UNA META AL GIORNO 

Bursa: Ulu Camii

BURSA

Bursa: mausoleo verdeKaragoz(Turchia Oggi) – "Prusia ad Olympium". Che volete di più? Quando il nome è così altisonante non ci si può attendere che meraviglie. Ed infatti di Prusia, meglio conosciuta al giorno d’oggi come Yesil Bursa (la verde Bursa), altro si può dire se non che sia veramente – come è stata definita - la Firenze della Turchia per via delle sue innumerevoli opere d’arte. Già Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, nella sua corrispondenza con l’imperatore Traiano, parlava di questa città – probabilmente fondata nel 220 a. C., - come di un centro attivissimo ed importante; specie per quanto riguardava le acque termali. Acque che ne hanno fatto, in parte, la sua fortuna. Che facessero bene alla salute, già in epoca antica, ne è testimonianza del resto la particolarità che la moglie di Giustiniano, Teodora, andasse spesso a soggiornare a Prusa dove l’imperatore – oltre ad un superbo palazzo – aveva fatto costruire un paio di terme. Nulla è cambiato da allora. Le acque, che scaturiscono dal monte Uludag (tra l’altro famosa stazione sciistica), sono sempre le stesse, ricche di minerali, famose per i loro poteri curativi. Infermi e persone cagionevoli di salute si recano qui per trascorrere soggiorni mirati; o scendendo presso lo <Yeni Kaplica>, un bagno fatto ricostruire nel 1522 dal gran visir del sultano Suleyman il Magnifico, Rustem Pasa, sui resti dell’antico bagno del periodo giustinianeo; o preferendo l’<Eski Kaplikalari> che vanta una clientela d’élite di uomini di affari. La storia di Bursa, a parte i soliti avvicendamenti, è legata ad Orhan Gazi che – una volta aver esteso l’impero selgiuchida fino ad includere tutto il territorio che andava da Angora (l’odierna Ankara) fino alla Tracia – fece della città la capitale. Questo fino al 1413 quando il sultanato fu trasferito ad Adrianopoli (Edirne) da dove si poteva preparare meglio il piano di attacco contro Costantinopoli. In 90 anni i sultani si impegnarono a fondo per abbellire la città che, secondo molti, è la più <turca> di tutta la Turchia. Basti pensare che si contano ben 125 moschee e di queste, certo, le più importanti sono senza dubbio quelle fondate dai primi sei sultani della dinastia ottomana. Una giornata costituisce il minimo indispensabile per una conoscenza non affrettata della città. La visita può avere inizio dalla Yelis Camii, Moschea Verde, capolavoro della architettura pro-ottomana, edificata nel sito dove sorgeva una precedente chiesa bizantina, per poi passare a vedere il Mausoleo Verde (Yesil Turbe) che accoglie le spoglie di Mehmet I Celebi, la Yesil Turve (Mausoleo di Mehmet I), la Ulu Camii (Grande Moschea). Poi ancora la Moschea di Murat II, il cimitero della Muradiye, il Museo Archeologico, il Museo d’Arte Turca ed Islamica, la Moschea di Hudavendigar, la Moschea di Beyazit la Moschea Orhamiye. Quest’ultima costituisce uno dei primi esempi della cosiddetta pianta eyvan, con una sala centrale coperta da una cupola. La pianta eyvan fu poi sviluppata dagli architetti ottomani sul modello delle madrase selgiuchidi dell’Anatolia centrale e delle moschee persiane. Un edificio molto importante è il Bedesten, vale a dire il bazar coperto. Fu voluto alla fine del XIV secolo da Yildirim Beyazit. Nel 1855 fu distrutto da un incendio. Quello attuale conserva comunque l’aspetto e l’atmosfera del Bedesten originale. Prima di andarsene da Bursa vale la pena non perdersi una visita all’Hemin Han, un cavanserraglio ben restaurato, che si trova nella zona del bazar. Situata a 155 metri sul livello del mare, Bursa è un notevole centro industriale. Viene considerata la capitale delle fabbriche del cotone. Tra le tante caratteristiche ha anche quella di essere il <luogo natale> del teatro turco delle ombre di Karagoz. Di questo teatro, <ClupGuide> ci offre un perfetto spaccato:

"Karagoz, che vedrete dai rigattieri del bazar, sulle confezioni di marron glacé, celebrato in un moderno monumento sulla strada per Cekirge, è il personaggio chiave del teatro turco delle ombre, un’arte popolare che non è riuscita a sopravvivere all’avvento del cinema e della televisione, ma che dal XVII secolo in poi fece divertire generazioni di turchi. Forse unica forma di satira ammessa, il teatro di Karagoz raccontava con il paradosso e la caricatura la società ottomana del tempo con un disparato campionario di soggetti, capace di rispecchiare i mille volti di un vastissimo impero. Attorno a Karagoz – un paesano dalla risposta sempre pronta, astuto quanto impulsivo, rozzo quanto pervicace, disoccupato ma sempre disponibile ad ogni intrapresa, barbuto e rubicondo con un grosso turbante sul capo – e ad Hacivat, il necessario contraltare – forbito nel linguaggio, vero pozzo di scienza, capace di rimare e musicare, compunto e atteggiato e inevitabilmente conservatore – ruotavano decine e decine di personaggi minori, buoni o cattivi, vittime o giustizieri, beniamini del pubblico o votati al disprezzo: così i vari tipi di çelebi, il gagà o giovin signore, dall’accento stambuliota, galante, ben vestito ed educato; di ubriachi e millantatori, spesso raccolti nella classe dei gendarmi o dei rappresentanti dell’autorità; il tiryaki, accanito fumatore d’oppio che spesso s’addormenta nel bel mezzo della scena e russa; il Bebe Ruhi, il nano petulante e fanfarone, ovviamente deriso e umiliato; ma anche il tarchiato taglialegna dell’Anatolia, il pescatore del mar Nero, il Rumelili immigrato dai Balcani, il Curdo, l’Acem o Persiano, l’Albanese, l’immancabile ebreo, il Circasso, il Levantino, perfino l’ermafrodita e il Karagoz in posa licenziosa e, infine, le donne, virtuose o cortigiane (queste riconoscibili dal seno scoperto), ovviamente frivole e litigiose, spesso causa degli intrighi. Ritrovare oggi queste figurine disarticolate, fatte di carta oleata multicolore, che venivano mosse per mezzo di bastoncini davanti a una candela accesa e dietro una tela bianca, è impresa difficile: se ne trovano imitate, e pure fanno bella mostra di sé per la vivacità dei colori, per l’esibizione delle buffe caricature…….". (Veronica Incagliati)
12.01.2006