UNA
META AL GIORNO
ISTANBUL (DOLMABAHCE)
|
Tutt’intorno al palazzo sorgeva una cittadella, fatta di scuderie, cucine, teatro, caserme, ministeri, e una fila di case a schiera per i pascià che imitava una via londinese: la Beshiktash ottocentesca si era trasformata in un sobborgo della corte ottomana. Dolma Baghçe conservava ancora, tuttavia, alcuni elementi della tradizione ottomana, quali la divisione fra selamik e harem-lik, e i grandi saloni centrali – o sofa - sui quali davano le altre stanze. Ma l’architettura e gli arredi erano essenzialmente europei: le pareti erano ornate dai ritratti dei regnanti d’Europa e da una collezione di quelle pitture all’orientale – con donne dell’harem, lo hagg, le Dolci Acque d’Europa e d’Asia – che tanto piacevano ai sultani e alle élite occidentali. I giardini erano parterre alla francese cui accudivano giardinieri europei. Oggi a Istanbul non esiste più un solo parco concepito secondo la tradizione ottomana, né vi si trova più una sola delle 1500 varietà di tulipani che li ornavano. Al centro di Dolma Baghçe, due piani più in alto di tutto il resto del palazzo, si apriva la più vasta Sala del Trono di tutto il mondo. Cinquantasei colonne corinzie sorreggevano un ornatissimo soffitto trompe-l’oeil, affrescato come il fondale di un’opera italiana con pilastri, nuvole, sipari e ghirlande di fiori. La sala, alta 36 metri, larga 40 e lunga 50, divenne l’epicentro del cerimoniale imperiale, soppiantando la Porta della Felicità: il trono imperiale d’oro, prelevato dalla camera del tesoro di Topkapi, vi venne installato in tempo perché il sultano potesse ricevervi le congratulazioni della corte, del governo e dell’harem per festeggiare il Bairam alla fine del Radaman. Il 22 luglio 1856 il sultano offrì un banchetto per 130 invitati per inaugurare la nuova reggia e insieme celebrare la vittoria sulla Russia. Gli ospiti, accolti dal gran visir Ali Pascià e dal ministro degli Esteri Fuad Pascià, furono presentati al timido e sorridente monarca, il quale poi si ritirò: la corte ottomana non era occidentalizzata al punto che il sultano califfo potesse sedersi a tavola con i convitati ad un pranzo ufficiale. Al posto d’onore nella Sala del Trono illuminata da un gigantesco candelabro con 400 becchi a gas sedeva il gran visir: alla sua destra aveva Lord Straford de Redcliffe, alla sua sinistra il maresciallo Pelissier, il vittorioso comandante dell’esercito francese in Crimea. Fra i commensali figuravano il comandante supremo delle forze armate ottomane, Omer Pascià, il conte Pisani, da cui Stratfored mai si separava, e diplomatici prussiani, austriaci e del regno di Sardegna. La banda imperiale intonò la Megidiyyeh, cui seguirono gli inni nazionali francese e britannico. Scoppiò un terribile temporale: i suonatori, atterriti dai tuoni e dai lampi, fuggirono lasciando spalancata la porta. Si spensero metà delle candele e gli ospiti, pur ammirati del palazzo, non resistettero alla tentazione di paragonare il banchetto alla festa di Baldassarre e profetizzare per Costantinopoli la fine di Babilonia. Il menu, che ci è stato tramandato, offriva un misto di piatti europei e ottomani, secondo la voga del tardo impero: ai borek, pilaf, kadayif e baklava si alternavano potage Sévigné, paupiette à la reine, croustade de foie gras à la Licullus. Alcuni piatti – croustade d’ananas en sultane, supreme de faisan à la circassienne, bar à la valide – erano probabilmente nuove creazioni, sintesi locali tra Oriente e Occidente….". (Veronica Incagliati)25.02.2006 |