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(Turchia Oggi) – La regione intorno a Mersin, nota per i suoi inverni miti, è piena di località di grande
importanza storica. Basti pensare a Yumuktepe dove dal 1937 in poi ad
opera della Fondazione Neilson si è scoperto un tumulo con vestigia di
insediamenti dell’età della pietra, del bronzo e di epoca ittita. I 32
strati scavati dagli archeologi recano testimonianza di dodici civiltà
successive. E poi c’è Elaiussa Sebaste. Ma di questo sito ci piace far
parlare direttamente Eugenia Equini Schneider, docente di Archeologia
delle Province Romane presso il Dipartimento di Scienze Storiche,
Archeologiche e Antropologiche dell’Università <La Sapienza> in
Roma. Avendo diretto dal 1995 in poi gli scavi di Elaiussa Sebaste, in
collaborazione con l’Università di Istanbul, è giusto che sia lei a
farne una particolare descrizione:
"Nel 1995 prese avvio la missione archeologica coordinata dall’Università
<La Sapienza> nel sito di Elaiussa Sebaste (attualmente
Merdivanlikuyu), che sorge sulla costa sud-orientale della Turchia, a
circa 60 km dalla moderna città di Mersin.
Elaiussa Sebaste fu in antico una delle più importanti città della
fascia costiera della Cilicia Aspera, una regione impervia, limitata a
settentrione dalla catena del Tauro, terra e rifugio di pirati che, per
più di un secolo, infestarono il Mar Mediterraneo fino alla loro
definitiva sconfitta ad opera di Pompeo.
Secondo il racconto dello storico e geografo Strabone, Elaiussa, il cui
nome significa <che produce ulivo>, nacque in origine su un’isola,
collegata nel tempo alla terraferma da una sottile lingua di terra,
sviluppandosi come porto proprio quando Pompeo riorganizzò tutta la costa
volta verso Cipro, punto di passaggio obbligato e di collegamento tra le
regioni della <mezzaluna fertile>, Mesopotania, Siria, Fenicia ed
Egitto, e la penisola anatolica: in una parola tra Oriente ed Occidente.
Alla fine del I secolo a. C. l’imperatore Augusto, perseguendo una
politica di indiretto controllo del territorio, <regalò> Elaiussa
assieme a tutta la fascia costiera della Cilicia aspera al re amico
Archelao di Cappadocia. Il re fece dell’isola una residenza estiva e
qui, secondo quanto racconta lo storico Flavio Giuseppe, egli ospitò
anche Erode re di giudea. In onore dell’imperatore di Roma il nome della
città fu cambiato da Archelao in Sebaste, ovvero Augusta in latino.
L’area dell’isola doveva allora accogliere gli edifici della polis,
oltre che naturalmente il porto e le strutture a questo connesse. Nelle
fonti letterarie di età imperiale e sulle monete la città viene chiamata
<signora delle nevi> e l’imponenza dei resti monumentali ancor
oggi visibili attesta la sua prosperità, conseguita grazie al suo ruolo
di scalo commerciale. La città si estese progressivamente sulla
terraferma, dove furono costruiti grandiosi edifici pubblici e religiosi:
un teatro, un tempio, due impianti termali, vaste aree commerciali, due
imponenti acquedotti, un’enorme cisterna scavata nella roccia. Tutta l’area
a monte fu occupata da vaste necropoli, con grandi monumenti funerali a
forma di casa e sarcofagi, il cui straordinario stato di conservazione ne
fa una delle più importanti <vie funerarie> della Asia Minore
romana,
Dopo la metà del III secolo d. C, l’importanza della città andò
diminuendo a vantaggio della vicina città di Corycos e la causa fu
dovuta, come sembra confermare la prospezione geologica condotta nel 1997,
al progressivo insabbiamento del porto. Tuttavia Elaiussa Sebaste mantenne
un certo prestigio anche in età bizantina, quando divenne sede vescovile
e fu arricchita da numerose basiliche cristiane. Malgrado la
monumentalità dei resti archeologici, Elaiussa Sebaste non è stata mai
oggetto fino ad ora di scavi e approfondite ricerche archeologiche. L’isola,
divenuta ora parte della terraferma, doveva costituire certamente il cuore
della città antica, ma lo scavo incontra difficoltà rilevanti perché
gran parte degli edifici antichi è nascosta sotto un cumulo di sabbia
alto diversi metri: un intreccio di muri, cisterne, frantoi per la
lavorazione dell’olio rivelano comunque la presenza di un quartiere a
costruzione intensiva, ad uso domestico e commerciale. Sono invece ancora
visibili, ed in qualche caso ben conservati, tratti delle mura di
fortificazione che dovevano servire a proteggere il promontorio non più
dai pirati, ma dai briganti della montagna che, secondo quanto raccontano
le fonti antiche, periodicamente compivano scorrerie sulla fascia
costiera, trovando poi rifugio nelle aspre gole della catena del Tauro.
All’interno dell’isola si ergono anche i resti di un imponente
impianto termale, trasformato in età bizantina in chiesa, mentre nel
corso delle campagne di scavo è stata messa in luce, sulla estrema punta
nord dell’isola, una basilica a tre navate, con tratti ben conservati
dell’originaria pavimentazione in piastrelle di calcare e di marmo di
diversi colori (bianco, giallo, blu), disposte a pannelli geometrici e
floreali. Tutto l’edificio sarà oggetto di un prossimo restauro.
La ricerca archeologica si è concentrata in particolare sul vasto
quartiere pubblico, dove sono stati aperti due grandi cantieri di scavo.
Il primo ha riguardato il teatro che occupa il pendio collinare,
immediatamente a ridosso dell’abitato moderno; sono state già messi in
luce l’impianto della scena e parte della cavea. In questo settore
purtroppo lo stato di conservazione è molto precario e le lastre di
copertura delle gradinate sono state completamente asportate in età
moderna. La data in cui l’edificio fu costruito non è ancora facile da
definire, anche se diversi indizi lasciano supporre una cronologia intorno
alla metà del II secolo d. C. Una seconda area di intervento ha
riguardato quella che sembra essere in età romana l’agora commerciale e
dove, a conclusione della campagna 1996, è venuta alla luce la prima
parte di un mosaico policromo che sembra essere in ottimo stato di
conservazione. Del grande tempio che sorge sull’estremità di una
terrazza naturale che si affaccia sulla baia moderna, colmo di
vegetazione, terra e detriti, è stata effettuata una prima, completa
pulizia. Si ignora ancora a quale divinità l’edificio di culto fosse
dedicato. La sua posizione, che domina il piccolo golfo, ed il soggetto
marino dell’unico rilievo ancora superstite, sembrano suggerire una
divinità collegata al mare".
(Veronica Incagliati)
09.06.2006 |