulou  Makarios sui primi schermi televisivi dell’epoca), ha poi vissuto una escalation con il coup militare turco del 1974 (in seguito al quale truppe turche occuparono Cipro Nord e cominciò a cadere la dittatura dei colonnelli greci) ed è riemersa con vigore dopo il 1983 (con il Governo Özal) quando si cominciava a parlare della possibilità di unione doganale con la UE (poi realizzata nel 1996) e di ingresso nella stessa Unione Europea.

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan

  Il premier turco
Recep Tayyip Erdogan

Il Presidente Recep Tayyip Erdoğan, nell’ambito della strategia elaborata dal suo partito Akp, ha fatto sapere di non essere così interessato alla questione di Cipro, ma di volersi concentrare sui problemi interni della Turchia. Ed è credibile in ciò, ricordando da vicino la situazione in cui vennero a trovarsi la DDR e la Cecoslovacchia in epoca Gorbachov, allorché questi manifestò il suo scarso interesse alle vicende interne degli ex-paesi satellite, aggiungendo che essi avrebbero dovuto trovare una propria via alla glasnost ed alla perestrojka! Ci sono chiari segni di disgelo con la Grecia ed il suo forte coinvolgimento nella stabilizzazione del dialogo: recentemente famiglie greche residenti in Tracia ma originarie dell’Anatolia da cui i genitori dovettero espatriare  secondo l’accordo Venizelos-Inönü, hanno fatto visita alle famiglie turche della costa egea che vivono nei villaggi  dove si svolse parte della loro infanzia.

Inoltre è tutto il contorno delle relazioni internazionali, e la convenienza dei due Paesi, che preme perché le navi battenti bandiera cipriota possano approdare nei porti anatolici e sviluppare i commerci, proprio quei commerci così vitali per Ankara e Nicosia che spingeranno in favore di una normalizzazione che può consistere nella realizzazione di una Repubblica federale o di  una Confederazione. 

Sulla questione curda non voglio aggiungere molti commenti che si uniscono ai fiumi che stampa e televisione gli dedicano con assiduità. Non è colpa dei turchi, né dei curdi se, dopo il Trattato di Sèvres mai reso esecutivo e mai riconosciuto dal Governo di Ankara, il successivo Trattato di Losanna “dimenticava” in toto la questione dell’autonomia turca e quella dell’indipendenza dell’Armenia turca.

Semmai sono le grandi potenze, vittime della propria mania geografico-geometrica (vedasi i confini Iraq-Giordania e dintorni), che procedettero in modo da lasciare gravi questioni aperte. Occorre dire che da una parte e dall’altra ci sono delle asperità di cui ancora oggi non si vede via di uscita: i turchi si ostinano a chiamare i curdi “turchi della montagna” mentre l’etnogenesi è certamente differente, mentre i curdi non si sono organizzati in partiti in grado di controllare pienamente il territorio e specialmente le bande armate in quella zona aspra della provincia anatomica sud-orientale. Occorre anche ricordare che curdi ed armeni si sono poi violentemente fronteggiati appoggiandosi chi ai turchi, chi ai russi, andando ad aumentare il livello di “entropia” di quella complicata regione geografica che è a cavallo di Iran, Iraq e Turchia. Gli interessi differenziali di questi tre Paesi hanno poi finito per strumentalizzare la questione curda in funzione dei propri rapporti bilaterali.

         Sull’Armenia è a lavoro finalmente una commissione storica congiunta ma sin da ora ritengo che la soluzione sia velocemente componibile. Appoggio la mia convinzione sui seguenti punti: i pogromy antiarmeni in Turchia si sono sviluppati nell’arco di circa ottanta anni culminando in una prima strage in epoca ottomana (e sottolineo ottomana) nel 1886 e svettando poi in piena Prima Guerra mondiale (quindi ancora in epoca ottomana corretta dalla ventata rivoluzionaria dei Giovani Turchi) nel 1815. Sappiamo quello che è avvenuto poi con la straordinaria cesura operata da Atatürk e con la nascita della nuova Turchia non ottomana. Basterebbe questo, in realtà so che i due popoli non si amano, sono perplesso per la ostinazione turca di non voler pronunciare la parola genocidio e nella altrettanto curiosa ostinazione europea nel volerla ascoltare ammantandola dietro parole di giustizia democratica. Intendiamoci bene, ho un amico armeno che fa il vetraio, da generazioni, ad Amman e conosco armeni in Italia, sono persone amabili, piene di fascino e credo che gli si debba una scusa storica, non risarcimenti che essi stessi non pretendono. Ebbene per questo è la commissione mista di storici che può procedere; questo Governo turco non è l’erede della Porta, però non deve cadere nella tentazione di negare l’innegabile. Anche perché ai poveri armeni cacciati e decimati dalle regioni storiche che i loro avi occupavano rimase come contentino una Armenia sovietica sino alla dissoluzione dell’utopia comunista!

          Credo che in questo acuirsi di situazioni poste di fronte alla Turchia  a mo’ di sbarramento per l’avvicinamento all’Unione, oltre ai noti problemi interni come i diritti civili, la situazione economica e la partecipazione democratica (che hanno registrato tutti notevoli e riconosciuti avanzamenti), ci sia di nuovo un’errata valutazione dell’Occidente, dell’Europa e degli Stati Uniti. Con la caduta del sistema del comunismo sovietico si era pensato che il ruolo strategico della Turchia tra Asia ed Europa fosse terminato, non si era percepita affatto, in coincidenza della rivoluzione del 1979 in Iran, quella voragine che si stava aprendo e la prepotente rinascita dei movimenti islamici. Insomma non c’è stato un Churchill che con dieci anni di anticipo aveva previsto la cortina di ferro. Quando dai Balcani alla Palestina, dall’Iraq alla Repubblica Islamica dell’Iran, da alcune regioni caucasiche ad ex-repubbliche sovietiche a prevalenza musulmana si è cominciato ad intravedere quali pericoli incombessero per il mal ridotto Occidente, che di interessi in questa parte di mondo ne ha parecchi, era troppo tardi.

Ora la Turchia ha in quell’area un nuovo importantissimo ruolo da svolgere, ruolo che potrà essere utilizzato a buoni fini solo se le sarà permesso di sedersi in modo parietario con gli altri Paesi dell’Unione Europea, come mostra di aver ben capito Londra, certo non un alleato storico della Turchia essendosi trovata nel corso della storia prevalentemente a fianco della Grecia.

Kemal Ataturk

  Kemal Atatürk

 Anche tenendo presente la situazione politica interna turca e la grande eredità lasciata da Mustafa Kemal - che andrebbe un po’ rispolverata - vediamo sulla tanto richiamata bilancia dei pro e dei contro numerose ragioni a favore della Turchia nell’Unione Europea: contrastare l’islamismo fondamentalista, mostrare che può esistere uno Stato con radici musulmane nel consorzio delle democrazie, rendere quell’area più sicura e confacente alle condizioni richieste dal commercio internazionale ed allargare la presenza europea nel Mediterraneo.

Da questo punto di vista ci è particolarmente gradito presentare il link della Camera di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura di Pesaro e Urbino e della sua Azienda speciale per l’internazionalizzazione (Aspin) che mette in evidenza il lavoro competente svolto, l’abbondanza di dati statistici ed economici registrati, la descrizione degli eventi economici realizzati in merito alle relazioni con al Turchia. Esprimiamo il desiderio di poter ospitare altri siti di istituzioni economiche italiane nelle varie regioni che dispongano di una esperienza così ricca ed articolata. (Stefano Barocci/Ateneo italo-tedesco)

  

Analisi del profilo economico della Turchia finalizzato all’individuazione di opportunità di cooperazione economica e dei fabbisogni delle imprese della provincia di Pesaro e Urbino

 

Indice:

Premessa

NUOVI SCENARI INTERNAZIONALI

Il processo di globalizzazione

Risultati della globalizzazione

Internazionalizzazione: aspetti generali

Le economie emergenti

INFORMAZIONI GENERALI sulla TURCHIA

TURCHIA: CENNI STORICI, GEOGRAFICI E CULTURALI

Geografia

Storia

Province

Lingua

Politica

QUADRO CONGIUNTURALE

Congiuntura economica del Paese

Commercio con l’Estero

Andamento del commercio estero nel I quadr. 2005

Interscambio comm.le con l’Italia

Investimenti italiani in Turchia

Individuazione delle aree di intervento

Politica comm.le e di accesso al mercato

Interscambio comm.le Provincia di PU/Turchia

QUESTIONARI SOMMINISTRATI ALLE AZIENDE:
RISULTATI

CONCLUSIONE

PREMESSA

 

Il sistema economico provinciale e regionale, così come quello nazionale, sta attualmente attraversando una fase di profondo rinnovamento, orientato verso l’inevitabile e necessario sviluppo di processi di internazionalizzazione. Tale fase, che interessa in particolare la Piccola e Media Impresa (Pmi), non si attua soltanto con la commercializzazione dei prodotti all’estero, ma anche attraverso la creazione di joint-venture, la de-localizzazione di alcune fasi produttive (o dell’intero processo), oppure come accordi bilaterali di cooperazione.  Ma non per tutte le imprese questo cammino è facile e, soprattutto, non sempre comporta un successo imprenditoriale.

Questo perché operare all’estero presenta diversi rischi e problemi e, soprattutto, richiede una preparazione da parte delle aziende che preveda, da un lato, un’analisi sullo status dell’impresa e sulle reali possibilità di affacciarsi a nuovi mercati attraverso un accurato progetto di “business plan” e, dall’altro, una adeguata e approfondita conoscenza del mercato di riferimento. La mancanza di accurate analisi interne all’azienda è, infatti, all’origine di quei processi di internazionalizzazione che risolvono esigenze di uno specifico momento, ma non fanno crescere l’impresa sul lungo periodo, impedendole così di sviluppare capacità e competenze per affrontare con un atteggiamento vincente la prospettiva di una crescita economica in un Paese estero.

Una riunione Aspin

 Una riunione Aspin

L’esigenza di trovare nuovi mercati di sbocco è fortemente sentita dalle imprese pesaresi e marchigiane in genere: questo, per lo meno, è uno dei dati più salienti emersi dalle indagini conoscitive che A.SP.IN. 2000 ha svolto negli ultimi due anni in collaborazione con il Sistema associativo e con il Centro Studi Industria Leggera di Milano.

Sono state circa 230 le imprese della provincia di Pesaro e Urbino che A.SP.IN. 2000 ha intervistato negli ultimi due anni (appartenenti a vari settori produttivi: Mobile/Arredamento; Agro-alimentare; Tessile/Abbigliamento/Moda). Uno dei “bisogni” maggiormente avvertiti da parte delle aziende (indipendentemente dal numero di addetti, fascia di fatturato e settore produttivo) si riferiva alla richiesta di un’azione di sostegno e supporto nell’individuazione di nuovi mercati di sbocco.

La Turchia è oggi ormai un Paese competitivo e concorrenziale. Essa rappresenta un nodo strategico nell’area del Mediterraneo, in quanto piattaforma importante per la penetrazione anche nei paesi dell’area caucasica.

Sensibile al fascino del Made in Italy, intesse con noi un rapporto di interscambio, secondo soltanto alla Germania. Non è, dunque, da sottovalutare la rilevante opportunità che essa rappresenta per le imprese della provincia di Pesaro e Urbino.

Del resto, da fonti camerali emerge che già 83 aziende della provincia di Pesaro e Urbino svolgono attività di import/export con la Turchia; inoltre, le esportazioni del distretto pesarese verso la Turchia sono lievitate, nel 2004, a quasi 19 milioni di euro (+ 35% rispetto all’anno precedente), con una punta significativa nel settore delle macchine utensili (+72%).

Dati confortanti sono anche emersi dal recente incontro organizzato dalla Camera di Commercio di Pesaro e Urbino e da A.SP.IN.2000 con l’Ambasciatore italiano ad Ankara, Carlo Marsili, svoltosi a Pesaro lo scorso giugno per un confronto con il mondo imprenditoriale e associativo al fine di esplorare insieme le opportunità offerte dal mercato turco alle imprese della provincia di Pesaro e Urbino.

Inoltre, A.SP.IN.2000 ha somministrato un questionario a un campione di 23 aziende del distretto pesarese (appartenenti a vari settori produttivi), al fine di valutare l’interesse delle stesse (già manifestato in occasione dell’incontro con l’Ambasciatore italiano ad Ankara) nei confronti di un eventuale percorso formativo organizzato sulla Turchia e su come acquisire strumenti conoscitivi di vario genere (economici, culturali, doganali, finanziari, etc.) per penetrare nel mercato turco  in maniera adeguata e prolungata nel tempo.

La presente ricerca condotta da A.SP.IN.2000 attraverso un approccio sia qualitativo che quantitativo, si sviluppa su due direttrici, propedeutiche l’una all’altra:

1.     Analisi macroeconomica del mercato turco in relazione all’interscambio con l’Italia;

2.     Analisi, sul campo, attraverso intervista ad un panel di piccole e medie imprese pesaresi appartenenti ai vari settori produttivi che hanno già attivato un interscambio economico con la Turchia o che, pur non avendolo ancora attivato, sono interessate ad aprirsi al mercato turco.

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NUOVI SCENARI INTERNAZIONALI

 

Il processo di globalizzazione

Con il termine globalizzazione si vuole indicare l’«inglobamento» del mondo intero in un unico sistema economico. La novità non è tanto la globalizzazione del mercato, quanto quella della produzione: il mondo si trasforma sempre più in un unico spazio produttivo, all’interno del quale ogni fase della produzione può essere spostata nel Paese che offre maggiori occasioni di profitto.

Globalizzazione

 Globalizzazione

Si è soliti indicare come data d’inizio del processo di globalizzazione, il 1971, anno in cui il presidente degli Usa, R. Nixon, dichiarò la liberalizzazione dei movimenti di capitale, fattore decisivo per l’accelerazione del processo di globalizzazione.

Finì così il sistema sorto nel dopoguerra con gli accordi di Bretton Woods del 1944, mediante i quali era stato fissato l’ordine economico internazionale. Essi, infatti, erano finalizzati alla regolazione dell’economia internazionale. Venne creato un Fondo Monetario Internazionale (Fmi), al fine di garantire la stabilità dei tassi di cambio tra le diverse valute, e una Banca Mondiale (Bm) finalizzata a sostenere la ricostruzione e lo sviluppo. Le principali potenze diedero vita anche al Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) con lo scopo di favorire la progressiva riduzione delle tariffe doganali esistenti e di pretendere uguale trattamento per tutti i Paesi membri.

Con il 1971 si ha la svolta degli scambi internazionali: le istituzioni di Bretton Woods si trasformano sempre più in istituzioni volte a proteggere inizialmente gli interessi degli investimenti occidentali nel mondo e poi degli investitori globali.

Parlare di globalizzazione, quindi, significa far riferimento ad un nuovo assetto dell’economia mondiale. L’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (Ocse) definisce la globalizzazione come “un processo attraverso cui mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più dipendenti tra di loro, a causa della dinamica dello scambio di beni e servizi, e attraverso i movimenti di capitale e tecnologia”. Certamente la globalizzazione ha impresso un dinamismo senza precedenti al sistema economico, sia internazionale che nazionale, ma la riduzione delle barriere doganali, la libera circolazione di beni e servizi, la liberalizzazione dei mercati finanziari, la de-localizzazione dei processi produttivi – fenomeni che la globalizzazione ispira e da cui è alimentata – hanno posto le economie nazionali sotto la “spada di Damocle” della competitività più spinta.

La globalizzazione produce anche una divaricazione crescente tra economia finanziaria ed economia reale. Un tempo le Borse agevolavano il finanziamento delle attività produttive, collegando il risparmio con gli investimenti su mercati che riflettevano le tendenze economiche reali. Oggi, invece, il distacco della sfera finanziaria da quella economica ha raggiunto un tale grado che un aumento dei livelli occupazionali all’interno di un Paese industrializzato produce un tracollo delle Borse valori!!! Molti imprenditori non sentono neanche più obblighi nei confronti del proprio Paese, dal quale traggono i vantaggi che derivano dalla ricerca tecnologica, dal progredire delle comunicazioni, dalla creazione di infrastrutture: sono pronti, in nome della globalizzazione, a trasferire le loro produzioni in paesi in cui la manodopera è più a buon mercato (fenomeno delle “de-localizzazioni di impresa”). Si sta avvicinando il tempo di una pericolosa frattura del patto sociale tra governi, imprese e forza lavoro, che ha rappresentato il valore fondante delle democrazie occidentali. In passato era convinzione diffusa tra gli economisti che la stabilità dei cambi, la bassa inflazione e i ridotti tassi d’interesse favorissero lo sviluppo dell’economia e l’aumento dell’occupazione. Oggi ci troviamo in presenza di una crescita economica che l’Undp definisce “crudele”: anche in quei paesi dove si è verificato un incremento del Prodotto Interno Lordo il livello di disoccupazione è rimasto elevato o è addirittura in aumento. Tra il 1980 e il 1993, le 500 imprese con il fatturato più elevato hanno ridotto di 4 milioni e 400 mila unità i posti di lavoro. Solo lo 0,55 della forza lavoro di tutto il mondo è alle dipendenze di queste imprese, che però controllano il 25% della produzione e il 70% del commercio mondiale.

Cerchiamo però di non limitarci a denunciare o a demonizzare un fenomeno che è ormai in atto; un atteggiamento più costruttivo ci impone di capire cosa bisogna fare, come bisogna agire perché esso non rovini la nostra vita, quella degli altri abitanti del pianeta e quella delle generazioni future. Si tratta innanzitutto di rivendicare un nuovo controllo politico e sociale sulle attività economiche e commerciali, che oggi non rispondono più a nessuno. Non si tratta di promuovere lo statalismo, bensì di riappropriarsi della capacità di decidere quale deve essere il modello di sviluppo che vogliamo, senza che esso sia imposto nei fatti da una élite non controllata democraticamente che decide vita, morte e miracoli di tutti noi. Proprio perché l’economia segue la logica del profitto, spetta alla politica – che deve avere una visione complessiva delle società - guidarla verso lo sviluppo per tutti. Occorre anche riflettere sul fatto che una società che può produrre beni sempre più sofisticati ma che non è in grado di offrire ai propri membri un lavoro, alimenta profonde tensioni sociali che possono sfociare in conflitti violenti.

Non ci sono alternative: le disuguaglianze aumentano, i diritti si restringono, la crisi ambientale è incombente… è questo il discorso dominante che i media quotidianamente ci somministrano, descrivendo l’economia globale come l’unico orizzonte possibile.

La forza di questi ragionamenti sta nel senso di mortificazione che essi stimolano nella gente e nello sfondo di “naturalezza” che danno a qualsiasi avvenimento negativo.

Tutto ormai è stato detto e tutto è già stato scritto. Nel lungo percorso che ha portato l’umanità nel Terzo Millennio sono stati proclamati e sanciti i diritti inalienabili della persona, le forme di tutela dell’ambiente, le condizioni per un modello di sviluppo umano e sostenibile, le regole della convivenza pacifica tra popoli diversi.

Se questi principi fossero applicati e questi valori rispettati, la pace, lo sviluppo, la giustizia, i diritti umani, la salvaguardia del creato sarebbero una realtà e non obiettivi lontani. Qualcosa non funziona nei processi della politica se i Governanti possono impunemente disattendere impegni che hanno solennemente sottoscritto al cospetto del mondo intero.

Qualcosa non funziona negli ingranaggi dell’economia se la ricchezza di pochi cresce a dismisura, mentre diventa sempre più crudele la povertà della maggioranza degli abitanti del pianeta. Qualcosa non funziona nei modelli della cultura se nel dispregio della vita umana si moltiplicano non solo guerre e genocidi, ma anche prevaricazioni e abusi.

Tutti i popoli del mondo hanno una sfida comune: esigere dai propri Governi l’adempimento delle Convenzioni, delle Dichiarazioni, dei Piani di Azione che proprio nell’ultimo decennio del secolo XX hanno delineato un nuovo modello sociale ed economico, nazionale e internazionale, in cui tutti i cittadini devono avere le stesse opportunità, la povertà va sradicata, le risorse naturali vanno preservate per le generazioni future, i più deboli vanno sostenuti e la ricchezza ridistribuita.

Per vincere questa sfida bisogna muoversi su molti fronti: se le imprese globali stanno sempre più collaborando per perseguire il loro programma di sviluppo (anche a scapito del reale sviluppo umano), anche la gente comune deve muoversi sulla stessa strada, quella della cooperazione tra organizzazioni popolari, movimenti, associazioni di nazioni diverse per giungere alla definizioni di un <Programma per l’uomo> in un’ottica di globalizzazione dal basso.

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 Risultati della globalizzazione

I Paesi Sottosviluppati si presentano alle soglie del terzo millennio ancora con gravi difficoltà e problemi di carattere politico, economico e sociale. I mezzi di comunicazione sottopongono quotidianamente, all’attenzione dell’opinione pubblica Occidentale, le gravi difficoltà in cui versano alcune popolazioni del Sud, specialmente in occasione di conflitti o di grandi catastrofi naturali.
È vero che molto è stato fatto per aiutare le popolazioni povere, ma in un mondo dove il 20% della popolazione “vive” con l’1.4% del reddito mondiale, parlare di cooperazione si fa molto difficile ed impegnativo: è più opportuno parlare di ridistribuzione di ricchezze ed opportunità per garantire a tutti un adeguato livello di sviluppo umano e sicurezza sociale. Non serve aumentare gli aiuti finanziari al Sud se non si cambiano gli stili di vita che spesso sono alla base di tali situazioni di povertà e disuguaglianza. Molto spesso, infatti, le nostre scelte e le nostre preferenze veicolano una determinata cultura, che diventa quella di massa e condiziona le relazioni che si creano.

Nasce allora il concetto di “malsviluppo” del Nord, contrapposto a quello di “sottosviluppo” del Sud, ed emerge la necessità di operare dei cambiamenti nei meccanismi economici e politici dei Paesi più ricchi che contribuiscono al mantenimento del sottosviluppo.

A fronte di questa importante presa di coscienza, stanno nascendo numerose iniziative volte a ristabilire, per quanto possibile, dei rapporti Nord/Sud basati sulla reciprocità e la giustizia.

L’interdipendenza tra i popoli ricchi e quelli poveri è una delle realtà dominanti di questo pianeta. Questa interdipendenza, non sempre assume i caratteri della positività, anzi, si configura spesso come meccanismo “perverso” e “controproducente” che può portare ad effetti negativi anche negli stessi Paesi ricchi. Da ciò deriva la responsabilità per i cittadini dei Paesi più agiati, di tenere in considerazione questo rapporto di universalità, questo profondo legame che si instaura fra sviluppo del Nord e miseria del Sud.

Spesso, per indicare il fenomeno di sviluppo del Nord, si parla di “supersviluppo” cioè di un livello di benessere materiale, talmente elevato che riduce la stessa qualità della vita. A questo proposito, basti pensare agli effetti di un’alimentazione ricca come quella occidentale: le malattie del benessere, i disturbi cardiocircolatori sono spesso dovuti ad errori nutrizionali e costituiscono circa i ¾ delle cause di morte.

Da tempo si è impegnati in politiche di modifica dei comportamenti e degli atteggiamenti culturali della gente nei confronti dei consumi. Una buona riuscita si ha certamente con l’impegno a livello informativo o, meglio ancora, formativo. A livello pedagogico, infatti, si fa molta leva, per la modifica del comportamento, sulla responsabilità: un po’ troppo tardi abbiamo imparato che non il pensiero ma l’assunzione della responsabilità è l’origine dell’azione. Si tratta in altre parole di puntare sugli aspetti formativi, quindi sulle motivazioni, piuttosto che sul piano prettamente conoscitivo.

Nello specifico campo dei consumi si deve cercare di formare o far acquisire, una sensibilità sulle conseguenze del proprio comportamento, in modo da destare la responsabilità dell’atto del consumatore.

Si tratta senza dubbio di un’opera “controcorrente”, perché qualsiasi mezzo di comunicazione, mentalità e mode, ci spingono in altro senso, esaltando i consumi fini a se stessi e la massificazione.

In definitiva, operare a livello educativo o formativo, avendo presente il globo intero, risulta essere l’impegno da cui può derivare un vantaggio non solo per il Terzo Mondo, ma anche per noi stessi, per una migliore qualità della vita.

L’azione internazionale dei cittadini, può costituire il fattore decisivo per affrontare i problemi della globalizzazione ribaltando la situazione da un punto di vista strettamente economico, ad uno solidale.

Nella favola di J. Swift “I viaggi di Gulliver”, i minuscoli lillipuziani catturano Gulliver, molto più grande di loro, legandolo con centinaia di fili: Gulliver avrebbe potuto schiacciarli sotto il tacco, ma la fitta <Rete> lo immobilizzava e lo rendeva impotente.

Allo stesso modo le singole persone possono utilizzare le fonti di potere cui hanno accesso unendole fra loro e tessendo, insieme, una rete in grado di immobilizzare i giganti della globalizzazione economica.

In un certo senso questa strategia è speculare a quella delle imprese multinazionali che creano reti di produzione mondiali fra imprese diverse: le reti lillipuziane si organizzano in base all’aiuto reciproco, cercando di proteggere gli interessi di coloro che sono minacciati dalla globalizzazione.

È importante capire che l’interesse collettivo coincide con il proprio interesse personale. Quando , ad esempio, le persone di un Paese sostengono il diritto dei lavoratori a organizzarsi e a scioperare in altri paesi, esse stanno direttamente aiutando altre persone, ma, indirettamente, stanno aiutando anche se stesse, perché si garantiscono di non entrare in competizione con chi lavora in condizioni degradate.

È necessario, quindi, che i gruppi di base, le organizzazioni non governative, i sindacati, le singole persone di buona volontà, uniscano le loro forze per esercitare pressioni sempre più resistenti sui governi, sui parlamenti nazionali o sovranazionali e sulle istituzioni internazionali affinché siano approvate leggi, regolamenti e direttive che mettano al primo posto i diritti delle persone, dei poveri e della natura e solo dopo gli interessi economici.

Ecco allora l’importanza dei piccoli gesti quotidiani attraverso cui può passare il sostegno ad un sistema globale disumanizzante ma anche in grado di toglierlo ed indurre il sistema a cambiare: adesione alle campagne di solidarietà, boicottaggio, consumo critico, risparmio alternativo, forme di produzione e di consumo gestite secondo criteri di solidarietà e di rispetto ambientale, e quant’altro.

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Internazionalizzazione: aspetti generali

Internazionalizzazione è il termine con il quale generalmente si intende l’operatività delle imprese che hanno rapporti con l’estero sia che esso comporti rapporti di sub-fornitura, sia esportazioni occasionali come della creazione di joint venture.

In realtà l’internazionalizzazione è un processo molto complesso soprattutto per le Pmi

che sperimentano i loro approcci sul mercato internazionale e si trovano costrette ad affrontare tutte le fasi del commercio internazionale, dalla redazione di contratti, alle procedure fiscali fino alle problematiche dei trasporti, delle dogane e dei pagamenti internazionali.

L’internazionalizzazione è l’insieme di un processo evolutivo che, per la sua complessità, comporta per le imprese un impatto anche per quanto riguarda i cambiamenti organizzativi dell’impresa. La eterogeneità delle problematiche connesse al processo di internazionalizzazione, infatti, impongono all’imprenditore un insieme di competenze che vanno dal marketing internazionale alle problematiche finanziarie e distributive.

L’internazionalizzazione, in Italia, assume aspetti differenti a seconda che si riferisca alle imprese del Centro-Nord o a quelle del Sud, in cui nella maggior parte dei casi si tratta di esportazioni casuali, dovute a fenomeni contingenti come ad esempio da eccessi di produzione, o per reagire ad un calo del mercato interno piuttosto che far parte di un progetto strategico della propria impresa.

Per “processo di internazionalizzazione” si intende quello che distingue tra due percorsi: quello dell’orientamento al marketing internazionale e quello al commercio internazionale.

La modalità del commercio internazionale è anche detto internazionalizzazione passiva, mentre quella del marketing internazionale corrisponde all’internazionalizzazione attiva.

L’internazionalizzazione passiva, che solitamente interessa le imprese nel caso in cui si verifichino dei surplus di produzione,  si determina quando sono gli operatori economici quali buyer, importatori, distributori, importatori che trovano conveniente comprare il prodotto di un’azienda localizzata in un determinato Paese. In questo caso i caratteri distintivi di tale forma di internazionalizzazione sono:

la saltuarietà dei rapporti commerciali;

l’assenza della ricerca del cliente;

la mancanza di conoscenza del mercato;

la mancanza di una politica promozionale del prodotto;

la presenza di un buyer/importatore che si accolli il rischio di collocare il prodotto sul mercato.

Si parla, invece, di internazionalizzazione attiva quando l’impresa è in grado di:

operare scelte Paese strategiche;

operare e sviluppare un’azione di marketing internazionale;

scegliere la modalità di entrata in un mercato;

definire variabili di mix marketing;

adeguare il prodotto al mercato di riferimento;

adeguare al mercato politiche promozionali.

Recenti analisi, condotte a livello nazionale, evidenziano la relativa incapacità delle piccole e medie imprese di consolidarsi nei mercato internazionali, nonostante le stesse contribuiscano sensibilmente alla percentuale delle esportazioni italiane. Il motivo è da ricercarsi principalmente nelle modificazioni frequenti del partner geografico, che se da un lato sono frutto della flessibilità delle Pmi di adeguarsi al mercato, dall’altro evidenziano l’incapacità delle imprese di sviluppare una strategia che consenta loro di mantenere nel tempo le posizioni di mercato acquisite. La mancanza di un orientamento stabile delle piccole e medie imprese verso un mercato estero rileva due aspetti molto importanti: a) la mancanza di risorse interne o esterne a disposizione delle imprese di piccola dimensione; b) la mancanza di una cultura di impresa verso l’internazionalizzazione. Le carenze rilevate spiegano le scelte delle imprese più orientate al breve periodo. Dette scelte se da un lato permettono di contenere i rischi, dall’altro impediscono di realizzare obiettivi di reale crescita e di consolidamento in un mercato esterno.

L’assenza di strategie per l’internazionalizzazione da parte della piccola impresa non permette di accertare le potenzialità del nuovo mercato in cui ha iniziato ad esportare i propri prodotti e si traduce, molto spesso, in presenze “spot” e non in vere opportunità di crescita.

Le analisi hanno, inoltre, rivelato che la maggior parte delle Pmi italiane, sia del Centro- Nord, che del Centro-Sud nonché delle Isole, propende verso forme di “export indiretto”, avvalendosi dell’esperienza di trading company, di buyer o di consorzi export; scelta che, se da un lato, riduce i rischi dell’impresa dall’altro la stessa perde il controllo del mercato di esportazione e di conseguenza i contatti con i potenziali clienti, poiché si frappone tra la Pmi ed il mercato di riferimento un intermediario.

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Le economie emergenti

Il processo di globalizzazione e il conseguente aumento degli scambi internazionali hanno interessato negli ultimi decenni un numero sempre crescente di paesi. Infatti, alle tradizionali maggiori economie mondiali (Usa, Giappone, alcuni stati europei come Germania e Francia) che un tempo dominavano la scena internazionale, si sono progressivamente aggiunti altri paesi, che si sono inseriti a pieno titolo nello scenario economico internazionale, come ad esempio gli stati del Sud-Est Asiatico e quelli dell’Europa Orientale.

Negli ultimi anni, l’Italia ha guardato con grande interesse non solo a quelle economie “emergenti” come possono essere il Brasile, la Cina o l’India, ma ha rivolto la propria attenzione anche ad aree geografiche più “vicine” che, pur non potendo essere definite “economie emergenti”, rappresentano aree da esplorare in maniera più approfondita come i Balcani e – appunto – Turchia ed area caucasica.

 TURCHIA
 

Turchia

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Informazioni Generali
Superficie
783.562 Km2 (inclusi i laghi e le isole)

Capitale
Ankara (3.203.362 di abitanti)

Altre principali città
Istanbul (8.803.468 di abitanti), Izmir (2.232.265 di abitanti), Bursa (1.194.687 di abitanti), Adana (1.130.710 di abitanti), Gaziantep (730.435 abitanti), Konya (584.785 abitanti), Diyarbakir (488.145 abitanti), Denizli (239.698 abitanti)

Popolazione
67.809.927 di abitanti, in base al censimento del 2000 (densità 86,54 ab. Per Km2)

Lingua
La lingua ufficiale del Paese è il turco; per le attività economico-commerciali sono comunemente utilizzati l’inglese e il francese

Religione
Musulmani sunniti (80%); Musulmani sciiti (19,8%); Cristiani (0,2%)

Moneta
L’unità monetaria è la lira turca (LT) (TRL) suddivisa in 100 Kurus.
La media annuale di cambio della Lira Turca in Euro nell’anno 2003 è stata di 1.694.851 TRL per 1 Euro.
Il tasso di cambio al 30 settembre 2004 è di 1.863.600 Lire turche per 1 Euro.

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Turchia

 

Turchia

Motto: (non ufficiale) Yurtta Sulh, Cihanda Sulh (Turco: "Pace a Casa, Pace nel Mondo")

Turchia

Informazioni

Denominazione:

Türkiye Cumhuriyeti

Lingua ufficiale:

Turco

Capitale:

Ankara (3.582.000 ab./ 2003)

Politica

Forma di governo:

Repubblica parlamentare

Capo di stato:

Ahmet Necdet Sezer

Capo del governo:

Recep Tayyip Erdogan

Indipendenza:

 

Ingresso all' ONU:

24 ottobre 1945

Area

Totale:

780.580 km²

Pos. nel mondo:

36°

% delle acque:

1,3%

Popolazione

Totale:

68.109.469 ab. (2003)

Pos. nel mondo:

17°

Densità:

86,2 ab./km²

Geografia

Continente:

Europa e Asia

Fuso orario:

UTC +2

Economia

Valuta:

Nuova Lira turca

Consumo energia:

  kW/ab.

 

La Repubblica Turca (in Turco Türkiye Cumhuriyeti) è uno stato il cui territorio comprende la parte orientale della Tracia, in Europa, e la penisola dell'Anatolia, cinta a sud dal Mar Mediterraneo, ad ovest dal Mar Egeo, a nord-ovest dal Mar di Marmara ed a nord dal Mar Nero, tradizionalmente considerata la propaggine più occidentale del continente asiatico. La Turchia confina a nord-ovest con la Grecia e la Bulgaria, a nord-est con la Georgia, ad est con l'Armenia, l'Azerbaijan e l'Iran, a sud-est con l'Iraq ed a sud con la Siria.

La Turchia si estende su una superficie di 780.580 km², e nell'ultimo censimento (2002) è risultata avere 67.308.928 abitanti, professanti perlopiù la religione musulmana; sono presenti piccole minoranze cristiane (soprattutto ortodosse, ma anche cattoliche) ed ebraiche, mentre poco diffuso è l'ateismo).

La capitale è Ankara, una delle tre grandi città turche insieme a Smirne (in turco İzmir), ed ad Istanbul; quest'ultima è la più grande metropoli del Paese, nonché maggior centro industriale e commerciale.

Lingua ufficiale è il turco, ma sono presenti moltissime minoranze linguistiche.

La moneta ufficiale è la Lira turca. Il presidente della Repubblica Turca è attualmente Ahmet Necdet Sezer, mentre il Primo Ministro in carica è Recep Tayyip Erdoğan.

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GEOGRAFIA

La Turchia è due volte e mezzo più estesa dell'Italia, una penisola circondata dal Mar Nero a nord, dal Mediterraneo a sud e dal mare Egeo a ovest. A nord-ovest invece si trova il Mar di Marmara. Il territorio asiatico confina con la Georgia, l'Armenia, la Repubblica Autonoma di Nakhcevan, l'Iran, l'Irak e la Siria. La parte europea del Paese, confina con la Grecia e con la Bulgaria.

La Turchia è occupata da un poderoso fascio di catene montuose che vanno da est ad ovest: i monti Pontici ((Karadeniz Sıradağları) e i monti del Tauro. La massima elevazione è raggiunta dal monte Ararat; altre montagne sono l'Elmadag, il Karabuk e il Bozdaglar.

I fiumi più importanti sono il Tigri e l'Eufrate, a cui si aggiungono il Meriç, l'Ergene e il Gediz.

Il territorio si suddivide in tre diverse zone climatiche: sulla costa mediterranea si hanno estati molto calde e inverni miti, nelle montagne del Tauro il clima è più umido, mentre il resto del Paese ha un clima più caldo e secco.

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STORIA

 

Età antica e Medioevo

La Penisola Anatolica è stata la culla di una moltitudine di civiltà e di organizzazioni statali durante tutto il corso della storia dell'umanità. Tra le varie civiltà che vi si svilupparono nell'antichità, ricordiamo gli Ittiti, i Frigi, i Traci, i Lidii, gli Armeni e gli Elleni. Incorporata negli Imperi Persiano, Macedone, Romano e Bizantino, l'Anatolia ne seguì le vicissitudini, finché non fu invasa da tribù di etnia Turca a partire dall'XI secolo, a seguito della vittoria sull'esercito Bizantino ottenuta a Manzicerta dal condottiero Alp Arslan. I coloni Turchi furono presto unificati sotto il vessillo della tribù dei Turchi Selgiuchidi, i quali fondarono una fiorente e potente organizzazione statale, distrutta però nel corso delle grandi invasioni Mongole.

La conquista ottomana

Nel corso del XIV e del XV secolo un'altra tribù Turca, quella degli Ottomani, riuscì ad ottenere nuovamente la preminenza in Anatolia, riuscendo ad imporre la sua egemonia non soltanto in Anatolia, ma anche in Grecia ed in buona parte della Penisola Balcanica, espansione coronata dalla conquista di Costantinopoli da parte del sultano Mehmet il Conquistatore (in Turco Fatih Mehmet).

Sotto i suoi successori l'Impero ottomano continuò una politica di espansione che lo portò ad essere alla metà del XVI secolo, durante il regno del sultano Solimano il Magnifico, la prima potenza militare ed economica dell'Europa e del bacino del Mediterraneo. Con Mehmet III (1566 - 1603) l'impero ricevette i primi insuccessi.

Fine dell'Impero e nascita della Repubblica

 

 Immagine satellitare della Turchia

Iniziò però a questo punto una decadenza politica e militare dell'Impero Ottomano, etichettato ad un certo punto come “Il malato d'Europa”, che culminò al termine della Prima Guerra Mondiale, costellata di avvenimenti luttuosi e controversi come il cosiddetto Genocidio Armeno che determinò la scomparsa della minoranza Armena dall'Anatolia (diverse fonti concordano sul fatto che soltanto tra l'etnia Armena vi sarebbero state 1 milione e mezzo di vittime), con la sua dissoluzione, e la spartizione delle residue province da parte delle potenze vincitrici.

In questo contesto emerse la figura di Mustafa Kemal, un ufficiale del disciolto esercito Ottomano, eroe di guerra per il ruolo avuto nella battaglia di Gallipoli, che riuscì a coagulare attorno a sé un esercito di resistenza che con una serie di vittorie liberò la Penisola Anatolica dagli eserciti delle potenze occupanti. La Repubblica Turca fu quindi fondata nel 1923, e Mustafa Kemal ne divenne il primo presidente, carica che mantenne fino alla morte; sotto la sua guida ed i dettami della sua dottrina, il cosiddetto Kemalismo, la Turchia venne trasformata in uno stato moderno e secolare, sullo stampo delle democrazie occidentali.

Tra le varie riforme, l'adozione di una variante leggermente modificata dell'alfabeto Latino, che soppiantò l'alfabeto Arabo fino ad allora utilizzato, l'adozione del cognome che soppiantò l'uso orientale del patronimico (per l'occasione il parlamento Turco onorò Mustafa Kemal con il cognome Atatürk, in Turco Padre dei Turchi), il suffragio universale esteso anche alle donne e l'adozione di abiti di foggia occidentale.

Dalla seconda metà del XX secolo ad oggi

La Turchia divenne un membro della Nato nel 1952, ed è stato sin dall'inizio uno dei paesi cardine dell'alleanza, con un esercito convenzionale secondo tra i paesi membri soltanto a quello degli Usa. L'esercito Turco ha giocato un ruolo centrale nella storia moderna della Turchia, assurgendo a custode ultimo dei principi di laicità ed occidentalità, a volte arrivando addirittura ad interrompere la dinamica parlamentare con una serie di 4 colpi di stato seguiti da brevi governi militari volti a ristabilire i principi del kemalismo, l'ultimo dei quali avvenne nel 1980. Negli ultimi anni l'esercito Turco ha evitato il ricorso ai colpi di stato, e però non ha mai rinunciato al suo ruolo di custode della Repubblica, come nel cosiddetto colpo di stato post moderno con cui alla fine degli anni '90 del XX secolo venne disciolto il partito dei fondamentalisti islamici allora al Governo.

Gli ultimi governi della Turchia (Paese membro del Consiglio d'Europa, Paese associato alla Comunità Economica Europea dal 1963 e successivamente all'Unione Europea, con cui è in unione dogale dal 1996) stanno cercando di riformare ulteriormente lo stato nel tentativo di fare ammettere il Paese nell'Unione Europea, a cui è ufficialmente Paese candidato dal Consiglio Europeo di Helsinki del 1999.

Tra i vari nodi da risolvere, oltre che l'adozione dell'acquis comunitario, la questione del coinvolgimento turco a Cipro, la cui parte settentrionale, sede di una minoranza di etnia Turca, fu invasa dall'esercito Turco all'inizio degli anni '70 del XX secolo, la questione delle minoranze curde, sfociata negli ultimi 20 anni del XX secolo in un'aperta ribellione nelle province dell'Anatolia sud-orientale, ed infine la questione del riconoscimento delle responsabilità storiche dell'Impero Ottomano nel cosiddetto genocidio armeno.

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PROVINCE

La Turchia è divisa in 81 province (in Turco iller, al singolare il); il numero viene utilizzato anche nelle targhe.

Numero

Nome

Superficie

Abitanti

Densità

Città principale

Abitanti

1

Adana

14.256 km2

1.849.478

129,73

Adana

1.130.710

2