Huvat
aveva portato un autobus, una stufa, anche una "scatola parlante" che
aveva messo in subbuglio il villaggio. Ma tutto ciò non era nulla rispetto a
quella donna "dal viso di fiamma, mezza nuda e mezza bianca come il
latte", che quel giorno gli dava il braccio. Atiye, personaggio centrale
del romanzo autobiografico "Cara spudorata morte" di Latife Tekim,
attira in poco tempo l’attenzione di tutti. Personaggio straordinario, che
incute timore e rispetto ai figli, nel romanzo conquista pagina dopo pagina il
suo spazio, finendo per sbiadire la figura del marito. Tra lei e la piccola
Dirmit, penultima di sei figli, si stabilisce un rapporto molto intenso –
fatto anche di silenzi e di reciproci timori – che si rafforza ancora di più
quando tutta la famiglia lascerà il villaggio dove vive, per trasferirsi ad
Istanbul. E’ proprio qui che la forza di Atiye si manifesta in tutta la sua
grandezza, nella sua capacità di tenere unita la famiglia, impreparata ad
affrontare i ritmi della metropoli. Atiye rappresenta la tradizione, è l’unica
ad aver saputo portare con sé i riti del villaggio, i gesti quotidiani che
rappresentano - nel caos del nuovo mondo – un’ancora di salvezza. Ed è a
questo appiglio che si lega Dirmit, sempre combattuta tra il presente e il
ricordo struggente dell’infanzia felice nel villaggio.
L’ opera prima di Latife Tekin edita in Italia dalla Giunti di Firenze è
diventata in poche settimane un best seller in Turchia suscitando anche un
acceso dibattito tra gli intellettuali, divisi tra sostenitori e detrattori
della giovane autrice. Infatti, questo libro rappresenta un caso anomalo nel
panorama letterario turco, per il suo essere un mix tra romanzo occidentale e la
tradizione del cantastorie. L’autrice, alla costante ricerca delle sue radici,
trova rifugio nella scrittura, ed è anche attraverso questo viaggio nel passato
che definisce con maggior chiarezza il suo rapporto con la madre, morta anni
prima. Dopo questo suo primo romanzo, premiato da un grande successo di
pubblico, Tekim ha pubblicato altre due opere, oltre ad una sceneggiatura
cinematografica.
La
piccola sultana che attraversa di corsa la reggia, i servitori che si inchinano
al suo passaggio, le porte che si spalancano di fronte a lei. E’ un’atmosfera
da fiaba, quella in cui si svolge l’infanzia della principessa Selma,
protagonista del lungo romanzo di Kenizè Mourad, pubblicato dalla Rizzoli. Nel
mondo che lo circonda c’è tutto quanto fa splendore e ricchezza: arazzi,
affreschi, ori, gioielli, vestiti sfarzosi, feste, servitori pronti a scattare
al suo più piccolo comando. Ma, con l’infanzia, si chiude anche il sogno. E
inizia l’incubo. La guerra, l’impero che crolla, la reggia abbandonata e la
fuga del sultano e poi della sua famiglia, destinata a dividersi. La principessa
Selma è costretta a crescere in modo brusco, violento. Obbligata ad affrontare
una realtà tragica, fatta di sangue e di distruzione, e a convivere con il suo
sentirsi ormai ovunque straniera. Una esistenza molto romantica, la sua,
conclusa nella fredda stanza di un ospedale francese, dove Selma muore per un
attacco di peritonite acuta. Quanto è lontano il palazzo di Ortakoy.
Maghi,
uomini del mistero, miti, leggende e superstizioni. E anche ricette di
stregoneria, per conquistare la ragazza che si ama: "Sull’uovo di una
gallina bionda si scrive il nome della fanciulla e per tre notti si dispone al
chiaro di luna….". Nello smilzo libro di Giovanni Scognamillo, edito da
"Il torchio", non c’è la Istanbul di oggi, ma quella del passato
che l’autore – pur nato nella metropoli turca – non può conoscere. E’
un viaggio nell’irrazionale di questa città, percorso anche attraverso i
famosi visitatori che laggiù sono giunti. Agata Christie, ad esempio, nel 1926
sparì per ben 26 giorni: accadde ad Istanbul, e il mistero, rimasto tuttora
irrisolto, era nascosto nella stanza 411 dell’albergo Pera Palace Oppure
Giacomo Casanova, forse anche Cagliostro, certo si è che "Istanbul attira
un po’ tutti quanti: scrittori, poeti, avventurieri, commercianti,
viaggiatori, oziosi ed altri. Bisanzio è un calderone dove tutto, dal pensabile
all’impensabile, prende forma". E le cento pagine di questa opera sono un
tentativo di tenere assieme una sostanza tanto eterogenea.
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