|
<TURCHIA
OGGI> - A PARTE LA DOCUMENTAZIONE DELL'AMBASCIATA DI ITALIA AD
ANKARA E DELL'ICE DI ISTANBUL - SI AVVALE PER LE NOTIZIE E GLI
ARTICOLI RIPORTATI SUL SUO WEB, E NATURALMENTE RELATIVE ALLA TURCHIA,
DELLE NEWS
GIA' APPARSE IN ALTRI SITI O GIA' PUBBLICATE SU QUOTIDIANI E
RIVISTE. NON FA ALTRO CHE ASSEMBLARLE, NELLA CONVINZIONE CHE SIANO
DI MAGGIORE UTILITA' PER QUANTI HANNO UN QUALCHE INTERESSE PER
QUESTO PAESE. <TURCHIA OGGI>, AD
OGNI MODO, E' SEMPRE A VOSTRA DISPOSIZIONE.
|
PRIMO
PIANO
|
GUL CI RIPROVA
IL DOPO-VOTO
ELETTORALE
SE E' VERO QUANTO PROMETTONO I NAZIONALISTI DI DEVLET BAHCELI,
UN LORO APPOGGIO IN PARLAMENTO DAREBBE ALL'EX MINISTRO
DEGLI ESTERI IL QUORUM PERCHE' VENGA ELETTO NUOVO
CAPO DELLO
STATO TURCO
 |
I nazionalisti turchi,
annunciando che non faranno mancare il quorum in Parlamento, quando esso dovrà eleggere il nuovo Capo dello
stato, hanno rilanciato la candidatura del ministro degli Esteri Abdullah Gul a presidente della Repubblica. Lo
affermano tutti i giornali turchi, aggiungendo che
l'inattesa mossa dei nazionalisti di Devlet Bahceli potrebbe
spingere il partito conservatore di radici islamiche Akp del
premier Tayyip Erdogan a "rilanciare la loro sfida ai
militari" sulla presidenza della Repubblica. Nelle sue
precedenti dichiarazioni subito dopo la schiacciante
vittoria elettorale del 20 luglio scorso lo stesso Akp era apparso
disposto a "concertare" con gli altri partiti un
nome di garanzia istituzionale. In aprile scorso la
candidatura di Gul fallì proprio per la mancanza del numero
legale di due terzi (367 deputati su 550) in seguito al
boicottaggio di tutti gli altri partiti. Il partito Akp avrà
nel nuovo Parlamento 341 deputati, 26 in meno dei due terzi.
Ma se, grazie ai 71 nazionalisti dell'Mhp (ed ai 23
nazionalisti curdi del Dtp) non mancherà il quorum nelle
due prime votazioni, l'Akp potrà agevolmente eleggere il
suo candidato, Gul, alla terza votazione (quando
è richiesta solo la maggioranza assoluta di 276). In questa
ipotesi i militari, che il 27 aprile scorso con un
"e-memorandum" su Internet chiarirono che il
presidente turco dovrebbe essere "un laico nei fatti e
non solo a parole", secondo tutti i commentatori
"non potranno che stare a guardare", dato che essi
"non hanno mai agito contro la volontà popolare".
"Come tutti noi, essi saranno a disagio con una first
lady col capo coperto dal foulard islamico (come la moglie
di Gul, Ayrunisa, ndr) per l'immagine all'estero del Paese.
Ma essi si limiteranno ad osservare se sia stato intrapreso
qualche passo che metta a repentaglio la laicità dello
stato. Quando sarà necessario faranno sapere la loro
posizione. Su questo non c'é dubbio", ha scritto il noto l'editorialista Mehmet Ali Birand. Il
profilo dei deputati del partito conservatore di radici
islamiche Akp è profondamente cambiato in senso laico dopo
le ultime elezioni , rispetto a quello del Parlamento precedente. Lo osserva il giornale turco
<Vatan>.
Il quotidiano osserva infatti che dei 341 deputati acquisiti dal partito
del premier Tayyip Erdogan, solo 90 hanno un passato
islamista, in particolare nel movimento Milli gorus
(Opinione nazionale) fondato negli anni '70 dal padre
dell'islam politico radicale, Necmettin Erbakan. Tra i
deputati dell'Akp vi sono circa 100 definiti
"liberali", perché di professione professori
universitari, rappresentanti del mondo degli affari o ex
diplomatici e alti burocrati. Settanta degli eletti nelle
liste dell'Akp provengono poi da partiti laici di centro
destra, come l'ex Dyp (ora Partito democratico) ed Anavatan;
13 provengono dai partiti laici di sinistra e sei sono ex
nazionalisti. Delle 30 donne elette deputato nelle file
dell'Akp, nessuna di esse usa portare sul capo il foulard
islamico (turban), proibito in Turchia negli edifici
pubblici e nelle Università. Questa nuova composizione dei
parlamentari dell'Akp contribuisce a smentire, in parte, le
interpretazioni secondo cui alle elezioni, la schiacciante vittoria del partito Akp avrebbe
rappresentato una vittoria dell'islam (moderato,ndr) sui
laici, che vi si sarebbero rivelati come "una
minoranza". (Denaro.it)
|
|
.....MENTREBAYKAL
NON LASCIA
ROTTO IL
SILENZIO-STAMPA IL
CAPO DEL
CHP INTENDE RIMANERE AL SUO POSTO NONOSTANTE
L'INSUCCESSO DEL SUO PARTITO. LE CRITICHE DEI
SOCIALISTI EUROPEI
Deniz Baykal ha
scelto: non si dimetterà, nonostante la schiacciante
vittoria del suo "nemico" Recep Tayyip Erdogan e
l’insuccesso del suo Partito Repubblicano del popolo (Chp)
nel voto di domenica 20 luglio (20.82 per cento). Baykal intende
rimanere al suo posto e lo ha annunciato dopo giorni di
silenzio stampa nel corso dei quali ha deciso che per capire
le vere ragioni della sconfitta avvierà un’indagine
interna al partito, in ogni singola sezione cittadina. Ma la
determinazione del leader dell’opposizione turca non è
piaciuta ai Socialisti europei che hanno criticato
aspramente la scelta di rimanere al comando, secondo quanto
ha dichiarato Hannes Swoboda, al quotidiano <Today’s Zaman>.
Il Pse aveva più volte criticato Baykal accusandolo di
essere troppo nazionalista, troppo allineato alla strategia
dell'esercito e poco attento alle reali esigenze dei turchi.
Swoboda ha sottolineato che il Chp ha bisogno urgente di un
processo di riforma "che non sarà possibile con Baykal al
potere. Deploro la sua decisione di non dimettersi e di non
aver dato così la possibilità di emergere a una nuova
generazione di leader". Il Pse terrà sotto osservazione
il Chp e invierà una delegazione in Turchia per controllare
che il principale partito d’opposizione sia davvero ancora
tale e segua principi democratici. La delegazione discuterà
sia con i deputati Chp, sia i parlamentari della frangia a
sinistra dell'Akp ed ex membri del partito di Baykal. Per
Swoboda i doppi colloqui "sono un disastro per il Chp",
perché significa che né la sinistra né la destra sono
interessate a modernizzare la Turchia e le elezioni sono
state implicitamente una lotta tra democratici e non-democratici.
(Denaro.it)
|
|
IL
CONTROPOTERE
YASAR
BUYUKANIT Il
COMANDANTE SUPREMO DELLE FORZE ARMATE TURCHE HA FATTO
SAPERE CHE IL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DOVRA'
ESSERE UN LAICO
|
Era
stato zitto fino a questo momento, nella sorpresa
generale; ma alla fine il Capo di Stato Maggiore
dell'esercito Yasar Buyukanit è tornato sulla
questione del Presidente della Repubblica e ha fatto
capire che le posizioni delle Forze Armate non sono
cambiate, nonostante la massiccia vittoria del
partito islamico-moderato del primo ministro Recep
Tayyip Erdogan.
Ai giornalisti che gli chiedevano quale fosse la
posizione dell'esercito sulla conferenza dello
scorso 12 aprile e sul comunicato del 27, il
generale ha risposto: "Sosteniamo quanto detto
in entrambe le circostanze. Un presidente della
Repubblica deve essere laico nei fatti e non a
parole".
Il riferimento ad Abdullah Gul, candidato ad aprile
dal partito islamico-moderato per la Giustizia e lo
Sviluppo (Akp) alla Presidenza della Repubblica, è
fin troppo chiaro.
La sera della sua prima bocciatura in Parlamento, lo
scorso 27 aprile, l'esercito pubblicò un comunicato
stampa nel quale si metteva implicitamente in
guardia il governo Erdogan e dove l'establishment
militare si proclamava difensore dei principi laici
della Repubblica turca.
Il 12 aprile, l'ufficiale aveva tenuto una
conferenza stampa, annunciata con due giorni di
anticipo, in cui aveva parlato della situazione nord
irachena, ma anche del nuovo presidente della
Repubblica doveva essere "laico, fedele ai
principi della Costituzione e della
Repubblica".
La settimana scorsa Abdullah Gul, forte
dell'appoggio manifestato dal Partito nazionalista
di Devlet Bahceli, aveva tenuto una conferenza
stampa nella quale aveva fatto capire che non aveva
intenzione di ritirarsi dalla corsa alla più alta
carica dello Stato.
Due giorni dopo, Zafer Uskul, neo eletto deputato
dell'Akp, parlando con i giornalisti aveva
dichiarato: "La nostra deve essere una
Costituzione civile e senza colori. Ogni traccia
dell'ideologia kemalista va cancellata, inclusi i
principi nazionalisti e le riforme. Tenerli non è
da Paese democratico".
Tutte cose che Buyukanit ha gradito poco. (Apcom/Nuova
Agenzia Radicale) |
|
L'UOMOFORTE
A guardarlo, una
ventina di giorni fa, sul caicco che bordeggiava intorno a
Bodrum, col cappello da baseball, la t-shirt bianca e i
pantaloni corti, al ginocchio "ça va sans dire", un filo
di pancia appena appena, non sembrava l’uomo forte della
Turchia, il vero contropotere del Governo islamista del
premier Recep Tayyip Erdogan. Se girassimo però le lancette
dell’orologio all’indietro, fino al 15 febbraio,
vedremmo Mehmet Yasar Buyukanit a Washington, il petto
ingombro di mostrine, le spalline a quattro stelle da Capo
di stato Maggiore delle Forze Armate turche, parlottare in buon
inglese con il vicepresidente americano Dick Cheney e il
consigliere alla Sicurezza Nazionale Stephen Hadley.
Nessun generale turco aveva mai avuto un’accoglienza
simile: facevano notare stizziti i giornali turchi
filo-islamici che l’accoglienza in America era stata dello
stesso livello di quella del ministro degli Esteri Abdullah
Gul. Si disse a suo tempo che Buyukanit fosse il proconsole
americano in Turchia per la costruzione del Grande Medio
Oriente "democratico" di Bush. Oggi, con l’esercito
turco pronto a entrare in Iraq per colpire la guerriglia
curda e le accuse a Washington di fornire le armi al Pkk,
quella definizione non funziona più. Nato il 1 settembre
1940 a Istanbul, Buyukanit viene al mondo con un nome che è
una storia e un auspicio. Yasar vuol dire "che viva": era
l’augurio dei genitori per quel figlio che vedeva la luce
in un periodo di terribile mortalità infantile.
Guardando ora il generalone, si direbbe che abbia
funzionato. Il giovane che vivrà ha l’esercito nel
sangue, a 21 anni è già uscito dall’accademia militare
come ufficiale di fanteria. Grande sportivo, attraversa il
Bosforo più volte a nuoto. Un giorno, vestito in borghese,
incontra una ragazza sul vaporetto di Istanbul. Gli occhi
s’incontrano per un lungo attimo, come nei feuilleton: è
il colpo di fulmine, Filiz diventerà sua moglie. Lei ama
ricordare come non volle convincersi che lui fosse un
militare: "Fammi vedere il tesserino", gli disse. Ancora
adesso, per sdrammatizzare quando hanno una discussione, lei
gli chiede la tessera. Diventa generale negli anni Ottanta
dopo aver frequentato il Nato Defense College. Nel 1988
abita a Napoli: è capo dell’intelligence del fianco Sud
della Nato. Arriva al massimo della carriera militare il 30
agosto dell’anno scorso, festa della Vittoria, quando
diventa capo di stato maggiore. È il suo ingresso in
politica perché prende il posto del generale Ozkok,
ritenuto troppo morbido con gli islamici, se non amico di
Erdogan. Con la sua nomina cala il gelo tra governo e
militari. Sui siti internet islamici o su quelli vicini ai
lupi grigi comincia una campagna denigratoria.
Attenti, si dice, Buyukanit non è un vero turco. I suoi
antenati sarebbero stati ebrei della setta di Zabbatai Zevi,
che teorizzava la falsa conversione all’Islam.
Ironicamente, è la stessa accusa che il romanziere Ergun
Poyraz, nazionalista kemalista, fa a Erdogan e sua moglie
nel romanzo, molto venduto a Istanbul: "I figli di Mosé:
Tayyip e Emine". Buyukanit è poi accusato di aver definito
«buon soldato» un militare coinvolto nell’attentato
contro l’unica libreria di Semdinli, nell’Est del paese.
Un’indagine del ministero della Giustizia non troverà su
di lui "elementi per procedere".
Buyukanit è definito un autoritario dall’animo gentile:
adora la musica classica e i cani. Ai funerali dei suoi
soldati uccisi dal Pkk più volte si è visto una lacrima
scivolargli sul viso. Oltre all’esercito, ha una sola
enorme passione: il calcio. Quando va per mare a Bodrum, sul
suo caicco insieme alla bandiera turca c’è sempre quella
del Fenerbahce, la sua amata squadra della parte asiatica di
Istanbul. Cerca di non perdersi una partita, fumandosi sugli
spalti una sigaretta dopo l’altra: l’unica sua esplicita
debolezza a cui non intende affatto rinunciare. Il vincitore
di ultime elezioni, Erdogan, dovrà vedersela con
questo generale di ferro che ama Clausewitz e Beethoven. (Claudio
Gallo/La Stampa.it)
|
|
|
STABILITA'POLITICA
|
L'INTERVISTA
L'ambasciatore
della Repubblica di San Marino presso la Turchia,
Giorgio Girelli, risponde ad un cronista dell'<Informazione>
sul futuro del Paese
della Mezzaluna dopo le recenti elezioni
- Come ha seguito
le elezioni turche del 22 luglio ?
Attraverso
contatti con osservatori e consultando la stampa
internazionale, nonché con referenti in loco. Ma sempre con
la discrezione e la correttezza dovute nei confronti di uno
Stato presso il quale si è accreditati.
- Che
importanza hanno avuto queste elezioni in ordine ai rapporti
con la Unione Europea-
Chiuse le urne, è emersa una maggioranza la quale
assicura stabilità politica. Ciò consentirà un colloquio
più spedito con l’Europa che, secondo gli analisti, resta
per i turchi un progetto prioritario. Del resto, nel corso
dell’incontro svoltosi nei primi di giugno ad Ankara tra i
rappresentanti della Turchia, della troika della Unione
Europea (ministri degli Esteri tedesco, portoghese e
sloveno) insieme al Commissario all’Allargamento Olli Rehn,
è stato affermato l’intendimento turco di aprire tre
nuovi capitoli di negoziato (politica economica e monetaria,
statistica, controllo finanziario: questi ultimi due ora già
in trattazione) che porterebbero a sei i capitoli
complessivi finora posti sul tavolo per l’adesione. Di sua
iniziativa, nel mese di maggio, il governo turco ha adottato
un piano di azione settennale che prevede 200 riforme
legislative e circa 600 provvedimenti di altra natura.
- Quali
sono gli scogli da superare per l’entrata in Europa della
Turchia?
Nei documenti
più recenti della Commissione Europea sulla pre-adesione
della Turchia si fa riferimento, tra l’altro, a: libertà
di espressione, libertà religiosa, pari opportunità tra
uomo e donna, tutela delle minoranze, economia di mercato,
rapporti con Cipro, "questione curda", relazioni con
l’Armenia.
- I
diritti civili sono garantiti in Turchia?
L’approccio
al modello di civiltà "occidentale" è iniziato in
Turchia nel 1923. I fondamenti del nostro sistema di diritti
risalgono, con la "magna charta" e l’ "habeas
corpus", ad ottocento anni addietro. Senza fare sconti a
nessuno, l’evoluzione di un paese va scrutata inforcando
gli occhiali giusti. E, ad esempio, se resta ancora aperta
la questione del famoso articolo 301, è pur vero che al
convegno internazionale sull’etica dell’informazione,
promosso dalla Pontificia Università Gregoriana, Alì Bozer
ha spiegato che, analizzando l’impianto legislativo turco,
emerge che la disinformazione è lesione della persona sul
piano etico, religioso e giuridico.
- La questione
curda?
Non ho la veste
per esprimere giudizi. Riscontro solo che la guerra in Iraq
(al nord, ai confini con la Turchia, c’è una forte
componente curda) ha indirettamente aggiunto elementi di
complicazione in un quadro già assai difficile e rispetto
al quale, come riferisce l’Herald Tribune, il ministro
degli Esteri Gul ha affermato: "We know what to do and
when to do it". Ma è auspicabile che i conflitti siano
composti attraverso il dialogo.
- Ed i
rapporti con Cipro?
I temi sul
tappeto sono noti. Anche qui non voglio effettuare invasioni
di campo. Constato con piacere i segnali distensivi
intervenuti di recente.
- Quale
ruolo può avere San Marino nell’ingresso in Europa della
Turchia?
San Marino è
Stato terzo rispetto al negoziato in corso e non ha un ruolo
specifico, pur seguendo con attenzione e simpatia il
processo in atto.
- Ma la
Turchia può veramente far parte dell’Europa e quale
contributo la sua partecipazione potrebbe portare alla
Unione Europea?
Guardi, le
rispondo in modo spicciolo ma per me significativo. L’<Economist>
suddivide i suoi servizi per aree geografiche: Britain,
Middle est, The Americas, United States, ecc. Dov’è la
Turchia? Sempre sotto "Europe". E lo stesso potrei dire
della rassegna stampa predisposta dal Senato Italiano: i
temi della Turchia figurano sempre sotto "Europa".
Aggiungo che all’Onu la Turchia rientra nel gruppo dei
paesi dell’Europa Occidentale, che è membro del Consiglio
d’Europa, che rientra nell’Ocse. Non va inoltre
dimenticata la misura in cui la Turchia è stata esposta
nell’ambito della Nato in favore dell’occidente e
dell’Europa. Nel contesto attuale poi la Turchia assolve
nella sua area di riferimento un ruolo di grande peso
continuando a respingere ogni tendenza fondamentalista. A
tacere inoltre della funzione di ponte energetico che ha
questo paese: sono in corso progetti per acquisire da Iran e
Turkmenistan trenta miliardi di metri cubi di gas all’anno
di cui buona parte destinati all’Europa. Ed attraverso la
Turchia, via Bulgaria e Mar Nero, transiteranno anche
ingenti quantità di gas russo. L’inflazione è scesa ad
una cifra. L’incremento economico è notevole e costante.
Allora, pur con i tanti problemi che non dobbiamo
nasconderci, la linea di tendenza è nelle cose. Quanto al
contributo che può recare la partecipazione della Turchia
è valutazione che spetta alla Unione Europea.
- Ma
tutti i conflitti che nei secoli hanno opposto turchi ed
europei?
Ed i conflitti
tra Francia e Germania? Tra Inghilterra e Francia? Tra
Svezia e Polonia? Od Olanda? Tra Spagna e Francia? E si
potrebbe continuare per Paesi che ora sono il cuore pulsante
dell’Europa.
- Come
vive questa nuova esperienza di Ambasciatore di San Marino
in Turchia?
Servire la più
antica Repubblica del mondo, coerente custode di principi e
valori che hanno segnato il progresso dell’umanità, è un
privilegio che mi onora e mi gratifica: consapevole della
portata dell’Ufficio assegnatomi aspiro, nell’interesse
della Repubblica, a metterne in atto tutte le potenzialità.
(L'informazione di San Marino)
|
|
|
NE' DOMANINE'
DOPODOMANI
JOSE' MANUEL
BARROSO Pur
congratulandosi con
il premier turco per la vittoria riportata nelle recenti
elezioni, il presidente della Commissione UE, Josè Manuel
Barroso, ha
detto che la
Turchia non è pronta per entrare in Europa
Il presidente della
Commissione UE Josè Manuel Barroso si è congratulato con
il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan per la vittoria
riportata nelle elezioni sottolineando il suo impegno per
un'avvicinamento nelle relazioni con l'Unione Europea.
Questa vittoria "arriva in un momento importante per il
popolo della Turchia in quanto paese che si sta muovendo
verso riforme politiche ed economiche", ha affermato Barroso in
una nota diffusa a Bruxelles. "Il Primo Ministro Erdogan ha
dato il suo personale impegno per un avvicinamento sostenuto
verso l'Unione Europea", ha aggiunto il presidente
dell'esecutivo. Nonostante le congratulazioni Barroso,
parlando a un quotidiano greco, ha detto che
la Turchia non è ancora pronta per entrare nell'Unione
europea, ma l'UE non deve sbattere la porta in faccia alla
Turchia.
"Siamo onesti. La Turchia non è pronta a diventare oggi
membro dell'UE e l'UE non è pronta ad accettare la Turchia
come membro. Né domani né dopodomani", ha detto Barroso,
secondo quanto riportato dal quotidiano Kathimerini. Il
presidente dell'esecutivo europeo ha richiamato però gli
Stati membri a rispettare gli impegni assunti con la
Turchia. "Personalmente, credo sia una questione di
credibilità per l’ UE. Tutto ciò che abbiamo adottato
all'unanimità è una promessa che abbiamo fatto agli altri",
ha affermato Barroso. "Vorrei chiedere alla Francia e a tutti
gli Stati membri di non cambiare la decisione che abbiamo
preso insieme e di continuare i negoziati".
I negoziati per l'ingresso della Turchia nell'Ue, cominciati
nel 2005, proseguono con grandi difficoltà a causa delle
controversie aperte tra la Turchia e alcuni Stati membri, in
particolare la Grecia e Cipro. Al momento sono stati sospesi
otto capitoli dei 35 oggetti di negoziati a causa del
rifiuto delle autorità turche di aprire i propri porti a
Cipro. Un nuovo ostacolo sulla strada europea della Turchia
è rappresentato dalla contrarietà del presidente francese,
Nicolas Sarkozy, all'ingresso della Turchia. Sarkozy propone
in alternativa un'eventuale adesione turca a una "Unione
mediterranea". L'ipotesi è stata seccamente respinta
da Erdogan, e da Abdullah Gul.
(l'Unità.it)
|
|
RISORSE
ENERGETICHE
E TERRORISMO:
GEOPOLITICHE
SOVRAPPOSTE E NUOVI SCENARI DI
CONFLITTI PER UN'ANTICA GUERRA DEL FUOCO
di
Giovanni Ercolani
La
guerra al terrorismo ed i problemi legati alla sicurezza
delle risorse energetiche, stanno disegnando il contorno di
un "Regional Security Complex", più ampio
degli stessi confini geografici dei paesi membri della Nato.
Per affrontare efficacemente gli eventuali conflitti, che
potrebbero esplodere in questa nuova ampia area, si rende
necessaria una vera e propria rivoluzione culturale, che
prenda in considerazione l’importanza strategico-operativa
della "cultural intelligence" e dei "critical
security studies".
Concludendo il suo recente libro "The World is Flat"
Thomas Friedman mette a confronto due date che secondo lui
rappresentano maggiormente due momenti importanti ed opposti
del processo di globalizzazione che si sta attuando nel
nostro pianeta: 9/11 e 11/9.
La prima data, quella del 9 novembre (9/11/1989) rappresenta
il momento con il quale, dopo la caduta del muro di Berlino
si cercò di immaginare un mondo diverso, quindi
caratterizzato da una "creative imagination".
All’opposto troviamo la data dell’11 settembre
(11/9/2001), che ha dimostrato il potere di una diversa
forma di immaginazione, quella della "destructive
imagination".
Però, se venisse tracciata una linea che unisse la prima
data, quella dell’immaginazione creativa, a quella più
recente del Nato Summit (Riga, 27-29 novembre 2006), l’occhio
attento dell’analista di relazioni internazionali potrebbe
individuare una continuità di costanti e variabili su
questo tracciato storico-genealogico.
Se l’uomo di Fukuyama, malgrado le "previsioni
astrologiche" di Huntington, ingenuamente poteva
pensare che con la scomparsa della minaccia del comunismo
sovietico, sarebbe stato possibile un nuovo ordine mondiale
basato sul liberalismo politico-economico, sicuramente gli
attentati di New York, Bali, Istanbul, Madrid e Londra ne
hanno minato il candido narcisistico ottimismo a-storico.
Se in questo contesto, definito da Marc Ferro come
caratterizzato da una bankruptcy of ideology,
la prima guerra del Golfo ed il conflitto in Bosnia
storiograficamente segnavano già il sorgere di un new
world security disorder, la presunta fatwa
di Bin Laden e l’emergere della minaccia del terrorismo
post-moderno, andavano già imponendo da tempo nuovi
giocatori e regole sullo scenario mondiale, riempiendo così
il vuoto lasciato dal threat deficit.
Tali scenari, che verranno da noi analizzati singolarmente,
sono stati circoscritti, cartografati, e strutturati in
ordine, attraverso una loro funzione semiotica e vere
narrazioni geopolitiche da diversi
"autori-attori", quali i discorsi del "US
National Intelligence Council", della "Long
War", della società petrolifera <Chevron>, ed infine
di Bin Laden.
Al fine di individuarne la genealogia nella continuità
degli interessi, le discordanze, e le possibili tensioni,
queste geopolitiche verranno sovrapposte con il fine pratico
di tratteggiare i confini di un "Regional Security
Complex" (definito da Barry Buzan come un complesso
regionale costituito da un gruppo di stati legati tra loro
da stessi problemi di sicurezza) al cui interno potrebbero
nascere dei conflitti.
Come si dimostrerà, il perimetro di questo "Regional
Security Complex" coinciderà con quelli che sono
gli interessi strategici dell’Alleanza Atlantica (quindi
una regione strategica dal perimetro più ampio rispetto a
quella illustrata non solo dall’unione dei confini
geografici dei suoi membri ma anche dall’applicazione dell’Art.
5 del Patto Atlantico), ed in caso di minacce alla sua
stabilità l’intervento italiano sarà altamente
probabile.
Nell’abbinare la necessità di una riforma
strategico-operativa (legata al concetto sperimentale di
"rizoma"), all’elemento della "human
intelligence-cultural intelligence", si vogliono
individuare i principali fattori evolutivi per affrontare
efficacemente le nuove missioni militari e le crisi
internazionali.
Concludendo questa ricerca, viene messo in luce un nuovo,
più multidisciplinare e "nomade" approccio ai
problemi della sicurezza.
Il mondo
narrato dal National
Intelligence Council
Le prime
rappresentazioni geopolitiche ci vengono offerte da tre
studi del Governo americano:
- "Global Trends 2010" (novembre
1997);
- "Global Trends 2015" (dicembre
2000);
- "Mapping the Global Future"
(dicembre 2004).
Il "Global Trends 2010", pubblicato nel
novembre 1997 da parte del "National Intelligence
Council" (Nic), quindi prima dei famosi attacchi
dell’11 settembre 2001, metteva già in evidenza come gli
scenari internazionali sarebbero cambiati nel breve periodo.
In particolare si sottolineava come la struttura delle
relazioni internazionali basata sulla stabile sistemazione
del potere tra gli stati stesse cominciando a venir meno.
Questo a causa di tre grandi cambiamenti che, secondo il Nic, sarebbero avvenuti di lì a dieci, quindici anni: molti
conflitti saranno interni agli stati e non fra stati; molti
stati non riusciranno a far fronte alle richieste basiche
che legano i cittadini ai loro Governi (failing states);
infine, i governi di quegli stati che si dichiarano
relativamente immuni da povertà e instabilità politica si
renderanno conto di star perdendo il controllo di parti
significative dei loro programmi politici, questo dovuto
alla globalizzazione, all’espansione economica e alla
continua rivoluzione nell’informazione tecnologica, quindi
fine della sovranità del politico.
Sempre secondo il NIC gli stati occidentali (e gli Stati
Uniti in particolare) fronteggeranno sei "global
trends" sui quali dovranno tarare la propria
politica di sicurezza:
- la crescita demografica: "per il 2010 si arriverà
ad una popolazione mondiale di 7 miliardi e questo aumento
si registrerà maggiormente nei paesi in via di sviluppo";
- la
crescita del reddito procapite: "la maggior parte
dei vincitori saranno in estremo oriente ed in occidente; i
perdenti in Africa e nel Medio Oriente";
- il
problema delle risorse alimentari: "l’ingegneria
genetica alimenterà una quarta rivoluzione agricola. Come
nel passato però la scarsità sarà dovuta all’uomo";
- le
comunicazioni: "i dati digitali e la rivoluzione
delle comunicazioni diminuiranno le distanze ed
indeboliranno le barriere al flusso delle informazioni";
- le risorse
energetiche: "la crescita della popolazione e del
reddito procapite faranno da motore ad una maggiore domanda
di energia, specialmente nelle economie cinese ed indiana
che sono in espansione. Per il 2010 il mondo avrà bisogno
di una produzione petrolifera maggiore di quella prodotta
ora dai Paesi dell’Opec";
- la
tecnologia militare ed i deterrenti: "i potenziali
avversari, degli Usa e dell’Occidente, proveranno a
fronteggiarne la superiorità militare usando dispositivi,
tecnici e organizzativi, non convenzionali e asimmetrici,
che vanno dal terrorismo al possibile uso delle armi di
distruzione di massa".
La seconda visione geopolitica ci viene offerta dal "Global
Trends 2015: A Dialogue About the Future With Nongovernment
Experts", che pubblicato nel dicembre 2000
riconferma l’approccio dello studio precedente ampliando i
"trends" già individuati nel 1997.
"Il mondo per il 2015 sarà popolato da 7.2 miliardi
di persone (crescita demografica); il continuo sviluppo
economico, insieme all’aumento della popolazione, porterà
ad un aumento del 50% della richiesta di energia nei
prossimi 15 anni. La domanda di petrolio aumenterà dai 75
milioni di barili giornalieri del 2000 a circa 100 milioni
per il 2015 (risorse naturali ed energetiche); lo sviluppo
dell’information technology e delle biotecnologie
acquisterà sempre maggiore rilevanza a livello globale
(scienza e tecnologia); il dinamismo economico più forte
sarà tra i due mercati emergenti: Cina ed India (economia
globale); lo stato continuerà a rimanere, durante il 2015,
la singola e più importante unità organizzativa degli
affari politici, economici, e di sicurezza, ma si
confronterà con dei test fondamentali di governo effettivo
(governance nazionale ed internazionale); nel 2015, i
conflitti intrastatuali rappresenteranno le maggiori minacce
alla stabilità intorno al mondo. Le guerre tra uno stato e
l’altro, benché meno frequenti, aumenteranno di
letalità, a causa della disponibilità di tecnologie
militari più distruttive. La comunità internazionale
dovrà inoltre gestire le conseguenze militari, politiche ed
economiche di una area indo-cinese in crescente sviluppo e
di una Russia in declino (scenari e conflitti futuri)."
All’interno del capitolo dedicato ai possibili
"Scenari e conflitti futuri" viene messo in
risalto la possibilità che gran parte del terrorismo sarà
diretto contro gli Stati Uniti ed i suoi interessi d’oltremare.
La maggior parte del terrorismo anti-Usa si baserà sulla
possibile manipolazione di rimostranze etniche, religiose o
culturali ed i gruppi terroristici saranno in grado di
elaborare nuovi sistemi per attaccare i militari e le
infrastrutture diplomatiche americane all’estero. Non solo
tali attacchi si espanderanno tanto da includere compagnie e
cittadini americani ma i terroristi presenti nel Medio
Oriente e nel Sud Est asiatico saranno quelli che
minacceranno maggiormente gli Stati Uniti.
Infine la più recente pubblicazione (dicembre 2004) del Nic
"Mapping the Global Future" riaggiorna
quelli che definisce i "key global trends".
Per questo studio il Nic si è avvalso di esperti di tutto
il mondo e sono stati creati degli "scenari" al
fine di comprendere meglio l’interagire dei diversi "key
trends".
Gli argomenti proposti nel 2004 (quindi dopo l’11
settembre 2001 e l’avvio della guerra al terrore) a ben
vedere ricalcano le preoccupazioni americane presentate nei
due precedenti studi (1997 e 2000), quindi: l’emergere di
nuovi poteri-potenze mondiali, le nuove minacce alla
governabilità, ed infine un più diffuso senso di
insicurezza globale.
Anche l’aspetto geo-politico del mondo viene modificato da:
"il progressivo sviluppo dei paesi emergenti: Cina,
India, Brasile, Indonesia, Russia e Sud Africa; il
progressivo declino dei paesi e dei continenti dominanti:
Europa, Russia e Giappone; dalla crescente domanda di
risorse energetiche; e dalla crisi incipiente del dominio
americano".
Per quanto riguarda i trend emergenti dell’insicurezza
globale abbiamo:
- "l’affermarsi
di un terrorismo globale e proteiforme", infatti
"si prevede che per il 2020 al-Qaeda sarà
rimpiazzato da gruppi estremisti islamici ugualmente
ispirati ma maggiormente diffusi";
- "l’intensificarsi
dei conflitti interni"; le diverse "economie
in ritardo, le divisioni etniche, le convinzioni religiose
estremiste, e le esplosioni demografiche, creeranno il
contesto ideale per l’aumento progressivo della
conflittualità intra-statuale".
- "l’intensificarsi
dei conflitti inter-statuali" dovuto ai "progressi
negli armamenti moderni creeranno quelle circostanze
incoraggianti l’uso preventivo della forza militare,
sopratutto da parte dei paesi emergenti";
- "la
diffusione delle armi di distruzione di massa";
tanto che "i paesi senza armi nucleari potranno
decidere di procurarsele per il semplice fatto che i loro
vicini e rivali regionali lo stanno già facendo".
Volendo riassumere, le "preoccupazioni" costanti
del governo degli Stati Uniti sono: l’emergere di nuove
potenze (l’Asia), la continua crescita demografica
mondiale (e l’invecchiamento di certe aree), l’aumento
delle richieste di risorse energetiche, ed infine le minacce
alla sicurezza rappresentate da possibili nuovi conflitti e
dal fenomeno del terrorismo. Preoccupazioni che tra l’altro,
sono continuate a rimanere costanti nelle due edizioni del
"US National Security Strategy" (2002 e
2006), quindi anche dopo l’inizio della "global
war on terrorism".
L’evoluzione
del discorso strategico americano: dalla "War on
Terror" alla "Long War"
Alla 42^
Conferenza sulla Politica di Sicurezza tenutasi a Monaco di
Baviera nel mese di febbraio 2006, il Segretario alla Difesa
americano Donald Rumsfeld ha spiegato la posizione e la
nuova politica di difesa del proprio Paese.
Il piano, definito "The Long War", che
prevede operazioni militari complesse e di lunga durata,
intraprese simultaneamente in diversi paesi del mondo, e che
coinvolgeranno le forze armate americane ed i loro partner
internazionali, rimpiazza il precedente della "War
on Terror".
Questa revisione, anche linguistica della "guerra al
terrore", è la testimonianza dell’evoluzione del
pensiero strategico statunitense maturata durante il recente
conflitto in Iraq.
La "Quadrennial Defence Review" (che
sostituisce quella del 2001) prevede, a detta dei generali
americani, combattimenti che negli anni a venire potrebbero
svilupparsi simultaneamente in più paesi. Combattimenti che
potrebbero assumere la forma di operazioni militari
convenzionali, tipo l’invasione dell’Iraq (2003), sino a
comprendere il rapido dispiegamento di forze contro-terroristiche, altamente mobili e spesso sotto
copertura. Tra le altre misure il piano prevede un aumento
del 15% del personale delle forze speciali e il reclutamento
di ulteriori 3.700 unità da destinare alla "psycological
operations and civil affairs units".
Il Pentagono non menziona nessuna area geografica, ma queste
operazioni sicuramente avverranno in un’ampia area
geografica che si estenderà dal Medio Oriente al Corno d’Africa,
comprendendo il Nord Africa, l’Asia Centrale, il Sud-Est
asiatico ed il Nord Caucaso.
Come la guerra fredda dominò il mondo dal 1946 al 1991,
così la "long war" riconfigurerà e
narrerà, secondo le intenzioni americane, il mondo nei
decenni a venire.
Questa nuova dottrina strategica prevede:
- un
approccio non-convenzionale, dove grande risalto viene dato
alla mobilità delle truppe ed alla struttura di
intelligence; alle capacità linguistiche e culturali unite
alla conoscenza di diverse aree geografiche di interesse
strategico. In particolare l’aumento di personale con
solide conoscenze della lingua araba, del cinese e del neo
persiano-farsi, rappresenta una priorità;
- la
costruzione di partnership al fine di
persuadere eventuali "competitori militari" che
potrebbero competere a livello regionale o portare avanti
politiche ostili agli Usa ; inoltre avvalersi di forze
locali;
- una
ridefinizione delle priorità caratterizzate in primo luogo
da: l’esigenza di sconfiggere i network
terroristici; provvedere alla sicurezza del territorio
nazionale; la capacità di influenzare le scelte politiche
di quei paesi che si trovano negli "strategic
crossroads"; il prevenire il possesso e l’uso da
parte di stati ostili e "non-state actors"
di armi di distruzione di massa (Wmd);
- il
recupero del retaggio di Lawrence d’Arabia ("Lawrence’s
legacy"): gli autori anticipano che le forze armate
americane verranno impiegate per combattere "irregular
warfare" in diverse parti del mondo ed in questo
dovranno, non solo avere una approccio indiretto, quindi
utilizzare forze del luogo, ma dovranno "squilibrare l’avversario
sia fisicamente che psicologicamente, piuttosto che
attaccarlo dove esso è più forte e dove prevede di essere
attaccato".
- A conferma
degli obiettivi di "intelligence" contenuti
nella suindicata dottrina strategica, a pochi giorni dalla
sua pubblicazione, lo "U.S. Department of State"
cominciava a far circolare in internet, come parte della
"National Security Language Initiative" un’offerta
di borse di studio per studenti di "critical
languages": arabo, bengalese, hindi, punjabi, turco
e urdu.
Le società
petrolifere: narrazioni pubblicitarie e percezioni
geopolitiche
Fino a qui
abbiamo visto come la maggiore potenza del mondo, malgrado
sia impegnata in diversi conflitti per sconfiggere il
fenomeno del terrorismo, stia narrando e ridisegnando uno
spazio geografico basandosi sul concetto della
"sicurezza nazionale" e degli "interessi
nazionali", creando allo stesso tempo manichee
percezioni di "centro/periferia",
"bene/male", "mondo di Dio/mondo del
Diavolo", e "luce/tenebre".
Ma questa "geopolitical imagi-nation",
usando un approccio vicino alla "Critical
Geopolitics", viene alimentata anche da altri
attori.
Quello che interessa al fine di questo studio, è dimostrare
come lo "stato-nazione-autore-attore" in questo
processo di percezione-interpretazione (di minacce
vere/possibili, guerra al terrorismo, necessità
energetiche, e crescita demografica) -discorso-partogenesi,
venga anche aiutato da altri "non-state
author-actors"
Lo stesso Friedman, riportato all’inizio di questa
ricerca, vuole rendere piatto il mondo attraverso il suo
discorso-narrazione e creare due percezioni antitetiche ed
opposte su come leggere la recente "Storia" (un’
immaginazione creativa opposta ad un’immaginazione
distruttiva), quindi estrapolandola dalla propria
genealogia.
Ma noi sappiamo perfettamente che "il mondo non è
piatto", ed allora anche la parola non è piatta, non
è priva di significato, e quindi questo "mondo"
è strettamente legato alla parola che cerca di
descrivercelo: attraverso un processo definito "Machiavellian
mind" la parola-linguaggio non solo può anticipare
le azioni dei suoi destinatari ma anche manipolarle.
Quindi dobbiamo attingere anche da altre narrazioni le
quali, strumentalizzando la "parola" producono un
mondo la cui "immagine-immaginazione" a sua volta
da imitare, può essere "creativa" o
"distruttiva".
La "popular geopolitics" prende in
considerazione non solo i messaggi dei mass media, i films,
il "Cnn factor", i cartoons, e la musica,
ma dà anche grande risalto agli stessi slogan pubblicitari
che contengono messaggi-discorsi-narrazioni-miti geopolitici.
Ci permettiamo una digressione: per quanto Elena sia stata
bellissima è normale domandarsi, noi comuni mortali, se
dietro la guerra di Troia ci fossero state anche altre
motivazioni.
Quindi se si dovesse dar credito al fatto che questa guerra
al terrorismo sia stata motivata anche dalla corsa alle
risorse energetiche, tra l’altro una delle continue
costanti presente nei discorsi fino qui analizzati (quindi
per il "fuoco"), allora anche la stessa
pubblicità di una compagnia petrolifera, come quella dell’americana
<Chevron>, dovrebbe essere presa in considerazione.
Qui l’"autore" attraverso il suo
discorso-pubblicità, partecipa alla creazione di un
mito-immaginario geopolitico (e ad uno stato di ansia-paura)
volto ad influenzare il pubblico americano e non solo; un
contesto narrativo in cui il lettore viene trasformato da
elemento ricettivo passivo a funzione attiva: il depositario
dei codici che permettono l’intelligibilità con il testo.
Nel mese di luglio 2005 la <Chevron> faceva pubblicare sul
<Wall
Street Journal>, <The Economist<, ed il
<Financial
Times>, una pubblicità nella quale ammetteva il "Peak
Oil": "abbiamo impiegato 125 anni per
consumare il primo trilione di barili di petrolio.
Consumeremo il rimanente trilione nei prossimi 30
anni".
Dopo pochi mesi, ed in successione, sono andati comparendo i
seguenti messaggi-narrazioni non solo sulla carta stampata
ma negli aeroporti delle maggiori città mondiali:
- "Il
mondo consuma due barili di petrolio per ogni barile
scoperto";
- "Russia,
Iran, e Qatar hanno il 58% delle riserve di gas naturale.
Gli Stati Uniti ne hanno solo il 3%";
- "Più
della metà delle riserve petrolifere mondiali giace in
cinque paesi";
- "Ci
sono 193 Paesi nel mondo e nessuno di loro è "energy
independent". Allora chi è colui che minaccia gli
altri per un barile di petrolio?".
Se dovessimo sovrapporre questi messaggi pubblicitari agli
studi del Nic, alle tesi della "2006 Quadrennial
Defense Review", ed alle borse di studio del "U.S.
Department of State" ne verrebbe fuori un’ampia
regione, che si estende dalle coste egee della Turchia fino
a toccare il confine con la Cina.
Una regione del "fuoco" dove si parla il turco, l’arabo,
il persiano, l’urdu, il punjabi, il bengali, ed il cinese
e che ha come denominatore comune le risorse energetiche e
la loro distribuzione.
La jihad
narrata da Bin Laden: geopolitica del petrolio e terrorismo
Friedman,
sempre nella sua opera, definisce Al-Qaida come una sorta di
movimento islamo-leninista e lo stesso Presidente
statunitense Bush recentemente ha affermato che "this
nation is at war with Islamic fascists".
Il loro approccio alle masse è lo stesso che si può
ritrovare nelle ideologie autoritarie e totalitarie del XIX
e XX secolo: Marxismo Leninismo, Fascismo e
Nazionalsocialismo, e condivide con esse la visione utopica
della costruzione dell’"uomo nuovo" che si
declina nella prospettiva fondamentalista nella figura del
"born again": l’islamico rinato.
Al principio dello scorso secolo il messaggio era diretto
alle grande masse europee, ora il discorso di Bin Laden è
rivolto ai giovani arabi e musulmani come una risposta
ideologica alla loro perdita di identità ed al loro senso
di umiliazione.
Benchè Al-Qaida, quale organizzazione terroristica,
riunisca al suo interno quelle spinte ascetiche e
motivazionali tipiche del terrorismo religioso per cui
rivendica diversi attentati giustificandoli, narrandoli e
mitizzandoli come un atto di jihad contro
i paesi occidentali, tuttavia molti degli attentati hanno
avuto e stanno avendo connotazioni fortemente economiche.
Si può affermare quindi che la "guerra santa"
iniziata da Al-Qaida sia anche una guerra economica.
L’ autore-attore Bin Laden, malgrado una recente ricerca
lo veda, insieme ad al-Zawahiri, quasi assente nella
letteratura di jihad, in quanto entrambi non sono
considerati nè delle autorità in legge islamica, né una
forza ideologica che sostiene il movimento della jihad
salafita, sovrappone nel suo discorso geo-politico le
seguenti narrazioni cartografiche, reali ed immaginarie:
- il Dar
al Islam;
- l’idea
di un califfato che si estenda dal Marocco all’Indonesia;
- le reti di
un ipotetico cybercaliphate;
- le risorse
energetiche;
- tutti quei
territori ove il senso di umiliazione/frustrazione da parte
delle popolazioni musulmane è sentito. Una geografia di
territori che comprende anche i "ghetti" presenti
nel mondo occidentale.
Il suo discorso è chiaro: "in termini abbastanza
chiari è una guerra economico-religiosa. Le grandi potenze
credono che il Golfo e gli stati del Golfo Persico, data la
presenza delle più grandi riserve di risorse energetiche,
siano le chiavi per controllare il mondo. Imploro i giovani
mussulmani a rinforzare ovunque i mujahidin, particolarmente
in Palestina, Iraq, Kashmir, Cecenia, ed in Afghanistan."
In una videotape inviata il 1 novembre 2004 ad Al-Jazeera,
Bin Laden indirizzandosi al popolo americano poco prima
delle loro elezioni, narra e spiega le motivazioni (i
quattro pilastri) della sua jihad:
- La
vendetta: perché nel 1982 "L’America permise ad
Israele di invadere il Libano e la Sesta Flotta statunitense
li aiutò in questo."
- L’obiettivo
è "continuare la politica di dissanguamento dell’America
fino alla sua bancarotta."
- I bersagli
sono "il popolo americano e la loro economia, le
varie società - sia che lavorino nel campo delle armi, del
petrolio, o della ricostruzione – e le mega società
legate all’amministrazione Bush, tipo la Halliburton ed
altre dello stesso genere."
- Le
strategie sono concentrate nel cercare di logorare le
risorse statunitensi attraverso la guerra asimmetrica, ad
esempio "inviando semplicemente due mujahidin al
capo orientale più estremo facendoli sventolare uno
straccio con su scritto Al-Qaida, in modo da far correre là
i generali e causare all’America perdite umane, economiche
e politiche. "
Al fine di imporre agli Usa un destino simile a quello
sofferto dall’Unione Sovietica, obiettivo dei terroristi
è quello di indebolire le "risorse" americane in
modo che non possa più permettersi di mantenere la propria
egemonia economico-militare.
La guerra economica di Al-Qaida contro gli interessi
americani comprede tre metodologie:
- La prima
è la distruzione di "obiettivi qualititativamente
costosi utilizzando mezzi qualitativamente a buon mercato:
ogni dollaro di Al-Qaida ha sconfitto milioni di dollari,
oltre alla perdita di un numero enorme di posti di lavoro".
- La seconda
prevede di spingere l’amministrazione americana a
destinare più fondi alla difesa obbligandola così a
diminuire gli investimenti interni. "Recentemente i
mujahidin hanno obbligato Bush a ricorrere ai fondi di
emergenza al fine di continuare a combattere in Afghanistan
ed in Iraq."
- Il terzo
ed ultimo punto di questa strategia è rappresentato dal
petrolio. In una dichiarazione del 12 ottobre 2002 Bin Laden
si congratula con i mujahidin per i loro attacchi contro i
marines in Kuwait e contro la petroliera americana Limburg:
"mi congratulo con i figli mujahidin per le loro
eroiche e coraggiose operazioni di jihad contro le
petroliere dei crociati in Yemen e contro le forze americane
di occupazione in Kuwait. Colpendo la petroliera in Yemen i
mujahideen colpiscono la linea segreta, la linea dell’approvviggionamento
e l’alimento all’arteria della vita della nazione dei
crociati."
Le risorse energetiche sono il tallone di Achille dell’economia
americana ed occidentale ed i danni che verrebbero a
crearsi, in caso di distruzione o riduzione dei flussi
energetici nelle nostre società, sarebbero enormi.
Malgrado Daniel Yergin, "Chair of Cambridge Energy
Research Associates" avesse affermato, in un suo
recente articolo publicato su <Foreign Affairs>, che la
sicurezza energetica sarebbe stato il tema principale nell’agenda
del G8 che si era riunito a San Pietroburgo nel luglio 2006,
in termini pratici questo non si è verificato.
Così mentre i singoli paesi del "Gruppo degli 8"
difendevano rigorosamente i propri interessi nazionali senza
arrivare ad alcun compromesso costruttivo, sullo scacchiere
della geopolitica dell’energia paesi "più
popolati" (Cina ed India: perché in questa politica
energetica i numeri contano) stavano muovendo le loro
pedine.
In un momento in cui Al-Qaida ha minacciato di attaccare
quelli che Bin Laden ha definito i "cardini" dell’economia
mondiale, le risorse energetiche rappresentano quindi l’elemento
più cruciale.
Nel futuro il mondo dipenderà sempre maggiormente dai
rifornimenti di risorse energetiche che proverranno da aree
geografiche ove il sistema di sicurezza è ancora in fase di
sviluppo: Africa Occidentale e Mar Caspio. In ogni caso il
baricentro del sistema di approvvigionamento si colloca come
una costante nell’area geografica che va dalle coste egee
della Turchia al confine cinese.

Le
"faglie" geopolitiche: dalla Turchia alla Cina
Il
rischio di attentati nei confronti di "new-style
target", ossia di oleodotti e gasdotti sta
aumentando sia nel Caucaso che nell’Asia Centrale.
Già definita come il "sismografo della politica
mondiale", questa vasta area geografica è il terreno
(ed il possibile "theatre of operations")
dove i diversi interessi e discorsi geo-politici si
sovrappongono e scontrano tra loro.
Se posizionassimo sulla cartina su riportata le
rappresentazioni dateci dai seguenti modelli teorici:
- Market
state/non-market state (Philip Bobbit, nel suo <The Shied of Achilles>,
divide il mondo in paesi democratici che seguono ed
applicano per la soluzione di problemi internazionali le
regole del mercato e paesi che sono fuori da questi
concetti);
- Pre-modern/modern/post-modern
state;
- Jihad
vs. McWorld (dove
per jihad Benjamin Barber vuole significare un
termine generale per indicare tutti quei movimenti di
resistenza alla globalizzazione che si rifanno alle
tradizionali basi della società in opposizione quindi all’ascesa
del McWorld);
- Clash
of Civilizations (già
ampliamente sviluppato e dibattuto non solo dal Huntington,
suo "ideatore");
- Clash
of ideocides or clash of civicides
(dove, come ha analizzato Arjun Appadurai, per ideocides-civicides
si intende un nuovo e serio problema attraverso il quale
intere popolazioni, paesi, o costumi di vita vengono
considerati nocivi ed esterni al concetto di umanità e
quindi fatti bersaglio di "morte sociale");
- "Near
enemy"-"Far enemy" della
"Jihad
Salafita" (mentre all’inizio
Al-Qaida cercava di colpire gli USA con attentati all’estero
– o negli stessi USA, ora questo suo nemico opera all’interno
del territorio di azione del gruppo terroristico);
- Market-Dominant
minorities
(come sostiene Amy Chua, minoranze etniche che detengono il
potere economico-commerciale in Paesi nei quali operano, ma
a cui molte volte non appartengono).
Sovrapponendole sulle zone di faglia geopolitica e teorica :
- del Dar
al Islam/Dar al Harp (il territorio dell’Islam/il
territorio dell’esercito, quindi del conflitto);
- delle
teorie di Von Clausewitz che si scontrano con quelle di Sun
Tzu o della "Guerra dopo la guerra" del Generale
Fabio Mini; _ del
"Crescent of Crisis" (la mezza luna dell’instabilità,
quindi il discorso del Medio Oriente allargato);
- delle
forti crescite demografiche presenti in questa periferia che
produce e/o trasporta risorse energetiche;
al concetto
dell’utilità marginale applicato ad una geopolica della
propensione al conflitto;
otteniamo come risultato l’area etnolinguistica turcica,
al cui interno, ed anche nelle aree circostanti, si
annidano, oltre a dei "frozen conflicts",
le potenziali zone di tensione: le "faglie",
provocate dalle intersezioni, sovrapposizioni, e/o contatti
delle diverse rappresentazioni degli interessi geopolitici e
geoeconomici sopra elencati.
Tensioni
nelle "faglie": che tipo di confronto?
Se dovessero
esserci attentati terroristici, a danno delle fonti e/o ai
sistemi di distribuzione delle risorse energetiche, il
gruppo terroristico (preso nella totalità delle sue più
svariate rivendicazioni di carattere religioso,
indipendentista, separatista, autonomista, e/o politiche)
potrebbe raggiungere i seguenti risultati strategici,
quindi:
- provocare
seri danni economici al governo del paese contro cui
combatte, facilitando così il proprio scopo politico;
- provocare
seri danni anche ai paesi stranieri che hanno investito e
che sostengono il governo del paese;
- riuscire
ad autofinanziarsi, sia rivendendo le risorse energetiche
che si è procurate, sia minacciando (ricatto) ulteriori
attacchi al fine di ricevere soldi che verranno spesi per l’armamento,
l’addestramento, ecc., dei propri componenti del gruppo
Gli attacchi potrebbero avvenire:
- facendo
esplodere le pipeline;
- facendo
esplodere pozzi di petrolio o altre infrastrutture (tipo
piattaforme petrolifere);
- attaccando
le petroliere;
- attaccando
o minacciando di attaccare il traffico marittimo nei "choke
points";
- facendo
esplodere gli uffici della compagnia petrolifera nazionale o
straniera;
sequestrando, o nell’estremità dei casi, anche uccidendo,
il personale della compagnia petrolifera (vedere i recenti
casi in Nigeria e l’attività terroristica del Mend-Movement
for the Emancipation of the Niger Delta).
Ma se all’interno di queste "faglie"
attraversate dalle pipeline si venissero ad organizzare
movimenti terroristici che rivendicassero il controllo del
territorio, sicuramente ci troveremo di fronte a dei
conflitti che secondo Van Creveld "hanno molto più in
comune con i conflitti tribali che con le guerre
convenzionali su larga scala.".
In un recente articolo pubblicato sull’<International
Herald Tribune>, Thomas Friedman ce lo dice chiaramente:
"l’energia è la più importante sfida
geostrategica e geoeconomica del nostro tempo",
così importante da parlare di una "post-post-Cold
War" in cui ciò che ruota attorno agli "’axis
of oil’ (Russia, Venezuela, Iran) è più importante e
duraturo del terrorismo".
Ovviamente Friedman intende criticare in questo caso quella
concezione del terrorismo interpretato come fenomeno
meramente criminale. Inteso invece come strumento di guerra
asimmetrica il terrorismo può anche essere strettamente
legato alle guerre in corso sulle varie "rotte del
petrolio".
Non a
caso l’integrazione, all’interno di un’unica struttura
strategica americana, della politica antiterroristica e di
sicurezza energetica, è fortemente evidente nella
repubblica caucasica della Georgia.
Dove, per una coincidenza storico-mitologica, si trova anche
il monte Kazbegi ove, come dicono i georgiani, ad una sua
rupe venne inchiodato Promoteo.
Secondo il Prof. Klare, direttore del "Five College
Program in Peace and World Security ", il
rischio di disordini e conflitti in questi paesi avrà molto
a che fare con l’impatto destabilizzante provocato dalla
produzione petrolifera. La stampa occidentale potrà anche
descrivere questa disputa come "etnica" nel
carattere, ma in gran parte sarà provocata dagli effetti
negativi della produzione petrolifera.
La maggior parte delle future guerre per le risorse
energetiche avverrà nel mondo in via di sviluppo ed è
probabile che il terrorismo si trasformi in una
caratteristica comune delle future guerre per le fonti
energetiche. Anche la stessa presenza di truppe straniere in
regioni ricche di giacimenti, potrà provocare risentimenti
tra la popolazione locale, specialmente se queste risorse
sono viste come un naturale diritto di nascita.
Un ruolo preponderante, in questo compito di assicurare una
protezione alle risorse energetiche, sarà sicuramente
svolto dalle compagnie private di sicurezza.
Una volta che le pipeline che fuoriescono dal Mar Caspio
saranno costruite e grandi quantità di petrolio e gas
cominceranno ad essere trasportate, queste rotte saranno
investite da una considerevole importanza strategica dai
leader dei Paesi che da queste vengono attraversate; di
conseguenza, gli avversari dei regimi in questione,
potrebbero vedere negli attacchi a queste strutture un mezzo
perfetto per indebolire il Governo ed esaurirne il forziere.
Ne potrebbe risultare quindi una permanente guerra di bassa
intensità lungo i gli itinerari delle condutture nella
stessa regione caspica.
E se i governi coinvolti fallissero nei loro sforzi per
proteggere le condotte, allora certamente si
indirizzerebbero a chiedere un aiuto ai loro alleati esterni
– provocando un aumento di coinvolgimento da parte di
Washington e Mosca, o nei casi peggiori, un dispiego di
truppe americane e russe.
La stabilità futura della produzione energetica nella
regione del Mar Caspio non è solo minacciata dal diffuso
malcontento ed agitazione all’interno delle aree dei nuovi
Stati indipendenti, ma all’interno della regione stessa
sta aumentando l’agitazione sociale e politica. Inoltre c’è
da aggiungere l’emergere di movimenti di militanti
islamici ispirati, e spesso sostenuti, dalle loro
controparti del Golfo Persico e del Sud Est asiatico.
Data la capricciosa posizione di molti dei confini caspici,
ed i collegamenti etnici ed ideologici fra le varie fazioni
ribelli, qualunque possibile scontro armato è probabile che
possa apparire minaccioso ai diversi governi, aumentando
così la partecipazione delle due maggiori potenze. Ma anche
senza la partecipazione della Russia e degli Stati Uniti, il
bacino del Mar Caspio potrebbe essere preda nel tempo a
venire, di periodiche sollevazioni e violenze, con possibile
scoppio di "guerre per procura" che
coinvolgerebbero i governi locali ed i gruppi degli
insorgenti spalleggiati da una grande potenza. Tali
antagonismi potrebbero prendere la forma di guerre a bassa
intensità lungo le zone di confine o nelle enclave etniche
assediate.
La storia suggerisce purtroppo che conflitti a bassa
intensità di questo tipo possono durare anche molti anni,
senza produrre alcun drammatico cambiamento nell’equazione
del campo di battaglia. Ma è possibile pure, che tali
confronti possano improvvisamente avere una escalation tale
da produrre un coinvolgimento da parte di potenze esterne,
che vedano i propri interessi vitali messi a rischio. Per
esse infatti, l’intervento militare apparirebbe come l’unica
soluzione, cosicché il Caspio potrebe diventare l’ambiente
ideale per una conflagrazione regionale di più larga scala.
Le forme che potrebbero prendere questi conflitti (peraltro
già definite da Van Creveld nel suo studio sulla
trasformazione della guerra) sono le seguenti:
- Warre
(o ritorno allo stato di natura, Hobbes: "tutti contro
tutti"; quindi non guerra-bellum intesa come
contesa ma guerra-werra come mattanza);
- Low
intensity conflicts (conflitti
a bassa intensità);
- Proxy
war (guerre
per procura, ossia stati od anche multinazionali che
finanziano gruppi terroristici o le parti che si scontrano
in un conflitto locale);
- Netwar-Network
War (fenomeni
questi studiati da Arquilla, Ronfeldt, e Duffield, in cui i
conflitti sono portati avanti da una rete terroristica non
organizzata gerarchicamente ed in cui i singoli elementi
sono collegati tra loro attraverso le reti internet);
- Franchising
terrorism (attentati
terroristici perpetuati da gruppi terroristici locali che
ideologicamente si rifanno ad una più grande organizzazione
firmando anche le stesse rivendicazioni usando il
"logo-madre" – senza avere con essa, molte
volte, alcun contatto, vedi il caso Al-Qaida);
- 4th
Generation Warfare
(guerra dove lo stato ha perso il monopolio dell’uso della
forza e le parti in causa usano tutte le reti a loro
disposizione – economiche, politiche, sociale e militari
– per contrastarsi e quindi anche una guerra di culture);
- Asymmetric
Warfare (la
guerra asimmetrica ampliamente descritta dai colonnelli
cinesi Liang e Xiangsui);
- "Iraqization"
(dove in assenza di un forte governo centrale gli scontri
armati/attentati terroristici sono portati avanti da clan i
cui contorni identificativi sono molte volte difficili da
evidenziare).
Tali conflitti avranno la loro incidenza su tutti e cinque
settori della sicurezza individuati dal Prof. Barry Buzan,
quindi i settori militare, politico, economico, sociale ed
ambientale.
Se quello da colpire è il "Market State",
teorizzato da Philip Bobbit, il settore economico è tra
tutti quello più vulnerabile. Cosa meglio che colpire il
suo tallone di Achille "l’economic target"?
In conclusione, quindi il terrorismo, può essere inteso
come una strategia di guerra, uno strumento e non un attore,
ma anche, come afferma Bobert Cooper, il possibile ritorno
alla privatizzazione della guerra, cioè lo Stato
pre-moderno con i denti.
Pensiamo infatti, che il confronto che probabilmente si
avvicinerà di più alla realtà, sia quello che venne già
narrato da Tolstoj in "Guerra e pace".
Nelle pagine finali della sua opera ci viene riportato, in
modo metaforico, un ipotetico duello che ci introduce al
concetto del "randello" della guerra popolare:
"immaginiamoci due uomini che si battano in duello
alla spada secondo le regole dell’arte schermistica; l’assalto
dura un tempo abbastanza lungo; ad un tratto uno degli
avversari, sentendosi ferito, e comprendendo che non si
tratta di uno scherzo ma che ne va della sua vita, getta la
spada e, afferrando il primo randello che gli capita,
comincia a maneggiarlo. Malgrado le lamentele dei francesi
per la trascuranza delle regole (come se esistessero regole
per uccidere la gente) il randello della guerra popolare si
alzava con tutta la sua minacciosa e maestosa forza e, senza
preoccuparsi del gusto e delle regole, con stupida
semplicità, ma in modo atto a raggiungere lo scopo, si
alzava e si abbassava senza fare distinzioni, a colpire i
francesi, finché perì tutto l’esercito invasore".
Così mentre il presidente Bush era impegnato a San
Pietroburgo per il "G8", negli USA, pochi giorni
prima dell’inaugurazione della pipeline
Baku-Tbilisi-Ceyhan (definita come la "Via della Seta
del secolo" ed anche "il progetto del
secolo"), il Ministro degli Affari Esteri turco
Abdullah Gul si incontrava con il Segretario di Stato
Condoleezza Rice.
Entrambi sottoscrivevano un comune accordo strategico,
definito "Shared Vision", il primo degli Usa, a corto di soldati, mettendo così in pratica la
dottrina strategica del "Quadriennal Defence Review".
Il documento non solo riafferma l’importanza della Turchia
come corridoio energetico, ma alla stessa viene assegnato
anche un ruolo come "constructive power in the
Caucasus region".
Così questa ampia area, in cui siamo andati sovrapponendo
visioni geopolitiche e tensioni, si riconferma come il
possibile centro di conflitto tra le grandi potenze, tanto
da essere paragonato ad un nuovo Medio Oriente.
Nato ed
interessi energetici: una nuova guerra del fuoco?
Questa
regione, per quanto distante fisicamente dal nostro paese,
è però entrata nelle percezioni geopolitiche dell’Italia.
Il Concetto Strategico del Capo di Stato Maggiore della
Difesa Italiana, del 2001, afferma che "vista la
ricchezza di fonti energetiche primarie e la vicinanza
geo-strategica", l’area viene definita di interesse
nazionale".
Lo stesso Concetto Strategico fa intravedere un possibile
coinvolgimento delle Forze Armate Italiane in quel
territorio in caso di "Operazioni di Risposta alle
Crisi".
Importanza, inoltre, che è stata riconfermata dal Nuovo
Concetto Strategico del Capo di SMD del 2005 che ha
definito, tra le altre, l’area caucasica di "interesse
strategico" per il nostro Paese.
Sempre l’Italia, in base al Nuovo Concetto Strategico
della Nato (Nato Nsc), sottoscritto il 24 aprile 1999, si è
impegnata a sostenere l’Alleanza nei casi in cui:
Art.20: "Rivalità etniche e religiose, dispute
territoriali, tentativi inadeguati o falliti di riforma,
abuso dei diritti umani, e la dissoluzione degli stati
possono portare a instabilità locali o anche regionali. Le
tensioni risultanti potrebbero portare a crisi che incidano
sulla stabilità euro-atlantica."
Art. 24: "Un qualsiasi attacco armato sul territorio
degli Alleati, da qualunque parte provenga, sarebbe coperto
dagli Articoli 5 e 6 del Trattato di Washington. Tuttavia la
sicurezza dell'Alleanza deve anche prendere in
considerazione il contesto globale. Gli interessi di
sicurezza dell'Alleanza possono andare soggetti ad altri
rischi di una natura più ampia, inclusi atti di terrorismo,
di sabotaggio e di crimine organizzato, o anche alla
interruzione del flusso di risorse vitali. I movimenti
incontrollati di un gran numero di persone, in particolare
come conseguenza di conflitti armati, possono anche porre
problemi per la sicurezza e la stabilità, che colpiscano
l'Alleanza."
L’area geografica studiata ai fini di questa ricerca non
solo è minata da rivalità etniche e religiose, dispute
territoriali e possibili instabilità locali o regionali ma
viene anche attraversata dal flusso di risorse vitali
rappresentato dalla pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc).
Come il discorso sicurezza energetica-Nato, a suo tempo
avviato dal presidente americano Bush nel febbraio 2006, si
sovrappoga agli interessi strategici dei paesi-autori-attori
dell’Alleanza Atlantica, e comprenda una ben più vasta
regione geografica, è stato dimostrato durante la recente
visita del presidente dell’Azerbaijan al Quartier Generale
della Nato a Bruxelles.
Ilham Aliev, sottolineando la ricchezza di risorse
energetiche del proprio paese e l’importanza rivestita dal
Btc per gli approvvigionamenti occidentali, ha manifestato
apertamente l’interesse azero ad aumentare
considerevolmente (quindi oltre il programma PfP) le
relazioni con l’Alleanza Atlantica.
Iniziativa che è stata ben accolta dallo stesso Segretario
Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer il quale ha
affermato che gli aspetti geo-strategici e politici della
sicurezza energetica sono importanti per la NATO e l’Azerbaijan
giocherà sempre maggiormente un ruolo principale nel campo
dei rifornimenti energetici.
Benchè sia in atto un dibattito all’interno dei membri
dell’Alleanza circa il tema della sicurezza energetica, l’agenda
del recente "NATO summit" tenutosi a Riga
(27-29 novembre 2006), ha riconfermato la centralità delle
problematiche rappresentate dal terrorismo e dalla sicurezza
delle risorse energetiche.
Il summit dal titolo "Transforming Nato in a New
Global Area", ha visto il Presidente americano Bush
dire chiaramente che la "Nato is in transition from
a static force to an expeditionary force".
Tra l’altro gli Stati Uniti stanno mettendo in pratica la
"Lawrence’s legacy" utilizzando le
strutture Nato, progettando corsi di addestramento militare,
che dovrebbero tenersi al "Nato Training College"
di Roma, ad ufficiali provenienti dai paesi Nord Africani,
del Medio Oriente e dal Golfo, ed il discorso della "Global
Partnership".
Partnership che da alcuni membri dell’Alleanza
viene vista come un’altra "etichetta" per la
"coalitions of the willing" dalla quale gli
Stati Uniti potrebbero attingere e scegliere i propri
partner, indipendentemente dalla loro appartenenza all’Alleanza,
ed in base alla missione militare da svolgere.
In pratica, la somma degli interessi strategici ("gli
interessi di sicurezza dell'Alleanza") della Nato
trova la sua narrazione cartografica in una regione
geografica più ampia rispetto a quella fornita dalla
totalità dell’estensione territoriale dei suoi membri,
dando quindi vita ad un "Regional Security Complex".
In questa ampia "regione" viene riconfermato il
perimetro delle costruzioni geopolitiche sinora sovrapposte,
quindi dalla Turchia alla Cina comprese le faglie, e benchéla lotta al terrorismo e la minaccia terroristica stiano
cercando di rimpiazzare la lotta al comunismo sovietico
nelle ansiose motivazioni strategiche post-Guerra Fredda
dell’Alleanza, l’elemento "energia" ritrova
ancora la propria posizione "cardine".
Mentre una potenziale aggressione sovietica poteva essere
interessata all’acquisizione di nuovi territori, e di
conseguenza il conflitto si sarebbe combattuto all’interno
dei confini geografici della Nato, questo non può dirsi per
le nuove minacce terroristiche, che cercano di distruggere o
sconvolgere le capacità delle nostre società di
funzionare. Quindi i nuovi conflitti avverranno anche fuori
da tali territori e vedranno i paesi membri della Nato
sempre più impegnati in operazioni definite di "societal
protection".
Questa narrazione "cartografica" in cui "centro-periferia-faglie-risorse
energetiche" divengono un tutt’uno, ci viene
chiaramente resa dall’Ammiraglio Di Paola, Capo di Stato
Maggiore della Difesa italiana, in un suo articolo
pubblicato nella "Nato Review" (Autunno
2006).
"Un’attenta osservazione rivela che l’instabilità
e le crisi presenti e future tendono a verificarsi nella
fascia che include le zone di contatto tra due contrapposte
entità geopolitiche: un nucleo globalizzato (caratterizzato
dalla globalizzazione e dall'accesso alla tecnologia) e l’area
del vuoto disconnesso (una periferia disconnessa composta da
poveri e, qualche volta, fragili stati, i cui cittadini
hanno sempre meno opportunità da cogliere). Questa fascia
passa attraverso Europa ed Asia, lambendo, in alcuni punti,
il Mare Mediterraneo ed il territorio della UE. Costeggia
peraltro aree strategicamente importanti per la presenza di
riserve di petrolio e, specie nell'area del Pacifico, di
linee vitali di comunicazione per il commercio marittimo
mondiale."
Finora abbiamo risposto a tre dei quattro quesiti basilari a
cui qualunque analisi sulla sicurezza dovrebbe saper far
fronte. Risposte tra l’altro contenute negli Artt. 20 e 24
del Nato Nsc.
- Cosa deve
essere protetto? Il "Fuoco", ed abbiamo risposto
"gli interessi di sicurezza dell'Alleanza e il
flusso di risorse vitali" (quindi la costante
rappresentata dalle risorse energetiche).
- Da
chi/cosa deve essere protetto? Dall’"Acqua", ed
abbiamo riposto "da possibili attacchi terroristici,
e da possibili instabilità causate da conflitti etnici"
(la minaccia-paura fluida).
- Chi
provvede alla sicurezza? La "Terra", ed abbiamo
cercato di rispondere "la NATO".
Ci rimane l’ultimo quesito ed il quarto elemento: quali
metodi/approcci devono essere utilizzati per provvedere alla
sicurezza? L’"Aria".
Conclusioni -
Una rivoluzione culturale per affrontare i nuovi conflitti?
Restando all’interno
di un contesto geografico Mar Mediterraneo-Mar Nero-Mar
Caspio, se l’attuale situazione nella regione dovesse
peggiorare, potrebbe essere richiesto un intervento NATO del
tipo peackeeping o peacebulding
.
Questo vuol dire che anche i militari italiani potrebbero
essere impiegati con funzioni di pace e compiti di polizia
tra la popolazione colpita e divisa da conflitti locali.
Come afferma il Generale Fabio Mini "nelle Repubbliche centroasiatiche e nel Caucaso esistono sacche di
orientalità pura. Queste comunità appartengono all’Oriente
della guerra".
Dove per orientalità, il Generale Mini, non intende un
concetto geografico ma una "suddivisione culturale,
per ciò che la cultura apporta al concetto di guerra. I
parametri che consentono questa classificazione sono le
diverse concezioni del Tempo, dello Spazio, della Vita e
della Morte. Siccome Tempo, Spazio, Vita e Morte sono anche
le dimensioni fondamentali della guerra, allora la
differenza tra le due parti è anche nella concezione della
guerra".
Perciò le prossime guerre che verranno affrontate "saranno
guerre fra diverse ‘culture della guerra’ e perciò
asimmetriche, (quindi, noi aggiungiamo, diverse
narrazioni della guerra non distanti dal concetto del
"randello" della guerra popolare). Non è
importante sapere chi saranno gli attori di queste guerre,
ma è fondamentale il fatto che si combatteranno ad armi
impari e con scopi diversi".
Usando una metafora: guerre in cui le
"pedine-nemico/acqua" ed il loro rapporto con il
Tempo, lo Spazio, la Vita, e la Morte non seguiranno le
regole degli scacchi bensì, più probabilmente, quelle più
vicine a quelle del "Go", dove ogni pedina può
distruggere le altre nemiche interamente e sincronicamente e
dove la battaglia non è rinchiusa dentro delle linee,
quindi gioco di pura strategia.
Nel calcolo combinatorio: una combinazione di quattro
elementi in classe quattro (come i quattro elementi Terra,
Fuoco, Aria ed Acqua si affronteranno nelle quattro
dimensioni del Tempo, Spazio, Vita e Morte).
Di qui la necessità di disporre di specialisti su questa
ampia area geografica (che può trasformarsi in un
"pantano"), dove il più delle volte:
- il
guerriero è barbaro (nel senso originario del termine
greco, "barbaros"quindi
"straniero"che non parla/appartiene alla nostra
lingua/cultura/capacità di immaginazione, quindi
"autore-attore" di una guerra, e di una narrazione
della guerra con una propria semiotica e rinchiusa in un
cerchio ermeneutico, a noi difficilmente comprensibile);
- la guerra
è motivata da aspirazioni di "gloria" e quindi
come risposta ad umiliazioni subite;
- i
principali obiettivi militari del conflitto divengono la
popolazione civile e le identità etniche;
- e Dio è
visto e vissuto come l’unico garante della propria
identità.
Data la complessità di questi nuovi conflitti, già l’obsoleta
figura del "soldato Ryan" (con la sua forma mentis
del periodo della Guerra Fredda) sta per essere sostituita,
non solo dalle informazioni e dalle reti, ma da nuove figure
di consulenti.
Consulenti specializzati che possono essere scienziati,
analisti, esperti di cultural ed economic intelligence,
hacker e specialisti in combattimenti urbani.
Consulenti, quindi, capaci di prevenire le mosse del nemico
e di identificare gli attori del conflitto, in quanto queste
guerre potranno essere condotte, indifferentemente, anche da
"non stati", vale a dire gruppi economici, sociali
od organizzazioni non politiche nel senso classico.
Quindi, come individua Appadurai, "cellular
organizations" vs "vertebrate organizations".
Dove per "vertebrate organizations" non si
vuole solo vedere lo stato ma il suo intero apparato
strutturale e burocratico che è rimasto indietro rispetto
ai processi di trasformazione apportati dai processi di
globalizzazione: lento e propenso ad una interpretazione
"vertebrata" e gerarchizzata sulle
possibili minacce portate avanti da strutture "cellular".
Ed è per affrontare queste minacce "cellular",
fluide, liquide, e multiformi, che la risposta operativa
militare si deve adattare al nuovo contesto
"culturale" prendendo anche lei stessa le
sembianze del nemico.
Quindi una risposta non lenta, gerarchizzata ma una
operatività mimetizzata che assuma più le forme del
"rizoma" studiate da Deleuze e Guattari ed
applicate in maniera sperimentale alla "Rhizome
Warfare" da parte di Jeff Vail: unità formate da
"corpi" individuali ed indipendenti.
Unità autosufficienti nel cui piccolo interno siano
presenti, e complementari tra loro, le diverse
"specializzazioni", capaci quindi di operare allo
stesso tempo collettivamente ed individualmente, seguendo un
modello operazionale "reverse swarming":
non affrontare il nemico direttamente ma disperdersi nella
popolazione locale (e noi aggiungiamo: nella narrazione
locale).
Ed è per questa tattica di dispersione/mimetizzazione in un
contesto estraneo ed ostile che "divenire-nemico"
cioè prendere le sembianze "locali" diventa
prioritario.
Per questo passaggio da una operatività "vertebrate"
ad una "cellular", o meglio
"rizoma", quindi più fluida ed intuitiva, bisogna
partire dall’"intelligence", nel senso
che ne da l’Oxford Dictionary of English: "the
intellect, the understanding".
Ed è in questo "understanding", in questa
impalpabile forza mentale libera di volare nello spazio, che
l"intelligence" diventa il nostro quarto
elemento: l’"Aria", l’astuzia di Ulisse.
Viene quindi in mente il "Marte e Minerva"
raffigurati nel distintivo del copricapo del 21° Regimento
delle Sas anglosassoni i cui primi componenti erano pittori,
scrittori, attori, musicisti, accademici, quindi una chiara
indicazione della duplice natura dei loro interessi: la
guerra e la creatività.
La "Human intelligence" (Humint), quindi,
non solo come sostiene il Generale britannico Bob Fulton:
"gioca un ruolo vitale nel determinare le identità e
gli intenti degli avversari e nel comprendere il nemico
piuttosto che semplicemente contrastarlo", ma si rende
anche necessario di "rimettere la ‘I’ dell’intelligence
tra le virgolette", come afferma Robert Steele
definendo i tre principali elementi delle "Information
Operations": il messaggio, la realtà, la
tecnologia.
Queste nuove guerre saranno caratterizzate da quattro
protagonisti: gli informatici ed i consulenti strategici, i
fanti, i civili ed i terroristi, e per affrontare
efficacemente queste nuove operazioni definite come missioni
a "tre componenti" (con funzioni di polizia,
umanitarie e propriamente militari – "war-fighting
role") i "fanti" necessiteranno di
ulteriori competenze e conoscenze specifiche.
Per questo l’attività di Humint dovrà per forza essere
sostenuta da una forte attività di "cultural
intelligence" (Cultint).
Dato che si opererà all’interno di società
"barbare" e/o segmentate da stabilizzare, lo
studio della lingua locale, della storia, del terreno, dei
costumi e della cultura delle aree coinvolte nei conflitti
sarà fondamentale per sapersi orientare e non subire tristi
conseguenze.
Non per niente l’"Orientamento" (quindi la
maniera con cui si interagisce con l’ambiente-narrazione
circostante) rappresenta il fulcro di quello che viene
definito dal Colonnello americano John Boyd l’ "Ooda
Loop: Observe-Orient-Decide-Act" per
affrontare i combattimenti nelle "4th Generation
Warfares".
Una Culting capace quindi di individuare e tradurre gli
elementi antropologici, le motivazioni, i comportamenti, i
linguaggi, i segni, i miti, le emozioni ed il furore, che
riescono in un dato momento a trasformare una
"massa" pacifica e "non-combatat"
in una contagiosa "macchina da guerra": il
processo involutivo e creativo, descritto da Deleuze e
Guattari, di "divenire animale e macchina da
guerra".
Contesti operativi dove non solo il visibile è a noi
invisibile, ma il gioco delle parti potrebbe cambiare così
improvvisamente ed in maniera drammatica che potremmo essere
noi, "personaggi disorientati", a divenire
possibili prede, e questo malgrado l’opuscolo per l’addestramento
dell’esercito australiano ripeta "the enemy is the
game, we the hunters".
Ed è proprio questa intelligence, come continua a
suggerirci il Generale Mini, "che segna lo
spartiacque fra legalità e sopruso ed è fondamentale
esserne i padroni" perché in fin dei conti "ciò
che sappiamo per nostro conto vale poco se non collima con
ciò che dobbiamo sapere".
Non essendo quindi una novità, che le nuove guerre si
svilupperanno lungo i presenti e soprattutto lungo i futuri
crinali energetici, sarà bene perciò essere pronti e non
farsi sorprendere dagli eventi. Attualmente la continua e
sempre maggiore domanda di risorse sta mettendo sotto
pressione i network energetici, e non essendo più i
rifornimenti adeguati alle richieste le tensioni stanno
aumentando.
Ogni goccia di petrolio conta così tanto che i quattro
elementi:
- Terra (Nato);
- Fuoco
(risorse energetiche);
- Aria
(intelligence);
- Acqua
(terrorismo come minaccia fluida);
sono stati recentemente riconfermati nella formulazione di
due iniziative che testimoniano ulteriormente l’avvenuta
"mimesis" tra risorse energetiche, guerra
al terrorismo e ritrovato ruolo dell’Alleanza:
- la prima,
del senatore americano Richard Lugar, "Chairman of
the Senate Foreign Relations Commitee", che ha
proposto, durante il NATO Summit a Riga, la possibilità di
invocare l’Art. 5 del Patto Atlantico, nel caso in cui le
risorse energetiche di un paese membro vengano minacciate
con la forza. Arrivando così ad equiparare questa minaccia
ad un vero e proprio attacco militare;
- le
seconda, da parte di Jamie Shea, "Director of Nato Policy Planning", che ha suggerito la
creazione, da parte del Consiglio Atlantico, di una Cellula
per l’analisi dell’intelligence e la sicurezza
energetica. Secondo Shea: "un’Unità simile è
stata già formata e, con successo, si occupa di terrorismo
ma si potrebbe benissimo allargare il mandato di questa
Unità includendo uno specifico compito relativo all’intelligence
sulla sicurezza energetica. Le informazioni raccolte dagli
alleati, da partner, da società petrolifere e da diversi
governi verrebbero poi gestite da un Comitato Speciale con il
compito specifico di facilitarne il flusso e l’utilizzazione
da parte delle diverse entità che si occupano della
sicurezza energetica."
Sono queste continue ed imprevedibili mutazioni dei contesti
strategici e l’arrivo di nuovi autori-attori-regole-non
regole sulla scena internazionale, che imponendo, ai livelli
di analisi sulle crisi ed i conflitti, un passaggio
qualitativo ed epistemologico, rendono necessario anche un
"nomadismo del pensiero" che si muova in maniera
disinvolta tra diverse discipline accademiche e non.
Una metamorfosi, la cui cornice di approccio venga allargata
oltre il rigido perimetro degli studi strategici a quello
più ampio ed elastico, ancor meglio "nomade", dei
"critical security studies", già
inaugurati da Barry Buzan e la Scuola di Copenhagen. Questo
per produrre, delle valide e reali risposte a delle minacce
"costruite", utilizzando principalmente l’apporto
dell’"intellect–understanding" dell’intelligence.
Quindi un necessario salto da un "logocentrismo"
basato su una "National defence-security strategy"
a quello policodificato, ermeneutico e complesso della
"Regional Security Complex Strategy".
"Una vera e propria rivoluzione culturale e
concettuale", come ha affermato recentemente l’Ammiraglio
Di Paola, "in cui l’elemento umano resta l’elemento
centrale della trasformazione nella sua duplice funzione di
driver del processo e di soggetto nei confronti del quale la
trasformazione è destinata a produrre il principale impatto."
Terminando insieme a Robert Kaplan questo viaggio lungo la
"New Silk road of oil", non possiamo fare a
meno di prestare attenzione al suo suggerimento: "le
battaglie per il controllo delle pipelines nel Caucaso, il
possibile conflitto tra Iran ed Azerbaijan, ed il caos in
Georgia, potrebbero essere i prossimi principali titoli dei
giornali. Affrontare questi problemi richiederà la
capacità da parte dei leaders politici occidentali di
utilizzare i propri poteri e sapere come e quando
intervenire senza farsi troppe illusioni". (Giovanni
Ercolani, turcologo
e libero docente di "Global Terrorism" e
"Peacekeeping and
International Conflict Resolution"). (Giovanni
Ercolani docente presso la Nottingham Trent University)
_____________________________
NOTE
Gearòid O’
Tuathail, Critical Geopolitics, London: Routledge,
1996; Gearòid O’ Tuathail and Simon Dalby (eds.), Rethinking
Geopolitics, London: Routledge, 1998.
David Martin Jones, M.L.R. Smith, "Greetings from the
Cybercaliphate: some notes on homeland insecurity", International
Affairs, 81, 5 (2005), pp. 925-950.
Bruce Lawrence (ed.), Messages to the World – The
Statements of Osama Bin Laden, London: Verso, 2005, p.
212-232.
Robert D. Kaplan, Eastward to Tartary, New York:
Vintage, 2000, p. 12.
Robert Cooper, The Post-Modern State and the World Order,
London: Demos, 1996; The Breaking of Nations, London:
Atlantic Books, 2003.
Roberd D. Kaplan, The Coming Anarchy, New York:
Vintage Books, 2000, p. 48.
Michael T. Klare, Resource Wars, New York: Henry Holt
and Company, 2002; Blood and Oil, New York:
Metropolitan Books, 2004.
Arjun Appadurai, Fear of Small Numbers: An Essay on the
Geography of Anger, Durham, NC: Duke University Press,
2006.
|
|
|
SOCIETA'
|
|
|
DONNE,
DIRITTI
E DIBATTITO PUBBLICO
PARLA GERARD
KNAUS, DIRETTORE
DELL'<EUROPEAN STABILITY INIZIATIVE,
AUTORE DI UN RECENTE RAPPORTO
SULLO STATUS FEMMINILE IN TURCHIA
"Mai come oggi le donne
turche sono attive in politica. Si organizzano in gruppi di
pressione, avanzano le proprie istanze, sono protagoniste del
dibattito politico. E mai come oggi la questione dei diritti delle
donne è presente nel dibattito pubblico. Certamente non tanto in
quello della politica quanto in quello mediatico, ma è già un
fatto rilevante”. A parlare è Gerard Knaus, direttore dell’<European
Stability Iniziative> e autore di un recente rapporto sullo
status delle donne in Turchia.
- In Turchia ci sono
appena state le elezioni per il rinnovo della Grande assemblea.
Quanti partiti hanno posto le questioni femminili al centro del
proprio dibattito?
Si è trattato di una campagna anomala, condizionata dalla crisi
politica che l’ha preceduta e incentrata sulla futura elezione
del presidente della repubblica. Per questo sono pochi i soggetti
che hanno parlato esplicitamente di diritti delle donne. Ma
l’avanzamento delle istanze del movimento femminista è evidente
negli ultimi anni, con le importanti campagne che sono state
condotte – in particolare per la riforma del codice civile – e
con i risultati che sono stati raggiunti.
- Il Partito di
giustizia e sviluppo (Akp), una formazione islamica moderata, ha
aperto diverse opportunità per le donne e ha attuato quella che
voi definite "la seconda più importante riforma della storia
turca repubblicana", dopo quella di Ataturk negli anni venti.
Come si spiega questo paradosso?
Il paradosso è solo apparente e va inquadrato nel contesto
politico che ha caratterizzato gli ultimi cinque anni di Governo.
Semplicemente il partito di Erdogan si è posto come uno degli
obiettivi cardine l’ingresso nell’unione europea e ha attuato
una parte delle riforme che questa chiede. Nel pacchetto rientrano
anche la riforma del sistema legale turco e il conseguente
riconoscimento dei diritti delle donne.
- Ciò
nonostante sono in molti in Turchia a sostenere che l’Akp
e i valori dell’islam politico di cui sarebbe portatore
rappresentano la più grande minaccia al laicismo della società
turca, e in particolare ai diritti delle donne.
Questo non è corretto. Basta dare un’occhiata a quanto è stato
realizzato negli ultimi anni, al sistema di riforme che non ha
precedenti nel dopoguerra.
- Per la prima
volta nella sua storia – si legge nel vostro rapporto – la
Turchia ha un sistema legale proprio di una società patriarcale.
Ciò nonostante, resta ancora molto da fare.
Come segnaliamo nel nostro rapporto, la riforma del codice civile
e penale non basta. Devono ancora essere posti gli accorgimenti
per far si che le nuove leggi vengano rispettate, bisogna fare più
attenzioni a questioni più nascoste, come le violenze domestiche.
Per altro verso la buona volontà del futuro governo potrà essere
compresa subito da quante donne entreranno in Parlamento e quante
faranno parte dell’esecutivo. Un primo segnale l’Akp lo ha già
dato, aumentando la partecipazione femminile tra le sue fila
rispetto al passato. Ciò nonostante, ci sono dei tempi da
rispettare. Non va dimenticato che, in Gran Bretagna, la
percentuale di donne in Parlamento ha superato la percentuale del
5 per cento solo nel 1987. in questo senso la Turchia è indietro
rispetto all’Europa di solo venti anni.
- Che ruolo può
giocare ancora l’Unione Europea?
Questo dipende da quale sarà l’atteggiamento del nuovo
Governo turco, come si porrà di fronte al proseguimento dei
negoziati. Di sicuro le aspettative per un ingresso della Turchia
nella Ue non sono forti come qualche anno fa. Da ciò dipenderà
anche l’attuazione delle riforme. (Carlo M. Miele/OsservatorioIraq) |
|
|
|
IL NOSTRO POSTO E' IN EUROPA
MA IL
VELO NON
E' SOLO FANATISMO
PARLA IL NOBEL ORHAN
PAMUK: "Fermiamo ogni fondamentalismo.
Con l'ingresso nell'UE il Paese diverrebbe
più tollerante
e rilassato"
| Questa
intervista rilasciata dallo scrittore turco al
giornalista di <Repubblica>, Marco Ansaldo, è
stata fatta prima delle elezioni politiche. La
pubblichiamo ugualmente perché ci pare estremamente
interessante. |
 |
"Io non sono una
persona sofisticata politicamente. Da un punto di vista personale
punto a essere un uomo decente. Sono uno scrittore, e la mia
prospettiva è morale. Mi considero l'umile servitore dell'arte
del romanzo europeo, che forse più di altri generi letterari ha
la capacità di capire i punti di vista degli altri, di mettersi
nei loro panni, di identificarsi con loro. Detto questo,
d'accordo, parliamo anche di politica".
Orhan Pamuk è reduce da Parigi e si schermisce nel commentare
l'appuntamento elettorale di oggi. Il suo sguardo non si sofferma
sui partiti in lizza, e vuole essere più ampio. Ma il premio
Nobel turco per la letteratura, che dopo le minacce di morte degli
ultranazionalisti sta trascorrendo molti mesi all'estero, non
perde mai di vista il suo Paese, anche in un importante momento
politico come questo: "Ormai mi succede una cosa strana -
spiega in questa intervista a <Repubblica> - quando sono in Turchia
esce il mio lato europeo e occidentale. Ma all'estero mi sento
invece molto attaccato alla mia anima turca, che viene fuori in
maniera prepotente".
- Cosa è andato a fare a Parigi?
"Sono andato per scrivere. Mi trovo alla fine del mio nuovo
libro, "Il museo dell'innocenza" e sto sistemando gli
ultimi dettagli. Confesso che l'estate calda di Istanbul mi è
mancata, ma in una Parigi in questi giorni molto fresca ho potuto
lavorare bene. Ero in casa di amici, e ho trovato la tranquillità
necessaria per continuare il mio romanzo".
- Proprio la Francia di Nicolas Sarkozy è diventata l'avversario
più ostico per i tentativi di ingresso della Turchia in Europa. E
giusto a questo punto che Ankara prosegua nella strada
dell'Unione?
"Mi è capitato di recente di dirlo anche in Italia, durante
un appuntamento pubblico con i miei lettori a Milano. Io sono
cresciuto a Istanbul, la mia città, in una cultura occidentale ed
europea. La mia risposta può essere sentimentale, ma per me la
Turchia deve entrare. Avrebbe una vita democratica decente, dove
l'economia cresce e i diritti umani sono rispettati, dove non ci
sarebbero interventi dell'esercito nella sfera politica, e dove la
società sarebbe finalmente libera e civile. Sono cresciuto con
questa idea e ammetto di essere stato influenzato dalla cultura
europea".
- E i vantaggi per l'Europa?
"Ma sono insiti nella sua storia, che si fonda sulla formula
"liberté, égalité, fraternité" e non esclusivamente
sulla cristianità. Se la Ue è esclusivamente un luogo cristiano,
allora la Turchia non ha a nulla a che fare con ciò. Se invece
l'Europa si basa sui principi che le derivano dal Rinascimento,
dall'Illuminismo, allora il posto della Turchia deve essere qui:
diventerebbe un paese più tollerante e rilassato, e questo non
porterebbe altro che una distensione in tutta la parte di mondo
che ci riguarda. Non sarebbe poco".
- Occidente e fondamentalismo sembrano in antitesi: possono
trovare punti in comune?
"In Occidente ci sono degli esempi in proposito, penso al
presidente americano George W. Bush che flirta con il
fondamentalismo religioso per decisioni come l'aborto e viene
dunque pesantemente influenzato dai criteri religiosi. Io mi
oppongo al fondamentalismo perché intollerante, non rispettoso
dei diritti della persona, contrario alla modernità".
- È contrario all'intervento degli Usa in Iraq?
"Sì, da un punto di vista politico sono contro il
militarismo degli Stati Uniti".
- Però i duri religiosi esistono eccome nel mondo islamico. Ad
esempio in Turchia propugnano il velo come un simbolo che potrebbe
apparire più un emblema politico. Qual è la sua posizione?
"Dopo l'uscita del mio libro ' Neve' che si svolgeva nel
lontano est turco, a Kars, dove un docente universitario che si
atteneva alla legge veniva ammazzato da un fanatico religioso in
quanto non permetteva alle studentesse di indossare il 'turban'
in classe, mi capitano diverse domande sul velo. Ma per me questa
è una domanda eterna. La questione del foulard in principio non
è un aspetto fondamentalista, perché riguarda una tradizione.
Magari in Turchia lo portano non solo le donne che si riconoscono
nel partito conservatore di Recep Tayyip Erdogan, ma anche quelle
che vanno a votare per il partito socialdemocratico. E comunque è
un problema molto delicato. Credo che una soluzione in senso
professorale imposta dall'alto sarebbe sbagliata. Io non ho una
risposta pronta. Perché qualsiasi indicazione che si volesse come
risolutiva, risulterebbe invece il parere di un idiota che vuole
imporre le sue idee".
 |
- Le figlie di Erdogan per portare il velo liberamente devono
farlo nelle università americane, e non in quelle turche.
"Sì, ma lui è un uomo di potere e può permettersi di
farlo. E comunque sono i fondamentalisti a trarre vantaggi dalle
imposizioni. Problemi di questo tipo, che riguardano modi di
pensare diversi, vanno sempre affrontati con delicatezza e
compassione, ascoltando le ragioni degli altri. Io cerco di farlo
nei miei libri, adottando i punti di vista di molti. Penso ad
esempio ai vari personaggi de "Il mio nome è rosso",
alla costruzione del romanzo. Ma da un'imposizione del velo gli
uomini ci hanno sempre guadagnato, le donne rimangono invece
indifese". (Marco Ansaldo/la
Repubblica.it)
|
|
|
SISTEMI
MATRIARCALI
E NON
|
 |
QUELLE DONNE IMPRIGIONATE
DAL VELO
È l’altra Turchia, quella
profonda, immutabile, islamica e patriarcale. Quando sei a Izmir, ad
Ankara e, soprattutto, a Istanbul stenti a credere che esista. Ma ti
basta prendere l’aereo e volare nell’Anatolia orientale per capire
le contraddizioni di un Paese che sogna l’Europa, ma che con il cuore
appartiene all’Asia e nella maggior parte delle regioni si sente più
affine al Caucaso e all’Iran che alla Francia o all’Italia.
Erzurum è la quarta provincia più importante della Turchia. Quando
arrivi è sufficiente osservare il comportamento delle ragazze per
capire i costumi locali. Quelle che sull’aereo erano normalissime
fanciulle di Istanbul, disinvolte, moderne, senza complessi verso gli
uomini, improvvisamente cambiano atteggiamento. Se hanno le spalle
scoperte si premurano di infilare un pullover a maniche lunghe,
abbottonandolo fino al collo. Le più prudenti sfilano dalla borsa un
foulard e, controvoglia, lo annodano al capo. Sull’autobus noti che le
donne evitano di accomodarsi a fianco di passeggeri di sesso maschile.
Siedono sole o stanno in piedi, perché una donna perbene deve evitare
in pubblico qualunque promiscuità.
Sia chiaro: in Turchia nessuna legge impone la discriminazione tra
uomini e donne. Al contrario, la Costituzione riconosce da tempo la
parità dei diritti. Ma in quest’angolo remoto del mondo, incastrato
tra il Mar Nero, la Georgia, l’Iran e l’Irak, le consuetudini sono
più forti sia dei valori imposti dal padre della patria moderna
Atatürk,
sia dell’influenza della globalizzazione. Erzurum è una città con il
velo. Per strada lo indossano almeno nove donne su dieci; due
addirittura il "carsaf", la tunica integrale nera che lascia scoperti
solo gli occhi; rarissime sono quelle che osano camminare per strada
senza copricapo islamico.
Non stupisce che questo sia uno dei feudi del Partito Giustizia e
Progresso (Akp), guidato dall'islamico Recep Tayyip
Erdogan, che, significativamente, aveva iniziato qui la campagna
elettorale.
Erdogan è popolare non
|
perché abbia imposto
consuetudini musulmane, ma
perché le garantisce meglio di chiunque altro. Mentre nelle grandi città
il leader dell’Akp è sospettato di promuovere
un’islamizzazione
strisciante, qui non ha bisogno di nascondersi: qui è già tutto
musulmano, anzi rural-musulmano; nel senso che i principi coranici
rafforzano spontaneamente una civiltà contadina, che nei villaggi più
sperduti è addirittura feudale. Con le sue contraddizioni.
Erzurum, sebbene sgraziata, può essere gradevole per un visitatore di
sesso maschile.
La gente è molto ospitale, amichevole, garbatamente
curiosa. Senti il calore di un’umanità che induce le famiglie e i
clan alla solidarietà, unico antidoto alla perdurante paralisi
economica. La disoccupazione sfiora il 30%, ma per strada non vedi
mendicanti, né barboni. Nessuno è lasciato in disparte.
In passato anche questa città, incastrata tra le montagne, ha vissuto
periodi felici. "Qui Atatürk ha lanciato la prima guerra
d’indipendenza", ricorda il direttore del giornale locale. Negli anni
Sessanta "era conosciuta come la Parigi della Turchia dell’est",
rilancia la star della tv del posto, Akr Ozker. "Era un fiorire di
teatri, ristoranti. Nasceva l’università e con essa un po’
d’industria", spiega. Ma lo slancio si è esaurito rapidamente,
"perché
chi ha talento non è incoraggiato a restare".
È il dramma della
Turchia, che, contrariamente all’Italia del dopoguerra, non è
riuscita a favorire lo sviluppo di un’imprenditoria locale. Mai una
provincia come Erzurum potrà trasformarsi in una realtà analoga a
quella dell’odierno Veneto. La cappa prevale sempre. E la cappa
allontana i creativi e gli intraprendenti, li spinge verso le grandi
città, anziché radicarli nelle terre natie.
Allora nelle vie della città risuona forte, invadente il richiamo del
muezzin, anziché il suono delle sirene delle fabbriche. E la donna
diventa l’emblema di tutti i problemi. Persino le pasticcerie del
centro distinguono tra i sessi:
al pianterreno vengono serviti solo gli
uomini; mentre le donne sole e le famiglie sono invitate ad |
accomodarsi
in una sala appartata. Idem al cinema, i maschi da una parte, le donne
dall’altra.
E guai a chiedere una birra o un bicchiere di vino: nei
ristoranti i camerieri ti guardano meravigliati. A Erzurum nessuno
consuma alcol, di certo non in pubblico.
Se sei femmina e vuoi lavorare, è opportuno indossare il velo; come
Merve Kuqukali, segretaria del Partito Giustizia e Progresso, una
piacevole fanciulla, senza un filo di trucco, dai lineamenti regolari,
lo sguardo limpido e sorridente. Sembra che abbia 25 anni, in realtà ne
ha 40 ed è madre di due figli. Spiega che il "foulard non è un
simbolo di oppressione, ma di dignità; che induce gli uomini a trattare
le donne con rispetto". E che cosa intenda non tardiamo a capirlo.
Nella sede dell’Akp, un attivista si lascia andare a un apprezzamento
rivolto alla mia interprete: "Sei bella", le dice. A me sembra niente
più che una galanteria inopportuna, ma Burcu è sconvolta; sa di essere
stata trattata alla stregua di una poco di buono; proprio lei che sta
per sposarsi. E solo perché è di Istanbul e non indossa il velo.
Eppure sono questi i valori che anche le donne di Erzurum difendono.
Merve Kuqukali spiega di essere ostile all’islam radicale e di
ammirare Erdogan perché "difende la famiglia, la morale e combatte gli
eccessi". Apprezza il suo essere "conservatore e
religioso", ma al
contempo "fautore della modernità". Insomma, ha le idee confuse; come
d’altronde è comprensibile per chi, come lei, si è sposata
giovanissima. La sua idea di libertà e di emancipazione coincide con
quella inculcatale dalla famiglia prima e dal marito poi. Quando le
chiediamo se non sia a disagio quando ogni giorno incrocia le donne che
indossano il velo integrale, lei dapprima minimizza rilevando che "sono
solo quelle che lavorano in moschea", come se fosse normale; poi le
giustifica osservando che "per proteggersi dal caldo bisogna
coprirsi".
Guardiamo fuori dalla finestra: piove a dirotto e il termometro non
supera i 18 gradi. La spiegazione non regge, ma non ce ne stupiamo. Sono
cose che accadono nella Turchia profonda. (Marcello Foa/IlGiornale.it)
|
|
|
INCANTATE LE PLATEE
DANZA DEL VENTRE,TUTTA
AL MASCHILE
Arriva
la danza del ventre in versione maschile, e già i ballerini dalla
pancia un po' più pelosa del solito incantano le platee in
Turchia e in altre capitali europee.
Si tratta di una tradizione che risale ai tempi dell'impero
Ottomano, quando gli uomini nei palazzi dei sultani venivano
intrattenuti da giovani ballerini, mentre le donne vivevano in
harem.
L'abito e lo stile di ballo sono diversi da quelli delle
danzatrici femmine. Alex indossa ampi pantaloni neri, un copricapo
intrecciato, una cintura riccamente intarsiata e un mantello che
si estende alle braccia.
"Viene a vedermi ogni genere di persone. Ballo nelle
discoteche, nei bar e anche ai concerti rock", afferma Alex,
36 anni, dopo essersi esibito in una danza del ventre al Club Fox
di Istanbul, sul Mar di Marmara.
"Sono veramente contrario a quello che la gente dice sul
fatto che la danza orientale è femminile. Così facendo tentano
di fornirle un'identità, ma tutte le danze hanno personaggi
maschili così come femminili", afferma Alex. (Reuters) |
|
CRR ED ANKARA RAFFORZANO
I RAPPORTI
DI
COLLABORAZIONE
Il Centro comune di ricerca
della Commissione europea (Ccr) e la Turchia hanno siglato un
protocollo d'intesa per accrescere la cooperazione della ricerca
nei settori della sicurezza alimentare, dell'energia e dei
prodotti chimici.
Nell'ambito dell'accordo alle organizzazioni di ricerca turche
verrà data l'opportunità di partecipare alle attività presso il
Ccr. L'accordo focalizza l'attenzione sulla cooperazione in aree
chiave dell'ambiente e della sanità, della sicurezza e della
qualità di alimenti e mangimi, dell'energia (comprese la
sicurezza e la protezione nucleare), dell'agricoltura e dei
prodotti chimici.
Inoltre, il Ccr ospiterà fino a 20 studenti turchi, dottorandi o
post-dottorato, selezionati congiuntamente, presso i suoi istituti
di ricerca specializzati situati nell'UE (Belgio, Germania,
Italia, Paesi Bassi e Spagna). Questi soggiorni verranno
finanziati dal <Tubitak>, il consiglio turco per la ricerca
scientifica e tecnologica.
"La politica di ricerca comunitaria può realizzare le sue
potenzialità soltanto quando avrà instaurato collegamenti
adeguati con le organizzazioni tecniche e scientifiche a livello
internazionale, nazionale e regionale" ha commentato il
direttore generale del Ccr, Roland Schenkel. "Le organizzazioni
turche si sono chiaramente impegnate a svolgere il loro ruolo e
siamo convinti che questo protocollo d'intesa servirà da
catalizzatore per una cooperazione ancora più ampia. Siamo
particolarmente contenti del fatto che ai giovani ricercatori
turchi verrà data l'opportunità di lavorare presso i nostri
istituti di ricerca".
Anche la Turchia è convinta del fatto che tale accordo apporterà
benefici. "Questo accordo contribuirà a una migliore
integrazione delle istituzioni turche di R&S [ricerca e
sviluppo] nello Spazio europeo della ricerca. Esso consentirà ai
ricercatori turchi che operano in diversi campi di condurre
progetti congiunti e faciliterà lo scambio di informazioni e di
personale con il Ccr", ha affermato il professore Nuket Yetis,
presidente f.f. del <Tubitak>.
"A un livello più ampio, l'accordo sosterrà la partecipazione
della Turchia ai programmi di ricerca comunitaria e aiuterà a
promuovere le potenzialità turche nei settori della ricerca,
della tecnologia e dell'innovazione in tutta Europa", ha
aggiunto.
I partner di ricerca turchi e del CCR hanno già avuto
un'esperienza di collaborazione, cooperando nel quadro di otto
reti istituzionali e otto progetti del Sesto programma quadro (6°PQ).
Inoltre, 15 ricercatori turchi stanno attualmente lavorando presso
istituti del Ccr, mentre 161 esperti turchi sono stati formati
attraverso workshop organizzati dal Ccr nel 2006. (Newsfood.com) |
|
|
|
CRONACA
|
ARRESTATOERGUN
POYRAZ
L'ACCUSA
L'autore di libri critici
nei confronti dell'Akp
sospettato di avere legami con un un gruppo ultra nazionalista
Ergun
Poyraz, l'autore di libri critici nei confronti del partito islamico
al governo in Turchia, è stato arrestato. Lo scrittore è
sospettato di avere dei legami con un gruppo ultra nazionalista.
L'uomo, prelevato dalla sua casa ad Ankara questa mattina, è stato
trasportato a Istanbul per l'interrogatorio con la polizia.
Su Poyraz ricadono i sospetti di un legame con un gruppo ultra
nazionalista scoperto durante un'operazione svolta dalla polizia lo
scorso mese in una casa a Istanbul, durante la quale sono state
rinvenuti 27 bombe a mano e diversi detonatori. Tra i sospettati
dalla Polizia, ci sono ufficiali dell'esercito in pensione, e a
quanto pare, nelle successive operazioni sono state ritrovati armi,
esplosivi e documenti militari secreti. Poyraz è l'autore di una
famosa collana di libri in cui vengono accusati il Primo Ministro
Recep Tayyip Erdogan e i membri del suo partito, Giustizia e
Sviluppo (Akp). L'Akp, respinge le accuse di avere un programma
islamico segreto che possa installare un regime del tipo iraniano
nella Turchia musulmana. Il partito di Erdogan ha ottenuto una
clamorosa vittoria dalle elezioni di domenica, guadagnandosi in
questo modo il diritto di governare per altri cinque anni. (ExpoBg) |
BARTOLOMEO
CITATO
IN GIUDIZIO
DA CIPROF
|
Nuovi
sviluppi sulla scia della sentenza
di Cassazione turca di alcune settimane fa che aveva
negato al Patrircato di Costantinopoli il diritto di
chiamarsi ecumenico
|
|
Continua, sulla scia della
sentenza della Cassazione di alcune settimane fa - che aveva negato al
Patriarcato di Costantinopoli il diritto di chiamarsi ecumenico –
l’attacco contro Bartolomeo da parte di Buijidar Ciprof, un ex
membro della Chiesa dell’esarcato bulgaro di Costantinopoli, di
giurisdizione del Patriarcato ecumenico.
Ora Ciprof ha presentato denuncia al pretore di Istanbul
contro il patriarca Bartolomeo, accusato di continuare a definirsi
nei suoi ultimi discorsi - durante la 2a conferenza dei giovani
ortodossi, svolta con grande successo ad Istanbul dal 11 al 15
luglio - la tanto deprecata frase storica “Patriarcato Ecumenico
di Costantinopoli".
Ma dietro questo braccio di ferro ingaggiato da vari ex membri
dell’esarcato bulgaro, si dice negli ambienti diplomatici e
giornalistici di Istanbul, si cela in verità il cosiddetto
Stato profondo della Turchia, il quale manda vari segnali verso le
minoranze cristiane della Turchia, sospettate di avere appoggiato nelle
trascorse elezioni politiche, il partito di Erdogan. Quello Stato
che con i suoi apparati si considera il vero depositario del
Kemalismo, ma che di fatto ha perso tutta la spinta propulsiva del
suo fondatore, e cerca di preservare i propri interessi, professando
un laicismo fondamentalista che in momenti di dura contestazione non
ha esitato di utilizzare per uso proprio la religione islamica, come
dice David Shankland nel suo libro "Islam and Society Turke"
(1999.)
Perché, per quanto può sembrare strano in Europa Occidentale,
come dice un alto prelato ortodosso di origine turca che vive a
Berlino, le minoranze cristiane in Turchia hanno goduto
nell’ultimo ventennio una certa tolleranza soltanto con i Governi
di Ozal e di Erdogan, ambedue di estrazione conservatrice, ambedue
riformatori. E non si può non osservare, continua, come la carenza
nell’istruzione turca di quei strumenti della cultura greco
romana, utili per formare una mentalità veramente europea delle classi
dirigenti.
Significativa infine la presa di posizione del prof. Baskin Oran,
che si era
candidato come indipendente alle elezioni, voce di grande
spessore scientifico e respiro politico, che in una intervista al
giornale <Radikal> a proposito della sentenza della
Cassazione, ha smantellato tutto l’apparato giuridico della
sentenza, concludendo ironicamente di non aver mai saputo che i
tribunali in Turchia fossero diventati ferrati in ecclesiologia
ortodossa. Perché, appunto, la questione riguarda i canoni
religiosi degli ortodossi. (N.T/AsiaNews.it) |
|
|
I
DIRITTI DEL PATRIARCATO ARRIVANO
IN EUROPA
FEDE E
DIRITTI Il
ministro degli Esteri greco, Dora Bakoyannis ha portato infatti il
caso di fronte all'Unione Europea. Intanto, anche Mosca fa sentire
la sua voce sul significato "ecumenico"
Sta
assumendo un carattere sempre più internazionale, la polemica
contro il patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Il ministro degli
esteri della Grecia, Dora Bakoyannis, infatti, ha deciso di
informare l'Unione europea della situazione, presentando una
informativa al Consiglio degli affari generali e relazioni esterne
dello scorso 23 luglio. Nel comunicato finale, diffuso in questi
giorni, i ministri hanno reso pubblico il loro sconcerto,
soprattutto in merito alla ''recente sentenza della Corte di
Cassazione e alle sue implicazioni sulla libertà di religione''.
Il riferimento è alla sentenza dello scorso 26 giugno, che nega il
carattere ecumenico del Patriarcato, realtà ridotta a semplice
“ente turco” preposto al culto della piccola comunità
greco-ortodossa della città. Nessun riferimento, dunque, al primato
di onore tra le chiese ortodosse, riconosciuto dal IV secolo al
patriarca di Costantinopoli. Uno stato di cose che si aggiunge alle
altre limitazioni, a cominciare dal mancato riconoscimento della
personalità giuridica e dall'ostilità di ampi settori
dell'opinione pubblica.
Eppure, ha spiegato di recente il patriarca Bartolomeo I, "questo
nostro Paese deve riconciliarsi con la propria storia". I
Turchi "devono capire che le minoranze qui non sono qualcosa di
separato, ma fanno parte della storia di questo Paese, di questa
terra. Non abbiamo rivendicazioni politiche. Non siamo una minaccia
per lo Stato, ma siamo un riferimento di civiltà e di stabilità''.
Fin qui, l'aspetto politico. Tuttavia, la polemica sul carattere
"ecumenico" del patriarcato ha anche una coda religiosa,
specie nei rapporti con il patriarcato ortodosso di Mosca. In una
dichiarazione rilanciata da Interfax il 26 luglio, la Chiesa
ortodossa più numerosa ha spiegato che il titolo ''ecumenico'' non
conferisce al patriarca di Costantinopoli il ruolo di guida di 300
milioni di cristiani ortodossi. Quando ''questi titoli sono apparsi
- si legge nella dichiarazione - per universo si intendeva l'Impero
bizantino''. Pertanto ''il concetto di 'giurisdizione mondiale del
Patriarcato di Costantinopoli' così come l'affiliazione di 300
milioni di cristiani ortodossi non può essere vera, perché il
Patriarcato di Costantinopoli è una delle 15 chiese ortodosse
locali autonome (autocefale) e lontana dall'essere la più
numerosa". (Mattia Bianchi/www.korazym.org) |
|
DAL TRIBUNALE DI
CAGLIARI
19 CONDANNEPER
LA DROGA DALLA TURCHIA
Si
è concluso con diciannove condanne a pene variabili tra i 20 e i
cinque anni di reclusione il processo in Tribunale a Cagliari contro
i presunti componenti di una banda internazionale specializzata
nell'importazione di cocaina e eroina dalla Turchia alla Sardegna
che era stata sgominata l'estate scorsa dalla Sezione di polizia
giudiziaria del Commissariato della Polizia di Stato di Quartu in
collaborazione col Gruppo operativo antidroga della Guardia di
Finanza di Roma.
Secondo la ricostruzione accusatoria, la droga giungeva in Sardegna
all'interno di bombole di gas modificate. Spedite nell'isola
attraverso un ditta di import-export creata ad hoc, le bombole
venivano smantellate e la droga, una volta tagliata, veniva
smerciata al minuto da una fitta rete di spacciatori guidata da
Mariano e Rinaldo Ibba.
I due, padre e figlio, sono stati condannati rispettivamente a 17
anni e 10 mesi e 9 anni e 9 mesi di reclusione. Le pene più severe,
20 anni, sono state inflitte dai giudici a Giovanni Agus, lo
specialista nella modifica delle bombole che aveva la sua sede in
Emilia, al referente turco della banda Mustafa Sekiroglu, e alla
"mente" dell'organizzazione, Antonino Loddo, conosciuto
nel mondo della malavita col nomignolo di "suor Maria". (L'Unione
Sarda) |
|
NEL NORD IRAQ
UCCISI
4 CAPI DEL PKK
Quattro
capi del Pkk sono morti la scorsa settimana in un attentato suicida
avvenuto nel Nord dell'Iraq, lo annuncia solo oggi la stampa turca,
secondo cui si sarebbe trattato di un regolamento di conti interno
alle fazioni curde. L'attentato era avvenuto sul monte Qandil,
vicino al confine turco, quando un miltarnte curdo si è fatto
esplodere in mezzo a una riunione del partito. Da mesi la turchia
accusa l'Iraq di consentire ai ribelli del Pkk di riparare sul territorio
del Kurdistan iracheno per sfuggire alle offensive militari di
Ankara. (Peace Reporter) |
|
ANCORASULLA
TORTURA LA DENUNCIA
Secondo <Amnesty
International> verrebbe
ancora praticata nelle carceri della Turchia nonostante la
politica di tolleranza zero del Governo ed alcuni miglioranti
Il ricorso alla tortura
è
ancora molto frequente in Turchia, nonostante la politica di
tolleranza zero del Governo. A denunciarlo è <Amnesty International>
in un nuovo rapporto sul sistema giudiziario di Ankara.
Nonostante alcuni miglioramenti, sottolinea l'organizzazione per i
diritti umani, nel sistema regna una "cultura
dell'impunita'" che permette alle autorità di sottrarsi alle
responsabilità e alle corti di ignorare le prove mediche delle
torture.
Secondo <Amnesty> la politica di tolleranza zero annunciata da Governo
non sarà mai efficace se non si faranno "passi concreti"
contro l'impunita' di cui godono "i funzionari che violano il
divieto di tortura e maltrattamenti".
Detenuti delle carceri turche hanno raccontato all'organizzazione di
essere stati picchiati, minacciati di morte, privati del cibo,
dell'acqua e del sonno. "Nulla al di fuori di una piena
politica di tolleranza zero verso l'impunità potrà eliminare lo
spettro della tortura, dei maltrattamenti, degli omicidi e delle
sparizioni che oscurano ancora la condizione della Turchia in tema
di diritti umani".
Un tema chiave per l'adesione della Turchia all'Unione Europea. (Agi)
|
LA
CONDANNA
La
Turchia è stata condannata dalla Corte europea per i
diritti dell'uomo per le torture inflitte in carcere a
diversi detenuti, sospettati di essere legati al Partito dei
Lavoratori del Kurdistan (Pkk). La vicenda risale al
settembre del 1999: gli ex detenuti hanno denunciato di aver
subito violenze di ogni tipo per via delle loro origini
curde: violenze sessuali tramite l'uso di oggetti, scosse
elettriche e percosse continue sulla pianta dei piedi. La
Corte di Strasburgo ha riconosciuto la violazione
dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti
dell'uomo - divieto di tortura e di trattamenti inumani o
degradanti - per cinque detenuti, mentre per altri sette la
Corte ha giudicato eccessiva la durata della loro
detenzione. Per tutti e' stato stabilito un risarcimento
compreso tra i 5.000 e i 12.700 euro. (Agr) |
|
|
ECONOMIA
LA
RISPOSTA
ALLA VITTORIA
DELL'AKP
MONDO IMPRENDITORIALE
(ADESSO) ENTUSIASTA
Il mondo imprenditoriale turco
ha riposto in maniera entusiastica al risultato elettorale che ha
visto la vittoria schiacciante dell'Akp del premier Erdogan (46.5% e
340 parlamentari su 550). Tutte le principali sigle imprenditoriali
ed industriali, hanno sottolineato che i temi economici, gli
eccellenti risultati nella stabilizzazione macro-economica, la lotta
all'inflazione ed alla disoccupazione, sono stati i fattori che
hanno realmente fatto pendere la bilancia elettorale
sostanziosamente a favore del partito conservatore/liberista di
ispirazione "moderatamente islamica". Nuove e più
determinanti riforme in campo sociale ed economico sono state
richieste da numerosi e qualificati industriali, soprattutto con
un'attenzione particolare al rapporto che deve essere ulteriormente
incrementato con l'UE. Il presidente della Camera di Commercio di
Istanbul, Murat Yalcintas, ed il presidente dell'Assemblea Nazionale
degli esportatori (Tim), Aguz Satici, hanno posto in evidenza gli
sforzi compiuti dal governo a favore del settore privato e degli
esportatori. Anche ad Izmir - caposaldo del partito di opposizione
di sinistra Chp - gli imprenditori si sono espressi a favore della
continuazione del processo di stabilizzazione macro-economica del Paese. Il presidente Arzuhan Yalcindag
Dogan, della <Tusiad>, ha
sottolineato non solo la necessità di proseguire il cammino di
stabilità e sviluppo intrapreso, ma anche di rafforzare il processo
di riforme di cui la Turchia ha bisogno. (Ice
Istanbul) |
|
CONFERMATO
UN OUTLOOK
STABILE
L'agenzia
<Moody's> si aspetta
che il nuovo Governo turco prosegua sulla strada delle riforme
economiche, ma avverte che le imminenti elezioni presidenziali e il
tema della sicurezza continuano a rappresentare un rischio.
I mercati hanno accolto favorevolmente la vittoria del partito Akp
nelle consultazioni del fine settimana. Secondo <Moody's> il 46%
ottenuto nel voto potrebbe rendere il partito del premier uscente,
Recep Tayyip Erdogan, "una forza legislativa più efficace".
<Moody's> matiene un outlook stabile sul rating Ba3 assegnato alla
Turchia ma sottolinea i rischi insiti nella scelta del nuovo
presidente e nella potenziale reazione del Governo ai recenti
attacchi, attribuiti ai guerriglieri curdi.
Erdogan ha chiamato il paese al voto dopo che l'influente elite
secolare, che può contare sull'appoggio dell'esercito, gli ha
impedito di nominare presidente il ministro degli Esteri, Abdullah
Gul.
"Una risoluzione positiva di entrambe le questioni
significherebbe che il Parlamento potrebbe tornare a occuparsi della
riforma delle pensioni ... E' cruciale inoltre recuperare terreno
sulla situazione fiscale, che si è allontanata dai target nella
prima metà del 2007", ha commentato Kristin Lindow, vice
presidente a <Moody's>, in una nota. (Reuters) |
____________________
Per
<Standard&Poor's>
ALLA
BASE
LA STABILITA'
POLITICA
L'esito delle elezioni in
Turchia, accolto con favore dai mercati finanziari, non ha un
impatto immediato sul merito di credito dell'emittente sovrano della
Repubblica, il cui rating potrebbe comunque migliorare in un clima
di stabilità politica.
La valutazione è dell'agenzia < Standard & Poor's>.
"Molto dipende [...] dalla scelta di un nuovo presidente. Se
questa viene gestita in maniera armoniosa e il partito Ak dimostra
un continuo impegno nella direzione delle prudenza e delle riforme
il rating della Turchia potrebbe migliorare", si legge in una
nota dell'agenzia. Le elezioni parlamentari del fine settimana hanno
visto la netta affermazione di Akp, il partito islamico moderato
della giustizia e del benessere guidato dal premier Tayyp Erdogan,
che ha conquistato la maggioranza assoluta con il 47% dei consensi.
La valutazione < S&P> sulle emissioni a lungo termine della
Repubblica turca è attualmente di 'BB-' in valuta e 'BB' in lira,
con prospettive stabili su entrambi i giudizi. (Reuters) |
|
|
|
|
FORSE
UN CAMBIO DI ROTTA
|
|
QUALCUNO
SI CHIEDE SE SIA POI VERA
LA NOTIZIA CHE IL GOVERNO DI ANKARA
VOGLIA
SGANCIARSI DAI FINANZIAMENTI
DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE
In un Paese spaccato a metà
tra laici e filo-islamici, l'economia non poteva sfuggire alle
aspre polemiche della passata campagna elettorale (il recente voto
ha dato la vittoria al partito religioso di Erdogan, AkP
ndr).
Ad accendere la miccia era stata la possibilità, fatta circolare ad
arte nei circoli governativi, di sganciarsi dai finanziamenti del
Fondo monetario internazionale a partire da maggio 2008, data in cui
scadrà l'ultimo prestito stand by. Se tutti i partiti in lizza
erano
d'accordo, in linea di principio nel fare a meno dei soldi dell'Fmi,in
nome di un condiviso orgoglio nazionale, i laici si erano invece
detti timorosi che dietro
la manovra dell'Akp, il partito filo-islamico del premier Recep
Tayyip Erdogan, si nasconda la volontà di sganciarsi dall'Occidente
a favore dei Paesi arabi e musulmani.
Il tallone d'Achille della Turchia, che peraltro gode di ottima
salute nei suoi fondamentali economici, è il deficit delle partite
correnti, che quest'anno potrebbe raggiungere il 7.2% del Pil, un
po' più elevato del previsto. Nonostante l'export sia in
crescita e la domanda interna si mantenga moderata, pesa la bolletta
petrolifera, per cui è necessario un flusso costante di
investimenti stranieri per pareggiare i conti di Ankara. Una
problema a cui si può tenere testa se gli investimenti stranieri (Fdi)
e i prestiti a lungo termine (Fmi) continueranno copiosi, come è
avvenuto nel 2006 con l'arrivo, di ben 20 miliardi di dollari di
soli investimenti diretti.
Ma da dove arrivano tutti questi soldi? "La gran parte - rassicura
Hans Christiansen della Divisione finanza dell'Ocse a Parigi -
proviene da fusioni e acquisizioni di Paesi Ocse. C'è stato il
takeover di Telsim da parte della <Vodafone> britannica, per 4.6
miliardi di dollari, e due altre megatransazioni per l'acquisto di
<Deniz Bank> e <Finansbank>, rispettivamente dai belgi e dai greci per
una somma totale di altri 4.6 miliardi di dollari". Investimenti
che riflettono il forte interesse dei capitali stranieri per un
mercato aperto, con una corporate governance rimessa a nuovo e una
politica aperta alla competizione e attenta alla stabilizzazione
macro-economica.
Ma quando si prova a chiedere qualcosa di più sull'ammontare dei
flussi arabi sul Bosforo le bocche si chiudono nel riserbo tipico
dei banchieri e chi parla dice solo: "Francamente non lo so".
Escludendo quindi il cosiddetto hot money, i soldi che
normalmente qualificano gli investimenti finanziari, e
concentrandosi piuttosto su quelli diretti si scopre che non ci sono
dati disaggregati per "pesare" la finanza islamica nel
portentoso pacchetto regalo di flussi stranieri piovuti sulla
Turchia l'anno scorso. Da Vienna, il "Wiener Institut für
Internationale Wirtschaftsvergleiche" (wiiw), uno dei maggiori think
tank economici per l'area, parla di rilevanti investimenti, nel
settore immobiliare e della sanità privata, degli Emirati arabi
uniti e dei sauditi, verso l'appetibile mercato turco.
Ma su queste scelte finanziarie dei petrodollari ha pesato anche la
presenza di un partito filo-islamico al potere in Turchia? Non ci
sono conferme. Un banchiere di Istanbul ammette che i ricchi fondi
arabi, come il <Sadco> dell'Arabia saudita, sono molto attivi nel
Paese della Mezzaluna (l'immobiliare sul Bosforo fa gola a molti,
con i prezzi alle stelle), ma che le quote degli investimenti
stranieri islamici in Turchia (per ora) non raggiungono quelle
occidentali.
Tolga Ediz, economista di <Lehman Brothers>, ritiene che la Turchia
non rinnoverà un altro accordo stand-by con l'Fmi ma firmerà un
pre-cautionary
standby facility, cioè un'intesa per cui il denaro sarà a
disposizione, ma la Turchia lo prenderà solo come ultima risorsa.
"Anche perché - ammette l'analista - il Fondo ha cessato da tempo
di essere un'ancora per il mercato". "Il vero scontro in corso in
Turchia - prosegue Ediz - non è tra fondi occidentali o islamici, ma
tra due settori imprenditoriali turchi: gli emergenti contro i
vecchi padroni del vapore, le tigri anatoliche pro-Akp contro le
antiche famiglie legate establishment laico, ai militari e al Chp o
Mhp. In questo scenario, gli imprenditori anatolici rappresentano,
paradossalmente, la domanda di cambiamenti economici di tipo
liberista, seppure nella conservazione dei valori religiosi".
L'eventuale distacco dall'Fmi, "essendo questi ultimi imprenditori
più aperti al rischio e alla globalizzazione", non li spaventa,
mentre l'arrivo di flussi finanziari arabi li rassicura e li
inorgoglisce.
Gli investitori occidentali e i partiti laici, invece, assegnano
molta importanza all'Fmi e ai suoi programmi, considerati (come
l'accesso alla UE) il vincolo esterno senza il quale il Paese
potrebbe andare alla deriva e perdere la bussola economica e la
collocazione strategica. Un timore che condivide Ahmet Akarli,
analista di <Goldman Sachs>: "Il Paese ha bisogno di riforme
strutturali e disciplina di bilancio per assicurare una crescita
sostenibile e una stabilità dei prezzi: per questo prevedo la
necessità di un nuovo programma dell'Fmi nel 2008 come elemento
chiave di stabilità nel medio termine, soprattutto guardando alle
incertezze e ai rischi globali".
Più cauta Paola Subacchi, economista internazionale di <Chatman
House>, che invita a non drammatizzare: "L'affrancamento
dall'Fmi -
al momento ancora non completamente visibile non riguarda solo la
Turchia, ma tutta l'Asia. Basta guardare la recente proposta dell'<Asian
Development Bank> (Adb) sull'uso delle riserve asiatiche per la
creazione di un fondo ad hoc che consentirebbe di sganciarsi
dall'Fmi".
Ma se la voglia di dire addio al Fondo è una tendenza generale, in
Turchia, anche questa scelta si tinge di giallo, anzi di islamico.
Con qualche preoccupazione in più per i laici. (Vittorio DSa
Rold/Il Sole24Ore.com)
|
Un
affrancamento che non riguarderebbe la sola
Turchia ma tutta l'Asia.
|
|
|
|
|
I
finanziamenti per
sostenere la crescente domanda del settore privato della
Turchia ed il turismo
|
|
|
|
DAL BEI
FONDIPER
300 MLN DI EURO
GLI
INTERMEDIARI: <Turkiye
Sinai Kalkinma
Bankasi>, <Turkiye Vakiflar Bankasi>,
<Turkiye
Kalkinma Bankasi> e <Turliye Halk Bankasi>.
L'interesse del gruppo <Dogan> per il media
<Vatan>
La Banca
Europea
d’Investimenti (Bei) sosterrà le piccole e medie imprese (Pmi)
della Turchia attraverso un investimento di 300 milioni di euro
erogati sotto forma di facilitazioni finanziarie destinate a quattro
intermediari di stato in modo da migliorare l’accesso ai
finanziamenti a lungo termine per le Pmi. I fondi della Bei
serviranno a sostenere i progetti delle imprese nel settore
manifatturiero e in quello dei servizi, incluso il turismo. Inoltre,
i finanziamenti sosterranno la crescente domanda del settore privato
della Turchia di finanziare investimenti produttivi. I quattro
intermediari finanziari con cui la Bei ha unito le forze sono: <
Turkiye Sinai Kalkinma Bankasi>, < Turkiye Vakiflar Bankasi>,
< Turkiye
Kalkinma Bankasi> e < Turkiye Halk Bankasi>. Nel frattempo, il gruppo
<
Dogan>, controllato dal miliardario Aydin Dogan e già proprietario
dei maggiori media del Paese, sta per mettere le mani anche sul
quotidiano < Vatan>. Sono infatti in corso incontri fra le due proprietà
per l’acquisizione del 60 per cento del pacchetto azionario della
pubblicazione. Nel mese di maggio il gruppo < Dogan> aveva reso noto
che erano allo studio forme di cooperazione fra i due gruppi e che
non escludevano anche un investimento più corposo come una quota
della società che pubblica < Vatan>. (Re.De/Denaro.it)
|
|
|
|
LA BORSA DI ISTANBUL
ATTRAZIONE FATALE
Il
presidente e CEO della
Borsa di Istanbul (Imkb) Osman Birsen ha comunicato che il
numero delle imprese listate è cresciuto a 322 e che l'Imkb è
al settimo posto al mondo fra le Borse dei Paesi in Transizione
economica. "Le 322 aziende quotate dispongono di un flottante
di 234 miliardi di dollari, mentre l'anno scorso il totale fu di 163
miliardi di dollari; nello specifico gli investitori esteri hanno
apportato capitali per 13 miliardi di dollari nel 2005, per 7.3
miliardi di dollari nel 2006 e per 4.2 miliardi nel primo semestre
di quest'anno. Gli investitori esteri controllano oggi il 71% del
totale delle azioni quotate all'Imkb" - ha dichiarato Birsen,
facendo presente che la Borsa di Istanbul - quella dai costi di
transazione più bassi al mondo - può considerarsi a ragione uno dei
motori fondamentali del recente sviluppo economico della Turchia,
poiché riesce a convogliare nel sistema produttivo nazionale gli
interessi sempre crescenti degli imprenditori stranieri. Birsen ha
anche evidenziato che un possibile ed auspicato futuro calo dei
tassi di interesse potrebbe generare un ulteriore flusso di
investimenti di capitale dall'estero, mentre le Ipo (Initial public
offerings) in Turchia sono molto "appetite" dagli
investitori esteri che nei primi sei mesi dell'anno - su un totale di
2.8 miliardi di dollari - se ne sono aggiudicati circa il 68%; la
media degli scorsi anni era del 71%. (Ice
Istanbul)
|
|
 |
FIRMATO
ACCORDO A
TRE PER LO
SVILUPPO
DI UN SISTEMA DI
GASDOTTI |
A ROMA L'ATTO
SOTTOSCRITTO DAI MINISTRI
PIERLUIGI BERSANI, DIMITRIS SIOUFA (GRECO)
E HILMI GULER (TURCO). RICONOSCIUTO IL VALORE
STRATEGICO DEL CORRIDOIO DI TRANSITO
Firmato a Roma dal
ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, dal ministro
per lo Sviluppo greco, Dimitris Sioufas e dal ministro
dell’Energia e delle Risorse naturali turco, Hilmi Güler,
l’accordo intergovernativo per lo sviluppo di un sistema di
gasdotti per l’importazione di gas naturale dal Caspio e dal Medio
Oriente, aree nelle quali si trova oltre il 20 per cento% delle
riserve mondiali (30mila miliardi di metri cubi di gas), attraverso
la Turchia e la Grecia.
Con questo atto formale, i tre Governi riconoscono quindi il valore
strategico del corridoio di transito del gas e si impegnano a
supportare l’attività dei soggetti industriali coinvolti nella
realizzazione delle infrastrutture, l’italiana <Edison>, le
greche <Depa> e <Desfa> e la turca <Botas<, al
fine di accelerarne i tempi di realizzazione e favorirne l’entrata
in esercizio entro il 2012.
La firma estende il quadro istituzionale a supporto del
corridoio di transito, già avviato con la firma dell’accordo del
novembre 2005 fra Italia e Grecia. In particolare, l’accordo
definisce i compiti e le responsabilità dei soggetti industriali
coinvolti, identifica le modalità per la finalizzazione degli
accordi per il transito del gas in Turchia e costituisce un comitato
di coordinamento intergovernativo con il compito specifico di
monitorare e facilitare la realizzazione delle diverse tratte del
corridoio Turchia-Grecia-Italia.
Il corridoio di transito Turchia-Grecia-Italia si articola in tre
sezioni: la rete nazionale dei gasdotti turca, che sarà potenziata
al fine di consentire il transito dei volumi destinati ai mercati
greco e italiano; il progetto di interconnessione Turchia-Grecia (Itg),
che entrerà in esercizio entro il 2007 con una capacità di
trasporto massima di circa 11.5 miliardi di metri cubi di gas
all’anno; il progetto di interconnessione Grecia-Italia (Igi), che
sarà operativo entro il 2012 con una capacità di trasporto di
circa 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno. In particolare, il
gasdotto Igi sarà lungo circa 800 chilometri, di cui circa 600
saranno realizzati da <Desfa> in territorio greco e circa 200
da <Edison> e <Depa>, tramite la joint venture
paritetica <Poseidon>, nel tratto marino tra la costa greca e
quella pugliese.
“Questo accordo intergovernativo rappresenta un passaggio
fondamentale per la realizzazione di un progetto di grandissima
rilevanza per l’Italia e l’Europa. Tre Paesi importanti
riconoscono il valore strategico di questa nuova via del gas: il
gasdotto Igi rappresenta il tassello fondamentale per il
completamento del sistema di interconnessione che attraversa il sud
dell’Europa”, dichiara Umberto Quadrino, amministratore delegato
di Edison.
“Con questa infrastruttura, a cui si aggiungono gli altri due
progetti di Edison (il rigassificatore di Rovigo e il gasdotto <Galsi>
dall’Algeria) si incrementa la sicurezza del sistema europeo e si
promuove effettivamente la diversificazione delle fonti. Per
l’Italia, inoltre, il gasdotto sarà la prima infrastruttura di
importazione del gas indipendente dall’operatore tradizionale e
determinerà quindi un significativo incremento della concorrenza, a
tutto vantaggio dei consumatori”, dice.
Riconosciuto "Project of European Interest" dall’Unione
europea, <Poseidon> ha anche ottenuto dal Governo italiano, a
seguito del parere positivo espresso dall’UE lo scorso 22 maggio,
il diritto di poter utilizzare interamente la capacità di trasporto
del metanodotto, esonerando <Edison> e <Depa< per un
periodo di 25 anni dall’obbligo di consentire l’accesso
all’infrastruttura da parte di operatori terzi.
In base agli accordi tra le due società l’80 per cento della
capacità di trasporto sarà riservata a Edison, mentre il restante
20 per cento sarà destinato a <Depa>. <Edison> e <Depa>
si sono inoltre impegnate ad aumentare la capacità di trasporto del
gasdotto, rendendola disponibile per l’accesso a terzi attraverso
una procedura di open season e a incrementare i volumi di gas al
punto di scambio virtuale italiano, contribuendo alla nascita della
futura Borsa del gas.
<Edison> e <Depa> hanno già avviato negoziati con
alcuni Paesi produttori dell’area del Mar Caspio e con quelli
interessati dal transito del gasdotto, volti ad assicurare le
forniture di gas naturale al nuovo metanodotto.
Le procedure di autorizzazione per la costruzione e la gestione del
metanodotto Igi sono in corso sia in Italia che in Grecia. Notevole
attenzione è stata manifestata in Italia dalle amministrazioni
locali e regionali, con cui Edison sta collaborando attivamente per
definire le migliori condizioni per la realizzazione dell’opera.
L’approdo del metanodotto in Italia avverrà nella città di
Otranto ritenuta la più adatta sotto tutti gli aspetti. (Denaro.it)
|
| OLEODOTTO
"NABUCCO" <RWE>
TRA I PARTNER
La compagnia tedesca Rwe>
potrebbe essere il sesto partner del progetto per la costruzione del
gasdotto <Nabucco>, secondo fonti vicine alla Bulgaria, uno dei
soggetti coinvolti. In corso le trattative. Il Nabucco, operativo
entro il 2012, dovrà essere lungo circa 3.300 chilometri, dalla
Turchia all'Austria e dovrebbe distribuire verso l'Europa
occidentale il gas del mar Caspio bypassando la Russia. (Denaro.it)
|
|
PER LA TURCHIA
CRESCEL'INTERESSE
CINESE
Una folta delegazione
proveniente dalla Cina ha recentemente visitato la Turchia,
considerata da Pechino uno degli otto Paesi in cui investire e dove
il gigante asiatico ha già effettuato operazioni nei settori
minerario e del marmo. La delegazione, interessata a valutare
ulteriori possibilità di penetrazione commerciale, ha visitato in
particolare le zone franche di Istanbul, Izmir e Mersin, incontrando
tra gli altri anche i rappresentanti delle Camere di Commercio e
Industria di Istanbul, Izmir e Mersin, quelli dell’Assemblea degli
esportatori turchi (Tim) e quelli della Camera dell’industria
della regione dell'Egeo. Ad Ankara invece sono stati tenuti degli
incontri con il sottosegretariato al Commercio Estero e con
funzionari dell’Agenzia per il sostegno e la promozione degli
investimenti (Tispa). L’interscambio commerciale tra la Turchia e
la Cina ha registrato negli ultimi tempi un notevole incremento e si
prevede che entro l’anno corrente si attesti a 14 miliardi di
miliardi, sebbene con un saldo assai sfavorevole per la Turchia.
Tuttavia le esportazioni turche hanno mostrato negli ultimi sei mesi
un trend in crescita che fa ben sperare. (Denaro.it)
|
|
UN NUOVO STAFF
LO SVILUPPODI
<ERA IMMOBILIARE>
Con 75 milioni
di abitanti di cui 18 milioni ad Istanbul, la Turchia offre
innumerevoli prospettive di sviluppo per <Era Immobiliare>. Presente
ad Istanbul, il nuovo staff turco sarà diretto da Ozlem
Cengel, il quale si occuperà della gestione di <Era> grazie alla sua
grande conoscenza della regione e alle sue competenze in gestione di
staff. Sarà circondato da collaboratori con forte esperienza in
gestione e costruzione immobiliare in Turchia e nei Paesi Bassi.
Insieme si sono fissati l’obiettivo di costruire un network di 300
agenzie in Turchia. (franchise-net.it)
|
PER
3 MLD di $
BOOMDI
INVESTIMENTI ARABIAgli arabi piace investire in
Turchia. Le cifre stanziate per puntare sul Paese della Mezzaluna si
sono moltiplicate esponenzialmente nel giro di pochi anni, da quando
Recep Tayyip Erdogan e il suo partito islamico moderato sono saliti
al Governo. Da 70 milioni di dollari nel 2002 si è passati a 3
miliardi di dollari nel 2007. Il dato è stato reso noto da Mehmet
Hadra, presidente dell'Associazioni uomini d’affari turco-arabi.
Il capitale arabo si è concentrato maggiormente nei settori turismo
e commercio. (Denaro.it)
|
| BOOM
TURCO
AUTO: 80%
DELLA PRODUZIONE ALL'UE
Nella prima
metà del 2007 la Turchia ha esportato nell'Unione Europea l'80% della sua produzione di auto, incassando
7.6 miliardi
di dollari. E quasi la metà, 4.7 miliardi di dollari, sarebbero il
frutto delle esportazioni in Germania, Italia, Francia e Gran
Bretagna. In particolare l'industria automobilistica turca avrebbe
esportato i suoi prodotti in 165 paesi e regioni autonome e in 14
zone libere tra gennaio e giugno 2007, guadagnando 9.5 miliardi di
dollari.
|
|
ECONOMIA
|
LE
500 INDUSTRIE
PIU'
IMPORTANTI
CHIEDONO
MENO TASSE
E' stato pubblicato un
atteso studio della <Iso-Istanbul Chamber of Industry> sulle 500
principali imprese industriali della Turchia. Le prime 10 aziende
turche in base al fatturato risultano essere: - <Tupras> (petrolio);
<Ford Otomotiv> (auto); <Euas> (energia); <Toyota>
(auto); <Oyak Renault> (auto); <Arcelik> (elettrodomestici);
<Erdemir> (acciaio); <Vestel> (elettrodomestici); <Tofas/Fiat>
(auto) e <Aygaz> (gas naturale).
L'analisi prodotta dalla Iso conferma l'andamento positivo
dell'economia turca nel 2006, soprattutto sul versante dello
sviluppo del sistema industriale privato e delle esportazioni. I
settori industriali che emergono con maggior evidenza dal rapporto
sono l'automobilistico e l'energia, mentre il comparto
tessile-abbigliamento perde rapidamente peso nel contesto delle
imprese più importanti del paese (solo tre aziende tessili
risultano fra le prime 100), pur mantenendo un ruolo sul fronte
dell'export. L'industria automobilistica turca guida ormai l'export
con oltre 12 miliardi di dollari (28.1% del totale dalle prime 500
aziende locali), seguita a ruota dall'industria metal-meccanica. Nel
2006 le 500 industrie più importanti del Paese hanno rappresentato
il 13.1% del Pil, ma soprattutto il 51.2% del valore aggiunto
complessivo della Turchia. Peraltro le prime 50 imprese di questa
lista da sole rappresentano oltre il 45% della produzione
complessiva, valore aggiunto ed export nazionale. E' anche
interessante notare che le imprese a controllo statale sono solo 13
(erano 32 nel 2001: -59.4% '06/'01), mentre quelle ad azionariato
estero sono 140 (+2.9% '06/'05). Sul versante dell'export si può
osservare che l'incremento delle 500 aziende è stato del 19%
rispetto alla media nazionale del 16.4%. Si fa presente infine che
nel corso della conferenza stampa di presentazione del rapporto il presidente della <Iso Tanil Kucuk> ha sottolineato il fatto che gli
industriali turchi si attendono dal Governo una sensibile
riduzione della tassazione indiretta, che viene giudicata una delle
più alte al mondo. (Ice Istanbul)
|
|
|
<CEMENTIR>ALLA
FINESTRA
DOPO LE ELEZIONI
Raccomandazione positiva di
outperform sul titolo con un target price a 12.50 euro
 |
La vittoria
elettorale del premier turco, Tayyip Erdogan, nelle consultazioni
politiche non risolleva l'umore di <Cementir>.
L'azione, partita in realtà spedita tanto da raggiungere un top
intraday a 10.91 euro, ora ha virato al ribasso e perde lo 0.86% a
10.57 euro. Nella norma gli scambi pari a 75.3 mila pezzi contro una
media giornaliera dell'ultimo mese di 188 mila pezzi.
La vittoria del partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) è
stata netta. La formazione islamico-moderata del premier ha
conquistato la maggioranza assoluta in parlamento, con il 46.58% dei
voti, che assegnano 340 seggi. Un dato fortissimo in termini di
consensi, che lascia tuttavia in bilico l'elezione del nuovo
presidente.
Con il sostegno degli indipendenti (27 seggi, dei quali 24
riconducibili al partito filo-curdo Dtp) l'Akp può sperare di
mettere assieme i fatidici 367 deputati necessari per fare scegliere
il Capo di Stato dal Parlamento. Ma questa sarà storia dei prossimi
giorni.
Per <Cementir>, "i timori
che si erano sollevati circa tre mesi fa sulle prospettive politiche
della Turchia sono svaniti con le elezioni che hanno visto
vincere la coalizione guidata dal premier uscente", sottolinea
un analista. "Crediamo che queste elezioni possano dare una
continuità circa gli sforzi della Turchia di proseguire nel
risanamento economico e di entrare in Europa".
"Questa notizia ha poi un impatto positivo per <Cementir>
che ha una forte esposizione verso la Turchia: circa il 30% del
fatturato e il 35% dell'<Ebitda>", precisa l'esperto che conferma
la raccomandazione positiva di outperform (sovraperformerà il
mercato) sul titolo con un target price a 12.50 euro. Lo stesso
giudizio ribadito da Cheuvreux, dopo un incontro con
la società.
La banca d'affari francese, come riporta l'agenzia <Mf-Dow Jones>, ha
però un target price a 12 euro. "Cementir
ha confermato tutti i target triennali e ha anticipato un outlook
positivo per quest'anno, riferisce il broker, aggiungendo che le
vendite in Turchia dovrebbero aumentare del 3%-5%. E se la Danimarca
dovrebbe registrare un ulteriore miglioramento, l'Italia dovrebbe
accusare un leggero rallentamento a causa di minori prezzi del
cemento. (Francesco Gerosa/Milano
Finanza)
|
|
SECONDO
<WEST LB MELLON>
POSIZIONI
IN PIU'
NEL PORTAFOGLI DEI GESTORI
A
dispetto della crescita del 56% sperimentata dal listino turco negli
ultimi dodici mesi, le valutazioni vengono considerate interessanti
dalla maggior parte degli esperti. Secondo il team di <West LB
Mellon>, le attuali quotazioni del listino turco sarebbero tra le
più convenienti dell’Europa dell’Est. L’Msci Turchia ha un
ratio P/e a dodici mesi pari a 10 e una crescita stimata dei
benefici vicina al 20%. La crescita economica sta accelerando e si
prevede un balzo del Pil del 4.3% per l’anno in corso. Altre
variabili che supportano il buon momento turco sono: il progressivo
taglio del debito pubblico e la presenza di una popolazione molto
giovane.
Alla stregua degli altri mercati Emergenti, quello turco non è
esente da rischi. Uno di questi risiede nell’evoluzione della
divisa. La nuova Lira turca si è rivalutata del 17% in dodici mesi.
La Turchia è uno dei mercati Emergenti più liquidi, con un elevata
sensibilità ai mercati e vulnerabile al contagio dei rischi globali
legati al binomio crescita- inflazione. (A cura di www.fondionline.it) |
PER 1.8 MILIARDI DI $BANCA SAUDITA
AQUISISCEIL
CONTROLLO DELLA <TURKIYE FINALS>
La
<National
Commerce Bank of Saudi Arabia> (attualmente la più grande banca del
Golfo Arabico) ha acquistato per 1.8 miliardi di dollari il 60%
della turca <TFB-Turkiye Finans Bank>,che ha 124 sportelli, 2199
impiegati ed oltre 570.000 clienti in tutto il Paese. Nel 2006 i
profitti della banca turca hanno totalizzato 97 milioni di dollari,
mentre gli asset in totale ammontavano a circa 3 miliardi di
dollari. La banca saudita acquirente è controllata al 70% dal Regno
Saudita. Gli azionisti turchi che hanno ceduto la maggioranza del
pacchetto di controllo della <Tfb>, ma manterranno ancora il 40% delle
azioni, sono gli importanti gruppi imprenditoriali anatolici <Ulker>
(settore alimentare) e <Bodyak> (settore arredamento). Alla
<Tfb> nel
recente passato si era interessata -senza esito- anche la <Commercial
Bank of Kuwait>. Ad oggi sono quindi quattro le banche che operano in
Turchia secondo i principii della finanza islamica: <Kuveyt Turk Bank>,
<Albaraka Turk>,<Turkiye Finans Bank> e <Asya Bank>; di queste, le
prime tre sono controllate da investitori arabi. (Ice
Istanbul)
|
SCENDE
LA DISOCCUPAZIONEMA RESTANO
I
PROBLEMI
I DATI DEL TUIK
TURCO Il
tasso si è attestato al
9.8 per cento, portando i senza lavoro ad un totale di
2.450.000 persone in età attiva. Il numero degli occupati
 |
Secondo l’ufficio statistico
turco (Tuik), nei tre mesi di marzo, aprile e maggio 2007, il tasso
di disoccupazione in Turchia si è attestato al 9.8 per cento,
portando i senza lavoro a un totale di 2.450.000 persone in età
attiva. Nel contempo, gli occupati sono cresciuti di 466 mila unità
rispetto allo stesso periodo del 2006, raggiungendo la cifra di 22.6
milioni. Nelle aree urbane il tasso di disoccupazione è pari
all’11.6 per cento (meno 0,6 per cento rispetto al 2006), mentre
nelle zone rurali il tasso di disoccupazione è del 6.9 per cento
(più 0.4 per cento rispetto all’anno scorso). Un altro
interessante dato è quello relativo alla ripartizione dei
lavoratori nei settori: 26.7 per cento in agricoltura; 19.5 per
cento nell’industria; 5.5 per cento nelle costruzioni; 48.3 per
cento nei servizi. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro si
è attestato sul 47.9 per cento (più 0.2 per cento se confrontato
al dato del 2006): un dato ancora lontano da quelli medi
dell’Unione europea. Molti analisti segnalano che l’ampiamente
diffusa economia sommersa, che raggiungerebbe almeno il 40 per cento
dell’attuale Pil (400 miliardi di dollari), modificherebbe
sostanzialmente i dati ufficiali.
Intanto, sempre secondo i dati forniti dall’ente statistico turco
Tuik, è diminuito del 5.3 per cento il deficit della bilancia dei
pagamenti del Paese della Mezzaluna nei primi cinque mesi del 2007
rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il deficit ha
raggiunto nel mese di maggio i 15.8 miliardi di dollari.
Quanto al flusso di |
investimenti esteri diretti nel Paese, nel
periodo gennaio-maggio 2007 il valore ha toccato gli 11 miliardi di
dollari. Nello stesso periodo dell’anno scorso, la cifra era stata
pari a 8.5 miliardi di dollari. Secondo le previsioni del sondaggio
che la Banca Centrale conduce con cadenza bimensile negli ambienti
economici e finanziari del Paese, il tassod’inflazione in Turchia
a fine anno dovrebbe attestarsi al 7.44 per cento, rispetto al 7.67
per cento preventivato nello scorso sondaggio. Il deficit delle
partite correnti dovrebbe raggiungere quota 31.9 miliardi di
dollari, in aumento rispetto al precedente sondaggio (31.4
miliardi). La crescita del Pil dovrebbe invece aumentare al 5.1 per
cento, rispetto al 4.9 per cento di due mesi fa.
Altri dati, stavolta forniti dal presidente dell’Associazione
d’affari turco-araba (Turab), Mehmet Hadra, riguardano i flussi di
import-export. I Paesi del Golfo infatti, investono sempre di più
nel Paese turco, mentre le esportazioni della Mezzaluna verso
quest’area, che nel 2002 ammontavano al 2 per cento, ora
rappresentano un terzo dell’export turco. Gli investimenti
provenienti dai Paesi del Golfo, pari a 70 milioni di dollari nel
2002, dovrebbero attestarsi a tre miliardi di dollari a fine 2007 e
arrivare a 10 miliardi di dollari entro il 2010. Nel solo 2006 gli
investimenti sono arrivati a 1.9 miliardi. Le importazioni dalla
Turchia, secondo Hadra, potrebbero raggiungere il 45 per cento del
totale dell’export turco, mentre gli investimenti sarebbero
indirizzati verso i settori della finanza, del turismo, immobiliare
e commerciale. (Denaro.it) |
|
|
|
SECONDO LA BDDK
AUMENTA IL NUMEROdei clienti del sistema
bancario
Secondo uno
studio della Bddk, Agenzia per la regolazione e supervisione
bancaria turca, nel 2006 è sensibilmente cresciuto il numero dei
clienti del sistema bancario locale, passati dai 15.7 milioni del
2002 ai 30.6 del 2006 (+95% '06/'02). In Turchia (50 le imprese
bancarie al 31/12/06) sono presenti 86 milioni di conti di deposito,
mentre erano 67 milioni nel 2002 (+28.3% '06/'02), e le carte di
credito -per il cui numero la Turchia si posiziona al secondo posto
in Europa dopo il Regno Unito (oltre 31 milioni a fine 2006; erano
13.9 milioni nel 2001; +123%) rappresentano sempre più lo strumento
privilegiato di pagamento nel paese. (Ice
Istanbul)
|
|
IL RAPPORTO
TELEFONICO TURCO
Forte crescita delle utenze internet
Secondo alcuni rapporti
predisposti dalle principali aziende telefoniche turche, il numero
degli utilizzatori di Internet dal 2000 al 2006 è cresciuto del
700%, raggiungendo la cifra di 16 milioni di utenti. La Turchia si
posiziona al sesto posto in Europa (dove nello stesso periodo la
crescita è stata del 199,5%), preceduta da: Germania (50.5 milioni
di utilizzatori), Inghilterra (37.6 milioni), Italia (30.8 milioni),
Francia (30.1 milioni), Russia (28 milioni) e Spagna (19.8 milioni).
Il tasso di diffusione di Internet rispetto alla popolazione è del
21.1%: ancora abbastanza limitato rispetto ai principali paesi
europei, dove la media è del 39.8%. (Ice
Istanbul)
|
|
RO
RO |
 |
 |
MISSIONE
AD ISTANBUL DEL COMITATO
AUTOTRASPORTO |
I LEGAMI CON
RAVENNA Il
confronto con
la ditta <Gokbora>, una impresa con una flotta di
circa 90 mezzi solo per i trasporti internazionali
Si
è svolta con successo la missione di studio, organizzata dal
Comitato Unitario dell’Autotrasporto di Ravenna, ad Istanbul che ha
visto la partecipazione di Guido Ceroni, segretario generale
dell’Autorità Portuale e Gino Maioli, assessore provinciale ai
Trasporti nonché dei dirigenti delle principali strutture
consortili e cooperative dell’autotrasporto merci in conto terzi
della provincia.
Storicamente
e culturalmente i legami fra Ravenna ed Istanbul sono molto antichi
e consolidati e questo ha sempre consentito di identificare la
nostra città come la porta d’oriente in Europa.
Gli
incontri realizzati con i massimi dirigenti della Camera di
Commercio italo–turca, turca e dell’Ice, hanno permesso di
approfondire la conoscenza di un Paese estremamente dinamico, dove
stanno crescendo gli investimenti stranieri in diversi settori
dell’economia e dove le imprese di trasporto più strutturate si
sono organizzate per fornire servizi efficienti ed economici verso i
Paesi dell'Unione Europea.
In
particolare la visita della <Roder>, l’associazione degli operatori
intermodali turchi, ha consentito di conoscere l’organizzazione
del trasporto intermodale verso l’Europa, in particolare
attraverso le navi Ro-Ro della linea Istanbul–Trieste. Questa
linea è attualmente una delle prime per volumi di traffico nel
Mediterraneo ed è stata organizzata dalle imprese di trasporto che
sono diventate anche armatrici dei traghetti che servono questa
tratta, con navi fra le più moderne attualmente in servizio. Per
rendere maggiormente efficienti tutte le operazioni di imbarco e
sbarco, la Roder ha realizzato un proprio terminal traghetti a
Pendik, a circa trenta km da Istanbul. In questo moderno terminal
avvengono tutte le operazioni di imbarco e sbarco dei veicoli, di
controllo dei carichi, effettuate attraverso le più moderne
tecnologie ed eseguite le operazioni doganali.
Il
confronto con la ditta <Gokbora>, un’impresa con una flotta di circa
900 automezzi solo per i trasporti internazionali, associata a <Roder>, ha evidenziato gli investimenti che le imprese più
strutturate turche stanno realizzando sui mercati europei, in
termini di sedi e piattaforme logistiche, sfruttando la posizione
strategica della Turchia per i traffici provenienti dal Mediterraneo
orientale e dall’area dei Balcani. La strategia aziendale sta
puntando su giovani dinamici e preparati, che provengono da percorsi
di studio specializzati in logistica e trasporti.
Anche
questa esperienza è stata un’occasione di arricchimento e di
stimolo per continuare a crescere e a innovarsi, perché sempre più
la competizione si realizzerà attraverso servizi efficienti, di
qualità, dove le capacità organizzative e manageriali saranno
fondamentali. (Romagnaoggi.it)
|
|
PER LA SOMMA DI 3.1
MLD
Privatizzato
l'aeroporto Gokcen
La privatizzazione
dell’aeroporto di Sabiha Gokcen, il secondo scalo
internazionale del Paese della Mezzaluna, nella parte asiatica di Istanbul, di
proprietà del sottosegretariato del ministero della Difesa, si è
conclusa con l’aggiudicazione della gestione per un periodo di 20
anni al consorzio formato dal gruppo <Limak> e dalla <Malaysia Airport
Holding>, per la somma di 3.1 miliardi di dollari. La privatizzazione
prevede anche la costruzione di un terminal internazionale e la
fornitura di servizi aeroportuali del tipo build operate and
transfer (Bot). (Denaro.it)
|

________________________
| Marchi
tipo <Lazzoni>, <Rizelli>, <Bellona>,
<Cerrano>, <Milano>, <Rossetti> ed
altri ancora sono soltanto un esempio di quello che
sta succedendo nel Paese della Mezzaluna |
________________________
NOMI ITALIANI
PER IMPRESE TURCHE |
|
Secondo un articolo apparso in
prima pagina sul quotidiano economico <Referans>, le
imprese turche, principalmente del settore arredamento, stanno
sempre più utilizzando nomi italiani o italianizzati per attrarre i
compratori locali ed esteri. Marchi tipo: <Lazzoni>, <Rizelli>,
<Bellona>, <Cerrano>, <Milano>, <Rosetti>,ecc. sono soltanto un
esempio di quanto sta accadendo in Turchia, rispetto al c.d. "Italian
Sounding" già verificatosi p.e. negli Usa per i prodotti
agro-alimentari. Il brand "italianizzato" è ritenuto da
numerosi imprenditori locali simbolo non solo di qualità, ma anche
di design e l'utilizzo di nomi dal suono italiano o italiani al
100%, spesso inducono il consumatore ad acquistare più
favorevolmente un prodotto rispetto ad una altro. Da un altro
versante vi sono |
imprenditori turchi che
ritengono la corsa al nome
italiano una mera copertura per una copiatura di prodotti dal design
più avanzato, venduti a costi chiaramente più competitivi rispetto
ai prodotti di importazione. Le associazioni dei produttori turchi
di mobili stanno cercando di affrontare questo problema soprattutto
diffondendo fra gli associati il concetto dell'innovazione e del
design utilizzando al meglio i numerosi designer locali che invece
non utilizzati in patria, operano con regolarità e successo
all'estero per imprese di altri Paesi. La sfida dell'innovazione e
del design è quindi la vera sfida del settore arredamento in
Turchia per il prossimo quinquennio. Le oltre 2.000 imprese locali
produttrici di mobili guardano sia al mercato interno che all'export
con aspettative sempre maggiori e con uno sguardo all'Italia vero
paese leader mondiale del settore (Ice
Istanbul) |
|
|
|
 |
|
|
|
NOTIZIARIO
DI AMBASCIATA D'ITALIA
|
LARGA INTESA ENI-GAZPROM
Accordo
tra <Eni> e <Gazprom> per uno studio sulla costruzione
di un nuovo gasdotto, il cosiddetto "South Stream". In
base alle intese raggiunte l’<Eni> e la società russa
avvieranno gli studi per costruire un gasdotto al fine di
trasportare gas russo verso l’Europa. Si tratterebbe di
un’infrastruttura di 900 km che attraverserà il Mar Nero
biforcandosi in due tranche sul territorio bulgaro; verso
nord (Romania, Ungheria e Slovacchia) e verso sud – ovest
(Macedonia, Albania e Italia). Il vice presidente del settore
Strategia e Sviluppo dell’azienda italiana, Leonardo Maugeri, in
occasione di una conferenza sull’energia organizzata dalla Camera
di Commercio italiana di Istanbul il 25 giugno ("The different
dilemmas of Oil and Gas Security and the Role of Turkey"), ha
tenuto a precisare che l’accordo in parola non costituisce in
alcun modo un’alternativa al progetto Nabucco. Se l’Europa
intende dare corpo ad ipotesi post-Kyoto che prevedono una sempre
minore importanza di carbone e nucleare, ha continuato il
rappresentante dell’<Eni>, il gas naturale sarà
necessariamente la nuova frontiera e ce ne sarà bisogno in grande
quantità. Da ovunque esso arrivi. Entro il 2020 infatti la domanda
energetica dell’Europa ammonterà a 150-200 miliardi di metri
cubi; fondamentale quindi la programmazione per lo sviluppo di nuovi
progetti volti al soddisfacimento di tale domanda.
AUMENTO DEL CONSUMO
ENERGETICO
Il consumo energetico in Turchia è aumentato del 6.1% nel 2006 ed
ammonta allo 0.9% del consumo globale; nello stesso anno il consumo
di gas naturale ha registrato un incremento del 13.5% (30.5 miliardi
di metri cubi), rappresentando l’1.1% del consumo mondiale. Il
consumo di greggio è invece diminuito del 4.7% (28.5 milioni di
tonnellate), costituendo lo 0.7% del consumo mondiale. Quanto al
carbone, nel 2006 la Turchia ne ha prodotto lo 0.4% in meno rispetto
al 2005, mentre il suo consumo è incrementato del 10.1%. Infine,
l’utilizzo di energia idroelettrica è salito del 10.6% (1.4%
della produzione mondiale). I dati sono stati raccolti in un
rapporto sull’energia redatto dalla BP.
NOMINA
Turan Erol è stato nominato nuovo presidente del Consiglio per la
Concorrenza (Spk).
Tale nomina è stata resa nota sulla Gazzetta Ufficiale.
AUTO:
PRODUZIONE IN SALITA
In
base ad un rapporto relativo al settore automobilistico
internazionale, nel
2006 la Turchia è salita di un posto nella graduatoria dei paesi
produttori di autovetture, passando dalla 18ma alla 17ma posizione,
con un totale di 991.000 unità, superando così il Belgio e con
prospettive di avvicinarsi sempre di più all’Italia nei prossimi
anni. Per il 2008 si prevede che il settore produrrà 1.4 milioni di
unità attraverso incrementi della produzione ed il lancio di nuovi
modelli principalmente negli stabilimenti delle case
automobilistiche <Renault>, <Ford>, <Toyota, <Tofaş>
e <Hyundai>. In base allo studio la Turchia è stato il
settimo Paese che ha registrato la crescita più veloce.
ACCORDO
CON LA BANCA MONDIALE
Il Sottosegretariato al Tesoro ha recentemente siglato un accordo
con la Banca Mondiale per la concessione di una linea di credito
pari a €200 milioni, destinata al finanziamento delle Pmi
attraverso un progetto che sarà condotto congiuntamente dalla Banca
Industriale per lo Sviluppo della Turchia (Tskb) e dalla <Halk
Bank>, che gestiranno ciascuna €100 milioni. Il credito
concesso dai due istituti sarà ripagabile in 15 anni, con un
periodo di grazia di 5. Scopo del progetto è quello di aumentare la
produttività e la capacità di vendita delle Pmi, facilitandone
l’accesso al credito. Una parte dei fondi gestiti dalla <Halk
Bank>, pari a €25 milioni, sarà destinata alle Pmi
dell’Anatolia centrale e meridionale.
OTTAVO AL MONDO
Stando ai dati del Sottosegretariato alla Marina Mercantile, la
Turchia è l'ottavo Paese costruttore al mondo di imbarcazioni, dai
grandi yacht ai tanker per il trasporto di pericolosi prodotti
chimici e derivati. Lo scorso anno il Paese ha ricevuto ordini per 1.8
milioni di "deadweight tons" (Dwt), mentre nel 2002 il
Paese era solo al 23mo posto al mondo con 135.000 Dwt completate. La
Turchia dispone di 59 cantieri (+59.5% nel 2006 rispetto al 2001),
che nei prossimi anni dovrebbero raggiungere quota 120, con una
capacità produttiva di 9.2 milioni di Dwt per anno. Negli ultimi
tre anni, soprattutto nell'area di Marmara (Tuzla) ed in quella del
Mar Nero, si è particolarmente incrementata l'attività
cantieristica con investimenti di oltre $500 milioni in nuove
tecnologie. (fonte Ice)
EXPORT-IMPORT:DIFFERENZE
Secondo l'Ufficio Statistico Turco (Tuik) e le elaborazioni
predisposte dall’Ufficio Ice di Istanbul, nel periodo
gennaio-maggio di quest'anno l'import turco è cresciuto del 16.2%
rispetto allo stesso periodo del 2006, raggiungendo quota $62.6
miliardi.
Di converso l'export è cresciuto del 26.1% per un valore di $40.5
miliardi. Il disavanzo risulta essere quindi pari a $22,1 miliardi
(+1.8% rispetto al 2006). L'Italia resta saldamente il terzo partner
commerciale della Turchia con un interscambio di $6.7 miliardi (+10.3%
rispetto al 2006). L'export nazionale è risultato pari a $3.7
miliardi (+13.3%), mentre l’import è cresciuto del 7.4%,
raggiungendo la cifra di $3
miliardi. Il saldo, attivo per l'Italia, è pari a $712 milioni. La
quota di mercato dell’Italia sul totale delle importazioni della
Turchia è ora del 5.9%. La Germania resta il primo partner
commerciale del Paese con un interscambio di $10.9 miliardi ed un
saldo attivo di $1.7 miliardi (da segnalare però l'incremento delle
esportazioni turche pari a circa il 20% rispetto allo stesso periodo
del 2006). La Russia risulta essere il primo Paese fornitore ($8.7
miliardi, dovuti essenzialmente alle forniture di gas naturale) ed
il secondo partner commerciale (sono però da porre in risalto
le esportazioni turche verso quel paese cresciute del 60.6% e frutto
di un'intensa azione di politica commerciale ed economica).
Continuano invece ad essere interessanti le performance della
Cina (+25% delle esportazioni), terzo Paese esportatore. Nel
contempo deve essere evidenziato soprattutto l'incremento
veramente sensazionale delle esportazioni turche verso il
"gigante asiatico" (+54.7%). Ottimi andamenti hanno fatto
registrare le esportazioni statunitensi (+30.4%), iraniane (+34.5%)
ed olandesi (+21.9%). Andamento positivo infine per le
esportazioni turche in Iran (+30% circa), Spagna (+32.3%) e Belgio
(+38%). (fonte Ice)
SEGNI
DI RALLENTAMENTO
Il rappresentante del Fondo Monetario Internazionale in Turchia,
Hugh Bredenkamp, in
occasione della Conferenza sulla competitività dell’economia
turca nel mondo, organizzato a Istanbul dall’Associazione degli
Industriali e uomini d’affari (Tusiad), ha affermato che
nonostante i notevoli traguardi economici raggiunti dal Paese e le
ottime performance degli ultimi anni, si avvistano
all’orizzonte i primi segni di un rallentamento. Secondo
Bredenkamp inoltre, sebbene una serie di indicatori induca
all’ottimismo, la pressione inflazionistica è in costante
aumento. Imperativo quindi per la Banca Centrale tenere sotto
stretto controllo la gestione della politica monetaria. Riferendosi
alle recenti turbolenze dei mercati finanziari, il Rappresentante
del Fondo ha poi commentato che l’economia turca mostra ancora
segnali di vulnerabilità, particolarmente per ciò che concerne
l’attuale sopravvalutazione della moneta locale che potrebbe
esporre il Paese ad ulteriori fluttuazioni. Bredenkamp ha quindi
concluso affermando che l’anno in corso e quelli a venire dovranno
essere dedicati principalmente ad un'incisiva lotta alla pressione
inflazionistica e ad un controllo della massa monetaria, ad una
riduzione sostanziale del debito pubblico, all’attuazione di
una sostenibile politica fiscale, alla creazione di un mercato del
lavoro più flessibile e ad un incremento della produttività e
della competitività; tutto ciò al fine di assicurare una crescita economica stabile e duratura nel medio e lungo
periodo.
DEFICIT
PARTITE CORRENTI
Il Segretario Generale dell'Ocse, Jose Angel Gurria, ha tenuto a
sottolineare gli sforzi
ed i risultati raggiunti dall'economia turca negli ultimi quattro
anni. Tuttavia Gurria ha
messo in evidenza alcuni ostacoli che il Paese sarà costretto ad
affrontare nel breve e medio termine, in primis il
persistente deficit delle partite correnti della bilancia dei
pagamenti, un aumento sempre più consistente delle importazioni e
il noto problema della disoccupazione. (fonte Ice)
RACCOMANDAZIONE
Ferma raccomandazione da parte della Banca Centrale al Governo di
attuare politiche volte a prevenire un surriscaldamento dei prezzi.
Nei primi cinque mesi dell’anno infatti la spesa pubblica è
risultata più elevata del previsto; doveroso quindi condurre
un’attenta attività di monitoraggio al fine di scongiurare
pericoli di pressione inflazionistica.
VALUTA ESTERA
Le riserve in valuta estera della Banca Centrale della Turchia
stimate al 22 giugno scorso ammontano a $67 miliardi mentre quelle
in valuta estera degli altri istituti di credito e di istituzioni
finanziarie private risultano essere pari a $45.3 miliardi.
FONDI DI INVESTIMENTO
E MERCATO TURCO
A detta di un rapporto predisposto dalla <Deloitte Turkey>, i
fondi di investimento internazionali sono sempre più attratti dal
mercato turco e dalla sua crescente importanza nel settore. Dal 1995
ad oggi 51 operazioni sono state effettuate da <Investments Funds>,
per un totale di $2.8 miliardi. Di queste 51 operazioni, 15 sono
state concluse tra il 2006 ed il maggio 2007, per un ammontare di
oltre $2,5 miliardi. Nel prosieguo del 2007 e nel 2008
le operazioni dei fondi di investimento dovrebbero ulteriormente
ampliarsi per raggiungere, secondo gli analisti locali, una media
annuale non inferiore ai $2/2.5 miliardi. I fondi più attivi sul
mercato locale risultano essere i seguenti: <Providence>, <Tpg>,
<Citigroup<, <Advent>, <Gem>, The <Blackstone
Group>, <The National Bank of Kuwait Capital>, <Turkven>
e <Is Venture> (Tur). Sono invece pronti ad operare sin dai
prossimi mesi <Carlyle>, <Istithmar>, <Abraj
Capital>, <The Kuwait Investment Authority> (Kia.
16.O87
IMPRESE A CAPITALE ESTERO
In base a quanto reso noto da due documenti elaborati
rispettivamente dal Sottosegretariato al Tesoro e dalla Banca
Centrale turca, al 30 aprile di quest'anno sono presenti in Turchia
16.087 imprese a capitale estero (14.955 a fine 2006). Lo scorso
anno lo stock degli investimenti esteri era risultato pari a 83.5
miliardi di dollari, rafforzato da un flusso in entrata di 20.2
miliardi di dollari, che ha posizionato la Turchia al quinto posto
fra i principali recettori di investimenti esteri a livello
mondiale. Un balzo in avanti straordinario rispetto alla 53ma
posizione occupata nel 2002) . Dei 20.2 miliardi di
dollari di investimenti esteri, il 39.3% è stato destinato al
settore bancario/finanziario, mentre il 37.2% ai trasporti e
comunicazioni. Nel 2006 i principali paesi investitori in
Turchia sono stati i seguenti: Olanda
(1.189 imprese ed uno stock di 19,2 miliardi di dollari); Francia
(558 imprese ed 8 miliardi di dollari ); Germania (2.627 imprese e 7
miliardi di dollari); Belgio (265 imprese e 6.6 miliardi di dolllari);
Regno Unito (1.420 imprese e 6.5 miliardi di dollari); Usa (733
imprese e 5.3 miliardi di dollari; Italia (513 imprese e 4.3
miliardi di dollari). L'Italia nei primi quattro mesi del 2007 ha
investito in Turchia ulteriori 34 milioni di dollari raggiungendo la
cifra totale di 4.374 milioni di dollari. Delle 14.955 imprese a
capitale estero costituite nel Paese dal 1954 al 200 ben 8.334
(55,7%) sono presenti nell'area di Istanbul, 1.764 (11.8%) nella
zona di Antalya, 1.039 (6.9%) nella provincia di Ankara, 926 (6.2%)
nell'area di Izmir, 860 (5.8%) a Mugla (Regione Egea), 307 (2.1%)
nella zona di Bursa (Regione di Marmara), 283 (1.9%) a Mersin
(Regione Mediterranea del Sud), 227 (1.5%) nell'area di Aydin
(Regione Egea), 186 (1.2%) nel distretto di Kocaeli (Regione di
Marmara),120 (0.8%) nell'area di Adana (Regione Mediterranea
del Sud). In complesso l'area di Istanbul/Marmara raccoglie il 60.8%
del totale delle imprese a capitale estero, seguita dall' Area
Mediterranea (15.2%) e da quella Egea (14.3%). (fonte Ice)
IN
OTTO PER LA <PETKIM>
L’Amministrazione per le Privatizzazioni (Oib) ha annunciato che
otto imprese si contenderanno l’acquisto in blocco del 51%
dell’industria petrolchimica del Paese, <Petkim>. Si tratta
di sei joint-venture così composte: <Socar & Turcas
Enerji-Injaz>; <Carmel-Limak>; <TransCentral Asia
Petrochemical Holding>; <Zorlu Holding>; <Hokan
Chemicals>; <Çalık-Iocl>; <Naksan-Torunlar-Toray-Kiler<;
<Fırat Plastik and Rubber>.
INDICATORI
MACROECONOMICI
- Crescita del Pnl
nel 2005: 7.7%; gennaio – aprile 2006: 6.3%
- Inflazione
annua (prezzi al consumo): 9.6% (2006); 9.23%
(maggio 2007)
- Interscambio con
l’Italia nei primi cinque mesi del 2007: $6.7 miliardi con
esportazioni verso
l’Italia pari
a $3 miliardi (+7,4% rispetto allo stesso periodo del 2006) ed
importazioni dall’Italia pari a $3.7 miliardi (+13,3% rispetto
allo stesso periodo del 2006). (Ice Istanbul su dati
dell’Istituto Turco di Statistica- Tuik)
__________________________
A cura di: Simona De Martino - Capo dell'Ufficio Economico e
Commerciale dell'Ambasciata d'Italia
Gianmarco Macchia - Vice Capo dell'Ufficio Economico e Commerciale
Roberto Luongo - Direttore dell'Ufficio Ice di Istanbul
Redazione: Tiziana Staffolani - Collaboratore Economico e
Finanziario
|
|
|
TURISMO/AMBIENTE
|
IL PARADISO
PER I SUB
ALLA SCOPERTA DEI
RELITTI Il
MAR MEDITERRANEO, TRA ANTALYA E L'ISOLA DI CIPRO, E' QUANTO DI
MEGLIO POSSA OFFRIRE. DALLE NAVI AI B-24 TIPO <HADLEY'S HAREM>
Non ci saranno tesori
sommersi, ma il fascino è assicurato. Uno dei nuovi paradisi per
gli amanti delle vacanze con bombole e muta è la regione di Antalya,
con il suo ampio golfo che fa da "porta" al braccio di mare
compreso tra la Turchia e l'isola di Cipro. Una regione già amata
dai turisti internazionali scopre ora i suoi tesori sommersi
adagiati sul fondo del mare dopo essere stati sconfitti da tempeste
e guerre.
L'itinerario subaqueo diventa ben presto un viaggio nel tempo che
parte dal 1942, dalle cannonate della Seconda Guerra Mondiale che
colarono a picco una nave da guerra francese proprio al largo della
costa di Antalya. Il relitto giace a 20-30 metri di profondità ed
è stato scoperto in due diversi scavi sottomarini, il primo nel
1946 e il secondo nel 1974 che hanno portato alla luce il relitto e
hanno consentito il recupero della maggior parte degli armamenti che
erano a bordo della nave.
Molti anche gli apparecchi medici per uno scafo che lavorava anche
da ospedale galleggiante e supporto medico per la flotta.
Per gli abitanti della zona è nota come "la nave sommersa
dell'alta società", perché si racconta che i marinai francesi
vestissero abiti borghesi per non farsi riconoscere e sbarcarono
sulle coste dopo aver salvato i loro beni personali. Grande
interesse anche per i fondali della zona di Lara e Konyaalti che
offrono formazioni rocciose di grande fascino e una fauna marina
ricchissima. Meta di immersioni anche la caverna sommersa al largo
dell'isolotto di Sican. A est di Antalya, al largo della località
di Manavgat, il turista subaqueo si può invece imbattere in un B-24
i bombardieri dell'aeronautica americana durante il secondo
conflitto mondiale.
L'aereo inabissato si chiama <Hadley's Harem> e giace sui fondali a
200 metri dalla costa dal 1944: dopo aver bombardato la Romania
atterrò a Cipro, ma precipitò al primo decollo dall'isola.
L'equipaggio sopravvisse (tre dei soldati americani sono vivi
tutt'ora) e venne salvato dagli abitanti del villaggio di Cengel Koy,
mentre l'abitacolo è stato recuperato ed esposto in un museo di
Istanbul. Ma i relitti sui fondali della regione sono anche molto più
antichi: ad ovest di Antalya, nella baia di Gelidonya, ci sono
infatti i resti sommersi di una nave mercantile che naufragò dopo
aver sbattuto contro le rocce della località oggi nota come Taslik.
Durante le ricerche portate avanti negli anni '60 fu stabilito che
la nave risaliva al XIII secolo d.C. e veniva da popolazioni
mediorientali.
Un secolo dopo, un'altra nave di mercanti si inabissò a 60 metri
dalla costa di Uluburun, cittadina a sudest di Kas. I reperti a
bordo sono stati recuperati da una spedizione del 1984, ma lo scafo,
costruito con legno di cedro e lungo 15 metri, giace ancora sul
fondo, in mezzo alle tartarughe che popolano le acque della zona.
E il viaggio nel tempo tra le tragedie custodite dal mare riporta il
sub alla seconda guerra mondiale quando nuota nelle acque di Meis,
isolotto greco a un tiro di schioppo dalla costa turca di Kas. Lì
giace infatti un aereo da guerra italiano abbattuto: a 57 metri di
profondità diventa visibile il motore del velivolo mentre osservare
l'intera carlinga, che conserva ancora armamenti inesplosi, bisogna
scendere a 70 metri di profondità.
Ma intorno ai reperti di guerra fioriscono la flora marina e la
fauna, così come nelle splendide grotte di Gok, vicino Finike, una
delle caverne più profonde dell'Asia. Al loro interno, al di sotto
dei quindici metri di profondità, si mescola l'acqua dolce delle
sorgenti sulla terraferma con l'acqua salata del mare, il tutto in
mezzo a stalattiti che testimoniano come una volta la caverna fosse
all'asciutto. (Denaro.it)
|
ALBERGHI PER SOLI MUSULMANI |
 |
TURISMO
HAREMLIK-SELAMLIK
Crescono a vista
d'occhio in turchia hotel "tesettur" (ovvero "coperti
dal velo
islamico") che prevedono piscine, spiaggie, stanze ed impianti
separati per uomini e donne.
In Turchia, come nei
Paesi
arabi, lo chiamano "turismo haremlik-selamlik", che vuol dire
turismo dove si rispetta la tradizione musulmana di separazione tra
i sessi e non si serve alcol. Negli ultimi anni questo tipo di
turismo sta crescendo in tutti i paesi musulmani, compresa la
Turchia.
Da sempre esistono nella Turchia interna e costiera piccoli alberghi
e piccoli stabilimenti balneari che assicurano ai devoti musulmani
la separazione sessuale.
La novità è che negli ultimi anni sulle coste e nelle città
interne della Turchia stanno crescendo a vista d'occhio grandi
alberghi "tesettur" (ovvero "coperti dal velo islamico"),
che prevedono piscine, spiagge, stanze e impianti separati per
uomini e donne. Le bevande alcoliche e le foto sono tabù e c'è
anche una moschea per la preghiera e la predica del venerdì.
Sono già 27 i grandi alberghi da 3 a 5 stelle che rispondono alle
esigenze dei turisti conservatori e devoti musulmani, ma essi sono
in forte crescita. L'ultimo nato di questi grandi alberghi è il
Bera Hotel , chiamato anche "paradiso delle vacanze alternative"
aperto ad Alanya (Turchia meridionale mediterranea ai confini con la
Siria) e costruito dalla <Kombassan Holding> (una conglomerata
di Konya che utilizza risparmi di emigrati turchi in Europa e
finanziamenti sauditi) che vi ha investito 40 milioni di dollari. La
piscina separata per le donne sta sul tetto dell'albergo.
Nessun uomo può entrarvi, inclusi i dirigenti dell'albergo: le
inservienti sono tutte donne con il capo coperto dal tradizionale
velo islamico. La moschea dell'albergo può ospitare fino a mille
persone.
La stessa < Kombassan Holding> ha in costruzione altri 10 di questi
alberghi, con un investimento previsto di 150 milioni di euro,
secondo quanto ha reso noto il direttore generale della Holding,
Mehmet Han Copur. |
Questi alberghi di lusso attraggono la cosiddetta
"borghesia
velata" turca, cioé quegli strati benestanti, che vogliono godere
dei piaceri della modernità senza rinunciare alle prescrizioni
islamiche. "I nostri alberghi non sono preferiti solo dalle donne
che portano il copricapo islamico, ma anche dalle donne che non lo
portano. Queste ultime sono almeno il 15 per cento e spesso sono
semplicemente mogli di mariti gelosi che si sentono rassicurati dal
separatismo sessuale del nostro albergo", precisa lo stesso
direttore Copur. Anche le sue clienti non coperte "sono ben
contente di usufruire dei servizi separati nello stesso albergo,
invece di essere costrette ad andare in piscine circondate da alte
mura". I prezzi sono di circa 100-150 euro per stanza per notte,
ma una Royal Suite (di 400 metri quadrati) costa 1.200 euro
per pernottamento. La maggior parte dei clienti sono agiati turchi
emigrati in Europa, ma la direzione della <Kombassan> conta di fare
affluire clienti dai paesi arabi ed in particolare da Dubai e dagli
emirati del Golfo.
Secondo la rivista turca <Resort>, la straordinaria
proliferazione in Turchia di questi grandi alberghi è avvenuta
negli ultimi 4 anni, in coincidenza con il governo del partito di
radici islamiche Akp, ed ha trovato il suo centro finanziario nella
capitale del tradizionalismo islamico, la città di Konya, dove sono
basate la <Kombassan Holding>, la <Kamer Holding>, (che ha grandi
alberghi nella stessa Alanya e a Kumluca), la <Yimpas> (che ha tre
alberghi alternativi già costruiti a Eskisehir, Yozgat e
Kahramanmaras e cinque in costruzione a Sanliurfa, Malatya, Aydin,
Duzce e nella stessa Istanbul). Gli alberghi "tesettur" fanno la
loro pubblicità sulle Tv musulmane come "Via lattea" e sui
quotidiani confessionali, come Zaman, Vakit e Yeni Shafak,
specificando di avere "piscine o spiagge separate per le donne e
anche una piccola moschea (mescit)".o per servire sia i clienti più
devoti, sia quelli "laici". (Denaro.it) |
|
|
9.2 MILIONI
BOOMDI TURISTI
Secondo
l 'Ufficio Statistico Turco (TUIK), nel primo semestre dell'anno in
corso sono stati 9.2 milioni i turisti esteri che hanno visitato la
Turchia con un incremento del 16.5% rispetto al dato del
corrispondente periodo del 2006 (7.9 milioni). Nel solo mese di
giugno, con 2.8 milioni di arrivi, l'incremento è stato pari al 17.1%
rispetto al giugno del 2006. I dieci principali paesi di provenienza
dei turisti sono: Germania, Russia, Regno Unito, Iran, Bulgaria,
Olanda, Usa, Ukraina, Francia ed Austria. (Ice
Istanbul) |
|
VENTO IN POPPA
PER LA TURCHIA
LA SODDISFAZIONEDI
<TURBANITALIA<
"Il
nostro prodotto è molto vario e grazie a questa nostra particolarità
riusciamo a vendere la destinazione tutto l’anno - sottolinea Muge
Sakman, direttrice generale <Turbanitalia> -. Il semplice
soggiorno a Istanbul, per esempio, si vende soprattutto nel periodo
invernale e in primavera, sulla base di 4 giorni/3 notti.
Praticamente tutto l’anno proponiamo i tour organizzati dedicati
alla scoperta della Turchia culturale, che rappresentano anche il
nostro punto di forza: sono itinerari molto curati, a volte
tematici, che comportano giornate ricche di visite. Non a caso -
prosegue -, il nostro target di riferimento per questo tipo di
viaggio è composto in prevalenza da persone over 35 anni, di
livello socio-culturale elevato. Nell’edizione 2007 del catalogo
“La Turchia più bella” proponiamo ben 25 tour, con partenze
tutto l’anno". Per il periodo estivo il t.o. offre il mare
della Turchia, con soggiorni in resort e crociere a bordo dei
caicchi, con possibilità di partenza con volo speciale in altissima
stagione. "I nostri voli sono a cura di <Alitalia> e di
<Turkish Airlines>. Soltanto nel mese di agosto, proponiamo
delle catene charter da Milano e da Roma per Bodrum e da Milano
Malpensa per Antalya". (Guidaviaggi.it) |
|
IN CAICCO
CROCIERE
BLU
Tra le
novità del catalogo "Europa Terre dell’Ovest"” di
<Europa World>
per quanto riguarda la Turchia, sono state introdotte le <crociere
Blu in caicco> con tre differenti itinerari (Antalya – Kas –
Antalya; Bodrum – Baia di Gokova – Bodrum e Marmaris – Fethe
– Marmaris), soggiorni mare sulla costa di Antalya, ideale per una
vacanza balneare e sportiva e sulla costa egea, con una selezione di
strutture prevalentemente "design hotel".
Per quanto riguarda i
contenuti, tutte le destinazioni sono state ritoccate e ampliate. In
particolare, Europa World propone 3 itinerari esclusivi per il
mercato italiano. Si tratta del "Turchia d’autore" che in 8
giorni racchiude i luoghi più famosi della Turchia, da Istanbul
alla Cappadocia, da Efeso a Pamukkale. In esclusiva anche "Le
perle della Turchia" 11 giorni alla scoperta di Istanbul, Ankara,
Cappadocia, Pamukkale, Kusadasi, Kanakkale e Pergamo. (da Guidaviaggi.it)
|
|
|
 |
|
ROMANTICISMO
SULBOSFORO INNAMORARSI
A KURUCESME La
bella
stagione è adatta per cercare deliziosi bar e
ristorantini, ed uno dei posti più gradevoli è
l'<Assk Cafe> (in turco vuol dire amore) dove viene
offerto un ottimo brunch con panini, insalate e
cappuccini. Ideale per gli appuntamenti.
Aşşk or aşk
in Turkish means love and Aşşk Café, established back in
1997, could be a perfect place for romantics at heart or for
bringing a date to. It sets the tone for romanticism and may well
trigger emotions of affection. One may also feel a strong attraction
to the breathtaking view of the Navel Academy on the Asian side and
the relaxed yet vibrant environment.
Unlike other cafes on the Bosporus, Aşşk is right on the
water and away from the sounds of cars and buses. A few of the
tables and a swinging chair are located above the water on the dock
bringing in a pleasant breeze from the Bosporus. Even if you cannot
find a spot at one of these tables, the friendly waitresses have a
wait list and assist you when a table becomes available, which
happens relatively quickly. There is a big wooden table at the
entrance, which is ideal for large groups or diners with kids and
babies.
The menu is basic yet appetizing. The kitchen at Aşşk Café
apparently tries to stay as close to natural as possible. Choice of
ingredients for each dish is selected with care. The honey for
breakfast, for example, is brought from a special
region in Datça. Salt is pure sea salt and the eggs are from free
range farm chickens.
The breakfast jam is home made.
For those craving a Turkish home style brunch on the Bosporus, the
home style brunch special offers a choice of various Turkish cheeses,
jams, tomatoes and cucumbers, honey and thick cream (bal
kaymak in Turkish), tahin pekmez (crushed sesame
seeds mixed with a thick syrup made from boiled
grape juice. It is similar to peanut
butter and jam, and spread on a piece of bread).
For others seeking more of a westernized breakfast, Aşşk
Café's granola with milk is organic. The toasted sandwiches, Aşşk
and Messk Tost are especially popular, made with cheese, oregano,
mint, basil, tomatoes and olive oil (YTL 10.50). The Mozzarella
Panini sandwich makes one feel like they are in Milan (YTL 11).
The salads come in large and small portions and are named after
various cities in the world. One of the favorites, Kabul Salad, for
example is bulgur mixed with spinach and feta cheese. Fruit
juices are mixed and prepared fresh at the juice
bar. The homemade lemonade is also a nice sweet complement to the
sandwiches.
Although Aşşk serves meat eaters options like hot
dogs, hamburgers and steak, it also offers
vegetarians great selections, in addition to the filling salads,
like the chopped Tofu
mixed with carrots and cheese as well as grilled veggies.
Tea and coffee are a true enjoyment for unwinding after a meal at
this dreamy location.
Holding the Turkish tea glass by its rim,
offered in small tulip-shaped glasses, one can sit for hours. Aşşk
Café offers Soya milk along with regular milk for latte and
cappuccinos.
The famous house
special cheesecake or carrot cake goes well with the coffee, as does
the chocolate parfait accompanied by a scoop of Movenpick ice
cream.
Although Aşşk Café had a reputation for its service being
too slow and inconsistent, this has changed in the past year. The
waitresses are attentive and more than happy to make any changes and
substitutions from the menu.
Romantic means posh generally. As a result, tacky upper class high
school kids to famous actresses, tourists as well as yoga
instructors and bankers chill out daily on the welcoming seats of Aşşk
Cafe. During the weekend, try to arrive early for a better table, as
Aşşk does not accept reservations. Valet
parking is offered at the entrance.
One of the most widespread and popular Turkish newspapers, “Hürriyet,”
recently named Aşşk Café as one of the top places in
Turkey to have an outdoor brunch in the summer time.
A new branch has recently opened at Nişantaşı's
Reasurans Çarşı. Although not as romantic as the
location in Kurucesme, it offers the same standard menu. (Mina
Ercel/Turkish
Daily News)
_____________________________________
Aşşk Cafe:
Muallim Naci Cad. 64/B Kuruçeşme(212 - 265 47 34 / 287 53 85)
Teşvikiye Cad. Reasürans Çarşısı No: 63 - 67
Nişantaşı (212 - 231 91 72 / 219 46 12)
Web site: www.Aşşkkahve.com
|
|
|
|
|
CULTURA
|
IL LIBRO
Il tema della
guerra tra i
sessi per vincere
il tempo che passa. Come
l'autrice si diverte ad analizzare
paranoie ed insicurezze
suggerendo il
modo di affrontare il giro di boa
degli "anta"
|
|
L'IRONIA
DI GIUSY FRANZESE
 |
La
domanda è lecita. E’ poi vero che le donne, loro
naturalmente, sono ossessionate dai quarant’anni, che fanno
di tutto per allontanarli ed una volta dentro, per tornare
indietro nel tempo, si affidano a maghi della chirurgia
plastica, creme di bellezza, filtri miracolosi, diete tipo
abitanti del Dafour, palestre, ginnastica e quant’altro?
Ecco, questa stessa domanda vorremmo girarla a quelle donne,
sempre loro e chi altrimenti, che si alzano all’alba per
mandare avanti la baracca (che poi sarebbe la famiglia), per
andare a lavorare all’altro capo della città, che
affrontano lunghi viaggi pigiate nelle camere a gas di metro e
bus, che non smettono un attimo di pensare senza per questo
assomigliare a Cartesio: se sia meglio cioè pagare prima
l’affitto di casa o portare il figlio dal dentista, se la
carne sia meglio acquistarla nel Despar che ha appena aperto o
dal macellaio sotto casa che la fa pagare più cara ma almeno
è buona, se sbattere un piatto sulla testa del marito che fa
lo scemo con la sua amica o far finta di niente, che tanto…!
Ebbene conosciamo già la risposta, piuttosto pesante. Meglio
glissare.
A questo tipo di donne appartiene un buon 80% della categoria.
Forse anche più. Sono il prodotto della società moderna,
donne schiave di una routine senza futuro, disperatamente
disilluse, che – se talora si abbandonano a qualche eccesso
– è solo per buttarsi a letto senza sparecchiare e
recuperare così le forze per il giorno dopo. E che il solito
marito stia lontano, che non è aria. Ma allora, ci si chiede,
a quale tipo di donne fa riferimento Giusy Franzese nel suo
piacevolissimo "Maledetti quant’anni anni, quando la vita
comincia a…"? Ma è ovvio, al restante 20%, forse anche
meno. L’autrice del libro – che per inciso vi consigliamo
di acquistare per passare qualche ora di buona lettura – di
certo non sarà d’accordo convinta, noi pensiamo, che tutte
le donne, tutte tutte, si guardino allo specchio con lo stesso
spirito della matrigna di Biancaneve (Specchio, specchio
delle mie brame chi è la più bella del reame?),
preoccupate solo di tenere lontane le rughe, di evitare la
pancetta e le "maniglie d’amore", di stare al passo
sempre e comunque con le ventenni, a costo di tanti sacrifici.
Che, beninteso, non sono economici provvedendo a qualsiasi
extra una più che ricca carta di credito, un marito
benestante, un amante generoso. E poi, che diamine, vogliamo
necessariamente
identificare
le donne in genere con Alba Parietti, Milly Carlucci, Simona
Ventura od ancora con Nancy Brilly, Ornella Muti e,
|
perché
no, con Demi Moore che, solo lei, avrebbe speso in restyling (ritocchini
vari, scrive
Franzese) qualcosa come 340. 000 mila euro? Ma rimaniamo al
libro. "Maledetti quarant’anni" è una delle più
esilaranti satire di costume di questo inizio di secolo. Ci
ricorda i "pezzi" di Elsa Maxwell nell’immediato secondo
dopoguerra e alla lontana, nello stile, le opere di Jerome. K.
Jerome. E, d’altra parte – per chi conosce bene di
persona Franzese, quarant’enne anche lei – non è certo
una sorpresa l’uscita di questa sua ultima fatica (la prima
"Oddio, la colf mi ha lasciato", è stata un vero e
proprio successo). Colta, simpatica, estroversa quanta basta,
l’autrice trasferisce nelle 176 pagine del libro le sue
migliori qualità che sono quelle anche di una giornalista
affermata; una giornalista di altri tempi – per intenderci
– una che sa tenere la penna in mano e che sa cosa sia la consecutio
temporis. Non c’è capitolo che non si legga
scorrevolmente, sorridendo all’ironia di questa novella
Giovenale in gonnella, cosa più un'unica che rara là dove i
famosi best-seller e le cosiddette “novità” altro non
sono che una accozzaglia di parole vuote e senza senso, sesso
spinto, violenza gratuita. Brava Franzese! ci siamo divertite,
riandando anche noi con la mente alle boutique di via
Condotti, agli approcci delle clienti con commesse sussiegose,
alla febbre del ballo, ai pettegolezzi di salotto. A quel
mondo in fondo fatuo ma che risponde alla mentalità di oggi,
ad un jet-set che non ha più nulla da offrire se non la
ripetizione di se stesso, con i soliti party conditi di coca,
le solite veline, i soliti discorsi. Brava Francese, perché
sei riuscita a darci con velata ironia uno spaccato di questo
particolare teatro sociale, là dove la parola sociale non ha
nulla a vedere con disoccupazione, sottoccupazione, posti di
lavoro e quant’altro. Sì, brava Franzese. Peccato che il
libro scorra troppo velocemente. Ma questo, perché piace. Ora
però ti aspettiamo ad un nuovo appuntamento che ci auguriamo
sia presto e, se ci permetti di offrirti un’idea, dovresti
"buttarti" sui politici; da quelli che cercano nel
buio della notte i favori dei trans a quelli che più
pigramente si rifugiano con le squillo nelle alcove di albergo. Sarebbe una bomba.
Dimenticavamo. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai <Turchia Oggi> si occupi di un libro che nulla a
che vedere con gli argomenti che il sito solitamente tratta. Ma che
diamine! La materia – le donne - non è mica diversa per i
turchi? Chissà che - leggendo "Maledetti quarant’anni"
- anche le signore del Paese della Mezzaluna, "anta" o giù
di lì, non buttino alle ortiche foulard e chador e timbrino
più spesso il cartellino nei saloni di bellezza. Chissà! Le porte dell’Eurora, con un simile lasciapassare,
finalmente potrebbero aprirsi agli eredi di Ataturk . (Veronica
Incagliati)
__________________
Giusy Franzese - Maledetti quarant'anni
Sperling&Kupfer Editori
pagg.176 euro 14.50
|
|
UN'INDAGINETUTTA
SPECIALE
DAL
19 AGOSTO ALL'11 SETTEMBRE SOTTO I
RIFLETTORI A CASTEL SISMONDO, A RIMINI, LA BASILICA-
MUSEO DI SANTA DI SOPHIA DI ISTANBUL OPERA DEGLI
ARCHITETTI ARTEMISIO DI TRAILE ED ISIDORO DI MILETO
|
"Gloria a Dio che mi
ha fatto degno di questo! O Salomone, ti ho superato!" esclamò
l'imperatore Giustiniano entrando nella chiesa di Santa Sofia, opera
degli architetti Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto. Una mostra a
Castel Sismondo a Rimini
Al meeting del 2003 fu la
volta della fortunata esposizione dedicata alla Cappella Sistina,
mostra che venne successivamente riproposta al Palazzo del
Commissario di Savona, in occasione del cinquecentenario di Papa
Giulio II Della Rovere, che nella città ligure era nato.
Quest'anno, dal 19 agosto all'11 novembre, ad essere indagato sarà
un monumento unico nel suo genere, sunto di epoche storiche, di
vicende di popoli, di culture e di religioni diverse: Santa Sofia,
la basilica imperiale dell'antica Costantinopoli, l'odierna
Istanbul.
L'esposizione, così com'è nella cifra di queste affascinanti
proposte culturali del meeting, ricrea, all'interno della suggestiva
ambientazione di Castel Sismondo a Rimini, l'atmosfera dell'antico
tempio, trasformato in moschea dopo la caduta di Costantinopoli in
mano ottomana (1453) e ora in museo nazionale. Ripercorre le
complesse vicende storiche della basilica bizantina, "madre di
tutte le chiese dell'Oriente cristiano", ne descrive gli
straordinari apparati decorativi, specie i grandi frammenti musivi
superstiti; ma soprattutto cerca di evocare la straordinaria
suggestione che il monumento provoca di colpo anche al visitatore più
distratto, tanto grande è la bellezza misteriosa di questo
multiforme "spazio della Sapienza", eloquente agli occhi e
al cuore seppure muto dei canti e dei suoni dell'antica liturgia
bizantina.
A dar voce allo splendore della solenne liturgia, celebrata per
secoli dentro la chiesa che vide l'incoronazione degli imperatori
romani fino alla caduta dell'Impero d'Oriente, sta una raffinata
selezione di magnifici oggetti di culto di fattura
costantinopolitana, prodotti nelle celebri officine del palazzo
imperiale di Bisanzio, riuniti a Rimini grazie alla collaborazione
di molte istituzioni, dai Musei Vaticani al Tesoro della Basilica di
San Marco a Venezia; per dare modo al visitatore di ammirare la
qualità assoluta di oreficerie, smalti, avori, mosaici e cristalli
che le famiglie imperiale succedutesi sul trono d'Oriente
commissionarono nei secoli ai più celebri artigiani del tempo.
I volti superstiti dei meravigliosi mosaici che un tempo rivestivano
il tempio bizantino, le antiche croci cui si sovrappongono le
decorazioni islamiche, l’incredibile profondità degli spazi,
rivivono a Rimini grazie ad una campagna fotografica due volte
unica: per essere la più recente realizzata e perché frutto del
lavoro non di un consueto fotografo d'arte, ma di Franco Pagetti.
Abbandonato il glamour della moda nel 1994, Pagetti si è dedicato
ai reportages di guerra in Europa, Africa, Asia, Medio Oriente,
pubblicati sui più grandi quotidiani e riviste internazionali. Oggi
documenta, in esclusiva per la rivista Time, la vita quotidiana e
l’ordinaria violenza dell’Iraq cui si è dedicato fin
dall’inizio del conflitto.
Come Pagetti ha catturato i volti e gli spazi di Santa Sofia,
restituendoci l’anima viva dell’antico tempio, così le immagini
girate da Massimo Coconi Santoni, operatore dalla lunga esperienza
televisiva, colgono il volto odierno di Istanbul, i colori del
Bosforo, lo stupore di chi visita oggi Santa Sofia e intuisce da ciò
che è rimasto lo splendore abbagliante descritto nelle
testimonianze di chi ebbe la fortuna di vedere la basilica nella sua
integrità.
Opera degli architetti Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto, Santa
Sofia venne da subito considerata dai bizantini stessi come frutto
di un intervento divino: la sua novità deriva dalla combinazione di
due tipologie architettoniche, una a pianta centrale, l'altra a
pianta basilicale, magistralmente fuse tra di loro dando origine ad
un edificio vastissimo, di 70 metri per 75 per lato. Sovrasta
l'edificio una cupola grandiosa, di 31 metri di diametro, supportata
da quattro archi massicci.
All'esterno della costruzione, piuttosto articolato e pesante,
corrisponde un interno grandioso, di straordinaria, unica armonia.
È quindi facile comprendere l'orgoglio di Giustiniano stesso che
pare esclamasse, entrando nella chiesa: "Gloria a Dio che mi ha
fatto degno di questo! O Salomone, ti ho superato!".
Marmi policromi vennero utilizzati a profusione, a ricoprire
l'intera struttura, fin sopra le gallerie. Dalle parti superiori
della chiesa e dalla cupola dalle tante finestre scendeva la luce,
ad accendere d'oro i mosaici che ornavano la basilica e di cui sono
giunti a noi solo alcuni esemplari che si possono ammirare nelle
navate laterali e nel nartece.
Oggi, la basilica bizantina - madre delle grandi chiese dell'Oriente
cristiano, cui si ispirarono architetti d'ogni dove, fino alla
grande Rus - è diventata museo, dopo essere stata trasformata in
moschea, a partire dalla caduta di Bisanzio in mano ottomana e sino
al 1934.
Le vicissitudini di cui è stata muta testimone ne fanno un
documento culturale unico nella storia del mondo antico e paradigma
di grande significato nel crocevia culturale di oggi. Diventato
moschea nel 1453, l'edificio venne ricoperto da pesanti strati di
intonaco, per nasconderne la decorazione musiva ovviamente ispirata
all'Antico e al Nuovo Testamento, oltre che ricca di mosaici
raffiguranti membri delle varie famiglie imperiali succedutesi sul
trono di Costantinopoli, per lo più ritratti ai fianchi delle
immagini di Cristo e della Vergine. Nonostante ciò la sua bellezza
architettonica - integralmente apprezzabile ancora oggi - conquistò
letteralmente gli occhi e in certo qual modo il cuore
dell'architetto del sultano Solimano il Magnifico, Mimar Sinan.
Questi, per tutta la sua vita, cercò di riprodurre nelle moschee di
Istanbul l'architettura di Santa Sofia, tanto da consegnare la
nostra basilica alla storia anche con la definizione di "Madre
di tutte le moschee".
Con la riduzione della moschea a museo nazionale, nel 1935 ebbero
inizio indagini stratigrafiche per verificare quanto si celasse al
di sotto degli strati di intonaco. Ci si accorse allora
dell'ampiezza della distruzione avvenuta: degli antichi mosaici è
rimasto molto poco. Ma quanto pervenutoci - come il volto del Cristo
Benedicente riemerso dal buio dei secoli - mantiene intatta tutta la
sua bellezza e il suo splendore. Così è avvenuto, ad esempio,
anche per l'immagine della Vergine con il Bambino che, nella
penombra della chiesa, appare improvvisamente nell'abside, quasi
fluttuante nel cielo d'oro del mosaico. Tanto è maestoso e
splendido quel poco dell'insieme che è si è ritrovato, da lasciare
intuire la grandezza e la maestosità della primitiva bellezza
dell'edificio sacro; e stupisce e commuove il fatto che nulla abbia
potuto ultimamente distruggere siffatto miracolo. (Beni Culturali
Patrimoni Edilizi)
_____________________________
Lo Spazio della Sapienza. SANTA SOFIA AD ISTANBUL.
Rimini, Castel Sismondo, 19 agosto - 11 novembre 2007.
Orario: dalle 9.00 alle 19.00
Ingresso: 5€ biglietto intero, 3€ biglietto ridotto
Giorno di chiusura: lunedì non festivi
Nella settimana dal 19 al 25 Agosto la mostra sarà aperta tutti i
giorni dalle ore 9.00 alle 23.00.
Mostra promossa ed organizzata dal meeting per l'amicizia fra i
popoli di Rimini, a cura di Alessandra Buzzetti, Marina Ricci,
Riccardo Piol.
Con la consulenza scientifica di Fabrizio Bisconti, Marina Falla
Castelfranchi. Coordinamento di Giovanni Gentili.
Catalogo: Silvana Editoriale.
Per informazioni e prenotazioni: tel. 0541.783100 meeting@meetingrimini.org
|
|
|
IL TOUR
DEL
MEDITERRANEO
IMPEGNO DELL'IIC
DI ANKARA UNA SERIE
DI CONCERTI CHE SI TERRANNO - OLTRE CHE NELLA
CAPITALE TURCA - ANCHE NELLE CITTA' DI BODRUM ED
ISTANBUL.
L'Istituto Italiano di Cultura di
Ankara, in collaborazione con l'Università di Bilkent di Ankara, è
impegnato a promuovere il concerto della <World Youth Orchestra> che si
terrà ad Ankara nel corso del Tour Mediterraneo.
Nel corso del Tour, l'Orchestra si esibirà in Turchia e in Germania. Il
programma del concerto, diretto dal Maestro Damiano Giuranna, prevede
musiche di Dall'Ongaro, Elgar, Hummel e Chaikovskij, con la sua celebre
Sinfonia n.1 in sol minore.
La <World Youth Orchestra> è composta dai migliori allievi provenienti da
Università, Accademie e Conservatori dei cinque continenti, e, fin dalla
sua fondazione, nel 2001, si adopera per testimoniare attraverso il canale
privilegiato della musica i gravi problemi che affliggono l'età
contemporanea. Proprio in virtù del suo impegno la Wyo è stata nominata,
nel luglio 2002, <Unicef Goodwill Ambassador>.
L'intensa attività concertistica, che da sempre contraddistingue
l'Orchestra, unita alla volontà di farsi portavoce dell'impegno sociale
giovanile ha permesso la nascita, nel 2003, del progetto "World Youth
Orchestra - Tour Mediterraneo", un progetto per il dialogo e la
fratellanza che ha portato l'Orchestra ad esibirsi in tutta l'area
mediterranea.
Nel 2005 la Wyo è stata invitata ad esibirsi al Palazzo di Vetro a New
York in occasione del 60° anniversario delle Nazioni Unite. Per le
capacità artistiche e l'alto valore aggiunto, l'Orchestra si candida a
diventare una fra le compagini giovanili più interessanti in ambito
internazionale.
Dopo la tappa di Ankara, il Tour Mediterraneo proseguirà in varie città
della Turchia e in Germania secondo il seguente calendario: 6 Agosto
Bodrum, 8 Agosto Istanbul, 10 Agosto Kassel, 12 Agosto Berlin. (News
Italia Press)
|
|
LA
CHIESA DI BASMELEKLER
IN
VENDITA PER
400.000 DOLLARI
E' il
terzo edificio più vecchio al mondo. Si trova
nella regione di Trilye (Bursa). Voluta dall'imperatore
Costantino Porphyrogennetos, fu restaurata
nel 1449 e nel 1819. Chi la acquisterà ne farà una
attrazione turistica
The world's third oldest church,
Başmelekler Church, which was founded in the region of Trilye
in Bursa and which is well-known from the soap
operas Sev Kardesim and Melekler Adasi is for
sale
for $400,000. The owner of the church, general
director of Tekser Construction, Mete Yalçın stated that the
person who will buy
the church will restore it and enable the building to become a
tourist attraction. Emperor
Constantine Porphyrogennetos had built the church
in 789 for venerating the Siyi nation. The church is founded on the
Tirilye-Mudanya highway and it was believed to have the ability to
heal the insane.
Turyap Çengelköy Office has carried out the sale of the church.
The representative of Turyap Çengelköy Office Ulvi Özcan declared
that the owner of the church expected the church to attract tourists
but as he could not work on the project he decided to
sell
the church. He also noted that they hoped that the future owner of
the church should also take into consideration its
cultural and artistic value.
The church, also known as Taksiyarhon Church, was repaired in 1448
and restored in 1819 by Sultan Mahmud the second. The church had
been visited
both by Greeks and Turks until 1922, but lost its importance when
Muslims began to settle there. The church has been visited by Greek
Orthodox Patriarch Barthelemeos every year. It was
constructed within the framework of Kiborion Plan, maintains an
appearance of vaults
situated on four walls structure and an ascending dome, a plan that
has been used since early Christianity. Two other examples of this
plan also existed in Istanbul. (Turkish Daily News)
|
|
|
ARTE
|
NOT ONLY POSSIBLE, BUT
ALSO NECESSARY
X BIENNALE
INTERNAZIONALE DI ISTANBUL
CURATA DAL
CRITICO DI ORIGINE CINESE HOU HANRU ED
ORGANIZZATA DALLA FONDAZIONE PER LE ARTI E LA
CULTURA SI SVOLGERA' DALl'8 SETTEMBRE AL 4 NOVEMBRE
E’ curata dal critico di
origine cinese Hou Hanru la decima Biennale Internazionale di
Istanbul, organizzata dalla Fondazione per le Arti e la Cultura di
Istanbul e prevista dall’8
settembre al 4 novembre 2007: "Not Only Possible, But Also
Necessary: Optimism In The Age Of Global War" il titolo scelto.
Non sarà una Biennale come le – moltissime – altre in quanto
non sarà guidata da un tema, ma piuttosto giocherà sull’idea di
collettività e di raffronto con gli spazi fisici: proprio per
questo avrà un ruolo fondamentale la realtà urbana e in specie
architettonica, vista come scenario per contesti e visioni
artistiche diverse.
Una piattaforma aperta, fuori dai consueti schemi espositivi fissi,
in cui saranno gli spazi pubblici, accuratamente selezionati in
quanto simboli di modernità politica e culturale, i cardini di un
dialogo tra artisti, pubblico locale e contesto.
Istanbul sarà così lo sfondo di una biennale particolare, ricca di
spunti antitetici - locale contro globale, utopia contro realtà -
tanto più significativi in quanto si affronteranno sullo sfondo di
una città, e soprattutto di una nazione, sospesa tra Est e Ovest,
nonché una delle prime repubbliche non occidentali che, proprio per
questa particolarissima natura, si profila come perfetto esempio di
modernizzazione fuori dell’orbita euro-centrica.
Ma Istanbul è anche una delle più vecchie e prestigiose biennali
esistenti e, dopo vent’anni di storia, necessita di nuova linfa:
grande novità saranno i programmi notturni, per prolungare
l’effetto-biennale anche dopo gli orari di lavoro e renderlo parte
della quotidianità cittadina. Tra questi, "Electronic Image
Dazibao", rassegna di video di artisti e appassionati selezionati
da un team di giovani curatori, che avrà luogo per tutta la città
durante le ore notturne; una serie di eventi di arte performativa
lungo il percorso urbano e "Dream House", progetto costituito da
una serie di opere site-specific che permetteranno al pubblico di
vivere momenti di sospensione onirica, per stimolare l’ottimismo
così poco esercitato oggi, per quanto estremamente necessario (da
qui il titolo della manifestazione).
Per ogni sede espositiva verrà pubblicato un catalogo, in linea col
framework della biennale che vede protagonisti gli spazi piuttosto
che i concetti; e, come invece da tradizione, avranno luogo
conferenze, workshop e seminari durante la preparazione
dell’evento.
Infine, una interessante curiosità: da quest’anno, forse ispirata
dal progetto Grand Tour che univa Biennale di Venezia, Art Basel,
Documenta e Skulpture Projekte, esiste "Tres Bienn"”, iniziativa
che unisce le tre biennali autunnali di Atene, Istanbul e Lione e
che prevede un attivo scambio di artisti, progetti e strategie di
comunicazione e visibilità. (Sara Giorgia Battaglia/www.teknemedia.net)
|
|
|
SPETTACOLI
|
IL
PIACERE
E
L'AMORE
L'ULTIMA
PELLICOLA
Storia di una
disperata,
impossibile riconciliazione
nel film del regista turco
Nuri Bilge Ceylan
premiato a Cannes
nel 2003 per l'opera "Usak"
 |
Isa e Bahar si sono amati
profondamente ma, dopo il matrimonio, le nubi hanno offuscato il
loro rapporto. Professore universitario lui e produttrice televisiva
lei nella Istanbul di oggi, dovrebbero superare l'incomunicabilità
che sta devastando la loro unione. Invece entrambi reagiscono alla
crisi in maniera infantile e prevedibile. Il marito trova
consolazione fra le braccia di una ex amante, la moglie si rinchiude
in uno stato d'animo prossimo alla depressione.
Il regista turco Nuri Bilge Ceylan, dopo essere stato premiato a
Cannes nel 2003 con il film "Uzak", ci descrive nella sua ultima
pellicola "Il Piacere e l’amore" l’eterna incomunicabilità tra i
sessi. I protagonisti, Isa, cinquantenne docente universitario
interpretato dallo stesso Ceylan e Bahar, giovane produttrice
televisiva, si sono amati profondamente, ma durante una vacanza in
Anatolia lui lascia la moglie gettandola nella disperazione totale.
Dopo la separazione Isa trova rifugio tra le braccia di una ex
amante, mentre la donna decide di dedicarsi al lavoro. Sullo sfondo
dell’alternarsi delle stagioni, da cui il titolo originale
Iklimler, i Climi, i due si riprenderanno per poi lasciarsi
nuovamente in una sorta di altalena sentimentale in cui si è a
turno forti e deboli. Con la complicità di una fotografia
d’atmosfera e di una musica di rara eleganza Ceylan realizza una
sottile riflessione a tratti drammatica sulle relazioni sentimentali
tra uomo e donna dando spazio all’inconciliabilità di posizione,
così come sole, pioggia e freddo si alternano, così scorrono
l’indifferenza e la passione di due amanti che si trovano e si
lasciano di tanto in tanto. (Novella Milanesi/crem@on
line)
|
|
|
SPORT
|
WTA,
MASTER FEMMINILE
ISTANBUL
OSPITERA'
IL TENNIS DI FINE STAGIONE
Istanbul
ospiterà il Master
femminile di fine stagione, che riunisce le migliori 8 giocatrici
dell'anno, nelle edizioni dal 2011 al 2013. L'annuncio è stato dato
dalla Wta ad appena una settimana dalla scelta di Doha come sede del
torneo dal 2008 al 2010, mentre l'edizione 2007 si disputerà per
l'ultima volta a Madrid. "Istanbul è una delle più belle
capitali del mondo, e sarà una casa fantastica per il tennis - ha
spiegato Larry Scott, capo della Wta - Il tennis femminile sta
acquisendo grande popolarità in Turchia grazie soprattutto al
successo della <Istanbul Cup> (torneo che si gioca a maggio, prima del
Roland Garros), e crediamo che portare qui a fine anno le migliori
giocatrici del mondo possa aumentare significativamente la statura
del nostro sport in questa regione chiave per il mercato del
tennis". (Yahoo Sport)
|
|
LO JUVENTINO
LEGROTTAGLIE
IN PARTENZAPER
IL BESIKTAS
Nicola
Legrottaglie, secondo quanto riportato dalla stampa turca, giocherà
la prossima stagione con il Besiktas. Il difensore bianconero,
avrebbe trovato l'accordo con la squadra turca per un contratto
triennale e un compenso annuo intorno al 1.6 milioni di euro. La
società bianconerà riceverà dal Besiktas 2.2 milioni di euro.
Legrottaglie è atteso a Istanbul per la firma del contratto.
Il Besiktas ha chiuso al secondo posto nel campionato turco e ha conquistato,
nella scorsa stagione, la Coppa di Turchia.
Nicola
Legrottaglie, classe 1976, ha militato l'anno scorso nella Juventus
in B, dopo essere arrivato in bianconero nel 2003, proveniente dal
ChievoVerona. Un'esperienza non sempre facile a Torino,
tanto da portarlo a giocare due anni a Bologna
e a Siena
nel 2005-2006 e quindi il ritorno a Torino e l'esperienza nel
campionato cadetto. Ora la scelta di lasciare il nostro campionato,
come ormai tanti dei nostri giocatori e vestire la maglia del
Besiktas. (Yahoo.it) |
|
|