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(Turchia
Oggi) "Si passeggia in mezzo a mucchi e a torri
di broccati di Bagdad, di tappeti di Caramania, di sete di Brussa, di tele
dell’Indostan, di mussoline del bengala, di scialli di Madras, di casimir
dell’India e della Persia, di tessuti variopinti del Cairo, di cuscini
rabescati d’oro, di veli di seta rigati d’argento, di sciarpe di tocca a
righe azzurre e incarnate, leggiere e trasparenti che paiono vaporose, di
stoffe di ogni forma e d’ogni disegno, in cui il chermisino, il blu, il
verde, il giallo, i colori più ribelli alle combinazioni simpatiche, si
avvicinano e s’intrecciano con un ardimento e un’armonia da far rimanere a
bocca aperta; di tappeti da tavola d’ogni grandezza, a fondo rosso e bianco,
ricamati d’arabeschi, di fiori, di versetti del Corano, di cifre imperiali,
che si starebbe un giorno a contemplarli come le pareti dell’Alhambra. Qui
si possono ammirare a una a una tutte le parti del vestiario turco
signorile, come nelle alcove d’un aren, dalle cappe verdi, ranciate e
color di giacinti, che coprono ogni cosa, fino alle camicie di seta, ai
fazzoletti ricamati d’oro e alle cinture di raso a cui non può non giungere
altro sguardo d’uomo che quel del signore dell’eunuco. Qui i caffettani di
velluto rosso, contornati d’ermellino e coperti di stelle; i bustini di raso
giallo, i calzoncini di seta color di rosa, le sottovesti di damasco bianco
tempestate di fiori d’oro, i veli di sposa scintillanti di pagliucole d’argento,
i casacchini di terzopelo verde, orlati di piumino di cigno; le vesti greche,
armene, e circasse di mille tagli capricciosi, sovraccariche d’ornamenti,
dure e splendenti come corazze; e in mezzo a tutti questi tesori, le
stoffe prosaiche di Francia e d’Inghilterra, dai colori sinistri, che ci
fanno la figura della nota d’un sarto in mezzo a pagine di un poema. Nessuno
che ami una donna, può passare in quel bazar senza considerare come una
grande sventura di non essere milionario e senza sentirsi per un momento
divampare nell’anima il furore del saccheggio…". E’ il 1878
quando Edmondo De Amicis scrive queste impressioni, poi raccolte in un volume
dal titolo "Costantinopoli", sul Kapali Carsi o Mercato Coperto.
Sono intere pagine che offrono una realtà del Gran Bazaar non dissimile da
quella che è oggi. Kapali Carsi è una città a sé che non si limita alla
parte chiusa ma si allarga a dismisura, da un lato avendo come sua periferia
una parte di Divan Yolu (strada progettata dai Romani per collegare la città
con le grandi arterie imperiali dirette verso nord), dall’altro la
Suleymaniye Camii (la più grande moschea di Istanbul), da un altro ancora
Eminonu con la zona limitrofa al Misir Carsisi (Mercato Egiziano). Per godere
il Gran Bazaar, questo gigantesco labirinto di strade lungo le quali si
allineano qualcosa come 5-6.mila negozi – oltre a banche, moschee, stazioni
di polizia, officine, ristoranti – è bene trovarsi sul posto di buon
mattina e sapere che fino a sera occorre vivere la vita del mercato secondo la
filosofia orientale: senza avere cioè alcuna fretta di tornarsene in albergo.
Mai come all’interno del Kapali Carsi il detto romano del carpe diem
è indicato. Bisogna infatti lasciarsi andare, cullarsi nel vortice della
confusione che annulla il pensiero e che ti sbatte da una parte all’altra,
in un vociare multietnico di lingue e dialetti che riporta direttamente alla
Costantinopoli di fin de secle (Ottocento). Come allora, turchi, russi,
bulgari, armeni, levantini, gente di ogni razza e colore fanno del Gran Bazaar
un immenso centro commerciale; certo non più fantasmagorico ed elegante come
ai tempi di De Amicis ma senz’altro più turistico, comunque dove il denaro
corre a fiumi. Il cuore del bazar è formato dall’Eski Bedesten o
Içbedesten derivato direttamente dall’originario impianto di Maometto II.
All’interno del mercato coperto dalla via principale (Kalpakçilarbasi
Caddesi), è alla sua sinistra, ma soprattutto alla sua destra, un intricato
dedalo di vicoli e stradine che, a chi non è del posto, possono anche far
perdere l’orientamento. Punto di riferimento è il Cevahir Bedesteni (mercato
dei gioielli). E da qui che ci si può direzionare verso Kurkçuler
Carsisi (bazar dei pellicciai), Sandal Bedesteni (monte dei pegni),
Kuyumcular Caddesi (via dei gioiellieri). Appena fuori dal
Kapali Carsi, c’è il bazar del libro antico, la Kiliççilar Sokak (l’antica
via degli spadai), la Feracecile Sokak (la via dei mantellai), la
Yagcilar Caddesi (la strada dei mercanti dell’olio), la
Oruculer Kapisi (la porta dei rammentatori), la Uzunçarsi
Caddesi (la via del Mercato lungo), la Cadircilar Caddesi (la via
delle tende). Spostandosi qua e là si avrà modo di vedere la Beyazit
Camii, il Foro di Teodosio, la Laleli Camii, la Suleymaniye Camii o moschea
del Solimano che domina il Corno d’Oro dall’alto di uno dei sette colli di
Istanbul e che essendo visibile da ogni parte della città, rappresenta un
importante punto di riferimento quando ci si deve orientare. E’ l’occasione
per fare un salto all’annesso kulliye che ospita un ottimo ristorante
islamico con cucina prettamente ottomana. Una volta rifocillati si potrà
riprendere il tour, risalendo ancora e scendendo verso il Corno d’Oro,
magari portandosi dentro il Bazar egiziano. Così, e terminiamo, lo descriveva
De Amicis: "…si ricasca fra le tentazioni entrando nel bazar dei
profumieri, che è uno dei più schiettamente orientali e dei più cari al
profeta, il quale diceva: <Donne, bambini e profumi>, per
dire i suoi tre più dolci piaceri. Qui si trovano le famose pastiglie del
Serraglio che profumano i baci, le cassule di gomma odorosa che staccano dal
mastico le forti fanciulle di Chio, per mandarla a rafforzare le gengive delle
molli musulmane; le essenze squisite di bergamotti e di gelsomino, e quelle
potentissime di rosa, chiuse in astucci di velluto ricamato d’oro, di un
prezzo da far rizzare i capelli; qui il collirio per le sopracciglia, l’antimonio
per gli occhi, l’henné per le unghie, i saponi che ammorbidiscono la cute
delle belle siriane, le pillole che fanno cadere i peli dal volto delle
maschie circasse, le acque di cedro e di arancio, i sacchetti di muschi, l’olio
di sandalo, l’ambra grigia, l’aloé per profumare le chicchere e le pipe,
una miriade di polveri, l’acque e di pomate, distinte con nomi fantastici e
destinate ad usi indicibili, che rappresentano ciascuna un capriccio amoroso,
un proposito di seduzione, un raffinamento di voluttà, e spandendo tutte
insieme una fragranza acuta e sensuale, che fa vedere come in un sogno dei
grandi occhi languidi e delle manine carezzevoli, e sentire un suono sommesso
di respiri e di baci….".
(Veronica Incagliati)
31.03.2006 |