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(Turchia
Oggi) Il vostro viaggio senza orario avrà oggi come
meta il Nemrut Dagi nell’alta valle dell’Eufrate. Più facile a dirsi
che a farsi, il viaggio si intende. Se però vi trovate ad Istanbul e
avete due giorni in più da spendere per i vostri ozii, niente di meglio
che andare in aeroporto ed imbarcarsi per uno di quei voli interni che
indistintamente vi possono portare a Malatya o a Sanliurfa. Da qui tirare
dritto, preferibilmente con un pullman, verso Adiyaman o Kahta. Sarà bene
però che l’escursione al Nemrut Dagi, appartenente al gruppo del Tauro,
2150 metri, il più alto rilievo di tutta la Mesopotania settentrionale,
venga pianificata da una agenzia di viaggio. Non certo per questioni di
sicurezza ma solo per spostarsi con maggiori confort. Naturalmente per
arrivare in cima al monte si partirà in piena notte. In genere la sveglia
è attorno alla 2. Ci vuole circa un’ora prima di arrivare con una
macchina o con altro mezzo al campo base. L’escursione termica è
fortissima per cui conviene sempre avere con sé una giacca a vento. Una
bevanda calda, comunque, farà sempre bene se non altro per riscaldare il
corpo provato dal freddo che punge e dal vento che tira, anche in piena
estate. Al campo base la sosta non è lunga, per lo meno il tempo
necessario che la travel-guida dia l’ordine di mettersi in marcia. Tutti
in fila, uno dietro l’altro, seguendo un percorso obbligato. Il
sentiero, fatto di sassi e di pietraglia, non è certo adatto a chi ha
sacchi sulle spalle e pesanti attrezzature fotografiche, ma dopo qualche
centinaio di metri fatto di ripidi pendii, le gambe si muovono da sole.
Unica cosa consigliabile una lampadina tascabile per far luce davanti e
per vedere dove mettere i piedi. Per arrivare sulla cima ci vuole all’incirca
un’ora e mezza. Forse meno. Dipende dal ritmo che si impone alla
camminata. Quando alla fine si è in cima, si è quasi alla levata del
sole. E’ una emozione grandissima vederlo, poco a poco, levarsi sopra
Eufrate e – a mano a mano che si alza - illuminare il grande monumento
funerario di Antioco I. Parlare di questo - una delle meraviglie del mondo
– e raccontare in poche righe quello che si sente dentro è come minimo
riduttivo. No, cari amici! Bisogna trovarsi sul posto e giudicare per
quello che si prova. Il Memrut Dagi non è infatti solo un mausoleo o un
santuario. E’ esattamente un pantheon, un Olimpo. E’ il Gotha di tutti
gli dei, trattandosi di un culto religioso che mescola elementi
ellenistici, persiani, anatolici e persino ittiti, tenuti insieme da una
galleria di antenati idealizzati. Antioco I Commagene aveva concepito l’idea
megalomane di collocare statue colossali (di 6-8 metri di altezza) degli
dei dell’Olimpo seduti in trono su tre ampie terrazze; e ci era
riuscito. Scrive <ClupGuide>. "A più di duemila metri,
circondate a perdita d’occhio dalle desolate vette delle montagne,
queste teste giacenti, di dimensioni inusitate, evocano nel silenzio l’inevitabile
tema di Ozymadias – il potente sovrano immaginario di una poesia di
Shelley, del quale restano soltanto i segni di una statua giacente e una
iscrizione orgogliosa nel deserto – tanto più che di questo vero e
proprio monumento all’eternità, di questi cinquanta metri perfettamente
conici con il loro collare di percorsi e di terrazze, di questa
straordinaria ed unica idea architettonica di rifare il paesaggio nel suo
punto dominante, si è perduta la memoria stessa per quasi duemila anni, e
solo un secolo fa un geologo turco di passaggio ha riscoperto l’esistenza
di Antioco e del suo incredibile sepolcro". Del Nemrut Dagi non
si era saputo niente fino al 1881 allorché un geologo ottomano non ne
fece la scoperta. I lavori archeologici ebbero però inizio solo nel 1953
grazie all’attuazione del progetto dell’<American School of
Oriental Research>. La storia del Nemrut Dagi certo si identifica con
quella della Commagene, dall’impero dei Seleucidi, ai romani, a
Mitridate I Callinicus. Questi vantava una ascendenza reale e faceva
risalire il suo lignaggio a Seleuco I Nicatore. Mitridate morì nel 64
a.C. e gli succedette per l’appunto Antioco I Epifanie che, figlio di
madre partica, consolidò immediatamente un trattato di non aggressione
con Roma facendo della sua terra uno stato cuscinetto. Trattato di cui in
seguito non tenne più conto giacché si alleò con i Parti. Fu però la
sua rovina in quanto Roma non gli perdonò il tradimento e lo depose. Nel
72 d.C. Vespasiano la annesse all’Asia romana. La grandezza di Antioco I
è incancellabile. Vale dunque la pena di ricordare quello che il re fece
incidere sul suo hierothesium: "Io, grande Antioco, ho ordinato la
costruzione di questi templi, della strada cerimoniale e dei troni degli
dèi, su fondamenta che non verranno mai demolite. Ho fatto questo per
provare la mia fede negli dèi. Alla fine della mia vita qui entrerò nel
mio etero riposo e il mio spirito si unirà a quello di Zeu-Ahura Mazda
in cielo".
(Veronica Incagliati)
13.10.2006
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