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<TURCHIA
OGGI> - A PARTE LA DOCUMENTAZIONE DELL'AMBASCIATA DI ITALIA AD
ANKARA E DELL'ICE DI ISTANBUL - SI AVVALE PER LE NOTIZIE E GLI
ARTICOLI RIPORTATI SUL SUO WEB, E NATURALMENTE RELATIVE ALLA TURCHIA,
DELLE NEWS
GIA' APPARSE IN ALTRI SITI O GIA' PUBBLICATE SU QUOTIDIANI E
RIVISTE. NON FA ALTRO CHE ASSEMBLARLE, NELLA CONVINZIONE CHE SIANO
DI MAGGIORE UTILITA' PER QUANTI HANNO UN QUALCHE INTERESSE PER
QUESTO PAESE. <TURCHIA OGGI>, AD
OGNI MODO, E' SEMPRE A VOSTRA DISPOSIZIONE.
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PRIMO
PIANO
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Il
Capo dello Stato
italiano ha fatto
presente che è in corso
un difficile confronto
con la Francia di
Nicolas Sarkozy |
Giorgio
Napolitano
e la Turchia nell'UE
"CI
VOGLIONO ISTITUZIONI
FORTI"
L'allargamento
dell'Unione Europea e in particolare l'ingresso della
Turchia nell'Unione, richiedono che la UE si doti di
istituzioni forti che garantiscano che questa
"possa essere governata e possa decidere". Lo
ha detto il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano riferendo ai giornalisti sui colloqui avuti a
fine giugno con i vertici istituzionali austriaci nel
corso della sua visita di stato a Vienna. Napolitano ha
ribadito che Italia e Austria guardano alla prospettiva
di una integrazione europea dei Paesi dei Balcani: al
momento solo la Slovenia è membro sia della UE che
dell'area della moneta unica, mentre la Croazia è
candidata all'ingresso. "Vogliamo procedere - ha
spiegato il Capo dello Stato - sulla via di accordi di
associazione e stabilizzazione con altri paesi dell'ex
Jugoslavia e tenere aperta la prospettiva, non sappiamo
quanto vicina, di una piena integrazione di
quest'area". Napolitano infine, riferendosi alla
Turchia, ha fatto presente che è in corso "un
difficile confronto con la Francia" dopo la presa
di posizione del nuovo presidente francese, Nicolas
Sarkozy. "Ma se vogliamo tenere in piedi - ha
concluso - una Unione a 27 e anzi la vogliamo più larga
che comprenda un grande, popolosissimo e diversissimo Paese
come la Turchia, abbiamo bisogno di istituzioni europee
più forti che garantiscano che l'Unione possa essere
governata, possa decidere e svolgere il suo ruolo senza
degradare a semplice area di libero scambio". (Agi) |
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IL
VIALIBERA
UNIONE
EUROPEA
Estesi
i colloqui per l'ingresso
della Turchia a due nuove
aree politiche. No ad una
terza
L'Unione
Europea
ha dato il via libera per estendere i colloqui per
l'ingresso della Turchia in Europa a due nuove aree
politiche opponendosi però a una terza.
La decisione giunge dopo che la Francia ha ostacolato i
27 Paesi del blocco nell'aprire il capitolo delle
negoziazioni sulla politica economica e monetaria per
sottolineare l'opposizione del neo presidente Nicolas
Sarkozy all'eventuale ingresso della Turchia in Europa.
"Abbiamo trovato un accordo su due capitoli:
statistiche e controllo finanziario", ha spiegato
il diplomatico che è coinvolto nei colloqui
preparatori.
Lo scorso anno, l'UE ha sospeso le negoziazioni su otto
dei 35 capitoli in cui è suddivisa la legge UE dopo che
la Turchia non si è detta disponibile ad aprire i suoi
porti e aeroporti al traffico proveniente da Cipro. (Reuters)
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Parla
Ali Babacan
"IL
NOSTRO OBIETTIVO"
La
Turchia "non è soddisfatta" della
decisione di Bruxelles di aprire soltanto due dei
tre capitoli negoziali per l'adesione all'Unione
Europea ma continuerà a perseguire il suo
principale obiettivo che è quello della piena
adesione. Questo il messaggio lanciato dal
ministro dell'Economia turco che guida le
trattative con i Ventisette, Ali Babacan.
"Ci sembra di capire - ha detto il
negoziatore turco - che delle difficoltà non
attinenti al tema siano emerse nel dibattito al
Consiglio dell'UE. Per quanto riguarda il terzo
capitolo, non siamo soddisfatti delle spiegazioni
e delle giustificazioni tecniche che ci sono state
fornite. Speriamo che ci
saranno dei progressi su questo tema sotto |
la
presidenza portoghese".
"Per quanto riguarda le politiche economiche
e monetarie - ha aggiunto
Babacan - la Turchia ha avviato delle
riforme molto significative. Ha già soddisfatto
due dei tre criteri necessari: il deficit di
bilancio inferiore al 3%, il debito pubblico che
scende (siamo anche più avanti ad alcuni Paesi
nell'Unione monetaria) e per quanto riguarda i
tassi di interesse e inflazione siamo determinati
a fare progressi".
Babacan ha anche osservato che uno
"stop" ai negoziati con la Turchia
sarebbe un rischio per l'Europa. "E'
necessario mantenere tra le due parti una certa
fiducia. Abbiamo un obiettivo condiviso, dobbiamo
anche avere una volontà condivisa altrimenti la
situazione sarà negativa non solo per la
Turchia ma anche per l'UE", ha concluso il
rappresentante del Governo di Ankara ipotizzando
che l'Unione "resterà forte solo se
continuerà a mantenere le sue promesse" e se
"sarà capace di mettere insieme diverse
culture intorno a valori comuni". (da Adnkronos/Aki) |
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UE, ATTENTA!
" C'E'
IL RISCHIO
DI DELUDERCI"
UGUR
ZIYAL L'AMBASCIATORE
TURCO IN ITALIA RIASSUME IN UNA INTERVISTA I MOTIVI PER
I QUALI GLI OSTACOLI CHE PONE BRUXELLES POTREBBERO
RITORCERSI CONTRO
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Avrebbe
dovuto essere un segnale positivo nelle complicate
trattative tra Europa e Turchia. Ed invece l'apertura di
due soli capitoli negoziali rispetto ai tre promessi
rischia di diventare "una grande delusione del
popolo turco", ha ammonito a'ambasciatore di Ankara
a Roma, ugur Ziyal. "L'Unione Europea sarà messa
in cattiva luce agli occhi dei turchi", ha
sottolineato il diplomatico in un colloquio con <Apcom>.
Ankara in fondo lo sapeva che A Bruxelles avrebbe vinto
alla fine la Francia di Sarkozy. "Non mi pare che
quella francese sia una posizione
euro-costruttiva", ha commentato il rappresentante
turco. "Posso dirvi che porre altri limiti rischia
di avere conseguenze sull'opinione pubblica".
Proiettata
verso le elezioni anticipate del 22 luglio, con i
negoziati per l'adesione all'UE parzialmente sospesi e
il timore di big bang a fine anno, la Turchia
oggi cerca di evidenziare l'effetto boomerang che
il cambio di regole in corsa potrebbe avere. "Il
nostro Paese si sviluppa e va avanti, e questo è un
bene per tutti. Perché dovremmo fermare qualcosa che è
un bene per tutti", ha argomentato l'ambasciatore.
Osservando che, comunque vada, alla fine del lunghissimo
negoziato, la Turchia la sua parte l'avrà fatta.
"Alla fine la Turchia sarà pronta, e lo sarà in
base ai traguardi raggiunti: E allora dovrà decidere:
sappiamo che ci sarà più di un referendum".
Se l'uomo del divorzio potrebbe chiamarsi Nicolas
Sarkozy, Ugur Ziyal lascia intendere che il "turcoscetticismo"
del nuovo inquilino dell'Eliseo non è, non può
diventare un ostacolo decisivo. "Sin dall'inizio
diversi elementi si sono affiancati ai negoziati, sono
emerse preoccupazioni politiche che hanno rallentato
molto il processo - ha argomentato - noi abbiamo allora
fatto due cose: primo, chiesto di essere trattati alla
pari con gli altri Paesi in negoziato. Per questo
aspettavamo l'avvio di negoziati su altri tre capitoli.
Per la nostra gente, invece una grande delusione mentre
l'UE viene messa in cattiva luce agli occhi dei turchi.
Seconda cosa, a fronte dei problemi da risolvere,
abbiamo stilato programmi e piani sino al 2012-13:
sappiamo cosa dobbiamo fare, e lo faremo con le nostre
forze".
Il messaggio di Ankara è chiaro: non ha senso chiudere
la porta, aperta alla Turchia nel 204 con l'avvio dei
negoziati. Si aspettino i risultati. "Fino al
momento delle decisioni, fino alle consultazioni
popolari, a nostro avviso non c'è motivo di fermarsi -
così Ziyal - o tantomeno cambiare la prospettiva di
traguardo. E' molto semplice. Abbiamo in corso negoziati
per la piena adesione, non per altro, perché per noi
non ha senso negoziare per qualcosa di diverso".
Chi vorrebbe "qualcosa di diverso", in
primis, il Capo di Stato francese con la sua idea di
un'Unione mediterranea su cui reindirizzare la Turchia,
sostiene l'incompatibilità della Mezzaluna con l'UE.
Ankara non ci sta. "Tutto questo dibattito, fin
dall'inizio, per stabilire se la Turchia è un
Paese europeo. Penso che la risposta sia stata
data dal Consiglio europeo quando ha deciso di aprire
negoziati per l'adesione. Cioè, la Turchia è un Paese
europeo. E' una realtà, facciamo parte di quasi tutte
le organizzazioni europee e il nostro ruolo al loro
interno non certo negativo né tanto meno distruttivo.
Anzi!".
La Turchia che rivendica la propria identità europea, ha
spiegato il diplomatico, lo fa innanzitutto perché
"per noi l'Europa è un concetto" diventato
modello e meta. Anche oggi che l'Europa litiga e gioca
al ribasso. "Un'idea che si declina in
modernizzazione, sicurezza, democrazia. Un'area di
libertà, di giustizia, di cui vogliamo far parte.
Vogliamo progredire. Vogliamo far progredire l'economia,
vogliamo leggi migliori, migliore governance. Ma
l'atteggiamento europeo sta dimostrando che le cose
forse non stanno proprio così, che l'Europa reale non
corrisponde a questa idea, è qualcos'altro e allora dei
dubbi si stanno insinuando nella gente in Turchia".
Questi dubbi potrebbero rovesciare la partita
Ankara-Bruxelles, in caso le autorità turche
decidessero di indire un referendum sulla prospettiva di
ingresso nell'UE. "Un referendum? Non abbiamo
ancora deciso", questa la risposta cauta del
rappresentante turco.
"Vedremo. In democrazia funziona così. Ma per noi
il punto è: sino al momento delle decisioni andiamo
avanti, che senso ha fermarsi prima".
Negli ultimi mesi in Europa è cresciuta anche la
preoccupazione per le tensioni interne alla Turchia,
Paese che appare sempre più diviso tra sostenitori del
fronte laico e dell'Islam. Ultimo episodio, ancora da
chiudere, lo scontro per la nuova presidenza, che il
premier Recep Taiiyp Erdogan vorrebbe affidare al suo
delfino Abdullah Gul , ed il presidente (ancora in
carica, ndr) Ahmet Necdet Sezer, contrario, in nome
dello Stato secolare.
"E' tutto normale, abbiamo un ordine costituzionale
e tutto è stato fatto in base al quadro della
Costituzione - ha contestato Ugur Ziyal - Il Parlamento
non è riuscito ad eleggere il Capo dello Stato e quanto
è accaduto dopo non ha infranto in alcun modo le regole
costituzionali. Quello che voglio sottolineare è che si
tratta di un processo del tutto legale. Ci saranno
elezioni, c'è una campagna elettorale in corso, molto
vivace, la situazione è assolutamente normale, non
così tesa come si percepisce, come si riferisce in
Europa. Quello che vi arriva è la tensione che circonda
la Turchia: Palestina e Nord Iraq.
Per il Nord Iraq, dove secondo Ankara viene dato asilo
ai ribelli curdi attivi in Turchia, l'esercito turco
medita un'azione militare. "Dobbiamo dire che
nell'Iraq settentrionale abbiamo un problema molto
grave, è un problema di terrorismo dall'Iraq verso la
Turchia. Che cercheremo di risolvere in modo
pacifico", ha assicurato l'ambasciatore. "Ma
credo che la tensione che viene percepita non sia dalla
Turchia di per sè, ma dalle condizioni nell'area".
Di Nord Iraq i vertici turchi hanno discusso di recente
con il capo della diplomazia italiana, massimo D'Alema,
che alcune settimane fa è stato in visita ufficiale in
Turchia. "Della questione settentrionale si è
parlato in modo molto franco con il ministro D'Alema.
Capiamo le preoccupazioni riguardo la situazione
attuale. Siamo pronti ad ascoltare ancora".
Altro che Parigi, altro che Berlino o Bruxelles. A Roma
si appoggia il cammino europeo della Turchia con grande
continuità, oggi con il centro-sinistra come ieri con
il centro-destra. Poco da eccepire, dunque, su questo
fronte: "Noi speriamo di continuare così, con il
sostegno dell'Italia, per noi prezioso", ha
osservato il diplomatico turco. Si può fare di più.
invece, ha esortato, in termini di collaborazione
economica.
"Abbiamo un interscambio da 15 miliardi di euro.
Possiamo migliorarlo. Possono aumentare gli investimenti
italiani in Turchia, e certo quelli turchi in Italia,
che stanno cominciando, pur lentamente. Insomma: in
campo economico c'è spazio per crescere. L'Italia oggi
è il terzo partner commerciale con la Turchia. Io spero
che possa diventare il numero uno. Gli italiani ora
hanno cominciato a conoscere davvero il mio Paese e si
stanno espandendo, il business procede con benefici da
entrambe le parti". Su che cosa si punta? "Le
Piccole Medie Imprese. Sono la spina dorsale della
vostra e della nostra economia. credo che ci sano
davvero buone prospettive in questo senso", ha
suggerito Ziyal. Che ha concluso: "In generale,
prevedo un futuro decisamente luminoso per la
cooperazione turco-italiana". (Orm-Apcom) |
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Quattro
membri del Pkk,
fuggiti dalle proprie basi,
avrebbero parlato
VOCIDI
UN RITIRO
DEI GUERRIGLIERI
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Questa ipotesi, se
confermata,
potrebbe evitare lo
sconfinamento
dell'esercito turco
nel Nord Iraq
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Il
timore di un’incursione armata dell’esercito turco
avrebbe spinto migliaia di ribelli del Partito dei
lavoratori del Kurdistan (Pkk) a evacuare le proprie
basi dell’Iraq settentrionale. A sostenerlo sono
quattro membri della stessa organizzazione, che lo
scorso fine settimana sono fuggiti da una delle basi
irachene del Pkk e si sono consegnati alle autorità
turche.
"Ipotesi
di intervento"
La
Turchia, che nel corso degli anni novanta è penetrata
diverse volte in territorio iracheno con le proprie
truppe, sostiene che nel nord dell’Iraq si trovano le
basi della guerriglia curda, da cui partirebbero gli
attacchi in territorio turco contro esercito e civili.
Per questo, lo scorso aprile, il Capo di Stato Maggiore
Yasar Buyukanit ha chiesto al Governo di approvare
un’incursione militare in territorio iracheno.
Le pressioni dei militari sull’Esecutivo sono
aumentate negli ultimi giorni, quando Buyukanit ha
chiesto al governo guidato dal Parito di giustizia e
sviluppo (Akp) di fissare le linee guida per un
possibile raid. "C’è bisogno di conoscere gli
obbiettivi politici di questa lotta", ha detto il
generale in tv, precisando che in questo modo
l’esercito potrebbe decidere “che tipo di forza è
necessaria per farlo e cercare un approvazione
formale”.
Proprio questo affollarsi di indiscrezioni avrebbe
portato il Pkk all’inattesa decisione di sgomberare le
proprie basi irachene. "Nelle ultime settimane, le
voci di un intervento oltre-confine dell’esercito
turco hanno seminato la paura all’interno
dell’organizzazione. Tutti i campi sono stati
sgomberati", hanno spiegato i quattro militanti,
tra cui una donna, in una conferenza stampa convocata in una sede della gendarmeria nella provincia
di Sirnak, nel sud-est della Turchia.
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Escalation
militare
Secondo
il comandante delle forze in campo, il generale Ilker
Basbug, nell’ultimo anno gli attacchi della guerriglia
kurda in Turchia sono aumentati del 65 per cento
rispetto all’anno precedente.
Responsabili di tale escalation – ha sostenuto Basbug
– sarebbero i circa 3 mila guerriglieri del Pkk
stanziati in nord Iraq, sostenuti dai quasi 2 mila
concentrati all’interno della Turchia stessa.
In tutta risposta , l’esercito turco ha dispiegato un
numero crescente di truppe al confine con l’Iraq. Per
ora sono otto le compagnie aggiuntive inviate al
confine, ma tra i piani dell’esercito c’è quello di
ristrutturare altre sei brigate , rimpiazzandole con
soldati professionisti.
Collaborazione
Usa-Pkk?
Fino a questo momento, e nonostante gli appelli
ripetuti di Ankara, gli Stati Uniti si sono detti
contrari a ogni ipotesi di intervento in nord Iraq,
capace di destabilizzare una delle poche aree
relativamente tranquille del nord Iraq e indispettire
l’alleato kurdo.
Tanto da meritarsi – da parte degli ambienti
nazionalisti della Turchia – l’accusa di favorire la
creazione di uno Stato kurdo indipendente nel nord Iraq,
capace di riattizzare anche le passioni separatiste dei
14 milioni di kurdi residenti in territorio turco.
Il sostegno di Washington all’alleato kurdo, tuttavia,
potrebbe essere andato oltre la semplice inerzia. Almeno
stando alle dichiarazioni dei quattro transfughi del Pkk
che nel proprio intervento davanti ai giornalisti hanno
anche assicurato di aver visto dei mezzi blindati
dell’esercito Usa consegnare delle armi al Pkk
all’interno del campo.
UCCISI
8 RIBELLI
Otto
ribelli curdi del pkk sono rimasti uccisi nel corso di un lungo scontro a
fuoco con i militari turchi nella provincia di
Sirnak al confine con l'Iraq. Lo hanno reso noto
fonti militari turche. |
L’informazione
- che non ha ricevuto conferme indipendenti, ma che è
stata rilanciata con forza dai media turchi - è bastata
turbare le già difficili relazioni tra Ankara e
Washington. Tanto da spingere l’ambasciata
statunitense ad Ankara, ad una pronta smentita.
Washington – ha ricordato l’ambasciatore Usa -
considera il Pkk un’organizzazione terroristica e,
pertanto, non coltiva alcun legame con essa.
Ankara
stringe i tempi
Fino ad
ora il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva
fatto da freno di fronte alle richieste dell’esercito,
escludendo di fatto ogni ipotesi di intervento armato e
limitandosi chiedere un intervento del governo iracheno
e di quello statunitense contro i ribelli kurdi
stanziati in territorio iracheno.
Qualcosa è cambiato nelle ultime ore. Egemen Bagis,
consigliere del primo ministro per gli Affari esteri, ha
fatto sapere che per intervenire in territorio
iracheno la Turchia non avrà bisogno
dell’approvazione di chicchessia (leggi Usa).
Toni analoghi sono stati utilizzati nelle stesse ore dal
ministro degli Esteri e vice-premier, Abdullah Gul, che
durante un suo intervento nella città di Kayseri ha
reso noto che i piani per una possibile operazione
militare del nord dell’Iraq sono stati già preparati
e approvati dal Governo e che quindi, d’ora in poi,
“tutto è possibile". (Carlo M. Miele/OsservatorioIraq) |
| AVUTO
DAGLI ISRAELIANI
AEREO
SPIAPER
COMBATTERE IL PKK
La durata della consegna
di un anno. Sarà di stanza
a Batman nel sud-est
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The Turkish
military has leased an Israeli-made unmanned aerial
vehicle (UAV) mainly to combat increasing terror attacks
in the country's southeast. The lease period is one year.The
UAV, manufactured by Israeli Aerospace Industries (IAI)
will be delivered to Ankara
next week. It will be stationed in Batman and operated
by an Israeli squad, defense officials in Ankara said.
Turkish military personnel will only perform the sensor
operation duty for the Uav.
Turkish military officials have gone for the lease
option to meet their urgent operational requirements in
the southeast. Pkk attacks have killed nearly 50 Turkish
troops this year.“This is a non-standard aircraft and
to operate it we would have to spend a lot of time for
training,” a military
official said. “The Israelis will operate the aircraft
to meet our urgent operational requirements in the
southeast.”The Turkish military has been operating one
Uav in the southeast for the past 15 years. That one,
delivered by U.S. General Atomics, fails to meet the
increasing operational need in the face of the latest
wave of PKK attacks against Turkish targets.
In 2005, IAI won a separate Turkish contract for the
supply of three Uav systems and 10 aircraft in a $180
million deal. But the deliveries of these critical
systems, originally scheduled for April 2007, are now
facing delays for about one year. (Turkish
Daily News)
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Erdogan e
i curdi
MANO TESAAL
DIALOGO
"Se
il vostro problema è la libertà, il posto per
risolverlo è il Parlamento". Sono state queste le
parole di Recep Tayyip Erdogan nell'Est della Turchia,
dove il premier sta conducendo una parte della campagna
elettorale dell'Akp, il Partito per la Giustizia e lo
Sviluppo, di orientamento islamico-moderato.
"Molti Paesi - ha continuato il Primo Ministro -
hanno problemi legati al terrorismo. Ma nessuno ha il
diritto di rovinare la pace di una nazione. E la
soluzione per il popolo curdo non può essere l'adesione
al Pkk".
Il discorso del premier sembrerebbe confermare
un'ulteriore apertura alla minoranza curda nel Paese. |
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ARMENIA/TURCHIA
L'INVITO
Erevan ha
chiesto ad Ankara di aprire i confini come
1° passo per normalizzare le relazioni tra i due Paesi
L'Armenia
ha invitato la Turchia ad aprire i confini, come primo
passo necessario al fine di normalizzare le relazioni
tra i due Paesi divisi dal contenzioso per l'occupazione
armena del Nagorno Karabakh e dalla aspra polemica
storica sui massacri degli armeni di Anatolia del
1915-16, che gli armeni definiscono "un
genocidio", definizione che la Turchia respinge con
energia.
"Innanzitutto abbiamo bisogno come minima
condizione di un confine aperto tra i nostri due Paesi
per affrontare le questioni problematiche tra noi",
ha affermato il ministro degli Esteri armeno Vardan
Oskanyan, intervenendo al vertice dei 12 Paesi
rivieraschi del Mar Nero in corso a Istanbul. Turchia ed
Armenia non hanno relazioni diplomatiche ed il confine
tra i due Paesi è chiuso dal 1992. (Corriere
del Ticino)
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| UNA SINISTRA CHE NON
C'E' INTERVISTA
A ZULFU LIVANELI
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Un musicista leggendario, una vera icona della
sinistra e della cultura turca, ex parlamentare
del CHP. Si chiama Zülfü Livaneli e in questa
intervista, raccolta dal corrispondente di
<Osservatorio Balcani>, spiega i problemi della Turchia odierna e la
grande assenza di un vero partito di sinistra
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Musicista quasi
leggendario - un suo concerto ad Ankara nel 1997 ha
raccolto più di mezzo milione di persone - e
pluripremiato, tra gli altri anche il premio Tenco,
autore di racconti e romanzi (uno dei quali Felicità
pubblicato in Italia da Gremese), regista, attivista dei
diritti umani e parlamentare."Zülfü Livaneli è una
presenza insostituibile nella scena letteraria, musicale
e politica del Paese" forse niente meglio di questa
frase di Orhan Pamuk sintetizza la figura di Zulfu
Livaneli.
"Non sono un politico di professione ma sono stato un
artista interessato alla politica. Sono stato in carcere
dopo il colpo di stato del 1971, in seguito sono stato
in esilio in Svezia, Francia e Grecia. Con le mie
canzoni sono sempre stato una figura politica, con loro
in qualche modo sono cresciute generazioni di turchi.
Mai all’interno di un partito ma a fianco dei diritti
umani, della democrazia, contro i colpi di Stato e le Forze
Armate, un umanista".
E poi l’esperienza in parlamento nell’attuale
legislatura nelle file del CHP (Partito Repubblicano del
Popolo)
Sì, purtroppo poi ho deciso di entrare in parlamento. Lì
ho potuto constatare come i partiti in Turchia non
servano a niente, i leader dei partiti si comportano
come dei sovrani, controllano 500-600 delegati
all’interno del partito, da loro si fanno eleggere e
poi rompono ogni legame con la gente. Gli elettori
votano persone che non conoscono, sono i leader di
partito a formare le liste elettorali, viene a mancare
la rappresentatività. Io sono entrato nel Chp perché
è il partito fondato da Atatürk, il partito che ha
creato la Turchia. Negli anni ’60 si è aperto alla
sinistra per trasformarsi in un partito
socialdemocratico, per questo ho accettato la
candidatura del partito. Con altri amici ci siamo detti
che avremmo potuto ottenere alcune conquiste
democratiche, avvicinarci all’Europa, riforme, diritti
per i curdi, trasformare il partito in un partito
progressista. Immediatamente dopo le elezioni abbiamo
però capito che noi eravamo solo uno specchietto per le
allodole da mostrare alla gente.
Infatti il partito dopo le elezioni ha fatto
un’inversione di 180 gradi, ha abbracciato una
politica di destra, nazionalista. Abbiamo avuto molte
discussione sulle questioni più diverse, il problema
curdo, l’Unione Europea, e lì ho capito che il
partito non faceva per me e mi sono dimesso entrando nel
gruppo indipendente. Da indipendente però non è
possibile combinare nulla, non avete nemmeno il diritto
di parola. Il nostro Parlamento non è un luogo di
discussione, è un ruolo di ratifica di decisioni prese
altrove. Soprattutto in questa legislatura con un solo
partito al potere ed uno all’opposizione. Quello che
il Governo ordina viene immediatamente approvato dal Parlamento. I deputati non sono autonomi perché hanno
paura dei leader, vogliono essere candidati anche nelle
prossime lezioni e quindi evitano di entrare in
contrasto con il segretario, altrimenti verrebbero
immediatamente depennati.
Le faccio un esempio concreto: tempo fa una cinquantina
di deputati del Chp ha sostenuto la mia candidatura a
segretario del partito in opposizione a Baikal, una
lotta a cui poi ho rinunciato. E per le prossime
elezioni questi 50 deputati sono stati eliminati dalle
liste elettorali. Baikal controlla 500-600 delegati e
con loro il partito. In Turchia è impossibile fare
qualcosa contro la volontà del segretario di partito, e
questa cosa vale per tutti e non solamente per il Chp.
Un deficit di democrazia...
Sì, e poi non dimentichiamo lo sbarramento del 10%
fatto per non fare entrare i curdi in parlamento, così
alle ultime elezioni la metà dei voti sono finiti nella
spazzatura, l’attuale parlamento rappresenta la metà
dell’elettorato. Questo sistema così com’è non può
risolvere i problemi della Turchia. E’un sistema che
ha bisogno di una riforma radicale, seria, il sistema
così com’è è un sistema bloccato, ed i risultati
delle elezioni non cambieranno la situazione. Non si è
riusciti nemmeno a eleggere il presidente della
Repubblica.
Il Paese si trova profondamente spaccato, i curdi, i
nazionalisti turchi e i religiosi. Io non sono molto
ottimista per il futuro prossimo. La Turchia è esposta
ad ogni tipo di provocazioni, c’è un clima di
violenza. Io avevo proposto la costituzione di una
commissione di inchiesta sulla violenza dopo
l’omicidio di padre Santoro, per indagare questa
violenza nazionalista. E subito dopo è stato ucciso
Hran Dink, e poi gli omicidi di Malatya. Poi mi sono
impegnato anche sul fronte dell’articolo 301,
l’eliminazione del riferimento alla turchità, ho
parlato anche col ministro della Giustizia mettendolo in
guardia contro il pericolo rappresentato da questo
articolo ma non è servito a niente, nessun partito mi
ha sostenuto perché hanno avuto paura delle reazioni
della gente.
Il problema è che la Turchia non ha conosciuto la 2° Guerra
Mondiale e la gente non è consapevole
del pericolo che può arrivare da queste parole.
Bandiera, patria, sono cose positive, ma non sono
consapevoli del potenziale distruttivo che contengono.
Noi cerchiamo di spiegare quanto sia pericolosa
l’ideologia nazionalista.
In conclusione credo che le elezioni siano la punta
dell’iceberg, io guardo a quello che c’è sotto e ci
vedo un Paese profondamente spaccato e la crescita del
nazionalismo fanatico che ha creato una cultura che fa
paura. Qualsiasi scusa è buon per scatenare la
violenza, la patria, l’onore o la squadra di calcio.
Nessun partito sembra essere interessato ad una
riforma radicale però, ad esempio una nuova Costituzione...
Certo la nuova Costituzione, civile, è un aspetto
fondamentale. Non è importante come si scrive la Costituzione, basterebbe dare l’incarico a qualche
professore. Ma la Costituzione è un contratto sociale,
è importante come e chi la scrive. Io avevo proposto
l’istituzione di un Parlamento parallelo, composto da
persone che poi non avrebbero più avuto incarichi
politici, con il compito di scrivere una nuova Costituzione, e poi sottoporre il testo ad un referendum
popolare. Ma anche in questo caso nessuno ha appoggiato
la mia proposta.
In politica da dove può arrivare la speranza?
In tutto il mondo la politica scorre lungo due fiumi
principali, la destra e la sinistra. In Turchia i colpi
di Stato hanno annientato la sinistra e senza sinistra
sono nati i partiti etnici o quelli religiosi, mancano
questi due riferimenti principali, destra e sinistra,
per sostenere la democrazia. I militari che hanno
ridisegnato la politica del paese non hanno capito e
hanno pensato che annientando la sinistra avrebbero
salvato il paese. Il risultato è una vera catastrofe.
In questa fase i militari si comportano come un vero
attore politico...
Certo, ma non bisogna dimenticare che il loro intervento
nasce come prodotto di una reazione. I militari non
potrebbero fare nulla contro un Governo amato dalla
gente ma i riferimenti religiosi di questo governo hanno
spaventato la parte laica del Paese. Poi c’è il ruolo
dei neo-con americani che ritengono che la laicità nel
paese sia un affare di pochi, garantita solo dai
militari, e credono alla necessità che il Paese torni
alle sue radici islamiche, ad un Islam illuminato. Il kemalismo ha creato in 80 anni le sue generazioni e la
sua tradizione e queste persone hanno voluto scendere in
piazza per testimoniare la loro presenza. A questo punto
però gli organizzatori delle manifestazioni hanno
cercato di manipolare la gente e spingerla verso il
militarismo. In questo modo la componente laica finisce
con l’esercito. Sono le persone come noi, che non
vogliono uno stato religioso né un colpo di Stato ma è
la democrazia a trovarsi nella situazione peggiore.
Siamo isolati in un Paese che si polarizza.
Come giudica il periodo di governo dell’Akp?
Io credo che il più grande errore del Chp sia stato
questo. Io ho cercato invano di spiegare a Baikal che
doveva essere il Chp a guidare il processo di adesione
europea, è l’obbiettivo naturale del processo di
modernizzazione iniziato da Atatürk. Invece il Chp è
scivolato nel nazionalismo e l’Akp si è impossessato
del tema dell’Unione Europea. In Turchia si è così
prodotto un cambiamento storico: i vecchi reazionari
sono diventati progressisti e viceversa. L’Akp ha
fatto molte cose positive in campo economico, nel campo
delle riforme ma le hanno poi rovinate con una serie di
stupidaggini: il tentativo di inserire il reato di
adulterio nel codice penale o la guerra del velo.
Intendiamoci, io credo che ognuno debba potersi vestire
come vuole ma fare dell’abolizione del divieto di
portare il velo il punto principale del loro programma
è troppo. Così hanno spaventato la gente e non era
necessario.
E la sinistra?
Non c’è più la sinistra in Turchia. Chp-Ddp non
hanno niente a che vedere con la sinistra, sono patiti
nazionalisti. Attualmente in Turchia non c’è un
partito di sinistra, eccetto alcune piccole eccezioni.
Baikal ha trascinato il partito a destra, sono ormai
come il Mhp (Movimento di Azione Nazionale, nda), anzi a
volte anche più a destra del Mhp. Il suo elettorato ha
paura, non ama Baikal, a lui nessuno darebbe il voto ma
adesso hanno paura dell’Akp e non vedono altre
alternative che il Chp o l’Mhp. E Baikal sfrutta
questo sentimento di paura. Si tratta di elezioni
all’insegna della paura: nessuno parla di programmi,
di istruzione, di economia, di terrorismo e di violenza.
Solo la paura.
Io darò il voto ai candidati indipendenti di sinistra,
anche se so che non servirà a molto. La gente non sa a
chi dare il voto. Come dicevo ci sono partiti
nazionalisti, rappresentanti curdi e partiti religiosi.
Niente che assomigli alla sinistra.
La questione curda ed il possibile intervento in Iraq
monopolizzano il dibattito delle ultime settimane...
Non credo ci sarà un’operazione militare in grande
stile. Solo il riposizionamento della frontiera di una
decina di chilometri perché così come è adesso è
incontrollabile. Io non capisco poi perché gli Stati
Uniti stiano mettendo contro due dei loro alleati, la
Turchia e Barzani (presidente del Kurdistan iracheno,
nda) Veramente non capisco.
Per quanto riguarda i curdi della Turchia non credo che
lo Stato farà delle aperture, non lo ha fatto finora.
Io credo che la questione curda sia il problema più
importante del Paese. Credo però che dovrà succedere
qualcosa. Perché non prendere esempio dai Paesi
europei, concedere diritti culturali, l’uso della
lingua, la televisione, mostrare rispetto per la loro
cultura? Noi lo chiediamo da anni. Se continui a
sostenere che la mia lingua, la mia cultura non
esistono, come è possibile non ribellarsi?
Certo negli ultimi anni alcuni passi in avanti sono
stati fatti, le trasmissioni in lingua curda alla
televisione di stato, alcuni diritti, ma la cosa
negativa è che attualmente monta un ostilità tra curdi
e turchi che non c’era stata nemmeno durante gli anni
più duri della guerra con il Pkk.
Il problema principale del nuovo
Parlamento?
La questione dell’adesione europea. C’è un verso di
Nazim Hikmet che mi piace ricordare " Diamo il mondo
ai bambini".
Se i bambini guidassero il Paese sarebbe tutto più
facile: democratizzazione, diritti umani, adesione
europea, loro capiscono queste cose semplici ma
purtroppo non i nostri politici (Fabio Salomoni/Osservatorio
Balcani)
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ANKARA
AYLA
PERKTASPRESIDENTE
DELLA CORTE COSTITUZIONALE
Per
la seconda volta consecutiva la Turchia ha un presidente
della Corte Costituzionale donna. Zehra Ayla Perktas è
stata designata dal presidente Ahmet Necdet Sezer e
prende il posto della pensionata Tulay Tugcu. La Perktas
è stata procuratore del Consiglio di Stato |
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ATTACCO
(NUOVO)
AL
PATRIARCATO
DI COSTANTINOPOLI
RELIGIONE
E STORIA La
Corte di Cassazione ha
stabilito che Bartolomeo I è semplicemente una guida dei
greco-ortodossi e non può avanzare il titolo di
"ecumenico"
Continua
a non essere facile la vita delle minoranze
religiose in Turchia, a cominciare dagli
ortodossi del patriarcato ecumenico di
Costantinopoli, che si è visto al centro di una
sentenza della Corte di Cassazione piuttosto
insolita. I giudici di Ankara hanno stabilito
che il Patriarca Bartolomeo I è semplicemente
la guida dei greco-ortodossi e non può avanzare
il titolo di "patriarca ecumenico".
Assurdo quindi che il mondo ortodosso continui a
riconoscergli una sorta di primato spirituale.
È noto infatti, che nell'ortodossia ogni Chiesa
è "autocefala", ossia autonoma per
giurisdizione, ma da sempre il Patriarcato di
Costantinopoli ricopre un ruolo di primus
inter pares, in forza del valore storico
della Chiesa dell'antica capitale cristiana di
Oriente.
Eppure, la corte precisa che, pur avendo diritto
di rimanere sul suolo turco, il Patriarcato
"è soggetto alla legislazione turca",
mentre la Turchia non può dare "status
speciale" alle minoranze che vi abitano.
Tesi sostenuta anche dai media turchi che,
commentando la sentenza, hanno spiegato che il
Trattato di Losanna del 1923, classifica il
patriarcato di Costantinopoli come minoranza
religiosa e non come "ecumenico".
La decisione della Corte non ha effetti
giuridici al di fuori del Paese anatolico, ma
aggiunge nuovi elementi di preoccupazione in uno
scenario in cui i cristiani continuano ad essere
discriminati. La comunità ortodossa come quella
cattolica continua a non avere personalità
giuridica, i ministri di culto e i vescovi non
sono riconosciuti, i seminari sono chiusi,
mentre il Patriarca di Costantinopoli deve
essere per forza un cittadino turco. Per non
parlare dell'irritazione delle autorità turche
per la qualifica "ecumenico" (ossia
universale) legata a Bartolomeo I e al
patriarcato, con le accuse piuttosto frequenti
di settori dell'opinione pubblica di voler
costruire enclavi straniere nel Paese o comunque
pretendere una sorta di extraterritorialità,
sulla falsariga della Città del Vaticano.
Teorie sempre smentite dal patriarcato che
pretende semplicemente di veder riconosciuti i
propri diritti in un Paese che da decenni
interpreta la laicità come forma di controllo
statale sul culto e non come separazione di
ambiti diversi. È anche per questo che dal
patriarcato arrivano commenti fermi, perché –
dicono fonti diplomatiche - "non è certo
una sentenza della Corte di uno Stato che può
modificare l'importanza storica di una
istituzione universalmente riconosciuta da tutto
il mondo come il patriarcato ecumenico".
La sentenza rischia di creare una nuova frattura
nei rapporti fra il Patriarcato greco ortodosso
di Fener e il Governo di Ankara, anche per
quanto riguarda la questione della riapertura
della scuola teologica sull'isola di Heybeliada.
Proprio su questi due punti nel mese di
novembre, l'arcivescovo Demetrio, raggiunto
dall'agenzia <Apcom>, si era detto
ottimista, annunciando tuttavia conseguenze
serie, in caso di risposte negative.
L'arcivescovo aveva sottolineato la condizione
in cui vivono gli ortodossi a Istanbul e delle
trattative in corso con il Governo.
"Nella vita di tutti i giorni non ci sono
problemi. Con il Governo abbiamo buoni rapporti.
Ma esistono alcune questioni da affrontare
davanti alle quali il Patriarcato non intende
assolutamente arretrare: l'uso dell'aggettivo
ecumenico, la restituzione delle proprietà
confiscate alle minoranze religiose negli anni
'70 e la riapertura della scuola teologica
sull'isola di Heybeliada". Il premier
Erdogan, aveva concluso, "negli ultimi
tempi ha dato segnali positivi. Aspettiamo
fiduciosi". "La sensazione - aveva
detto ancora l'arcivescovo - è che la nostra
religione venga immediatamente ricollegata alla
Grecia da una parte e al passato dall'altra.
Molte volte abbiamo l'impressione di essere
trattati come un'entità estranea, mentre siamo
radicati nel tessuto di questa città da
secoli". (Mattia Bianchi/www.korazym.org) |
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IL PAPA E
LA TURCHIA
UN VIAGGIO
FONDAMENTALE
Intervista a
Jean-Louis Tauran nuovo capo del Consiglio per il
dialogo
tra le religioni
The
Vatican's new point man for relations with the Muslim
world has said Pope Benedict XVI decided to upgrade its
office for inter-religious dialogue during his visit to
Turkey last November.
Cardinal
Jean-Louis Tauran, the Vatican's foreign minister from
1990 to 2003, said after being named to head its Council
for Inter-religious Dialogue that the pope
chose him because of his long experience in the Middle
East. His nomination marked a rare about-face for the
pope, who downgraded the Council in 2005. The uproar in
the Muslim world after his speech last year in
Regensburg, Germany prompted him to reconsider, Tauran
told the Vatican Radio's French service.
"This decision expresses the importance the pope
gives to dialogue among religions, especially
Islam," the French-born prelate said. "It's a decision that matured during the
pope's voyage to Turkey." The pope's trip last
November, which included prayers with an imam at İstanbul's
Blue Mosque, focused on repairing relations with Muslims
after his Regensburg speech in September implied he
thought Islam was a violent and irrational faith. Since
Regensburg the pope has thought a lot about the
importance of knowing each other, said Tauran, a career
Vatican diplomat who has been the Vatican's chief
librarian since 2003.
In an analysis, the French Catholic daily La Croix said
Tauran's appointment marked a shift in the Vatican from
a theological to a diplomatic approach to the Muslim
world. "When he speaks, the pope uses diplomatic
concepts for Muslims, not theological ones, such as his
strong calls for reciprocity," it wrote.
Reciprocity is the Vatican codeword for equal rights for
Christian minorities in Muslim countries. (Zaman)
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SOCIETA'
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L'ULTIMO
CASO AD ANKARA
VELO ISLAMICOE
POLEMICHE
Ancora
polemiche in Turchia sull'utilizzo del velo islamico. I
giornali turchi si sono scatenati, con posizioni
differenti, sull'ultima polemica che ha tenuto banco
recentemente, cioè la mancata ammissione di alcune
studentesse agli esami di fine anno perché indossavano
il veli islamico. Stando a quanto reso noto dal
quotidiano <Milliyet>, il ministro dell'Istruzione
Huseyn Celik - già al centro delle critiche per i suoi
atteggiamenti conservatori - non avrebbe vigilato con la
dovuta attenzione sul fatto che molte ragazze con il
velo islamico si erano recate in università per
sostenere l'esame di fine anno.
Si trattava di un test particolare, perché riservato a
quelle scuole per corrispondenza organizzate dal governo
per le persone che non possono permettersi di
frequentare la scuola e fra queste le ragazze che
portano il velo. Stando al <Milliyet>,
teoricamente, queste ragazze non sarebbero potute
entrare, mentre si sa con certezza che il divieto è
stato applicato con coerenza solo ad Istanbul, Erzurum,
sinop e Manisa. |
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ESSERE
IN TURCHIA,
UNA
CONTINUA
SORPRESA
A COLLOQUIO CON L'AMBASCIATRICE
AUSTRALIANA AD
ANKARA, SIGNORA JEAN DUNN. DUE POPOLI UNITI
DAL FATTO CHE ENTRAMBI AMANO LAVORARE DURO
Jean
Dunn, the Australian ambassador to Turkey, thinks that
Turks and Australians have a lot in common: they work
hard, they play hard; they like barbecues, of course;
and they are both very deeply attached to their history.
The two nations' histories crossed paths at Gallipoli,
the famous heroic battle of World War I. She says that
the younger generation of her country finds its identity
in the commemoration of the Australian and New Zealand
Army Corps (Anzac) -- Anzac Day -- the anniversary of
the first major battle fought by her homeland,
remembered, as it is in Turkey, for the heavy loss of
lives in 1915. Ambassador Dunn, as a mother of three,
does not miss that much from her country because Ankara
is very much like their capital, Canberra. During the
interview she also points out that Australia is a
country of immigrants, but she underlines the fact that
everybody has intermarried and diluted their ethnic
roots. She takes the topic of bilateral relations very
seriously, but when it comes to her personal life she
prefers to enjoy herself. She says this is one of the
main characteristics of Australians: work hard, play
hard.
"There are always constant surprises, and I enjoy
it very much for that reason," says Ambassador Dunn,
explaining her three years of experience in Turkey. When
I ask what the biggest surprise was, she stops for a
second and says, "rather than a surprise, something
really, really pleasant," and continues:
"After I came I understood the deep attachment the
Turkish people have to the Battle of Gallipoli. I met
many people who said 'my grandfather was injured in that
war.' That was my biggest surprise -- I really valued
it."
This battle is also very important for the Turkish
people as it is one of the bravest moments in their
history. It was fought in order to protect the homeland
when the Ottoman Empire was on the verge of collapse.
About 90,000 Turks died and twice that number injured.
Many intellectuals, engineers, doctors and other
professions were lost, causing the Republic of Turkey
that rose out of the ashes of the Ottoman Empire to
embark on an extensive program of education and
training.
Ambassador Dunn explains the importance of Anzac Day,
April 25, the day their soldiers landed on the Gallipoli
peninsula in 1915: "Anzac Day is very, very
important to Australia. April 25 is the landing of the Anzacs. And it happened not long after Australia gained
its independence from the United Kingdom. It's the very
beginning of our nation. Australians like to commemorate
the sacrifice of their soldiers there -- their hardship,
their bravery, their courage. It has become a very
important place in our nation's identity. So 10-15,000
Australians came for the commemoration in April. They
like to be exactly where things happened, to go to the
cemeteries, to mix with Turkish people."
She says that this event keeps their embassy busy for at
least two months every year: "So we have to prepare
for that; we always have high-ranking visitors. Prime
ministers and ministers come from Australia, and VIP
representatives from the military. It is a very big
event. It has to be organized in close cooperation with
the Turkish government; the Turkish government is
incredibly helpful. The event is televised live. School
children and veterans are coming. To prepare for it is
an enormous exercise," she says.
Maybe it is a surprise for the ambassador to discover
the deep attachment of the Turkish people to this heroic
battle. However for most Turks it will be a surprise to
hear that not only the veterans of the war but also the
young generation of Australia feels a deep attachment to
Anzac Day.
"Every year more and more people come to the Anzac
Day commemoration on April 25. There will be the 100th
anniversary in the not too distant future. We know that
we will have huge crowds. The great majority of them
will be young people. It is a fact that young people can
travel much more easily, but they are looking for an
identity and looking for commemorating their soldiers
who were so much a part of Australian history. It's
really quite a remarkable phenomenon and young Turkish
people go to Anzac Day commemorations, too. It is a
shared experience," she says.
More
commonalities, including water shortages
Between Turkey and Australia there is an
eight-hour time difference and it takes 20 hours to fly
from one to the other. For some Turks Australia might be
the place for a new beginning, because of its
immigration policy.
But, according to Ambassador Dunn, there are many common
factors between the two nations, to the extent that she
doesn't miss that much from her country: "Ankara is
very much like Canberra. We have lots of sunshine,
beautiful summers and springs, and Ankara has that. And
in Australia the geography looks a lot like Turkey too.
So I feel at home. If I would like to go skiing, hiking,
I can do that in Ankara. I don't miss these things.
Australia has many citizens of Turkish origin. We have
very high-quality Turkish food in Australia, and two of
the very best restaurants in Australia are Turkish
restaurants. We are very interested in food. However we
don't have your very interesting caravanserais and
bazaars. What I love in Turkey is the old archeology,
the old Seljuk, Ottoman, Byzantium, Hittite and Roman
heritage; we don't have them in Australia," she
says and laughs, and turns into the ambassador again:
"So I met that richness here. I like Turkish
culture, I love Turkey. So there is nothing I miss from
Australia, probably because it is interesting here,"
she says.
When we are talking about things shared by the two
countries, Ambassador Dunn laughs and points out that
both nations have a special liking for barbecues: "That
is something that Australia and Turkey share: going
outside and having a barbecue and picnics. Australians
do it all the time."
Despite the geographical distance and apart from the
historical connections, the ambassador underlines that
Turkey is an important country for her homeland. "As
a reflection, their embassy is quite big," she says.
"We think Turkey is a big country with a big
population that is dynamic, becoming wealthy, absolutely
modern. We think also that it is strategically important,
because it is a crossroad to the Middle East and Europe
and it has important relations with the US, as Australia
has."
Ambassador Dunn also explains a feeling which might be
shared by many diplomats serving in Turkey: "I read
about Turkey before I came here. And I knew it was
important to Australia because of the Gallipoli and Anzac connection. I knew a little bit about Turkey from
the Turkish community in Australia. But when I came here
I learned a whole lot more; about the rich academic
life, rich media, very interesting politics, the
challenges Turkey has. Its foreign policy is conducted
very well. So that was all that I didn't know and I
learned about Turkey," she states.
The ambassador points out that Turkish immigrants to
Australia have assimilated to Australian society very
easily, "with no problems, no issues, and this
shows that there is a communality between our cultures.
Australia is a multicultural country, with 80 countries
and 200 languages represented. I think Turkish people in
Australia have a good sense of humor, like we do.
Australians, like Turkish people, like sports -- you
like football, we like cricket and rugby," she says.
I mention to her that I once read somewhere it would not
be easy to live in Australia without a sense of humor.
Ambassador Dunn laughs a lot: "I am sure there are
some people who don't have a sense of humor. Generally
Australians like to laugh, they like irony and jokes. We
work hard and we play hard. I think it is true for
Turkish people too." But, she adds: "I am not
good at jokes. Australians often joke about themselves
and sort of make fun of themselves. I don't know why do
we do that, but we do."
While we are talking about similarities between the two
countries, the subject of water scarcity comes onto the
agenda. Ambassador Dunn says that her country is a dry
country, and there are measures against wasting water:
"First of all Australia is a dry country. We have
civil water restrictions and everybody obeys them. For
example you can wash your car once a week or [sometimes]
never. When I went to Australia recently and rented a
car, they gave me a dirty car and said, 'I'm sorry, we
are not allowed to wash cars.' Showers, we have to have
very short showers. It's limited to three minutes. The
authorities can monitor it; they control how much water
you use in a day. They cut it off in cases where the
limit is passed," she says.
For some Turkish children Australia means the country of
kangaroos and the home of the Tasmanian Devil -- a
cartoon character, very naughty but at the same time
extremely cute, with lots of brown hair, tiny legs and
arms and very big eyes. When I ask Ms. Ambassador what
Tasmanian Devil means for her, she is really surprised
and thinks for a while, and she says that she did not
know that it was a cartoon character: "Tasmania
means an island which has a unique flora and fauna,
and there is an animal called the Tasmanian Devil which
is not a devil. It is an animal you don't see very often.
Australia is very unusual for the animals it has. Like
kangaroos, you see huge colorful birds," she says.
When I mention to her that on the Internet some young
Turks are talking about Australia as a "land of
hope," that they are saying "one day I will be
there," the ambassador says she can understand that:
"I'm sure immigrants think that. Twenty-five
percent of Australians are immigrants. If you work hard
you have good job opportunities. You can give your
children a good education. So I can understand why
people think that."
Even before I finish the question "are there
neighborhoods based on ethnicity?" she says
"no" several times: "When we started our
immigration program after World War II we were looking
for people to work in our factories because Australia
had a small labor force. So to make immigrating to
Australia attractive we encouraged people to take
Australian citizenship. That was a positive step towards
becoming an Australian. Integration for us means
everybody just mixes up. My daughter's best friend is
half Indian, my son's best friend is Chinese, my
stepfather is from the Czech Republic and my stepmother
is from Indonesia … It is just common practice for
these cultures to mix. It mostly happens with second
generations. The first generation obviously has to learn
the new language. Their culture has adapted … it is
not a pressure on you [to be Australian], you wouldn't
be just an immigrant and stay Turkish; you would be
proud to be an Australian," she says.
Ambassador Dunn's family was one of the first newcomers
to Australia in the 19th century. She has English, Irish
and German origins. Her husband has German roots, too.
They have three children; a 25-year-old son attending
drama school, a 21-year-old daughter studying economics
and a 17-year-old son who recently graduated from
Bilkent University Preparatory School (Bups), in Ankara.
Throughout the interview, as I talk to the ambassador, I
find she is very serious and all my efforts to make her
relax a little and take off the ambassador hat do not
work, until it comes to personal matters. When we start
to talk about Jean Dunn as a mother and an Australian,
she makes one joke after another about herself: "Having
three children doesn't keep me young, but I do a lot of
exercise by running after them so I can stay energetic,"
or, "I like to ski but I am very bad at it,"
or, "You have to be an aborigine to use a
boomerang, because it needs a special skill. You have to
learn it when you are a child. We love it. We like the
paintings on it. But if I throw it, it will hit you in
the face."
Finally I realize what she means when she says, "we
work hard and we play hard." (Ayse Karabat/Zaman)
|
Alle
autorità turche
LE ACCUSEDI
AMNESTY INTERNATIONAL
Polemica
fra le autorità turche e l'Organizzazione per i Diritti
Umani Amnesty International che le accusa di avere
chiuso i loro conti bancari per boicottare il loro
lavoro. La vicenda risale a gennaio, quando i conti
furono congelati con la motivazione che erano stati
aperti con fondi raccolti illegalmente.
Levent Korkut, presidente dell'organizzazione in
Turchia, ha detto che il provvedimento potrebbe essere
un modo per tarpare le attività di Amnesty
International ed impedire che continui la sua azione di
denuncia.
|
|
L'UE
E LE CONSEGUENZE
SUI MIGRANTI
L'INTERVISTA
COSA NE PENSA
UNA LAUREANDA IN
SOCIOLOGIA, CEREN OZTUK, CHE STA SCRIVENDO UNA
TESI SU QUESTA MATERIA. IL FENOMENO IN TURCHIA
Ceren Ozturk abita
ad Istanbul. Dottoranda in sociologia, sta
scrivendo una tesi sull’immigrazione sub-sahariana in
Turchia. Nell’ultimo anno ha cominciato a lavorare
sulla questione dell’immigrazione anche collaborando
come stagista presso l’<Helsinki Citizen’s Assembly>,
una Ong che lavora in Turchia e che ha un ufficio legale
per i richiedenti asilo. Le abbiamo chiesto di
raccontarci dell’immigrazione nel suo Paese e di come
la situazione si sia evoluta a seguito delle pressioni
che il Governo turco ha subito da parte dell’Unione
europea lungo il difficile percorso di adesione la cui
conclusione appare ancora lontana.
- Quale
immigrazione in Turchia?
Cercherò di rispondere alle domande che mi farai su
questo tema a partire dalle cose che ho potuto osservare
personalmente e dalle discussioni che ho avuto con i
migranti. Ciò che ti dirò non è pertanto nulla di
esaustivo.Ci sono ancora tantissime cose che non
conosco. Ma ti racconterò tutto quello che sono
riuscita ad imparare sui migranti in un anno circa di
lavoro ad Istanbul.
-
Ma chi sono i migranti
in Turchia?
E' una domanda molto
ampia e a cui è molto difficile rispondere perché la
Turchia, nonostante sia sempre stata conosciuta
dall’Europa come un Paese di emigrazione verso i Paesi
europei, è un paese che in realtà
ha anche ricevuto moltissimi migranti negli ultimi anni
e che è un punto di passaggio tra mondo ricco e mondo
povero. I migranti arrivano praticamente da
tutti i Paesi con cui la Turchia ha una frontiera in
comune. Dagli anni ’90 arrivano i migranti dell’ex
Unione Sovietica, ad esempio i moldavi, poi ci sono gli
armeni che emigrano anch’essi verso la Turchia, ma
c’è anche un’immigrazione che potremmo definire
"tournante" , composta da tanta gente che viene a
lavorare in Turchia, che viene a commerciare, e poi
ritorna indietro. Ci sono diverse maniere di immigrare,
diversi tipi di immigrazione in Turchia, ci sono anche
molti richiedenti asilo che vengono dall’Iran,
dall’Iraq, dall’ Afghanistan, dalla Somalia, dal
Sudan. Ci sono moltissime nazionalità differenti, penso
più di una ventina, e si tratta di persone che venendo
in Turchia possono avere obiettivi molto diversi tra
loro: passare in Europa, chiedere asilo, fermarsi a
lavorare.
Rotte
e percorsi
-
E ad esempio gli africani, che hai detto che arrivano in
Turchia, attraverso quale tragitto la raggiungono? e una
volta arrivati in Turchia, se vogliono proseguire il
viaggio, lo fanno attraverso quale percorso?
Mi è capitato di
parlare di questo soprattutto con africani francofoni
dell’Africa dell’Ovest, che venivano dalla
Mauritania o dal Senegal e con alcuni congolesi, - c’è
una comunità non troppo numerosa ma comunque importante
di congolesi ad Istanbul - e loro mi raccontavano che c’è
tanta gente che parte dalla Libia tramite i passeurs,
con le barche che si avvicinano alle coste italiane e
cercano di fare sbarcare i migranti. Ma quando
si accorgono che ci sono troppi controlli, cambiano
rotta e cercano di arrivare in Grecia e se neppure
questo funziona li portano fino in Turchia. Durante
tutto questo tempo i migranti restano nelle barche in un
luogo completamente chiuso da cui non vedono niente. Può
passare così anche un mese, il tempo dipende dalle
barche, senza che loro vedano dove si trovano, se vicino
alle coste italiane e greche o turche a in nessuno di
questi luoghi, e poi si ritrovano in Turchia. Esistono
anche tragitti via terra che in generale vanno dalla
Libia alla frontiera tra Turchia e Siria, fino al sud
della Turchia. Ma questi percorsi riguardano solo alcuni
africani come i somali o i sudanesi. Ci sono anche
moltissimi rifugiati iraniani che arrivano in Turchia,
degli iracheni e degli Afgani che arrivano dalla
frontiera est. La Turchia ha una frontiera con l’Iran
e così…
-
Ma una volta arrivati
in Turchia questi migranti vogliono partire ancora? E se
vogliono raggiungere l’Europa che viaggio
intraprendono, cosa succede?
La Turchia ha una
facilitazione nel regime dei visti rispetto a molti Paesi. Ad esempio gli iraniani non hanno bisogno di un
visto per entrare. Possono chiederlo direttamente quando
arrivano alla frontiera. Ma molti migranti non vogliono
restare in Turchia, e desiderano solo attraversarla per
raggiungere l’Europa. Allora devono entrare in
contatto con le reti dei passeurs per raggiungerla sia
attraverso le isole greche sia attraverso la frontiera
greca a nordovest della Turchia. C’è anche un altro
tragitto che parte dalla regione della Turchia vicino
alla Siria con lo scopo di raggiungere dalla parte greca
l’isola di Cipro. Come vedi i tragitti sono molto
differenti. Le persone che invece hanno fatto ingresso
legale in Turchia, ma il cui visto di ingresso è
scaduto, diventano "illegali", e a quel punto
possono succedere anche a loro cose diverse, ad esempio
possono finire in detenzione. Alcuni fanno richiesta di
asilo e per loro inizia una procedura molto complicata.
-
E cosa succede alla
frontiera con la Bulgaria e la Grecia? Cosa accade a chi
cerca di attraversare "illegalmente" la frontiera
con l’Unione europea?
Mi è capitato di
parlare con alcuni migranti che hanno cercato di
attraversare la frontiera con la Bulgaria. Non si sa
molto di ciò che accada esattamente. Quel che so è che
in una città molto vicina alla frontiera greca, Edirne,
e in un’altra città molto vicina alla frontiera
bulgara, Kiklareli, ci sono due campi di detenzione.
Quindi in generale i migranti che cercano di
attraversare quella frontiera e vengono arrestati sono
portati in questi centri e lì vengono detenuti senza
neppure una convalida del trattenimento. In Turchia
infatti non esiste una legislazione
che tratti direttamente dell’entrata e del soggiorno
dei migranti, ci sono degli articoli dispersi
tra diverse leggi: c’è la legge sul passaporto, ad
esempio, che prevede che ad uscire dalla Turchia senza
passaporto si possa essere punti con una multa e con un
mese di prigione, mentre entrare senza visto e senza
passaporto in Turchia può comportare da uno a sei mesi
di carcere seguito dall’espulsione. Dunque il
migrante che cerca di uscire dalla Turchia può venire
imprigionato fino a sei mesi ma di solito la detenzione
oltrepassa di molto questo limite.
L’UE
e le politiche turche su immigrazione e asilo
-
Come sono cambiate, se sono cambiate, le politiche
sull’immigrazione e sull’asilo da quando si è
cominciato a parlare dell’adesione della Turchia
all’Unione Europea?
Si, sono cambiate. La
Turchia negli anni ’90 ha avuto un Governo di destra
con un Primo Ministro che si chiamava Turgut Ozal e che
è poi divenuto presidente della Repubblica, e sotto di
lui ha avviato politiche liberiste, molte
privatizzazioni, sovvenzioni all’esportazione e cose
simili. Era il Governo che ha introdotto e difeso il
liberalismo in Turchia, e rispetto all’immigrazione è
avvenuta la stessa cosa: visto che si sviluppavano
relazioni commerciali tra la Turchia e i paesi
frontalieri, si aveva un regime di visti molto
semplificato. Tanti Paesi, come il Marocco, la Tunisia
l’Iran e credo anche la Moldavia avevano parecchie
facilitazioni, grazie a quel sistema cui ho accennato
prima di "Visa banderole" che permetteva di ottenere
i visti direttamente alla frontiera o all’aeroporto di
Istanbul. Ciò avveniva nella prospettiva di uno
sviluppo delle relazioni commerciali attraverso la
mobilità delle persone . Al livello dell’asilo,
stando ai dati ufficiali, tra gli anni ’80 e il 2000
la Turchia ha accolto circa un milione di richiedenti
asilo, ma queste sono solo le cifre ufficiali. Bisogna
aggiungere che, ad esempio, nel 1993 ci sono stati 300.000 turchi della Bulgaria arrivati a installarsi in
Turchia, e queste persone fanno parte di quel milione di
richiedenti conteggiati nelle cifre date dalle autorità.
Molti rifugiati sono arrivati anche a seguito della Guerra del
Golfo. Ma nonostante tutti questi rifugiati,
la Turchia non ha avuto una legge sull’asilo fin o al
1996, quando è stato emanato un regolamento sulla
materia. La Turchia ha comunque firmato la Convenzione
di Ginevra e al livello dell’asilo aveva delle
obbligazioni internazionali ma, a causa di una clausola
di limitazione geografica, allora come oggi, era tenuta
ad accettare solo le richieste d’asilo provenienti
dall’Europa. Ovviamente nessun europeo viene in
Turchia a chiedere asilo e così la realtà è che la
Turchia non ha vere responsabilità giuridiche in
materia di asilo. Ufficialmente, infatti, non accetta i
rifugiati provenienti da paesi non europei e non
consente a coloro che fanno richiesta all’Unhcr della
Turchia di risiedere legalmente sul suolo turco durante
il tempo della procedura. Allo stesso tempo però viene
chiesto a questi ultimi di registrarsi anche presso le
autorità turche e di avviare così anche una procedura
parallela. Per l’asilo in Turchia esistono allora di
fatto due procedure: una si avvia con l’Unchr e
l’altra con lo Stato turco.
-
A quando risale la
restrizione geografica della Convenzione di Ginevra?
In realtà questa
clausola esiste ancora. La Turchia continua a rifiutare
di accordare lo statuto di rifugiato a persone che
provengono da paesi non europei. Quel milione di
rifugiati di cui ho parlato sono stati accolti in
Turchia ma poi inviati presso paesi terzi rientrando
nella procedura di re- installazione dell’ Uncr. In
realtà è tutto molto complicato. Un esempio ancora: ci
sono dei ceceni in Turchia, che vivono ad Istanbul, e
il Governo turco non accorda loro lo statuto di
rifugiati nonostante sarebbe tenuto a farlo perché si
tratta di europei. Quindi la limitazione geografica non
funziona per i ceceni e la loro presenza viene
semplicemente "tollerata", si dà loro dei permessi
di soggiorno di sei mesi, ma questo crea una situazione
molto precaria. Ad esempio queste persone non hanno
diritti sociali.
-
Sostanzialmente esiste
da una parte una grande difficoltà ad ottenere
l’asilo ma al contempo una grande facilità
nell’entrare in Turchia e di abitarci grazie al regime
dei visti…
Esattamente. È molto
facile arrivare in Turchia sia a causa del sistema dei
visti di cui abbiamo parlato sia perché il Paese ha
delle frontiere molto vaste
-
Ma come si coniuga
questo con il fatto che nell’ultimo periodo la Turchia
e l’Ue stanno trattando l’adesione della Turchia?
Infatti le
cose sono molto cambiate dal 2000, cioè dal momento in
cui l’adesione della Turchia all’Unione Europea
diventa un po' più concreta. Con l’inizio
ufficiali delle negoziazioni nel 2003, la Turchia ha
messo in atto nuove politiche di immigrazione e asilo in
base alle due esigenze principali dell’Europa: la
prima è la lotta contro l’immigrazione illegale
attraverso il rafforzamento dei controlli di frontiera e
l’armonizzazione del sistema dei visti turco con
quello Schengen adottando la stessa lista dei paesi
"buoni" e "cattivi", e infine con la creazione
dei centri di detenzione. La seconda esigenza
dell’Europa è al livello dell’asilo. L’Europa
chiede alla Turchia di sopprimere la clausola della
limitazione geografica e diventare un Paese di asilo.
Tutte queste richieste non sono state ancora accettate
dalla Turchia perché questa non è ancora sicura della
propria adesione, e non sa a quali condizioni verrà
ammessa a far parte dell’UE: con un partenariato
privilegiato o senza, se sarà per intero un Paese
membro oppure no, ect. Allo stesso tempo non arrivano i
fondi europei per il rafforzamento dei controlli alle
frontiere e per tutte le altre spese che sarebbero
necessarie tanto per creare i meccanismi di controllo
dell’immigrazione quanto per avviare le procedure di
asilo in maniera conforme all’UE e alla comunità
internazionale. La Turchia è dunque reticente rispetto
ad alcuni argomenti, ma di contro vuole dimostrare di
fare comunque degli sforzi per conformarsi alle esigenze
dell’Europa in materia di asilo e immigrazione, ed è
per questo che nel 2005 ha adottato un Piano d’Azione
Nazionale in materia, un testo di circa 30 pagine che
definisce in maniera molto dettagliata tutte le riforme
legislative e istituzionali che la Turchia deve
promuovere per conformarsi, e anche ciò di cui la
Turchia ha bisogno a livello finanziario per formazione
del personale e della polizia . è questo piano
d’azione che ci mostra quale sarà la poli | | |