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E’
una delle esperienze più indimenticabili. Le rovine della città di Ani,
45 km ad est di Kars, quasi al confine con l’Armenia, valgono senz’altro
il fatico viaggio necessario per raggiungerle. Lo spettacolo che si gode
stranamente è spettrale come lo è il panorama dei possenti bastioni e
delle mura, lunghe due chilometri, che cingevano l’antica metropoli
dentro la quale si trovavano – oltre alla cittadella – numerose chiese
testimonianza dell’architettura armena tra il X e il XIII secolo. Ani
deve il suo nome alla dea persiana Anahid, l’equivalente greca venerata
dagli urartei. Nota come fortezza già nel V secolo d. C, la fortezza fu
scelta come capitale da re Ahot III che si trasferì da Kars. Nei cento
anni che seguirono succedettero al trono Smbad II, Gagik I e Giovanni
Smbad. Scrive in proposito <Guide Apa>: "Fu durante il regno
di quest’ultimo che la città fu ripetutamente attaccata, prima dal
fratello del re stesso, poi da re della dinastia Ardzruni di Van, dal re
di Georgia, dalle prime orde turche ed infine dall’imperatore bizantino
Basilio II. Nel 1045 la città fu conquistata dai bizantini che
reinsediarono parte della popolazione nella lontana Cappadocia. Ma qualche
anno dopo arrivarono i Turchi e scelsero come governatore della città un
capo delle tribù curde locali che fece costruire l’unica moschea di
ani. Molto presto le dinastie Pahlavuni e Zakharian riuscirono ad
affermare il potere armeno in città anche se in questo caso gli Armeni
erano vassalli del re di Georgia. Ani tornò ad essere uno dei centri più
prosperi del Medio Oriente fino a quando fu irrimediabilmente devastata
dalle orde mongoliche e dal terremoto del 1319. Stando alle informazioni
contenute in un diario di viaggi, nel 1905 le rovine della città erano
abitate soltanto da un monaco e da una famiglia armena….". Per
poter visitare Ani è necessario ottenere dalle autorità una sorta di
permesso che viene rilasciato dalle autorità di Kars (Direttorato per la
Sicurezza). Con il lasciapassare in mano si incomincia il giro che
potrebbe partire dalla Chiesa del Redentore, un edificio a pianta centrale
costruito intorno al 1000 con il patrocinio della famiglia Pahlavuni. Lo
spazio interno è modellato da otto absidi con un portale che si apre sul
lato meridionale. Prima ancora però di arrivare a quello che resta del
tempio, occorre attraversare l’Arslan Kapisi, la porta che prende il
nome dal sultano selgiuchide Alp Arslan. E’ chiamata anche porta del
leone per via di un bassorilievo che raffigura un leone nell’atto di
camminare. L’impatto è sbalorditivo perché i resti che si vedono
oltre, ed in mezzo ai quali i pastori di Ocakli Koyu portano a pascolare i
loro greggi, lasciano riflettere su quanto ricca fosse questa città che
un tempo ebbe ad uguagliare Costantinopoli in potere e gloria. Adesso l’unico
suono è quello degli uccelli, mescolato al rumore che soffia lungo i
canaloni. Oltre alla Chiesa del Redentore, nei pressi delle mura sorge la
Chiesa di San Gregorio l’illuminatore, in turco Resimli Kilise (chiesa
con i dipinti). Proseguendo si arriva al Convento delle Vergini, alla
Fethiye Camii, alla Menucer Camii, alla Is Kale (la Cittadella), e ad
altre chiese tutte dedicate a San Gregorio. Dall’alto della Cittadella
si possono scorgere le abitazioni trogloditiche scavate sulla parete della
gola occidentale. Probabilmente vi abitavano i poveri di Ani. Alcuni
pensano invece che le caverne siano opera dei primi uomini giunti quassù
per sfuggire alle guerre che devastarono tutta la regione nei primi secoli
dell’era cristiana. Ricchissimi i dintorni, testimonianza di una grande
civiltà scomparsa. Ne sono un esempio il Monastero di Horomot (10 km a
nord-est di Ani), la Chiesa dei Pastori (interessante costruzione con
pianta a forma di stella), la Chiesa di S. Giovanni (edificata durante il
regno di Hovhannes Smbat III), la Chiesa di Menas, la Cappella Funebre, la
Magasbert (Fortezza su un costone della valle dell’Arpa, notevole
esempio di architettura militare del X secolo), la Kamir Vank, il
Monastero di Bagnayr. E’ una Turchia fuori dagli itinerari turistici.
Una Turchia, comunque, che avendo tempo a disposizione e voglia di farlo
andrebbe visitata per conoscere anche queste steppe, desolate ma così
ricche di storia.(Veronica Incagliati)
01.08.2007
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