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Una nuova rubrica
curata dalla Dott.ssa Elisa Petitta, che ci presenterà di volta in volta
commenti e riflessioni su opere e artisti diversi, argomenti ed eventi
culturali, concernenti la Turchia e il Levante. |
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IL MEDITERRANEO E I
SUOI CANTORI OMERO
Una cavità
naturale alla base del Monte Ciannito, presso Sperlonga, accoglie la Grotta di Tiberio, ovvero il ninfeo
della villa in riva al mare, che l’ Imperatore
utilizzò come dimora fino al 26 d.C., quando si
trasferì a Capri. Il Museo annesso
all’area della Villa, inaugurato negli Anni Sessanta, fu concepito per
accogliere gli stupefacenti reperti scultorei, rivenuti durante gli scavi
connessi all’apertura della Via Flacca. La successiva,
sistematica e paziente ricostruzione dei frammenti ritrovati portò all’ identificazione di quattro gruppi marmorei,
rappresentativi di altrettanti episodi del ritorno di
Ulisse
in patria: - il gruppo di
Scilla, che rappresenta il mostro che avviluppa la nave di Ulisse nelle spire
della sua coda e ne divora gli uomini con le sue teste ferine; - l’ accecamento di Polifemo; - Ulisse mentre
trascina il corpo di
Achille; - il ratto del
Palladio. Si suppone che i
gruppi scultorei, noti come l’ “Odissea in marmo”, si
trovassero all'interno della grande cavità, che costituiva un sontuoso e
scenografico ambiente per convivi, aperto verso l'esterno su una piscina
quadrangolare, al cui centro, simile ad un'isola, era una vasta pedana,
adoperata come
triclinio per banchetti.
PREDRAG MATVEJEVIC
Sono parole
tratte dal libro “Breviario Mediterraneo” di Predrag Matvejevic, noto scrittore bosniaco, nato a Mostar, città
simbolo dell’incontro tra Oriente e Occidente, da sempre sensibile al tema
della convivenza tra culture diverse. Attualmente insegna all’
Università di Roma e in questi giorni presiede il Comitato Scientifico
della seconda edizione del festival
FERNAND BRAUDEL
Così si esprimeva Fernand
Braudel (1902-1985), uno dei maggiori storici di
Francia, a proposito del Mediterraneo, lo sconfinato mare che ha descritto in
numerosi suoi libri, abbracciandolo con la sua sconfinata visione di storico. “Il mare. Bisogna cercare di
immaginarlo, di vederlo con gli occhi di un uomo del passato: come un limite,
una barriera che si estende fino all’orizzonte, come un’immensità ossessiva,
onnipresente, meravigliosa, enigmatica. Fino a ieri ... il mare è rimasto
sconfinato, secondo l’antico metro della vela e delle imbarcazioni sempre alla
mercé del capriccio dei venti, cui occorrevano due mesi per andare da
Gibilterra a Istanbul.”
“Da allora il Mediterraneo si è
accorciato, restringendosi a poco a poco, ogni giorno di più! E oggi un aereo
lo attraversa, da nord a sud, in meno di un’ora. Di tale visione, che fa del
Mediterraneo attuale un lago, lo storico deve liberarsi a qualsiasi costo.
Poiché è di superfici che si tratta ... Parlare del
Mediterraneo storico significa ... restituirgli le sue dimensioni autentiche,
immaginarlo in una veste smisurata. Da solo, costituiva in passato un universo,
un pianeta”.
Braudel ha raccontato il Mediterraneo da un
punto di vista squisitamente storico, dilatando al massimo il proprio campo di studio. Ancora più ampia dovrebbe essere oggi
la nostra visione del nostro mare, ossia la visione di chi il Mediterraneo lo vive e sente di appartenervi: un’ idea più che una
visione, un modo di pensare, anzi un concetto, il concetto di Mediterraneo che,
come il concetto di Europa, non è facile da elaborare, tanto meno da introiettare. Un noto pittore genovese, ROBERTO
BIXIO, il suo mare lo rappresenta così
Se (per gioco) fosse una tavola del
Test di Rorschach, “il fumo di una nave a vapore”
sarebbe una risposta “banale”, mentre “il Mar Mediterraneo, l’ Italia, la Grecia, la Turchia, le piramidi, le coste del
Nord Africa, ecc. ecc.” sarebbe una risposta
“originale” e una brava psicologa la valuterebbe come “intramaculare”
(segno di un’ elaborazione introspettiva) e “formalmente positiva” (segno di
buone capacità percettive e intellettive). Restituendo alla psicologia i suoi
confini scientifici, si può concludere che i veri cantori del mondo. antico e moderno, sono stati e saranno sempre i poeti, gli
scrittori, gli storici e gli artisti. 15 giugno 2007 Elisa Petitta |
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RACCONTARE STORIE
Questo è l’ incipit delle Mille e una notte, l’ opera considerata da Dino Buzzati come “un monumento senza età e indiscutibile come le montagne”:
All’inizio c’è un re, Shahriyàr, straziato dal tradimento della moglie. Sconvolto dal dolore e dal desiderio di vendetta, ordina che ogni sera gli venga portata una fanciulla da sposare e poi da uccidere. Il popolo inorridito comincia a fuggire. Resta Shahrazàd, la figlia del visir. Si offre di sposare il re per salvare la vita delle altre ragazze. Si dice abbia letto mille storie. Ogni notte Shahrazàd racconta una nuova storia al re e, prima che sia terminata, sopraggiunto il mattino, la interrompe. Ogni volta il re giura di salvarle la vita, finché non avrà ascoltato il resto del racconto. Così, le storie di Shahrazàd, narrate in quelle mille notti, tengono lontana la morte, sospendono il tempo e la violenza del re. Salvano non solo la sua vita, ma anche quella di tutto il popolo. Salvano il futuro dell’intero regno. Salvano anche lo stesso re, che alla fine si pentirà della propria vendetta, annullerà la condanna a morte e saprà di nuovo gioire della vita. Salvano il mondo. Shahrazàd non solo conosce mille storie, ma le sa anche raccontare. Questa sua sapienza nel narrare la rende sovrana più del re Shahriyàr. Le Mille e una notte mostrano quanto potente possa essere l’abilità narrativa e svelano quanto fascino e quanta forza possano scaturire da un racconto.
PINOCCHIO TURCO
Nella versione pubblicata in Turchia, il pezzo di legno che vuole tramutarsi in bambino si rivolge al padre chiedendogli: “In nome di Allah, dammi del pane”. L’adattamento in chiave turca della favola di Pinocchio è stato considerato in senso positivo, a dimostrazione dell’universalità del capolavoro di Carlo Lorenzini (Collodi).
Le fiabe che si narrano ai bambini hanno quasi sempre uno schema fisso: l’eroe buono, pericoli spaventevoli e difficoltà che vengono superate, il male sempre punito e la virtù sempre ricompensata, il lieto fine. Questi elementi, essenziali dal punto di vista psicoanalitico in quanto rispecchiano la visione magica che il bambino ha delle cose ed esorcizzano gli incubi dell’inconscio infantile, possono però essere cambiati, a volte con un esito altrettanto positivo. Raccontare Cappuccetto Rosso come una bambina disubbidiente, Cenerentola come un’ adolescente invidiosa, Biancaneve come una seduttrice di piccoli uomini soli, può indurre il bambino a identificarsi con protagonisti negativi, ma anche a cercare il male dentro di sé e non fuori di sé, a riconoscere le ombre della propria anima, invece di rimuoverle e proiettarle all’esterno creandosi nemici immaginari o reali.
UN LIBRO E UN FILM CHE RACCONTANO LA STESSA STORIA
Un fatto può essere raccontato in diversi modi usando diversi linguaggi. Antonia Arslan, autrice del romanzo “La Masseria delle Allodole”, e i fratelli Taviani, registi della relativa versione cinematografica, hanno fatto proprio questo, hanno narrato la stessa storia, sia pure con modalità e strumenti differenti. E’ la storia di una famiglia armena, nel 1915, tra Europa e Turchia. Attraverso una prosa avvolgente, di quelle che non lasciano respiro, attori che sanno comunicare anche in silenzio, inquadrature che colpiscono al cuore, il libro e il film rivelano alcuni misteri del popolo armeno e di quello turco, ma non tutti. Anche la storia è spesso piena di ombre, che potrebbero essere individuate e dissipate. Come le ombre della psiche umana anche quelle della storia, allorquando si sentono accettate, cedono la loro energia e fanno diventare più forti. I forti non sono quelli che sottomettono gli altri, ma quelli che guardandosi dentro sanno vedere e accogliere la propria ombra, perché non l’hanno rimossa ma hanno avuto la forza di trasformarla e, quando la incontrano, non si scompongono perché già la conoscono. I forti hanno l’animo sereno, come alcune donne descritte nel libro, e lo sguardo buono, come alcuni uomini del film.
TANTI MODI PER RACCONTARE UNA GUERRA
All’ epoca della Guerra Italo-Turca (1911-1912) si scrisse molto sull’ avvenimento. Cronisti, ufficiali, soldati, intellettuali e semplici viaggiatori ne dettero la personale versione, che comunque contribuì ad accrescere la popolarità di quell’ evento bellico. Poi, con gli anni, nessuno ne parlò più e quella guerra si ridusse a poche righe sui testi scolastici. Recentemente sono stati ristampati alcuni libri di allora e pubblicate alcune monografie di autori contemporanei. Si tratta di opere elaborate da diversi punti di vista e, proprio per questo, interessanti.
E’ al tempo stesso un libro di viaggio, un reportage giornalistico e un romanzo d’avventura. L’autore, poeta e drammaturgo, romanziere e saggista, intellettuale futurista, descrive l’ atmosfera di un evento bellico osservato in diretta: quella che doveva essere “una passeggiata militare” si rivela, nonostante lo stile descrittivo a tratti vagamente salgariano, un’ impresa assai ardua da realizzare.
Tra il libro di De Maria, pubblicato nel 1912, e quello di Fabio Gramellini, pubblicato nel 2006, passano quasi cento anni.
Evitando la distinzione in buoni e cattivi e trascurando di ricercare meriti o colpe, l’ autore descrive la Guerra Italo-Turca prevalentemente dal punto di vista militare. Il volume, inoltre, è ricco di fotografie che documentano non solo gli eventi ma anche le innovazioni tecnologiche impiegate nelle operazioni. Ne risulta un conflitto moderno rispetto all’ epoca in cui si svolsero i fatti e, privando le immagini della patina del tempo, molto simile a una delle guerre in atto, quasi una tempesta nel deserto tutta italiana.
L’ ultima pagina del libro riporta una bella cartolina d’epoca che raffigura la pace fra Italia e Turchia.
I DOCUMENTI RACCONTANO
Dipinti, disegni, manoscritti, libri a stampa hanno parlato dei rapporti fra Occidente Europeo e Impero Ottomano, durante la mostra “I Turchi in Europa”, svoltasi nel 2006 in Friuli Venezia Giulia.
La discussione sull’ ingresso della Turchia nell’ Unione Europea è stata in larga misura condizionata dalla scarsa e superficiale consapevolezza dei rapporti secolari, dei conflitti, ma anche delle reciproche influenze, che ci sono stati fra la civiltà europea e il mondo ottomano, da sempre posto come un ponte fra Europa e Asia, sia per posizione geografica sia per sensibilità culturale. La mostra, promossa dall’ Amministrazione Regionale e dal Comune di Palmanova, in collaborazione con il Governo Italiano e l’ Ambasciata Turca in Italia, si è proposta di colmare questo vuoto di conoscenze. L’evento, di grande spessore culturale mediatico e turistico, ha coinvolto diverse città.
Come riferisce nella sua introduzione il Prof. Ennio Concina, curatore dell’ opera, l’ ultimo mercante turco a Venezia, intorno al 1838, cercò di difendere la sua presenza nel Fondaco, a dispetto della congiuntura e degli accordi internazionali che ne avevano decretato la chiusura. Ricorrendo alle carte, presentando in tribunale documenti di accordi rinnovati ormai da secoli, il mercante fece valere le sue ragioni con queste testuali parole: | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||