Arretrati 

Anno 8° N.13

<TURCHIA OGGI> - A PARTE LA DOCUMENTAZIONE DELL'AMBASCIATA DI ITALIA AD ANKARA E DELL'ICE DI ISTANBUL - SI  AVVALE PER LE NOTIZIE E GLI ARTICOLI RIPORTATI SUL SUO WEB, E NATURALMENTE RELATIVE ALLA TURCHIA, DELLE NEWS GIA' APPARSE  IN ALTRI SITI O GIA' PUBBLICATE SU QUOTIDIANI E RIVISTE. NON FA ALTRO CHE ASSEMBLARLE, NELLA CONVINZIONE CHE SIANO DI MAGGIORE UTILITA' PER QUANTI HANNO UN QUALCHE INTERESSE PER QUESTO PAESE. <TURCHIA OGGI>, AD OGNI MODO, E' SEMPRE A VOSTRA DISPOSIZIONE.

 

PRIMO PIANO

 

 

GUL CI RIPROVA

IL DOPO-VOTO ELETTORALE   SE E' VERO QUANTO PROMETTONO I NAZIONALISTI DI DEVLET BAHCELI, UN LORO APPOGGIO IN PARLAMENTO DAREBBE ALL'EX MINISTRO
DEGLI ESTERI IL QUORUM PERCHE' VENGA ELETTO NUOVO
CAPO DELLO STATO TURCO

I nazionalisti turchi, annunciando che non faranno mancare il quorum in Parlamento, quando esso dovrà eleggere il nuovo Capo dello stato, hanno rilanciato la candidatura del ministro degli Esteri Abdullah Gul a presidente della Repubblica. Lo affermano tutti i giornali turchi, aggiungendo che l'inattesa mossa dei nazionalisti di Devlet Bahceli potrebbe spingere il partito conservatore di radici islamiche Akp del premier Tayyip Erdogan a "rilanciare la loro sfida ai militari" sulla presidenza della Repubblica. Nelle sue precedenti dichiarazioni subito dopo la schiacciante vittoria elettorale del 20 luglio scorso lo stesso Akp era apparso disposto a "concertare" con gli altri partiti un nome di garanzia istituzionale. In aprile scorso la candidatura di Gul fallì proprio per la mancanza del numero legale di due terzi (367 deputati su 550) in seguito al boicottaggio di tutti gli altri partiti. Il partito Akp avrà nel nuovo Parlamento 341 deputati, 26 in meno dei due terzi. Ma se, grazie ai 71 nazionalisti dell'Mhp (ed ai 23 nazionalisti curdi del Dtp) non mancherà il quorum nelle due prime votazioni, l'Akp potrà agevolmente eleggere il suo candidato, Gul, alla terza votazione (quando è richiesta solo la maggioranza assoluta di 276). In questa ipotesi i militari, che il 27 aprile scorso con un "e-memorandum" su Internet chiarirono che il presidente turco dovrebbe essere "un laico nei fatti e non solo a parole", secondo tutti i commentatori "non potranno che stare a guardare", dato che essi "non hanno mai agito contro la volontà popolare". "Come tutti noi, essi saranno a disagio con una first lady col capo coperto dal foulard islamico (come la moglie di Gul, Ayrunisa, ndr) per l'immagine all'estero del Paese. Ma essi si limiteranno ad osservare se sia stato intrapreso qualche passo che metta a repentaglio la laicità dello stato. Quando sarà necessario faranno sapere la loro posizione. Su questo non c'é dubbio", ha scritto il noto l'editorialista Mehmet Ali Birand. Il profilo dei deputati del partito conservatore di radici islamiche Akp è profondamente cambiato in senso laico dopo le ultime elezioni , rispetto a quello del Parlamento precedente. Lo osserva il giornale turco <Vatan>. Il quotidiano osserva infatti che dei 341 deputati acquisiti dal partito del premier Tayyip Erdogan, solo 90 hanno un passato islamista, in particolare nel movimento Milli gorus (Opinione nazionale) fondato negli anni '70 dal padre dell'islam politico radicale, Necmettin Erbakan. Tra i deputati dell'Akp vi sono circa 100 definiti "liberali", perché di professione professori universitari, rappresentanti del mondo degli affari o ex diplomatici e alti burocrati. Settanta degli eletti nelle liste dell'Akp provengono poi da partiti laici di centro destra, come l'ex Dyp (ora Partito democratico) ed Anavatan; 13 provengono dai partiti laici di sinistra e sei sono ex nazionalisti. Delle 30 donne elette deputato nelle file dell'Akp, nessuna di esse usa portare sul capo il foulard islamico (turban), proibito in Turchia negli edifici pubblici e nelle Università. Questa nuova composizione dei parlamentari dell'Akp contribuisce a smentire, in parte, le interpretazioni secondo cui alle elezioni, la schiacciante vittoria del partito Akp avrebbe rappresentato una vittoria dell'islam (moderato,ndr) sui laici, che vi si sarebbero rivelati come "una minoranza". (Denaro.it)

 

 

 

 

 

 

.....MENTREBAYKAL NON LASCIA

ROTTO IL SILENZIO-STAMPA  IL CAPO DEL
CHP INTENDE RIMANERE AL SUO POSTO NONOSTANTE
L'INSUCCESSO DEL SUO PARTITO. LE CRITICHE DEI
SOCIALISTI EUROPEI

Deniz Baykal ha scelto: non si dimetterà, nonostante la schiacciante vittoria del suo "nemico" Recep Tayyip Erdogan e l’insuccesso del suo Partito Repubblicano del popolo (Chp) nel voto di domenica 20 luglio (20.82 per cento). Baykal intende rimanere al suo posto e lo ha annunciato dopo giorni di silenzio stampa nel corso dei quali ha deciso che per capire le vere ragioni della sconfitta avvierà un’indagine interna al partito, in ogni singola sezione cittadina. Ma la determinazione del leader dell’opposizione turca non è piaciuta ai Socialisti europei che hanno criticato aspramente la scelta di rimanere al comando, secondo quanto ha dichiarato Hannes Swoboda, al quotidiano <Today’s Zaman>. Il Pse aveva più volte criticato Baykal accusandolo di essere troppo nazionalista, troppo allineato alla strategia dell'esercito e poco attento alle reali esigenze dei turchi. Swoboda ha sottolineato che il Chp ha bisogno urgente di un processo di riforma "che non sarà possibile con Baykal al potere. Deploro la sua decisione di non dimettersi e di non aver dato così la possibilità di emergere a una nuova generazione di leader". Il Pse terrà sotto osservazione il Chp e invierà una delegazione in Turchia per controllare che il principale partito d’opposizione sia davvero ancora tale e segua principi democratici. La delegazione discuterà sia con i deputati Chp, sia i parlamentari della frangia a sinistra dell'Akp ed ex membri del partito di Baykal. Per Swoboda i doppi colloqui "sono un disastro per il Chp", perché significa che né la sinistra né la destra sono interessate a modernizzare la Turchia e le elezioni sono state implicitamente una lotta tra democratici e non-democratici. (Denaro.it)

 

 

 

 

 

 

IL CONTROPOTERE

YASAR BUYUKANIT   Il COMANDANTE SUPREMO DELLE FORZE ARMATE TURCHE  HA FATTO SAPERE CHE IL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DOVRA' ESSERE UN LAICO

 

Era stato zitto fino a questo momento, nella sorpresa generale; ma alla fine il Capo di Stato Maggiore dell'esercito Yasar Buyukanit è tornato sulla questione del Presidente della Repubblica e ha fatto capire che le posizioni delle Forze Armate non sono cambiate, nonostante la massiccia vittoria del partito islamico-moderato del primo ministro Recep Tayyip Erdogan.
Ai giornalisti che gli chiedevano quale fosse la posizione dell'esercito sulla conferenza dello scorso 12 aprile e sul comunicato del 27, il generale ha risposto: "Sosteniamo quanto detto in entrambe le circostanze. Un presidente della Repubblica deve essere laico nei fatti e non a parole".
Il riferimento ad Abdullah Gul, candidato ad aprile dal partito islamico-moderato per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) alla Presidenza della Repubblica, è fin troppo chiaro.
La sera della sua prima bocciatura in Parlamento, lo scorso 27 aprile, l'esercito pubblicò un comunicato stampa nel quale si metteva implicitamente in guardia il governo Erdogan e dove l'establishment militare si proclamava difensore dei principi laici della Repubblica turca.
Il 12 aprile, l'ufficiale aveva tenuto una conferenza stampa, annunciata con due giorni di anticipo, in cui aveva parlato della situazione nord irachena, ma anche del nuovo presidente della Repubblica doveva essere "laico, fedele ai principi della Costituzione e della Repubblica".
La settimana scorsa Abdullah Gul, forte dell'appoggio manifestato dal Partito nazionalista di Devlet Bahceli, aveva tenuto una conferenza stampa nella quale aveva fatto capire che non aveva intenzione di ritirarsi dalla corsa alla più alta carica dello Stato.
Due giorni dopo, Zafer Uskul, neo eletto deputato dell'Akp, parlando con i giornalisti aveva dichiarato: "La nostra deve essere una Costituzione civile e senza colori. Ogni traccia dell'ideologia kemalista va cancellata, inclusi i principi nazionalisti e le riforme. Tenerli non è da Paese democratico".
Tutte cose che Buyukanit ha gradito poco. (Apcom/Nuova Agenzia Radicale)

 



L'UOMOFORTE
A
guardarlo, una ventina di giorni fa, sul caicco che bordeggiava intorno a Bodrum, col cappello da baseball, la t-shirt bianca e i pantaloni corti, al ginocchio "ça va sans dire", un filo di pancia appena appena, non sembrava l’uomo forte della Turchia, il vero contropotere del Governo islamista del premier Recep Tayyip Erdogan. Se girassimo però le lancette dell’orologio all’indietro, fino al 15 febbraio, vedremmo Mehmet Yasar Buyukanit a Washington, il petto ingombro di mostrine, le spalline a quattro stelle da Capo di stato Maggiore delle Forze Armate turche, parlottare in buon inglese con il vicepresidente americano Dick Cheney e il consigliere alla Sicurezza Nazionale Stephen Hadley.
Nessun generale turco aveva mai avuto un’accoglienza simile: facevano notare stizziti i giornali turchi filo-islamici che l’accoglienza in America era stata dello stesso livello di quella del ministro degli Esteri Abdullah Gul. Si disse a suo tempo che Buyukanit fosse il proconsole americano in Turchia per la costruzione del Grande Medio Oriente "democratico" di Bush. Oggi, con l’esercito turco pronto a entrare in Iraq per colpire la guerriglia curda e le accuse a Washington di fornire le armi al Pkk, quella definizione non funziona più. Nato il 1 settembre 1940 a Istanbul, Buyukanit viene al mondo con un nome che è una storia e un auspicio. Yasar vuol dire "che viva": era l’augurio dei genitori per quel figlio che vedeva la luce in un periodo di terribile mortalità infantile.
Guardando ora il generalone, si direbbe che abbia funzionato. Il giovane che vivrà ha l’esercito nel sangue, a 21 anni è già uscito dall’accademia militare come ufficiale di fanteria. Grande sportivo, attraversa il Bosforo più volte a nuoto. Un giorno, vestito in borghese, incontra una ragazza sul vaporetto di Istanbul. Gli occhi s’incontrano per un lungo attimo, come nei feuilleton: è il colpo di fulmine, Filiz diventerà sua moglie. Lei ama ricordare come non volle convincersi che lui fosse un militare: "Fammi vedere il tesserino", gli disse. Ancora adesso, per sdrammatizzare quando hanno una discussione, lei gli chiede la tessera. Diventa generale negli anni Ottanta dopo aver frequentato il Nato Defense College. Nel 1988 abita a Napoli: è capo dell’intelligence del fianco Sud della Nato. Arriva al massimo della carriera militare il 30 agosto dell’anno scorso, festa della Vittoria, quando diventa capo di stato maggiore. È il suo ingresso in politica perché prende il posto del generale Ozkok, ritenuto troppo morbido con gli islamici, se non amico di Erdogan. Con la sua nomina cala il gelo tra governo e militari. Sui siti internet islamici o su quelli vicini ai lupi grigi comincia una campagna denigratoria.
Attenti, si dice, Buyukanit non è un vero turco. I suoi antenati sarebbero stati ebrei della setta di Zabbatai Zevi, che teorizzava la falsa conversione all’Islam. Ironicamente, è la stessa accusa che il romanziere Ergun Poyraz, nazionalista kemalista, fa a Erdogan e sua moglie nel romanzo, molto venduto a Istanbul: "I figli di Mosé: Tayyip e Emine". Buyukanit è poi accusato di aver definito «buon soldato» un militare coinvolto nell’attentato contro l’unica libreria di Semdinli, nell’Est del paese. Un’indagine del ministero della Giustizia non troverà su di lui "elementi per procedere".
Buyukanit è definito un autoritario dall’animo gentile: adora la musica classica e i cani. Ai funerali dei suoi soldati uccisi dal Pkk più volte si è visto una lacrima scivolargli sul viso. Oltre all’esercito, ha una sola enorme passione: il calcio. Quando va per mare a Bodrum, sul suo caicco insieme alla bandiera turca c’è sempre quella del Fenerbahce, la sua amata squadra della parte asiatica di Istanbul. Cerca di non perdersi una partita, fumandosi sugli spalti una sigaretta dopo l’altra: l’unica sua esplicita debolezza a cui non intende affatto rinunciare. Il vincitore di ultime elezioni, Erdogan, dovrà vedersela con questo generale di ferro che ama Clausewitz e Beethoven. (Claudio Gallo/La Stampa.it)

 

 

 

 

 

 

 

STABILITA'POLITICA

 

 

 

L'INTERVISTA  L'ambasciatore della Repubblica di San Marino presso la Turchia, Giorgio Girelli, risponde ad un cronista dell'<Informazione> sul futuro del Paese
della Mezzaluna dopo le recenti elezioni

- Come ha seguito le elezioni turche del 22 luglio ?
Attraverso contatti con osservatori e consultando la stampa internazionale, nonché con referenti in loco. Ma sempre con la discrezione e la correttezza dovute nei confronti di uno Stato presso il quale si è accreditati.

 
- Che importanza hanno avuto queste elezioni in ordine ai rapporti con la Unione Europea-
Chiuse le urne, è emersa una maggioranza la quale assicura stabilità politica. Ciò consentirà un colloquio più spedito con l’Europa che, secondo gli analisti, resta per i turchi un progetto prioritario. Del resto, nel corso dell’incontro svoltosi nei primi di giugno ad Ankara tra i rappresentanti della Turchia, della troika della Unione Europea (ministri degli Esteri tedesco, portoghese e sloveno) insieme al Commissario all’Allargamento Olli Rehn, è stato affermato l’intendimento turco di aprire tre nuovi capitoli di negoziato (politica economica e monetaria, statistica, controllo finanziario: questi ultimi due ora già in trattazione) che porterebbero a sei i capitoli complessivi finora posti sul tavolo per l’adesione. Di sua iniziativa, nel mese di maggio, il governo turco ha adottato un piano di azione settennale che prevede 200 riforme legislative e circa 600 provvedimenti di altra natura.

 
- Quali sono gli scogli da superare per l’entrata in Europa della Turchia?
Nei documenti più recenti della Commissione Europea sulla pre-adesione della Turchia si fa riferimento, tra l’altro, a: libertà di espressione, libertà religiosa, pari opportunità tra uomo e donna, tutela delle minoranze, economia di mercato, rapporti con Cipro, "questione curda", relazioni con l’Armenia.

 - I diritti civili sono garantiti in Turchia?
L’approccio al modello di civiltà "occidentale" è iniziato in Turchia nel 1923. I fondamenti del nostro sistema di diritti risalgono, con la "magna charta" e l’ "habeas corpus", ad ottocento anni addietro. Senza fare sconti a nessuno, l’evoluzione di un paese va scrutata inforcando gli occhiali giusti. E, ad esempio, se resta ancora aperta la questione del famoso articolo 301, è pur vero che al convegno internazionale sull’etica dell’informazione, promosso dalla Pontificia Università Gregoriana, Alì Bozer ha spiegato che, analizzando l’impianto legislativo turco, emerge che la disinformazione è lesione della persona sul piano etico, religioso e giuridico.

- La questione curda?
Non ho la veste per esprimere giudizi. Riscontro solo che la guerra in Iraq (al nord, ai confini con la Turchia, c’è una forte componente curda) ha indirettamente aggiunto elementi di complicazione in un quadro già assai difficile e rispetto al quale, come riferisce l’Herald Tribune, il ministro degli Esteri Gul ha affermato: "We know what to do and when to do it". Ma è auspicabile che i conflitti siano composti attraverso il dialogo.

 - Ed i rapporti con Cipro?
I temi sul tappeto sono noti. Anche qui non voglio effettuare invasioni di campo. Constato con piacere i segnali distensivi intervenuti di recente.

 - Quale ruolo può avere San Marino nell’ingresso in Europa della Turchia?
San Marino è Stato terzo rispetto al negoziato in corso e non ha un ruolo specifico, pur seguendo con attenzione e simpatia il processo in atto.

 - Ma la Turchia può veramente far parte dell’Europa e quale contributo la sua partecipazione potrebbe portare alla Unione Europea?
Guardi, le rispondo in modo spicciolo ma per me significativo. L’<Economist> suddivide i suoi servizi per aree geografiche: Britain, Middle est, The Americas, United States, ecc. Dov’è la Turchia? Sempre sotto "Europe". E lo stesso potrei dire della rassegna stampa predisposta dal Senato Italiano: i temi della Turchia figurano sempre sotto "Europa". Aggiungo che all’Onu la Turchia rientra nel gruppo dei paesi dell’Europa Occidentale, che è membro del Consiglio d’Europa, che rientra nell’Ocse. Non va inoltre dimenticata la misura in cui la Turchia è stata esposta nell’ambito della Nato in favore dell’occidente e dell’Europa. Nel contesto attuale poi la Turchia assolve nella sua area di riferimento un ruolo di grande peso continuando a respingere ogni tendenza fondamentalista. A tacere inoltre della funzione di ponte energetico che ha questo paese: sono in corso progetti per acquisire da Iran e Turkmenistan trenta miliardi di metri cubi di gas all’anno di cui buona parte destinati all’Europa. Ed attraverso la Turchia, via Bulgaria e Mar Nero, transiteranno anche ingenti quantità di gas russo. L’inflazione è scesa ad una cifra. L’incremento economico è notevole e costante. Allora, pur con i tanti problemi che non dobbiamo nasconderci, la linea di tendenza è nelle cose. Quanto al contributo che può recare la partecipazione della Turchia è valutazione che spetta alla Unione Europea.

 - Ma tutti i conflitti che nei secoli hanno opposto turchi ed europei?
Ed i conflitti tra Francia e Germania? Tra Inghilterra e Francia? Tra Svezia e Polonia? Od Olanda? Tra Spagna e Francia? E si potrebbe continuare per Paesi che ora sono il cuore pulsante dell’Europa.

 - Come vive questa nuova esperienza di Ambasciatore di San Marino in Turchia?
Servire la più antica Repubblica del mondo, coerente custode di principi e valori che hanno segnato il progresso dell’umanità, è un privilegio che mi onora e mi gratifica: consapevole della portata dell’Ufficio assegnatomi aspiro, nell’interesse della Repubblica, a metterne in atto tutte le potenzialità. (L'informazione di San Marino)

 

 

 

 

 

 

 

 

NE' DOMANINE' DOPODOMANI

JOSE' MANUEL BARROSO   Pur congratulandosi con
il premier turco per la vittoria riportata nelle recenti elezioni, il presidente della Commissione UE, Josè Manuel Barroso, ha
detto che la Turchia non è pronta per entrare in Europa

Il presidente della Commissione UE Josè Manuel Barroso si è congratulato con il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan per la vittoria riportata nelle elezioni sottolineando il suo impegno per un'avvicinamento nelle relazioni con l'Unione Europea. Questa vittoria "arriva in un momento importante per il popolo della Turchia in quanto paese che si sta muovendo verso riforme politiche ed economiche", ha affermato Barroso in una nota diffusa a Bruxelles. "Il Primo Ministro Erdogan ha dato il suo personale impegno per un avvicinamento sostenuto verso l'Unione Europea", ha aggiunto il presidente dell'esecutivo. Nonostante le congratulazioni Barroso, parlando a un quotidiano greco, ha detto che la Turchia non è ancora pronta per entrare nell'Unione europea, ma l'UE non deve sbattere la porta in faccia alla Turchia.
"Siamo onesti. La Turchia non è pronta a diventare oggi membro dell'UE e l'UE non è pronta ad accettare la Turchia come membro. Né domani né dopodomani", ha detto Barroso, secondo quanto riportato dal quotidiano Kathimerini. Il presidente dell'esecutivo europeo ha richiamato però gli Stati membri a rispettare gli impegni assunti con la Turchia. "Personalmente, credo sia una questione di credibilità per l’ UE. Tutto ciò che abbiamo adottato all'unanimità è una promessa che abbiamo fatto agli altri", ha affermato Barroso. "Vorrei chiedere alla Francia e a tutti gli Stati membri di non cambiare la decisione che abbiamo preso insieme e di continuare i negoziati".
I negoziati per l'ingresso della Turchia nell'Ue, cominciati nel 2005, proseguono con grandi difficoltà a causa delle controversie aperte tra la Turchia e alcuni Stati membri, in particolare la Grecia e Cipro. Al momento sono stati sospesi otto capitoli dei 35 oggetti di negoziati a causa del rifiuto delle autorità turche di aprire i propri porti a Cipro. Un nuovo ostacolo sulla strada europea della Turchia è rappresentato dalla contrarietà del presidente francese, Nicolas Sarkozy, all'ingresso della Turchia. Sarkozy propone in alternativa un'eventuale adesione turca a una "Unione mediterranea". L'ipotesi è stata seccamente respinta da Erdogan, e da Abdullah
Gul. (l'Unità.it)

 

 

 

 

 

 

RISORSE ENERGETICHE E TERRORISMO:

GEOPOLITICHE SOVRAPPOSTE E NUOVI SCENARI DI CONFLITTI PER UN'ANTICA GUERRA DEL FUOCO

di Giovanni Ercolani

La guerra al terrorismo ed i problemi legati alla sicurezza delle risorse energetiche, stanno disegnando il contorno di un "Regional Security Complex", più ampio degli stessi confini geografici dei paesi membri della Nato. Per affrontare efficacemente gli eventuali conflitti, che potrebbero esplodere in questa nuova ampia area, si rende necessaria una vera e propria rivoluzione culturale, che prenda in considerazione l’importanza strategico-operativa della "cultural intelligence" e dei "critical security studies".
Concludendo il suo recente libro "The World is Flat" Thomas Friedman mette a confronto due date che secondo lui rappresentano maggiormente due momenti importanti ed opposti del processo di globalizzazione che si sta attuando nel nostro pianeta: 9/11 e 11/9.
La prima data, quella del 9 novembre (9/11/1989) rappresenta il momento con il quale, dopo la caduta del muro di Berlino si cercò di immaginare un mondo diverso, quindi caratterizzato da una "creative imagination".
All’opposto troviamo la data dell’11 settembre (11/9/2001), che ha dimostrato il potere di una diversa forma di immaginazione, quella della "destructive imagination".
Però, se venisse tracciata una linea che unisse la prima data, quella dell’immaginazione creativa, a quella più recente del Nato Summit (Riga, 27-29 novembre 2006), l’occhio attento dell’analista di relazioni internazionali potrebbe individuare una continuità di costanti e variabili su questo tracciato storico-genealogico.
Se l’uomo di Fukuyama, malgrado le "previsioni astrologiche" di Huntington, ingenuamente poteva pensare che con la scomparsa della minaccia del comunismo sovietico, sarebbe stato possibile un nuovo ordine mondiale basato sul liberalismo politico-economico, sicuramente gli attentati di New York, Bali, Istanbul, Madrid e Londra ne hanno minato il candido narcisistico ottimismo a-storico.
Se in questo contesto, definito da Marc Ferro come caratterizzato da una bankruptcy of ideology, la prima guerra del Golfo ed il conflitto in Bosnia storiograficamente segnavano già il sorgere di un new world security disorder, la presunta fatwa di Bin Laden e l’emergere della minaccia del terrorismo post-moderno, andavano già imponendo da tempo nuovi giocatori e regole sullo scenario mondiale, riempiendo così il vuoto lasciato dal threat deficit.
Tali scenari, che verranno da noi analizzati singolarmente, sono stati circoscritti, cartografati, e strutturati in ordine, attraverso una loro funzione semiotica e vere narrazioni geopolitiche da diversi "autori-attori", quali i discorsi del "US National Intelligence Council", della "Long War", della società petrolifera <Chevron>, ed infine di Bin Laden.
Al fine di individuarne la genealogia nella continuità degli interessi, le discordanze, e le possibili tensioni, queste geopolitiche verranno sovrapposte con il fine pratico di tratteggiare i confini di un "Regional Security Complex" (definito da Barry Buzan come un complesso regionale costituito da un gruppo di stati legati tra loro da stessi problemi di sicurezza) al cui interno potrebbero nascere dei conflitti.
Come si dimostrerà, il perimetro di questo "Regional Security Complex" coinciderà con quelli che sono gli interessi strategici dell’Alleanza Atlantica (quindi una regione strategica dal perimetro più ampio rispetto a quella illustrata non solo dall’unione dei confini geografici dei suoi membri ma anche dall’applicazione dell’Art. 5 del Patto Atlantico), ed in caso di minacce alla sua stabilità l’intervento italiano sarà altamente probabile.
Nell’abbinare la necessità di una riforma strategico-operativa (legata al concetto sperimentale di "rizoma"), all’elemento della "human intelligence-cultural intelligence", si vogliono individuare i principali fattori evolutivi per affrontare efficacemente le nuove missioni militari e le crisi internazionali.
Concludendo questa ricerca, viene messo in luce un nuovo, più multidisciplinare e "nomade" approccio ai problemi della sicurezza.
Il mondo narrato dal National Intelligence Council
Le prime rappresentazioni geopolitiche ci vengono offerte da tre studi del Governo americano:
 - "Global Trends 2010" (novembre 1997);
 - "Global Trends 2015" (dicembre 2000);
 - "Mapping the Global Future" (dicembre 2004).
Il "Global Trends 2010", pubblicato nel novembre 1997 da parte del "National Intelligence Council" (Nic), quindi prima dei famosi attacchi dell’11 settembre 2001, metteva già in evidenza come gli scenari internazionali sarebbero cambiati nel breve periodo. In particolare si sottolineava come la struttura delle relazioni internazionali basata sulla stabile sistemazione del potere tra gli stati stesse cominciando a venir meno. Questo a causa di tre grandi cambiamenti che, secondo il Nic, sarebbero avvenuti di lì a dieci, quindici anni: molti conflitti saranno interni agli stati e non fra stati; molti stati non riusciranno a far fronte alle richieste basiche che legano i cittadini ai loro Governi (failing states); infine, i governi di quegli stati che si dichiarano relativamente immuni da povertà e instabilità politica si renderanno conto di star perdendo il controllo di parti significative dei loro programmi politici, questo dovuto alla globalizzazione, all’espansione economica e alla continua rivoluzione nell’informazione tecnologica, quindi fine della sovranità del politico.
Sempre secondo il NIC gli stati occidentali (e gli Stati Uniti in particolare) fronteggeranno sei "global trends" sui quali dovranno tarare la propria politica di sicurezza:
- la crescita demografica: "per il 2010 si arriverà ad una popolazione mondiale di 7 miliardi e questo aumento si registrerà maggiormente nei paesi in via di sviluppo";
 - la crescita del reddito procapite: "la maggior parte dei vincitori saranno in estremo oriente ed in occidente; i perdenti in Africa e nel Medio Oriente";
 - il problema delle risorse alimentari: "l’ingegneria genetica alimenterà una quarta rivoluzione agricola. Come nel passato però la scarsità sarà dovuta all’uomo";
 - le comunicazioni: "i dati digitali e la rivoluzione delle comunicazioni diminuiranno le distanze ed indeboliranno le barriere al flusso delle informazioni";
 - le risorse energetiche: "la crescita della popolazione e del reddito procapite faranno da motore ad una maggiore domanda di energia, specialmente nelle economie cinese ed indiana che sono in espansione. Per il 2010 il mondo avrà bisogno di una produzione petrolifera maggiore di quella prodotta ora dai Paesi dell’Opec";
 - la tecnologia militare ed i deterrenti: "i potenziali avversari, degli Usa e dell’Occidente, proveranno a fronteggiarne la superiorità militare usando dispositivi, tecnici e organizzativi, non convenzionali e asimmetrici, che vanno dal terrorismo al possibile uso delle armi di distruzione di massa".
La seconda visione geopolitica ci viene offerta dal "Global Trends 2015: A Dialogue About the Future With Nongovernment Experts", che pubblicato nel dicembre 2000 riconferma l’approccio dello studio precedente ampliando i "trends" già individuati nel 1997.
"Il mondo per il 2015 sarà popolato da 7.2 miliardi di persone (crescita demografica); il continuo sviluppo economico, insieme all’aumento della popolazione, porterà ad un aumento del 50% della richiesta di energia nei prossimi 15 anni. La domanda di petrolio aumenterà dai 75 milioni di barili giornalieri del 2000 a circa 100 milioni per il 2015 (risorse naturali ed energetiche); lo sviluppo dell’information technology e delle biotecnologie acquisterà sempre maggiore rilevanza a livello globale (scienza e tecnologia); il dinamismo economico più forte sarà tra i due mercati emergenti: Cina ed India (economia globale); lo stato continuerà a rimanere, durante il 2015, la singola e più importante unità organizzativa degli affari politici, economici, e di sicurezza, ma si confronterà con dei test fondamentali di governo effettivo (governance nazionale ed internazionale); nel 2015, i conflitti intrastatuali rappresenteranno le maggiori minacce alla stabilità intorno al mondo. Le guerre tra uno stato e l’altro, benché meno frequenti, aumenteranno di letalità, a causa della disponibilità di tecnologie militari più distruttive. La comunità internazionale dovrà inoltre gestire le conseguenze militari, politiche ed economiche di una area indo-cinese in crescente sviluppo e di una Russia in declino (scenari e conflitti futuri)."
All’interno del capitolo dedicato ai possibili "Scenari e conflitti futuri" viene messo in risalto la possibilità che gran parte del terrorismo sarà diretto contro gli Stati Uniti ed i suoi interessi d’oltremare. La maggior parte del terrorismo anti-Usa si baserà sulla possibile manipolazione di rimostranze etniche, religiose o culturali ed i gruppi terroristici saranno in grado di elaborare nuovi sistemi per attaccare i militari e le infrastrutture diplomatiche americane all’estero. Non solo tali attacchi si espanderanno tanto da includere compagnie e cittadini americani ma i terroristi presenti nel Medio Oriente e nel Sud Est asiatico saranno quelli che minacceranno maggiormente gli Stati Uniti.
Infine la più recente pubblicazione (dicembre 2004) del Nic "Mapping the Global Future" riaggiorna quelli che definisce i "key global trends". Per questo studio il Nic si è avvalso di esperti di tutto il mondo e sono stati creati degli "scenari" al fine di comprendere meglio l’interagire dei diversi "key trends".
Gli argomenti proposti nel 2004 (quindi dopo l’11 settembre 2001 e l’avvio della guerra al terrore) a ben vedere ricalcano le preoccupazioni americane presentate nei due precedenti studi (1997 e 2000), quindi: l’emergere di nuovi poteri-potenze mondiali, le nuove minacce alla governabilità, ed infine un più diffuso senso di insicurezza globale.
Anche l’aspetto geo-politico del mondo viene modificato da: "il progressivo sviluppo dei paesi emergenti: Cina, India, Brasile, Indonesia, Russia e Sud Africa; il progressivo declino dei paesi e dei continenti dominanti: Europa, Russia e Giappone; dalla crescente domanda di risorse energetiche; e dalla crisi incipiente del dominio americano".
Per quanto riguarda i trend emergenti dell’insicurezza globale abbiamo:
 - "l’affermarsi di un terrorismo globale e proteiforme", infatti "si prevede che per il 2020 al-Qaeda sarà rimpiazzato da gruppi estremisti islamici ugualmente ispirati ma maggiormente diffusi";
 - "l’intensificarsi dei conflitti interni"; le diverse "economie in ritardo, le divisioni etniche, le convinzioni religiose estremiste, e le esplosioni demografiche, creeranno il contesto ideale per l’aumento progressivo della conflittualità intra-statuale".
 - "l’intensificarsi dei conflitti inter-statuali" dovuto ai "progressi negli armamenti moderni creeranno quelle circostanze incoraggianti l’uso preventivo della forza militare, sopratutto da parte dei paesi emergenti";
 - "la diffusione delle armi di distruzione di massa"; tanto che "i paesi senza armi nucleari potranno decidere di procurarsele per il semplice fatto che i loro vicini e rivali regionali lo stanno già facendo".
Volendo riassumere, le "preoccupazioni" costanti del governo degli Stati Uniti sono: l’emergere di nuove potenze (l’Asia), la continua crescita demografica mondiale (e l’invecchiamento di certe aree), l’aumento delle richieste di risorse energetiche, ed infine le minacce alla sicurezza rappresentate da possibili nuovi conflitti e dal fenomeno del terrorismo. Preoccupazioni che tra l’altro, sono continuate a rimanere costanti nelle due edizioni del "US National Security Strategy" (2002 e 2006), quindi anche dopo l’inizio della "global war on terrorism".
L’evoluzione del discorso strategico americano: dalla "War on Terror" alla "Long War"
Alla 42^ Conferenza sulla Politica di Sicurezza tenutasi a Monaco di Baviera nel mese di febbraio 2006, il Segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld ha spiegato la posizione e la nuova politica di difesa del proprio Paese.
Il piano, definito "The Long War", che prevede operazioni militari complesse e di lunga durata, intraprese simultaneamente in diversi paesi del mondo, e che coinvolgeranno le forze armate americane ed i loro partner internazionali, rimpiazza il precedente della "War on Terror".
Questa revisione, anche linguistica della "guerra al terrore", è la testimonianza dell’evoluzione del pensiero strategico statunitense maturata durante il recente conflitto in Iraq.
La "Quadrennial Defence Review" (che sostituisce quella del 2001) prevede, a detta dei generali americani, combattimenti che negli anni a venire potrebbero svilupparsi simultaneamente in più paesi. Combattimenti che potrebbero assumere la forma di operazioni militari convenzionali, tipo l’invasione dell’Iraq (2003), sino a comprendere il rapido dispiegamento di forze contro-terroristiche, altamente mobili e spesso sotto copertura. Tra le altre misure il piano prevede un aumento del 15% del personale delle forze speciali e il reclutamento di ulteriori 3.700 unità da destinare alla "psycological operations and civil affairs units".
Il Pentagono non menziona nessuna area geografica, ma queste operazioni sicuramente avverranno in un’ampia area geografica che si estenderà dal Medio Oriente al Corno d’Africa, comprendendo il Nord Africa, l’Asia Centrale, il Sud-Est asiatico ed il Nord Caucaso.
Come la guerra fredda dominò il mondo dal 1946 al 1991, così la "long war" riconfigurerà e narrerà, secondo le intenzioni americane, il mondo nei decenni a venire.
Questa nuova dottrina strategica prevede:
 - un approccio non-convenzionale, dove grande risalto viene dato alla mobilità delle truppe ed alla struttura di intelligence; alle capacità linguistiche e culturali unite alla conoscenza di diverse aree geografiche di interesse strategico. In particolare l’aumento di personale con solide conoscenze della lingua araba, del cinese e del neo persiano-farsi, rappresenta una priorità;
 - la costruzione di partnership al fine di persuadere eventuali "competitori militari" che potrebbero competere a livello regionale o portare avanti politiche ostili agli Usa ; inoltre avvalersi di forze locali;
 - una ridefinizione delle priorità caratterizzate in primo luogo da: l’esigenza di sconfiggere i network terroristici; provvedere alla sicurezza del territorio nazionale; la capacità di influenzare le scelte politiche di quei paesi che si trovano negli "strategic crossroads"; il prevenire il possesso e l’uso da parte di stati ostili e "non-state actors" di armi di distruzione di massa (Wmd);
 - il recupero del retaggio di Lawrence d’Arabia ("Lawrence’s legacy"): gli autori anticipano che le forze armate americane verranno impiegate per combattere "irregular warfare" in diverse parti del mondo ed in questo dovranno, non solo avere una approccio indiretto, quindi utilizzare forze del luogo, ma dovranno "squilibrare l’avversario sia fisicamente che psicologicamente, piuttosto che attaccarlo dove esso è più forte e dove prevede di essere attaccato".
 - A conferma degli obiettivi di "intelligence" contenuti nella suindicata dottrina strategica, a pochi giorni dalla sua pubblicazione, lo "U.S. Department of State" cominciava a far circolare in internet, come parte della "National Security Language Initiative" un’offerta di borse di studio per studenti di "critical languages": arabo, bengalese, hindi, punjabi, turco e urdu.
Le società petrolifere: narrazioni pubblicitarie e percezioni geopolitiche
Fino a qui abbiamo visto come la maggiore potenza del mondo, malgrado sia impegnata in diversi conflitti per sconfiggere il fenomeno del terrorismo, stia narrando e ridisegnando uno spazio geografico basandosi sul concetto della "sicurezza nazionale" e degli "interessi nazionali", creando allo stesso tempo manichee percezioni di "centro/periferia", "bene/male", "mondo di Dio/mondo del Diavolo", e "luce/tenebre".
Ma questa "geopolitical imagi-nation", usando un approccio vicino alla "Critical Geopolitics", viene alimentata anche da altri attori.

Quello che interessa al fine di questo studio, è dimostrare come lo "stato-nazione-autore-attore" in questo processo di percezione-interpretazione (di minacce vere/possibili, guerra al terrorismo, necessità energetiche, e crescita demografica) -discorso-partogenesi, venga anche aiutato da altri "non-state author-actors"
Lo stesso Friedman, riportato all’inizio di questa ricerca, vuole rendere piatto il mondo attraverso il suo discorso-narrazione e creare due percezioni antitetiche ed opposte su come leggere la recente "Storia" (un’ immaginazione creativa opposta ad un’immaginazione distruttiva), quindi estrapolandola dalla propria genealogia.
Ma noi sappiamo perfettamente che "il mondo non è piatto", ed allora anche la parola non è piatta, non è priva di significato, e quindi questo "mondo" è strettamente legato alla parola che cerca di descrivercelo: attraverso un processo definito "Machiavellian mind" la parola-linguaggio non solo può anticipare le azioni dei suoi destinatari ma anche manipolarle.
Quindi dobbiamo attingere anche da altre narrazioni le quali, strumentalizzando la "parola" producono un mondo la cui "immagine-immaginazione" a sua volta da imitare, può essere "creativa" o "distruttiva".
La "popular geopolitics" prende in considerazione non solo i messaggi dei mass media, i films, il "Cnn factor", i cartoons, e la musica, ma dà anche grande risalto agli stessi slogan pubblicitari che contengono messaggi-discorsi-narrazioni-miti geopolitici.
Ci permettiamo una digressione: per quanto Elena sia stata bellissima è normale domandarsi, noi comuni mortali, se dietro la guerra di Troia ci fossero state anche altre motivazioni.
Quindi se si dovesse dar credito al fatto che questa guerra al terrorismo sia stata motivata anche dalla corsa alle risorse energetiche, tra l’altro una delle continue costanti presente nei discorsi fino qui analizzati (quindi per il "fuoco"), allora anche la stessa pubblicità di una compagnia petrolifera, come quella dell’americana <Chevron>, dovrebbe essere presa in considerazione.
Qui l’"autore" attraverso il suo discorso-pubblicità, partecipa alla creazione di un mito-immaginario geopolitico (e ad uno stato di ansia-paura) volto ad influenzare il pubblico americano e non solo; un contesto narrativo in cui il lettore viene trasformato da elemento ricettivo passivo a funzione attiva: il depositario dei codici che permettono l’intelligibilità con il testo.
Nel mese di luglio 2005 la <Chevron> faceva pubblicare sul <Wall Street Journal>, <The Economist<, ed il <Financial Times>, una pubblicità nella quale ammetteva il "Peak Oil": "abbiamo impiegato 125 anni per consumare il primo trilione di barili di petrolio. Consumeremo il rimanente trilione nei prossimi 30 anni".
Dopo pochi mesi, ed in successione, sono andati comparendo i seguenti messaggi-narrazioni non solo sulla carta stampata ma negli aeroporti delle maggiori città mondiali:
 - "Il mondo consuma due barili di petrolio per ogni barile scoperto";
 - "Russia, Iran, e Qatar hanno il 58% delle riserve di gas naturale. Gli Stati Uniti ne hanno solo il 3%";
 - "Più della metà delle riserve petrolifere mondiali giace in cinque paesi";
 - "Ci sono 193 Paesi nel mondo e nessuno di loro è "energy independent". Allora chi è colui che minaccia gli altri per un barile di petrolio?".
Se dovessimo sovrapporre questi messaggi pubblicitari agli studi del Nic, alle tesi della "2006 Quadrennial Defense Review", ed alle borse di studio del "U.S. Department of State" ne verrebbe fuori un’ampia regione, che si estende dalle coste egee della Turchia fino a toccare il confine con la Cina.
Una regione del "fuoco" dove si parla il turco, l’arabo, il persiano, l’urdu, il punjabi, il bengali, ed il cinese e che ha come denominatore comune le risorse energetiche e la loro distribuzione.
La jihad narrata da Bin Laden: geopolitica del petrolio e terrorismo
Friedman, sempre nella sua opera, definisce Al-Qaida come una sorta di movimento islamo-leninista e lo stesso Presidente statunitense Bush recentemente ha affermato che "this nation is at war with Islamic fascists".
Il loro approccio alle masse è lo stesso che si può ritrovare nelle ideologie autoritarie e totalitarie del XIX e XX secolo: Marxismo Leninismo, Fascismo e Nazionalsocialismo, e condivide con esse la visione utopica della costruzione dell’"uomo nuovo" che si declina nella prospettiva fondamentalista nella figura del "born again": l’islamico rinato.
Al principio dello scorso secolo il messaggio era diretto alle grande masse europee, ora il discorso di Bin Laden è rivolto ai giovani arabi e musulmani come una risposta ideologica alla loro perdita di identità ed al loro senso di umiliazione.
Benchè Al-Qaida, quale organizzazione terroristica, riunisca al suo interno quelle spinte ascetiche e motivazionali tipiche del terrorismo religioso per cui rivendica diversi attentati giustificandoli, narrandoli e mitizzandoli come un atto di jihad contro i paesi occidentali, tuttavia molti degli attentati hanno avuto e stanno avendo connotazioni fortemente economiche.
Si può affermare quindi che la "guerra santa" iniziata da Al-Qaida sia anche una guerra economica.
L’ autore-attore Bin Laden, malgrado una recente ricerca lo veda, insieme ad al-Zawahiri, quasi assente nella letteratura di jihad, in quanto entrambi non sono considerati nè delle autorità in legge islamica, né una forza ideologica che sostiene il movimento della jihad salafita, sovrappone nel suo discorso geo-politico le seguenti narrazioni cartografiche, reali ed immaginarie:
 - il Dar al Islam;
 - l’idea di un califfato che si estenda dal Marocco all’Indonesia;
 - le reti di un ipotetico cybercaliphate;
 - le risorse energetiche;
 - tutti quei territori ove il senso di umiliazione/frustrazione da parte delle popolazioni musulmane è sentito. Una geografia di territori che comprende anche i "ghetti" presenti nel mondo occidentale.
Il suo discorso è chiaro: "in termini abbastanza chiari è una guerra economico-religiosa. Le grandi potenze credono che il Golfo e gli stati del Golfo Persico, data la presenza delle più grandi riserve di risorse energetiche, siano le chiavi per controllare il mondo. Imploro i giovani mussulmani a rinforzare ovunque i mujahidin, particolarmente in Palestina, Iraq, Kashmir, Cecenia, ed in Afghanistan."
In una videotape inviata il 1 novembre 2004 ad Al-Jazeera, Bin Laden indirizzandosi al popolo americano poco prima delle loro elezioni, narra e spiega le motivazioni (i quattro pilastri) della sua jihad:
 - La vendetta: perché nel 1982 "L’America permise ad Israele di invadere il Libano e la Sesta Flotta statunitense li aiutò in questo."
 - L’obiettivo è "continuare la politica di dissanguamento dell’America fino alla sua bancarotta."
 - I bersagli sono "il popolo americano e la loro economia, le varie società - sia che lavorino nel campo delle armi, del petrolio, o della ricostruzione – e le mega società legate all’amministrazione Bush, tipo la Halliburton ed altre dello stesso genere."
 - Le strategie sono concentrate nel cercare di logorare le risorse statunitensi attraverso la guerra asimmetrica, ad esempio "inviando semplicemente due mujahidin al capo orientale più estremo facendoli sventolare uno straccio con su scritto Al-Qaida, in modo da far correre là i generali e causare all’America perdite umane, economiche e politiche. "
Al fine di imporre agli Usa un destino simile a quello sofferto dall’Unione Sovietica, obiettivo dei terroristi è quello di indebolire le "risorse" americane in modo che non possa più permettersi di mantenere la propria egemonia economico-militare.
La guerra economica di Al-Qaida contro gli interessi americani comprede tre metodologie:
 - La prima è la distruzione di "obiettivi qualititativamente costosi utilizzando mezzi qualitativamente a buon mercato: ogni dollaro di Al-Qaida ha sconfitto milioni di dollari, oltre alla perdita di un numero enorme di posti di lavoro".
 - La seconda prevede di spingere l’amministrazione americana a destinare più fondi alla difesa obbligandola così a diminuire gli investimenti interni. "Recentemente i mujahidin hanno obbligato Bush a ricorrere ai fondi di emergenza al fine di continuare a combattere in Afghanistan ed in Iraq."
 - Il terzo ed ultimo punto di questa strategia è rappresentato dal petrolio. In una dichiarazione del 12 ottobre 2002 Bin Laden si congratula con i mujahidin per i loro attacchi contro i marines in Kuwait e contro la petroliera americana Limburg: "mi congratulo con i figli mujahidin per le loro eroiche e coraggiose operazioni di jihad contro le petroliere dei crociati in Yemen e contro le forze americane di occupazione in Kuwait. Colpendo la petroliera in Yemen i mujahideen colpiscono la linea segreta, la linea dell’approvviggionamento e l’alimento all’arteria della vita della nazione dei crociati."
Le risorse energetiche sono il tallone di Achille dell’economia americana ed occidentale ed i danni che verrebbero a crearsi, in caso di distruzione o riduzione dei flussi energetici nelle nostre società, sarebbero enormi.
Malgrado Daniel Yergin, "Chair of Cambridge Energy Research Associates" avesse affermato, in un suo recente articolo publicato su <Foreign Affairs>, che la sicurezza energetica sarebbe stato il tema principale nell’agenda del G8 che si era riunito a San Pietroburgo nel luglio 2006, in termini pratici questo non si è verificato.
Così mentre i singoli paesi del "Gruppo degli 8" difendevano rigorosamente i propri interessi nazionali senza arrivare ad alcun compromesso costruttivo, sullo scacchiere della geopolitica dell’energia paesi "più popolati" (Cina ed India: perché in questa politica energetica i numeri contano) stavano muovendo le loro pedine.
In un momento in cui Al-Qaida ha minacciato di attaccare quelli che Bin Laden ha definito i "cardini" dell’economia mondiale, le risorse energetiche rappresentano quindi l’elemento più cruciale.
Nel futuro il mondo dipenderà sempre maggiormente dai rifornimenti di risorse energetiche che proverranno da aree geografiche ove il sistema di sicurezza è ancora in fase di sviluppo: Africa Occidentale e Mar Caspio. In ogni caso il baricentro del sistema di approvvigionamento si colloca come una costante nell’area geografica che va dalle coste egee della Turchia al confine cinese.

Le "faglie" geopolitiche: dalla Turchia alla Cina

Il rischio di attentati nei confronti di "new-style target", ossia di oleodotti e gasdotti sta aumentando sia nel Caucaso che nell’Asia Centrale.
Già definita come il "sismografo della politica mondiale", questa vasta area geografica è il terreno (ed il possibile "theatre of operations") dove i diversi interessi e discorsi geo-politici si sovrappongono e scontrano tra loro.
Se posizionassimo sulla cartina su riportata le rappresentazioni dateci dai seguenti modelli teorici:
 - Market state/non-market state (Philip Bobbit, nel suo <The Shied of Achilles>, divide il mondo in paesi democratici che seguono ed applicano per la soluzione di problemi internazionali le regole del mercato e paesi che sono fuori da questi concetti);
 - Pre-modern/modern/post-modern state;
 - Jihad vs. McWorld (dove per jihad Benjamin Barber vuole significare un termine generale per indicare tutti quei movimenti di resistenza alla globalizzazione che si rifanno alle tradizionali basi della società in opposizione quindi all’ascesa del McWorld);
 - Clash of Civilizations (già ampliamente sviluppato e dibattuto non solo dal Huntington, suo "ideatore");
 - Clash of ideocides or clash of civicides (dove, come ha analizzato Arjun Appadurai, per ideocides-civicides si intende un nuovo e serio problema attraverso il quale intere popolazioni, paesi, o costumi di vita vengono considerati nocivi ed esterni al concetto di umanità e quindi fatti bersaglio di "morte sociale");
 - "Near enemy"-"Far enemy" della "Jihad Salafita" (mentre all’inizio Al-Qaida cercava di colpire gli USA con attentati all’estero – o negli stessi USA, ora questo suo nemico opera all’interno del territorio di azione del gruppo terroristico);
 - Market-Dominant minorities (come sostiene Amy Chua, minoranze etniche che detengono il potere economico-commerciale in Paesi nei quali operano, ma a cui molte volte non appartengono).
Sovrapponendole sulle zone di faglia geopolitica e teorica :
 - del Dar al Islam/Dar al Harp (il territorio dell’Islam/il territorio dell’esercito, quindi del conflitto);
 - delle teorie di Von Clausewitz che si scontrano con quelle di Sun Tzu o della "Guerra dopo la guerra" del Generale Fabio Mini; _ del "Crescent of Crisis" (la mezza luna dell’instabilità, quindi il discorso del Medio Oriente allargato);
 - delle forti crescite demografiche presenti in questa periferia che produce e/o trasporta risorse energetiche;
 al concetto dell’utilità marginale applicato ad una geopolica della propensione al conflitto;
otteniamo come risultato l’area etnolinguistica turcica, al cui interno, ed anche nelle aree circostanti, si annidano, oltre a dei "frozen conflicts", le potenziali zone di tensione: le "faglie", provocate dalle intersezioni, sovrapposizioni, e/o contatti delle diverse rappresentazioni degli interessi geopolitici e geoeconomici sopra elencati.

 

Tensioni nelle "faglie": che tipo di confronto?
Se dovessero esserci attentati terroristici, a danno delle fonti e/o ai sistemi di distribuzione delle risorse energetiche, il gruppo terroristico (preso nella totalità delle sue più svariate rivendicazioni di carattere religioso, indipendentista, separatista, autonomista, e/o politiche) potrebbe raggiungere i seguenti risultati strategici, quindi:
 - provocare seri danni economici al governo del paese contro cui combatte, facilitando così il proprio scopo politico;
 - provocare seri danni anche ai paesi stranieri che hanno investito e che sostengono il governo del paese;
 - riuscire ad autofinanziarsi, sia rivendendo le risorse energetiche che si è procurate, sia minacciando (ricatto) ulteriori attacchi al fine di ricevere soldi che verranno spesi per l’armamento, l’addestramento, ecc., dei propri componenti del gruppo
Gli attacchi potrebbero avvenire:
 - facendo esplodere le pipeline;
 - facendo esplodere pozzi di petrolio o altre infrastrutture (tipo piattaforme petrolifere);
 - attaccando le petroliere;
 - attaccando o minacciando di attaccare il traffico marittimo nei "choke points";
 - facendo esplodere gli uffici della compagnia petrolifera nazionale o straniera;
sequestrando, o nell’estremità dei casi, anche uccidendo, il personale della compagnia petrolifera (vedere i recenti casi in Nigeria e l’attività terroristica del Mend-Movement for the Emancipation of the Niger Delta).
Ma se all’interno di queste "faglie" attraversate dalle pipeline si venissero ad organizzare movimenti terroristici che rivendicassero il controllo del territorio, sicuramente ci troveremo di fronte a dei conflitti che secondo Van Creveld "hanno molto più in comune con i conflitti tribali che con le guerre convenzionali su larga scala.".
In un recente articolo pubblicato sull’<International Herald Tribune>, Thomas Friedman ce lo dice chiaramente: "l’energia è la più importante sfida geostrategica e geoeconomica del nostro tempo", così importante da parlare di una "post-post-Cold War" in cui ciò che ruota attorno agli "’axis of oil’ (Russia, Venezuela, Iran) è più importante e duraturo del terrorismo".
Ovviamente Friedman intende criticare in questo caso quella concezione del terrorismo interpretato come fenomeno meramente criminale. Inteso invece come strumento di guerra asimmetrica il terrorismo può anche essere strettamente legato alle guerre in corso sulle varie "rotte del petrolio".

Non a caso l’integrazione, all’interno di un’unica struttura strategica americana, della politica antiterroristica e di sicurezza energetica, è fortemente evidente nella repubblica caucasica della Georgia.
Dove, per una coincidenza storico-mitologica, si trova anche il monte Kazbegi ove, come dicono i georgiani, ad una sua rupe venne inchiodato Promoteo.
Secondo il Prof. Klare, direttore del "Five College Program in Peace and World Security  ", il rischio di disordini e conflitti in questi paesi avrà molto a che fare con l’impatto destabilizzante provocato dalla produzione petrolifera. La stampa occidentale potrà anche descrivere questa disputa come "etnica" nel carattere, ma in gran parte sarà provocata dagli effetti negativi della produzione petrolifera.
La maggior parte delle future guerre per le risorse energetiche avverrà nel mondo in via di sviluppo ed è probabile che il terrorismo si trasformi in una caratteristica comune delle future guerre per le fonti energetiche. Anche la stessa presenza di truppe straniere in regioni ricche di giacimenti, potrà provocare risentimenti tra la popolazione locale, specialmente se queste risorse sono viste come un naturale diritto di nascita.
Un ruolo preponderante, in questo compito di assicurare una protezione alle risorse energetiche, sarà sicuramente svolto dalle compagnie private di sicurezza.
Una volta che le pipeline che fuoriescono dal Mar Caspio saranno costruite e grandi quantità di petrolio e gas cominceranno ad essere trasportate, queste rotte saranno investite da una considerevole importanza strategica dai leader dei Paesi che da queste vengono attraversate; di conseguenza, gli avversari dei regimi in questione, potrebbero vedere negli attacchi a queste strutture un mezzo perfetto per indebolire il Governo ed esaurirne il forziere. Ne potrebbe risultare quindi una permanente guerra di bassa intensità lungo i gli itinerari delle condutture nella stessa regione caspica.
E se i governi coinvolti fallissero nei loro sforzi per proteggere le condotte, allora certamente si indirizzerebbero a chiedere un aiuto ai loro alleati esterni – provocando un aumento di coinvolgimento da parte di Washington e Mosca, o nei casi peggiori, un dispiego di truppe americane e russe.
La stabilità futura della produzione energetica nella regione del Mar Caspio non è solo minacciata dal diffuso malcontento ed agitazione all’interno delle aree dei nuovi Stati indipendenti, ma all’interno della regione stessa sta aumentando l’agitazione sociale e politica. Inoltre c’è da aggiungere l’emergere di movimenti di militanti islamici ispirati, e spesso sostenuti, dalle loro controparti del Golfo Persico e del Sud Est asiatico.
Data la capricciosa posizione di molti dei confini caspici, ed i collegamenti etnici ed ideologici fra le varie fazioni ribelli, qualunque possibile scontro armato è probabile che possa apparire minaccioso ai diversi governi, aumentando così la partecipazione delle due maggiori potenze. Ma anche senza la partecipazione della Russia e degli Stati Uniti, il bacino del Mar Caspio potrebbe essere preda nel tempo a venire, di periodiche sollevazioni e violenze, con possibile scoppio di "guerre per procura" che coinvolgerebbero i governi locali ed i gruppi degli insorgenti spalleggiati da una grande potenza. Tali antagonismi potrebbero prendere la forma di guerre a bassa intensità lungo le zone di confine o nelle enclave etniche assediate.
La storia suggerisce purtroppo che conflitti a bassa intensità di questo tipo possono durare anche molti anni, senza produrre alcun drammatico cambiamento nell’equazione del campo di battaglia. Ma è possibile pure, che tali confronti possano improvvisamente avere una escalation tale da produrre un coinvolgimento da parte di potenze esterne, che vedano i propri interessi vitali messi a rischio. Per esse infatti, l’intervento militare apparirebbe come l’unica soluzione, cosicché il Caspio potrebe diventare l’ambiente ideale per una conflagrazione regionale di più larga scala.
Le forme che potrebbero prendere questi conflitti (peraltro già definite da Van Creveld nel suo studio sulla trasformazione della guerra) sono le seguenti:
 - Warre (o ritorno allo stato di natura, Hobbes: "tutti contro tutti"; quindi non guerra-bellum intesa come contesa ma guerra-werra come mattanza);
 - Low intensity conflicts (conflitti a bassa intensità);
 - Proxy war (guerre per procura, ossia stati od anche multinazionali che finanziano gruppi terroristici o le parti che si scontrano in un conflitto locale);
 - Netwar-Network War (fenomeni questi studiati da Arquilla, Ronfeldt, e Duffield, in cui i conflitti sono portati avanti da una rete terroristica non organizzata gerarchicamente ed in cui i singoli elementi sono collegati tra loro attraverso le reti internet);
 - Franchising terrorism (attentati terroristici perpetuati da gruppi terroristici locali che ideologicamente si rifanno ad una più grande organizzazione firmando anche le stesse rivendicazioni usando il "logo-madre" – senza avere con essa, molte volte, alcun contatto, vedi il caso Al-Qaida);
 - 4th Generation Warfare (guerra dove lo stato ha perso il monopolio dell’uso della forza e le parti in causa usano tutte le reti a loro disposizione – economiche, politiche, sociale e militari – per contrastarsi e quindi anche una guerra di culture);
 - Asymmetric Warfare (la guerra asimmetrica ampliamente descritta dai colonnelli cinesi Liang e Xiangsui);
 - "Iraqization" (dove in assenza di un forte governo centrale gli scontri armati/attentati terroristici sono portati avanti da clan i cui contorni identificativi sono molte volte difficili da evidenziare).
Tali conflitti avranno la loro incidenza su tutti e cinque settori della sicurezza individuati dal Prof. Barry Buzan, quindi i settori militare, politico, economico, sociale ed ambientale.
Se quello da colpire è il "Market State", teorizzato da Philip Bobbit, il settore economico è tra tutti quello più vulnerabile. Cosa meglio che colpire il suo tallone di Achille "l’economic target"?
In conclusione, quindi il terrorismo, può essere inteso come una strategia di guerra, uno strumento e non un attore, ma anche, come afferma Bobert Cooper, il possibile ritorno alla privatizzazione della guerra, cioè lo Stato pre-moderno con i denti.
Pensiamo infatti, che il confronto che probabilmente si avvicinerà di più alla realtà, sia quello che venne già narrato da Tolstoj in "Guerra e pace".
Nelle pagine finali della sua opera ci viene riportato, in modo metaforico, un ipotetico duello che ci introduce al concetto del "randello" della guerra popolare: "immaginiamoci due uomini che si battano in duello alla spada secondo le regole dell’arte schermistica; l’assalto dura un tempo abbastanza lungo; ad un tratto uno degli avversari, sentendosi ferito, e comprendendo che non si tratta di uno scherzo ma che ne va della sua vita, getta la spada e, afferrando il primo randello che gli capita, comincia a maneggiarlo. Malgrado le lamentele dei francesi per la trascuranza delle regole (come se esistessero regole per uccidere la gente) il randello della guerra popolare si alzava con tutta la sua minacciosa e maestosa forza e, senza preoccuparsi del gusto e delle regole, con stupida semplicità, ma in modo atto a raggiungere lo scopo, si alzava e si abbassava senza fare distinzioni, a colpire i francesi, finché perì tutto l’esercito invasore".
Così mentre il presidente Bush era impegnato a San Pietroburgo per il "G8", negli USA, pochi giorni prima dell’inaugurazione della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (definita come la "Via della Seta del secolo" ed anche "il progetto del secolo"), il Ministro degli Affari Esteri turco Abdullah Gul si incontrava con il Segretario di Stato Condoleezza Rice.
Entrambi sottoscrivevano un comune accordo strategico, definito "Shared Vision", il primo degli Usa, a corto di soldati, mettendo così in pratica la dottrina strategica del "Quadriennal Defence Review".
Il documento non solo riafferma l’importanza della Turchia come corridoio energetico, ma alla stessa viene assegnato anche un ruolo come "constructive power in the Caucasus region".
Così questa ampia area, in cui siamo andati sovrapponendo visioni geopolitiche e tensioni, si riconferma come il possibile centro di conflitto tra le grandi potenze, tanto da essere paragonato ad un nuovo Medio Oriente.
Nato ed interessi energetici: una nuova guerra del fuoco?
Questa regione, per quanto distante fisicamente dal nostro paese, è però entrata nelle percezioni geopolitiche dell’Italia.
Il Concetto Strategico del Capo di Stato Maggiore della Difesa Italiana, del 2001, afferma che "vista la ricchezza di fonti energetiche primarie e la vicinanza geo-strategica", l’area viene definita di interesse nazionale".
Lo stesso Concetto Strategico fa intravedere un possibile coinvolgimento delle Forze Armate Italiane in quel territorio in caso di "Operazioni di Risposta alle Crisi".
Importanza, inoltre, che è stata riconfermata dal Nuovo Concetto Strategico del Capo di SMD del 2005 che ha definito, tra le altre, l’area caucasica di "interesse strategico" per il nostro Paese.
Sempre l’Italia, in base al Nuovo Concetto Strategico della Nato (Nato Nsc), sottoscritto il 24 aprile 1999, si è impegnata a sostenere l’Alleanza nei casi in cui:
Art.20: "Rivalità etniche e religiose, dispute territoriali, tentativi inadeguati o falliti di riforma, abuso dei diritti umani, e la dissoluzione degli stati possono portare a instabilità locali o anche regionali. Le tensioni risultanti potrebbero portare a crisi che incidano sulla stabilità euro-atlantica."
Art. 24: "Un qualsiasi attacco armato sul territorio degli Alleati, da qualunque parte provenga, sarebbe coperto dagli Articoli 5 e 6 del Trattato di Washington. Tuttavia la sicurezza dell'Alleanza deve anche prendere in considerazione il contesto globale. Gli interessi di sicurezza dell'Alleanza possono andare soggetti ad altri rischi di una natura più ampia, inclusi atti di terrorismo, di sabotaggio e di crimine organizzato, o anche alla interruzione del flusso di risorse vitali. I movimenti incontrollati di un gran numero di persone, in particolare come conseguenza di conflitti armati, possono anche porre problemi per la sicurezza e la stabilità, che colpiscano l'Alleanza."
L’area geografica studiata ai fini di questa ricerca non solo è minata da rivalità etniche e religiose, dispute territoriali e possibili instabilità locali o regionali ma viene anche attraversata dal flusso di risorse vitali rappresentato dalla pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc).
Come il discorso sicurezza energetica-Nato, a suo tempo avviato dal presidente americano Bush nel febbraio 2006, si sovrappoga agli interessi strategici dei paesi-autori-attori dell’Alleanza Atlantica, e comprenda una ben più vasta regione geografica, è stato dimostrato durante la recente visita del presidente dell’Azerbaijan al Quartier Generale della Nato a Bruxelles.
Ilham Aliev, sottolineando la ricchezza di risorse energetiche del proprio paese e l’importanza rivestita dal Btc per gli approvvigionamenti occidentali, ha manifestato apertamente l’interesse azero ad aumentare considerevolmente (quindi oltre il programma PfP) le relazioni con l’Alleanza Atlantica.
Iniziativa che è stata ben accolta dallo stesso Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer il quale ha affermato che gli aspetti geo-strategici e politici della sicurezza energetica sono importanti per la NATO e l’Azerbaijan giocherà sempre maggiormente un ruolo principale nel campo dei rifornimenti energetici.
Benchè sia in atto un dibattito all’interno dei membri dell’Alleanza circa il tema della sicurezza energetica, l’agenda del recente "NATO summit" tenutosi a Riga (27-29 novembre 2006), ha riconfermato la centralità delle problematiche rappresentate dal terrorismo e dalla sicurezza delle risorse energetiche.
Il summit dal titolo "Transforming Nato in a New Global Area", ha visto il Presidente americano Bush dire chiaramente che la "Nato is in transition from a static force to an expeditionary force".
Tra l’altro gli Stati Uniti stanno mettendo in pratica la "Lawrence’s legacy" utilizzando le strutture Nato, progettando corsi di addestramento militare, che dovrebbero tenersi al "Nato Training College" di Roma, ad ufficiali provenienti dai paesi Nord Africani, del Medio Oriente e dal Golfo, ed il discorso della "Global Partnership".
Partnership che da alcuni membri dell’Alleanza viene vista come un’altra "etichetta" per la "coalitions of the willing" dalla quale gli Stati Uniti potrebbero attingere e scegliere i propri partner, indipendentemente dalla loro appartenenza all’Alleanza, ed in base alla missione militare da svolgere.
In pratica, la somma degli interessi strategici ("gli interessi di sicurezza dell'Alleanza") della Nato trova la sua narrazione cartografica in una regione geografica più ampia rispetto a quella fornita dalla totalità dell’estensione territoriale dei suoi membri, dando quindi vita ad un "Regional Security Complex".
In questa ampia "regione" viene riconfermato il perimetro delle costruzioni geopolitiche sinora sovrapposte, quindi dalla Turchia alla Cina comprese le faglie, e benchéla lotta al terrorismo e la minaccia terroristica stiano cercando di rimpiazzare la lotta al comunismo sovietico nelle ansiose motivazioni strategiche post-Guerra Fredda dell’Alleanza, l’elemento "energia" ritrova ancora la propria posizione "cardine".
Mentre una potenziale aggressione sovietica poteva essere interessata all’acquisizione di nuovi territori, e di conseguenza il conflitto si sarebbe combattuto all’interno dei confini geografici della Nato, questo non può dirsi per le nuove minacce terroristiche, che cercano di distruggere o sconvolgere le capacità delle nostre società di funzionare. Quindi i nuovi conflitti avverranno anche fuori da tali territori e vedranno i paesi membri della Nato sempre più impegnati in operazioni definite di "societal protection".
Questa narrazione "cartografica" in cui "centro-periferia-faglie-risorse energetiche" divengono un tutt’uno, ci viene chiaramente resa dall’Ammiraglio Di Paola, Capo di Stato Maggiore della Difesa italiana, in un suo articolo pubblicato nella "Nato Review" (Autunno 2006).

 


"Un’attenta osservazione rivela che l’instabilità e le crisi presenti e future tendono a verificarsi nella fascia che include le zone di contatto tra due contrapposte entità geopolitiche: un nucleo globalizzato (caratterizzato dalla globalizzazione e dall'accesso alla tecnologia) e l’area del vuoto disconnesso (una periferia disconnessa composta da poveri e, qualche volta, fragili stati, i cui cittadini hanno sempre meno opportunità da cogliere). Questa fascia passa attraverso Europa ed Asia, lambendo, in alcuni punti, il Mare Mediterraneo ed il territorio della UE. Costeggia peraltro aree strategicamente importanti per la presenza di riserve di petrolio e, specie nell'area del Pacifico, di linee vitali di comunicazione per il commercio marittimo mondiale."
Finora abbiamo risposto a tre dei quattro quesiti basilari a cui qualunque analisi sulla sicurezza dovrebbe saper far fronte. Risposte tra l’altro contenute negli Artt. 20 e 24 del Nato Nsc.
 - Cosa deve essere protetto? Il "Fuoco", ed abbiamo risposto "gli interessi di sicurezza dell'Alleanza e il flusso di risorse vitali" (quindi la costante rappresentata dalle risorse energetiche).
 - Da chi/cosa deve essere protetto? Dall’"Acqua", ed abbiamo riposto "da possibili attacchi terroristici, e da possibili instabilità causate da conflitti etnici" (la minaccia-paura fluida).
 - Chi provvede alla sicurezza? La "Terra", ed abbiamo cercato di rispondere "la NATO".
Ci rimane l’ultimo quesito ed il quarto elemento: quali metodi/approcci devono essere utilizzati per provvedere alla sicurezza? L’"Aria".
Conclusioni - Una rivoluzione culturale per affrontare i nuovi conflitti?
Restando all’interno di un contesto geografico Mar Mediterraneo-Mar Nero-Mar Caspio, se l’attuale situazione nella regione dovesse peggiorare, potrebbe essere richiesto un intervento NATO del tipo peackeeping o peacebulding .
Questo vuol dire che anche i militari italiani potrebbero essere impiegati con funzioni di pace e compiti di polizia tra la popolazione colpita e divisa da conflitti locali.
Come afferma il Generale Fabio Mini "nelle Repubbliche centroasiatiche e nel Caucaso esistono sacche di orientalità pura. Queste comunità appartengono all’Oriente della guerra".
Dove per orientalità, il Generale Mini, non intende un concetto geografico ma una "suddivisione culturale, per ciò che la cultura apporta al concetto di guerra. I parametri che consentono questa classificazione sono le diverse concezioni del Tempo, dello Spazio, della Vita e della Morte. Siccome Tempo, Spazio, Vita e Morte sono anche le dimensioni fondamentali della guerra, allora la differenza tra le due parti è anche nella concezione della guerra".
Perciò le prossime guerre che verranno affrontate "saranno guerre fra diverse ‘culture della guerra’ e perciò asimmetriche, (quindi, noi aggiungiamo, diverse narrazioni della guerra non distanti dal concetto del "randello" della guerra popolare). Non è importante sapere chi saranno gli attori di queste guerre, ma è fondamentale il fatto che si combatteranno ad armi impari e con scopi diversi".
Usando una metafora: guerre in cui le "pedine-nemico/acqua" ed il loro rapporto con il Tempo, lo Spazio, la Vita, e la Morte non seguiranno le regole degli scacchi bensì, più probabilmente, quelle più vicine a quelle del "Go", dove ogni pedina può distruggere le altre nemiche interamente e sincronicamente e dove la battaglia non è rinchiusa dentro delle linee, quindi gioco di pura strategia.
Nel calcolo combinatorio: una combinazione di quattro elementi in classe quattro (come i quattro elementi Terra, Fuoco, Aria ed Acqua si affronteranno nelle quattro dimensioni del Tempo, Spazio, Vita e Morte).
Di qui la necessità di disporre di specialisti su questa ampia area geografica (che può trasformarsi in un "pantano"), dove il più delle volte:
 - il guerriero è barbaro (nel senso originario del termine greco, "barbaros"quindi "straniero"che non parla/appartiene alla nostra lingua/cultura/capacità di immaginazione, quindi "autore-attore" di una guerra, e di una narrazione della guerra con una propria semiotica e rinchiusa in un cerchio ermeneutico, a noi difficilmente comprensibile);
 - la guerra è motivata da aspirazioni di "gloria" e quindi come risposta ad umiliazioni subite;
 - i principali obiettivi militari del conflitto divengono la popolazione civile e le identità etniche;
 - e Dio è visto e vissuto come l’unico garante della propria identità.
Data la complessità di questi nuovi conflitti, già l’obsoleta figura del "soldato Ryan" (con la sua forma mentis del periodo della Guerra Fredda) sta per essere sostituita, non solo dalle informazioni e dalle reti, ma da nuove figure di consulenti.
Consulenti specializzati che possono essere scienziati, analisti, esperti di cultural ed economic intelligence, hacker e specialisti in combattimenti urbani.
Consulenti, quindi, capaci di prevenire le mosse del nemico e di identificare gli attori del conflitto, in quanto queste guerre potranno essere condotte, indifferentemente, anche da "non stati", vale a dire gruppi economici, sociali od organizzazioni non politiche nel senso classico.
Quindi, come individua Appadurai, "cellular organizations" vs "vertebrate organizations".
Dove per "vertebrate organizations" non si vuole solo vedere lo stato ma il suo intero apparato strutturale e burocratico che è rimasto indietro rispetto ai processi di trasformazione apportati dai processi di globalizzazione: lento e propenso ad una interpretazione "vertebrata" e gerarchizzata sulle possibili minacce portate avanti da strutture "cellular".
Ed è per affrontare queste minacce "cellular", fluide, liquide, e multiformi, che la risposta operativa militare si deve adattare al nuovo contesto "culturale" prendendo anche lei stessa le sembianze del nemico.
Quindi una risposta non lenta, gerarchizzata ma una operatività mimetizzata che assuma più le forme del "rizoma" studiate da Deleuze e Guattari ed applicate in maniera sperimentale alla "Rhizome Warfare" da parte di Jeff Vail: unità formate da "corpi" individuali ed indipendenti.
Unità autosufficienti nel cui piccolo interno siano presenti, e complementari tra loro, le diverse "specializzazioni", capaci quindi di operare allo stesso tempo collettivamente ed individualmente, seguendo un modello operazionale "reverse swarming": non affrontare il nemico direttamente ma disperdersi nella popolazione locale (e noi aggiungiamo: nella narrazione locale).
Ed è per questa tattica di dispersione/mimetizzazione in un contesto estraneo ed ostile che "divenire-nemico" cioè prendere le sembianze "locali" diventa prioritario.
Per questo passaggio da una operatività "vertebrate" ad una "cellular", o meglio "rizoma", quindi più fluida ed intuitiva, bisogna partire dall’"intelligence", nel senso che ne da l’Oxford Dictionary of English: "the intellect, the understanding".
Ed è in questo "understanding", in questa impalpabile forza mentale libera di volare nello spazio, che l"intelligence" diventa il nostro quarto elemento: l’"Aria", l’astuzia di Ulisse.
Viene quindi in mente il "Marte e Minerva" raffigurati nel distintivo del copricapo del 21° Regimento delle Sas anglosassoni i cui primi componenti erano pittori, scrittori, attori, musicisti, accademici, quindi una chiara indicazione della duplice natura dei loro interessi: la guerra e la creatività.
La "Human intelligence" (Humint), quindi, non solo come sostiene il Generale britannico Bob Fulton: "gioca un ruolo vitale nel determinare le identità e gli intenti degli avversari e nel comprendere il nemico piuttosto che semplicemente contrastarlo", ma si rende anche necessario di "rimettere la ‘I’ dell’intelligence tra le virgolette", come afferma Robert Steele definendo i tre principali elementi delle "Information Operations": il messaggio, la realtà, la tecnologia.
Queste nuove guerre saranno caratterizzate da quattro protagonisti: gli informatici ed i consulenti strategici, i fanti, i civili ed i terroristi, e per affrontare efficacemente queste nuove operazioni definite come missioni a "tre componenti" (con funzioni di polizia, umanitarie e propriamente militari – "war-fighting role") i "fanti" necessiteranno di ulteriori competenze e conoscenze specifiche.
Per questo l’attività di Humint dovrà per forza essere sostenuta da una forte attività di "cultural intelligence" (Cultint).
Dato che si opererà all’interno di società "barbare" e/o segmentate da stabilizzare, lo studio della lingua locale, della storia, del terreno, dei costumi e della cultura delle aree coinvolte nei conflitti sarà fondamentale per sapersi orientare e non subire tristi conseguenze.
Non per niente l’"Orientamento" (quindi la maniera con cui si interagisce con l’ambiente-narrazione circostante) rappresenta il fulcro di quello che viene definito dal Colonnello americano John Boyd l’ "Ooda Loop: Observe-Orient-Decide-Act" per affrontare i combattimenti nelle "4th Generation Warfares".
Una Culting capace quindi di individuare e tradurre gli elementi antropologici, le motivazioni, i comportamenti, i linguaggi, i segni, i miti, le emozioni ed il furore, che riescono in un dato momento a trasformare una "massa" pacifica e "non-combatat" in una contagiosa "macchina da guerra": il