Arretrati 

Anno 8° N.13

<TURCHIA OGGI> - A PARTE LA DOCUMENTAZIONE DELL'AMBASCIATA DI ITALIA AD ANKARA E DELL'ICE DI ISTANBUL - SI  AVVALE PER LE NOTIZIE E GLI ARTICOLI RIPORTATI SUL SUO WEB, E NATURALMENTE RELATIVE ALLA TURCHIA, DELLE NEWS GIA' APPARSE  IN ALTRI SITI O GIA' PUBBLICATE SU QUOTIDIANI E RIVISTE. NON FA ALTRO CHE ASSEMBLARLE, NELLA CONVINZIONE CHE SIANO DI MAGGIORE UTILITA' PER QUANTI HANNO UN QUALCHE INTERESSE PER QUESTO PAESE. <TURCHIA OGGI>, AD OGNI MODO, E' SEMPRE A VOSTRA DISPOSIZIONE.

 

PRIMO PIANO

 

 

GUL CI RIPROVA

IL DOPO-VOTO ELETTORALE   SE E' VERO QUANTO PROMETTONO I NAZIONALISTI DI DEVLET BAHCELI, UN LORO APPOGGIO IN PARLAMENTO DAREBBE ALL'EX MINISTRO
DEGLI ESTERI IL QUORUM PERCHE' VENGA ELETTO NUOVO
CAPO DELLO STATO TURCO

I nazionalisti turchi, annunciando che non faranno mancare il quorum in Parlamento, quando esso dovrà eleggere il nuovo Capo dello stato, hanno rilanciato la candidatura del ministro degli Esteri Abdullah Gul a presidente della Repubblica. Lo affermano tutti i giornali turchi, aggiungendo che l'inattesa mossa dei nazionalisti di Devlet Bahceli potrebbe spingere il partito conservatore di radici islamiche Akp del premier Tayyip Erdogan a "rilanciare la loro sfida ai militari" sulla presidenza della Repubblica. Nelle sue precedenti dichiarazioni subito dopo la schiacciante vittoria elettorale del 20 luglio scorso lo stesso Akp era apparso disposto a "concertare" con gli altri partiti un nome di garanzia istituzionale. In aprile scorso la candidatura di Gul fallì proprio per la mancanza del numero legale di due terzi (367 deputati su 550) in seguito al boicottaggio di tutti gli altri partiti. Il partito Akp avrà nel nuovo Parlamento 341 deputati, 26 in meno dei due terzi. Ma se, grazie ai 71 nazionalisti dell'Mhp (ed ai 23 nazionalisti curdi del Dtp) non mancherà il quorum nelle due prime votazioni, l'Akp potrà agevolmente eleggere il suo candidato, Gul, alla terza votazione (quando è richiesta solo la maggioranza assoluta di 276). In questa ipotesi i militari, che il 27 aprile scorso con un "e-memorandum" su Internet chiarirono che il presidente turco dovrebbe essere "un laico nei fatti e non solo a parole", secondo tutti i commentatori "non potranno che stare a guardare", dato che essi "non hanno mai agito contro la volontà popolare". "Come tutti noi, essi saranno a disagio con una first lady col capo coperto dal foulard islamico (come la moglie di Gul, Ayrunisa, ndr) per l'immagine all'estero del Paese. Ma essi si limiteranno ad osservare se sia stato intrapreso qualche passo che metta a repentaglio la laicità dello stato. Quando sarà necessario faranno sapere la loro posizione. Su questo non c'é dubbio", ha scritto il noto l'editorialista Mehmet Ali Birand. Il profilo dei deputati del partito conservatore di radici islamiche Akp è profondamente cambiato in senso laico dopo le ultime elezioni , rispetto a quello del Parlamento precedente. Lo osserva il giornale turco <Vatan>. Il quotidiano osserva infatti che dei 341 deputati acquisiti dal partito del premier Tayyip Erdogan, solo 90 hanno un passato islamista, in particolare nel movimento Milli gorus (Opinione nazionale) fondato negli anni '70 dal padre dell'islam politico radicale, Necmettin Erbakan. Tra i deputati dell'Akp vi sono circa 100 definiti "liberali", perché di professione professori universitari, rappresentanti del mondo degli affari o ex diplomatici e alti burocrati. Settanta degli eletti nelle liste dell'Akp provengono poi da partiti laici di centro destra, come l'ex Dyp (ora Partito democratico) ed Anavatan; 13 provengono dai partiti laici di sinistra e sei sono ex nazionalisti. Delle 30 donne elette deputato nelle file dell'Akp, nessuna di esse usa portare sul capo il foulard islamico (turban), proibito in Turchia negli edifici pubblici e nelle Università. Questa nuova composizione dei parlamentari dell'Akp contribuisce a smentire, in parte, le interpretazioni secondo cui alle elezioni, la schiacciante vittoria del partito Akp avrebbe rappresentato una vittoria dell'islam (moderato,ndr) sui laici, che vi si sarebbero rivelati come "una minoranza". (Denaro.it)

 

 

 

 

 

 

.....MENTREBAYKAL NON LASCIA

ROTTO IL SILENZIO-STAMPA  IL CAPO DEL
CHP INTENDE RIMANERE AL SUO POSTO NONOSTANTE
L'INSUCCESSO DEL SUO PARTITO. LE CRITICHE DEI
SOCIALISTI EUROPEI

Deniz Baykal ha scelto: non si dimetterà, nonostante la schiacciante vittoria del suo "nemico" Recep Tayyip Erdogan e l’insuccesso del suo Partito Repubblicano del popolo (Chp) nel voto di domenica 20 luglio (20.82 per cento). Baykal intende rimanere al suo posto e lo ha annunciato dopo giorni di silenzio stampa nel corso dei quali ha deciso che per capire le vere ragioni della sconfitta avvierà un’indagine interna al partito, in ogni singola sezione cittadina. Ma la determinazione del leader dell’opposizione turca non è piaciuta ai Socialisti europei che hanno criticato aspramente la scelta di rimanere al comando, secondo quanto ha dichiarato Hannes Swoboda, al quotidiano <Today’s Zaman>. Il Pse aveva più volte criticato Baykal accusandolo di essere troppo nazionalista, troppo allineato alla strategia dell'esercito e poco attento alle reali esigenze dei turchi. Swoboda ha sottolineato che il Chp ha bisogno urgente di un processo di riforma "che non sarà possibile con Baykal al potere. Deploro la sua decisione di non dimettersi e di non aver dato così la possibilità di emergere a una nuova generazione di leader". Il Pse terrà sotto osservazione il Chp e invierà una delegazione in Turchia per controllare che il principale partito d’opposizione sia davvero ancora tale e segua principi democratici. La delegazione discuterà sia con i deputati Chp, sia i parlamentari della frangia a sinistra dell'Akp ed ex membri del partito di Baykal. Per Swoboda i doppi colloqui "sono un disastro per il Chp", perché significa che né la sinistra né la destra sono interessate a modernizzare la Turchia e le elezioni sono state implicitamente una lotta tra democratici e non-democratici. (Denaro.it)

 

 

 

 

 

 

IL CONTROPOTERE

YASAR BUYUKANIT   Il COMANDANTE SUPREMO DELLE FORZE ARMATE TURCHE  HA FATTO SAPERE CHE IL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DOVRA' ESSERE UN LAICO

 

Era stato zitto fino a questo momento, nella sorpresa generale; ma alla fine il Capo di Stato Maggiore dell'esercito Yasar Buyukanit è tornato sulla questione del Presidente della Repubblica e ha fatto capire che le posizioni delle Forze Armate non sono cambiate, nonostante la massiccia vittoria del partito islamico-moderato del primo ministro Recep Tayyip Erdogan.
Ai giornalisti che gli chiedevano quale fosse la posizione dell'esercito sulla conferenza dello scorso 12 aprile e sul comunicato del 27, il generale ha risposto: "Sosteniamo quanto detto in entrambe le circostanze. Un presidente della Repubblica deve essere laico nei fatti e non a parole".
Il riferimento ad Abdullah Gul, candidato ad aprile dal partito islamico-moderato per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) alla Presidenza della Repubblica, è fin troppo chiaro.
La sera della sua prima bocciatura in Parlamento, lo scorso 27 aprile, l'esercito pubblicò un comunicato stampa nel quale si metteva implicitamente in guardia il governo Erdogan e dove l'establishment militare si proclamava difensore dei principi laici della Repubblica turca.
Il 12 aprile, l'ufficiale aveva tenuto una conferenza stampa, annunciata con due giorni di anticipo, in cui aveva parlato della situazione nord irachena, ma anche del nuovo presidente della Repubblica doveva essere "laico, fedele ai principi della Costituzione e della Repubblica".
La settimana scorsa Abdullah Gul, forte dell'appoggio manifestato dal Partito nazionalista di Devlet Bahceli, aveva tenuto una conferenza stampa nella quale aveva fatto capire che non aveva intenzione di ritirarsi dalla corsa alla più alta carica dello Stato.
Due giorni dopo, Zafer Uskul, neo eletto deputato dell'Akp, parlando con i giornalisti aveva dichiarato: "La nostra deve essere una Costituzione civile e senza colori. Ogni traccia dell'ideologia kemalista va cancellata, inclusi i principi nazionalisti e le riforme. Tenerli non è da Paese democratico".
Tutte cose che Buyukanit ha gradito poco. (Apcom/Nuova Agenzia Radicale)

 



L'UOMOFORTE
A
guardarlo, una ventina di giorni fa, sul caicco che bordeggiava intorno a Bodrum, col cappello da baseball, la t-shirt bianca e i pantaloni corti, al ginocchio "ça va sans dire", un filo di pancia appena appena, non sembrava l’uomo forte della Turchia, il vero contropotere del Governo islamista del premier Recep Tayyip Erdogan. Se girassimo però le lancette dell’orologio all’indietro, fino al 15 febbraio, vedremmo Mehmet Yasar Buyukanit a Washington, il petto ingombro di mostrine, le spalline a quattro stelle da Capo di stato Maggiore delle Forze Armate turche, parlottare in buon inglese con il vicepresidente americano Dick Cheney e il consigliere alla Sicurezza Nazionale Stephen Hadley.
Nessun generale turco aveva mai avuto un’accoglienza simile: facevano notare stizziti i giornali turchi filo-islamici che l’accoglienza in America era stata dello stesso livello di quella del ministro degli Esteri Abdullah Gul. Si disse a suo tempo che Buyukanit fosse il proconsole americano in Turchia per la costruzione del Grande Medio Oriente "democratico" di Bush. Oggi, con l’esercito turco pronto a entrare in Iraq per colpire la guerriglia curda e le accuse a Washington di fornire le armi al Pkk, quella definizione non funziona più. Nato il 1 settembre 1940 a Istanbul, Buyukanit viene al mondo con un nome che è una storia e un auspicio. Yasar vuol dire "che viva": era l’augurio dei genitori per quel figlio che vedeva la luce in un periodo di terribile mortalità infantile.
Guardando ora il generalone, si direbbe che abbia funzionato. Il giovane che vivrà ha l’esercito nel sangue, a 21 anni è già uscito dall’accademia militare come ufficiale di fanteria. Grande sportivo, attraversa il Bosforo più volte a nuoto. Un giorno, vestito in borghese, incontra una ragazza sul vaporetto di Istanbul. Gli occhi s’incontrano per un lungo attimo, come nei feuilleton: è il colpo di fulmine, Filiz diventerà sua moglie. Lei ama ricordare come non volle convincersi che lui fosse un militare: "Fammi vedere il tesserino", gli disse. Ancora adesso, per sdrammatizzare quando hanno una discussione, lei gli chiede la tessera. Diventa generale negli anni Ottanta dopo aver frequentato il Nato Defense College. Nel 1988 abita a Napoli: è capo dell’intelligence del fianco Sud della Nato. Arriva al massimo della carriera militare il 30 agosto dell’anno scorso, festa della Vittoria, quando diventa capo di stato maggiore. È il suo ingresso in politica perché prende il posto del generale Ozkok, ritenuto troppo morbido con gli islamici, se non amico di Erdogan. Con la sua nomina cala il gelo tra governo e militari. Sui siti internet islamici o su quelli vicini ai lupi grigi comincia una campagna denigratoria.
Attenti, si dice, Buyukanit non è un vero turco. I suoi antenati sarebbero stati ebrei della setta di Zabbatai Zevi, che teorizzava la falsa conversione all’Islam. Ironicamente, è la stessa accusa che il romanziere Ergun Poyraz, nazionalista kemalista, fa a Erdogan e sua moglie nel romanzo, molto venduto a Istanbul: "I figli di Mosé: Tayyip e Emine". Buyukanit è poi accusato di aver definito «buon soldato» un militare coinvolto nell’attentato contro l’unica libreria di Semdinli, nell’Est del paese. Un’indagine del ministero della Giustizia non troverà su di lui "elementi per procedere".
Buyukanit è definito un autoritario dall’animo gentile: adora la musica classica e i cani. Ai funerali dei suoi soldati uccisi dal Pkk più volte si è visto una lacrima scivolargli sul viso. Oltre all’esercito, ha una sola enorme passione: il calcio. Quando va per mare a Bodrum, sul suo caicco insieme alla bandiera turca c’è sempre quella del Fenerbahce, la sua amata squadra della parte asiatica di Istanbul. Cerca di non perdersi una partita, fumandosi sugli spalti una sigaretta dopo l’altra: l’unica sua esplicita debolezza a cui non intende affatto rinunciare. Il vincitore di ultime elezioni, Erdogan, dovrà vedersela con questo generale di ferro che ama Clausewitz e Beethoven. (Claudio Gallo/La Stampa.it)

 

 

 

 

 

 

 

STABILITA'POLITICA

 

 

 

L'INTERVISTA  L'ambasciatore della Repubblica di San Marino presso la Turchia, Giorgio Girelli, risponde ad un cronista dell'<Informazione> sul futuro del Paese
della Mezzaluna dopo le recenti elezioni

- Come ha seguito le elezioni turche del 22 luglio ?
Attraverso contatti con osservatori e consultando la stampa internazionale, nonché con referenti in loco. Ma sempre con la discrezione e la correttezza dovute nei confronti di uno Stato presso il quale si è accreditati.

 
- Che importanza hanno avuto queste elezioni in ordine ai rapporti con la Unione Europea-
Chiuse le urne, è emersa una maggioranza la quale assicura stabilità politica. Ciò consentirà un colloquio più spedito con l’Europa che, secondo gli analisti, resta per i turchi un progetto prioritario. Del resto, nel corso dell’incontro svoltosi nei primi di giugno ad Ankara tra i rappresentanti della Turchia, della troika della Unione Europea (ministri degli Esteri tedesco, portoghese e sloveno) insieme al Commissario all’Allargamento Olli Rehn, è stato affermato l’intendimento turco di aprire tre nuovi capitoli di negoziato (politica economica e monetaria, statistica, controllo finanziario: questi ultimi due ora già in trattazione) che porterebbero a sei i capitoli complessivi finora posti sul tavolo per l’adesione. Di sua iniziativa, nel mese di maggio, il governo turco ha adottato un piano di azione settennale che prevede 200 riforme legislative e circa 600 provvedimenti di altra natura.

 
- Quali sono gli scogli da superare per l’entrata in Europa della Turchia?
Nei documenti più recenti della Commissione Europea sulla pre-adesione della Turchia si fa riferimento, tra l’altro, a: libertà di espressione, libertà religiosa, pari opportunità tra uomo e donna, tutela delle minoranze, economia di mercato, rapporti con Cipro, "questione curda", relazioni con l’Armenia.

 - I diritti civili sono garantiti in Turchia?
L’approccio al modello di civiltà "occidentale" è iniziato in Turchia nel 1923. I fondamenti del nostro sistema di diritti risalgono, con la "magna charta" e l’ "habeas corpus", ad ottocento anni addietro. Senza fare sconti a nessuno, l’evoluzione di un paese va scrutata inforcando gli occhiali giusti. E, ad esempio, se resta ancora aperta la questione del famoso articolo 301, è pur vero che al convegno internazionale sull’etica dell’informazione, promosso dalla Pontificia Università Gregoriana, Alì Bozer ha spiegato che, analizzando l’impianto legislativo turco, emerge che la disinformazione è lesione della persona sul piano etico, religioso e giuridico.

- La questione curda?
Non ho la veste per esprimere giudizi. Riscontro solo che la guerra in Iraq (al nord, ai confini con la Turchia, c’è una forte componente curda) ha indirettamente aggiunto elementi di complicazione in un quadro già assai difficile e rispetto al quale, come riferisce l’Herald Tribune, il ministro degli Esteri Gul ha affermato: "We know what to do and when to do it". Ma è auspicabile che i conflitti siano composti attraverso il dialogo.

 - Ed i rapporti con Cipro?
I temi sul tappeto sono noti. Anche qui non voglio effettuare invasioni di campo. Constato con piacere i segnali distensivi intervenuti di recente.

 - Quale ruolo può avere San Marino nell’ingresso in Europa della Turchia?
San Marino è Stato terzo rispetto al negoziato in corso e non ha un ruolo specifico, pur seguendo con attenzione e simpatia il processo in atto.

 - Ma la Turchia può veramente far parte dell’Europa e quale contributo la sua partecipazione potrebbe portare alla Unione Europea?
Guardi, le rispondo in modo spicciolo ma per me significativo. L’<Economist> suddivide i suoi servizi per aree geografiche: Britain, Middle est, The Americas, United States, ecc. Dov’è la Turchia? Sempre sotto "Europe". E lo stesso potrei dire della rassegna stampa predisposta dal Senato Italiano: i temi della Turchia figurano sempre sotto "Europa". Aggiungo che all’Onu la Turchia rientra nel gruppo dei paesi dell’Europa Occidentale, che è membro del Consiglio d’Europa, che rientra nell’Ocse. Non va inoltre dimenticata la misura in cui la Turchia è stata esposta nell’ambito della Nato in favore dell’occidente e dell’Europa. Nel contesto attuale poi la Turchia assolve nella sua area di riferimento un ruolo di grande peso continuando a respingere ogni tendenza fondamentalista. A tacere inoltre della funzione di ponte energetico che ha questo paese: sono in corso progetti per acquisire da Iran e Turkmenistan trenta miliardi di metri cubi di gas all’anno di cui buona parte destinati all’Europa. Ed attraverso la Turchia, via Bulgaria e Mar Nero, transiteranno anche ingenti quantità di gas russo. L’inflazione è scesa ad una cifra. L’incremento economico è notevole e costante. Allora, pur con i tanti problemi che non dobbiamo nasconderci, la linea di tendenza è nelle cose. Quanto al contributo che può recare la partecipazione della Turchia è valutazione che spetta alla Unione Europea.

 - Ma tutti i conflitti che nei secoli hanno opposto turchi ed europei?
Ed i conflitti tra Francia e Germania? Tra Inghilterra e Francia? Tra Svezia e Polonia? Od Olanda? Tra Spagna e Francia? E si potrebbe continuare per Paesi che ora sono il cuore pulsante dell’Europa.

 - Come vive questa nuova esperienza di Ambasciatore di San Marino in Turchia?
Servire la più antica Repubblica del mondo, coerente custode di principi e valori che hanno segnato il progresso dell’umanità, è un privilegio che mi onora e mi gratifica: consapevole della portata dell’Ufficio assegnatomi aspiro, nell’interesse della Repubblica, a metterne in atto tutte le potenzialità. (L'informazione di San Marino)

 

 

 

 

 

 

 

 

NE' DOMANINE' DOPODOMANI

JOSE' MANUEL BARROSO   Pur congratulandosi con
il premier turco per la vittoria riportata nelle recenti elezioni, il presidente della Commissione UE, Josè Manuel Barroso, ha
detto che la Turchia non è pronta per entrare in Europa

Il presidente della Commissione UE Josè Manuel Barroso si è congratulato con il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan per la vittoria riportata nelle elezioni sottolineando il suo impegno per un'avvicinamento nelle relazioni con l'Unione Europea. Questa vittoria "arriva in un momento importante per il popolo della Turchia in quanto paese che si sta muovendo verso riforme politiche ed economiche", ha affermato Barroso in una nota diffusa a Bruxelles. "Il Primo Ministro Erdogan ha dato il suo personale impegno per un avvicinamento sostenuto verso l'Unione Europea", ha aggiunto il presidente dell'esecutivo. Nonostante le congratulazioni Barroso, parlando a un quotidiano greco, ha detto che la Turchia non è ancora pronta per entrare nell'Unione europea, ma l'UE non deve sbattere la porta in faccia alla Turchia.
"Siamo onesti. La Turchia non è pronta a diventare oggi membro dell'UE e l'UE non è pronta ad accettare la Turchia come membro. Né domani né dopodomani", ha detto Barroso, secondo quanto riportato dal quotidiano Kathimerini. Il presidente dell'esecutivo europeo ha richiamato però gli Stati membri a rispettare gli impegni assunti con la Turchia. "Personalmente, credo sia una questione di credibilità per l’ UE. Tutto ciò che abbiamo adottato all'unanimità è una promessa che abbiamo fatto agli altri", ha affermato Barroso. "Vorrei chiedere alla Francia e a tutti gli Stati membri di non cambiare la decisione che abbiamo preso insieme e di continuare i negoziati".
I negoziati per l'ingresso della Turchia nell'Ue, cominciati nel 2005, proseguono con grandi difficoltà a causa delle controversie aperte tra la Turchia e alcuni Stati membri, in particolare la Grecia e Cipro. Al momento sono stati sospesi otto capitoli dei 35 oggetti di negoziati a causa del rifiuto delle autorità turche di aprire i propri porti a Cipro. Un nuovo ostacolo sulla strada europea della Turchia è rappresentato dalla contrarietà del presidente francese, Nicolas Sarkozy, all'ingresso della Turchia. Sarkozy propone in alternativa un'eventuale adesione turca a una "Unione mediterranea". L'ipotesi è stata seccamente respinta da Erdogan, e da Abdullah
Gul. (l'Unità.it)

 

 

 

 

 

 

RISORSE ENERGETICHE E TERRORISMO:

GEOPOLITICHE SOVRAPPOSTE E NUOVI SCENARI DI CONFLITTI PER UN'ANTICA GUERRA DEL FUOCO

di Giovanni Ercolani

La guerra al terrorismo ed i problemi legati alla sicurezza delle risorse energetiche, stanno disegnando il contorno di un "Regional Security Complex", più ampio degli stessi confini geografici dei paesi membri della Nato. Per affrontare efficacemente gli eventuali conflitti, che potrebbero esplodere in questa nuova ampia area, si rende necessaria una vera e propria rivoluzione culturale, che prenda in considerazione l’importanza strategico-operativa della "cultural intelligence" e dei "critical security studies".
Concludendo il suo recente libro "The World is Flat" Thomas Friedman mette a confronto due date che secondo lui rappresentano maggiormente due momenti importanti ed opposti del processo di globalizzazione che si sta attuando nel nostro pianeta: 9/11 e 11/9.
La prima data, quella del 9 novembre (9/11/1989) rappresenta il momento con il quale, dopo la caduta del muro di Berlino si cercò di immaginare un mondo diverso, quindi caratterizzato da una "creative imagination".
All’opposto troviamo la data dell’11 settembre (11/9/2001), che ha dimostrato il potere di una diversa forma di immaginazione, quella della "destructive imagination".
Però, se venisse tracciata una linea che unisse la prima data, quella dell’immaginazione creativa, a quella più recente del Nato Summit (Riga, 27-29 novembre 2006), l’occhio attento dell’analista di relazioni internazionali potrebbe individuare una continuità di costanti e variabili su questo tracciato storico-genealogico.
Se l’uomo di Fukuyama, malgrado le "previsioni astrologiche" di Huntington, ingenuamente poteva pensare che con la scomparsa della minaccia del comunismo sovietico, sarebbe stato possibile un nuovo ordine mondiale basato sul liberalismo politico-economico, sicuramente gli attentati di New York, Bali, Istanbul, Madrid e Londra ne hanno minato il candido narcisistico ottimismo a-storico.
Se in questo contesto, definito da Marc Ferro come caratterizzato da una bankruptcy of ideology, la prima guerra del Golfo ed il conflitto in Bosnia storiograficamente segnavano già il sorgere di un new world security disorder, la presunta fatwa di Bin Laden e l’emergere della minaccia del terrorismo post-moderno, andavano già imponendo da tempo nuovi giocatori e regole sullo scenario mondiale, riempiendo così il vuoto lasciato dal threat deficit.
Tali scenari, che verranno da noi analizzati singolarmente, sono stati circoscritti, cartografati, e strutturati in ordine, attraverso una loro funzione semiotica e vere narrazioni geopolitiche da diversi "autori-attori", quali i discorsi del "US National Intelligence Council", della "Long War", della società petrolifera <Chevron>, ed infine di Bin Laden.
Al fine di individuarne la genealogia nella continuità degli interessi, le discordanze, e le possibili tensioni, queste geopolitiche verranno sovrapposte con il fine pratico di tratteggiare i confini di un "Regional Security Complex" (definito da Barry Buzan come un complesso regionale costituito da un gruppo di stati legati tra loro da stessi problemi di sicurezza) al cui interno potrebbero nascere dei conflitti.
Come si dimostrerà, il perimetro di questo "Regional Security Complex" coinciderà con quelli che sono gli interessi strategici dell’Alleanza Atlantica (quindi una regione strategica dal perimetro più ampio rispetto a quella illustrata non solo dall’unione dei confini geografici dei suoi membri ma anche dall’applicazione dell’Art. 5 del Patto Atlantico), ed in caso di minacce alla sua stabilità l’intervento italiano sarà altamente probabile.
Nell’abbinare la necessità di una riforma strategico-operativa (legata al concetto sperimentale di "rizoma"), all’elemento della "human intelligence-cultural intelligence", si vogliono individuare i principali fattori evolutivi per affrontare efficacemente le nuove missioni militari e le crisi internazionali.
Concludendo questa ricerca, viene messo in luce un nuovo, più multidisciplinare e "nomade" approccio ai problemi della sicurezza.
Il mondo narrato dal National Intelligence Council
Le prime rappresentazioni geopolitiche ci vengono offerte da tre studi del Governo americano:
 - "Global Trends 2010" (novembre 1997);
 - "Global Trends 2015" (dicembre 2000);
 - "Mapping the Global Future" (dicembre 2004).
Il "Global Trends 2010", pubblicato nel novembre 1997 da parte del "National Intelligence Council" (Nic), quindi prima dei famosi attacchi dell’11 settembre 2001, metteva già in evidenza come gli scenari internazionali sarebbero cambiati nel breve periodo. In particolare si sottolineava come la struttura delle relazioni internazionali basata sulla stabile sistemazione del potere tra gli stati stesse cominciando a venir meno. Questo a causa di tre grandi cambiamenti che, secondo il Nic, sarebbero avvenuti di lì a dieci, quindici anni: molti conflitti saranno interni agli stati e non fra stati; molti stati non riusciranno a far fronte alle richieste basiche che legano i cittadini ai loro Governi (failing states); infine, i governi di quegli stati che si dichiarano relativamente immuni da povertà e instabilità politica si renderanno conto di star perdendo il controllo di parti significative dei loro programmi politici, questo dovuto alla globalizzazione, all’espansione economica e alla continua rivoluzione nell’informazione tecnologica, quindi fine della sovranità del politico.
Sempre secondo il NIC gli stati occidentali (e gli Stati Uniti in particolare) fronteggeranno sei "global trends" sui quali dovranno tarare la propria politica di sicurezza:
- la crescita demografica: "per il 2010 si arriverà ad una popolazione mondiale di 7 miliardi e questo aumento si registrerà maggiormente nei paesi in via di sviluppo";
 - la crescita del reddito procapite: "la maggior parte dei vincitori saranno in estremo oriente ed in occidente; i perdenti in Africa e nel Medio Oriente";
 - il problema delle risorse alimentari: "l’ingegneria genetica alimenterà una quarta rivoluzione agricola. Come nel passato però la scarsità sarà dovuta all’uomo";
 - le comunicazioni: "i dati digitali e la rivoluzione delle comunicazioni diminuiranno le distanze ed indeboliranno le barriere al flusso delle informazioni";
 - le risorse energetiche: "la crescita della popolazione e del reddito procapite faranno da motore ad una maggiore domanda di energia, specialmente nelle economie cinese ed indiana che sono in espansione. Per il 2010 il mondo avrà bisogno di una produzione petrolifera maggiore di quella prodotta ora dai Paesi dell’Opec";
 - la tecnologia militare ed i deterrenti: "i potenziali avversari, degli Usa e dell’Occidente, proveranno a fronteggiarne la superiorità militare usando dispositivi, tecnici e organizzativi, non convenzionali e asimmetrici, che vanno dal terrorismo al possibile uso delle armi di distruzione di massa".
La seconda visione geopolitica ci viene offerta dal "Global Trends 2015: A Dialogue About the Future With Nongovernment Experts", che pubblicato nel dicembre 2000 riconferma l’approccio dello studio precedente ampliando i "trends" già individuati nel 1997.
"Il mondo per il 2015 sarà popolato da 7.2 miliardi di persone (crescita demografica); il continuo sviluppo economico, insieme all’aumento della popolazione, porterà ad un aumento del 50% della richiesta di energia nei prossimi 15 anni. La domanda di petrolio aumenterà dai 75 milioni di barili giornalieri del 2000 a circa 100 milioni per il 2015 (risorse naturali ed energetiche); lo sviluppo dell’information technology e delle biotecnologie acquisterà sempre maggiore rilevanza a livello globale (scienza e tecnologia); il dinamismo economico più forte sarà tra i due mercati emergenti: Cina ed India (economia globale); lo stato continuerà a rimanere, durante il 2015, la singola e più importante unità organizzativa degli affari politici, economici, e di sicurezza, ma si confronterà con dei test fondamentali di governo effettivo (governance nazionale ed internazionale); nel 2015, i conflitti intrastatuali rappresenteranno le maggiori minacce alla stabilità intorno al mondo. Le guerre tra uno stato e l’altro, benché meno frequenti, aumenteranno di letalità, a causa della disponibilità di tecnologie militari più distruttive. La comunità internazionale dovrà inoltre gestire le conseguenze militari, politiche ed economiche di una area indo-cinese in crescente sviluppo e di una Russia in declino (scenari e conflitti futuri)."
All’interno del capitolo dedicato ai possibili "Scenari e conflitti futuri" viene messo in risalto la possibilità che gran parte del terrorismo sarà diretto contro gli Stati Uniti ed i suoi interessi d’oltremare. La maggior parte del terrorismo anti-Usa si baserà sulla possibile manipolazione di rimostranze etniche, religiose o culturali ed i gruppi terroristici saranno in grado di elaborare nuovi sistemi per attaccare i militari e le infrastrutture diplomatiche americane all’estero. Non solo tali attacchi si espanderanno tanto da includere compagnie e cittadini americani ma i terroristi presenti nel Medio Oriente e nel Sud Est asiatico saranno quelli che minacceranno maggiormente gli Stati Uniti.
Infine la più recente pubblicazione (dicembre 2004) del Nic "Mapping the Global Future" riaggiorna quelli che definisce i "key global trends". Per questo studio il Nic si è avvalso di esperti di tutto il mondo e sono stati creati degli "scenari" al fine di comprendere meglio l’interagire dei diversi "key trends".
Gli argomenti proposti nel 2004 (quindi dopo l’11 settembre 2001 e l’avvio della guerra al terrore) a ben vedere ricalcano le preoccupazioni americane presentate nei due precedenti studi (1997 e 2000), quindi: l’emergere di nuovi poteri-potenze mondiali, le nuove minacce alla governabilità, ed infine un più diffuso senso di insicurezza globale.
Anche l’aspetto geo-politico del mondo viene modificato da: "il progressivo sviluppo dei paesi emergenti: Cina, India, Brasile, Indonesia, Russia e Sud Africa; il progressivo declino dei paesi e dei continenti dominanti: Europa, Russia e Giappone; dalla crescente domanda di risorse energetiche; e dalla crisi incipiente del dominio americano".
Per quanto riguarda i trend emergenti dell’insicurezza globale abbiamo:
 - "l’affermarsi di un terrorismo globale e proteiforme", infatti "si prevede che per il 2020 al-Qaeda sarà rimpiazzato da gruppi estremisti islamici ugualmente ispirati ma maggiormente diffusi";
 - "l’intensificarsi dei conflitti interni"; le diverse "economie in ritardo, le divisioni etniche, le convinzioni religiose estremiste, e le esplosioni demografiche, creeranno il contesto ideale per l’aumento progressivo della conflittualità intra-statuale".
 - "l’intensificarsi dei conflitti inter-statuali" dovuto ai "progressi negli armamenti moderni creeranno quelle circostanze incoraggianti l’uso preventivo della forza militare, sopratutto da parte dei paesi emergenti";
 - "la diffusione delle armi di distruzione di massa"; tanto che "i paesi senza armi nucleari potranno decidere di procurarsele per il semplice fatto che i loro vicini e rivali regionali lo stanno già facendo".
Volendo riassumere, le "preoccupazioni" costanti del governo degli Stati Uniti sono: l’emergere di nuove potenze (l’Asia), la continua crescita demografica mondiale (e l’invecchiamento di certe aree), l’aumento delle richieste di risorse energetiche, ed infine le minacce alla sicurezza rappresentate da possibili nuovi conflitti e dal fenomeno del terrorismo. Preoccupazioni che tra l’altro, sono continuate a rimanere costanti nelle due edizioni del "US National Security Strategy" (2002 e 2006), quindi anche dopo l’inizio della "global war on terrorism".
L’evoluzione del discorso strategico americano: dalla "War on Terror" alla "Long War"
Alla 42^ Conferenza sulla Politica di Sicurezza tenutasi a Monaco di Baviera nel mese di febbraio 2006, il Segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld ha spiegato la posizione e la nuova politica di difesa del proprio Paese.
Il piano, definito "The Long War", che prevede operazioni militari complesse e di lunga durata, intraprese simultaneamente in diversi paesi del mondo, e che coinvolgeranno le forze armate americane ed i loro partner internazionali, rimpiazza il precedente della "War on Terror".
Questa revisione, anche linguistica della "guerra al terrore", è la testimonianza dell’evoluzione del pensiero strategico statunitense maturata durante il recente conflitto in Iraq.
La "Quadrennial Defence Review" (che sostituisce quella del 2001) prevede, a detta dei generali americani, combattimenti che negli anni a venire potrebbero svilupparsi simultaneamente in più paesi. Combattimenti che potrebbero assumere la forma di operazioni militari convenzionali, tipo l’invasione dell’Iraq (2003), sino a comprendere il rapido dispiegamento di forze contro-terroristiche, altamente mobili e spesso sotto copertura. Tra le altre misure il piano prevede un aumento del 15% del personale delle forze speciali e il reclutamento di ulteriori 3.700 unità da destinare alla "psycological operations and civil affairs units".
Il Pentagono non menziona nessuna area geografica, ma queste operazioni sicuramente avverranno in un’ampia area geografica che si estenderà dal Medio Oriente al Corno d’Africa, comprendendo il Nord Africa, l’Asia Centrale, il Sud-Est asiatico ed il Nord Caucaso.
Come la guerra fredda dominò il mondo dal 1946 al 1991, così la "long war" riconfigurerà e narrerà, secondo le intenzioni americane, il mondo nei decenni a venire.
Questa nuova dottrina strategica prevede:
 - un approccio non-convenzionale, dove grande risalto viene dato alla mobilità delle truppe ed alla struttura di intelligence; alle capacità linguistiche e culturali unite alla conoscenza di diverse aree geografiche di interesse strategico. In particolare l’aumento di personale con solide conoscenze della lingua araba, del cinese e del neo persiano-farsi, rappresenta una priorità;
 - la costruzione di partnership al fine di persuadere eventuali "competitori militari" che potrebbero competere a livello regionale o portare avanti politiche ostili agli Usa ; inoltre avvalersi di forze locali;
 - una ridefinizione delle priorità caratterizzate in primo luogo da: l’esigenza di sconfiggere i network terroristici; provvedere alla sicurezza del territorio nazionale; la capacità di influenzare le scelte politiche di quei paesi che si trovano negli "strategic crossroads"; il prevenire il possesso e l’uso da parte di stati ostili e "non-state actors" di armi di distruzione di massa (Wmd);
 - il recupero del retaggio di Lawrence d’Arabia ("Lawrence’s legacy"): gli autori anticipano che le forze armate americane verranno impiegate per combattere "irregular warfare" in diverse parti del mondo ed in questo dovranno, non solo avere una approccio indiretto, quindi utilizzare forze del luogo, ma dovranno "squilibrare l’avversario sia fisicamente che psicologicamente, piuttosto che attaccarlo dove esso è più forte e dove prevede di essere attaccato".
 - A conferma degli obiettivi di "intelligence" contenuti nella suindicata dottrina strategica, a pochi giorni dalla sua pubblicazione, lo "U.S. Department of State" cominciava a far circolare in internet, come parte della "National Security Language Initiative" un’offerta di borse di studio per studenti di "critical languages": arabo, bengalese, hindi, punjabi, turco e urdu.
Le società petrolifere: narrazioni pubblicitarie e percezioni geopolitiche
Fino a qui abbiamo visto come la maggiore potenza del mondo, malgrado sia impegnata in diversi conflitti per sconfiggere il fenomeno del terrorismo, stia narrando e ridisegnando uno spazio geografico basandosi sul concetto della "sicurezza nazionale" e degli "interessi nazionali", creando allo stesso tempo manichee percezioni di "centro/periferia", "bene/male", "mondo di Dio/mondo del Diavolo", e "luce/tenebre".
Ma questa "geopolitical imagi-nation", usando un approccio vicino alla "Critical Geopolitics", viene alimentata anche da altri attori.

Quello che interessa al fine di questo studio, è dimostrare come lo "stato-nazione-autore-attore" in questo processo di percezione-interpretazione (di minacce vere/possibili, guerra al terrorismo, necessità energetiche, e crescita demografica) -discorso-partogenesi, venga anche aiutato da altri "non-state author-actors"
Lo stesso Friedman, riportato all’inizio di questa ricerca, vuole rendere piatto il mondo attraverso il suo discorso-narrazione e creare due percezioni antitetiche ed opposte su come leggere la recente "Storia" (un’ immaginazione creativa opposta ad un’immaginazione distruttiva), quindi estrapolandola dalla propria genealogia.
Ma noi sappiamo perfettamente che "il mondo non è piatto", ed allora anche la parola non è piatta, non è priva di significato, e quindi questo "mondo" è strettamente legato alla parola che cerca di descrivercelo: attraverso un processo definito "Machiavellian mind" la parola-linguaggio non solo può anticipare le azioni dei suoi destinatari ma anche manipolarle.
Quindi dobbiamo attingere anche da altre narrazioni le quali, strumentalizzando la "parola" producono un mondo la cui "immagine-immaginazione" a sua volta da imitare, può essere "creativa" o "distruttiva".
La "popular geopolitics" prende in considerazione non solo i messaggi dei mass media, i films, il "Cnn factor", i cartoons, e la musica, ma dà anche grande risalto agli stessi slogan pubblicitari che contengono messaggi-discorsi-narrazioni-miti geopolitici.
Ci permettiamo una digressione: per quanto Elena sia stata bellissima è normale domandarsi, noi comuni mortali, se dietro la guerra di Troia ci fossero state anche altre motivazioni.
Quindi se si dovesse dar credito al fatto che questa guerra al terrorismo sia stata motivata anche dalla corsa alle risorse energetiche, tra l’altro una delle continue costanti presente nei discorsi fino qui analizzati (quindi per il "fuoco"), allora anche la stessa pubblicità di una compagnia petrolifera, come quella dell’americana <Chevron>, dovrebbe essere presa in considerazione.
Qui l’"autore" attraverso il suo discorso-pubblicità, partecipa alla creazione di un mito-immaginario geopolitico (e ad uno stato di ansia-paura) volto ad influenzare il pubblico americano e non solo; un contesto narrativo in cui il lettore viene trasformato da elemento ricettivo passivo a funzione attiva: il depositario dei codici che permettono l’intelligibilità con il testo.
Nel mese di luglio 2005 la <Chevron> faceva pubblicare sul <Wall Street Journal>, <The Economist<, ed il <Financial Times>, una pubblicità nella quale ammetteva il "Peak Oil": "abbiamo impiegato 125 anni per consumare il primo trilione di barili di petrolio. Consumeremo il rimanente trilione nei prossimi 30 anni".
Dopo pochi mesi, ed in successione, sono andati comparendo i seguenti messaggi-narrazioni non solo sulla carta stampata ma negli aeroporti delle maggiori città mondiali:
 - "Il mondo consuma due barili di petrolio per ogni barile scoperto";
 - "Russia, Iran, e Qatar hanno il 58% delle riserve di gas naturale. Gli Stati Uniti ne hanno solo il 3%";
 - "Più della metà delle riserve petrolifere mondiali giace in cinque paesi";
 - "Ci sono 193 Paesi nel mondo e nessuno di loro è "energy independent". Allora chi è colui che minaccia gli altri per un barile di petrolio?".
Se dovessimo sovrapporre questi messaggi pubblicitari agli studi del Nic, alle tesi della "2006 Quadrennial Defense Review", ed alle borse di studio del "U.S. Department of State" ne verrebbe fuori un’ampia regione, che si estende dalle coste egee della Turchia fino a toccare il confine con la Cina.
Una regione del "fuoco" dove si parla il turco, l’arabo, il persiano, l’urdu, il punjabi, il bengali, ed il cinese e che ha come denominatore comune le risorse energetiche e la loro distribuzione.
La jihad narrata da Bin Laden: geopolitica del petrolio e terrorismo
Friedman, sempre nella sua opera, definisce Al-Qaida come una sorta di movimento islamo-leninista e lo stesso Presidente statunitense Bush recentemente ha affermato che "this nation is at war with Islamic fascists".
Il loro approccio alle masse è lo stesso che si può ritrovare nelle ideologie autoritarie e totalitarie del XIX e XX secolo: Marxismo Leninismo, Fascismo e Nazionalsocialismo, e condivide con esse la visione utopica della costruzione dell’"uomo nuovo" che si declina nella prospettiva fondamentalista nella figura del "born again": l’islamico rinato.
Al principio dello scorso secolo il messaggio era diretto alle grande masse europee, ora il discorso di Bin Laden è rivolto ai giovani arabi e musulmani come una risposta ideologica alla loro perdita di identità ed al loro senso di umiliazione.
Benchè Al-Qaida, quale organizzazione terroristica, riunisca al suo interno quelle spinte ascetiche e motivazionali tipiche del terrorismo religioso per cui rivendica diversi attentati giustificandoli, narrandoli e mitizzandoli come un atto di jihad contro i paesi occidentali, tuttavia molti degli attentati hanno avuto e stanno avendo connotazioni fortemente economiche.
Si può affermare quindi che la "guerra santa" iniziata da Al-Qaida sia anche una guerra economica.
L’ autore-attore Bin Laden, malgrado una recente ricerca lo veda, insieme ad al-Zawahiri, quasi assente nella letteratura di jihad, in quanto entrambi non sono considerati nè delle autorità in legge islamica, né una forza ideologica che sostiene il movimento della jihad salafita, sovrappone nel suo discorso geo-politico le seguenti narrazioni cartografiche, reali ed immaginarie:
 - il Dar al Islam;
 - l’idea di un califfato che si estenda dal Marocco all’Indonesia;
 - le reti di un ipotetico cybercaliphate;
 - le risorse energetiche;
 - tutti quei territori ove il senso di umiliazione/frustrazione da parte delle popolazioni musulmane è sentito. Una geografia di territori che comprende anche i "ghetti" presenti nel mondo occidentale.
Il suo discorso è chiaro: "in termini abbastanza chiari è una guerra economico-religiosa. Le grandi potenze credono che il Golfo e gli stati del Golfo Persico, data la presenza delle più grandi riserve di risorse energetiche, siano le chiavi per controllare il mondo. Imploro i giovani mussulmani a rinforzare ovunque i mujahidin, particolarmente in Palestina, Iraq, Kashmir, Cecenia, ed in Afghanistan."
In una videotape inviata il 1 novembre 2004 ad Al-Jazeera, Bin Laden indirizzandosi al popolo americano poco prima delle loro elezioni, narra e spiega le motivazioni (i quattro pilastri) della sua jihad:
 - La vendetta: perché nel 1982 "L’America permise ad Israele di invadere il Libano e la Sesta Flotta statunitense li aiutò in questo."
 - L’obiettivo è "continuare la politica di dissanguamento dell’America fino alla sua bancarotta."
 - I bersagli sono "il popolo americano e la loro economia, le varie società - sia che lavorino nel campo delle armi, del petrolio, o della ricostruzione – e le mega società legate all’amministrazione Bush, tipo la Halliburton ed altre dello stesso genere."
 - Le strategie sono concentrate nel cercare di logorare le risorse statunitensi attraverso la guerra asimmetrica, ad esempio "inviando semplicemente due mujahidin al capo orientale più estremo facendoli sventolare uno straccio con su scritto Al-Qaida, in modo da far correre là i generali e causare all’America perdite umane, economiche e politiche. "
Al fine di imporre agli Usa un destino simile a quello sofferto dall’Unione Sovietica, obiettivo dei terroristi è quello di indebolire le "risorse" americane in modo che non possa più permettersi di mantenere la propria egemonia economico-militare.
La guerra economica di Al-Qaida contro gli interessi americani comprede tre metodologie:
 - La prima è la distruzione di "obiettivi qualititativamente costosi utilizzando mezzi qualitativamente a buon mercato: ogni dollaro di Al-Qaida ha sconfitto milioni di dollari, oltre alla perdita di un numero enorme di posti di lavoro".
 - La seconda prevede di spingere l’amministrazione americana a destinare più fondi alla difesa obbligandola così a diminuire gli investimenti interni. "Recentemente i mujahidin hanno obbligato Bush a ricorrere ai fondi di emergenza al fine di continuare a combattere in Afghanistan ed in Iraq."
 - Il terzo ed ultimo punto di questa strategia è rappresentato dal petrolio. In una dichiarazione del 12 ottobre 2002 Bin Laden si congratula con i mujahidin per i loro attacchi contro i marines in Kuwait e contro la petroliera americana Limburg: "mi congratulo con i figli mujahidin per le loro eroiche e coraggiose operazioni di jihad contro le petroliere dei crociati in Yemen e contro le forze americane di occupazione in Kuwait. Colpendo la petroliera in Yemen i mujahideen colpiscono la linea segreta, la linea dell’approvviggionamento e l’alimento all’arteria della vita della nazione dei crociati."
Le risorse energetiche sono il tallone di Achille dell’economia americana ed occidentale ed i danni che verrebbero a crearsi, in caso di distruzione o riduzione dei flussi energetici nelle nostre società, sarebbero enormi.
Malgrado Daniel Yergin, "Chair of Cambridge Energy Research Associates" avesse affermato, in un suo recente articolo publicato su <Foreign Affairs>, che la sicurezza energetica sarebbe stato il tema principale nell’agenda del G8 che si era riunito a San Pietroburgo nel luglio 2006, in termini pratici questo non si è verificato.
Così mentre i singoli paesi del "Gruppo degli 8" difendevano rigorosamente i propri interessi nazionali senza arrivare ad alcun compromesso costruttivo, sullo scacchiere della geopolitica dell’energia paesi "più popolati" (Cina ed India: perché in questa politica energetica i numeri contano) stavano muovendo le loro pedine.
In un momento in cui Al-Qaida ha minacciato di attaccare quelli che Bin Laden ha definito i "cardini" dell’economia mondiale, le risorse energetiche rappresentano quindi l’elemento più cruciale.
Nel futuro il mondo dipenderà sempre maggiormente dai rifornimenti di risorse energetiche che proverranno da aree geografiche ove il sistema di sicurezza è ancora in fase di sviluppo: Africa Occidentale e Mar Caspio. In ogni caso il baricentro del sistema di approvvigionamento si colloca come una costante nell’area geografica che va dalle coste egee della Turchia al confine cinese.

Le "faglie" geopolitiche: dalla Turchia alla Cina

Il rischio di attentati nei confronti di "new-style target", ossia di oleodotti e gasdotti sta aumentando sia nel Caucaso che nell’Asia Centrale.
Già definita come il "sismografo della politica mondiale", questa vasta area geografica è il terreno (ed il possibile "theatre of operations") dove i diversi interessi e discorsi geo-politici si sovrappongono e scontrano tra loro.
Se posizionassimo sulla cartina su riportata le rappresentazioni dateci dai seguenti modelli teorici:
 - Market state/non-market state (Philip Bobbit, nel suo <The Shied of Achilles>, divide il mondo in paesi democratici che seguono ed applicano per la soluzione di problemi internazionali le regole del mercato e paesi che sono fuori da questi concetti);
 - Pre-modern/modern/post-modern state;
 - Jihad vs. McWorld (dove per jihad Benjamin Barber vuole significare un termine generale per indicare tutti quei movimenti di resistenza alla globalizzazione che si rifanno alle tradizionali basi della società in opposizione quindi all’ascesa del McWorld);
 - Clash of Civilizations (già ampliamente sviluppato e dibattuto non solo dal Huntington, suo "ideatore");
 - Clash of ideocides or clash of civicides (dove, come ha analizzato Arjun Appadurai, per ideocides-civicides si intende un nuovo e serio problema attraverso il quale intere popolazioni, paesi, o costumi di vita vengono considerati nocivi ed esterni al concetto di umanità e quindi fatti bersaglio di "morte sociale");
 - "Near enemy"-"Far enemy" della "Jihad Salafita" (mentre all’inizio Al-Qaida cercava di colpire gli USA con attentati all’estero – o negli stessi USA, ora questo suo nemico opera all’interno del territorio di azione del gruppo terroristico);
 - Market-Dominant minorities (come sostiene Amy Chua, minoranze etniche che detengono il potere economico-commerciale in Paesi nei quali operano, ma a cui molte volte non appartengono).
Sovrapponendole sulle zone di faglia geopolitica e teorica :
 - del Dar al Islam/Dar al Harp (il territorio dell’Islam/il territorio dell’esercito, quindi del conflitto);
 - delle teorie di Von Clausewitz che si scontrano con quelle di Sun Tzu o della "Guerra dopo la guerra" del Generale Fabio Mini; _ del "Crescent of Crisis" (la mezza luna dell’instabilità, quindi il discorso del Medio Oriente allargato);
 - delle forti crescite demografiche presenti in questa periferia che produce e/o trasporta risorse energetiche;
 al concetto dell’utilità marginale applicato ad una geopolica della propensione al conflitto;
otteniamo come risultato l’area etnolinguistica turcica, al cui interno, ed anche nelle aree circostanti, si annidano, oltre a dei "frozen conflicts", le potenziali zone di tensione: le "faglie", provocate dalle intersezioni, sovrapposizioni, e/o contatti delle diverse rappresentazioni degli interessi geopolitici e geoeconomici sopra elencati.

 

Tensioni nelle "faglie": che tipo di confronto?
Se dovessero esserci attentati terroristici, a danno delle fonti e/o ai sistemi di distribuzione delle risorse energetiche, il gruppo terroristico (preso nella totalità delle sue più svariate rivendicazioni di carattere religioso, indipendentista, separatista, autonomista, e/o politiche) potrebbe raggiungere i seguenti risultati strategici, quindi:
 - provocare seri danni economici al governo del paese contro cui combatte, facilitando così il proprio scopo politico;
 - provocare seri danni anche ai paesi stranieri che hanno investito e che sostengono il governo del paese;
 - riuscire ad autofinanziarsi, sia rivendendo le risorse energetiche che si è procurate, sia minacciando (ricatto) ulteriori attacchi al fine di ricevere soldi che verranno spesi per l’armamento, l’addestramento, ecc., dei propri componenti del gruppo
Gli attacchi potrebbero avvenire:
 - facendo esplodere le pipeline;
 - facendo esplodere pozzi di petrolio o altre infrastrutture (tipo piattaforme petrolifere);
 - attaccando le petroliere;
 - attaccando o minacciando di attaccare il traffico marittimo nei "choke points";
 - facendo esplodere gli uffici della compagnia petrolifera nazionale o straniera;
sequestrando, o nell’estremità dei casi, anche uccidendo, il personale della compagnia petrolifera (vedere i recenti casi in Nigeria e l’attività terroristica del Mend-Movement for the Emancipation of the Niger Delta).
Ma se all’interno di queste "faglie" attraversate dalle pipeline si venissero ad organizzare movimenti terroristici che rivendicassero il controllo del territorio, sicuramente ci troveremo di fronte a dei conflitti che secondo Van Creveld "hanno molto più in comune con i conflitti tribali che con le guerre convenzionali su larga scala.".
In un recente articolo pubblicato sull’<International Herald Tribune>, Thomas Friedman ce lo dice chiaramente: "l’energia è la più importante sfida geostrategica e geoeconomica del nostro tempo", così importante da parlare di una "post-post-Cold War" in cui ciò che ruota attorno agli "’axis of oil’ (Russia, Venezuela, Iran) è più importante e duraturo del terrorismo".
Ovviamente Friedman intende criticare in questo caso quella concezione del terrorismo interpretato come fenomeno meramente criminale. Inteso invece come strumento di guerra asimmetrica il terrorismo può anche essere strettamente legato alle guerre in corso sulle varie "rotte del petrolio".

Non a caso l’integrazione, all’interno di un’unica struttura strategica americana, della politica antiterroristica e di sicurezza energetica, è fortemente evidente nella repubblica caucasica della Georgia.
Dove, per una coincidenza storico-mitologica, si trova anche il monte Kazbegi ove, come dicono i georgiani, ad una sua rupe venne inchiodato Promoteo.
Secondo il Prof. Klare, direttore del "Five College Program in Peace and World Security  ", il rischio di disordini e conflitti in questi paesi avrà molto a che fare con l’impatto destabilizzante provocato dalla produzione petrolifera. La stampa occidentale potrà anche descrivere questa disputa come "etnica" nel carattere, ma in gran parte sarà provocata dagli effetti negativi della produzione petrolifera.
La maggior parte delle future guerre per le risorse energetiche avverrà nel mondo in via di sviluppo ed è probabile che il terrorismo si trasformi in una caratteristica comune delle future guerre per le fonti energetiche. Anche la stessa presenza di truppe straniere in regioni ricche di giacimenti, potrà provocare risentimenti tra la popolazione locale, specialmente se queste risorse sono viste come un naturale diritto di nascita.
Un ruolo preponderante, in questo compito di assicurare una protezione alle risorse energetiche, sarà sicuramente svolto dalle compagnie private di sicurezza.
Una volta che le pipeline che fuoriescono dal Mar Caspio saranno costruite e grandi quantità di petrolio e gas cominceranno ad essere trasportate, queste rotte saranno investite da una considerevole importanza strategica dai leader dei Paesi che da queste vengono attraversate; di conseguenza, gli avversari dei regimi in questione, potrebbero vedere negli attacchi a queste strutture un mezzo perfetto per indebolire il Governo ed esaurirne il forziere. Ne potrebbe risultare quindi una permanente guerra di bassa intensità lungo i gli itinerari delle condutture nella stessa regione caspica.
E se i governi coinvolti fallissero nei loro sforzi per proteggere le condotte, allora certamente si indirizzerebbero a chiedere un aiuto ai loro alleati esterni – provocando un aumento di coinvolgimento da parte di Washington e Mosca, o nei casi peggiori, un dispiego di truppe americane e russe.
La stabilità futura della produzione energetica nella regione del Mar Caspio non è solo minacciata dal diffuso malcontento ed agitazione all’interno delle aree dei nuovi Stati indipendenti, ma all’interno della regione stessa sta aumentando l’agitazione sociale e politica. Inoltre c’è da aggiungere l’emergere di movimenti di militanti islamici ispirati, e spesso sostenuti, dalle loro controparti del Golfo Persico e del Sud Est asiatico.
Data la capricciosa posizione di molti dei confini caspici, ed i collegamenti etnici ed ideologici fra le varie fazioni ribelli, qualunque possibile scontro armato è probabile che possa apparire minaccioso ai diversi governi, aumentando così la partecipazione delle due maggiori potenze. Ma anche senza la partecipazione della Russia e degli Stati Uniti, il bacino del Mar Caspio potrebbe essere preda nel tempo a venire, di periodiche sollevazioni e violenze, con possibile scoppio di "guerre per procura" che coinvolgerebbero i governi locali ed i gruppi degli insorgenti spalleggiati da una grande potenza. Tali antagonismi potrebbero prendere la forma di guerre a bassa intensità lungo le zone di confine o nelle enclave etniche assediate.
La storia suggerisce purtroppo che conflitti a bassa intensità di questo tipo possono durare anche molti anni, senza produrre alcun drammatico cambiamento nell’equazione del campo di battaglia. Ma è possibile pure, che tali confronti possano improvvisamente avere una escalation tale da produrre un coinvolgimento da parte di potenze esterne, che vedano i propri interessi vitali messi a rischio. Per esse infatti, l’intervento militare apparirebbe come l’unica soluzione, cosicché il Caspio potrebe diventare l’ambiente ideale per una conflagrazione regionale di più larga scala.
Le forme che potrebbero prendere questi conflitti (peraltro già definite da Van Creveld nel suo studio sulla trasformazione della guerra) sono le seguenti:
 - Warre (o ritorno allo stato di natura, Hobbes: "tutti contro tutti"; quindi non guerra-bellum intesa come contesa ma guerra-werra come mattanza);
 - Low intensity conflicts (conflitti a bassa intensità);
 - Proxy war (guerre per procura, ossia stati od anche multinazionali che finanziano gruppi terroristici o le parti che si scontrano in un conflitto locale);
 - Netwar-Network War (fenomeni questi studiati da Arquilla, Ronfeldt, e Duffield, in cui i conflitti sono portati avanti da una rete terroristica non organizzata gerarchicamente ed in cui i singoli elementi sono collegati tra loro attraverso le reti internet);
 - Franchising terrorism (attentati terroristici perpetuati da gruppi terroristici locali che ideologicamente si rifanno ad una più grande organizzazione firmando anche le stesse rivendicazioni usando il "logo-madre" – senza avere con essa, molte volte, alcun contatto, vedi il caso Al-Qaida);
 - 4th Generation Warfare (guerra dove lo stato ha perso il monopolio dell’uso della forza e le parti in causa usano tutte le reti a loro disposizione – economiche, politiche, sociale e militari – per contrastarsi e quindi anche una guerra di culture);
 - Asymmetric Warfare (la guerra asimmetrica ampliamente descritta dai colonnelli cinesi Liang e Xiangsui);
 - "Iraqization" (dove in assenza di un forte governo centrale gli scontri armati/attentati terroristici sono portati avanti da clan i cui contorni identificativi sono molte volte difficili da evidenziare).
Tali conflitti avranno la loro incidenza su tutti e cinque settori della sicurezza individuati dal Prof. Barry Buzan, quindi i settori militare, politico, economico, sociale ed ambientale.
Se quello da colpire è il "Market State", teorizzato da Philip Bobbit, il settore economico è tra tutti quello più vulnerabile. Cosa meglio che colpire il suo tallone di Achille "l’economic target"?
In conclusione, quindi il terrorismo, può essere inteso come una strategia di guerra, uno strumento e non un attore, ma anche, come afferma Bobert Cooper, il possibile ritorno alla privatizzazione della guerra, cioè lo Stato pre-moderno con i denti.
Pensiamo infatti, che il confronto che probabilmente si avvicinerà di più alla realtà, sia quello che venne già narrato da Tolstoj in "Guerra e pace".
Nelle pagine finali della sua opera ci viene riportato, in modo metaforico, un ipotetico duello che ci introduce al concetto del "randello" della guerra popolare: "immaginiamoci due uomini che si battano in duello alla spada secondo le regole dell’arte schermistica; l’assalto dura un tempo abbastanza lungo; ad un tratto uno degli avversari, sentendosi ferito, e comprendendo che non si tratta di uno scherzo ma che ne va della sua vita, getta la spada e, afferrando il primo randello che gli capita, comincia a maneggiarlo. Malgrado le lamentele dei francesi per la trascuranza delle regole (come se esistessero regole per uccidere la gente) il randello della guerra popolare si alzava con tutta la sua minacciosa e maestosa forza e, senza preoccuparsi del gusto e delle regole, con stupida semplicità, ma in modo atto a raggiungere lo scopo, si alzava e si abbassava senza fare distinzioni, a colpire i francesi, finché perì tutto l’esercito invasore".
Così mentre il presidente Bush era impegnato a San Pietroburgo per il "G8", negli USA, pochi giorni prima dell’inaugurazione della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (definita come la "Via della Seta del secolo" ed anche "il progetto del secolo"), il Ministro degli Affari Esteri turco Abdullah Gul si incontrava con il Segretario di Stato Condoleezza Rice.
Entrambi sottoscrivevano un comune accordo strategico, definito "Shared Vision", il primo degli Usa, a corto di soldati, mettendo così in pratica la dottrina strategica del "Quadriennal Defence Review".
Il documento non solo riafferma l’importanza della Turchia come corridoio energetico, ma alla stessa viene assegnato anche un ruolo come "constructive power in the Caucasus region".
Così questa ampia area, in cui siamo andati sovrapponendo visioni geopolitiche e tensioni, si riconferma come il possibile centro di conflitto tra le grandi potenze, tanto da essere paragonato ad un nuovo Medio Oriente.
Nato ed interessi energetici: una nuova guerra del fuoco?
Questa regione, per quanto distante fisicamente dal nostro paese, è però entrata nelle percezioni geopolitiche dell’Italia.
Il Concetto Strategico del Capo di Stato Maggiore della Difesa Italiana, del 2001, afferma che "vista la ricchezza di fonti energetiche primarie e la vicinanza geo-strategica", l’area viene definita di interesse nazionale".
Lo stesso Concetto Strategico fa intravedere un possibile coinvolgimento delle Forze Armate Italiane in quel territorio in caso di "Operazioni di Risposta alle Crisi".
Importanza, inoltre, che è stata riconfermata dal Nuovo Concetto Strategico del Capo di SMD del 2005 che ha definito, tra le altre, l’area caucasica di "interesse strategico" per il nostro Paese.
Sempre l’Italia, in base al Nuovo Concetto Strategico della Nato (Nato Nsc), sottoscritto il 24 aprile 1999, si è impegnata a sostenere l’Alleanza nei casi in cui:
Art.20: "Rivalità etniche e religiose, dispute territoriali, tentativi inadeguati o falliti di riforma, abuso dei diritti umani, e la dissoluzione degli stati possono portare a instabilità locali o anche regionali. Le tensioni risultanti potrebbero portare a crisi che incidano sulla stabilità euro-atlantica."
Art. 24: "Un qualsiasi attacco armato sul territorio degli Alleati, da qualunque parte provenga, sarebbe coperto dagli Articoli 5 e 6 del Trattato di Washington. Tuttavia la sicurezza dell'Alleanza deve anche prendere in considerazione il contesto globale. Gli interessi di sicurezza dell'Alleanza possono andare soggetti ad altri rischi di una natura più ampia, inclusi atti di terrorismo, di sabotaggio e di crimine organizzato, o anche alla interruzione del flusso di risorse vitali. I movimenti incontrollati di un gran numero di persone, in particolare come conseguenza di conflitti armati, possono anche porre problemi per la sicurezza e la stabilità, che colpiscano l'Alleanza."
L’area geografica studiata ai fini di questa ricerca non solo è minata da rivalità etniche e religiose, dispute territoriali e possibili instabilità locali o regionali ma viene anche attraversata dal flusso di risorse vitali rappresentato dalla pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc).
Come il discorso sicurezza energetica-Nato, a suo tempo avviato dal presidente americano Bush nel febbraio 2006, si sovrappoga agli interessi strategici dei paesi-autori-attori dell’Alleanza Atlantica, e comprenda una ben più vasta regione geografica, è stato dimostrato durante la recente visita del presidente dell’Azerbaijan al Quartier Generale della Nato a Bruxelles.
Ilham Aliev, sottolineando la ricchezza di risorse energetiche del proprio paese e l’importanza rivestita dal Btc per gli approvvigionamenti occidentali, ha manifestato apertamente l’interesse azero ad aumentare considerevolmente (quindi oltre il programma PfP) le relazioni con l’Alleanza Atlantica.
Iniziativa che è stata ben accolta dallo stesso Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer il quale ha affermato che gli aspetti geo-strategici e politici della sicurezza energetica sono importanti per la NATO e l’Azerbaijan giocherà sempre maggiormente un ruolo principale nel campo dei rifornimenti energetici.
Benchè sia in atto un dibattito all’interno dei membri dell’Alleanza circa il tema della sicurezza energetica, l’agenda del recente "NATO summit" tenutosi a Riga (27-29 novembre 2006), ha riconfermato la centralità delle problematiche rappresentate dal terrorismo e dalla sicurezza delle risorse energetiche.
Il summit dal titolo "Transforming Nato in a New Global Area", ha visto il Presidente americano Bush dire chiaramente che la "Nato is in transition from a static force to an expeditionary force".
Tra l’altro gli Stati Uniti stanno mettendo in pratica la "Lawrence’s legacy" utilizzando le strutture Nato, progettando corsi di addestramento militare, che dovrebbero tenersi al "Nato Training College" di Roma, ad ufficiali provenienti dai paesi Nord Africani, del Medio Oriente e dal Golfo, ed il discorso della "Global Partnership".
Partnership che da alcuni membri dell’Alleanza viene vista come un’altra "etichetta" per la "coalitions of the willing" dalla quale gli Stati Uniti potrebbero attingere e scegliere i propri partner, indipendentemente dalla loro appartenenza all’Alleanza, ed in base alla missione militare da svolgere.
In pratica, la somma degli interessi strategici ("gli interessi di sicurezza dell'Alleanza") della Nato trova la sua narrazione cartografica in una regione geografica più ampia rispetto a quella fornita dalla totalità dell’estensione territoriale dei suoi membri, dando quindi vita ad un "Regional Security Complex".
In questa ampia "regione" viene riconfermato il perimetro delle costruzioni geopolitiche sinora sovrapposte, quindi dalla Turchia alla Cina comprese le faglie, e benchéla lotta al terrorismo e la minaccia terroristica stiano cercando di rimpiazzare la lotta al comunismo sovietico nelle ansiose motivazioni strategiche post-Guerra Fredda dell’Alleanza, l’elemento "energia" ritrova ancora la propria posizione "cardine".
Mentre una potenziale aggressione sovietica poteva essere interessata all’acquisizione di nuovi territori, e di conseguenza il conflitto si sarebbe combattuto all’interno dei confini geografici della Nato, questo non può dirsi per le nuove minacce terroristiche, che cercano di distruggere o sconvolgere le capacità delle nostre società di funzionare. Quindi i nuovi conflitti avverranno anche fuori da tali territori e vedranno i paesi membri della Nato sempre più impegnati in operazioni definite di "societal protection".
Questa narrazione "cartografica" in cui "centro-periferia-faglie-risorse energetiche" divengono un tutt’uno, ci viene chiaramente resa dall’Ammiraglio Di Paola, Capo di Stato Maggiore della Difesa italiana, in un suo articolo pubblicato nella "Nato Review" (Autunno 2006).

 


"Un’attenta osservazione rivela che l’instabilità e le crisi presenti e future tendono a verificarsi nella fascia che include le zone di contatto tra due contrapposte entità geopolitiche: un nucleo globalizzato (caratterizzato dalla globalizzazione e dall'accesso alla tecnologia) e l’area del vuoto disconnesso (una periferia disconnessa composta da poveri e, qualche volta, fragili stati, i cui cittadini hanno sempre meno opportunità da cogliere). Questa fascia passa attraverso Europa ed Asia, lambendo, in alcuni punti, il Mare Mediterraneo ed il territorio della UE. Costeggia peraltro aree strategicamente importanti per la presenza di riserve di petrolio e, specie nell'area del Pacifico, di linee vitali di comunicazione per il commercio marittimo mondiale."
Finora abbiamo risposto a tre dei quattro quesiti basilari a cui qualunque analisi sulla sicurezza dovrebbe saper far fronte. Risposte tra l’altro contenute negli Artt. 20 e 24 del Nato Nsc.
 - Cosa deve essere protetto? Il "Fuoco", ed abbiamo risposto "gli interessi di sicurezza dell'Alleanza e il flusso di risorse vitali" (quindi la costante rappresentata dalle risorse energetiche).
 - Da chi/cosa deve essere protetto? Dall’"Acqua", ed abbiamo riposto "da possibili attacchi terroristici, e da possibili instabilità causate da conflitti etnici" (la minaccia-paura fluida).
 - Chi provvede alla sicurezza? La "Terra", ed abbiamo cercato di rispondere "la NATO".
Ci rimane l’ultimo quesito ed il quarto elemento: quali metodi/approcci devono essere utilizzati per provvedere alla sicurezza? L’"Aria".
Conclusioni - Una rivoluzione culturale per affrontare i nuovi conflitti?
Restando all’interno di un contesto geografico Mar Mediterraneo-Mar Nero-Mar Caspio, se l’attuale situazione nella regione dovesse peggiorare, potrebbe essere richiesto un intervento NATO del tipo peackeeping o peacebulding .
Questo vuol dire che anche i militari italiani potrebbero essere impiegati con funzioni di pace e compiti di polizia tra la popolazione colpita e divisa da conflitti locali.
Come afferma il Generale Fabio Mini "nelle Repubbliche centroasiatiche e nel Caucaso esistono sacche di orientalità pura. Queste comunità appartengono all’Oriente della guerra".
Dove per orientalità, il Generale Mini, non intende un concetto geografico ma una "suddivisione culturale, per ciò che la cultura apporta al concetto di guerra. I parametri che consentono questa classificazione sono le diverse concezioni del Tempo, dello Spazio, della Vita e della Morte. Siccome Tempo, Spazio, Vita e Morte sono anche le dimensioni fondamentali della guerra, allora la differenza tra le due parti è anche nella concezione della guerra".
Perciò le prossime guerre che verranno affrontate "saranno guerre fra diverse ‘culture della guerra’ e perciò asimmetriche, (quindi, noi aggiungiamo, diverse narrazioni della guerra non distanti dal concetto del "randello" della guerra popolare). Non è importante sapere chi saranno gli attori di queste guerre, ma è fondamentale il fatto che si combatteranno ad armi impari e con scopi diversi".
Usando una metafora: guerre in cui le "pedine-nemico/acqua" ed il loro rapporto con il Tempo, lo Spazio, la Vita, e la Morte non seguiranno le regole degli scacchi bensì, più probabilmente, quelle più vicine a quelle del "Go", dove ogni pedina può distruggere le altre nemiche interamente e sincronicamente e dove la battaglia non è rinchiusa dentro delle linee, quindi gioco di pura strategia.
Nel calcolo combinatorio: una combinazione di quattro elementi in classe quattro (come i quattro elementi Terra, Fuoco, Aria ed Acqua si affronteranno nelle quattro dimensioni del Tempo, Spazio, Vita e Morte).
Di qui la necessità di disporre di specialisti su questa ampia area geografica (che può trasformarsi in un "pantano"), dove il più delle volte:
 - il guerriero è barbaro (nel senso originario del termine greco, "barbaros"quindi "straniero"che non parla/appartiene alla nostra lingua/cultura/capacità di immaginazione, quindi "autore-attore" di una guerra, e di una narrazione della guerra con una propria semiotica e rinchiusa in un cerchio ermeneutico, a noi difficilmente comprensibile);
 - la guerra è motivata da aspirazioni di "gloria" e quindi come risposta ad umiliazioni subite;
 - i principali obiettivi militari del conflitto divengono la popolazione civile e le identità etniche;
 - e Dio è visto e vissuto come l’unico garante della propria identità.
Data la complessità di questi nuovi conflitti, già l’obsoleta figura del "soldato Ryan" (con la sua forma mentis del periodo della Guerra Fredda) sta per essere sostituita, non solo dalle informazioni e dalle reti, ma da nuove figure di consulenti.
Consulenti specializzati che possono essere scienziati, analisti, esperti di cultural ed economic intelligence, hacker e specialisti in combattimenti urbani.
Consulenti, quindi, capaci di prevenire le mosse del nemico e di identificare gli attori del conflitto, in quanto queste guerre potranno essere condotte, indifferentemente, anche da "non stati", vale a dire gruppi economici, sociali od organizzazioni non politiche nel senso classico.
Quindi, come individua Appadurai, "cellular organizations" vs "vertebrate organizations".
Dove per "vertebrate organizations" non si vuole solo vedere lo stato ma il suo intero apparato strutturale e burocratico che è rimasto indietro rispetto ai processi di trasformazione apportati dai processi di globalizzazione: lento e propenso ad una interpretazione "vertebrata" e gerarchizzata sulle possibili minacce portate avanti da strutture "cellular".
Ed è per affrontare queste minacce "cellular", fluide, liquide, e multiformi, che la risposta operativa militare si deve adattare al nuovo contesto "culturale" prendendo anche lei stessa le sembianze del nemico.
Quindi una risposta non lenta, gerarchizzata ma una operatività mimetizzata che assuma più le forme del "rizoma" studiate da Deleuze e Guattari ed applicate in maniera sperimentale alla "Rhizome Warfare" da parte di Jeff Vail: unità formate da "corpi" individuali ed indipendenti.
Unità autosufficienti nel cui piccolo interno siano presenti, e complementari tra loro, le diverse "specializzazioni", capaci quindi di operare allo stesso tempo collettivamente ed individualmente, seguendo un modello operazionale "reverse swarming": non affrontare il nemico direttamente ma disperdersi nella popolazione locale (e noi aggiungiamo: nella narrazione locale).
Ed è per questa tattica di dispersione/mimetizzazione in un contesto estraneo ed ostile che "divenire-nemico" cioè prendere le sembianze "locali" diventa prioritario.
Per questo passaggio da una operatività "vertebrate" ad una "cellular", o meglio "rizoma", quindi più fluida ed intuitiva, bisogna partire dall’"intelligence", nel senso che ne da l’Oxford Dictionary of English: "the intellect, the understanding".
Ed è in questo "understanding", in questa impalpabile forza mentale libera di volare nello spazio, che l"intelligence" diventa il nostro quarto elemento: l’"Aria", l’astuzia di Ulisse.
Viene quindi in mente il "Marte e Minerva" raffigurati nel distintivo del copricapo del 21° Regimento delle Sas anglosassoni i cui primi componenti erano pittori, scrittori, attori, musicisti, accademici, quindi una chiara indicazione della duplice natura dei loro interessi: la guerra e la creatività.
La "Human intelligence" (Humint), quindi, non solo come sostiene il Generale britannico Bob Fulton: "gioca un ruolo vitale nel determinare le identità e gli intenti degli avversari e nel comprendere il nemico piuttosto che semplicemente contrastarlo", ma si rende anche necessario di "rimettere la ‘I’ dell’intelligence tra le virgolette", come afferma Robert Steele definendo i tre principali elementi delle "Information Operations": il messaggio, la realtà, la tecnologia.
Queste nuove guerre saranno caratterizzate da quattro protagonisti: gli informatici ed i consulenti strategici, i fanti, i civili ed i terroristi, e per affrontare efficacemente queste nuove operazioni definite come missioni a "tre componenti" (con funzioni di polizia, umanitarie e propriamente militari – "war-fighting role") i "fanti" necessiteranno di ulteriori competenze e conoscenze specifiche.
Per questo l’attività di Humint dovrà per forza essere sostenuta da una forte attività di "cultural intelligence" (Cultint).
Dato che si opererà all’interno di società "barbare" e/o segmentate da stabilizzare, lo studio della lingua locale, della storia, del terreno, dei costumi e della cultura delle aree coinvolte nei conflitti sarà fondamentale per sapersi orientare e non subire tristi conseguenze.
Non per niente l’"Orientamento" (quindi la maniera con cui si interagisce con l’ambiente-narrazione circostante) rappresenta il fulcro di quello che viene definito dal Colonnello americano John Boyd l’ "Ooda Loop: Observe-Orient-Decide-Act" per affrontare i combattimenti nelle "4th Generation Warfares".
Una Culting capace quindi di individuare e tradurre gli elementi antropologici, le motivazioni, i comportamenti, i linguaggi, i segni, i miti, le emozioni ed il furore, che riescono in un dato momento a trasformare una "massa" pacifica e "non-combatat" in una contagiosa "macchina da guerra": il processo involutivo e creativo, descritto da Deleuze e Guattari, di "divenire animale e macchina da guerra".
Contesti operativi dove non solo il visibile è a noi invisibile, ma il gioco delle parti potrebbe cambiare così improvvisamente ed in maniera drammatica che potremmo essere noi, "personaggi disorientati", a divenire possibili prede, e questo malgrado l’opuscolo per l’addestramento dell’esercito australiano ripeta "the enemy is the game, we the hunters".
Ed è proprio questa intelligence, come continua a suggerirci il Generale Mini, "che segna lo spartiacque fra legalità e sopruso ed è fondamentale esserne i padroni" perché in fin dei conti "ciò che sappiamo per nostro conto vale poco se non collima con ciò che dobbiamo sapere".
Non essendo quindi una novità, che le nuove guerre si svilupperanno lungo i presenti e soprattutto lungo i futuri crinali energetici, sarà bene perciò essere pronti e non farsi sorprendere dagli eventi. Attualmente la continua e sempre maggiore domanda di risorse sta mettendo sotto pressione i network energetici, e non essendo più i rifornimenti adeguati alle richieste le tensioni stanno aumentando.
Ogni goccia di petrolio conta così tanto che i quattro elementi:
 - Terra (Nato);
 - Fuoco (risorse energetiche);
 - Aria (intelligence);
 - Acqua (terrorismo come minaccia fluida);
sono stati recentemente riconfermati nella formulazione di due iniziative che testimoniano ulteriormente l’avvenuta "mimesis" tra risorse energetiche, guerra al terrorismo e ritrovato ruolo dell’Alleanza:
 - la prima, del senatore americano Richard Lugar, "Chairman of the Senate Foreign Relations Commitee", che ha proposto, durante il NATO Summit a Riga, la possibilità di invocare l’Art. 5 del Patto Atlantico, nel caso in cui le risorse energetiche di un paese membro vengano minacciate con la forza. Arrivando così ad equiparare questa minaccia ad un vero e proprio attacco militare;
 - le seconda, da parte di Jamie Shea, "Director of Nato Policy Planning", che ha suggerito la creazione, da parte del Consiglio Atlantico, di una Cellula per l’analisi dell’intelligence e la sicurezza energetica. Secondo Shea: "un’Unità simile è stata già formata e, con successo, si occupa di terrorismo ma si potrebbe benissimo allargare il mandato di questa Unità includendo uno specifico compito relativo all’intelligence sulla sicurezza energetica. Le informazioni raccolte dagli alleati, da partner, da società petrolifere e da diversi governi verrebbero poi gestite da un Comitato Speciale con il compito specifico di facilitarne il flusso e l’utilizzazione da parte delle diverse entità che si occupano della sicurezza energetica."
Sono queste continue ed imprevedibili mutazioni dei contesti strategici e l’arrivo di nuovi autori-attori-regole-non regole sulla scena internazionale, che imponendo, ai livelli di analisi sulle crisi ed i conflitti, un passaggio qualitativo ed epistemologico, rendono necessario anche un "nomadismo del pensiero" che si muova in maniera disinvolta tra diverse discipline accademiche e non.
Una metamorfosi, la cui cornice di approccio venga allargata oltre il rigido perimetro degli studi strategici a quello più ampio ed elastico, ancor meglio "nomade", dei "critical security studies", già inaugurati da Barry Buzan e la Scuola di Copenhagen. Questo per produrre, delle valide e reali risposte a delle minacce "costruite", utilizzando principalmente l’apporto dell’"intellect–understanding" dell’intelligence.
Quindi un necessario salto da un "logocentrismo" basato su una "National defence-security strategy" a quello policodificato, ermeneutico e complesso della "Regional Security Complex Strategy".
"Una vera e propria rivoluzione culturale e concettuale", come ha affermato recentemente l’Ammiraglio Di Paola, "in cui l’elemento umano resta l’elemento centrale della trasformazione nella sua duplice funzione di driver del processo e di soggetto nei confronti del quale la trasformazione è destinata a produrre il principale impatto."
Terminando insieme a Robert Kaplan questo viaggio lungo la "New Silk road of oil", non possiamo fare a meno di prestare attenzione al suo suggerimento: "le battaglie per il controllo delle pipelines nel Caucaso, il possibile conflitto tra Iran ed Azerbaijan, ed il caos in Georgia, potrebbero essere i prossimi principali titoli dei giornali. Affrontare questi problemi richiederà la capacità da parte dei leaders politici occidentali di utilizzare i propri poteri e sapere come e quando intervenire senza farsi troppe illusioni". (Giovanni Ercolani,
turcologo e libero docente di "Global Terrorism" e "Peacekeeping and International Conflict Resolution"). (Giovanni Ercolani docente presso la Nottingham Trent University)
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NOTE
Gearòid O’ Tuathail, Critical Geopolitics, London: Routledge, 1996; Gearòid O’ Tuathail and Simon Dalby (eds.), Rethinking Geopolitics, London: Routledge, 1998.
David Martin Jones, M.L.R. Smith, "Greetings from the Cybercaliphate: some notes on homeland insecurity", International Affairs, 81, 5 (2005), pp. 925-950.
Bruce Lawrence (ed.), Messages to the World – The Statements of Osama Bin Laden, London: Verso, 2005, p. 212-232.
Robert D. Kaplan, Eastward to Tartary, New York: Vintage, 2000, p. 12.
Robert Cooper, The Post-Modern State and the World Order, London: Demos, 1996; The Breaking of Nations, London: Atlantic Books, 2003.
Roberd D. Kaplan, The Coming Anarchy, New York: Vintage Books, 2000, p. 48.
Michael T. Klare, Resource Wars, New York: Henry Holt and Company, 2002; Blood and Oil, New York: Metropolitan Books, 2004.
Arjun Appadurai, Fear of Small Numbers: An Essay on the Geography of Anger, Durham, NC: Duke University Press, 2006.

 

 

 

 

 

 

SOCIETA'

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DONNE,
 DIRITTI
E DIBATTITO PUBBLICO

PARLA GERARD KNAUS, DIRETTORE
 DELL'<EUROPEAN STABILITY INIZIATIVE,
 AUTORE DI UN RECENTE RAPPORTO
 SULLO STATUS FEMMINILE IN TURCHIA

"Mai come oggi le donne turche sono attive in politica. Si organizzano in gruppi di pressione, avanzano le proprie istanze, sono protagoniste del dibattito politico. E mai come oggi la questione dei diritti delle donne è presente nel dibattito pubblico. Certamente non tanto in quello della politica quanto in quello mediatico, ma è già un fatto rilevante”. A parlare è Gerard Knaus, direttore dell’<European Stability Iniziative> e autore di un recente rapporto sullo status delle donne in Turchia.

- In Turchia ci sono appena state le elezioni per il rinnovo della Grande assemblea. Quanti partiti hanno posto le questioni femminili al centro del proprio dibattito?
Si è trattato di una campagna anomala, condizionata dalla crisi politica che l’ha preceduta e incentrata sulla futura elezione del presidente della repubblica. Per questo sono pochi i soggetti che hanno parlato esplicitamente di diritti delle donne. Ma l’avanzamento delle istanze del movimento femminista è evidente negli ultimi anni, con le importanti campagne che sono state condotte – in particolare per la riforma del codice civile – e con i risultati che sono stati raggiunti.

 
- Il Partito di giustizia e sviluppo (Akp), una formazione islamica moderata, ha aperto diverse opportunità per le donne e ha attuato quella che voi definite "la seconda più importante riforma della storia turca repubblicana", dopo quella di Ataturk negli anni venti. Come si spiega questo paradosso?
Il paradosso è solo apparente e va inquadrato nel contesto politico che ha caratterizzato gli ultimi cinque anni di Governo. Semplicemente il partito di Erdogan si è posto come uno degli obiettivi cardine l’ingresso nell’unione europea e ha attuato una parte delle riforme che questa chiede. Nel pacchetto rientrano anche la riforma del sistema legale turco e il conseguente riconoscimento dei diritti delle donne.

 
- Ciò nonostante sono in molti in  Turchia a sostenere che l’Akp e i valori dell’islam politico di cui sarebbe portatore rappresentano la più grande minaccia al laicismo della società turca, e in particolare ai diritti delle donne.
Questo non è corretto. Basta dare un’occhiata a quanto è stato realizzato negli ultimi anni, al sistema di riforme che non ha precedenti nel dopoguerra.

 
- Per la prima volta nella sua storia – si legge nel vostro rapporto – la Turchia ha un sistema legale proprio di una società patriarcale. Ciò nonostante, resta ancora molto da fare.
Come segnaliamo nel nostro rapporto, la riforma del codice civile e penale non basta. Devono ancora essere posti gli accorgimenti per far si che le nuove leggi vengano rispettate, bisogna fare più attenzioni a questioni più nascoste, come le violenze domestiche.
Per altro verso la buona volontà del futuro governo potrà essere compresa subito da quante donne entreranno in Parlamento e quante faranno parte dell’esecutivo. Un primo segnale l’Akp lo ha già dato, aumentando la partecipazione femminile tra le sue fila rispetto al passato. Ciò nonostante, ci sono dei tempi da rispettare. Non va dimenticato che, in Gran Bretagna, la percentuale di donne in Parlamento ha superato la percentuale del 5 per cento solo nel 1987. in questo senso la Turchia è indietro rispetto all’Europa di solo venti anni.

 
- Che ruolo può giocare ancora l’Unione Europea?
Questo dipende da quale sarà l’atteggiamento del nuovo Governo turco, come si porrà di fronte al proseguimento dei negoziati. Di sicuro le aspettative per un ingresso della Turchia nella Ue non sono forti come qualche anno fa. Da ciò dipenderà anche l’attuazione delle riforme. (Carlo M. Miele/OsservatorioIraq)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL NOSTRO POSTO E' IN EUROPA
MA IL VELO NON E' SOLO FANATISMO

 

PARLA IL NOBEL ORHAN PAMUK: "Fermiamo ogni fondamentalismo. Con l'ingresso nell'UE il Paese diverrebbe
più tollerante e rilassato" 

 

Questa intervista rilasciata dallo scrittore turco al giornalista di <Repubblica>, Marco Ansaldo, è stata fatta prima delle elezioni politiche. La pubblichiamo ugualmente perché ci pare estremamente interessante.

 

 

"Io non sono una persona sofisticata politicamente. Da un punto di vista personale punto a essere un uomo decente. Sono uno scrittore, e la mia prospettiva è morale. Mi considero l'umile servitore dell'arte del romanzo europeo, che forse più di altri generi letterari ha la capacità di capire i punti di vista degli altri, di mettersi nei loro panni, di identificarsi con loro. Detto questo, d'accordo, parliamo anche di politica".
Orhan Pamuk è reduce da Parigi e si schermisce nel commentare l'appuntamento elettorale di oggi. Il suo sguardo non si sofferma sui partiti in lizza, e vuole essere più ampio. Ma il premio Nobel turco per la letteratura, che dopo le minacce di morte degli ultranazionalisti sta trascorrendo molti mesi all'estero, non perde mai di vista il suo Paese, anche in un importante momento politico come questo: "Ormai mi succede una cosa strana - spiega in questa intervista a <Repubblica> - quando sono in Turchia esce il mio lato europeo e occidentale. Ma all'estero mi sento invece molto attaccato alla mia anima turca, che viene fuori in maniera prepotente".

 - Cosa è andato a fare a Parigi?
"Sono andato per scrivere. Mi trovo alla fine del mio nuovo libro, "Il museo dell'innocenza" e sto sistemando gli ultimi dettagli. Confesso che l'estate calda di Istanbul mi è mancata, ma in una Parigi in questi giorni molto fresca ho potuto lavorare bene. Ero in casa di amici, e ho trovato la tranquillità necessaria per continuare il mio romanzo".

 - Proprio la Francia di Nicolas Sarkozy è diventata l'avversario più ostico per i tentativi di ingresso della Turchia in Europa. E giusto a questo punto che Ankara prosegua nella strada dell'Unione?
"Mi è capitato di recente di dirlo anche in Italia, durante un appuntamento pubblico con i miei lettori a Milano. Io sono cresciuto a Istanbul, la mia città, in una cultura occidentale ed europea. La mia risposta può essere sentimentale, ma per me la Turchia deve entrare. Avrebbe una vita democratica decente, dove l'economia cresce e i diritti umani sono rispettati, dove non ci sarebbero interventi dell'esercito nella sfera politica, e dove la società sarebbe finalmente libera e civile. Sono cresciuto con questa idea e ammetto di essere stato influenzato dalla cultura europea".

 - E i vantaggi per l'Europa?
"Ma sono insiti nella sua storia, che si fonda sulla formula "liberté, égalité, fraternité" e non esclusivamente sulla cristianità. Se la Ue è esclusivamente un luogo cristiano, allora la Turchia non ha a nulla a che fare con ciò. Se invece l'Europa si basa sui principi che le derivano dal Rinascimento, dall'Illuminismo, allora il posto della Turchia deve essere qui: diventerebbe un paese più tollerante e rilassato, e questo non porterebbe altro che una distensione in tutta la parte di mondo che ci riguarda. Non sarebbe poco".

 - Occidente e fondamentalismo sembrano in antitesi: possono trovare punti in comune?
"In Occidente ci sono degli esempi in proposito, penso al presidente americano George W. Bush che flirta con il fondamentalismo religioso per decisioni come l'aborto e viene dunque pesantemente influenzato dai criteri religiosi. Io mi oppongo al fondamentalismo perché intollerante, non rispettoso dei diritti della persona, contrario alla modernità".

 - È contrario all'intervento degli Usa in Iraq?
"Sì, da un punto di vista politico sono contro il militarismo degli Stati Uniti".

 - Però i duri religiosi esistono eccome nel mondo islamico. Ad esempio in Turchia propugnano il velo come un simbolo che potrebbe apparire più un emblema politico. Qual è la sua posizione?
"Dopo l'uscita del mio libro ' Neve' che si svolgeva nel lontano est turco, a Kars, dove un docente universitario che si atteneva alla legge veniva ammazzato da un fanatico religioso in quanto non permetteva alle studentesse di indossare il 'turban' in classe, mi capitano diverse domande sul velo. Ma per me questa è una domanda eterna. La questione del foulard in principio non è un aspetto fondamentalista, perché riguarda una tradizione. Magari in Turchia lo portano non solo le donne che si riconoscono nel partito conservatore di Recep Tayyip Erdogan, ma anche quelle che vanno a votare per il partito socialdemocratico. E comunque è un problema molto delicato. Credo che una soluzione in senso professorale imposta dall'alto sarebbe sbagliata. Io non ho una risposta pronta. Perché qualsiasi indicazione che si volesse come risolutiva, risulterebbe invece il parere di un idiota che vuole imporre le sue idee".


 - Le figlie di Erdogan per portare il velo liberamente devono farlo nelle università americane, e non in quelle turche.
"Sì, ma lui è un uomo di potere e può permettersi di farlo. E comunque sono i fondamentalisti a trarre vantaggi dalle imposizioni. Problemi di questo tipo, che riguardano modi di pensare diversi, vanno sempre affrontati con delicatezza e compassione, ascoltando le ragioni degli altri. Io cerco di farlo nei miei libri, adottando i punti di vista di molti. Penso ad esempio ai vari personaggi de "Il mio nome è rosso", alla costruzione del romanzo. Ma da un'imposizione del velo gli uomini ci hanno sempre guadagnato, le donne rimangono invece indifese". (Marco Ansaldo/la Repubblica.it)


 

 

 

 

 

             SISTEMI
MATRIARCALI E NON

 

 

QUELLE DONNE IMPRIGIONATE DAL VELO

È l’altra Turchia, quella profonda, immutabile, islamica e patriarcale. Quando sei a Izmir, ad Ankara e, soprattutto, a Istanbul stenti a credere che esista. Ma ti basta prendere l’aereo e volare nell’Anatolia orientale per capire le contraddizioni di un Paese che sogna l’Europa, ma che con il cuore appartiene all’Asia e nella maggior parte delle regioni si sente più affine al Caucaso e all’Iran che alla Francia o all’Italia.
Erzurum è la quarta provincia più importante della Turchia. Quando arrivi è sufficiente osservare il comportamento delle ragazze per capire i costumi locali. Quelle che sull’aereo erano normalissime fanciulle di Istanbul, disinvolte, moderne, senza complessi verso gli uomini, improvvisamente cambiano atteggiamento. Se hanno le spalle scoperte si premurano di infilare un pullover a maniche lunghe, abbottonandolo fino al collo. Le più prudenti sfilano dalla borsa un foulard e, controvoglia, lo annodano al capo. Sull’autobus noti che le donne evitano di accomodarsi a fianco di passeggeri di sesso maschile. Siedono sole o stanno in piedi, perché una donna perbene deve evitare in pubblico qualunque promiscuità.
Sia chiaro: in Turchia nessuna legge impone la discriminazione tra uomini e donne. Al contrario, la Costituzione riconosce da tempo la parità dei diritti. Ma in quest’angolo remoto del mondo, incastrato tra il Mar Nero, la Georgia, l’Iran e l’Irak, le consuetudini sono più forti sia dei valori imposti dal padre della patria moderna Atatürk, sia dell’influenza della globalizzazione. Erzurum è una città con il velo. Per strada lo indossano almeno nove donne su dieci; due addirittura il "carsaf", la tunica integrale nera che lascia scoperti solo gli occhi; rarissime sono quelle che osano camminare per strada senza copricapo islamico.
Non stupisce che questo sia uno dei feudi del Partito Giustizia e Progresso (Akp), guidato dall'islamico Recep Tayyip Erdogan, che, significativamente, aveva iniziato qui la campagna elettorale. 
Erdogan è popolare non 
perché abbia imposto consuetudini musulmane, ma perché le garantisce meglio di chiunque altro. Mentre nelle grandi città il leader dell’Akp è sospettato di promuovere 
un’islamizzazione strisciante, qui non ha bisogno di nascondersi: qui è già tutto musulmano, anzi rural-musulmano; nel senso che i principi coranici rafforzano spontaneamente una civiltà contadina, che nei villaggi più sperduti è addirittura feudale. Con le sue contraddizioni.
Erzurum, sebbene sgraziata, può essere gradevole per un visitatore di sesso maschile.
La gente è molto ospitale, amichevole, garbatamente curiosa. Senti il calore di un’umanità che induce le famiglie e i clan alla solidarietà, unico antidoto alla perdurante paralisi economica. La disoccupazione sfiora il 30%, ma per strada non vedi mendicanti, né barboni. Nessuno è lasciato in disparte.
In passato anche questa città, incastrata tra le montagne, ha vissuto periodi felici. "Qui Atatürk ha lanciato la prima guerra d’indipendenza", ricorda il direttore del giornale locale. Negli anni Sessanta "era conosciuta come la Parigi della Turchia dell’est", rilancia la star della tv del posto, Akr Ozker. "Era un fiorire di teatri, ristoranti. Nasceva l’università e con essa un po’ d’industria", spiega. Ma lo slancio si è esaurito rapidamente, "perché chi ha talento non è incoraggiato a restare".
È il dramma della Turchia, che, contrariamente all’Italia del dopoguerra, non è riuscita a favorire lo sviluppo di un’imprenditoria locale. Mai una provincia come Erzurum potrà trasformarsi in una realtà analoga a quella dell’odierno Veneto. La cappa prevale sempre. E la cappa allontana i creativi e gli intraprendenti, li spinge verso le grandi città, anziché radicarli nelle terre natie.
Allora nelle vie della città risuona forte, invadente il richiamo del muezzin, anziché il suono delle sirene delle fabbriche. E la donna diventa l’emblema di tutti i problemi. Persino le pasticcerie del centro distinguono tra i sessi:
al pianterreno vengono serviti solo gli uomini; mentre le donne sole e le famiglie sono invitate ad
accomodarsi in una sala appartata. Idem al cinema, i maschi da una parte, le donne dall’altra.
E guai a chiedere una birra o un bicchiere di vino: nei ristoranti i camerieri ti guardano meravigliati. A Erzurum nessuno consuma alcol, di certo non in pubblico.
Se sei femmina e vuoi lavorare, è opportuno indossare il velo; come Merve Kuqukali, segretaria del Partito Giustizia e Progresso, una piacevole fanciulla, senza un filo di trucco, dai lineamenti regolari, lo sguardo limpido e sorridente. Sembra che abbia 25 anni, in realtà ne ha 40 ed è madre di due figli. Spiega che il "foulard non è un simbolo di oppressione, ma di dignità; che induce gli uomini a trattare le donne con rispetto". E che cosa intenda non tardiamo a capirlo. Nella sede dell’Akp, un attivista si lascia andare a un apprezzamento rivolto alla mia interprete: "Sei bella", le dice. A me sembra niente più che una galanteria inopportuna, ma Burcu è sconvolta; sa di essere stata trattata alla stregua di una poco di buono; proprio lei che sta per sposarsi. E solo perché è di Istanbul e non indossa il velo.
Eppure sono questi i valori che anche le donne di Erzurum difendono. Merve Kuqukali spiega di essere ostile all’islam radicale e di ammirare Erdogan perché "difende la famiglia, la morale e combatte gli eccessi". Apprezza il suo essere "conservatore e religioso", ma al contempo "fautore della modernità". Insomma, ha le idee confuse; come d’altronde è comprensibile per chi, come lei, si è sposata giovanissima. La sua idea di libertà e di emancipazione coincide con quella inculcatale dalla famiglia prima e dal marito poi. Quando le chiediamo se non sia a disagio quando ogni giorno incrocia le donne che indossano il velo integrale, lei dapprima minimizza rilevando che "sono solo quelle che lavorano in moschea", come se fosse normale; poi le giustifica osservando che "per proteggersi dal caldo bisogna coprirsi". Guardiamo fuori dalla finestra: piove a dirotto e il termometro non supera i 18 gradi. La spiegazione non regge, ma non ce ne stupiamo. Sono cose che accadono nella Turchia profonda. (Marcello Foa/IlGiornale.it)

 

 

 

 

 

 

INCANTATE LE PLATEE

DANZA DEL VENTRE,TUTTA AL MASCHILE

Arriva la danza del ventre in versione maschile, e già i ballerini dalla pancia un po' più pelosa del solito incantano le platee in Turchia e in altre capitali europee.
Si tratta di una tradizione che risale ai tempi dell'impero Ottomano, quando gli uomini nei palazzi dei sultani venivano intrattenuti da giovani ballerini, mentre le donne vivevano in harem.
L'abito e lo stile di ballo sono diversi da quelli delle danzatrici femmine. Alex indossa ampi pantaloni neri, un copricapo intrecciato, una cintura riccamente intarsiata e un mantello che si estende alle braccia.
"Viene a vedermi ogni genere di persone. Ballo nelle discoteche, nei bar e anche ai concerti rock", afferma Alex, 36 anni, dopo essersi esibito in una danza del ventre al Club Fox di Istanbul, sul Mar di Marmara.
"Sono veramente contrario a quello che la gente dice sul fatto che la danza orientale è femminile. Così facendo tentano di fornirle un'identità, ma tutte le danze hanno personaggi maschili così come femminili", afferma Alex. (Reuters)

 

 

 

 

CRR ED ANKARA RAFFORZANO I RAPPORTI DI COLLABORAZIONE

 

Il Centro comune di ricerca della Commissione europea (Ccr) e la Turchia hanno siglato un protocollo d'intesa per accrescere la cooperazione della ricerca nei settori della sicurezza alimentare, dell'energia e dei prodotti chimici.
Nell'ambito dell'accordo alle organizzazioni di ricerca turche verrà data l'opportunità di partecipare alle attività presso il Ccr. L'accordo focalizza l'attenzione sulla cooperazione in aree chiave dell'ambiente e della sanità, della sicurezza e della qualità di alimenti e mangimi, dell'energia (comprese la sicurezza e la protezione nucleare), dell'agricoltura e dei prodotti chimici.
Inoltre, il Ccr ospiterà fino a 20 studenti turchi, dottorandi o post-dottorato, selezionati congiuntamente, presso i suoi istituti di ricerca specializzati situati nell'UE (Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Spagna). Questi soggiorni verranno finanziati dal <Tubitak>, il consiglio turco per la ricerca scientifica e tecnologica.
"La politica di ricerca comunitaria può realizzare le sue potenzialità soltanto quando avrà instaurato collegamenti adeguati con le organizzazioni tecniche e scientifiche a livello internazionale, nazionale e regionale" ha commentato il direttore generale del Ccr, Roland Schenkel. "Le organizzazioni turche si sono chiaramente impegnate a svolgere il loro ruolo e siamo convinti che questo protocollo d'intesa servirà da catalizzatore per una cooperazione ancora più ampia. Siamo particolarmente contenti del fatto che ai giovani ricercatori turchi verrà data l'opportunità di lavorare presso i nostri istituti di ricerca".
Anche la Turchia è convinta del fatto che tale accordo apporterà benefici. "Questo accordo contribuirà a una migliore integrazione delle istituzioni turche di R&S [ricerca e sviluppo] nello Spazio europeo della ricerca. Esso consentirà ai ricercatori turchi che operano in diversi campi di condurre progetti congiunti e faciliterà lo scambio di informazioni e di personale con il Ccr", ha affermato il professore Nuket Yetis, presidente f.f. del <Tubitak>.
"A un livello più ampio, l'accordo sosterrà la partecipazione della Turchia ai programmi di ricerca comunitaria e aiuterà a promuovere le potenzialità turche nei settori della ricerca, della tecnologia e dell'innovazione in tutta Europa", ha aggiunto.
I partner di ricerca turchi e del CCR hanno già avuto un'esperienza di collaborazione, cooperando nel quadro di otto reti istituzionali e otto progetti del Sesto programma quadro (6°PQ). Inoltre, 15 ricercatori turchi stanno attualmente lavorando presso istituti del Ccr, mentre 161 esperti turchi sono stati formati attraverso workshop organizzati dal Ccr nel 2006. (Newsfood.com)

 

 

 

 

 

 

 

 

CRONACA

 

 

 

ARRESTATOERGUN POYRAZ

 

L'ACCUSA   L'autore di libri critici nei confronti dell'Akp
sospettato di avere legami con un un gruppo ultra nazionalista

Ergun Poyraz, l'autore di libri critici nei confronti del partito islamico al governo in Turchia, è stato arrestato. Lo scrittore è sospettato di avere dei legami con un gruppo ultra nazionalista. L'uomo, prelevato dalla sua casa ad Ankara questa mattina, è stato trasportato a Istanbul per l'interrogatorio con la polizia.
Su Poyraz ricadono i sospetti di un legame con un gruppo ultra nazionalista scoperto durante un'operazione svolta dalla polizia lo scorso mese in una casa a Istanbul, durante la quale sono state rinvenuti 27 bombe a mano e diversi detonatori. Tra i sospettati dalla Polizia, ci sono ufficiali dell'esercito in pensione, e a quanto pare, nelle successive operazioni sono state ritrovati armi, esplosivi e documenti militari secreti. Poyraz è l'autore di una famosa collana di libri in cui vengono accusati il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan e i membri del suo partito, Giustizia e Sviluppo (Akp). L'Akp, respinge le accuse di avere un programma islamico segreto che possa installare un regime del tipo iraniano nella Turchia musulmana. Il partito di Erdogan ha ottenuto una clamorosa vittoria dalle elezioni di domenica, guadagnandosi in questo modo il diritto di governare per altri cinque anni. (ExpoBg)

 

 

 

 

BARTOLOMEO 
CITATO
IN GIUDIZIO
DA CIPROF

 

 

 

 

 

Nuovi sviluppi sulla scia della sentenza
di Cassazione turca di alcune settimane fa che aveva negato al Patrircato di Costantinopoli il diritto di chiamarsi ecumenico

 

 


Continua, sulla scia della sentenza della Cassazione di alcune settimane fa - che aveva negato al Patriarcato di Costantinopoli il diritto di chiamarsi ecumenico – l’attacco contro Bartolomeo da parte di Buijidar Ciprof, un ex membro della Chiesa dell’esarcato bulgaro di Costantinopoli, di giurisdizione del Patriarcato ecumenico.
Ora Ciprof  ha presentato denuncia al pretore di Istanbul contro il patriarca Bartolomeo, accusato di continuare a definirsi nei suoi ultimi discorsi - durante la 2a conferenza dei giovani ortodossi, svolta con grande successo ad Istanbul dal 11 al 15 luglio - la tanto deprecata frase storica “Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli".
Ma dietro questo braccio di ferro ingaggiato da vari ex membri dell’esarcato bulgaro, si dice negli ambienti diplomatici e giornalistici di Istanbul, si cela in verità  il cosiddetto Stato profondo della Turchia, il quale manda vari segnali verso le minoranze cristiane della Turchia, sospettate di avere appoggiato nelle trascorse elezioni politiche, il partito di Erdogan. Quello Stato che con i suoi apparati si considera il vero depositario del Kemalismo, ma che di fatto ha perso tutta la spinta propulsiva del suo fondatore, e cerca di preservare i propri interessi, professando un laicismo fondamentalista che in momenti di dura contestazione non ha esitato di utilizzare per uso proprio la religione islamica, come dice David Shankland nel suo libro "Islam and Society Turke" (1999.)
Perché, per quanto può sembrare strano in Europa Occidentale, come dice un alto prelato ortodosso di origine turca che vive a Berlino, le minoranze cristiane in Turchia hanno goduto nell’ultimo ventennio una certa tolleranza soltanto con i Governi di Ozal e di Erdogan, ambedue di estrazione conservatrice, ambedue riformatori. E non si può non osservare, continua, come la carenza nell’istruzione turca di quei strumenti della cultura greco romana, utili per formare una mentalità veramente europea delle classi dirigenti.
Significativa infine la presa di posizione del prof. Baskin Oran, che si era candidato come indipendente alle elezioni, voce di grande spessore scientifico e respiro politico, che in una intervista al giornale <Radikal> a proposito della sentenza della Cassazione, ha smantellato tutto l’apparato giuridico della sentenza, concludendo ironicamente di non aver mai saputo che i tribunali in Turchia fossero diventati ferrati in ecclesiologia ortodossa. Perché, appunto, la questione riguarda i canoni religiosi degli ortodossi. (N.T/AsiaNews.it)

 

 

 

 

 

 

 

I DIRITTI DEL PATRIARCATO ARRIVANO IN EUROPA

FEDE E DIRITTI  Il ministro degli Esteri greco, Dora Bakoyannis ha portato infatti il caso di fronte all'Unione Europea. Intanto, anche Mosca fa sentire la sua voce sul significato "ecumenico"

Sta assumendo un carattere sempre più internazionale, la polemica contro il patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Il ministro degli esteri della Grecia, Dora Bakoyannis, infatti, ha deciso di informare l'Unione europea della situazione, presentando una informativa al Consiglio degli affari generali e relazioni esterne dello scorso 23 luglio. Nel comunicato finale, diffuso in questi giorni, i ministri hanno reso pubblico il loro sconcerto, soprattutto in merito alla ''recente sentenza della Corte di Cassazione e alle sue implicazioni sulla libertà di religione''.
Il riferimento è alla sentenza dello scorso 26 giugno, che nega il carattere ecumenico del Patriarcato, realtà ridotta a semplice “ente turco” preposto al culto della piccola comunità greco-ortodossa della città. Nessun riferimento, dunque, al primato di onore tra le chiese ortodosse, riconosciuto dal IV secolo al patriarca di Costantinopoli. Uno stato di cose che si aggiunge alle altre limitazioni, a cominciare dal mancato riconoscimento della personalità giuridica e dall'ostilità di ampi settori dell'opinione pubblica.
Eppure, ha spiegato di recente il patriarca Bartolomeo I, "questo nostro Paese deve riconciliarsi con la propria storia". I Turchi "devono capire che le minoranze qui non sono qualcosa di separato, ma fanno parte della storia di questo Paese, di questa terra. Non abbiamo rivendicazioni politiche. Non siamo una minaccia per lo Stato, ma siamo un riferimento di civiltà e di stabilità''.
Fin qui, l'aspetto politico. Tuttavia, la polemica sul carattere "ecumenico" del patriarcato ha anche una coda religiosa, specie nei rapporti con il patriarcato ortodosso di Mosca. In una dichiarazione rilanciata da Interfax il 26 luglio, la Chiesa ortodossa più numerosa ha spiegato che il titolo ''ecumenico'' non conferisce al patriarca di Costantinopoli il ruolo di guida di 300 milioni di cristiani ortodossi. Quando ''questi titoli sono apparsi - si legge nella dichiarazione - per universo si intendeva l'Impero bizantino''. Pertanto ''il concetto di 'giurisdizione mondiale del Patriarcato di Costantinopoli' così come l'affiliazione di 300 milioni di cristiani ortodossi non può essere vera, perché il Patriarcato di Costantinopoli è una delle 15 chiese ortodosse locali autonome (autocefale) e lontana dall'essere la più numerosa". (Mattia Bianchi/www.korazym.org)

 

 

 

 

 

 

DAL TRIBUNALE DI CAGLIARI

19 CONDANNEPER LA DROGA DALLA TURCHIA

Si è concluso con diciannove condanne a pene variabili tra i 20 e i cinque anni di reclusione il processo in Tribunale a Cagliari contro i presunti componenti di una banda internazionale specializzata nell'importazione di cocaina e eroina dalla Turchia alla Sardegna che era stata sgominata l'estate scorsa dalla Sezione di polizia giudiziaria del Commissariato della Polizia di Stato di Quartu in collaborazione col Gruppo operativo antidroga della Guardia di Finanza di Roma.
Secondo la ricostruzione accusatoria, la droga giungeva in Sardegna all'interno di bombole di gas modificate. Spedite nell'isola attraverso un ditta di import-export creata ad hoc, le bombole venivano smantellate e la droga, una volta tagliata, veniva smerciata al minuto da una fitta rete di spacciatori guidata da Mariano e Rinaldo Ibba.
I due, padre e figlio, sono stati condannati rispettivamente a 17 anni e 10 mesi e 9 anni e 9 mesi di reclusione. Le pene più severe, 20 anni, sono state inflitte dai giudici a Giovanni Agus, lo specialista nella modifica delle bombole che aveva la sua sede in Emilia, al referente turco della banda Mustafa Sekiroglu, e alla "mente" dell'organizzazione, Antonino Loddo, conosciuto nel mondo della malavita col nomignolo di "suor Maria". (L'Unione Sarda)

 

 

 

 

 

 

NEL NORD IRAQ

UCCISI 4 CAPI DEL PKK

Quattro capi del Pkk sono morti la scorsa settimana in un attentato suicida avvenuto nel Nord dell'Iraq, lo annuncia solo oggi la stampa turca, secondo cui si sarebbe trattato di un regolamento di conti interno alle fazioni curde. L'attentato era avvenuto sul monte Qandil, vicino al confine turco, quando un miltarnte curdo si è fatto esplodere in mezzo a una riunione del partito. Da mesi la turchia accusa l'Iraq di consentire ai ribelli del Pkk di riparare sul territorio del Kurdistan iracheno per sfuggire alle offensive militari di Ankara. (Peace Reporter)

 

 

 

 

 

ANCORASULLA TORTURA

LA DENUNCIA   Secondo <Amnesty International> verrebbe
ancora praticata nelle carceri della Turchia nonostante la
politica di tolleranza zero del Governo ed alcuni miglioranti

Il ricorso alla tortura è ancora molto frequente in Turchia, nonostante la politica di tolleranza zero del Governo. A denunciarlo è <Amnesty International> in un nuovo rapporto sul sistema giudiziario di Ankara.
Nonostante alcuni miglioramenti, sottolinea l'organizzazione per i diritti umani, nel sistema regna una "cultura dell'impunita'" che permette alle autorità di sottrarsi alle responsabilità e alle corti di ignorare le prove mediche delle torture.

Secondo <Amnesty> la politica di tolleranza zero annunciata da Governo non sarà mai efficace se non si faranno "passi concreti" contro l'impunita' di cui godono "i funzionari che violano il divieto di tortura e maltrattamenti".
Detenuti delle carceri turche hanno raccontato all'organizzazione di essere stati picchiati, minacciati di morte, privati del cibo, dell'acqua e del sonno. "Nulla al di fuori di una piena politica di tolleranza zero verso l'impunità potrà eliminare lo spettro della tortura, dei maltrattamenti, degli omicidi e delle sparizioni che oscurano ancora la condizione della Turchia in tema di diritti umani".
Un tema chiave per l'adesione della Turchia all'Unione Europea. (Agi)

 

LA CONDANNA
La Turchia è stata condannata dalla Corte europea per i diritti dell'uomo per le torture inflitte in carcere a diversi detenuti, sospettati di essere legati al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). La vicenda risale al settembre del 1999: gli ex detenuti hanno denunciato di aver subito violenze di ogni tipo per via delle loro origini curde: violenze sessuali tramite l'uso di oggetti, scosse elettriche e percosse continue sulla pianta dei piedi. La Corte di Strasburgo ha riconosciuto la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti - per cinque detenuti, mentre per altri sette la Corte ha giudicato eccessiva la durata della loro detenzione. Per tutti e' stato stabilito un risarcimento compreso tra i 5.000 e i 12.700 euro. (Agr)

 

 

 

ECONOMIA

 

 

LA RISPOSTA
ALLA VITTORIA
DELL'AKP


MONDO IMPRENDITORIALE (ADESSO) ENTUSIASTA
Il mondo imprenditoriale turco ha riposto in maniera entusiastica al risultato elettorale che ha visto la vittoria schiacciante dell'Akp del premier Erdogan (46.5% e 340 parlamentari su 550). Tutte le principali sigle imprenditoriali ed industriali, hanno sottolineato che i temi economici, gli eccellenti risultati nella stabilizzazione macro-economica, la lotta all'inflazione ed alla disoccupazione, sono stati i fattori che hanno realmente fatto pendere la bilancia elettorale sostanziosamente a favore del partito conservatore/liberista di ispirazione "moderatamente islamica". Nuove e più determinanti riforme in campo sociale ed economico sono state richieste da numerosi e qualificati industriali, soprattutto con un'attenzione particolare al rapporto che deve essere ulteriormente incrementato con l'UE. Il presidente della Camera di Commercio di Istanbul, Murat Yalcintas, ed il presidente dell'Assemblea Nazionale degli esportatori (Tim), Aguz Satici, hanno posto in evidenza gli sforzi compiuti dal governo a favore del settore privato e degli esportatori. Anche ad Izmir - caposaldo del partito di opposizione di sinistra Chp - gli imprenditori si sono espressi a favore della continuazione del processo di stabilizzazione macro-economica del Paese. Il presidente Arzuhan Yalcindag Dogan, della <Tusiad>, ha sottolineato non solo la necessità di proseguire il cammino di stabilità e sviluppo intrapreso, ma anche di rafforzare il processo di riforme di cui la Turchia ha bisogno. (Ice Istanbul)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONFERMATO
UN OUTLOOK
STABILE

L'agenzia <Moody's> si aspetta che il nuovo Governo turco prosegua sulla strada delle riforme economiche, ma avverte che le imminenti elezioni presidenziali e il tema della sicurezza continuano a rappresentare un rischio.
I mercati hanno accolto favorevolmente la vittoria del partito Akp nelle consultazioni del fine settimana. Secondo <Moody's> il 46% ottenuto nel voto potrebbe rendere il partito del premier uscente, Recep Tayyip Erdogan, "una forza legislativa più efficace".
<Moody's> matiene un outlook stabile sul rating Ba3 assegnato alla Turchia ma sottolinea i rischi insiti nella scelta del nuovo presidente e nella potenziale reazione del Governo ai recenti attacchi, attribuiti ai guerriglieri curdi.
Erdogan ha chiamato il paese al voto dopo che l'influente elite secolare, che può contare sull'appoggio dell'esercito, gli ha impedito di nominare presidente il ministro degli Esteri, Abdullah Gul.
"Una risoluzione positiva di entrambe le questioni significherebbe che il Parlamento potrebbe tornare a occuparsi della riforma delle pensioni ... E' cruciale inoltre recuperare terreno sulla situazione fiscale, che si è allontanata dai target nella prima metà del 2007", ha commentato Kristin Lindow, vice presidente a <Moody's>, in una nota. (Reuters)

 

 

 

 

 

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Per <Standard&Poor's>

ALLA BASE
LA STABILITA'
POLITICA

L'esito delle elezioni in Turchia, accolto con favore dai mercati finanziari, non ha un impatto immediato sul merito di credito dell'emittente sovrano della Repubblica, il cui rating potrebbe comunque migliorare in un clima di stabilità politica.
La valutazione è dell'agenzia < Standard & Poor's>.
"Molto dipende [...] dalla scelta di un nuovo presidente. Se questa viene gestita in maniera armoniosa e il partito Ak dimostra un continuo impegno nella direzione delle prudenza e delle riforme il rating della Turchia potrebbe migliorare", si legge in una nota dell'agenzia. Le elezioni parlamentari del fine settimana hanno visto la netta affermazione di Akp, il partito islamico moderato della giustizia e del benessere guidato dal premier Tayyp Erdogan, che ha conquistato la maggioranza assoluta con il 47% dei consensi.
La valutazione < S&P> sulle emissioni a lungo termine della Repubblica turca è attualmente di 'BB-' in valuta e 'BB' in lira, con prospettive stabili su entrambi i giudizi. (Reuters)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


   FORSE UN CAMBIO DI ROTTA
 

QUALCUNO SI CHIEDE SE SIA POI VERA
LA NOTIZIA CHE IL GOVERNO DI ANKARA
VOGLIA SGANCIARSI DAI FINANZIAMENTI
DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE

In un Paese spaccato a metà tra laici e filo-islamici, l'economia non poteva sfuggire alle aspre polemiche della passata campagna elettorale (il recente voto ha dato la vittoria al partito religioso di Erdogan, AkP ndr).
Ad accendere la miccia era stata la possibilità, fatta circolare ad arte nei circoli governativi, di sganciarsi dai finanziamenti del Fondo monetario internazionale a partire da maggio 2008, data in cui scadrà l'ultimo prestito stand by. Se tutti i partiti in lizza erano d'accordo, in linea di principio nel fare a meno dei soldi dell'Fmi,in nome di un condiviso orgoglio nazionale, i laici si erano invece detti timorosi che dietro la manovra dell'Akp, il partito filo-islamico del premier Recep Tayyip Erdogan, si nasconda la volontà di sganciarsi dall'Occidente a favore dei Paesi arabi e musulmani.
Il tallone d'Achille della Turchia, che peraltro gode di ottima salute nei suoi fondamentali economici, è il deficit delle partite correnti, che quest'anno potrebbe raggiungere il 7.2% del Pil, un po' più elevato del previsto. Nonostante l'export sia in crescita e la domanda interna si mantenga moderata, pesa la bolletta petrolifera, per cui è necessario un flusso costante di investimenti stranieri per pareggiare i conti di Ankara. Una problema a cui si può tenere testa se gli investimenti stranieri (Fdi) e i prestiti a lungo termine (Fmi) continueranno copiosi, come è avvenuto nel 2006 con l'arrivo, di ben 20 miliardi di dollari di soli investimenti diretti.
Ma da dove arrivano tutti questi soldi? "La gran parte - rassicura Hans Christiansen della Divisione finanza dell'Ocse a Parigi  - proviene da fusioni e acquisizioni di Paesi Ocse. C'è stato il takeover di Telsim da parte della <Vodafone> britannica, per 4.6 miliardi di dollari, e due altre megatransazioni per l'acquisto di <Deniz Bank> e <Finansbank>, rispettivamente dai belgi e dai greci per una somma totale di altri 4.6 miliardi di dollari". Investimenti che riflettono il forte interesse dei capitali stranieri per un mercato aperto, con una corporate governance rimessa a nuovo e una politica aperta alla competizione e attenta alla stabilizzazione macro-economica.
Ma quando si prova a chiedere qualcosa di più sull'ammontare dei flussi arabi sul Bosforo le bocche si chiudono nel riserbo tipico dei banchieri e chi parla dice solo: "Francamente non lo so".
Escludendo quindi il cosiddetto hot money, i soldi che normalmente qualificano gli investimenti finanziari, e concentrandosi piuttosto su quelli diretti si scopre che non ci sono dati disaggregati per "pesare" la finanza islamica nel portentoso pacchetto regalo di flussi stranieri piovuti sulla Turchia l'anno scorso. Da Vienna, il "Wiener Institut für Internationale Wirtschaftsvergleiche" (wiiw), uno dei maggiori think tank economici per l'area, parla di rilevanti investimenti, nel settore immobiliare e della sanità privata, degli Emirati arabi uniti e dei sauditi, verso l'appetibile mercato turco.
Ma su queste scelte finanziarie dei petrodollari ha pesato anche la presenza di un partito filo-islamico al potere in Turchia? Non ci sono conferme. Un banchiere di Istanbul ammette che i ricchi fondi arabi, come il <Sadco> dell'Arabia saudita, sono molto attivi nel Paese della Mezzaluna (l'immobiliare sul Bosforo fa gola a molti, con i prezzi alle stelle), ma che le quote degli investimenti stranieri islamici in Turchia (per ora) non raggiungono quelle occidentali.
Tolga Ediz, economista di <Lehman Brothers>, ritiene che la Turchia non rinnoverà un altro accordo stand-by con l'Fmi ma firmerà un pre-cautionary standby facility, cioè un'intesa per cui il denaro sarà a disposizione, ma la Turchia lo prenderà solo come ultima risorsa. "Anche perché - ammette l'analista - il Fondo ha cessato da tempo di essere un'ancora per il mercato". "Il vero scontro in corso in Turchia  - prosegue Ediz - non è tra fondi occidentali o islamici, ma tra due settori imprenditoriali turchi: gli emergenti contro i vecchi padroni del vapore, le tigri anatoliche pro-Akp contro le antiche famiglie legate establishment laico, ai militari e al Chp o Mhp. In questo scenario, gli imprenditori anatolici rappresentano, paradossalmente, la domanda di cambiamenti economici di tipo liberista, seppure nella conservazione dei valori religiosi". L'eventuale distacco dall'Fmi, "essendo questi ultimi imprenditori più aperti al rischio e alla globalizzazione", non li spaventa, mentre l'arrivo di flussi finanziari arabi li rassicura e li inorgoglisce.
Gli investitori occidentali e i partiti laici, invece, assegnano molta importanza all'Fmi e ai suoi programmi, considerati (come l'accesso alla UE) il vincolo esterno senza il quale il Paese potrebbe andare alla deriva e perdere la bussola economica e la collocazione strategica. Un timore che condivide Ahmet Akarli, analista di <Goldman Sachs>: "Il Paese ha bisogno di riforme strutturali e disciplina di bilancio per assicurare una crescita sostenibile e una stabilità dei prezzi: per questo prevedo la necessità di un nuovo programma dell'Fmi nel 2008 come elemento chiave di stabilità nel medio termine, soprattutto guardando alle incertezze e ai rischi globali".
Più cauta Paola Subacchi, economista internazionale di <Chatman House>, che invita a non drammatizzare: "L'affrancamento dall'Fmi - al momento ancora non completamente visibile non riguarda solo la Turchia, ma tutta l'Asia. Basta guardare la recente proposta dell'<Asian Development Bank> (Adb) sull'uso delle riserve asiatiche per la creazione di un fondo ad hoc che consentirebbe di sganciarsi dall'Fmi". Ma se la voglia di dire addio al Fondo è una tendenza generale, in Turchia, anche questa scelta si tinge di giallo, anzi di islamico. Con qualche preoccupazione in più per i laici. (Vittorio DSa Rold/Il Sole24Ore.com)


Un affrancamento che non riguarderebbe la sola Turchia ma tutta l'Asia.

 

  
  I finanziamenti per       sostenere la crescente domanda del settore privato della Turchia ed il turismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DAL BEI FONDIPER 300 MLN DI EURO

GLI INTERMEDIARI:
<Turkiye Sinai Kalkinma
Bankasi>, <Turkiye Vakiflar Bankasi>, <Turkiye
Kalkinma Bankasi> e <Turliye Halk Bankasi>.
L'interesse del gruppo <Dogan> per il media <Vatan>

La Banca Europea d’Investimenti (Bei) sosterrà le piccole e medie imprese (Pmi) della Turchia attraverso un investimento di 300 milioni di euro erogati sotto forma di facilitazioni finanziarie destinate a quattro intermediari di stato in modo da migliorare l’accesso ai finanziamenti a lungo termine per le Pmi. I fondi della Bei serviranno a sostenere i progetti delle imprese nel settore manifatturiero e in quello dei servizi, incluso il turismo. Inoltre, i finanziamenti sosterranno la crescente domanda del settore privato della Turchia di finanziare investimenti produttivi. I quattro intermediari finanziari con cui la Bei ha unito le forze sono: < Turkiye Sinai Kalkinma Bankasi>, < Turkiye Vakiflar Bankasi>, < Turkiye Kalkinma Bankasi> e < Turkiye Halk Bankasi>. Nel frattempo, il gruppo < Dogan>, controllato dal miliardario Aydin Dogan e già proprietario dei maggiori media del Paese, sta per mettere le mani anche sul quotidiano < Vatan>. Sono infatti in corso incontri fra le due proprietà per l’acquisizione del 60 per cento del pacchetto azionario della pubblicazione. Nel mese di maggio il gruppo < Dogan> aveva reso noto che erano allo studio forme di cooperazione fra i due gruppi e che non escludevano anche un investimento più corposo come una quota della società che pubblica < Vatan>. (Re.De/Denaro.it)

 

 

 

 

 

 


LA BORSA DI ISTANBUL
  
 
ATTRAZIONE FATALE

Il presidente e CEO della Borsa di Istanbul (Imkb) Osman Birsen ha comunicato che il numero delle imprese listate è cresciuto a 322 e che l'Imkb è  al settimo posto al mondo fra le Borse dei Paesi in Transizione economica. "Le 322 aziende quotate dispongono di un flottante di 234 miliardi di dollari, mentre l'anno scorso il totale fu di 163 miliardi di dollari; nello specifico gli investitori esteri hanno apportato capitali per 13 miliardi di dollari nel 2005, per 7.3 miliardi di dollari nel 2006 e per 4.2 miliardi nel primo semestre di quest'anno. Gli investitori esteri controllano oggi il 71% del totale delle azioni quotate all'Imkb" - ha dichiarato Birsen, facendo presente che la Borsa di Istanbul - quella dai costi di transazione più bassi al mondo - può considerarsi a ragione uno dei motori fondamentali del recente sviluppo economico della Turchia, poiché riesce a convogliare nel sistema produttivo nazionale gli interessi sempre crescenti degli imprenditori stranieri. Birsen ha anche evidenziato che un possibile ed auspicato futuro calo dei tassi di interesse potrebbe generare un ulteriore flusso di investimenti di capitale dall'estero, mentre le Ipo (Initial public offerings) in Turchia sono molto "appetite" dagli investitori esteri che nei primi sei mesi dell'anno - su un totale di 2.8 miliardi di dollari - se ne sono aggiudicati circa il 68%; la media degli scorsi anni era del 71%. (Ice Istanbul)

 

 

 

 

 

 

FIRMATO ACCORDO A TRE PER LO SVILUPPO DI UN SISTEMA DI GASDOTTI


A ROMA  
L'ATTO SOTTOSCRITTO DAI MINISTRI
PIERLUIGI BERSANI, DIMITRIS SIOUFA (GRECO)
E HILMI GULER (TURCO). RICONOSCIUTO IL VALORE
STRATEGICO DEL CORRIDOIO DI TRANSITO

F
irmato  a Roma dal ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, dal ministro per lo Sviluppo greco, Dimitris Sioufas e dal ministro dell’Energia e delle Risorse naturali turco, Hilmi Güler, l’accordo intergovernativo per lo sviluppo di un sistema di gasdotti per l’importazione di gas naturale dal Caspio e dal Medio Oriente, aree nelle quali si trova oltre il 20 per cento% delle riserve mondiali (30mila miliardi di metri cubi di gas), attraverso la Turchia e la Grecia.
Con questo atto formale, i tre Governi riconoscono quindi il valore strategico del corridoio di transito del gas e si impegnano a supportare l’attività dei soggetti industriali coinvolti nella realizzazione delle infrastrutture, l’italiana <Edison>, le greche <Depa> e <Desfa> e la turca <Botas<, al fine di accelerarne i tempi di realizzazione e favorirne l’entrata in esercizio entro il 2012.
La firma estende il quadro istituzionale a supporto del corridoio di transito, già avviato con la firma dell’accordo del novembre 2005 fra Italia e Grecia. In particolare, l’accordo definisce i compiti e le responsabilità dei soggetti industriali coinvolti, identifica le modalità per la finalizzazione degli accordi per il transito del gas in Turchia e costituisce un comitato di coordinamento intergovernativo con il compito specifico di monitorare e facilitare la realizzazione delle diverse tratte del corridoio Turchia-Grecia-Italia.
Il corridoio di transito Turchia-Grecia-Italia si articola in tre sezioni: la rete nazionale dei gasdotti turca, che sarà potenziata al fine di consentire il transito dei volumi destinati ai mercati greco e italiano; il progetto di interconnessione Turchia-Grecia (Itg), che entrerà in esercizio entro il 2007 con una capacità di trasporto massima di circa 11.5 miliardi di metri cubi di gas all’anno; il progetto di interconnessione Grecia-Italia (Igi), che sarà operativo entro il 2012 con una capacità di trasporto di circa 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno. In particolare, il gasdotto Igi sarà lungo circa 800 chilometri, di cui circa 600 saranno realizzati da <Desfa> in territorio greco e circa 200 da <Edison> e <Depa>, tramite la joint venture paritetica <Poseidon>, nel tratto marino tra la costa greca e quella pugliese.
“Questo accordo intergovernativo rappresenta un passaggio fondamentale per la realizzazione di un progetto di grandissima rilevanza per l’Italia e l’Europa. Tre Paesi importanti riconoscono il valore strategico di questa nuova via del gas: il gasdotto Igi rappresenta il tassello fondamentale per il completamento del sistema di interconnessione che attraversa il sud dell’Europa”, dichiara Umberto Quadrino, amministratore delegato di Edison.
“Con questa infrastruttura, a cui si aggiungono gli altri due progetti di Edison (il rigassificatore di Rovigo e il gasdotto <Galsi> dall’Algeria) si incrementa la sicurezza del sistema europeo e si promuove effettivamente la diversificazione delle fonti. Per l’Italia, inoltre, il gasdotto sarà la prima infrastruttura di importazione del gas indipendente dall’operatore tradizionale e determinerà quindi un significativo incremento della concorrenza, a tutto vantaggio dei consumatori”, dice.
Riconosciuto "Project of European Interest" dall’Unione europea, <Poseidon> ha anche ottenuto dal Governo italiano, a seguito del parere positivo espresso dall’UE lo scorso 22 maggio, il diritto di poter utilizzare interamente la capacità di trasporto del metanodotto, esonerando <Edison> e <Depa< per un periodo di 25 anni dall’obbligo di consentire l’accesso all’infrastruttura da parte di operatori terzi.
In base agli accordi tra le due società l’80 per cento della capacità di trasporto sarà riservata a Edison, mentre il restante 20 per cento sarà destinato a <Depa>. <Edison> e <Depa> si sono inoltre impegnate ad aumentare la capacità di trasporto del gasdotto, rendendola disponibile per l’accesso a terzi attraverso una procedura di open season e a incrementare i volumi di gas al punto di scambio virtuale italiano, contribuendo alla nascita della futura Borsa del gas.
<Edison> e <Depa> hanno già avviato negoziati con alcuni Paesi produttori dell’area del Mar Caspio e con quelli interessati dal transito del gasdotto, volti ad assicurare le forniture di gas naturale al nuovo metanodotto.
Le procedure di autorizzazione per la costruzione e la gestione del metanodotto Igi sono in corso sia in Italia che in Grecia. Notevole attenzione è stata manifestata in Italia dalle amministrazioni locali e regionali, con cui Edison sta collaborando attivamente per definire le migliori condizioni per la realizzazione dell’opera. L’approdo del metanodotto in Italia avverrà nella città di Otranto ritenuta la più adatta sotto tutti gli aspetti. (Denaro.it)

 

 

 

 

 

OLEODOTTO "NABUCCO"

<RWE> TRA I PARTNER

La compagnia tedesca Rwe> potrebbe essere il sesto partner del progetto per la costruzione del gasdotto <Nabucco>, secondo fonti vicine alla Bulgaria, uno dei soggetti coinvolti. In corso le trattative. Il Nabucco, operativo entro il 2012, dovrà essere lungo circa 3.300 chilometri, dalla Turchia all'Austria e dovrebbe distribuire verso l'Europa occidentale il gas del mar Caspio bypassando la Russia. (Denaro.it)

 

 

 

 

 

 

PER LA TURCHIA

CRESCEL'INTERESSE CINESE

Una folta delegazione proveniente dalla Cina ha recentemente visitato la Turchia, considerata da Pechino uno degli otto Paesi in cui investire e dove il gigante asiatico ha già effettuato operazioni nei settori minerario e del marmo. La delegazione, interessata a valutare ulteriori possibilità di penetrazione commerciale, ha visitato in particolare le zone franche di Istanbul, Izmir e Mersin, incontrando tra gli altri anche i rappresentanti delle Camere di Commercio e Industria di Istanbul, Izmir e Mersin, quelli dell’Assemblea degli esportatori turchi (Tim) e quelli della Camera dell’industria della regione dell'Egeo. Ad Ankara invece sono stati tenuti degli incontri con il sottosegretariato al Commercio Estero e con funzionari dell’Agenzia per il sostegno e la promozione degli investimenti (Tispa). L’interscambio commerciale tra la Turchia e la Cina ha registrato negli ultimi tempi un notevole incremento e si prevede che entro l’anno corrente si attesti a 14 miliardi di miliardi, sebbene con un saldo assai sfavorevole per la Turchia. Tuttavia le esportazioni turche hanno mostrato negli ultimi sei mesi un trend in crescita che fa ben sperare. (Denaro.it)

 

 

 

 

 

 

UN NUOVO STAFF

LO SVILUPPODI <ERA IMMOBILIARE>

Con 75 milioni di abitanti di cui 18 milioni ad Istanbul, la Turchia offre innumerevoli prospettive di sviluppo per <Era Immobiliare>. Presente ad Istanbul, il nuovo staff turco sarà diretto da Ozlem Cengel, il quale si occuperà della gestione di <Era> grazie alla sua grande conoscenza della regione e alle sue competenze in gestione di staff. Sarà circondato da collaboratori con forte esperienza in gestione e costruzione immobiliare in Turchia e nei Paesi Bassi. Insieme si sono fissati l’obiettivo di costruire un network di 300 agenzie in Turchia. (franchise-net.it)

 

 

 

 

 

PER 3 MLD di $

BOOMDI INVESTIMENTI ARABI

Agli arabi piace investire in Turchia. Le cifre stanziate per puntare sul Paese della Mezzaluna si sono moltiplicate esponenzialmente nel giro di pochi anni, da quando Recep Tayyip Erdogan e il suo partito islamico moderato sono saliti al Governo. Da 70 milioni di dollari nel 2002 si è passati a 3 miliardi di dollari nel 2007. Il dato è stato reso noto da Mehmet Hadra, presidente dell'Associazioni uomini d’affari turco-arabi. Il capitale arabo si è concentrato maggiormente nei settori turismo e commercio. (Denaro.it)

 

 

 

 

 

BOOM TURCO


AUTO: 80%
DELLA PRODUZIONE ALL'UE

Nella prima metà del 2007 la Turchia ha esportato nell'Unione Europea l'80% della sua produzione di auto, incassando 7.6 miliardi di dollari. E quasi la metà, 4.7 miliardi di dollari, sarebbero il frutto delle esportazioni in Germania, Italia, Francia e Gran Bretagna. In particolare l'industria automobilistica turca avrebbe esportato i suoi prodotti in 165 paesi e regioni autonome e in 14 zone libere tra gennaio e giugno 2007, guadagnando 9.5 miliardi di dollari.

 

 

 

 

 

 

ECONOMIA

LE 500 INDUSTRIE
PIU' IMPORTANTI
CHIEDONO
MENO TASSE

 

E' stato pubblicato un atteso studio della <Iso-Istanbul Chamber of Industry> sulle 500 principali imprese industriali della Turchia. Le prime 10 aziende turche in base al fatturato risultano essere: - <Tupras> (petrolio); <Ford Otomotiv> (auto); <Euas> (energia); <Toyota> (auto); <Oyak Renault> (auto); <Arcelik> (elettrodomestici); <Erdemir> (acciaio); <Vestel> (elettrodomestici); <Tofas/Fiat> (auto) e <Aygaz> (gas naturale). L'analisi prodotta dalla Iso conferma l'andamento positivo dell'economia turca nel 2006, soprattutto sul versante dello sviluppo del sistema industriale privato e delle esportazioni. I settori industriali che emergono con maggior evidenza dal rapporto sono l'automobilistico e l'energia, mentre il comparto tessile-abbigliamento perde rapidamente peso nel contesto delle imprese più importanti del paese (solo tre aziende tessili risultano fra le prime 100), pur mantenendo un ruolo sul fronte dell'export. L'industria automobilistica turca guida ormai l'export con oltre 12 miliardi di dollari (28.1% del totale dalle prime 500 aziende locali), seguita a ruota dall'industria metal-meccanica. Nel 2006 le 500 industrie più importanti del Paese hanno rappresentato il 13.1% del Pil, ma soprattutto il 51.2% del valore aggiunto complessivo della Turchia. Peraltro le prime 50 imprese di questa lista da sole rappresentano oltre il 45% della produzione complessiva, valore aggiunto ed export nazionale. E' anche interessante notare che le imprese a controllo statale sono solo 13 (erano 32 nel 2001: -59.4% '06/'01), mentre quelle ad azionariato estero sono 140 (+2.9% '06/'05). Sul versante dell'export si può osservare che l'incremento delle 500 aziende è stato del 19% rispetto alla media nazionale del 16.4%. Si fa presente infine che nel corso della conferenza stampa di presentazione del rapporto il presidente della <Iso Tanil Kucuk> ha sottolineato il fatto che gli industriali turchi si attendono dal Governo una sensibile riduzione della tassazione indiretta, che viene giudicata una delle più alte al mondo. (Ice Istanbul)

 

 

 

 

 


<CEMENTIR>ALLA FINESTRA

DOPO LE ELEZIONI   Raccomandazione positiva di 
outperform sul titolo con un target price a 12.50 euro

La vittoria elettorale del premier turco, Tayyip Erdogan, nelle consultazioni politiche non risolleva l'umore di <Cementir>. L'azione, partita in realtà spedita tanto da raggiungere un top intraday a 10.91 euro, ora ha virato al ribasso e perde lo 0.86% a 10.57 euro. Nella norma gli scambi pari a 75.3 mila pezzi contro una media giornaliera dell'ultimo mese di 188 mila pezzi.
La vittoria del partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) è stata netta. La formazione islamico-moderata del premier ha conquistato la maggioranza assoluta in parlamento, con il 46.58% dei voti, che assegnano 340 seggi. Un dato fortissimo in termini di consensi, che lascia tuttavia in bilico l'elezione del nuovo presidente.
Con il sostegno degli indipendenti (27 seggi, dei quali 24 riconducibili al partito filo-curdo Dtp) l'Akp può sperare di mettere assieme i fatidici 367 deputati necessari per fare scegliere il Capo di Stato dal Parlamento. Ma questa sarà storia dei prossimi giorni. 
Per <Cementir>, "i timori che si erano sollevati circa tre mesi fa sulle prospettive politiche della Turchia sono svaniti con le elezioni che hanno visto vincere la coalizione guidata dal premier uscente", sottolinea un analista. "Crediamo che queste elezioni possano dare una continuità circa gli sforzi della Turchia di proseguire nel risanamento economico e di entrare in Europa".
"Questa notizia ha poi un impatto positivo per <Cementir> che ha una forte esposizione verso la Turchia: circa il 30% del fatturato e il 35% dell'<Ebitda>", precisa l'esperto che conferma la raccomandazione positiva di outperform (sovraperformerà il mercato) sul titolo con un target price a 12.50 euro. Lo stesso giudizio ribadito da Cheuvreux, dopo un incontro con la società.
La banca d'affari francese, come riporta l'agenzia <Mf-Dow Jones>, ha però un target price a 12 euro. "Cementir ha confermato tutti i target triennali e ha anticipato un outlook positivo per quest'anno, riferisce il broker, aggiungendo che le vendite in Turchia dovrebbero aumentare del 3%-5%. E se la Danimarca dovrebbe registrare un ulteriore miglioramento, l'Italia dovrebbe accusare un leggero rallentamento a causa di minori prezzi del cemento. (Francesco Gerosa/Milano Finanza)

 

 

 

 

 

SECONDO <WEST LB MELLON>

POSIZIONI IN PIU' NEL PORTAFOGLI DEI GESTORI

A dispetto della crescita del 56% sperimentata dal listino turco negli ultimi dodici mesi, le valutazioni vengono considerate interessanti dalla maggior parte degli esperti. Secondo il team di <West LB Mellon>, le attuali quotazioni del listino turco sarebbero tra le più convenienti dell’Europa dell’Est. L’Msci Turchia ha un ratio P/e a dodici mesi pari a 10 e una crescita stimata dei benefici vicina al 20%. La crescita economica sta accelerando e si prevede un balzo del Pil del 4.3% per l’anno in corso. Altre variabili che supportano il buon momento turco sono: il progressivo taglio del debito pubblico e la presenza di una popolazione molto giovane.
Alla stregua degli altri mercati Emergenti, quello turco non è esente da rischi. Uno di questi risiede nell’evoluzione della divisa. La nuova Lira turca si è rivalutata del 17% in dodici mesi. La Turchia è uno dei mercati Emergenti più liquidi, con un elevata sensibilità ai mercati e vulnerabile al contagio dei rischi globali legati al binomio crescita- inflazione. (A cura di www.fondionline.it)

 

 

 

 


PER 1.8 MILIARDI DI $

BANCA SAUDITA AQUISISCEIL CONTROLLO DELLA <TURKIYE FINALS>

La <National Commerce Bank of Saudi Arabia> (attualmente la più grande banca del Golfo Arabico) ha acquistato per 1.8 miliardi di dollari il 60% della turca <TFB-Turkiye Finans Bank>,che ha 124 sportelli, 2199 impiegati ed oltre 570.000 clienti in tutto il Paese. Nel 2006 i profitti della banca turca hanno totalizzato 97 milioni di dollari, mentre gli asset in totale ammontavano a circa 3 miliardi di dollari. La banca saudita acquirente è controllata al 70% dal Regno Saudita. Gli azionisti turchi che hanno ceduto la maggioranza del pacchetto di controllo della <Tfb>, ma manterranno ancora il 40% delle azioni, sono gli importanti gruppi imprenditoriali anatolici <Ulker> (settore alimentare) e <Bodyak> (settore arredamento). Alla <Tfb> nel recente passato si era interessata -senza esito- anche la <Commercial Bank of Kuwait>. Ad oggi sono quindi quattro le banche che operano in Turchia secondo i principii della finanza islamica: <Kuveyt Turk Bank>, <Albaraka Turk>,<Turkiye Finans Bank> e <Asya Bank>; di queste, le prime tre sono controllate da investitori arabi. (Ice Istanbul)

 

 

 

 

 


SCENDE LA DISOCCUPAZIONEMA RESTANO I PROBLEMI

I DATI DEL TUIK TURCO  Il tasso si è attestato al
9.8 per cento, portando i senza lavoro ad un totale di
2.450.000 persone in età attiva. Il numero degli occupati

Secondo l’ufficio statistico turco (Tuik), nei tre mesi di marzo, aprile e maggio 2007, il tasso di disoccupazione in Turchia si è attestato al 9.8 per cento, portando i senza lavoro a un totale di 2.450.000 persone in età attiva. Nel contempo, gli occupati sono cresciuti di 466 mila unità rispetto allo stesso periodo del 2006, raggiungendo la cifra di 22.6 milioni. Nelle aree urbane il tasso di disoccupazione è pari all’11.6 per cento (meno 0,6 per cento rispetto al 2006), mentre nelle zone rurali il tasso di disoccupazione è del 6.9 per cento (più 0.4 per cento rispetto all’anno scorso). Un altro interessante dato è quello relativo alla ripartizione dei lavoratori nei settori: 26.7 per cento in agricoltura; 19.5 per cento nell’industria; 5.5 per cento nelle costruzioni; 48.3 per cento nei servizi. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro si è attestato sul 47.9 per cento (più 0.2 per cento se confrontato al dato del 2006): un dato ancora lontano da quelli medi dell’Unione europea. Molti analisti segnalano che l’ampiamente diffusa economia sommersa, che raggiungerebbe almeno il 40 per cento dell’attuale Pil (400 miliardi di dollari), modificherebbe sostanzialmente i dati ufficiali.
Intanto, sempre secondo i dati forniti dall’ente statistico turco Tuik, è diminuito del 5.3 per cento il deficit della bilancia dei pagamenti del Paese della Mezzaluna nei primi cinque mesi del 2007 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il deficit ha raggiunto nel mese di maggio i 15.8 miliardi di dollari.
Quanto al flusso di
investimenti esteri diretti nel Paese, nel periodo gennaio-maggio 2007 il valore ha toccato gli 11 miliardi di dollari. Nello stesso periodo dell’anno scorso, la cifra era stata pari a 8.5 miliardi di dollari. Secondo le previsioni del sondaggio che la Banca Centrale conduce con cadenza bimensile negli ambienti economici e finanziari del Paese, il tassod’inflazione in Turchia a fine anno dovrebbe attestarsi al 7.44 per cento, rispetto al 7.67 per cento preventivato nello scorso sondaggio. Il deficit delle partite correnti dovrebbe raggiungere quota 31.9 miliardi di dollari, in aumento rispetto al precedente sondaggio (31.4 miliardi). La crescita del Pil dovrebbe invece aumentare al 5.1 per cento, rispetto al 4.9 per cento di due mesi fa.
Altri dati, stavolta forniti dal presidente dell’Associazione d’affari turco-araba (Turab), Mehmet Hadra, riguardano i flussi di import-export. I Paesi del Golfo infatti, investono sempre di più nel Paese turco, mentre le esportazioni della Mezzaluna verso quest’area, che nel 2002 ammontavano al 2 per cento, ora rappresentano un terzo dell’export turco. Gli investimenti provenienti dai Paesi del Golfo, pari a 70 milioni di dollari nel 2002, dovrebbero attestarsi a tre miliardi di dollari a fine 2007 e arrivare a 10 miliardi di dollari entro il 2010. Nel solo 2006 gli investimenti sono arrivati a 1.9 miliardi. Le importazioni dalla Turchia, secondo Hadra, potrebbero raggiungere il 45 per cento del totale dell’export turco, mentre gli investimenti sarebbero indirizzati verso i settori della finanza, del turismo, immobiliare e commerciale. (Denaro.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

SECONDO LA BDDK

AUMENTA IL NUMEROdei clienti del sistema bancario 

Secondo uno studio della Bddk, Agenzia per la regolazione e supervisione bancaria turca, nel 2006 è sensibilmente cresciuto il numero dei clienti del sistema bancario locale, passati dai 15.7 milioni del 2002 ai 30.6 del 2006 (+95% '06/'02). In Turchia (50 le imprese bancarie al 31/12/06) sono presenti 86 milioni di conti di deposito, mentre erano 67 milioni nel 2002 (+28.3% '06/'02), e le carte di credito -per il cui numero la Turchia si posiziona al secondo posto in Europa dopo il Regno Unito (oltre 31 milioni a fine 2006; erano 13.9 milioni nel 2001; +123%) rappresentano sempre più lo strumento privilegiato di pagamento nel paese. (Ice Istanbul)

 

 

 

 

 

 

IL RAPPORTO
TELEFONICO TURCO

Forte crescita
delle utenze internet

Secondo alcuni rapporti predisposti dalle principali aziende telefoniche turche, il numero degli utilizzatori di Internet dal 2000 al 2006 è cresciuto del 700%, raggiungendo la cifra di 16 milioni di utenti. La Turchia si posiziona al sesto posto in Europa (dove nello stesso periodo la crescita è stata del 199,5%), preceduta da: Germania (50.5 milioni di utilizzatori), Inghilterra (37.6 milioni), Italia (30.8 milioni), Francia (30.1 milioni), Russia (28 milioni) e Spagna (19.8 milioni). Il tasso di diffusione di Internet rispetto alla popolazione è del 21.1%: ancora abbastanza limitato rispetto ai principali paesi europei, dove la media è del 39.8%. (Ice Istanbul)

 

 

 

 

RO
RO

MISSIONE AD ISTANBUL DEL COMITATO AUTOTRASPORTO


I LEGAMI CON RAVENNA  Il confronto con
la ditta <Gokbora>, una impresa con una flotta di 
circa 90 mezzi solo per i trasporti internazionali

Si è svolta con successo la missione di studio, organizzata dal Comitato Unitario dell’Autotrasporto di Ravenna, ad Istanbul che ha visto la partecipazione di Guido Ceroni, segretario generale dell’Autorità Portuale e Gino Maioli, assessore provinciale ai Trasporti nonché dei dirigenti delle principali strutture consortili e cooperative dell’autotrasporto merci in conto terzi della provincia.

Storicamente e culturalmente i legami fra Ravenna ed Istanbul sono molto antichi e consolidati e questo ha sempre consentito di identificare la nostra città come la porta d’oriente in Europa.

Gli incontri realizzati con i massimi dirigenti della Camera di Commercio italo–turca, turca e dell’Ice, hanno permesso di approfondire la conoscenza di un Paese estremamente dinamico, dove stanno crescendo gli investimenti stranieri in diversi settori dell’economia e dove le imprese di trasporto più strutturate si sono organizzate per fornire servizi efficienti ed economici verso i Paesi dell'Unione Europea.

In particolare la visita della <Roder>, l’associazione degli operatori intermodali turchi, ha consentito di conoscere l’organizzazione del trasporto intermodale verso l’Europa, in particolare attraverso le navi Ro-Ro della linea Istanbul–Trieste. Questa linea è attualmente una delle prime per volumi di traffico nel Mediterraneo ed è stata organizzata dalle imprese di trasporto che sono diventate anche armatrici dei traghetti che servono questa tratta, con navi fra le più moderne attualmente in servizio. Per rendere maggiormente efficienti tutte le operazioni di imbarco e sbarco, la Roder ha realizzato un proprio terminal traghetti a Pendik, a circa trenta km da Istanbul. In questo moderno terminal avvengono tutte le operazioni di imbarco e sbarco dei veicoli, di controllo dei carichi, effettuate attraverso le più moderne tecnologie ed eseguite le operazioni doganali. 

Il confronto con la ditta <Gokbora>, un’impresa con una flotta di circa 900 automezzi solo per i trasporti internazionali, associata a <Roder>, ha evidenziato gli investimenti che le imprese più strutturate turche stanno realizzando sui mercati europei, in termini di sedi e piattaforme logistiche, sfruttando la posizione strategica della Turchia per i traffici provenienti dal Mediterraneo orientale e dall’area dei Balcani. La strategia aziendale sta puntando su giovani dinamici e preparati, che provengono da percorsi di studio specializzati in logistica e trasporti.

Anche questa esperienza è stata un’occasione di arricchimento e di stimolo per continuare a crescere e a innovarsi, perché sempre più la competizione si realizzerà attraverso servizi efficienti, di qualità, dove le capacità organizzative e manageriali saranno fondamentali. (Romagnaoggi.it)

 

 

 

 

 

 

PER LA SOMMA DI 3.1 MLD

Privatizzato
l'aeroporto Gokcen

La privatizzazione dell’aeroporto di Sabiha Gokcen, il secondo scalo internazionale del Paese della Mezzaluna, nella parte asiatica di Istanbul, di proprietà del sottosegretariato del ministero della Difesa, si è conclusa con l’aggiudicazione della gestione per un periodo di 20 anni al consorzio formato dal gruppo <Limak> e dalla <Malaysia Airport Holding>, per la somma di 3.1 miliardi di dollari. La privatizzazione prevede anche la costruzione di un terminal internazionale e la fornitura di servizi aeroportuali del tipo build operate and transfer (Bot). (Denaro.it)

 

 

 

 

 

 

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Marchi tipo <Lazzoni>, <Rizelli>, <Bellona>, <Cerrano>, <Milano>, <Rossetti> ed altri ancora sono soltanto un esempio di quello che sta succedendo nel Paese della Mezzaluna

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NOMI ITALIANI
PER IMPRESE TURCHE

 

Secondo un articolo apparso in prima pagina sul quotidiano economico <Referans>, le imprese turche, principalmente del settore arredamento, stanno sempre più utilizzando nomi italiani o italianizzati per attrarre i compratori locali ed esteri. Marchi tipo: <Lazzoni>, <Rizelli>, <Bellona>, <Cerrano>, <Milano>, <Rosetti>,ecc. sono soltanto un esempio di quanto sta accadendo in Turchia, rispetto al c.d. "Italian Sounding" già verificatosi p.e. negli Usa per i prodotti agro-alimentari. Il brand "italianizzato" è ritenuto da numerosi imprenditori locali simbolo non solo di qualità, ma anche di design e l'utilizzo di nomi dal suono italiano o italiani al 100%, spesso inducono il consumatore ad acquistare più favorevolmente un prodotto rispetto ad una altro. Da un altro versante vi sono   

imprenditori turchi che  ritengono la corsa al nome italiano una mera copertura per una copiatura di prodotti dal design più avanzato, venduti a costi chiaramente più competitivi rispetto ai prodotti di importazione. Le associazioni dei produttori turchi di mobili stanno cercando di affrontare questo problema soprattutto diffondendo fra gli associati il concetto dell'innovazione e del design utilizzando al meglio i numerosi designer locali che invece non utilizzati in patria, operano con regolarità e successo all'estero per imprese di altri Paesi. La sfida dell'innovazione e del design è quindi la vera sfida del settore arredamento in Turchia per il prossimo quinquennio. Le oltre 2.000 imprese locali produttrici di mobili guardano sia al mercato interno che all'export con aspettative sempre maggiori e con uno sguardo all'Italia vero paese leader mondiale del settore (Ice Istanbul)
 

 

 

 

 

 

NOTIZIARIO DI AMBASCIATA D'ITALIA

        

LARGA INTESA ENI-GAZPROM
Accordo tra <Eni> e <Gazprom> per uno studio sulla costruzione di un nuovo gasdotto, il cosiddetto "South Stream". In base alle intese raggiunte l’<Eni> e la società russa avvieranno gli studi per costruire un gasdotto al fine di trasportare gas russo verso l’Europa. Si tratterebbe di un’infrastruttura di 900 km che attraverserà il Mar Nero biforcandosi in due tranche sul territorio bulgaro; verso nord (Romania, Ungheria e Slovacchia) e verso sud – ovest (Macedonia, Albania e Italia). Il vice presidente del settore Strategia e Sviluppo dell’azienda italiana, Leonardo Maugeri, in occasione di una conferenza sull’energia organizzata dalla Camera di Commercio italiana di Istanbul il 25 giugno ("The different dilemmas of Oil and Gas Security and the Role of Turkey"), ha tenuto a precisare che l’accordo in parola non costituisce in alcun modo un’alternativa al progetto Nabucco. Se l’Europa intende dare corpo ad ipotesi post-Kyoto che prevedono una sempre minore importanza di carbone e nucleare, ha continuato il rappresentante dell’<Eni>, il gas naturale sarà necessariamente la nuova frontiera e ce ne sarà bisogno in grande quantità. Da ovunque esso arrivi. Entro il 2020 infatti la domanda energetica dell’Europa ammonterà a 150-200 miliardi di metri cubi; fondamentale quindi la programmazione per lo sviluppo di nuovi progetti volti al soddisfacimento di tale domanda. 

AUMENTO DEL CONSUMO ENERGETICO
Il consumo energetico in Turchia è aumentato del 6.1% nel 2006 ed ammonta allo 0.9% del consumo globale; nello stesso anno il consumo di gas naturale ha registrato un incremento del 13.5% (30.5 miliardi di metri cubi), rappresentando l’1.1% del consumo mondiale. Il consumo di greggio è invece diminuito del 4.7% (28.5 milioni di tonnellate), costituendo lo 0.7% del consumo mondiale. Quanto al carbone, nel 2006 la Turchia ne ha prodotto lo 0.4% in meno rispetto al 2005, mentre il suo consumo è incrementato del 10.1%. Infine, l’utilizzo di energia idroelettrica è salito del 10.6% (1.4% della produzione mondiale). I dati sono stati raccolti in un rapporto sull’energia redatto dalla BP.

NOMINA
Turan Erol è stato nominato nuovo presidente del Consiglio per la Concorrenza (Spk). Tale nomina è stata resa nota sulla Gazzetta Ufficiale.

AUTO: PRODUZIONE IN SALITA
In base ad un rapporto relativo al settore automobilistico internazionale,  nel 2006 la Turchia è salita di un posto nella graduatoria dei paesi produttori di autovetture, passando dalla 18ma alla 17ma posizione, con un totale di 991.000 unità, superando così il Belgio e con prospettive di avvicinarsi sempre di più all’Italia nei prossimi anni. Per il 2008 si prevede che il settore produrrà 1.4 milioni di unità attraverso incrementi della produzione ed il lancio di nuovi modelli principalmente negli stabilimenti delle case automobilistiche <Renault>, <Ford>, <Toyota, <Tofaş> e <Hyundai>. In base allo studio la Turchia è stato il settimo Paese che ha registrato la crescita più veloce.

ACCORDO CON LA BANCA MONDIALE
Il Sottosegretariato al Tesoro ha recentemente siglato un accordo con la Banca Mondiale per la concessione di una linea di credito pari a €200 milioni, destinata al finanziamento delle Pmi attraverso un progetto che sarà condotto congiuntamente dalla Banca Industriale per lo Sviluppo della Turchia (Tskb) e dalla <Halk Bank>, che gestiranno ciascuna €100 milioni. Il credito concesso dai due istituti sarà ripagabile in 15 anni, con un periodo di grazia di 5. Scopo del progetto è quello di aumentare la produttività e la capacità di vendita delle Pmi, facilitandone l’accesso al credito. Una parte dei fondi gestiti dalla <Halk Bank>, pari a €25 milioni, sarà destinata alle Pmi dell’Anatolia centrale e meridionale.

OTTAVO AL MONDO
Stando ai dati del Sottosegretariato alla Marina Mercantile, la Turchia è l'ottavo Paese costruttore al mondo di imbarcazioni, dai grandi yacht ai tanker per il trasporto di pericolosi prodotti chimici e derivati. Lo scorso anno il Paese ha ricevuto ordini per 1.8 milioni di "deadweight tons" (Dwt), mentre nel 2002 il Paese era solo al 23mo posto al mondo con 135.000 Dwt completate. La Turchia dispone di 59 cantieri (+59.5% nel 2006 rispetto al 2001), che nei prossimi anni dovrebbero raggiungere quota 120, con una capacità produttiva di 9.2 milioni di Dwt per anno. Negli ultimi tre anni, soprattutto nell'area di Marmara (Tuzla) ed in quella del Mar Nero, si è particolarmente incrementata l'attività cantieristica con investimenti di oltre $500 milioni in nuove tecnologie. (fonte Ice)

EXPORT-IMPORT:DIFFERENZE
Secondo l'Ufficio Statistico Turco (Tuik) e le elaborazioni predisposte dall’Ufficio Ice di Istanbul, nel periodo gennaio-maggio di quest'anno l'import turco è cresciuto del 16.2% rispetto allo stesso periodo del 2006, raggiungendo quota $62.6 miliardi.
Di converso l'export è cresciuto del 26.1% per un valore di $40.5 miliardi. Il disavanzo risulta essere quindi pari a $22,1 miliardi (+1.8% rispetto al 2006). L'Italia resta saldamente il terzo partner commerciale della Turchia con un interscambio di $6.7 miliardi (+10.3% rispetto al 2006). L'export nazionale è risultato pari a $3.7 miliardi (+13.3%), mentre l’import è cresciuto del 7.4%, raggiungendo la cifra di  $3 miliardi. Il saldo, attivo per l'Italia, è pari a $712 milioni. La quota di mercato dell’Italia sul totale delle importazioni della Turchia è ora del 5.9%. La Germania resta il primo partner commerciale del Paese con un interscambio di $10.9 miliardi ed un saldo attivo di $1.7 miliardi (da segnalare però l'incremento delle esportazioni turche pari a circa il 20% rispetto allo stesso periodo del 2006). La Russia risulta essere il primo Paese fornitore ($8.7 miliardi, dovuti essenzialmente alle forniture di gas naturale) ed il secondo partner commerciale (sono però da porre in risalto  le esportazioni turche verso quel paese cresciute del 60.6% e frutto di un'intensa azione di politica commerciale ed economica). Continuano invece ad essere interessanti le performance della Cina (+25% delle esportazioni), terzo Paese esportatore. Nel contempo deve essere evidenziato soprattutto  l'incremento veramente sensazionale delle esportazioni turche verso il "gigante asiatico" (+54.7%). Ottimi andamenti hanno fatto registrare le esportazioni statunitensi (+30.4%), iraniane (+34.5%) ed olandesi (+21.9%). Andamento positivo infine  per le esportazioni turche in Iran (+30% circa), Spagna (+32.3%) e Belgio (+38%). (fonte Ice)

SEGNI DI RALLENTAMENTO
Il rappresentante del Fondo Monetario Internazionale in Turchia, Hugh Bredenkamp,
in occasione della Conferenza sulla competitività dell’economia turca nel mondo, organizzato a Istanbul dall’Associazione degli Industriali e uomini d’affari (Tusiad), ha affermato che nonostante i notevoli traguardi economici raggiunti dal Paese e le ottime performance degli ultimi anni, si avvistano all’orizzonte i primi segni di un rallentamento. Secondo Bredenkamp inoltre, sebbene una serie di indicatori induca all’ottimismo, la pressione inflazionistica è in costante aumento. Imperativo quindi per la Banca Centrale tenere sotto stretto controllo la gestione della politica monetaria. Riferendosi alle recenti turbolenze dei mercati finanziari, il Rappresentante del Fondo ha poi commentato che l’economia turca mostra ancora segnali di vulnerabilità, particolarmente per ciò che concerne l’attuale sopravvalutazione della moneta locale che potrebbe esporre il Paese ad ulteriori fluttuazioni. Bredenkamp ha quindi concluso affermando che l’anno in corso e quelli a venire dovranno essere dedicati principalmente ad un'incisiva lotta alla pressione inflazionistica e ad un controllo della massa monetaria, ad una riduzione sostanziale del debito pubblico, all’attuazione di  una sostenibile politica fiscale, alla creazione di un mercato del lavoro più flessibile e ad un incremento della produttività e della competitività; tutto ciò al fine di assicurare  una crescita economica stabile e duratura nel medio e lungo periodo.

DEFICIT PARTITE CORRENTI
Il Segretario Generale dell'Ocse, Jose Angel Gurria, ha tenuto a sottolineare  gli sforzi ed i risultati raggiunti dall'economia turca negli ultimi quattro anni. Tuttavia Gurria ha messo in evidenza alcuni ostacoli che il Paese sarà costretto ad affrontare nel breve e medio termine, in primis il persistente deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, un aumento sempre più consistente delle importazioni e il noto problema della disoccupazione. (fonte Ice)

RACCOMANDAZIONE
Ferma raccomandazione da parte della Banca Centrale al Governo di attuare politiche volte a prevenire un surriscaldamento dei prezzi. Nei primi cinque mesi dell’anno infatti la spesa pubblica è risultata più elevata del previsto; doveroso quindi condurre un’attenta attività di monitoraggio al fine di scongiurare pericoli di pressione inflazionistica. 

VALUTA ESTERA
Le riserve in valuta estera della Banca Centrale della Turchia stimate al 22 giugno scorso ammontano a $67 miliardi mentre quelle in valuta estera degli altri istituti di credito e di istituzioni finanziarie private risultano essere pari a $45.3 miliardi.

FONDI DI INVESTIMENTO E MERCATO TURCO
A detta di un rapporto predisposto dalla <Deloitte Turkey>, i fondi di investimento internazionali sono sempre più attratti dal mercato turco e dalla sua crescente importanza nel settore. Dal 1995 ad oggi 51 operazioni sono state effettuate da <Investments Funds>, per un totale di $2.8 miliardi. Di queste 51 operazioni, 15 sono state concluse tra il 2006 ed il maggio 2007, per un ammontare di oltre  $2,5 miliardi. Nel prosieguo del 2007 e nel  2008 le operazioni dei fondi di investimento dovrebbero ulteriormente ampliarsi per raggiungere, secondo gli analisti locali, una media annuale non inferiore ai $2/2.5 miliardi. I fondi più attivi sul mercato locale risultano essere i seguenti: <Providence>, <Tpg>, <Citigroup<, <Advent>, <Gem>, The <Blackstone Group>, <The National Bank of Kuwait Capital>, <Turkven> e <Is Venture> (Tur). Sono invece pronti ad operare sin dai prossimi mesi <Carlyle>, <Istithmar>,  <Abraj Capital>, <The Kuwait Investment Authority> (Kia.

16.O87 IMPRESE A CAPITALE ESTERO
In base a quanto reso noto da due documenti elaborati rispettivamente dal Sottosegretariato al Tesoro e dalla Banca Centrale turca, al 30 aprile di quest'anno sono presenti in Turchia 16.087 imprese a capitale estero (14.955 a fine 2006). Lo scorso anno lo stock degli investimenti esteri era risultato pari a 83.5 miliardi di dollari, rafforzato da un flusso in entrata di 20.2 miliardi di dollari, che ha posizionato la Turchia al quinto posto fra i principali recettori di investimenti esteri a livello mondiale. Un balzo in avanti straordinario rispetto alla 53ma posizione occupata  nel 2002) . Dei 20.2 miliardi di dollari di investimenti esteri, il 39.3% è stato destinato al settore bancario/finanziario, mentre il 37.2% ai trasporti e comunicazioni.  Nel 2006 i principali paesi investitori in Turchia sono stati i seguenti:  Olanda (1.189 imprese ed uno stock di 19,2 miliardi di dollari); Francia (558 imprese ed 8 miliardi di dollari ); Germania (2.627 imprese e 7 miliardi di dollari); Belgio (265 imprese e 6.6 miliardi di dolllari); Regno Unito (1.420 imprese e 6.5 miliardi di dollari); Usa (733 imprese e 5.3  miliardi di dollari; Italia (513 imprese e 4.3 miliardi di dollari). L'Italia nei primi quattro mesi del 2007 ha investito in Turchia ulteriori 34 milioni di dollari raggiungendo la cifra totale di 4.374 milioni di dollari. Delle 14.955 imprese a capitale estero costituite nel Paese dal 1954 al 200 ben 8.334 (55,7%) sono presenti nell'area di Istanbul, 1.764 (11.8%) nella zona di Antalya, 1.039 (6.9%) nella provincia di Ankara, 926 (6.2%) nell'area di Izmir, 860 (5.8%) a Mugla (Regione Egea), 307 (2.1%) nella zona di Bursa (Regione di Marmara), 283 (1.9%) a Mersin (Regione Mediterranea del Sud), 227 (1.5%) nell'area di Aydin (Regione Egea), 186 (1.2%) nel distretto di Kocaeli (Regione di Marmara),120  (0.8%) nell'area di Adana (Regione Mediterranea del Sud). In complesso l'area di Istanbul/Marmara raccoglie il 60.8% del totale delle imprese a capitale estero, seguita dall' Area Mediterranea (15.2%) e da quella Egea (14.3%). (fonte Ice)

IN OTTO PER LA <PETKIM>
L’Amministrazione per le Privatizzazioni (Oib) ha annunciato che otto imprese si contenderanno l’acquisto in blocco del 51% dell’industria petrolchimica del Paese, <Petkim>. Si tratta di sei joint-venture così composte: <Socar & Turcas Enerji-Injaz>; <Carmel-Limak>; <TransCentral Asia Petrochemical Holding>; <Zorlu Holding>; <Hokan Chemicals>; <Çalık-Iocl>; <Naksan-Torunlar-Toray-Kiler<; <Fırat Plastik and Rubber>. 

 

INDICATORI MACROECONOMICI
 - Crescita del Pnl nel 2005: 7.7%; gennaio – aprile 2006: 6.3%
 - Inflazione  annua (prezzi al consumo): 9.6% (2006); 9.23% (maggio 2007)
 - Interscambio con l’Italia nei primi cinque mesi del 2007: $6.7 miliardi con esportazioni verso l’Italia pari a $3 miliardi (+7,4% rispetto allo stesso periodo del 2006) ed importazioni dall’Italia pari a $3.7 miliardi (+13,3% rispetto allo stesso periodo del 2006). (Ice Istanbul su dati dell’Istituto Turco di Statistica- Tuik)
__________________________
A cura di: Simona De Martino - Capo dell'Ufficio Economico e Commerciale dell'Ambasciata d'Italia
                Gianmarco Macchia - Vice Capo dell'Ufficio Economico e Commerciale
                Roberto Luongo - Direttore dell'Ufficio Ice di Istanbul
Redazione: Tiziana Staffolani - Collaboratore Economico e Finanziario

 

 

 

 

 

 

TURISMO/AMBIENTE

 

 

                   IL PARADISO
     PER I SUB

ALLA SCOPERTA DEI RELITTI  Il MAR MEDITERRANEO, TRA ANTALYA E L'ISOLA DI CIPRO, E' QUANTO DI MEGLIO POSSA OFFRIRE. DALLE NAVI AI B-24 TIPO <HADLEY'S HAREM>

Non ci saranno tesori sommersi, ma il fascino è assicurato. Uno dei nuovi paradisi per gli amanti delle vacanze con bombole e muta è la regione di Antalya, con il suo ampio golfo che fa da "porta" al braccio di mare compreso tra la Turchia e l'isola di Cipro. Una regione già amata dai turisti internazionali scopre ora i suoi tesori sommersi adagiati sul fondo del mare dopo essere stati sconfitti da tempeste e guerre.
L'itinerario subaqueo diventa ben presto un viaggio nel tempo che parte dal 1942, dalle cannonate della Seconda Guerra Mondiale che colarono a picco una nave da guerra francese proprio al largo della costa di Antalya. Il relitto giace a 20-30 metri di profondità ed è stato scoperto in due diversi scavi sottomarini, il primo nel 1946 e il secondo nel 1974 che hanno portato alla luce il relitto e hanno consentito il recupero della maggior parte degli armamenti che erano a bordo della nave.
Molti anche gli apparecchi medici per uno scafo che lavorava anche da ospedale galleggiante e supporto medico per la flotta.


Per gli abitanti della zona è nota come "la nave sommersa dell'alta società", perché si racconta che i marinai francesi vestissero abiti borghesi per non farsi riconoscere e sbarcarono sulle coste dopo aver salvato i loro beni personali. Grande interesse anche per i fondali della zona di Lara e Konyaalti che offrono formazioni rocciose di grande fascino e una fauna marina ricchissima. Meta di immersioni anche la caverna sommersa al largo dell'isolotto di Sican. A est di Antalya, al largo della località di Manavgat, il turista subaqueo si può invece imbattere in un B-24 i bombardieri dell'aeronautica americana durante il secondo conflitto mondiale.
L'aereo inabissato si chiama <Hadley's Harem> e giace sui fondali a 200 metri dalla costa dal 1944: dopo aver bombardato la Romania atterrò a Cipro, ma precipitò al primo decollo dall'isola.
L'equipaggio sopravvisse (tre dei soldati americani sono vivi tutt'ora) e venne salvato dagli abitanti del villaggio di Cengel Koy, mentre l'abitacolo è stato recuperato ed esposto in un museo di Istanbul. Ma i relitti sui fondali della regione sono anche molto più antichi: ad ovest di Antalya, nella baia di Gelidonya, ci sono infatti i resti sommersi di una nave mercantile che naufragò dopo aver sbattuto contro le rocce della località oggi nota come Taslik. Durante le ricerche portate avanti negli anni '60 fu stabilito che la nave risaliva al XIII secolo d.C. e veniva da popolazioni mediorientali.
Un secolo dopo, un'altra nave di mercanti si inabissò a 60 metri dalla costa di Uluburun, cittadina a sudest di Kas. I reperti a bordo sono stati recuperati da una spedizione del 1984, ma lo scafo, costruito con legno di cedro e lungo 15 metri, giace ancora sul fondo, in mezzo alle tartarughe che popolano le acque della zona.
E il viaggio nel tempo tra le tragedie custodite dal mare riporta il sub alla seconda guerra mondiale quando nuota nelle acque di Meis, isolotto greco a un tiro di schioppo dalla costa turca di Kas. Lì giace infatti un aereo da guerra italiano abbattuto: a 57 metri di profondità diventa visibile il motore del velivolo mentre osservare l'intera carlinga, che conserva ancora armamenti inesplosi, bisogna scendere a 70 metri di profondità.
Ma intorno ai reperti di guerra fioriscono la flora marina e la fauna, così come nelle splendide grotte di Gok, vicino Finike, una delle caverne più profonde dell'Asia. Al loro interno, al di sotto dei quindici metri di profondità, si mescola l'acqua dolce delle sorgenti sulla terraferma con l'acqua salata del mare, il tutto in mezzo a stalattiti che testimoniano come una volta la caverna fosse all'asciutto. (Denaro.it)

 

 

 

 

 


ALBERGHI
PER SOLI MUSULMANI

TURISMO HAREMLIK-SELAMLIK   Crescono a vista
d'occhio in turchia hotel "tesettur" (ovvero "coperti dal velo
islamico") che prevedono piscine, spiaggie, stanze ed impianti
separati per uomini e donne.

In Turchia, come nei Paesi arabi, lo chiamano "turismo haremlik-selamlik", che vuol dire turismo dove si rispetta la tradizione musulmana di separazione tra i sessi e non si serve alcol. Negli ultimi anni questo tipo di turismo sta crescendo in tutti i paesi musulmani, compresa la Turchia.
Da sempre esistono nella Turchia interna e costiera piccoli alberghi e piccoli stabilimenti balneari che assicurano ai devoti musulmani la separazione sessuale.
La novità è che negli ultimi anni sulle coste e nelle città interne della Turchia stanno crescendo a vista d'occhio grandi alberghi "tesettur" (ovvero "coperti dal velo islamico"), che prevedono piscine, spiagge, stanze e impianti separati per uomini e donne. Le bevande alcoliche e le foto sono tabù e c'è anche una moschea per la preghiera e la predica del venerdì.
Sono già 27 i grandi alberghi da 3 a 5 stelle che rispondono alle esigenze dei turisti conservatori e devoti musulmani, ma essi sono in forte crescita. L'ultimo nato di questi grandi alberghi è il Bera Hotel , chiamato anche "paradiso delle vacanze alternative" aperto ad Alanya (Turchia meridionale mediterranea ai confini con la Siria) e costruito dalla <Kombassan Holding> (una conglomerata di Konya che utilizza risparmi di emigrati turchi in Europa e finanziamenti sauditi) che vi ha investito 40 milioni di dollari. La piscina separata per le donne sta sul tetto dell'albergo.
Nessun uomo può entrarvi, inclusi i dirigenti dell'albergo: le inservienti sono tutte donne con il capo coperto dal tradizionale velo islamico. La moschea dell'albergo può ospitare fino a mille persone.
La stessa < Kombassan Holding> ha in costruzione altri 10 di questi alberghi, con un investimento previsto di 150 milioni di euro,
secondo quanto ha reso noto il direttore generale della Holding, Mehmet Han Copur.
Questi alberghi di lusso attraggono la cosiddetta "borghesia velata" turca, cioé quegli strati benestanti, che vogliono godere dei piaceri della modernità senza rinunciare alle prescrizioni islamiche. "I nostri alberghi non sono preferiti solo dalle donne che portano il copricapo islamico, ma anche dalle donne che non lo portano. Queste ultime sono almeno il 15 per cento e spesso sono semplicemente mogli di mariti gelosi che si sentono rassicurati dal separatismo sessuale del nostro albergo", precisa lo stesso direttore Copur. Anche le sue clienti non coperte "sono ben contente di usufruire dei servizi separati nello stesso albergo, invece di essere costrette ad andare in piscine circondate da alte mura". I prezzi sono di circa 100-150 euro per stanza per notte, ma una Royal Suite (di 400 metri quadrati) costa 1.200 euro per pernottamento. La maggior parte dei clienti sono agiati turchi emigrati in Europa, ma la direzione della <Kombassan> conta di fare affluire clienti dai paesi arabi ed in particolare da Dubai e dagli emirati del Golfo.
Secondo la rivista turca <Resort>, la straordinaria proliferazione in Turchia di questi grandi alberghi è avvenuta negli ultimi 4 anni, in coincidenza con il governo del partito di radici islamiche Akp, ed ha trovato il suo centro finanziario nella capitale del tradizionalismo islamico, la città di Konya, dove sono basate la <Kombassan Holding>, la <Kamer Holding>, (che ha grandi alberghi nella stessa Alanya e a Kumluca), la <Yimpas> (che ha tre alberghi alternativi già costruiti a Eskisehir, Yozgat e Kahramanmaras e cinque in costruzione a Sanliurfa, Malatya, Aydin, Duzce e nella stessa Istanbul). Gli alberghi "tesettur" fanno la loro pubblicità sulle Tv musulmane come "Via lattea" e sui quotidiani confessionali, come Zaman, Vakit e Yeni Shafak, specificando di avere "piscine o spiagge separate per le donne e anche una piccola moschea (mescit)".o per servire sia i clienti più devoti, sia quelli "laici". (Denaro.it)

 

 

 

 

 

 

9.2 MILIONI

BOOMDI TURISTI

Secondo l 'Ufficio Statistico Turco (TUIK), nel primo semestre dell'anno in corso sono stati 9.2 milioni i turisti esteri che hanno visitato la Turchia con un incremento del 16.5% rispetto al dato del corrispondente periodo del 2006 (7.9 milioni). Nel solo mese di giugno, con 2.8 milioni di arrivi, l'incremento è stato pari al 17.1% rispetto al giugno del 2006. I dieci principali paesi di provenienza dei turisti sono: Germania, Russia, Regno Unito, Iran, Bulgaria, Olanda, Usa, Ukraina, Francia ed Austria. (Ice Istanbul)

 

 

 

 

 

 

VENTO IN POPPA
PER LA TURCHIA

LA SODDISFAZIONEDI <TURBANITALIA<

"Il nostro prodotto è molto vario e grazie a questa nostra particolarità riusciamo a vendere la destinazione tutto l’anno - sottolinea Muge Sakman, direttrice generale <Turbanitalia> -. Il semplice soggiorno a Istanbul, per esempio, si vende soprattutto nel periodo invernale e in primavera, sulla base di 4 giorni/3 notti. Praticamente tutto l’anno proponiamo i tour organizzati dedicati alla scoperta della Turchia culturale, che rappresentano anche il nostro punto di forza: sono itinerari molto curati, a volte tematici, che comportano giornate ricche di visite. Non a caso - prosegue -, il nostro target di riferimento per questo tipo di viaggio è composto in prevalenza da persone over 35 anni, di livello socio-culturale elevato. Nell’edizione 2007 del catalogo “La Turchia più bella” proponiamo ben 25 tour, con partenze tutto l’anno". Per il periodo estivo il t.o. offre il mare della Turchia, con soggiorni in resort e crociere a bordo dei caicchi, con possibilità di partenza con volo speciale in altissima stagione. "I nostri voli sono a cura di <Alitalia> e di <Turkish Airlines>. Soltanto nel mese di agosto, proponiamo delle catene charter da Milano e da Roma per Bodrum e da Milano Malpensa per Antalya". (Guidaviaggi.it)

 

 

 

 

 

 

IN CAICCO

CROCIERE BLU
Tra le novità del catalogo "Europa Terre dell’Ovest"” di <Europa World> per quanto riguarda la Turchia, sono state introdotte le <crociere Blu in caicco> con tre differenti itinerari (Antalya – Kas – Antalya; Bodrum – Baia di Gokova – Bodrum e Marmaris – Fethe – Marmaris), soggiorni mare sulla costa di Antalya, ideale per una vacanza balneare e sportiva e sulla costa egea, con una selezione di strutture prevalentemente "design hotel". 
Per quanto riguarda i contenuti, tutte le destinazioni sono state ritoccate e ampliate. In particolare, Europa World propone 3 itinerari esclusivi per il mercato italiano. Si tratta del "Turchia d’autore" che in 8 giorni racchiude i luoghi più famosi della Turchia, da Istanbul alla Cappadocia, da Efeso a Pamukkale. In esclusiva anche "Le perle della Turchia" 11 giorni alla scoperta di Istanbul, Ankara, Cappadocia, Pamukkale, Kusadasi, Kanakkale e Pergamo. (da Guidaviaggi.it)

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ROMANTICISMO SULBOSFORO

INNAMORARSI A KURUCESME  La bella
stagione è adatta per cercare deliziosi bar e
ristorantini, ed uno dei posti più gradevoli è
l'<Assk Cafe> (in turco vuol dire amore) dove viene offerto un ottimo brunch con panini, insalate e cappuccini. Ideale per gli appuntamenti.

Aşşk or aşk in Turkish means love and Aşşk Café, established back in 1997, could be a perfect place for romantics at heart or for bringing a date to. It sets the tone for romanticism and may well trigger emotions of affection. One may also feel a strong attraction to the breathtaking view of the Navel Academy on the Asian side and the relaxed yet vibrant environment.
Unlike other cafes on the Bosporus, Aşşk is right on the water and away from the sounds of cars and buses. A few of the tables and a swinging chair are located above the water on the dock bringing in a pleasant breeze from the Bosporus. Even if you cannot find a spot at one of these tables, the friendly waitresses have a wait list and assist you when a table becomes available, which happens relatively quickly. There is a big wooden table at the entrance, which is ideal for large groups or diners with kids and babies.
The menu is basic yet appetizing. The kitchen at Aşşk Café apparently tries to stay as close to natural as possible. Choice of ingredients for each dish is selected with care. The honey for breakfast, for example, is brought from a special region in Datça. Salt is pure sea salt and the eggs are from free range farm chickens. The breakfast jam is home made.
For those craving a Turkish home style brunch on the Bosporus, the home style brunch special offers a choice of various Turkish cheeses, jams, tomatoes and cucumbers, honey and thick cream (bal kaymak in Turkish), tahin pekmez (crushed sesame seeds mixed with a thick syrup made from boiled grape juice. It is similar to peanut butter and jam, and spread on a piece of bread).
For others seeking more of a westernized breakfast, Aşşk Café's granola with milk is organic. The toasted sandwiches, Aşşk and Messk Tost are especially popular, made with cheese, oregano, mint, basil, tomatoes and olive oil (YTL 10.50). The Mozzarella Panini sandwich makes one feel like they are in Milan (YTL 11).
The salads come in large and small portions and are named after various cities in the world. One of the favorites, Kabul Salad, for example is bulgur mixed with spinach and feta cheese. Fruit juices are mixed and prepared fresh at the juice bar. The homemade lemonade is also a nice sweet complement to the sandwiches. 
Although Aşşk serves meat eaters options like hot dogs, hamburgers and steak, it also offers vegetarians great selections, in addition to the filling salads, like the chopped Tofu mixed with carrots and cheese as well as grilled veggies.
Tea and coffee are a true enjoyment for unwinding after a meal at this dreamy location. Holding the Turkish tea glass by its rim, offered in small tulip-shaped glasses, one can sit for hours. Aşşk Café offers Soya milk along with regular milk for latte and cappuccinos.
The famous house special cheesecake or carrot cake goes well with the coffee, as does the chocolate parfait accompanied by a scoop of Movenpick ice cream.
Although Aşşk Café had a reputation for its service being too slow and inconsistent, this has changed in the past year. The waitresses are attentive and more than happy to make any changes and substitutions from the menu.
Romantic means posh generally. As a result, tacky upper class high school kids to famous actresses, tourists as well as yoga instructors and bankers chill out daily on the welcoming seats of Aşşk Cafe. During the weekend, try to arrive early for a better table, as Aşşk does not accept reservations. Valet parking is offered at the entrance.
One of the most widespread and popular Turkish newspapers, “Hürriyet,” recently named Aşşk Café as one of the top places in Turkey to have an outdoor brunch in the summer time.
A new branch has recently opened at Nişantaşı's Reasurans Çarşı. Although not as romantic as the location in Kurucesme, it offers the same standard menu. (Mina Ercel/Turkish Daily News)
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Aşşk Cafe:
Muallim Naci Cad. 64/B Kuruçeşme(212 - 265 47 34 / 287 53 85)
Teşvikiye Cad. Reasürans Çarşısı No: 63 - 67 Nişantaşı (212 - 231 91 72 / 219 46 12)
Web site: www.Aşşkkahve.com  

 

 

 

 

 

 

CULTURA

 

 

 

 

IL LIBRO
Il tema della guerra tra i
sessi per vincere
il tempo che passa. Come
l'autrice si diverte ad analizzare
paranoie ed insicurezze
suggerendo il
modo di affrontare il giro di boa
degli "anta"

 


 

 

L'IRONIA DI GIUSY FRANZESE

 

La domanda è lecita. E’ poi vero che le donne, loro naturalmente, sono ossessionate dai quarant’anni, che fanno di tutto per allontanarli ed una volta dentro, per tornare indietro nel tempo, si affidano a maghi della chirurgia plastica, creme di bellezza, filtri miracolosi, diete tipo abitanti del Dafour, palestre, ginnastica e quant’altro? Ecco, questa stessa domanda vorremmo girarla a quelle donne, sempre loro e chi altrimenti, che si alzano all’alba per mandare avanti la baracca (che poi sarebbe la famiglia), per andare a lavorare all’altro capo della città, che affrontano lunghi viaggi pigiate nelle camere a gas di metro e bus, che non smettono un attimo di pensare senza per questo assomigliare a Cartesio: se sia meglio cioè pagare prima l’affitto di casa o portare il figlio dal dentista, se la carne sia meglio acquistarla nel Despar che ha appena aperto o dal macellaio sotto casa che la fa pagare più cara ma almeno è buona, se sbattere un piatto sulla testa del marito che fa lo scemo con la sua amica o far finta di niente, che tanto…! Ebbene conosciamo già la risposta, piuttosto pesante. Meglio glissare.
A questo tipo di donne appartiene un buon 80% della categoria. Forse anche più. Sono il prodotto della società moderna, donne schiave di una routine senza futuro, disperatamente disilluse, che – se talora si abbandonano a qualche eccesso – è solo per buttarsi a letto senza sparecchiare e recuperare così le forze per il giorno dopo. E che il solito marito stia lontano, che non è aria. Ma allora, ci si chiede, a quale tipo di donne fa riferimento Giusy Franzese nel suo piacevolissimo "Maledetti quant’anni anni, quando la vita comincia a…"? Ma è ovvio, al restante 20%, forse anche meno. L’autrice del libro – che per inciso vi consigliamo di acquistare per passare qualche ora di buona lettura – di certo non sarà d’accordo convinta, noi pensiamo, che tutte le donne, tutte tutte, si guardino allo specchio con lo stesso spirito della matrigna di Biancaneve (Specchio, specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?), preoccupate solo di tenere lontane le rughe, di evitare la pancetta e le "maniglie d’amore", di stare al passo sempre e comunque con le ventenni, a costo di tanti sacrifici. Che, beninteso, non sono economici provvedendo a qualsiasi extra una più che ricca carta di credito, un marito benestante, un amante generoso. E poi, che diamine, vogliamo necessariamente
identificare le donne in genere con Alba Parietti, Milly Carlucci, Simona Ventura od ancora con Nancy Brilly, Ornella Muti e,

perché no, con Demi Moore che, solo lei, avrebbe speso in restyling (ritocchini vari, scrive Franzese) qualcosa come 340. 000 mila euro? Ma rimaniamo al libro. "Maledetti quarant’anni" è una delle più esilaranti satire di costume di questo inizio di secolo. Ci ricorda i "pezzi" di Elsa Maxwell nell’immediato secondo dopoguerra e alla lontana, nello stile, le opere di Jerome. K. Jerome. E, d’altra parte – per chi conosce bene di persona Franzese, quarant’enne anche lei – non è certo una sorpresa l’uscita di questa sua ultima fatica (la prima "Oddio, la colf mi ha lasciato", è stata un vero e proprio successo). Colta, simpatica, estroversa quanta basta, l’autrice trasferisce nelle 176 pagine del libro le sue migliori qualità che sono quelle anche di una giornalista affermata; una giornalista di altri tempi – per intenderci – una che sa tenere la penna in mano e che sa cosa sia la consecutio temporis. Non c’è capitolo che non si legga scorrevolmente, sorridendo all’ironia di questa novella Giovenale in gonnella, cosa più un'unica che rara là dove i famosi best-seller e le cosiddette “novità” altro non sono che una accozzaglia di parole vuote e senza senso, sesso spinto, violenza gratuita. Brava Franzese! ci siamo divertite, riandando anche noi con la mente alle boutique di via Condotti, agli approcci delle clienti con commesse sussiegose, alla febbre del ballo, ai pettegolezzi di salotto. A quel mondo in fondo fatuo ma che risponde alla mentalità di oggi, ad un jet-set che non ha più nulla da offrire se non la ripetizione di se stesso, con i soliti party conditi di coca, le solite veline, i soliti discorsi. Brava Francese, perché sei riuscita a darci con velata ironia uno spaccato di questo particolare teatro sociale, là dove la parola sociale non ha nulla a vedere con disoccupazione, sottoccupazione, posti di lavoro e quant’altro. Sì, brava Franzese. Peccato che il libro scorra troppo velocemente. Ma questo, perché piace. Ora però ti aspettiamo ad un nuovo appuntamento che ci auguriamo sia presto e, se ci permetti di offrirti un’idea, dovresti "buttarti" sui politici; da quelli che cercano nel buio della notte i favori dei trans a quelli che più pigramente si rifugiano con le squillo nelle alcove di albergo. Sarebbe una bomba.
Dimenticavamo. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai <Turchia Oggi> si occupi di un libro che nulla a che vedere con gli argomenti che il sito solitamente tratta. Ma che diamine! La materia – le donne - non è mica diversa per i turchi? Chissà che - leggendo "Maledetti quarant’anni" - anche le signore del Paese della Mezzaluna, "anta" o giù di lì, non buttino alle ortiche foulard e chador e timbrino più spesso il cartellino nei saloni di bellezza. Chissà! Le porte dell’Eurora, con un simile lasciapassare, finalmente potrebbero aprirsi agli eredi di Ataturk . (Veronica Incagliati)
__________________
Giusy Franzese - Maledetti quarant'anni
Sperling&Kupfer Editori
pagg.176  euro 14.50

 

 

 

 

 

 


                      

UN'INDAGINETUTTA
SPECIALE

 

DAL 19 AGOSTO ALL'11 SETTEMBRE  SOTTO I 
RIFLETTORI A CASTEL SISMONDO, A RIMINI, LA BASILICA-
MUSEO DI SANTA DI SOPHIA DI ISTANBUL OPERA DEGLI 
ARCHITETTI ARTEMISIO DI TRAILE ED ISIDORO DI MILETO

 

 

"Gloria a Dio che mi ha fatto degno di questo! O Salomone, ti ho superato!" esclamò l'imperatore Giustiniano entrando nella chiesa di Santa Sofia, opera degli architetti Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto. Una mostra a Castel Sismondo a Rimini

Al meeting del 2003 fu la volta della fortunata esposizione dedicata alla Cappella Sistina, mostra che venne successivamente riproposta al Palazzo del Commissario di Savona, in occasione del cinquecentenario di Papa Giulio II Della Rovere, che nella città ligure era nato. Quest'anno, dal 19 agosto all'11 novembre, ad essere indagato sarà un monumento unico nel suo genere, sunto di epoche storiche, di vicende di popoli, di culture e di religioni diverse: Santa Sofia, la basilica imperiale dell'antica Costantinopoli, l'odierna Istanbul.
L'esposizione, così com'è nella cifra di queste affascinanti proposte culturali del meeting, ricrea, all'interno della suggestiva ambientazione di Castel Sismondo a Rimini, l'atmosfera dell'antico tempio, trasformato in moschea dopo la caduta di Costantinopoli in mano ottomana (1453) e ora in museo nazionale. Ripercorre le complesse vicende storiche della basilica bizantina, "madre di tutte le chiese dell'Oriente cristiano", ne descrive gli straordinari apparati decorativi, specie i grandi frammenti musivi superstiti; ma soprattutto cerca di evocare la straordinaria suggestione che il monumento provoca di colpo anche al visitatore più distratto, tanto grande è la bellezza misteriosa di questo multiforme "spazio della Sapienza", eloquente agli occhi e al cuore seppure muto dei canti e dei suoni dell'antica liturgia bizantina.
A dar voce allo splendore della solenne liturgia, celebrata per secoli dentro la chiesa che vide l'incoronazione degli imperatori romani fino alla caduta dell'Impero d'Oriente, sta una raffinata selezione di magnifici oggetti di culto di fattura costantinopolitana, prodotti nelle celebri officine del palazzo imperiale di Bisanzio, riuniti a Rimini grazie alla collaborazione di molte istituzioni, dai Musei Vaticani al Tesoro della Basilica di San Marco a Venezia; per dare modo al visitatore di ammirare la qualità assoluta di oreficerie, smalti, avori, mosaici e cristalli che le famiglie imperiale succedutesi sul trono d'Oriente commissionarono nei secoli ai più celebri artigiani del tempo.
I volti superstiti dei meravigliosi mosaici che un tempo rivestivano il tempio bizantino, le antiche croci cui si sovrappongono le decorazioni islamiche, l’incredibile profondità degli spazi, rivivono a Rimini grazie ad una campagna fotografica due volte unica: per essere la più recente realizzata e perché frutto del lavoro non di un consueto fotografo d'arte, ma di Franco Pagetti. Abbandonato il glamour della moda nel 1994, Pagetti si è dedicato ai reportages di guerra in Europa, Africa, Asia, Medio Oriente, pubblicati sui più grandi quotidiani e riviste internazionali. Oggi documenta, in esclusiva per la rivista Time, la vita quotidiana e l’ordinaria violenza dell’Iraq cui si è dedicato fin dall’inizio del conflitto.
Come Pagetti ha catturato i volti e gli spazi di Santa Sofia, restituendoci l’anima viva dell’antico tempio, così le immagini girate da Massimo Coconi Santoni, operatore dalla lunga esperienza televisiva, colgono il volto odierno di Istanbul, i colori del Bosforo, lo stupore di chi visita oggi Santa Sofia e intuisce da ciò che è rimasto lo splendore abbagliante descritto nelle testimonianze di chi ebbe la fortuna di vedere la basilica nella sua integrità.
Opera degli architetti Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto, Santa Sofia venne da subito considerata dai bizantini stessi come frutto di un intervento divino: la sua novità deriva dalla combinazione di due tipologie architettoniche, una a pianta centrale, l'altra a pianta basilicale, magistralmente fuse tra di loro dando origine ad un edificio vastissimo, di 70 metri per 75 per lato. Sovrasta l'edificio una cupola grandiosa, di 31 metri di diametro, supportata da quattro archi massicci.


All'esterno della costruzione, piuttosto articolato e pesante, corrisponde un interno grandioso, di straordinaria, unica armonia. È quindi facile comprendere l'orgoglio di Giustiniano stesso che pare esclamasse, entrando nella chiesa: "Gloria a Dio che mi ha fatto degno di questo! O Salomone, ti ho superato!".
Marmi policromi vennero utilizzati a profusione, a ricoprire l'intera struttura, fin sopra le gallerie. Dalle parti superiori della chiesa e dalla cupola dalle tante finestre scendeva la luce, ad accendere d'oro i mosaici che ornavano la basilica e di cui sono giunti a noi solo alcuni esemplari che si possono ammirare nelle navate laterali e nel nartece.
Oggi, la basilica bizantina - madre delle grandi chiese dell'Oriente cristiano, cui si ispirarono architetti d'ogni dove, fino alla grande Rus - è diventata museo, dopo essere stata trasformata in moschea, a partire dalla caduta di Bisanzio in mano ottomana e sino al 1934.
Le vicissitudini di cui è stata muta testimone ne fanno un documento culturale unico nella storia del mondo antico e paradigma di grande significato nel crocevia culturale di oggi. Diventato moschea nel 1453, l'edificio venne ricoperto da pesanti strati di intonaco, per nasconderne la decorazione musiva ovviamente ispirata all'Antico e al Nuovo Testamento, oltre che ricca di mosaici raffiguranti membri delle varie famiglie imperiali succedutesi sul trono di Costantinopoli, per lo più ritratti ai fianchi delle immagini di Cristo e della Vergine. Nonostante ciò la sua bellezza architettonica - integralmente apprezzabile ancora oggi - conquistò letteralmente gli occhi e in certo qual modo il cuore dell'architetto del sultano Solimano il Magnifico, Mimar Sinan. Questi, per tutta la sua vita, cercò di riprodurre nelle moschee di Istanbul l'architettura di Santa Sofia, tanto da consegnare la nostra basilica alla storia anche con la definizione di "Madre di tutte le moschee".
Con la riduzione della moschea a museo nazionale, nel 1935 ebbero inizio indagini stratigrafiche per verificare quanto si celasse al di sotto degli strati di intonaco. Ci si accorse allora dell'ampiezza della distruzione avvenuta: degli antichi mosaici è rimasto molto poco. Ma quanto pervenutoci - come il volto del Cristo Benedicente riemerso dal buio dei secoli - mantiene intatta tutta la sua bellezza e il suo splendore. Così è avvenuto, ad esempio, anche per l'immagine della Vergine con il Bambino che, nella penombra della chiesa, appare improvvisamente nell'abside, quasi fluttuante nel cielo d'oro del mosaico. Tanto è maestoso e splendido quel poco dell'insieme che è si è ritrovato, da lasciare intuire la grandezza e la maestosità della primitiva bellezza dell'edificio sacro; e stupisce e commuove il fatto che nulla abbia potuto ultimamente distruggere siffatto miracolo. (Beni Culturali Patrimoni Edilizi)
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Lo Spazio della Sapienza. SANTA SOFIA AD ISTANBUL.
Rimini, Castel Sismondo, 19 agosto - 11 novembre 2007.

Orario: dalle 9.00 alle 19.00
Ingresso: 5€ biglietto intero, 3€ biglietto ridotto
Giorno di chiusura: lunedì non festivi
Nella settimana dal 19 al 25 Agosto la mostra sarà aperta tutti i giorni dalle ore 9.00 alle 23.00.
Mostra promossa ed organizzata dal meeting per l'amicizia fra i popoli di Rimini, a cura di Alessandra Buzzetti, Marina Ricci, Riccardo Piol.
Con la consulenza scientifica di Fabrizio Bisconti, Marina Falla Castelfranchi. Coordinamento di Giovanni Gentili.
Catalogo: Silvana Editoriale.
Per informazioni e prenotazioni: tel. 0541.783100 meeting@meetingrimini.org

 

 

 

 

 

 

 
 

IL TOUR
DEL
MEDITERRANEO

IMPEGNO DELL'IIC DI ANKARA 
UNA SERIE
DI CONCERTI CHE SI TERRANNO - OLTRE CHE NELLA
CAPITALE TURCA - ANCHE  NELLE CITTA' DI BODRUM ED
ISTANBUL.

L'Istituto Italiano di Cultura di Ankara, in collaborazione con l'Università di Bilkent di Ankara, è impegnato a promuovere il concerto della <World Youth Orchestra> che si terrà ad Ankara nel corso del Tour Mediterraneo.
Nel corso del Tour, l'Orchestra si esibirà in Turchia e in Germania. Il programma del concerto, diretto dal Maestro Damiano Giuranna, prevede musiche di Dall'Ongaro, Elgar, Hummel e Chaikovskij, con la sua celebre Sinfonia n.1 in sol minore.
La <World Youth Orchestra> è composta dai migliori allievi provenienti da Università, Accademie e Conservatori dei cinque continenti, e, fin dalla sua fondazione, nel 2001, si adopera per testimoniare attraverso il canale privilegiato della musica i gravi problemi che affliggono l'età contemporanea. Proprio in virtù del suo impegno la Wyo è stata nominata, nel luglio 2002, <Unicef Goodwill Ambassador>.

 


L'intensa attività concertistica, che da sempre contraddistingue l'Orchestra, unita alla volontà di farsi portavoce dell'impegno sociale giovanile ha permesso la nascita, nel 2003, del progetto "World Youth Orchestra - Tour Mediterraneo", un progetto per il dialogo e la fratellanza che ha portato l'Orchestra ad esibirsi in tutta l'area mediterranea.
Nel 2005 la Wyo è stata invitata ad esibirsi al Palazzo di Vetro a New York in occasione del 60° anniversario delle Nazioni Unite. Per le capacità artistiche e l'alto valore aggiunto, l'Orchestra si candida a diventare una fra le compagini giovanili più interessanti in ambito internazionale.
Dopo la tappa di Ankara, il Tour Mediterraneo proseguirà in varie città della Turchia e in Germania secondo il seguente calendario: 6 Agosto Bodrum, 8 Agosto Istanbul, 10 Agosto Kassel, 12 Agosto Berlin. (News Italia Press)

 

 

 

 

 

LA CHIESA DI BASMELEKLER

IN VENDITA PER 400.000 DOLLARI

 

E' il terzo edificio più vecchio al mondo. Si trova
nella regione di Trilye (Bursa). Voluta dall'imperatore
Costantino Porphyrogennetos, fu restaurata
nel 1449 e nel 1819. Chi la acquisterà ne farà una
attrazione turistica

The world's third oldest church, Başmelekler Church, which was founded in the region of Trilye in Bursa and  which is well-known from the soap operas Sev Kardesim and Melekler Adasi is for sale for $400,000. The owner of the church, general director of Tekser Construction, Mete Yalçın stated that the person who will buy the church will restore it and enable the building to become a tourist attraction. Emperor Constantine Porphyrogennetos had built the church in 789 for venerating the Siyi nation. The church is founded on the Tirilye-Mudanya highway and it was believed to have the ability to heal the insane.
Turyap Çengelköy Office has carried out the sale of the church. The representative of Turyap Çengelköy Office Ulvi Özcan declared that the owner of the church expected the church to attract tourists but as he could not work on the project he decided to sell the church. He also noted that they hoped that the future owner of the church should also take into consideration its cultural and artistic value.
The church, also known as Taksiyarhon Church, was repaired in 1448 and restored in 1819 by Sultan Mahmud the second. The church had been visited both by Greeks and Turks until 1922, but lost its importance when Muslims began to settle there. The church has been visited by Greek Orthodox Patriarch Barthelemeos every year. It was constructed within the framework of Kiborion Plan, maintains an appearance of vaults situated on four walls structure and an ascending dome, a plan that has been used since early Christianity. Two other examples of this plan also existed in Istanbul. (Turkish Daily News)

 

 

 

 

 

 

ARTE

 

NOT ONLY POSSIBLE, BUT ALSO NECESSARY

X BIENNALE INTERNAZIONALE DI ISTANBUL
CURATA DAL CRITICO DI ORIGINE CINESE HOU HANRU ED
ORGANIZZATA DALLA FONDAZIONE PER LE ARTI E LA 
CULTURA SI SVOLGERA' DALl'8 SETTEMBRE AL 4 NOVEMBRE

E’ curata dal critico di origine cinese Hou Hanru la decima Biennale Internazionale di Istanbul, organizzata dalla Fondazione per le Arti e la Cultura di Istanbul e prevista dall’8 settembre al 4 novembre 2007: "Not Only Possible, But Also Necessary: Optimism In The Age Of Global War" il titolo scelto.
Non sarà una Biennale come le – moltissime – altre in quanto non sarà guidata da un tema, ma piuttosto giocherà sull’idea di collettività e di raffronto con gli spazi fisici: proprio per questo avrà un ruolo fondamentale la realtà urbana e in specie architettonica, vista come scenario per contesti e visioni artistiche diverse.
Una piattaforma aperta, fuori dai consueti schemi espositivi fissi, in cui saranno gli spazi pubblici, accuratamente selezionati in quanto simboli di modernità politica e culturale, i cardini di un dialogo tra artisti, pubblico locale e contesto.
Istanbul sarà così lo sfondo di una biennale particolare, ricca di spunti antitetici - locale contro globale, utopia contro realtà - tanto più significativi in quanto si affronteranno sullo sfondo di una città, e soprattutto di una nazione, sospesa tra Est e Ovest, nonché una delle prime repubbliche non occidentali che, proprio per questa particolarissima natura, si profila come perfetto esempio di modernizzazione fuori dell’orbita euro-centrica.
Ma Istanbul è anche una delle più vecchie e prestigiose biennali esistenti e, dopo vent’anni di storia, necessita di nuova linfa: grande novità saranno i programmi notturni, per prolungare l’effetto-biennale anche dopo gli orari di lavoro e renderlo parte della quotidianità cittadina. Tra questi, "Electronic Image Dazibao", rassegna di video di artisti e appassionati selezionati da un team di giovani curatori, che avrà luogo per tutta la città durante le ore notturne; una serie di eventi di arte performativa lungo il percorso urbano e "Dream House", progetto costituito da una serie di opere site-specific che permetteranno al pubblico di vivere momenti di sospensione onirica, per stimolare l’ottimismo così poco esercitato oggi, per quanto estremamente necessario (da qui il titolo della manifestazione).
Per ogni sede espositiva verrà pubblicato un catalogo, in linea col framework della biennale che vede protagonisti gli spazi piuttosto che i concetti; e, come invece da tradizione, avranno luogo conferenze, workshop e seminari durante la preparazione dell’evento.
Infine, una interessante curiosità: da quest’anno, forse ispirata dal progetto Grand Tour che univa Biennale di Venezia, Art Basel, Documenta e Skulpture Projekte, esiste "Tres Bienn"”, iniziativa che unisce le tre biennali autunnali di Atene, Istanbul e Lione e che prevede un attivo scambio di artisti, progetti e strategie di comunicazione e visibilità. (Sara Giorgia Battaglia/www.teknemedia.net)

 

 

 

 

 

 

SPETTACOLI

 

 

 

IL PIACERE
E
L'AMORE

 

L'ULTIMA PELLICOLA
Storia di una disperata,
 impossibile riconciliazione
 nel film del regista turco
 Nuri Bilge Ceylan
 premiato a Cannes

 nel 2003 per l'opera "Usak"

Isa e Bahar si sono amati profondamente ma, dopo il matrimonio, le nubi hanno offuscato il loro rapporto. Professore universitario lui e produttrice televisiva lei nella Istanbul di oggi, dovrebbero superare l'incomunicabilità che sta devastando la loro unione. Invece entrambi reagiscono alla crisi in maniera infantile e prevedibile. Il marito trova consolazione fra le braccia di una ex amante, la moglie si rinchiude in uno stato d'animo prossimo alla depressione.
Il regista turco Nuri Bilge Ceylan, dopo essere stato premiato a Cannes nel 2003 con il film "Uzak", ci descrive nella sua ultima pellicola "Il Piacere e l’amore" l’eterna incomunicabilità tra i sessi. I protagonisti, Isa, cinquantenne docente universitario interpretato dallo stesso Ceylan e Bahar, giovane produttrice televisiva, si sono amati profondamente, ma durante una vacanza in Anatolia lui lascia la moglie gettandola nella disperazione totale. Dopo la separazione Isa trova rifugio tra le braccia di una ex amante, mentre la donna decide di dedicarsi al lavoro. Sullo sfondo dell’alternarsi delle stagioni, da cui il titolo originale Iklimler, i Climi, i due si riprenderanno per poi lasciarsi nuovamente in una sorta di altalena sentimentale in cui si è a turno forti e deboli. Con la complicità di una fotografia d’atmosfera e di una musica di rara eleganza Ceylan realizza una sottile riflessione a tratti drammatica sulle relazioni sentimentali tra uomo e donna dando spazio all’inconciliabilità di posizione, così come sole, pioggia e freddo si alternano, così scorrono l’indifferenza e la passione di due amanti che si trovano e si lasciano di tanto in tanto. (Novella Milanesi/crem@on line)

 

 

 

 

 

 

SPORT

 

 

WTA, MASTER FEMMINILE

ISTANBUL
OSPITERA' IL TENNIS DI FINE STAGIONE

Istanbul ospiterà il Master femminile di fine stagione, che riunisce le migliori 8 giocatrici dell'anno, nelle edizioni dal 2011 al 2013. L'annuncio è stato dato dalla Wta ad appena una settimana dalla scelta di Doha come sede del torneo dal 2008 al 2010, mentre l'edizione 2007 si disputerà per l'ultima volta a Madrid. "Istanbul è una delle più belle capitali del mondo, e sarà una casa fantastica per il tennis - ha spiegato Larry Scott, capo della Wta - Il tennis femminile sta acquisendo grande popolarità in Turchia grazie soprattutto al successo della <Istanbul Cup> (torneo che si gioca a maggio, prima del Roland Garros), e crediamo che portare qui a fine anno le migliori giocatrici del mondo possa aumentare significativamente la statura del nostro sport in questa regione chiave per il mercato del tennis". (Yahoo Sport)

 

 

 

 

 
 

LO JUVENTINO
LEGROTTAGLIE

IN PARTENZAPER IL BESIKTAS

Nicola Legrottaglie, secondo quanto riportato dalla stampa turca, giocherà la prossima stagione con il Besiktas. Il difensore bianconero, avrebbe trovato l'accordo con la squadra turca per un contratto triennale e un compenso annuo intorno al 1.6 milioni di euro. La società bianconerà riceverà dal Besiktas 2.2 milioni di euro. Legrottaglie è atteso a Istanbul  per la firma del contratto.
Il Besiktas ha chiuso al secondo posto nel campionato turco e ha conquistato, nella scorsa stagione, la Coppa di Turchia.
Nicola Legrottaglie, classe 1976, ha militato l'anno scorso nella Juventus in B, dopo essere arrivato in bianconero nel 2003, proveniente dal ChievoVerona. Un'esperienza non sempre facile a Torino, tanto da portarlo a giocare due anni a Bologna e a Siena nel 2005-2006 e quindi il ritorno a Torino e l'esperienza nel campionato cadetto. Ora la scelta di lasciare il nostro campionato, come ormai tanti dei nostri giocatori e vestire la maglia del Besiktas. (Yahoo.it)

 

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