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RISORSE
ENERGETICHE
E TERRORISMO:
GEOPOLITICHE
SOVRAPPOSTE E NUOVI SCENARI DI
CONFLITTI PER UN'ANTICA GUERRA DEL FUOCO
di
Giovanni Ercolani
La
guerra al terrorismo ed i problemi legati alla sicurezza
delle risorse energetiche, stanno disegnando il contorno di
un "Regional Security Complex", più ampio
degli stessi confini geografici dei paesi membri della Nato.
Per affrontare efficacemente gli eventuali conflitti, che
potrebbero esplodere in questa nuova ampia area, si rende
necessaria una vera e propria rivoluzione culturale, che
prenda in considerazione l’importanza strategico-operativa
della "cultural intelligence" e dei "critical
security studies".
Concludendo il suo recente libro "The World is Flat"
Thomas Friedman mette a confronto due date che secondo lui
rappresentano maggiormente due momenti importanti ed opposti
del processo di globalizzazione che si sta attuando nel
nostro pianeta: 9/11 e 11/9.
La prima data, quella del 9 novembre (9/11/1989) rappresenta
il momento con il quale, dopo la caduta del muro di Berlino
si cercò di immaginare un mondo diverso, quindi
caratterizzato da una "creative imagination".
All’opposto troviamo la data dell’11 settembre
(11/9/2001), che ha dimostrato il potere di una diversa
forma di immaginazione, quella della "destructive
imagination".
Però, se venisse tracciata una linea che unisse la prima
data, quella dell’immaginazione creativa, a quella più
recente del Nato Summit (Riga, 27-29 novembre 2006), l’occhio
attento dell’analista di relazioni internazionali potrebbe
individuare una continuità di costanti e variabili su
questo tracciato storico-genealogico.
Se l’uomo di Fukuyama, malgrado le "previsioni
astrologiche" di Huntington, ingenuamente poteva
pensare che con la scomparsa della minaccia del comunismo
sovietico, sarebbe stato possibile un nuovo ordine mondiale
basato sul liberalismo politico-economico, sicuramente gli
attentati di New York, Bali, Istanbul, Madrid e Londra ne
hanno minato il candido narcisistico ottimismo a-storico.
Se in questo contesto, definito da Marc Ferro come
caratterizzato da una bankruptcy of ideology,
la prima guerra del Golfo ed il conflitto in Bosnia
storiograficamente segnavano già il sorgere di un new
world security disorder, la presunta fatwa
di Bin Laden e l’emergere della minaccia del terrorismo
post-moderno, andavano già imponendo da tempo nuovi
giocatori e regole sullo scenario mondiale, riempiendo così
il vuoto lasciato dal threat deficit.
Tali scenari, che verranno da noi analizzati singolarmente,
sono stati circoscritti, cartografati, e strutturati in
ordine, attraverso una loro funzione semiotica e vere
narrazioni geopolitiche da diversi
"autori-attori", quali i discorsi del "US
National Intelligence Council", della "Long
War", della società petrolifera <Chevron>, ed infine
di Bin Laden.
Al fine di individuarne la genealogia nella continuità
degli interessi, le discordanze, e le possibili tensioni,
queste geopolitiche verranno sovrapposte con il fine pratico
di tratteggiare i confini di un "Regional Security
Complex" (definito da Barry Buzan come un complesso
regionale costituito da un gruppo di stati legati tra loro
da stessi problemi di sicurezza) al cui interno potrebbero
nascere dei conflitti.
Come si dimostrerà, il perimetro di questo "Regional
Security Complex" coinciderà con quelli che sono
gli interessi strategici dell’Alleanza Atlantica (quindi
una regione strategica dal perimetro più ampio rispetto a
quella illustrata non solo dall’unione dei confini
geografici dei suoi membri ma anche dall’applicazione dell’Art.
5 del Patto Atlantico), ed in caso di minacce alla sua
stabilità l’intervento italiano sarà altamente
probabile.
Nell’abbinare la necessità di una riforma
strategico-operativa (legata al concetto sperimentale di
"rizoma"), all’elemento della "human
intelligence-cultural intelligence", si vogliono
individuare i principali fattori evolutivi per affrontare
efficacemente le nuove missioni militari e le crisi
internazionali.
Concludendo questa ricerca, viene messo in luce un nuovo,
più multidisciplinare e "nomade" approccio ai
problemi della sicurezza.
Il mondo
narrato dal National
Intelligence Council
Le prime
rappresentazioni geopolitiche ci vengono offerte da tre
studi del Governo americano:
- "Global Trends 2010" (novembre
1997);
- "Global Trends 2015" (dicembre
2000);
- "Mapping the Global Future"
(dicembre 2004).
Il "Global Trends 2010", pubblicato nel
novembre 1997 da parte del "National Intelligence
Council" (Nic), quindi prima dei famosi attacchi
dell’11 settembre 2001, metteva già in evidenza come gli
scenari internazionali sarebbero cambiati nel breve periodo.
In particolare si sottolineava come la struttura delle
relazioni internazionali basata sulla stabile sistemazione
del potere tra gli stati stesse cominciando a venir meno.
Questo a causa di tre grandi cambiamenti che, secondo il Nic, sarebbero avvenuti di lì a dieci, quindici anni: molti
conflitti saranno interni agli stati e non fra stati; molti
stati non riusciranno a far fronte alle richieste basiche
che legano i cittadini ai loro Governi (failing states);
infine, i governi di quegli stati che si dichiarano
relativamente immuni da povertà e instabilità politica si
renderanno conto di star perdendo il controllo di parti
significative dei loro programmi politici, questo dovuto
alla globalizzazione, all’espansione economica e alla
continua rivoluzione nell’informazione tecnologica, quindi
fine della sovranità del politico.
Sempre secondo il NIC gli stati occidentali (e gli Stati
Uniti in particolare) fronteggeranno sei "global
trends" sui quali dovranno tarare la propria
politica di sicurezza:
- la crescita demografica: "per il 2010 si arriverà
ad una popolazione mondiale di 7 miliardi e questo aumento
si registrerà maggiormente nei paesi in via di sviluppo";
- la
crescita del reddito procapite: "la maggior parte
dei vincitori saranno in estremo oriente ed in occidente; i
perdenti in Africa e nel Medio Oriente";
- il
problema delle risorse alimentari: "l’ingegneria
genetica alimenterà una quarta rivoluzione agricola. Come
nel passato però la scarsità sarà dovuta all’uomo";
- le
comunicazioni: "i dati digitali e la rivoluzione
delle comunicazioni diminuiranno le distanze ed
indeboliranno le barriere al flusso delle informazioni";
- le risorse
energetiche: "la crescita della popolazione e del
reddito procapite faranno da motore ad una maggiore domanda
di energia, specialmente nelle economie cinese ed indiana
che sono in espansione. Per il 2010 il mondo avrà bisogno
di una produzione petrolifera maggiore di quella prodotta
ora dai Paesi dell’Opec";
- la
tecnologia militare ed i deterrenti: "i potenziali
avversari, degli Usa e dell’Occidente, proveranno a
fronteggiarne la superiorità militare usando dispositivi,
tecnici e organizzativi, non convenzionali e asimmetrici,
che vanno dal terrorismo al possibile uso delle armi di
distruzione di massa".
La seconda visione geopolitica ci viene offerta dal "Global
Trends 2015: A Dialogue About the Future With Nongovernment
Experts", che pubblicato nel dicembre 2000
riconferma l’approccio dello studio precedente ampliando i
"trends" già individuati nel 1997.
"Il mondo per il 2015 sarà popolato da 7.2 miliardi
di persone (crescita demografica); il continuo sviluppo
economico, insieme all’aumento della popolazione, porterà
ad un aumento del 50% della richiesta di energia nei
prossimi 15 anni. La domanda di petrolio aumenterà dai 75
milioni di barili giornalieri del 2000 a circa 100 milioni
per il 2015 (risorse naturali ed energetiche); lo sviluppo
dell’information technology e delle biotecnologie
acquisterà sempre maggiore rilevanza a livello globale
(scienza e tecnologia); il dinamismo economico più forte
sarà tra i due mercati emergenti: Cina ed India (economia
globale); lo stato continuerà a rimanere, durante il 2015,
la singola e più importante unità organizzativa degli
affari politici, economici, e di sicurezza, ma si
confronterà con dei test fondamentali di governo effettivo
(governance nazionale ed internazionale); nel 2015, i
conflitti intrastatuali rappresenteranno le maggiori minacce
alla stabilità intorno al mondo. Le guerre tra uno stato e
l’altro, benché meno frequenti, aumenteranno di
letalità, a causa della disponibilità di tecnologie
militari più distruttive. La comunità internazionale
dovrà inoltre gestire le conseguenze militari, politiche ed
economiche di una area indo-cinese in crescente sviluppo e
di una Russia in declino (scenari e conflitti futuri)."
All’interno del capitolo dedicato ai possibili
"Scenari e conflitti futuri" viene messo in
risalto la possibilità che gran parte del terrorismo sarà
diretto contro gli Stati Uniti ed i suoi interessi d’oltremare.
La maggior parte del terrorismo anti-Usa si baserà sulla
possibile manipolazione di rimostranze etniche, religiose o
culturali ed i gruppi terroristici saranno in grado di
elaborare nuovi sistemi per attaccare i militari e le
infrastrutture diplomatiche americane all’estero. Non solo
tali attacchi si espanderanno tanto da includere compagnie e
cittadini americani ma i terroristi presenti nel Medio
Oriente e nel Sud Est asiatico saranno quelli che
minacceranno maggiormente gli Stati Uniti.
Infine la più recente pubblicazione (dicembre 2004) del Nic
"Mapping the Global Future" riaggiorna
quelli che definisce i "key global trends".
Per questo studio il Nic si è avvalso di esperti di tutto
il mondo e sono stati creati degli "scenari" al
fine di comprendere meglio l’interagire dei diversi "key
trends".
Gli argomenti proposti nel 2004 (quindi dopo l’11
settembre 2001 e l’avvio della guerra al terrore) a ben
vedere ricalcano le preoccupazioni americane presentate nei
due precedenti studi (1997 e 2000), quindi: l’emergere di
nuovi poteri-potenze mondiali, le nuove minacce alla
governabilità, ed infine un più diffuso senso di
insicurezza globale.
Anche l’aspetto geo-politico del mondo viene modificato da:
"il progressivo sviluppo dei paesi emergenti: Cina,
India, Brasile, Indonesia, Russia e Sud Africa; il
progressivo declino dei paesi e dei continenti dominanti:
Europa, Russia e Giappone; dalla crescente domanda di
risorse energetiche; e dalla crisi incipiente del dominio
americano".
Per quanto riguarda i trend emergenti dell’insicurezza
globale abbiamo:
- "l’affermarsi
di un terrorismo globale e proteiforme", infatti
"si prevede che per il 2020 al-Qaeda sarà
rimpiazzato da gruppi estremisti islamici ugualmente
ispirati ma maggiormente diffusi";
- "l’intensificarsi
dei conflitti interni"; le diverse "economie
in ritardo, le divisioni etniche, le convinzioni religiose
estremiste, e le esplosioni demografiche, creeranno il
contesto ideale per l’aumento progressivo della
conflittualità intra-statuale".
- "l’intensificarsi
dei conflitti inter-statuali" dovuto ai "progressi
negli armamenti moderni creeranno quelle circostanze
incoraggianti l’uso preventivo della forza militare,
sopratutto da parte dei paesi emergenti";
- "la
diffusione delle armi di distruzione di massa";
tanto che "i paesi senza armi nucleari potranno
decidere di procurarsele per il semplice fatto che i loro
vicini e rivali regionali lo stanno già facendo".
Volendo riassumere, le "preoccupazioni" costanti
del governo degli Stati Uniti sono: l’emergere di nuove
potenze (l’Asia), la continua crescita demografica
mondiale (e l’invecchiamento di certe aree), l’aumento
delle richieste di risorse energetiche, ed infine le minacce
alla sicurezza rappresentate da possibili nuovi conflitti e
dal fenomeno del terrorismo. Preoccupazioni che tra l’altro,
sono continuate a rimanere costanti nelle due edizioni del
"US National Security Strategy" (2002 e
2006), quindi anche dopo l’inizio della "global
war on terrorism".
L’evoluzione
del discorso strategico americano: dalla "War on
Terror" alla "Long War"
Alla 42^
Conferenza sulla Politica di Sicurezza tenutasi a Monaco di
Baviera nel mese di febbraio 2006, il Segretario alla Difesa
americano Donald Rumsfeld ha spiegato la posizione e la
nuova politica di difesa del proprio Paese.
Il piano, definito "The Long War", che
prevede operazioni militari complesse e di lunga durata,
intraprese simultaneamente in diversi paesi del mondo, e che
coinvolgeranno le forze armate americane ed i loro partner
internazionali, rimpiazza il precedente della "War
on Terror".
Questa revisione, anche linguistica della "guerra al
terrore", è la testimonianza dell’evoluzione del
pensiero strategico statunitense maturata durante il recente
conflitto in Iraq.
La "Quadrennial Defence Review" (che
sostituisce quella del 2001) prevede, a detta dei generali
americani, combattimenti che negli anni a venire potrebbero
svilupparsi simultaneamente in più paesi. Combattimenti che
potrebbero assumere la forma di operazioni militari
convenzionali, tipo l’invasione dell’Iraq (2003), sino a
comprendere il rapido dispiegamento di forze contro-terroristiche, altamente mobili e spesso sotto
copertura. Tra le altre misure il piano prevede un aumento
del 15% del personale delle forze speciali e il reclutamento
di ulteriori 3.700 unità da destinare alla "psycological
operations and civil affairs units".
Il Pentagono non menziona nessuna area geografica, ma queste
operazioni sicuramente avverranno in un’ampia area
geografica che si estenderà dal Medio Oriente al Corno d’Africa,
comprendendo il Nord Africa, l’Asia Centrale, il Sud-Est
asiatico ed il Nord Caucaso.
Come la guerra fredda dominò il mondo dal 1946 al 1991,
così la "long war" riconfigurerà e
narrerà, secondo le intenzioni americane, il mondo nei
decenni a venire.
Questa nuova dottrina strategica prevede:
- un
approccio non-convenzionale, dove grande risalto viene dato
alla mobilità delle truppe ed alla struttura di
intelligence; alle capacità linguistiche e culturali unite
alla conoscenza di diverse aree geografiche di interesse
strategico. In particolare l’aumento di personale con
solide conoscenze della lingua araba, del cinese e del neo
persiano-farsi, rappresenta una priorità;
- la
costruzione di partnership al fine di
persuadere eventuali "competitori militari" che
potrebbero competere a livello regionale o portare avanti
politiche ostili agli Usa ; inoltre avvalersi di forze
locali;
- una
ridefinizione delle priorità caratterizzate in primo luogo
da: l’esigenza di sconfiggere i network
terroristici; provvedere alla sicurezza del territorio
nazionale; la capacità di influenzare le scelte politiche
di quei paesi che si trovano negli "strategic
crossroads"; il prevenire il possesso e l’uso da
parte di stati ostili e "non-state actors"
di armi di distruzione di massa (Wmd);
- il
recupero del retaggio di Lawrence d’Arabia ("Lawrence’s
legacy"): gli autori anticipano che le forze armate
americane verranno impiegate per combattere "irregular
warfare" in diverse parti del mondo ed in questo
dovranno, non solo avere una approccio indiretto, quindi
utilizzare forze del luogo, ma dovranno "squilibrare l’avversario
sia fisicamente che psicologicamente, piuttosto che
attaccarlo dove esso è più forte e dove prevede di essere
attaccato".
- A conferma
degli obiettivi di "intelligence" contenuti
nella suindicata dottrina strategica, a pochi giorni dalla
sua pubblicazione, lo "U.S. Department of State"
cominciava a far circolare in internet, come parte della
"National Security Language Initiative" un’offerta
di borse di studio per studenti di "critical
languages": arabo, bengalese, hindi, punjabi, turco
e urdu.
Le società
petrolifere: narrazioni pubblicitarie e percezioni
geopolitiche
Fino a qui
abbiamo visto come la maggiore potenza del mondo, malgrado
sia impegnata in diversi conflitti per sconfiggere il
fenomeno del terrorismo, stia narrando e ridisegnando uno
spazio geografico basandosi sul concetto della
"sicurezza nazionale" e degli "interessi
nazionali", creando allo stesso tempo manichee
percezioni di "centro/periferia",
"bene/male", "mondo di Dio/mondo del
Diavolo", e "luce/tenebre".
Ma questa "geopolitical imagi-nation",
usando un approccio vicino alla "Critical
Geopolitics", viene alimentata anche da altri
attori.
Quello che interessa al fine di questo studio, è dimostrare
come lo "stato-nazione-autore-attore" in questo
processo di percezione-interpretazione (di minacce
vere/possibili, guerra al terrorismo, necessità
energetiche, e crescita demografica) -discorso-partogenesi,
venga anche aiutato da altri "non-state
author-actors"
Lo stesso Friedman, riportato all’inizio di questa
ricerca, vuole rendere piatto il mondo attraverso il suo
discorso-narrazione e creare due percezioni antitetiche ed
opposte su come leggere la recente "Storia" (un’
immaginazione creativa opposta ad un’immaginazione
distruttiva), quindi estrapolandola dalla propria
genealogia.
Ma noi sappiamo perfettamente che "il mondo non è
piatto", ed allora anche la parola non è piatta, non
è priva di significato, e quindi questo "mondo"
è strettamente legato alla parola che cerca di
descrivercelo: attraverso un processo definito "Machiavellian
mind" la parola-linguaggio non solo può anticipare
le azioni dei suoi destinatari ma anche manipolarle.
Quindi dobbiamo attingere anche da altre narrazioni le
quali, strumentalizzando la "parola" producono un
mondo la cui "immagine-immaginazione" a sua volta
da imitare, può essere "creativa" o
"distruttiva".
La "popular geopolitics" prende in
considerazione non solo i messaggi dei mass media, i films,
il "Cnn factor", i cartoons, e la musica,
ma dà anche grande risalto agli stessi slogan pubblicitari
che contengono messaggi-discorsi-narrazioni-miti geopolitici.
Ci permettiamo una digressione: per quanto Elena sia stata
bellissima è normale domandarsi, noi comuni mortali, se
dietro la guerra di Troia ci fossero state anche altre
motivazioni.
Quindi se si dovesse dar credito al fatto che questa guerra
al terrorismo sia stata motivata anche dalla corsa alle
risorse energetiche, tra l’altro una delle continue
costanti presente nei discorsi fino qui analizzati (quindi
per il "fuoco"), allora anche la stessa
pubblicità di una compagnia petrolifera, come quella dell’americana
<Chevron>, dovrebbe essere presa in considerazione.
Qui l’"autore" attraverso il suo
discorso-pubblicità, partecipa alla creazione di un
mito-immaginario geopolitico (e ad uno stato di ansia-paura)
volto ad influenzare il pubblico americano e non solo; un
contesto narrativo in cui il lettore viene trasformato da
elemento ricettivo passivo a funzione attiva: il depositario
dei codici che permettono l’intelligibilità con il testo.
Nel mese di luglio 2005 la <Chevron> faceva pubblicare sul
<Wall
Street Journal>, <The Economist<, ed il
<Financial
Times>, una pubblicità nella quale ammetteva il "Peak
Oil": "abbiamo impiegato 125 anni per
consumare il primo trilione di barili di petrolio.
Consumeremo il rimanente trilione nei prossimi 30
anni".
Dopo pochi mesi, ed in successione, sono andati comparendo i
seguenti messaggi-narrazioni non solo sulla carta stampata
ma negli aeroporti delle maggiori città mondiali:
- "Il
mondo consuma due barili di petrolio per ogni barile
scoperto";
- "Russia,
Iran, e Qatar hanno il 58% delle riserve di gas naturale.
Gli Stati Uniti ne hanno solo il 3%";
- "Più
della metà delle riserve petrolifere mondiali giace in
cinque paesi";
- "Ci
sono 193 Paesi nel mondo e nessuno di loro è "energy
independent". Allora chi è colui che minaccia gli
altri per un barile di petrolio?".
Se dovessimo sovrapporre questi messaggi pubblicitari agli
studi del Nic, alle tesi della "2006 Quadrennial
Defense Review", ed alle borse di studio del "U.S.
Department of State" ne verrebbe fuori un’ampia
regione, che si estende dalle coste egee della Turchia fino
a toccare il confine con la Cina.
Una regione del "fuoco" dove si parla il turco, l’arabo,
il persiano, l’urdu, il punjabi, il bengali, ed il cinese
e che ha come denominatore comune le risorse energetiche e
la loro distribuzione.
La jihad
narrata da Bin Laden: geopolitica del petrolio e terrorismo
Friedman,
sempre nella sua opera, definisce Al-Qaida come una sorta di
movimento islamo-leninista e lo stesso Presidente
statunitense Bush recentemente ha affermato che "this
nation is at war with Islamic fascists".
Il loro approccio alle masse è lo stesso che si può
ritrovare nelle ideologie autoritarie e totalitarie del XIX
e XX secolo: Marxismo Leninismo, Fascismo e
Nazionalsocialismo, e condivide con esse la visione utopica
della costruzione dell’"uomo nuovo" che si
declina nella prospettiva fondamentalista nella figura del
"born again": l’islamico rinato.
Al principio dello scorso secolo il messaggio era diretto
alle grande masse europee, ora il discorso di Bin Laden è
rivolto ai giovani arabi e musulmani come una risposta
ideologica alla loro perdita di identità ed al loro senso
di umiliazione.
Benchè Al-Qaida, quale organizzazione terroristica,
riunisca al suo interno quelle spinte ascetiche e
motivazionali tipiche del terrorismo religioso per cui
rivendica diversi attentati giustificandoli, narrandoli e
mitizzandoli come un atto di jihad contro
i paesi occidentali, tuttavia molti degli attentati hanno
avuto e stanno avendo connotazioni fortemente economiche.
Si può affermare quindi che la "guerra santa"
iniziata da Al-Qaida sia anche una guerra economica.
L’ autore-attore Bin Laden, malgrado una recente ricerca
lo veda, insieme ad al-Zawahiri, quasi assente nella
letteratura di jihad, in quanto entrambi non sono
considerati nè delle autorità in legge islamica, né una
forza ideologica che sostiene il movimento della jihad
salafita, sovrappone nel suo discorso geo-politico le
seguenti narrazioni cartografiche, reali ed immaginarie:
- il Dar
al Islam;
- l’idea
di un califfato che si estenda dal Marocco all’Indonesia;
- le reti di
un ipotetico cybercaliphate;
- le risorse
energetiche;
- tutti quei
territori ove il senso di umiliazione/frustrazione da parte
delle popolazioni musulmane è sentito. Una geografia di
territori che comprende anche i "ghetti" presenti
nel mondo occidentale.
Il suo discorso è chiaro: "in termini abbastanza
chiari è una guerra economico-religiosa. Le grandi potenze
credono che il Golfo e gli stati del Golfo Persico, data la
presenza delle più grandi riserve di risorse energetiche,
siano le chiavi per controllare il mondo. Imploro i giovani
mussulmani a rinforzare ovunque i mujahidin, particolarmente
in Palestina, Iraq, Kashmir, Cecenia, ed in Afghanistan."
In una videotape inviata il 1 novembre 2004 ad Al-Jazeera,
Bin Laden indirizzandosi al popolo americano poco prima
delle loro elezioni, narra e spiega le motivazioni (i
quattro pilastri) della sua jihad:
- La
vendetta: perché nel 1982 "L’America permise ad
Israele di invadere il Libano e la Sesta Flotta statunitense
li aiutò in questo."
- L’obiettivo
è "continuare la politica di dissanguamento dell’America
fino alla sua bancarotta."
- I bersagli
sono "il popolo americano e la loro economia, le
varie società - sia che lavorino nel campo delle armi, del
petrolio, o della ricostruzione – e le mega società
legate all’amministrazione Bush, tipo la Halliburton ed
altre dello stesso genere."
- Le
strategie sono concentrate nel cercare di logorare le
risorse statunitensi attraverso la guerra asimmetrica, ad
esempio "inviando semplicemente due mujahidin al
capo orientale più estremo facendoli sventolare uno
straccio con su scritto Al-Qaida, in modo da far correre là
i generali e causare all’America perdite umane, economiche
e politiche. "
Al fine di imporre agli Usa un destino simile a quello
sofferto dall’Unione Sovietica, obiettivo dei terroristi
è quello di indebolire le "risorse" americane in
modo che non possa più permettersi di mantenere la propria
egemonia economico-militare.
La guerra economica di Al-Qaida contro gli interessi
americani comprede tre metodologie:
- La prima
è la distruzione di "obiettivi qualititativamente
costosi utilizzando mezzi qualitativamente a buon mercato:
ogni dollaro di Al-Qaida ha sconfitto milioni di dollari,
oltre alla perdita di un numero enorme di posti di lavoro".
- La seconda
prevede di spingere l’amministrazione americana a
destinare più fondi alla difesa obbligandola così a
diminuire gli investimenti interni. "Recentemente i
mujahidin hanno obbligato Bush a ricorrere ai fondi di
emergenza al fine di continuare a combattere in Afghanistan
ed in Iraq."
- Il terzo
ed ultimo punto di questa strategia è rappresentato dal
petrolio. In una dichiarazione del 12 ottobre 2002 Bin Laden
si congratula con i mujahidin per i loro attacchi contro i
marines in Kuwait e contro la petroliera americana Limburg:
"mi congratulo con i figli mujahidin per le loro
eroiche e coraggiose operazioni di jihad contro le
petroliere dei crociati in Yemen e contro le forze americane
di occupazione in Kuwait. Colpendo la petroliera in Yemen i
mujahideen colpiscono la linea segreta, la linea dell’approvviggionamento
e l’alimento all’arteria della vita della nazione dei
crociati."
Le risorse energetiche sono il tallone di Achille dell’economia
americana ed occidentale ed i danni che verrebbero a
crearsi, in caso di distruzione o riduzione dei flussi
energetici nelle nostre società, sarebbero enormi.
Malgrado Daniel Yergin, "Chair of Cambridge Energy
Research Associates" avesse affermato, in un suo
recente articolo publicato su <Foreign Affairs>, che la
sicurezza energetica sarebbe stato il tema principale nell’agenda
del G8 che si era riunito a San Pietroburgo nel luglio 2006,
in termini pratici questo non si è verificato.
Così mentre i singoli paesi del "Gruppo degli 8"
difendevano rigorosamente i propri interessi nazionali senza
arrivare ad alcun compromesso costruttivo, sullo scacchiere
della geopolitica dell’energia paesi "più
popolati" (Cina ed India: perché in questa politica
energetica i numeri contano) stavano muovendo le loro
pedine.
In un momento in cui Al-Qaida ha minacciato di attaccare
quelli che Bin Laden ha definito i "cardini" dell’economia
mondiale, le risorse energetiche rappresentano quindi l’elemento
più cruciale.
Nel futuro il mondo dipenderà sempre maggiormente dai
rifornimenti di risorse energetiche che proverranno da aree
geografiche ove il sistema di sicurezza è ancora in fase di
sviluppo: Africa Occidentale e Mar Caspio. In ogni caso il
baricentro del sistema di approvvigionamento si colloca come
una costante nell’area geografica che va dalle coste egee
della Turchia al confine cinese.

Le
"faglie" geopolitiche: dalla Turchia alla Cina
Il
rischio di attentati nei confronti di "new-style
target", ossia di oleodotti e gasdotti sta
aumentando sia nel Caucaso che nell’Asia Centrale.
Già definita come il "sismografo della politica
mondiale", questa vasta area geografica è il terreno
(ed il possibile "theatre of operations")
dove i diversi interessi e discorsi geo-politici si
sovrappongono e scontrano tra loro.
Se posizionassimo sulla cartina su riportata le
rappresentazioni dateci dai seguenti modelli teorici:
- Market
state/non-market state (Philip Bobbit, nel suo <The Shied of Achilles>,
divide il mondo in paesi democratici che seguono ed
applicano per la soluzione di problemi internazionali le
regole del mercato e paesi che sono fuori da questi
concetti);
- Pre-modern/modern/post-modern
state;
- Jihad
vs. McWorld (dove
per jihad Benjamin Barber vuole significare un
termine generale per indicare tutti quei movimenti di
resistenza alla globalizzazione che si rifanno alle
tradizionali basi della società in opposizione quindi all’ascesa
del McWorld);
- Clash
of Civilizations (già
ampliamente sviluppato e dibattuto non solo dal Huntington,
suo "ideatore");
- Clash
of ideocides or clash of civicides
(dove, come ha analizzato Arjun Appadurai, per ideocides-civicides
si intende un nuovo e serio problema attraverso il quale
intere popolazioni, paesi, o costumi di vita vengono
considerati nocivi ed esterni al concetto di umanità e
quindi fatti bersaglio di "morte sociale");
- "Near
enemy"-"Far enemy" della
"Jihad
Salafita" (mentre all’inizio
Al-Qaida cercava di colpire gli USA con attentati all’estero
– o negli stessi USA, ora questo suo nemico opera all’interno
del territorio di azione del gruppo terroristico);
- Market-Dominant
minorities
(come sostiene Amy Chua, minoranze etniche che detengono il
potere economico-commerciale in Paesi nei quali operano, ma
a cui molte volte non appartengono).
Sovrapponendole sulle zone di faglia geopolitica e teorica :
- del Dar
al Islam/Dar al Harp (il territorio dell’Islam/il
territorio dell’esercito, quindi del conflitto);
- delle
teorie di Von Clausewitz che si scontrano con quelle di Sun
Tzu o della "Guerra dopo la guerra" del Generale
Fabio Mini; _ del
"Crescent of Crisis" (la mezza luna dell’instabilità,
quindi il discorso del Medio Oriente allargato);
- delle
forti crescite demografiche presenti in questa periferia che
produce e/o trasporta risorse energetiche;
al concetto
dell’utilità marginale applicato ad una geopolica della
propensione al conflitto;
otteniamo come risultato l’area etnolinguistica turcica,
al cui interno, ed anche nelle aree circostanti, si
annidano, oltre a dei "frozen conflicts",
le potenziali zone di tensione: le "faglie",
provocate dalle intersezioni, sovrapposizioni, e/o contatti
delle diverse rappresentazioni degli interessi geopolitici e
geoeconomici sopra elencati.
Tensioni
nelle "faglie": che tipo di confronto?
Se dovessero
esserci attentati terroristici, a danno delle fonti e/o ai
sistemi di distribuzione delle risorse energetiche, il
gruppo terroristico (preso nella totalità delle sue più
svariate rivendicazioni di carattere religioso,
indipendentista, separatista, autonomista, e/o politiche)
potrebbe raggiungere i seguenti risultati strategici,
quindi:
- provocare
seri danni economici al governo del paese contro cui
combatte, facilitando così il proprio scopo politico;
- provocare
seri danni anche ai paesi stranieri che hanno investito e
che sostengono il governo del paese;
- riuscire
ad autofinanziarsi, sia rivendendo le risorse energetiche
che si è procurate, sia minacciando (ricatto) ulteriori
attacchi al fine di ricevere soldi che verranno spesi per l’armamento,
l’addestramento, ecc., dei propri componenti del gruppo
Gli attacchi potrebbero avvenire:
- facendo
esplodere le pipeline;
- facendo
esplodere pozzi di petrolio o altre infrastrutture (tipo
piattaforme petrolifere);
- attaccando
le petroliere;
- attaccando
o minacciando di attaccare il traffico marittimo nei "choke
points";
- facendo
esplodere gli uffici della compagnia petrolifera nazionale o
straniera;
sequestrando, o nell’estremità dei casi, anche uccidendo,
il personale della compagnia petrolifera (vedere i recenti
casi in Nigeria e l’attività terroristica del Mend-Movement
for the Emancipation of the Niger Delta).
Ma se all’interno di queste "faglie"
attraversate dalle pipeline si venissero ad organizzare
movimenti terroristici che rivendicassero il controllo del
territorio, sicuramente ci troveremo di fronte a dei
conflitti che secondo Van Creveld "hanno molto più in
comune con i conflitti tribali che con le guerre
convenzionali su larga scala.".
In un recente articolo pubblicato sull’<International
Herald Tribune>, Thomas Friedman ce lo dice chiaramente:
"l’energia è la più importante sfida
geostrategica e geoeconomica del nostro tempo",
così importante da parlare di una "post-post-Cold
War" in cui ciò che ruota attorno agli "’axis
of oil’ (Russia, Venezuela, Iran) è più importante e
duraturo del terrorismo".
Ovviamente Friedman intende criticare in questo caso quella
concezione del terrorismo interpretato come fenomeno
meramente criminale. Inteso invece come strumento di guerra
asimmetrica il terrorismo può anche essere strettamente
legato alle guerre in corso sulle varie "rotte del
petrolio".
Non a
caso l’integrazione, all’interno di un’unica struttura
strategica americana, della politica antiterroristica e di
sicurezza energetica, è fortemente evidente nella
repubblica caucasica della Georgia.
Dove, per una coincidenza storico-mitologica, si trova anche
il monte Kazbegi ove, come dicono i georgiani, ad una sua
rupe venne inchiodato Promoteo.
Secondo il Prof. Klare, direttore del "Five College
Program in Peace and World Security ", il
rischio di disordini e conflitti in questi paesi avrà molto
a che fare con l’impatto destabilizzante provocato dalla
produzione petrolifera. La stampa occidentale potrà anche
descrivere questa disputa come "etnica" nel
carattere, ma in gran parte sarà provocata dagli effetti
negativi della produzione petrolifera.
La maggior parte delle future guerre per le risorse
energetiche avverrà nel mondo in via di sviluppo ed è
probabile che il terrorismo si trasformi in una
caratteristica comune delle future guerre per le fonti
energetiche. Anche la stessa presenza di truppe straniere in
regioni ricche di giacimenti, potrà provocare risentimenti
tra la popolazione locale, specialmente se queste risorse
sono viste come un naturale diritto di nascita.
Un ruolo preponderante, in questo compito di assicurare una
protezione alle risorse energetiche, sarà sicuramente
svolto dalle compagnie private di sicurezza.
Una volta che le pipeline che fuoriescono dal Mar Caspio
saranno costruite e grandi quantità di petrolio e gas
cominceranno ad essere trasportate, queste rotte saranno
investite da una considerevole importanza strategica dai
leader dei Paesi che da queste vengono attraversate; di
conseguenza, gli avversari dei regimi in questione,
potrebbero vedere negli attacchi a queste strutture un mezzo
perfetto per indebolire il Governo ed esaurirne il forziere.
Ne potrebbe risultare quindi una permanente guerra di bassa
intensità lungo i gli itinerari delle condutture nella
stessa regione caspica.
E se i governi coinvolti fallissero nei loro sforzi per
proteggere le condotte, allora certamente si
indirizzerebbero a chiedere un aiuto ai loro alleati esterni
– provocando un aumento di coinvolgimento da parte di
Washington e Mosca, o nei casi peggiori, un dispiego di
truppe americane e russe.
La stabilità futura della produzione energetica nella
regione del Mar Caspio non è solo minacciata dal diffuso
malcontento ed agitazione all’interno delle aree dei nuovi
Stati indipendenti, ma all’interno della regione stessa
sta aumentando l’agitazione sociale e politica. Inoltre c’è
da aggiungere l’emergere di movimenti di militanti
islamici ispirati, e spesso sostenuti, dalle loro
controparti del Golfo Persico e del Sud Est asiatico.
Data la capricciosa posizione di molti dei confini caspici,
ed i collegamenti etnici ed ideologici fra le varie fazioni
ribelli, qualunque possibile scontro armato è probabile che
possa apparire minaccioso ai diversi governi, aumentando
così la partecipazione delle due maggiori potenze. Ma anche
senza la partecipazione della Russia e degli Stati Uniti, il
bacino del Mar Caspio potrebbe essere preda nel tempo a
venire, di periodiche sollevazioni e violenze, con possibile
scoppio di "guerre per procura" che
coinvolgerebbero i governi locali ed i gruppi degli
insorgenti spalleggiati da una grande potenza. Tali
antagonismi potrebbero prendere la forma di guerre a bassa
intensità lungo le zone di confine o nelle enclave etniche
assediate.
La storia suggerisce purtroppo che conflitti a bassa
intensità di questo tipo possono durare anche molti anni,
senza produrre alcun drammatico cambiamento nell’equazione
del campo di battaglia. Ma è possibile pure, che tali
confronti possano improvvisamente avere una escalation tale
da produrre un coinvolgimento da parte di potenze esterne,
che vedano i propri interessi vitali messi a rischio. Per
esse infatti, l’intervento militare apparirebbe come l’unica
soluzione, cosicché il Caspio potrebe diventare l’ambiente
ideale per una conflagrazione regionale di più larga scala.
Le forme che potrebbero prendere questi conflitti (peraltro
già definite da Van Creveld nel suo studio sulla
trasformazione della guerra) sono le seguenti:
- Warre
(o ritorno allo stato di natura, Hobbes: "tutti contro
tutti"; quindi non guerra-bellum intesa come
contesa ma guerra-werra come mattanza);
- Low
intensity conflicts (conflitti
a bassa intensità);
- Proxy
war (guerre
per procura, ossia stati od anche multinazionali che
finanziano gruppi terroristici o le parti che si scontrano
in un conflitto locale);
- Netwar-Network
War (fenomeni
questi studiati da Arquilla, Ronfeldt, e Duffield, in cui i
conflitti sono portati avanti da una rete terroristica non
organizzata gerarchicamente ed in cui i singoli elementi
sono collegati tra loro attraverso le reti internet);
- Franchising
terrorism (attentati
terroristici perpetuati da gruppi terroristici locali che
ideologicamente si rifanno ad una più grande organizzazione
firmando anche le stesse rivendicazioni usando il
"logo-madre" – senza avere con essa, molte
volte, alcun contatto, vedi il caso Al-Qaida);
- 4th
Generation Warfare
(guerra dove lo stato ha perso il monopolio dell’uso della
forza e le parti in causa usano tutte le reti a loro
disposizione – economiche, politiche, sociale e militari
– per contrastarsi e quindi anche una guerra di culture);
- Asymmetric
Warfare (la
guerra asimmetrica ampliamente descritta dai colonnelli
cinesi Liang e Xiangsui);
- "Iraqization"
(dove in assenza di un forte governo centrale gli scontri
armati/attentati terroristici sono portati avanti da clan i
cui contorni identificativi sono molte volte difficili da
evidenziare).
Tali conflitti avranno la loro incidenza su tutti e cinque
settori della sicurezza individuati dal Prof. Barry Buzan,
quindi i settori militare, politico, economico, sociale ed
ambientale.
Se quello da colpire è il "Market State",
teorizzato da Philip Bobbit, il settore economico è tra
tutti quello più vulnerabile. Cosa meglio che colpire il
suo tallone di Achille "l’economic target"?
In conclusione, quindi il terrorismo, può essere inteso
come una strategia di guerra, uno strumento e non un attore,
ma anche, come afferma Bobert Cooper, il possibile ritorno
alla privatizzazione della guerra, cioè lo Stato
pre-moderno con i denti.
Pensiamo infatti, che il confronto che probabilmente si
avvicinerà di più alla realtà, sia quello che venne già
narrato da Tolstoj in "Guerra e pace".
Nelle pagine finali della sua opera ci viene riportato, in
modo metaforico, un ipotetico duello che ci introduce al
concetto del "randello" della guerra popolare:
"immaginiamoci due uomini che si battano in duello
alla spada secondo le regole dell’arte schermistica; l’assalto
dura un tempo abbastanza lungo; ad un tratto uno degli
avversari, sentendosi ferito, e comprendendo che non si
tratta di uno scherzo ma che ne va della sua vita, getta la
spada e, afferrando il primo randello che gli capita,
comincia a maneggiarlo. Malgrado le lamentele dei francesi
per la trascuranza delle regole (come se esistessero regole
per uccidere la gente) il randello della guerra popolare si
alzava con tutta la sua minacciosa e maestosa forza e, senza
preoccuparsi del gusto e delle regole, con stupida
semplicità, ma in modo atto a raggiungere lo scopo, si
alzava e si abbassava senza fare distinzioni, a colpire i
francesi, finché perì tutto l’esercito invasore".
Così mentre il presidente Bush era impegnato a San
Pietroburgo per il "G8", negli USA, pochi giorni
prima dell’inaugurazione della pipeline
Baku-Tbilisi-Ceyhan (definita come la "Via della Seta
del secolo" ed anche "il progetto del
secolo"), il Ministro degli Affari Esteri turco
Abdullah Gul si incontrava con il Segretario di Stato
Condoleezza Rice.
Entrambi sottoscrivevano un comune accordo strategico,
definito "Shared Vision", il primo degli Usa, a corto di soldati, mettendo così in pratica la
dottrina strategica del "Quadriennal Defence Review".
Il documento non solo riafferma l’importanza della Turchia
come corridoio energetico, ma alla stessa viene assegnato
anche un ruolo come "constructive power in the
Caucasus region".
Così questa ampia area, in cui siamo andati sovrapponendo
visioni geopolitiche e tensioni, si riconferma come il
possibile centro di conflitto tra le grandi potenze, tanto
da essere paragonato ad un nuovo Medio Oriente.
Nato ed
interessi energetici: una nuova guerra del fuoco?
Questa
regione, per quanto distante fisicamente dal nostro paese,
è però entrata nelle percezioni geopolitiche dell’Italia.
Il Concetto Strategico del Capo di Stato Maggiore della
Difesa Italiana, del 2001, afferma che "vista la
ricchezza di fonti energetiche primarie e la vicinanza
geo-strategica", l’area viene definita di interesse
nazionale".
Lo stesso Concetto Strategico fa intravedere un possibile
coinvolgimento delle Forze Armate Italiane in quel
territorio in caso di "Operazioni di Risposta alle
Crisi".
Importanza, inoltre, che è stata riconfermata dal Nuovo
Concetto Strategico del Capo di SMD del 2005 che ha
definito, tra le altre, l’area caucasica di "interesse
strategico" per il nostro Paese.
Sempre l’Italia, in base al Nuovo Concetto Strategico
della Nato (Nato Nsc), sottoscritto il 24 aprile 1999, si è
impegnata a sostenere l’Alleanza nei casi in cui:
Art.20: "Rivalità etniche e religiose, dispute
territoriali, tentativi inadeguati o falliti di riforma,
abuso dei diritti umani, e la dissoluzione degli stati
possono portare a instabilità locali o anche regionali. Le
tensioni risultanti potrebbero portare a crisi che incidano
sulla stabilità euro-atlantica."
Art. 24: "Un qualsiasi attacco armato sul territorio
degli Alleati, da qualunque parte provenga, sarebbe coperto
dagli Articoli 5 e 6 del Trattato di Washington. Tuttavia la
sicurezza dell'Alleanza deve anche prendere in
considerazione il contesto globale. Gli interessi di
sicurezza dell'Alleanza possono andare soggetti ad altri
rischi di una natura più ampia, inclusi atti di terrorismo,
di sabotaggio e di crimine organizzato, o anche alla
interruzione del flusso di risorse vitali. I movimenti
incontrollati di un gran numero di persone, in particolare
come conseguenza di conflitti armati, possono anche porre
problemi per la sicurezza e la stabilità, che colpiscano
l'Alleanza."
L’area geografica studiata ai fini di questa ricerca non
solo è minata da rivalità etniche e religiose, dispute
territoriali e possibili instabilità locali o regionali ma
viene anche attraversata dal flusso di risorse vitali
rappresentato dalla pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc).
Come il discorso sicurezza energetica-Nato, a suo tempo
avviato dal presidente americano Bush nel febbraio 2006, si
sovrappoga agli interessi strategici dei paesi-autori-attori
dell’Alleanza Atlantica, e comprenda una ben più vasta
regione geografica, è stato dimostrato durante la recente
visita del presidente dell’Azerbaijan al Quartier Generale
della Nato a Bruxelles.
Ilham Aliev, sottolineando la ricchezza di risorse
energetiche del proprio paese e l’importanza rivestita dal
Btc per gli approvvigionamenti occidentali, ha manifestato
apertamente l’interesse azero ad aumentare
considerevolmente (quindi oltre il programma PfP) le
relazioni con l’Alleanza Atlantica.
Iniziativa che è stata ben accolta dallo stesso Segretario
Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer il quale ha
affermato che gli aspetti geo-strategici e politici della
sicurezza energetica sono importanti per la NATO e l’Azerbaijan
giocherà sempre maggiormente un ruolo principale nel campo
dei rifornimenti energetici.
Benchè sia in atto un dibattito all’interno dei membri
dell’Alleanza circa il tema della sicurezza energetica, l’agenda
del recente "NATO summit" tenutosi a Riga
(27-29 novembre 2006), ha riconfermato la centralità delle
problematiche rappresentate dal terrorismo e dalla sicurezza
delle risorse energetiche.
Il summit dal titolo "Transforming Nato in a New
Global Area", ha visto il Presidente americano Bush
dire chiaramente che la "Nato is in transition from
a static force to an expeditionary force".
Tra l’altro gli Stati Uniti stanno mettendo in pratica la
"Lawrence’s legacy" utilizzando le
strutture Nato, progettando corsi di addestramento militare,
che dovrebbero tenersi al "Nato Training College"
di Roma, ad ufficiali provenienti dai paesi Nord Africani,
del Medio Oriente e dal Golfo, ed il discorso della "Global
Partnership".
Partnership che da alcuni membri dell’Alleanza
viene vista come un’altra "etichetta" per la
"coalitions of the willing" dalla quale gli
Stati Uniti potrebbero attingere e scegliere i propri
partner, indipendentemente dalla loro appartenenza all’Alleanza,
ed in base alla missione militare da svolgere.
In pratica, la somma degli interessi strategici ("gli
interessi di sicurezza dell'Alleanza") della Nato
trova la sua narrazione cartografica in una regione
geografica più ampia rispetto a quella fornita dalla
totalità dell’estensione territoriale dei suoi membri,
dando quindi vita ad un "Regional Security Complex".
In questa ampia "regione" viene riconfermato il
perimetro delle costruzioni geopolitiche sinora sovrapposte,
quindi dalla Turchia alla Cina comprese le faglie, e benchéla lotta al terrorismo e la minaccia terroristica stiano
cercando di rimpiazzare la lotta al comunismo sovietico
nelle ansiose motivazioni strategiche post-Guerra Fredda
dell’Alleanza, l’elemento "energia" ritrova
ancora la propria posizione "cardine".
Mentre una potenziale aggressione sovietica poteva essere
interessata all’acquisizione di nuovi territori, e di
conseguenza il conflitto si sarebbe combattuto all’interno
dei confini geografici della Nato, questo non può dirsi per
le nuove minacce terroristiche, che cercano di distruggere o
sconvolgere le capacità delle nostre società di
funzionare. Quindi i nuovi conflitti avverranno anche fuori
da tali territori e vedranno i paesi membri della Nato
sempre più impegnati in operazioni definite di "societal
protection".
Questa narrazione "cartografica" in cui "centro-periferia-faglie-risorse
energetiche" divengono un tutt’uno, ci viene
chiaramente resa dall’Ammiraglio Di Paola, Capo di Stato
Maggiore della Difesa italiana, in un suo articolo
pubblicato nella "Nato Review" (Autunno
2006).
"Un’attenta osservazione rivela che l’instabilità
e le crisi presenti e future tendono a verificarsi nella
fascia che include le zone di contatto tra due contrapposte
entità geopolitiche: un nucleo globalizzato (caratterizzato
dalla globalizzazione e dall'accesso alla tecnologia) e l’area
del vuoto disconnesso (una periferia disconnessa composta da
poveri e, qualche volta, fragili stati, i cui cittadini
hanno sempre meno opportunità da cogliere). Questa fascia
passa attraverso Europa ed Asia, lambendo, in alcuni punti,
il Mare Mediterraneo ed il territorio della UE. Costeggia
peraltro aree strategicamente importanti per la presenza di
riserve di petrolio e, specie nell'area del Pacifico, di
linee vitali di comunicazione per il commercio marittimo
mondiale."
Finora abbiamo risposto a tre dei quattro quesiti basilari a
cui qualunque analisi sulla sicurezza dovrebbe saper far
fronte. Risposte tra l’altro contenute negli Artt. 20 e 24
del Nato Nsc.
- Cosa deve
essere protetto? Il "Fuoco", ed abbiamo risposto
"gli interessi di sicurezza dell'Alleanza e il
flusso di risorse vitali" (quindi la costante
rappresentata dalle risorse energetiche).
- Da
chi/cosa deve essere protetto? Dall’"Acqua", ed
abbiamo riposto "da possibili attacchi terroristici,
e da possibili instabilità causate da conflitti etnici"
(la minaccia-paura fluida).
- Chi
provvede alla sicurezza? La "Terra", ed abbiamo
cercato di rispondere "la NATO".
Ci rimane l’ultimo quesito ed il quarto elemento: quali
metodi/approcci devono essere utilizzati per provvedere alla
sicurezza? L’"Aria".
Conclusioni -
Una rivoluzione culturale per affrontare i nuovi conflitti?
Restando all’interno
di un contesto geografico Mar Mediterraneo-Mar Nero-Mar
Caspio, se l’attuale situazione nella regione dovesse
peggiorare, potrebbe essere richiesto un intervento NATO del
tipo peackeeping o peacebulding
.
Questo vuol dire che anche i militari italiani potrebbero
essere impiegati con funzioni di pace e compiti di polizia
tra la popolazione colpita e divisa da conflitti locali.
Come afferma il Generale Fabio Mini "nelle Repubbliche centroasiatiche e nel Caucaso esistono sacche di
orientalità pura. Queste comunità appartengono all’Oriente
della guerra".
Dove per orientalità, il Generale Mini, non intende un
concetto geografico ma una "suddivisione culturale,
per ciò che la cultura apporta al concetto di guerra. I
parametri che consentono questa classificazione sono le
diverse concezioni del Tempo, dello Spazio, della Vita e
della Morte. Siccome Tempo, Spazio, Vita e Morte sono anche
le dimensioni fondamentali della guerra, allora la
differenza tra le due parti è anche nella concezione della
guerra".
Perciò le prossime guerre che verranno affrontate "saranno
guerre fra diverse ‘culture della guerra’ e perciò
asimmetriche, (quindi, noi aggiungiamo, diverse
narrazioni della guerra non distanti dal concetto del
"randello" della guerra popolare). Non è
importante sapere chi saranno gli attori di queste guerre,
ma è fondamentale il fatto che si combatteranno ad armi
impari e con scopi diversi".
Usando una metafora: guerre in cui le
"pedine-nemico/acqua" ed il loro rapporto con il
Tempo, lo Spazio, la Vita, e la Morte non seguiranno le
regole degli scacchi bensì, più probabilmente, quelle più
vicine a quelle del "Go", dove ogni pedina può
distruggere le altre nemiche interamente e sincronicamente e
dove la battaglia non è rinchiusa dentro delle linee,
quindi gioco di pura strategia.
Nel calcolo combinatorio: una combinazione di quattro
elementi in classe quattro (come i quattro elementi Terra,
Fuoco, Aria ed Acqua si affronteranno nelle quattro
dimensioni del Tempo, Spazio, Vita e Morte).
Di qui la necessità di disporre di specialisti su questa
ampia area geografica (che può trasformarsi in un
"pantano"), dove il più delle volte:
- il
guerriero è barbaro (nel senso originario del termine
greco, "barbaros"quindi
"straniero"che non parla/appartiene alla nostra
lingua/cultura/capacità di immaginazione, quindi
"autore-attore" di una guerra, e di una narrazione
della guerra con una propria semiotica e rinchiusa in un
cerchio ermeneutico, a noi difficilmente comprensibile);
- la guerra
è motivata da aspirazioni di "gloria" e quindi
come risposta ad umiliazioni subite;
- i
principali obiettivi militari del conflitto divengono la
popolazione civile e le identità etniche;
- e Dio è
visto e vissuto come l’unico garante della propria
identità.
Data la complessità di questi nuovi conflitti, già l’obsoleta
figura del "soldato Ryan" (con la sua forma mentis
del periodo della Guerra Fredda) sta per essere sostituita,
non solo dalle informazioni e dalle reti, ma da nuove figure
di consulenti.
Consulenti specializzati che possono essere scienziati,
analisti, esperti di cultural ed economic intelligence,
hacker e specialisti in combattimenti urbani.
Consulenti, quindi, capaci di prevenire le mosse del nemico
e di identificare gli attori del conflitto, in quanto queste
guerre potranno essere condotte, indifferentemente, anche da
"non stati", vale a dire gruppi economici, sociali
od organizzazioni non politiche nel senso classico.
Quindi, come individua Appadurai, "cellular
organizations" vs "vertebrate organizations".
Dove per "vertebrate organizations" non si
vuole solo vedere lo stato ma il suo intero apparato
strutturale e burocratico che è rimasto indietro rispetto
ai processi di trasformazione apportati dai processi di
globalizzazione: lento e propenso ad una interpretazione
"vertebrata" e gerarchizzata sulle
possibili minacce portate avanti da strutture "cellular".
Ed è per affrontare queste minacce "cellular",
fluide, liquide, e multiformi, che la risposta operativa
militare si deve adattare al nuovo contesto
"culturale" prendendo anche lei stessa le
sembianze del nemico.
Quindi una risposta non lenta, gerarchizzata ma una
operatività mimetizzata che assuma più le forme del
"rizoma" studiate da Deleuze e Guattari ed
applicate in maniera sperimentale alla "Rhizome
Warfare" da parte di Jeff Vail: unità formate da
"corpi" individuali ed indipendenti.
Unità autosufficienti nel cui piccolo interno siano
presenti, e complementari tra loro, le diverse
"specializzazioni", capaci quindi di operare allo
stesso tempo collettivamente ed individualmente, seguendo un
modello operazionale "reverse swarming":
non affrontare il nemico direttamente ma disperdersi nella
popolazione locale (e noi aggiungiamo: nella narrazione
locale).
Ed è per questa tattica di dispersione/mimetizzazione in un
contesto estraneo ed ostile che "divenire-nemico"
cioè prendere le sembianze "locali" diventa
prioritario.
Per questo passaggio da una operatività "vertebrate"
ad una "cellular", o meglio
"rizoma", quindi più fluida ed intuitiva, bisogna
partire dall’"intelligence", nel senso
che ne da l’Oxford Dictionary of English: "the
intellect, the understanding".
Ed è in questo "understanding", in questa
impalpabile forza mentale libera di volare nello spazio, che
l"intelligence" diventa il nostro quarto
elemento: l’"Aria", l’astuzia di Ulisse.
Viene quindi in mente il "Marte e Minerva"
raffigurati nel distintivo del copricapo del 21° Regimento
delle Sas anglosassoni i cui primi componenti erano pittori,
scrittori, attori, musicisti, accademici, quindi una chiara
indicazione della duplice natura dei loro interessi: la
guerra e la creatività.
La "Human intelligence" (Humint), quindi,
non solo come sostiene il Generale britannico Bob Fulton:
"gioca un ruolo vitale nel determinare le identità e
gli intenti degli avversari e nel comprendere il nemico
piuttosto che semplicemente contrastarlo", ma si rende
anche necessario di "rimettere la ‘I’ dell’intelligence
tra le virgolette", come afferma Robert Steele
definendo i tre principali elementi delle "Information
Operations": il messaggio, la realtà, la
tecnologia.
Queste nuove guerre saranno caratterizzate da quattro
protagonisti: gli informatici ed i consulenti strategici, i
fanti, i civili ed i terroristi, e per affrontare
efficacemente queste nuove operazioni definite come missioni
a "tre componenti" (con funzioni di polizia,
umanitarie e propriamente militari – "war-fighting
role") i "fanti" necessiteranno di
ulteriori competenze e conoscenze specifiche.
Per questo l’attività di Humint dovrà per forza essere
sostenuta da una forte attività di "cultural
intelligence" (Cultint).
Dato che si opererà all’interno di società
"barbare" e/o segmentate da stabilizzare, lo
studio della lingua locale, della storia, del terreno, dei
costumi e della cultura delle aree coinvolte nei conflitti
sarà fondamentale per sapersi orientare e non subire tristi
conseguenze.
Non per niente l’"Orientamento" (quindi la
maniera con cui si interagisce con l’ambiente-narrazione
circostante) rappresenta il fulcro di quello che viene
definito dal Colonnello americano John Boyd l’ "Ooda
Loop: Observe-Orient-Decide-Act" per
affrontare i combattimenti nelle "4th Generation
Warfares".
Una Culting capace quindi di individuare e tradurre gli
elementi antropologici, le motivazioni, i comportamenti, i
linguaggi, i segni, i miti, le emozioni ed il furore, che
riescono in un dato momento a trasformare una
"massa" pacifica e "non-combatat"
in una contagiosa "macchina da guerra": il
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