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Una nuova rubrica curata
dalla Dott.ssa Elisa Petitta, che ci presenterà di volta in volta commenti e
riflessioni su opere e artisti diversi, argomenti ed eventi culturali,
concernenti la Turchia e il Levante.
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DISEGNARE FIABE
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Una mostra che merita di essere visitata per l’ originalità delle opere e la storia personale degli autori, una coppia di artisti italiani uniti per la vita e per l’arte. I quadri di Fausto Zonaro (Masi prov.di Padova 1854 – San Remo 1929) e le fotografie di Elisa Pante (Santo Stefano Comelico prov.di Belluno 1863 – Firenze 1945) saranno esposti per un mese al Complesso Monumentale San Paolo di Monselice (Padova). La mostra e il catalogo ricostruiscono le loro vicende biografiche tra Italia e Turchia, ma soprattutto ne fanno risaltare il talento e la modernità, ancora non sufficientemente conosciuti e apprezzati.
CURATORE DELLA MOSTRA
Manlio Gaddi (Fond’Arte Tono Zancanaro) Chiara Costa e Carlo Dal Pino (Università di Padova - Dipartimento Arti e Spettacolo) Pierpaolo Luderin (Università di Venezia - Dipartimento di Storia delle Arti e Conservazione dei Beni Artistici) SEDE DELLA MOSTRA COMPLESSO MONUMENTALE SAN PAOLO
INDIRIZZO Via 28 Aprile 1945 – 35043 Monselice (PD) ORARIO tutti i giorni compreso festivi 9.30/12.00 - 15.00/19.00 – lunedì chiuso INGRESSO € 2,00 VISITE
GUIDATE martedì mattina- giovedì pomeriggio- sabato pomeriggio (altri
giorni e orari su prenotazione telefonando al numero 0429767100) COMUNE DI MONSELICE - SINDACO Francesco Lunghi - ASSESSORE ALLA CULTURA Gianni Mamprin
UFFICIO CULTURA
TELEFONO 0429786913 - 0429786914 ORGANIZZAZIONE FOND’ARTE TONO ZANCANARO CELLULARE 3484154541
E-MAIL
fondarte.tono.zancanaro@gmail.com MAURIZIO DRAGO CELLULARE 3920593466
TELEFONO 0429780504 |
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OTTO SIGNORE TURCHE
Il logo 8K+ ben sintetizza il concept della mostra, ovvero rappresentare l’ impegno di un gruppo di otto donne [K sta per KADIN, che in turco vuol dire appunto DONNA] per esprimere nell’ arte della ceramica il comune tema della femminilità attraverso l’uso di diversi elementi, quali terra acqua e fuoco, sapientemente pensati e lavorati. Per conoscere meglio queste moderne interpreti dell’ antica arte della ceramica anatolica, oltre al loro personale curriculum (riportato anche nel catalogo, disponibile in galleria), è importante osservare le loro opere, coglierne i particolari più suggestivi e decodificarne i messaggi. ZEHRA ÇOBANLI Fondatrice del GRUPPO 8KPOSITIVE e Preside della Facoltà di Belle Arti all’ Università Anadolu.
EMEL ŞÖLENAY
DİLEK ALKAN ÖZDEMİR
LALE DEMİR
EZGİ HAKAN
ECE KANIŞKAN
ÖZGÜR KAPTAN
MUTLU BAŞKAYA
Come afferma A. Aygün Atalay, curatrice dell’ esposizione e consigliere per la cultura dell’ Ambasciata di Turchia in Italia, la mostra del GRUPPO 8KPOSITIVE riflette tutta l’eleganza e la saggezza dell’ essere donna.
28 luglio 2009 Elisa Petitta
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STORIA E STORIE
VIAGGI E MIRAGGI
“Un viaggio in Oriente è come un grande evento della vita
interiore”
LA GRANDE STORIA Quando la Storia, trattata con leggerezza (ma non con superficialità), suscita curiosità e interesse.
NON SOLO MISTERI Un giallo avvincente, una trama precisa, un affresco a tinte forti delle contraddizioni della società mediterranea.
AMORE E GUERRA Una storia struggente e drammatica raccontata a più voci.
VERSO UNA VITA NUOVA Un romanzo che non indaga la Storia, ma racconta le verosimili storie dei suoi personaggi, descrivendo un mondo vivo e pulsante di uomini e donne straordinari, che hanno sofferto senza mai abbandonare la speranza.
OUT OF EGYPT Quest’ ultimo libro ha il pregio di rappresentare un mondo ormai scomparso, fatto di persone e personaggi, luci e ombre, profumi e sapori, umori, amori e dolori. Come un antico album di fotografie, che nel tempo ha conservato anche altre testimonianze della storia di famiglia, ci aiuterà a immaginare quelle storie levantine giunte a noi in pochi frammenti, note isolate di una sinfonia perduta.
20 luglio 2009 Elisa Petitta
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LA PRIMA BIOGRAFIA DI ATATÜRK IN LINGUA ITALIANA
Mustafa Kemal Atatürk, grande leader politico turco, sottopose il proprio paese a uno dei più radicali progetti di trasformazione, le cui conseguenze sono visibili ancora oggi nelle attuali dinamiche geopolitiche. Combattendo la tradizione islamica e rinnovando praticamente tutto (i codici, l’abbigliamento, l’alfabeto, la lingua, il calendario), Atatürk realizzò una rivoluzione globale, non solo istituzionale ma anche culturale e antropologica. A settant’ anni dalla morte dello statista (Istanbul 10 novembre 1938), Fabio Grassi ha scritto la sua prima biografia in lingua italiana, ripercorrendo le tappe di quel processo di modernizzazione che, forse mai realmente e totalmente accettato da alcuni strati della società turca, oggi appare in pericolo.
IL TERZO VELO
Esistono tre tipi di velo: quello portato per pietà religiosa, l’indumento che fa parte del costume locale e l’ uniforme politica. Il terzo è quello prescritto dall’ islamismo. Sempre più diffuso in Turchia, esprime più un conflitto con la modernità che un sentimento di lealtà nei confronti della religione islamica. Un capo di abbigliamento è stato ideologizzato, diventando una questione di identità. Il fenomeno, importato dal mondo musulmano con una valenza islamista, è osservabile a Berlino come a Istanbul. Il velo dunque non separa più la Turchia dall’ Europa, ma agisce all’ interno della società turca, dividendola in due fazioni e creando un conflitto politico, il cui esito sarà determinante per il futuro della Turchia e quindi anche per l’eventuale ingresso di questo paese nell’ Unione Europea. La contesa fra kemalisti e islamisti, quasi sempre incentrata sul velo, in realtà rappresenta due differenti visioni del mondo, dello stato e della società.
1 dicembre 2008 Elisa Petitta
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TRE
CAMMELLI A SMIRNE Pochi immaginano quanti drammi hanno
vissuto le persone che lavoravano, in Oriente, affinché un tappeto arrivasse in
un tranquillo salotto, in Occidente.
L’ autore, ricostruendo fatti e vicende
dell’ ORIENTAL CARPET MANUFACTURERS COMPANY (OCM),
analizza la storia del Vicino e Medio Oriente nel XX Secolo, considerandola dal punto di vista
di tutte quelle persone, uomini e donne, operai e dirigenti, che parteciparono
all’ impresa di una delle più grandi case esportatrici di tappeti. ANTONY WYNN ha trascorso molti anni in
Medio Oriente e ha rappresentato l’ OCM in Iran, vivendo ad Hamadan dal 1972 al 1976. In questo magnifico libro egli ricorda
come, molto prima che il termine “globalizzazione” fosse inventato, i tappeti
univano genti e paesi e il dinamismo dei mercanti contribuiva a trasformare la
città di Smirne nella “perla del Levante” e l’ OCM in
una società multinazionale ante litteram
che, da tutta l’area compresa fra Algeria e Tibet, mandava meravigliosi tappeti
nel resto del mondo. Annodando i fili della storia nelle
trame dei tappeti orientali, l’ autore ci conduce in
Turchia Afghanistan India Tibet Europa e America, attraverso rivoluzioni guerre
e crisi economiche, mostrando come tali eventi politici ed economici,
apparentemente non correlati, hanno condizionato l’esistenza di tutte le
persone coinvolte nell’ attività commerciale dell’ OCM: i tessitori nei
villaggi più remoti, i mercanti nelle città e i loro finanziatori nei paesi
occidentali. “La Persia nel Grande Gioco” – Ed. Il Saggiatore – Milano –
2007
I LEVANTINI Prendendo spunto
da un romanzo poliziesco, recentemente
pubblicato anche in italiano [Eric Amler – “Il Levantino” – Ed.
Adelphi – Milano – 2008 ], lo storico OLIVER JENS SCHMITT s’ interroga sui
Levantini, gruppo etnico di confessione cattolica spesso citato nella
letteratura scientifica e nella narrativa, ma non sufficientemente esplorato
dalla scienza storica.
L’ autore svizzero-tedesco,
basandosi sulla sua minuziosa e attenta ricerca negli archivi italiani francesi
e turchi, ricostruisce il profilo storico-sociale e psicologico della comunità
levantina e dei suoi membri, inseriti per secoli nella società ottomana, ma
privi di una connotazione istituzionale propria e appartenenti giuridicamente a
stati diversi. La questione dell’ identità levantina viene affrontata da diversi punti
di vista, fornendo spunti per ulteriori ricerche e futuri approfondimenti. La preziosa traduzione dal
tedesco in francese, curata da Jean-François de Andria, mette l’opera alla
portata di un pubblico di cultura latina, particolarmente coinvolto e
interessato allo specifico argomento. L’opera si articola in
numerosi capitoli e sottocapitoli, dei quali è stato elaborato un indice
dettagliato e completo:
É possibile consultare una copia del libro, scrivendo al seguente indirizzo: elisapetitta@fastwebnet.it
15 novembre 2008 Elisa Petitta
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IL MEDITERRANEO E I
SUOI CANTORI OMERO
Una cavità
naturale alla base del Monte Ciannito, presso Sperlonga, accoglie la Grotta di Tiberio, ovvero il ninfeo
della villa in riva al mare, che l’ Imperatore
utilizzò come dimora fino al 26 d.C., quando si
trasferì a Capri. Il Museo annesso
all’area della Villa, inaugurato negli Anni Sessanta, fu concepito per
accogliere gli stupefacenti reperti scultorei, rivenuti durante gli scavi
connessi all’apertura della Via Flacca. La successiva,
sistematica e paziente ricostruzione dei frammenti ritrovati portò all’ identificazione di quattro gruppi marmorei,
rappresentativi di altrettanti episodi del ritorno di
Ulisse
in patria: - il gruppo di
Scilla, che rappresenta il mostro che avviluppa la nave di Ulisse nelle spire
della sua coda e ne divora gli uomini con le sue teste ferine; - l’ accecamento di Polifemo; - Ulisse mentre
trascina il corpo di
Achille; - il ratto del
Palladio. Si suppone che i
gruppi scultorei, noti come l’ “Odissea in marmo”, si
trovassero all'interno della grande cavità, che costituiva un sontuoso e
scenografico ambiente per convivi, aperto verso l'esterno su una piscina
quadrangolare, al cui centro, simile ad un'isola, era una vasta pedana,
adoperata come
triclinio per banchetti.
PREDRAG MATVEJEVIC
Sono parole
tratte dal libro “Breviario Mediterraneo” di Predrag Matvejevic, noto scrittore bosniaco, nato a Mostar, città
simbolo dell’incontro tra Oriente e Occidente, da sempre sensibile al tema
della convivenza tra culture diverse. Attualmente insegna all’
Università di Roma e in questi giorni presiede il Comitato Scientifico
della seconda edizione del festival
FERNAND BRAUDEL
Così si esprimeva Fernand
Braudel (1902-1985), uno dei maggiori storici di
Francia, a proposito del Mediterraneo, lo sconfinato mare che ha descritto in
numerosi suoi libri, abbracciandolo con la sua sconfinata visione di storico. “Il mare. Bisogna cercare di
immaginarlo, di vederlo con gli occhi di un uomo del passato: come un limite,
una barriera che si estende fino all’orizzonte, come un’immensità ossessiva,
onnipresente, meravigliosa, enigmatica. Fino a ieri ... il mare è rimasto
sconfinato, secondo l’antico metro della vela e delle imbarcazioni sempre alla
mercé del capriccio dei venti, cui occorrevano due mesi per andare da
Gibilterra a Istanbul.”
“Da allora il Mediterraneo si è
accorciato, restringendosi a poco a poco, ogni giorno di più! E oggi un aereo
lo attraversa, da nord a sud, in meno di un’ora. Di tale visione, che fa del
Mediterraneo attuale un lago, lo storico deve liberarsi a qualsiasi costo.
Poiché è di superfici che si tratta ... Parlare del
Mediterraneo storico significa ... restituirgli le sue dimensioni autentiche,
immaginarlo in una veste smisurata. Da solo, costituiva in passato un universo,
un pianeta”.
Braudel ha raccontato il Mediterraneo da un
punto di vista squisitamente storico, dilatando al massimo il proprio campo di studio. Ancora più ampia dovrebbe essere oggi
la nostra visione del nostro mare, ossia la visione di chi il Mediterraneo lo vive e sente di appartenervi: un’ idea più che una
visione, un modo di pensare, anzi un concetto, il concetto di Mediterraneo che,
come il concetto di Europa, non è facile da elaborare, tanto meno da introiettare. Un noto pittore genovese, ROBERTO
BIXIO, il suo mare lo rappresenta così
Se (per gioco) fosse una tavola del
Test di Rorschach, “il fumo di una nave a vapore”
sarebbe una risposta “banale”, mentre “il Mar Mediterraneo, l’ Italia, la Grecia, la Turchia, le piramidi, le coste del
Nord Africa, ecc. ecc.” sarebbe una risposta
“originale” e una brava psicologa la valuterebbe come “intramaculare”
(segno di un’ elaborazione introspettiva) e “formalmente positiva” (segno di
buone capacità percettive e intellettive). Restituendo alla psicologia i suoi
confini scientifici, si può concludere che i veri cantori del mondo. antico e moderno, sono stati e saranno sempre i poeti, gli
scrittori, gli storici e gli artisti. 15 giugno 2007 Elisa Petitta |
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RACCONTARE STORIE
Questo è l’ incipit delle Mille e una notte, l’ opera considerata da Dino Buzzati come “un monumento senza età e indiscutibile come le montagne”:
All’inizio c’è un re, Shahriyàr, straziato dal tradimento della moglie. Sconvolto dal dolore e dal desiderio di vendetta, ordina che ogni sera gli venga portata una fanciulla da sposare e poi da uccidere. Il popolo inorridito comincia a fuggire. Resta Shahrazàd, la figlia del visir. Si offre di sposare il re per salvare la vita delle altre ragazze. Si dice abbia letto mille storie. Ogni notte Shahrazàd racconta una nuova storia al re e, prima che sia terminata, sopraggiunto il mattino, la interrompe. Ogni volta il re giura di salvarle la vita, finché non avrà ascoltato il resto del racconto. Così, le storie di Shahrazàd, narrate in quelle mille notti, tengono lontana la morte, sospendono il tempo e la violenza del re. Salvano non solo la sua vita, ma anche quella di tutto il popolo. Salvano il futuro dell’intero regno. Salvano anche lo stesso re, che alla fine si pentirà della propria vendetta, annullerà la condanna a morte e saprà di nuovo gioire della vita. Salvano il mondo. Shahrazàd non solo conosce mille storie, ma le sa anche raccontare. Questa sua sapienza nel narrare la rende sovrana più del re Shahriyàr. Le Mille e una notte mostrano quanto potente possa essere l’abilità narrativa e svelano quanto fascino e quanta forza possano scaturire da un racconto.
PINOCCHIO TURCO
Nella versione pubblicata in Turchia, il pezzo di legno che vuole tramutarsi in bambino si rivolge al padre chiedendogli: “In nome di Allah, dammi del pane”. L’adattamento in chiave turca della favola di Pinocchio è stato considerato in senso positivo, a dimostrazione dell’universalità del capolavoro di Carlo Lorenzini (Collodi).
Le fiabe che si narrano ai bambini hanno quasi sempre uno schema fisso: l’eroe buono, pericoli spaventevoli e difficoltà che vengono superate, il male sempre punito e la virtù sempre ricompensata, il lieto fine. Questi elementi, essenziali dal punto di vista psicoanalitico in quanto rispecchiano la visione magica che il bambino ha delle cose ed esorcizzano gli incubi dell’inconscio infantile, possono però essere cambiati, a volte con un esito altrettanto positivo. Raccontare Cappuccetto Rosso come una bambina disubbidiente, Cenerentola come un’ adolescente invidiosa, Biancaneve come una seduttrice di piccoli uomini soli, può indurre il bambino a identificarsi con protagonisti negativi, ma anche a cercare il male dentro di sé e non fuori di sé, a riconoscere le ombre della propria anima, invece di rimuoverle e proiettarle all’esterno creandosi nemici immaginari o reali.
UN LIBRO E UN FILM CHE RACCONTANO LA STESSA STORIA
Un fatto può essere raccontato in diversi modi usando diversi linguaggi. Antonia Arslan, autrice del romanzo “La Masseria delle Allodole”, e i fratelli Taviani, registi della relativa versione cinematografica, hanno fatto proprio questo, hanno narrato la stessa storia, sia pure con modalità e strumenti differenti. E’ la storia di una famiglia armena, nel 1915, tra Europa e Turchia. Attraverso una prosa avvolgente, di quelle che non lasciano respiro, attori che sanno comunicare anche in silenzio, inquadrature che colpiscono al cuore, il libro e il film rivelano alcuni misteri del popolo armeno e di quello turco, ma non tutti. Anche la storia è spesso piena di ombre, che potrebbero essere individuate e dissipate. Come le ombre della psiche umana anche quelle della storia, allorquando si sentono accettate, cedono la loro energia e fanno diventare più forti. I forti non sono quelli che sottomettono gli altri, ma quelli che guardandosi dentro sanno vedere e accogliere la propria ombra, perché non l’hanno rimossa ma hanno avuto la forza di trasformarla e, quando la incontrano, non si scompongono perché già la conoscono. I forti hanno l’animo sereno, come alcune donne descritte nel libro, e lo sguardo buono, come alcuni uomini del film.
TANTI MODI PER RACCONTARE UNA GUERRA
All’ epoca della Guerra Italo-Turca (1911-1912) si scrisse molto sull’ avvenimento. Cronisti, ufficiali, soldati, intellettuali e semplici viaggiatori ne dettero la personale versione, che comunque contribuì ad accrescere la popolarità di quell’ evento bellico. Poi, con gli anni, nessuno ne parlò più e quella guerra si ridusse a poche righe sui testi scolastici. Recentemente sono stati ristampati alcuni libri di allora e pubblicate alcune monografie di autori contemporanei. Si tratta di opere elaborate da diversi punti di vista e, proprio per questo, interessanti.
E’ al tempo stesso un libro di viaggio, un reportage giornalistico e un romanzo d’avventura. L’autore, poeta e drammaturgo, romanziere e saggista, intellettuale futurista, descrive l’ atmosfera di un evento bellico osservato in diretta: quella che doveva essere “una passeggiata militare” si rivela, nonostante lo stile descrittivo a tratti vagamente salgariano, un’ impresa assai ardua da realizzare.
Tra il libro di De Maria, pubblicato nel 1912, e quello di Fabio Gramellini, pubblicato nel 2006, passano quasi cento anni.
Evitando la distinzione in buoni e cattivi e trascurando di ricercare meriti o colpe, l’ autore descrive la Guerra Italo-Turca prevalentemente dal punto di vista militare. Il volume, inoltre, è ricco di fotografie che documentano non solo gli eventi ma anche le innovazioni tecnologiche impiegate nelle operazioni. Ne risulta un conflitto moderno rispetto all’ epoca in cui si svolsero i fatti e, privando le immagini della patina del tempo, molto simile a una delle guerre in atto, quasi una tempesta nel deserto tutta italiana.
L’ ultima pagina del libro riporta una bella cartolina d’epoca che raffigura la pace fra Italia e Turchia.
I DOCUMENTI RACCONTANO
Dipinti, disegni, manoscritti, libri a stampa hanno parlato dei rapporti fra Occidente Europeo e Impero Ottomano, durante la mostra “I Turchi in Europa”, svoltasi nel 2006 in Friuli Venezia Giulia.
La discussione sull’ ingresso della Turchia nell’ Unione Europea è stata in larga misura condizionata dalla scarsa e superficiale consapevolezza dei rapporti secolari, dei conflitti, ma anche delle reciproche influenze, che ci sono stati fra la civiltà europea e il mondo ottomano, da sempre posto come un ponte fra Europa e Asia, sia per posizione geografica sia per sensibilità culturale. La mostra, promossa dall’ Amministrazione Regionale e dal Comune di Palmanova, in collaborazione con il Governo Italiano e l’ Ambasciata Turca in Italia, si è proposta di colmare questo vuoto di conoscenze. L’evento, di grande spessore culturale mediatico e turistico, ha coinvolto diverse città.
Come riferisce nella sua introduzione il Prof. Ennio Concina, curatore dell’ opera, l’ ultimo mercante turco a Venezia, intorno al 1838, cercò di difendere la sua presenza nel Fondaco, a dispetto della congiuntura e degli accordi internazionali che ne avevano decretato la chiusura. Ricorrendo alle carte, presentando in tribunale documenti di accordi rinnovati ormai da secoli, il mercante fece valere le sue ragioni con queste testuali parole:
“ ... San Marco aver dato fontego per casa de’ turchi, e mi voler star in fontego.”
10 aprile 2007 Elisa Petitta |
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VENEZIA E L’ORIENTE
Ci sono in Italia quattro cavalli che sembrano d’oro. Arrivati dall’ Oriente, hanno attraversato secoli di storia. Ora si fanno ammirare a Venezia. La loro silhouette non sembra logorata dal tempo né dalla celebrità. Interrogarsi sul loro passato, farsi un’ idea di chi li ha creati, conquistati, perduti, restaurati, trasforma il “turista per caso” in un “accorto viaggiatore”, che ancora oggi può percepirne l’immenso valore soprattutto come simbolo dell’ antico e profondo legame che unisce Venezia e l’Oriente.
VENISE ET L’ ORIENT MARCO POLO NASCITA DI VENEZIA RIFLESSI ARABI NELLA LAGUNA LUCI DEL MEDITERRANEO PERLE VENEZIANE E PERLE ORIENTALI VENISE ET L’ ORIENT
Raramente due destini sono stati così intimamente legati, malgrado le peripezie della storia. I quadri e gli oggetti attualmente in mostra a Parigi, presso l’ Istituto del Mondo Arabo, ne sono la testimonianza. L’ esposizione comprende diverse aree geografiche del Levante e numerosi secoli di scambi culturali e commerciali fra Venezia e l’Oriente. Il percorso si snoda fra i quadri rinascimentali e gli ori di San Marco, i tappeti, le verreries, le ceramiche e i cristalli provenienti dai più grandi musei del mondo. Circa duecentocinquanta meraviglie documentano la migliore epoca artistica e politica della Serenissima. Non è sempre facile distinguerne la vera origine, orientale o veneziana, ma questo conferisce più interesse alla visita e rende il senso di un processo di assimilazione culturale così perfetto da confondere ancora oggi gli esperti d’arte.
Un piccolo libro, ricco di immagini e insolito nella sua veste editoriale, mette in evidenza altre interessanti similitudini fra l’arte araba e quella veneziana. Dalle sue pagine ripiegate, come da un come un magico dépliant, saltano fuori decori e arabeschi che fanno pensare a una Venezia capitale d’Oriente.
MARCO POLO
Come scrive Peter Gumbel “bisogna tornare indietro ai tempi del più celebre viaggiatore della Via della Seta, Marco Polo, sette secoli fa, per trovare un momento in cui il rapporto tra occidente e oriente sia stato davvero significativo per la coscienza del mondo”. “Time” gli dedica uno speciale numero doppio.
La città di Venezia ha onorato Marco Polo con una straordinaria esposizione. La mostra, curata da Cristina Taverna, ha proposto le ventuno tavole originali realizzate da Emanuele Luzzati a collage e pastelli per la nuova edizione del Milione, pubblicata nella trecentesca versione toscana del testo. Ad esse sono stati affiancati numerosi oggetti appartenenti alle collezioni del Museo Correr: edizioni antiche, mappe, avori, ceramiche, ecc.. Nell’anno di Marco Polo è stato ricostruito uno straordinario percorso iconografico in cui all’ interpretazione per immagini di Luzzati, del tutto nuova e sorprendente, sono stati aggiunti reperti antichi, rari e preziosissimi, riferibili al Milione, al tema del viaggio e al rapporto tra Venezia e l’Oriente. L’itinerario completo dei Polo è stato illustrato sia dal raro materiale cartografico del museo, che testimonia le conoscenze geografiche dell’epoca e dà il senso del tempo nelle lunghe traversate per mari e deserti, sia dalle opere di Luzzati, pervase di stupore e meraviglia, che rendono con “leggerezza” l’esperienza di un viaggio avventuroso verso l’Oriente. Da un lato, quindi, l’ottimismo, il garbo e soprattutto il talento di un grande maestro dei nostri tempi, dall’altro un viaggio sulle tracce della storia.
Non la solita mostra, dunque, ma qualcosa di più: una magica armonia fra passato e presente. Peccato che si sia ormai conclusa, tuttavia è sempre possibile riviverne l’atmosfera sfogliando il libro pubblicato da Nuages. Non il solito catalogo, ma qualcosa di più: un racconto narrato con linguaggio antico e moderne visioni.
NASCITA DI VENEZIA
Venezia conserva ancora suggestive memorie del mondo bizantino. La città, infatti, nacque bizantina e tale si mantenne fino almeno al IX secolo. Il centro urbano che oggi siamo abituati a considerare come Venezia si sviluppò attraverso un processo graduale di popolamento delle isole della laguna. Gli abitanti della terraferma veneta furono di fatto costretti “temendo la barbarie dei Longobardi” a cercare rifugio nelle zone inaccessibili agli invasori. Le isole della laguna, già popolate in epoca romana, assunsero poco alla volta una fisionomia cittadina e l’amministrazione territoriale, originariamente governata dai tribuni, si trasformò verso la fine del VII secolo assumendo la fisionomia di ducato. Il primo dux veneziano fu istituito secondo le normali forme amministrative dell’ Italia bizantina, inaugurando la serie dei dogi veneziani destinata a durare fino a 1797. Il “bizantinismo” veneziano continuò fino al XII secolo ed ebbe come manifestazioni più evidenti sia le frequenti cooperazioni militari in nome dei comuni interessi strategici, sia gli influssi culturali sulle istituzioni, sull’arte e sulla società veneziana. Questa sostanziale sintonia veneto-bizantina culminò nell’ intervento veneziano in aiuto di Bisanzio contro i Normanni, cui seguì la concessione, da parte di Alessio I Comneno nel 1082, di una serie di importanti privilegi, fra cui un quartiere a Costantinopoli e la possibilità di commerciare in quasi tutto l’impero senza pagare tasse. Iniziò così la grande espansione del commercio veneziano nel Levante.
RIFLESSI ARABI NELLA LAGUNA
Venezia non è solo storia, ma anche magia e mistero, sogno e fantasia. Hugo Pratt (1927-1995) è stato uno dei maestri del fumetto moderno. Nel corso della sua vita ha viaggiato molto, pur restando sempre legato alla sua città d’adozione: Venezia. In “Favola di Venezia” Corto Maltese, protagonista di molte sue avventure, va alla ricerca della clavicola di Salomone, uno smeraldo purissimo proveniente dall’oriente. La leggenda racconta che fu riportato a Venezia insieme alle spoglie di San Marco. Sul di esso sono incisi caratteri misteriosi. Corto Maltese è a conoscenza di un indovinello, la cui soluzione potrebbe svelare il nascondiglio del prezioso talismano. Scappando per le calli e sui tetti, Corto cade attraverso un lucernaio e, come spesso gli accade, perde conoscenza entrando così nella dimensione magica dell’avventura. Le vignette che seguono illustrano il passaggio dal mondo reale a quello onirico, dove tutto è possibile: cadere verso l’alto e leggere sulla superficie dell’acqua, confondere le coordinate spaziali del proprio corpo e parlare un’altra lingua. L’ enigma del talismano orientale avrà una soluzione? oppure rimarrà avvolto nel mistero, come un sogno, fra i canali di Venezia?
LUCI DEL MEDITERRANEO
Ippolito Caffi (Belluno 1809-Lissa 1866), artista e personaggio romantico di grande fascino, è stato uno dei i maggiori vedutisti dell’ Ottocento italiano. Dotato di forte personalità e spirito avventuroso, è stato anche viaggiatore instancabile e patriota convinto. Nell’ anniversario della morte gli sono state dedicate tre mostre: a Belluno Roma e Genova (catalogo “Caffi – Luci del Mediteraneo” – Ed.Skira – www.skira.net). Dalle sue opere orientaliste, che pur nella loro indubbia maestria appaiono rispondere ai canoni del genere del tempo, ma soprattutto dai suoi taccuini e dai disegni sparsi, la realtà ritratta da Caffi presenta un certo carattere di ritrovamento della realtà veneziana. Sembra quasi che l’artista voglia risalire alla sorgente nascosta del suo mondo e, al tempo stesso, comunicare come in ogni città mediterranea si celino i tratti e la luce di una Venezia arabisante.
PERLE VENEZIANE E PERLE ORIENTALI
Pochi conoscono esattamente il significato del termine conteria. L’ antica Accademia della Crusca la definiva quella specie di gentili lavoro, a varj colori, per uso di collane, corone e simili ornamenti. Probabilmente dal latino “comptus”, adorno, ornato. C’è però chi sostiene che quella denominazione derivi dall’ uso di moneta (contare-contante) che ne fecero gli antichi popoli del Mediterraneo e del Levante. In entrambi i casi si tratta di perle di vetro di diversa grandezza e colore, che, grazie al lavoro di mani esperte, mani orientali o mani veneziane, diventano oggetti meravigliosi. La produzione a Murano risale al XIII secolo. Pionieri del settore furono Cristoforo Briani e Domenico Miotti i quali, su suggerimento di Marco Polo che ne portò dall'oriente alcuni campioni, iniziarono una produzione artigianale che, col passar del tempo, si trasformò in una vera e propria industria.
Le infilatrici di perle a Venezia sono ormai persone rare. Con calma e pazienza lavorano in un piccolo spazio e in grande silenzio, fra i mille colori delle conterie e le note sfumate della musica classica, con dita leggere manipolano vetro e fiamma, fili di seta e d’argento. Le loro creazioni, non solo collane ma anche fiori spille e orecchini, ricordano molto quelle orientali, turche o persiane, per fattura e materiale, gusto e fantasia. Un viaggio a Venezia dovrebbe comprendere una visita a una vera artista delle perle.
“L’ infilatrice di perle” , celebre quadro di Fausto Zonaro (Masi di Padova 1854-San Remo 1929), viaggiò fra Venezia e Costantinopoli, un po’ come la quadriga marciana; ma, mentre quest’ ultima si è fermata a Venezia, l’ artigiana veneziana è rimasta in Turchia e oggi fa parte di una splendida collezione privata. Osservandola attentamente, sembra che, con orgoglio e sguardo fiero, mostri al mondo il frutto del suo lavoro: lunghi fili di perle e di storia, annodati tra Venezia e l’ Oriente.
10 novembre 2006 Elisa Petitta |
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IL GRAND TOUR ATTRAVERSO IL MEDITERRANEO CONTINUA:
DOCUMENTARI AUDIOVISIVI DAL 2000 AL 2006
Le manifestazioni del Festival “SOLE E LUNA” fanno parte di un vasto progetto culturale curato dall’ Associazione “DOCFEST” e si svolgeranno a Palermo, nella splendida cornice di Santa Maria dello Spasimo e del Loggiato di San Bartolomeo, dal 26 ottobre al 1° novembre 2006. Il “SOLE E LUNA – DOCFEST” è stato presentato a Venezia e a Roma dal Presidente Carlo Fuscagni, dal Direttore Artistico Rubino Rubini e dal Direttore Esecutivo Lucia Gotti Venturato, che hanno ben sottolineato l’importanza delle opere audiovisive sia dal punto di vista strettamente documentaristico, sia dal punto di vista della comunicazione, soprattutto quando affrontano argomenti per così dire “multietnici” che, pur riguardando popoli diversi, vengono sviluppati in una visione cosmopolita della cultura. In altre parole, una rassegna di documentari sul Mediterraneo può non solo raccontare delle storie, ma anche creare un sistema di comunicazione “passante” fra culture differenti, creando un vero e proprio interscambio di conoscenze tra Oriente e Occidente, un ponte forse difficile da costruire ma sicuramente utile per superare stereotipi e false credenze. Le opere partecipanti al concorso, fra cui anche alcune di autori turchi, sono state prodotte negli ultimi sei anni e saranno divise in tre categorie: 1 – ISLAM che comprende documentari, serie televisive, inchieste, ricerche antropologiche etnografiche e socioculturali, reportage turistici di vario genere, con riferimento a qualunque area del mondo musulmano; 2 – MEDITERRANEO che raccoglie le più importanti realizzazioni documentaristiche inerenti tutti i paesi che si affacciano sul bacino mediterraneo, con particolare attenzione alla cultura delle popolazioni costiere; 3 – ARTE che riunisce i documentari dedicati alle differenti espressioni dell’arte mediterranea e islamica: pittura, scultura, musica, danza, teatro, folklore, architettura, cinema e televisione.
Una Giuria Internazionale, composta da sei personalità del mondo
della cultura della scienza e dello spettacolo, assegnerà i seguenti
premi: - Premio sezione "Islam"
- Premio sezione “Il Mediterraneo”
INFORMAZIONI
Programma ed eventi collaterali WEB – www.soeelunadocfest.comSede"SOLE E LUNA - DOCFEST" c/o “DOCFEST”
INDIRIZZO -
Ufficio Stampa “DOCFEST”
Coordinamento
Artistico “SOLE E LUNA – DOCFEST”
Istituzioni coinvolte nella realizzazione di “SOLE E LUNA – DOCFEST”
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Le 130 immagini che compongono il libro tracciano un suggestivo itinerario fra arte e architettura, persone e paesaggi, visti attraverso l’ obiettivo di alcuni tra i più grandi maestri della fotografia storica: i fratelli Alinari, James Anderson, Antonio Beato, Félix Bonfils, Francio Frith, Robert Macpherson, Celestino Degoix, Carlo Ponti, Giorgio Sommer. Grazie a loro e grazie anche all’ appassionato collezionista Antonio Brescacin (1943-2001), le antiche fotografie di Genova e Venezia, Granada e Siviglia, Atene e Luxor, Beyrout e Damasco sono giunte fino a noi. Gli originali (albumine e carte salate) sono già stati esposti a Torino nel 2003, ma alcune copie del libro sono ancora disponibili presso l’editore.
Quest’ opera ci porta indietro nel tempo. Ci si perde tra le pagine color seppia, andando verso Levante da una città all’ altra, da una sponda all’ altra del Mar Mediterraneo. Ci si sente un po’ come un viaggiatore ottocentesco, che, rapito dal fascino dell’ Oriente, vuole uscire dal proprio mondo non solo per vedere e conoscere, ma anche per fissare nella memoria e tramandare tutto quello che l’avventura offre ai suoi occhi. A quel tempo viaggiare non era certamente facile e poi non era alla portata di tutti. Chi restava aveva un solo modo per raggiungere idealmente quei luoghi lontani: osservare le immagini e leggere i racconti di quei coraggiosi viaggiatori, spesso privilegiati intellettuali, che avevano avuto l’ opportunità di vivere per esperienza diretta l’ incontro “ravvicinato” con popoli di diverse culture e tradizioni. Oggi non è più così. Tutto è più facile e veloce, quasi per tutti. La tecnologia moderna accorcia tempi e distanze, ma spesso la comunicazione, quella vera, che ha bisogno di attenzione per riflettere e per capire, ne risente e, paradossalmente, oggi dell’ Oriente ne sappiamo forse meno di ieri. In pochi avvertono nel profondo l’esigenza di recarsi sui luoghi originari di culti e culture orientali, spesso si tratta di giovani che con ogni mezzo se ne vanno (o piuttosto scappano) in India o in Tibet; la maggior parte delle persone invece “viaggia da casa”, navigando non in caicco sulle onde del Mediterraneo, ma in internet sulle onde del web, dove la mole di notizie (vere, false, vecchie e nuove) è grande come l’ oceano.
Questo libro-documentario ci avvicina all’ Oriente ricordandolo e mostrandolo così come lo contemplavano i primi fotografi. È un libro che affascina, seduce, e fa sognare. Il “SOLE E LUNA – DOCFEST”, progetto culturale che guarda al futuro dei popoli mediterranei, avvicinerà concretamente l’ Oriente all’ Occidente, costituirà una reale opportunità di incontro fra persone e intellettuali di diversa nazionalità, che avranno un’ occasione in più per conoscersi direttamente e dialogare, sgomberando dalle “nuvole” dei pregiudizi l’ “atmosfera” che circonda e accomuna le civiltà mediterranee.
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SMIRNE L’INDIMENTICABILE PRINCIPESSA
Piri Reis, l’antico cartografo turco, la disegnò come un fregio liberty, asimmetrico e colorato. Victor Hugo, che mai era stato in Oriente, la immaginò come una principessa avvolta da un mare di isole e di fiori. Come ce la raccontano gli scrittori di oggi? In questi ultimi anni la città di Smirne ha ispirato autori diversi, con scopi diversi. Ciascuno ne fornisce un ritratto differente, fra storia leggenda e fantasia.
SMIRNE UNA CITTÀ DIMENTICATA
Andando a ritroso, in ordine di tempo il libro più recente è quello curato da Marie-Carmen Smyrnelis dal titolo “Smyrne, la ville oubliée?”. Un’opera che potremmo definire davvero cosmopolita, in tutti i sensi e non solo in quanto frutto della collaborazione di specialisti e storici di diversa nazionalità. Il periodo considerato va dal 1830 al 1930, un arco di tempo in cui si realizzano per la città numerosi e profondi cambiamenti dal punto di vista politico economico sociale culturale umano e urbanistico, determinati sia dalle riforme statali dell’Impero Ottomano sia dai drammatici eventi fra il 1914 e il 1922; dopo i quali però la storia di Smirne non si ferma, ma continua, va avanti con la sua ricostruzione e rivive nei ricordi dei suoi attuali abitanti e nella nostalgia di coloro che dovettero allontanarsene. Dai diversi contributi emergono tre profili della Smirne cosmopolita. Una città-porto, il più importante porto commerciale dell’Impero Ottomano e del Mediterraneo Orientale, strategico crocevia per le carovane dirette in Persia e in India e per le rotte marittime dell’Egeo. Una città a maggioranza non-musulmana, nella quale la coesistenza di abitanti di varia etnia e religione trova un senso sia nelle differenze sia nei rapporti sociali, due elementi la cui dinamica si realizza in un unico spazio urbano, che non li contrappone ma piuttosto li accomuna. Una città culturalmente pluralista, quindi moderna anche rispetto all’Occidente, che a buon ragione può essere considerata come il simbolo di un cosmopolitismo vero, inteso nel senso più ampio del termine.
LA FINE DI SMIRNE
Altra opera recentemente pubblicata in Francia è quella di Hervé Georgelin dal titolo “La fin de Smyrne – Du cosmopolitisme aux nationalismes”. Una ricerca a livello universitario e di notevole spessore per l’ampiezza e la natura delle fonti utilizzate: archivi diplomatici francesi (Parigi e Nantes), archivio federale tedesco (fondo Potsdam), archivio di stato austriaco, archivio storico del Ministero degli affari esteri greco, archivio della tradizione orale presso il Centro studi sull’ Asia Minore di Atene e, infine, documenti armeni della Delegazione nazionale armena e documenti dell’ Alleanza israelita universale. Dal confronto incrociato di tali fonti emergono fatti e situazioni del passato, su cui ancora oggi potrebbe essere utile riflettere.
SMIRNE E L’OCCIDENTE Il libro di Léon Kontenté intitolato “Smyrne et l’Occident” è praticamente un trattato di storia come ormai se ne pubblicano pochi: è un’ opera vasta, completa ed esaustiva, scritta da un autore competente e ben consapevole dei rischi di imparzialità sempre presenti dietro le quinte di quel grande palcoscenico che è la storia. Come dice qualcuno “la storia è come una bella donna che ognuno accarezza a modo suo”, la citazione sembra particolarmente adatta alla storia di Smirne, città di cui è stato detto tutto e il contrario di tutto, come provano anche alcune fonti d’informazione, esse stesse a volte imparziali. Lo scopo del libro è quello di fornire una trama cronologica e completa degli avvenimenti, dall’antichità al periodo contemporaneo, mettendo in risalto sia le numerose mutazioni sia la sorprendente potenzialità di adattamento di una città dalle molteplici sfaccettature. Nel momento in cui la Turchia e l’Europa si interrogano sul proprio avvenire, quest’opera è utile per comprendere alcuni episodi del passato, spesso dolorosi, e ricollocarli in un’ ottica dinamica e moderna, che rimette in discussione antichi pregiudizi e apre nuove prospettive per il futuro.
SMIRNE: EVOCAZIONE (E RIEVOCAZIONE) DI UNO SCALO DEL LEVANTE Evocazione e rievocazione sono due parole della lingua italiana che indicano due strade della memoria, due strade per certi versi simili, ma la prima ha in più un tocco di magia. Laurence Abensur-Hazan, autrice del libro “Smyrne-Evocation d’une echelle du Levant”, le percorre entrambe, indugiando ora sull’ una ora sull’ altra. “Certi nomi di città e paesi hanno il dono singolare di far apparire davanti a noi, appena li pronunciamo, un paesaggio che la nostra fantasia ha già tratteggiato e che la nostra immaginazione colora nei nostri sogni.” L’incipit, tratto da un’opera ottocentesca, esprime perfettamente uno degli obiettivi, quello evocatorio nel senso letterale di “pronunciare un nome per richiamare magicamente qualcosa o qualcuno da un mondo scomparso”. Alcune fra le numerose immagini raccolte nel volume, fanno scattare proprio questo meccanismo, al di là del tempo e dello spazio, toccando le corde più sottili della memoria, quelle dai suoni più acuti, che spesso accompagnano momenti di “dejà vu” e “dejà vecu”. Altre invece rievocano, in un atto di amore quasi celebrativo, un passato le cui tracce resistono ancora oggi, nell’ allure di una città turco-europea, tradizionale e al tempo stesso moderna. Un libro essenzialmente fotografico e ricco di citazioni letterarie, fra le cui pagine è piacevole perdersi.
LE STREGHE DI SMIRNE Il romanzo d’esordio di Mara Meimaridi dal titolo “Le streghe di Smirne”, uscito in Grecia nel 2001, viene pubblicato in Italia nel 2004 grazie alla traduzione di Luigina Giammatteo. Tradotto di recente anche in lingua polacca e turca, dopo essere stato un vero caso editoriale in Grecia vendendo più di 150.000 copie, attualmente è divenuto un caso di giustizia penale in Turchia, dove è sotto inchiesta con l’accusa di aver offeso apertamente i Turchi. La casa editrice turca si è detta sorpresa dell’accaduto e, insieme all’autrice, si è difesa affermando che l’ opera, un romanzo ambientato nella comunità greca di Smirne prima dell’occupazione da parte delle truppe elleniche nel 1919, non è stata scritta né pubblicata con l’intenzione di attaccare la nazione turca. La data del processo deve ancora essere fissata.
LE CASE DI SMIRNE
Conclude la rassegna l’opera di Alev Little Croutier il cui titolo francese “Les femmes de Smyrne” introduce ancora una storia di donne, mentre quello italiano “Come farfalle nell’ambra” fa pensare a un antico gioiello. In realtà si tratta, come anticipa il titolo originale inglese “Seven houses”, di una storia di case: case di Smirne, abitate da generazioni donne, che si tramandano un talismano d’ambra.
La citazione di Pierre Loti (Le désert – 1895), che introduce quest’ultimo libro, può ben concludere anche questa piccola rassegna di opere storico-letterarie dedicate alla Turchia e alla città di Smirne:
“Et que, par avance, ils sachent bien qu’il n’y aura dans ce livre ni terribles aventures, ni chasses extraordinaire, ni découvertes, ni dangers; non, rien que la fantaisie d’une lente marche au pas des chameaux berceurs, dans l’infini du désert rose. »
1 marzo 2006 Elisa Petitta |
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ISTANBULGEN 2006
INCONTRO INTERNAZIONALE DI GENEALOGIA LEVANTINA "LE FAMIGLIE E LE COMUNITÀ LEVANTINE A ISTANBUL: PASSATO E PRESENTE" INTRODUZIONE E PRESENTAZIONE Negli ultimi anni è andata progressivamente aumentando l’attenzione per la storia delle famiglie levantine, ovvero quelle famiglie di origine europea che nei secoli passati hanno fatto parte dell’Impero Ottomano e che ancora oggi rappresentano una tradizione culturale particolarmente ricca, caratterizzata dalla fusione di elementi occidentali e orientali. La "cultura levantina" non solo sopravvive in tutto il mondo oltre che in Turchia, ma si ripropone anche in chiave moderna come terreno di incontro fra popoli e discipline differenti, in un panorama multietnico autentico e importante soprattutto dal punto di vista storico-sociale. Molti artisti contemporanei (musicisti pittori registi scrittori fotografi) hanno tratto ispirazione da questo argomento. E’ sufficiente ricordare il regista Boulmetis e il suo magico film "Un tocco di zenzero" (felice risultato di una co-produzione greco-turca) oppure il maestro Emre Araci, un musicista turco ma "cittadino del mondo", che nei suoi concerti ripropone le partiture scritte nell’Ottocento dai compositori europei (Gioacchino Rossini, Giuseppe Donizetti, ecc.) per la Corte Imperiale Ottomana, e infine, ma non ultimo, Ferzan Ozpetek e le alchimie culturali delle sue storie, sospese fra Italia e Turchia. Anche la genealogia, considerata come scienza nella quale confluiscono discipline diverse (storia e tradizione orale, araldica e iconografia, arte antica e moderna, toponomastica e geografia, sociologia e genetica), può dar vita a un’infinità di studi e ricerche originali, tra Oriente e Occidente. I discendenti delle famiglie levantine, gli storici, i sociologi e i genealogisti di professione si appassionano a questo argomento e si riuniscono da qualche anno in Francia Italia Turchia e Grecia, sia per scambiarsi opinioni e materiale, sia semplicemente per conoscersi. Così, per l’organizzazione della dr. ELISA PETITTA, in collaborazione con la rivista TURCHIA OGGI, sono nati gli incontri di Aix en Provence 2002, ROMAGEN 2003 e Istanbul-Izmir-Chios 2004, accompagnati da altrettanti eventi culturali come per esempio la mostra fotografica "L’Occhio della Sublime Porta" (Roma 2003) e la proiezione di "Pentagramma Levantino" (Izmir 2004). Per il mese di settembre dell’anno in corso si è pensato di organizzare ISTANBULGEN 2006, un Incontro Internazionale di Genealogia Levantina sul tema "Le famiglie e le comunità levantine a Istanbul: passato e presente". L’ iniziativa è già stata favorevolmente accolta in Turchia dall’ Istituto Italiano di Cultura e dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso di Istanbul e in Italia dallo I.A.G.I. (Istituto Araldico Genealogico Italiano – Scuola di Genealogia Araldica e Scienze Documentarie) di Bologna. L’evento avrà i seguenti obiettivi:
Pertanto si è ritenuto opportuno dare alla manifestazione una connotazione interattiva. Infatti il programma prevede non solo relazioni, ma anche workshop ed eventi culturali vari (mostre – visite guidate – intrattenimenti) sempre correlati al tema principale. Autrice e coordinatrice
del progetto: Uffico Stampa: ______________________________________________________________________ Si svolgerà a Istanbul nei giorni 4 – 5 – 6 – 7 – 8 SETTEMBRE 2006
INCONTRO INTERNAZIONALE DI GENEALOGIA LEVANTINA sul tema "LE FAMIGLIE E LE COMUNITÀ LEVANTINE A ISTANBUL: PASSATO E PRESENTE" a cura di Elisa Petitta Le relazioni e gli eventi culturali in programma avranno luogo presso L’ ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA e LA SOCIETÀ OPERAIA DI MUTUO SOCCORSO Per ulteriori informazioni rivolgersi a:
oppure consultare i seguenti siti web:
______________________________________________________________________ ISTANBULGEN 2006 INCONTRO INTERNAZIONALE DI GENEALOGIA LEVANTINA "LE FAMIGLIE E LE COMUNITÀ LEVANTINE A ISTANBUL: PASSATO E PRESENTE" ISTANBUL 4 / 8 SETTEMBRE 2006 MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE D IT 01 – GENNAIO 2006 ISCRIZIONE Tutti coloro che desiderino partecipare all’incontro sono invitati a far pervenire alla segreteria, entro il 15 MAGGIO 2006 , la scheda di iscrizione debitamente compilata. RELAZIONI – ATTI Il programma prevede un numero massimo di 32 relazioni. I partecipanti che desiderino presentare una relazione sono pregati di inviare alla segreteria entro il 31 GENNAIO 2006 la scheda di iscrizione completata dal titolo e da un breve riassunto, specificando eventualmente la necessità di servirsi di supporti audiovisivi. L’accettazione delle relazioni verrà comunicata agli autori entro il 15 FEBBRAIO 2006. Il termine ultimo per la consegna dei testi definitivi delle relazioni è fissato improrogabilmente al 15 MAGGIO 2006. Le relazioni che perverranno alla segreteria dopo tale data non potranno essere pubblicate per gli accordi stabiliti con la casa editrice. Per consentire la pubblicazione degli Atti il testo dovrà essere scritto in francese, mentre la lingua di esposizione potrà essere scelta del relatore con possibilità di traduzione simultanea. I testi definitivi delle relazioni (in formato Word, scritti in francese, corredati di bibliografia) dovranno essere inviati alla segreteria allegati a una e-mail. La durata delle relazioni non dovrà superare i 15 minuti, onde consentire spazio al dibattito. Una copia degli Atti verrà consegnata in omaggio agli autori delle relazioni l’ultimo giorno della manifestazione 8 SETTEMBRE 2006. SPESE D’ISCRIZIONE Le spese d’iscrizione sono di Euro 30,00. L’iscrizione dà diritto a prendere parte a tutte le riunioni (relazioni e ateliers) e agli eventi culturali correlati. Non sono invece comprese le spese dei tours e delle cene collettive, per i quali sarà necessaria la prenotazione. Le quote d’ iscrizione dovranno essere versate il primo giorno della manifestazione 4 SETTEMBRE 2006 direttamente al banco d’accoglienza, dove sarà possibile ritirare il materiale informativo e il programma definitivo. VIAGGIO – SISTEMAZIONE ALBERGHIERA – TOURS – CENE COLLETTIVE A coloro che invieranno la scheda di iscrizione saranno comunicate le eventuali condizioni preferenziali praticate dalle compagnie aeree, le sistemazioni alberghiere in convenzione, il programma dei tours e delle cene collettive. Tutti i partecipanti potranno cogliere l’occasione per visitare, in Istanbul, alcuni siti e monumenti significativi per la genealogia delle famiglie levantine., nonché i luoghi più importanti della città. EVENTI CULTURALI CORRELATI Verranno allestiti alcuni eventi culturali attinenti al tema della manifestazione. PROSSIMI AVVISI Per informazioni aggiornate consultare i seguenti siti web:
Oppure telefonare o scrivere (in italiano o in francese) direttamente alla SEGRETERIA
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Il 23 novembre a Istanbul, nel magnifico Palazzo Dolmabahce, è stata inaugurata, sotto l’alto patronato della Presidenza della Repubblica Italiana e del Parlamento Turco, la mostra dal titolo “LEONARDO DE MANGO - UN
ORIENTALISTA DI BEYOGLU”
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Leonardo De Mango |
Le musiche di un quartetto d’archi hanno accompagnato il cocktail d’apertura, ospitato nella sala d’ ingresso scintillante di cristalli e dorature.
Alla conferenza di presentazione hanno partecipato le massime autorità culturali e politiche di Italia e Turchia, sottolineando nei loro interventi l’ importanza dei rapporti fra le due nazioni e la loro millenaria storia di relazioni e scambi in campo culturale politico ed economico.
Il Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi e la signora Franca, in visita ufficiale in Turchia, hanno preso parte all’ importante evento culturale, accompagnati dal Presidente della Parlamento turco Bülent Arinç.

All’ organizzazione della mostra hanno contribuito: TBMM Genel Sekreterligi-Milli Saraylar Daire Baskanligi-Turkish Grand National Assembly, YAPI KREDI Kultur Sanat Yayncilik, Pinacoteca Provinciale di Bari, Istituto Italiano di Cultura di Istanbul, Associazione per la Difesa del Centro Storico di Bisceglie, Museo Diocesano di Bisceglie.
Hanno fatto parte del comitato scientifico: Metin Sözen, Erol Makzume, Silvio Marchetti, Roberta Ferrazza, Clara Gelao, Bianca Consiglio, Piero Consiglio, Giacinto La Notte.
L’ itinerario della mostra rispecchierà il percorso della vita del pittore e si realizzerà in due edizioni successive:
- una turca, a Istanbul, che si protrarrà fino al 15 gennaio 2006;
- una italiana, a Bari, che verrà ospitata nella sede della Pinacoteca Provinciale dall’11 febbraio al 31 marzo 2006.
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Costantinopoli
- Faro di Ahirkapi |
Bari
- Punta San Cataldo |
IL CATALOGO
Stampato in due edizioni (turco/inglese e turco/italiano) costituisce la prima documentazione completa e sistematica sulla vita e l’opera di Leonardo De Mango, realizzata attraverso un’ attenta ricerca presso gli archivi pubblici e privati, italiani e turchi.

Presenta più di 150 immagini di opere e documenti e si compone dei seguenti contributi:
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EROL MAKZUME
Il 75° Anniversario della morte di un pittore Orientalista di Pera:
Leonardo De Mango
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ROBERTA FERRAZZA
Leonardo De Mango e la Comunità Italiana di Istanbul
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BIANCA CONSIGLIO
Leonardo De Mango ritrattista
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PIERO CONSIGLIO – GIACINTO LA NOTTE
I
percorsi di una vita fra l’ Italia e l’ Oriente
Leonardo De Mango, nato nel 1843 a Bisceglie in Puglia, dopo la formazione presso il Real Istituto di Belle Arti di Napoli lasciò l’Italia per l’Oriente, viaggiando in Siria e in Egitto, per poi stabilirsi definitivamente a Istanbul.
“Leonardo De Mango est un des rares artistes qui ont su comprendre,
interpréter et pour dire plus juste faire parler l’Orient”
così Adolphe Thalasso scriveva dell’ artista italiano in un noto studio del 1911 sull’ arte ottomana.
L’ Oriente rappresentato da De Mango, infatti, sembra quasi sussurrare i suoni della vita quotidiana, emanare profumi e diffondere luci soffuse. Le sue opere provocano armonie di sensi e tempeste emotive, incantano il cuore e la mente dell’osservatore, raccontano storie e memorie.
Della sua vita si sa molto poco, ma i suoi quadri dicono tanto.
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Leonardo De Mango |
Leonardo De Mango morì a Istanbul nel 1930 in “istato di povertà” e fu sepolto al cimitero di Ferikoy in una fossa segnata solo da una croce di ghisa, che all’epoca connotava tutte le sepolture dei poveri. Successivamente i resti riesumati vennero riposti in un ossario comune.
Contemporaneamente alla mostra, un secondo evento si è svolto a Istanbul, città di adozione del pittore, per celebrarne il 75° anniversario della morte.
La Società Operaia di Mutuo Soccorso, di cui De Mango fu socio per lungo tempo, valendosi di un contributo offerto dall’ Istituto Italiano di Cultura e dal Dr. Erol Makzume, coordinatore di tutto il progetto, ha potuto acquistare un lotto di terreno nel quale sono stati inumati il resti del pittore sotto un manto di azalee bianche e rosse, che insieme al fitto fogliame verde ne dichiarano la nazionalità.
Il pronunzio apostolico nel corso di una breve ma sentita cerimonia, in presenza del Sindaco del quartiere e di un piccolo gruppo di persone, ha benedetto la sepoltura che conserva tuttora l’ antica croce di ghisa.

L’ edizione della mostra a Bari (11 febbraio/31 marzo 2006), promossa da Erol Makzume, da Piero e Bianca Consiglio dell’Associazione per la Difesa del Centro Storico e da Giacinto La Notte del Museo Diocesano di Bisceglie, costituisce la prima esposizione postuma dedicata a Leonardo De Mango.
L’evento rappresenta non solo un omaggio dovuto dalla sua vera patria a questo pittore tanto noto in Turchia quanto sconosciuto in Italia, ma anche un’ opportunità per rinsaldare ancora una volta un antico legame, di storia e cultura, fra due popoli vicini, uniti dall’ opera di un artista senza confini.
| 1 dicembre 2005 |
Elisa Petitta |
IL PIÙ BELLO DEI MARI
Così canta il poeta turco Hikmet, pensando al futuro di una storia d’amore. Versi eterni che fanno pensare alla vita come a un viaggio, a una vita insieme, a un viaggio per mare. Calma e tempesta, venti, approdo e naufragio, porti isole e fari. Tutto decide il “kismet” che, con mano leggera, scrive le nostre storie su un immenso e candido mare, un mare bianco. Ciascuno ha la sua onda, ma nessuno conosce la propria rotta. E’ la nostra vita scritta con la schiuma del mare. Forse, anche per questo motivo, gli antichi navigatori attraversando il Mar Mediterraneo lo chiamavano “IL MARE BIANCO” (in turco “AK DENIZ” – in arabo “AL-BAHR AL-ABYAD”). Nelle sue trasparenze si riflettevano destini di popoli, culture e civiltà, che lasciavano tracce indelebili rimbalzando da una sponda all’ altra. Quelle tracce, oggi, ci permettono di rileggere la nostra storia. Gli antichi, scrittori pittori navigatori, hanno raccontato e amato il Mare Bianco, ma noi a quel mare le cose più belle non le abbiamo ancora dette.
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A Roma, dal 23 al 26 febbraio 2005, un tour letterario attraverso gli stati della nuova Europa: TRANSEUROPAEXPRESS
Questo è il titolo del convegno aperto ieri a Roma in Campidoglio. La splendida sala dedicata a Pietro da Cortona ha visto riuniti i 26 scrittori dei paesi della nuova Europa, che per quattro giorni si incontreranno e leggeranno al pubblico i loro testi inediti, ispirati all’idea di Unione Europea, non solo intesa come comunità economico-finanziaria ma anche e soprattutto vissuta come più ampia comunità culturale. Fra loro la scrittrice EMINE SEVGI OZDAMAR parla per prima a nome del suo paese d’origine, la Turchia, considerato solo formalmente come paese ospite e ben rappresentato anche sulla geniale copertina del libro che raccoglie tutti i testi tradotti in italiano.
EMINE, LA VENTISEIESIMA PERLA .
In poche pagine Emine Sevgi Ozdamar ci dipinge l’immagine dell’Europa così come le appariva dalla finestra della sua casa d’infanzia a Istanbul. Una casa di legno come tante, aperta agli ospiti come tutte le case turche, accoglieva gli europei più celebri e famosi di quel periodo: Jean Gabin, Rossano Brazzi, Silvana Mangano e Anna Magnani. Non ombre, come quelle del teatro popolare turco, ma vere e proprie icone del cinema occidentale, personaggi amati, raccontati e imitati nei comportamenti e nel modo di vestire. “Mia nonna era superstiziosa. Quelle ombre sullo schermo si sarebbero portate via le facce dei miei genitori, diceva tutta impaurita.” Eppure, anche la nonna, a modo suo, amava l’Europa e con grande partecipazione emotiva ascoltava le letture della giovane Emine. Opere europee attraverso le quali altri ospiti, come Madame Bovary, Robinson Crusoe, Isadora Duncan e Molière, giungevano nelle case turche, sulla sponda asiatica o europea, europea o asiatica. “A Istanbul è proprio così...Ti ritrovi sull’altra sponda, in un altro continente, in un’altra vita ... Il mare è sempre lì. Anche l’Europa è sempre lì. E l’Asia.” “A Istanbul non sai se è il mare a reggere fra le braccia la città o la città il mare.” Il Bosforo equivale piuttosto alle sponde di un fiume europeo, è solo più grande e attraversa una città che comincia in Europa e continua in Asia. Per attraversare il Bosforo ci vogliono almeno venti minuti. Sui traghetti si ha il tempo di prendere il tè, studiare la lezione prima di andare a scuola, incontrare gli amici della vita e i personaggi dei sogni. “Tirava il vento di sudovest e, se guardavo fuori, la costa europea andava su e giù , come quando ero bambina, con le sue case, le mura bizantine, la Torre dei Genovesi, le chiese armene e ortodosse, le moschee e i palazzi ottomani. L’acqua batteva contro i finestrini del traghetto. Io leggevo il Woyzeck di Buchner e davanti a me, nella luce improvvisa di un fulmine, vidi un uomo, un turco, che avrebbe potuto essere Woyzeck”. Anche la luna accende i sogni e quando brilla sul Bosforo, come una lampada moderna che adatta la propria intensità all’ambiente, diventa più grande per illuminare due continenti. Al chiarore di quella luna l’ Europa non appare lontana. “... e la luna riprese a splendere sul porto. Dovunque ci si voltasse, a bordo del traghetto, qualsiasi cosa si toccasse, c’era dentro un po’ di luna. Tutti quella notte ne possedemmo un pezzetto.”
EMINE SEVGI OZDAMAR è nata a Malatya nel 1946. Ha frequentato la Scuola di recitazione a Istanbul. Nel 1976 si è trasferita a Berlino Est per lavorare alla Volksbühne con Benno Besson, allievo di Brecht, e con Matthias Langhoff. In seguito ha recitato a Parigi, ad Avignone e presso lo Schauspielhaus di Bochum sotto la direzione di Claus Peymann. E’ autrice di quattro opere teatrali, di cui ha curato la messa in scena alla Schauspielhaus di Francoforte. Ha scritto inoltre tre romanzi e due raccolte di racconti. La prima, Mutterzunge, è stata nominata “libro dell’anno” dalla rivista Publisher’s Weekly, mentre il suo primo romanzo Das Leben est eine Karawansere è stato definito “miglior libro dell’anno” dal London Times Supplement. Per la sua opera di scrittrice ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui nel 1991 il Premio Ingeborg Bachmann e nel 2004 il prestigioso Premio Kleist. Vive e lavora a Berlino. La sua opera è tradotta in dodici lingue.
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5 GENNAIO 2005
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FAUSTO
ZONARO
Ingresso
gratuito
Per
una preziosa panoramica sul raffinato artista, esponente del positivismo
tardo-ottocentesco, LE TRE STAGIONI PITTORICHE DI FAUSTO ZONARO VENEZIA – COSTANTINOPOLI – SAN REMO PITTORE DEL SULTANO (1890-1910) E DELLE LUCI E DEI COLORI DI SAN REMO E DELLA RIVIERA (1911-1929) Mostra organizzata dal Comune di San Remo – Assessorato Turismo e Manifestazioni San Remo – Villa Ormond 18 dicembre 1994 - 15 gennaio 1995
CATALOGO A CURA DI RODOLFO FALCHI LALLI EDITORE - POGGIBONSI (SIENA) - 1994 - 157 PAG. IN ITALIANO - FUORI COMMERCIO Il libro, disponibile presso la Biblioteca Civica del Comune di San Remo (Via Carli 1–18038 San Remo), offre anche un’ ampia rassegna della stampa dell’ epoca, relativa al pittore e alle sue opere.
DA
VENEZIA A NAPOLI E A SAN REMO,
Non
è l’itinerario di un bizzarro viaggio per mare, ma il percorso di una vita
d’artista: Fausto Zonaro, un pittore italiano illuminato e dominato dalla luce
di Costantinopoli.
Dallo stesso Sultano il pittore ottiene tutto: un palazzo, un atelier, un titolo militare, prestigiose onorificenze, il permesso di dipingere le donne dell’ harem e, alla fine, anche quello di ritrarre il Sultano in persona.
Nel 1910 il viaggio di Zonaro subisce un’ inversione di rotta verso occidente. Il “pittore di Costantinopoli”, che non ha mai rinunciato alla sua nazionalità italiana, torna in patria. Come tutti gli esuli porta con sé quello che può: la sua famiglia e i suoi quadri. La fortuna non lo aiuta, molte opere andranno perdute a causa delle intemperie. In quegli anni si svolge la guerra Italo-Turca. Non si vive bene in Turchia, ma nemmeno in Italia, dove i quadri di Fausto Zonaro, considerati troppo turchi, non vengono ammessi alle mostre. Non bastano l’amicizia e la solidarietà del Re e della Regina a trattenerlo a Roma e Zonaro riparte verso un nuovo orizzonte. A San Remo, ultima tappa del suo viaggio e della sua vita, continuerà a lavorare ripercorrendo gli arabeschi della sua esistenza. Nelle ultime opere, sfumando le tracce indelebili della memoria, ricorderà ancora quell’ Oriente ormai lontano.
Un poeta orientale glorificò l’arte di Fausto Zonaro con questi versi: “... uomo mago ... tu hai rubato il sorriso delle nostre donne ... tu hai mandato nella tua patria il nostro cielo ... tu hai scolorito le nostre sete per farne i tuoi colori ... tu fai belli i nostri soldati e i nostri uomini ...”
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LA SPOSA TURCA
TITOLO
ORIG.
Gegen die Wand
Sibel, una giovane e bella ragazza turco-tedesca, tenta il suicidio. In ospedale conosce Cahit, che a sua volta ha tentato il suicidio, e gli chiede di sposarla per aiutarla a fuggire dalla rigorosa disciplina della propria famiglia islamica. Cahit acconsente per aiutarla e permetterle di vivere una vita più libera, ma ben presto finisce per innamorarsene davvero. ASHÌK KERÌB, L'AMANTE SMEMORATO.
AUTORE
Anonimo turco del XVIII sec.
La storia d'amore tra un povero menestrello e una ricca fanciulla di Tiflìs, in un racconto anonimo del 1721, appartenente alla letteratura popolare turca. Non potendo sposarsi a causa della disparità sociale che divide le loro famiglie, i due innamorati si separano per sette lunghi anni. Un divino cavaliere dalle doti soprannaturali determinerà il loro destino. Il libro è il risultato di un lavoro di “ricucitura” di brani estratti dalle sei precedenti versioni. La fiaba, tradotta in russo e rielaborata da Michail Lermontov, viene proposta nella prima traduzione in lingua italiana GIOVANNI TRANCHIDA EDITORE
INDIRIZZO
Via Giuseppe Frua 18 – 20146 Milano SPOSE TURCHE Tra un film che fa riflettere e un libro che fa sognare passano tre secoli. Il tema è lo stesso: l’amore struggente. Tutto il resto è diverso. Cahit e Sibel, turco-tedeschi di oggi, sono infelici e disperati, per loro il matrimonio è senza amore, almeno all’inizio del film. E’ una soluzione, urgente, per non morire. Ashik Kerib e Shah Senem, invece, vivono un tempo “orientale”, s’innamorano con uno sguardo rischiarato da un raggio di luna e da allora attendono, sperano. In poche pagine voleranno via sette anni, a sperare e ad attendersi. Veloci, più simili a fotografie che a fotogrammi, si susseguono le inquadrature del bellissimo film di Fatih Akin, Orso d’Oro a Berlino nel 2004. Lente e lunghissime sono le descrizioni del racconto. All’anonimo autore, settecentesco, nessun premio, se non quello di aver vinto sul tempo: già nell’Ottocento la storia era piaciuta a Michail Lermontov che, affascinato dai poeti del Caucaso, l’aveva tradotta dalla lingua originale; dopo circa un secolo verrà finalmente pubblicata anche in italiano. Perché? Le storie d’amore non sono tutte uguali, anzi, nessuna è uguale a un’altra e forse per questo in genere piacciono, perché ognuno può ritrovarvi e proiettarvi almeno un attimo della propria storia, ma non basta. In queste due opere, tanto differenti per linguaggio situazione contenuti, si possono rintracciare due elementi fondamentali e indispensabili a qualunque storia d’amore, di qualunque epoca: l’armonia e la magia. La musica è di per sé armonia. Come il coro di una tragedia greca, un’antica canzone d’amore risuona sulle rive del Bosforo e accompagna tutto il film, quasi a scandirne il tempo e a smorzarne i toni drammatici. Nel gruppo dei musicisti si riconosce un suonatore di saz, l’antico liuto turco.
Il protagonista del libro è egli stesso un cantore-poeta, un ashug, una specie di trovatore provenzale; il suo strumento è il saz e sarà anche la sua fortuna.
Allo scadere dei sette anni, tempo concessogli per poter finalmente sposare l’amata, Ashik Kerib è ormai diventato ricco, ma si ritrova solo e disperato, troppo lontano per tornare a casa in tempo, prima che lei sposi un altro. Mentre piange e ha paura di morire, un cavaliere gli appare all’improvviso. E’ Khidr, la guida del Profeta Mosé, protettore dei viandanti e maestro dei cantori, ma qui è soprattutto la mano del Destino. Il suo cavallo, più potente dello spazio e del tempo, condurrà Ashik Kerib in un sol giorno da Aleppo a Tiflìs, dove l’amore trionferà e non solo per il giovane menestrello. Mentre l’armonia crea sempre immagini e sensazioni positive, la magia talora non vi riesce. C’è una frase del copione che tenta di suscitare nello spettatore una visione felice e spensierata dell’amore, ma in fondo ne esprime la grande illusione e in essa concentra tutta l’amarezza del film: “L’amore è come la giostra del Luna Park, cavalchi, cavalchi, cavalchi … e alla fine scopri che il cavallo è di legno”. Le due spose in verità non si assomigliano, ma per entrambe il matrimonio è associato, sia pure in modo diverso, al senso della morte: per Sibel è un’idea fissa, un’arma di ricatto, quasi un’ossessione dall’inizio alla fine del film; per Shah Senem, invece, è una possibilità, estrema, qualora il suo innamorato non faccia ritorno, è un sacchetto di seta e veleno nascosto sotto quell’abito nuziale imposto: non lo userà mai.
NOTA“Ashik Kerib” è anche un film, ultima opera (1988) del regista georgiano Sergej Parazdanov, artista multiforme (pittore, musicista, poeta, cantante lirico, artigiano, burattinaio di gran talento), dotato d’una visione del mondo straordinaria, profondamente legata alla cultura popolare e orientaleggiante delle repubbliche trans-caucasiche. Il film, ricchissimo visivamente (tappeti, nature morte, costumi sgargianti, icone, animali), è diviso in capitoli che scandiscono l'epos della narrazione e accoglie la musica, la danza, il teatro come elementi da cui far scaturire il meraviglioso. |
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DAL LIBRO: “VIAGGIO IN TURCHIA” di CORRADO ALVARO Editore Falzea – Reggio Calabria – 2004 – Pag. 267 – Euro 16,00 ISBN 88-8296-093-5 In copertina : Donato Frisia (1883-1953) – Il Bosforo (1933) – Piacenza – Galleria Ricci Oddi
Un saggio, pregevole e ampio, di Anne-Christine Faitrop-Porta introduce l’opera di Corrado Alvaro (pubblicata per la prima volta nel 1931) in questa nuova edizione, che comprende anche: - alcuni passi delle corrispondenze; - tre articoli (Il paese che non volle morire del 1931, Alberghi d’Oriente del 1933, Halil del 1934); - una lunga novella (L’ultima delle mille e una notte, pubblicata nel 1934); - il capitolo sul 1931 del diario Quasi una vita, con il quale Alvaro ottenne il Premio Strega nel 1951.
EDITORE FALZEA SitoWeb: http://www.falzeaeditore.it/chi.html
ARMONIE DELL’ANTICA E NUOVA TURCHIA
Spesso, dopo aver letto un libro o assistito a uno spettacolo, è facile provare a immaginarne l’autore nell’intento di comporre la sua opera. Così può venir in mente Rossini, di buon mattino, in vestaglia e ciabatte, che compone al pianoforte il finale del Guglielmo Tell; oppure Baudelaire, al crepuscolo, che scrive mentre il suo gatto lo fissa e a tratti passeggia sul suo scrittoio, sfiorando appena quei versi maledetti. Allo stesso modo, dopo aver letto “Viaggio in Turchia” viene spontaneo pensare a Corrado Alvaro, non in una stanza e seduto a un tavolo con carta e penna o addirittura alla macchina da scrivere, ma “en plain air” davanti a un cavalletto, a dipingere ritratti e paesaggi, usando mille sfumature da una tavolozza rubata, forse a un amico acquerellista. “Ho veduto fiorire il glicine per le vie di Costantinopoli.…il suo colore si stempera col grigio della casuccia di legno… e col rosa scialbo di certi intonachi. Anch’esso, come tutto qui, pare scolorito da un gran sole di stagioni passate. La stessa tenuità di colori è dovunque, …e le moschee sui sette colli…sono, con le loro cupole curve come gente prostrata intorno alla cupola maggiore, fantasmi di pietra grigia: esse rendono più vago e perlaceo il paesaggio, tra i veli grigi delle nebbie, il mare grigio del Corno d’Oro, il grigio delle vele e delle ciminiere nel porto.” Non è tutto. Mentre “dipinge” sembra avvolto da un’armonia di suoni, rumori, voci, canzoni e musiche, quasi una partitura bizzarra, possibile forse solo nei sogni. A Istanbul: “La strada è sonora, e un musicista avrebbe buon gioco a scrivere una sinfonia a Istanbul. Si annunzia ogni venditore col suono della sua merce: …e ogni cosa ha un suono. …grandioso concerto di cose, come d’una tribù errante.” A Bursa: “Una musichetta s’è messa a suonare per la strada: è un piffero e una grancassa;…I suonatori sono seri…;…e sembra che debbano andare da paese a paese, all’infinito. Né la gente per la strada si scuote; li lasciano passare come se sognassero.” “Nelle botteghe di caffè…gli avventori…si fanno incantare e immalinconire dalla voce che esce da queste trombe turchine e rosse dei grammofoni.…e le donne li ascoltano dai loro ritiri; è una voce lontana e monotona come la steppa…; non si sa se sia canto d’amore o di dolore; è un’armonia impastata del sentimento di questa terra…” Altre innumerevoli sensazioni, sapientemente mescolate tra loro, affiorano nel corso della narrazione, come se la Turchia, visitata dall’autore negli Anni Trenta, avesse accarezzato tutti i suoi sensi. “La vecchia Istanbul ha in prevalenza botteghe di roba da mangiare…aperte sulla strada… mostrano i cuochi affaccendati al lavoro di quella cucina orientale, fatta di teorie infinite di paste dolci…miscuglio di olio e di miele, di grasso e di zucchero. La città è tutta dorata di fritture.” “Bolle un’immensa caldaia di latte, e già si coagula; da un vaso a un altro cola denso il miele. L’odore di queste cose, misto a quello dei cuoi, delle vernici, della cannella, degli zenzeri, dell’incenso, di mille droghe sconosciute e, con il familiare odore della lana e del cotone, fanno una sinfonia equivoca e squisita.” Le ampie descrizioni di persone luoghi e cose, scandiscono un tempo, lento, calmo, orientale, e costituiscono spesso lo spunto per un’analisi straordinariamente lucida e sintetica sui cambiamenti del paese e sulle riforme di Ataturk. “Qui si aggirano quasi soltanto donne…fanno le compere pel marito…e il berrettino pei figlioli… con la visiera nera…e con la scritta T.C.: Repubblica Turca. Scambiano queste cose, alle volte, coi loro veli ricamati a fiori e frutti strani d’argento e azzurri, verdi e d’argento, argento e viola…Sono questi i loro veli festivi d’un tempo. Ora non usano più. Li comperano i forestieri e gli antiquari.” Dipingendo la realtà, l’autore ama a volte assimilarla alla finzione, fino a confonderla .Così il passaggio dal quadro alla scenografia è rapido, quasi naturale. “Sulla strada c’è il bazar, coperto, una galleria a forma di croce; dove è scoperto, il cielo fa da soffitto, ed è un bellissimo vedere; perché ognuno vi sta come a casa sua, nel suo padiglione, come in teatro. Levando gli occhi si scorge il salice, il cipresso…una cupola, ed è una curiosa impressione di interno e di esterno insieme, come se alberi e cupola fossero dipinti su uno scenario celeste. Come una scena di teatro dell’opera, insomma.” Dalle “quinte” compaiono personaggi e persone: Eftim, il falso papàs, entra in azione da dietro l’altare della chiesa del Fanar; la padrona dell’albergo francese recita il suo copione tra la scena del salotto e quella del giardino, in un angolo di Anatolia fuori dal tempo: “…non parla altro che francese…sta attenta ai suoi fiori… esce soltanto in carrozza… scommetto che in più di quarant’anni di vita turca ha vissuto sempre così, da straniera….La patria sua è questo pezzo di terra dove c’è l’ordine di un cantuccio d’Europa, e una cantina di buoni vini…Ma qui ci si può dimenticare di essere sotto altro cielo;…il resto è di là dal mare.” Questo mondo colorato, musicale, sensuale, teatrale, cambia bruscamente all’arrivo ad Ankara, definita da Alvaro come: “la capitale della solitudine” “il laboratorio di un uomo di stato” “il regno europeo e geloso, razionale e insieme chimerico di Mustafà Kemal” “…la statua a cavallo di Kemal…guarda il deserto, le antenne della radio che si levano in quella solitudine come perpendicolari d’un trattato di geometria…” “un altro monumento a Kemal, in piedi,…guarda il viale, i bambini, i soldati...”
Lasciandosi alle spalle “quella mescolanza di deserto e di civiltà più ardita”, il viaggio di Alvaro prosegue in treno, tra fiumane di gente, in un giorno di festa colorato di bandiere e di “…tappeti e chelìm arrotolati dietro le spalle o usati per avvolgere le robe, come isole colorite e magiche che ognuno si portasse dietro per stabilire ovunque il suo piccolo regno, sedervisi e inginocchiarvisi e fare di quei pochi palmi il punto d’arrivo dei nomadi, il terreno d’incontro con Dio.” Osservando i siti archeologici, l’autore regala un intero capitolo ai Romani e osserva: “Le loro rovine pesano su questa terra tanto carica. In trecento anni di colonizzazione dell’Oriente, seminarono tanta pietra, che la terra non finisce di partorirne.” Ai Greci, suoi compagni di viaggio da Cipro ad Atene, dedica una descrizione “dal vivo”: “si trovano dappertutto…facili ai discorsi…mobili e fluidi…curiosi… E poi, stando nel Mediterraneo come in una contrada battuta da anni, tutti i popoli intorno ad esso sono come vicini di casa e per poco, attraverso i loro occhi, quel mare non vi parrà lo stagno di cui diceva Platone.” Proprio mentre attraversa il Mediterraneo l’autore esprime il suo messaggio conclusivo, moderno rispetto al suo tempo, lungimirante, attuale: “Era dovunque quel colore di fortezza che già da Brindisi, coi vecchi castelli del porto, si pone come un tema di tutto il viaggio. Appunto le fortezze di ieri e di oggi fanno del Mediterraneo un mare pieno di riferimenti, uno specchio mobile della più vecchia Europa. … Vecchio Mediterraneo…” Questo è il pensiero che egli affida alle onde del mare, mentre “…la mezzaluna sorge come l’insegna di una bandiera ottomana…come di lucido rame…fugge da casa a casa, d’albero in albero.”
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