Arretrati 

Anno 8° N.12

<TURCHIA OGGI> - A PARTE LA DOCUMENTAZIONE DELL'AMBASCIATA DI ITALIA AD ANKARA E DELL'ICE DI ISTANBUL - SI  AVVALE PER LE NOTIZIE E GLI ARTICOLI RIPORTATI SUL SUO WEB, E NATURALMENTE RELATIVE ALLA TURCHIA, DELLE NEWS GIA' APPARSE  IN ALTRI SITI O GIA' PUBBLICATE SU QUOTIDIANI E RIVISTE. NON FA ALTRO CHE ASSEMBLARLE, NELLA CONVINZIONE CHE SIANO DI MAGGIORE UTILITA' PER QUANTI HANNO UN QUALCHE INTERESSE PER QUESTO PAESE. <TURCHIA OGGI>, AD OGNI MODO, E' SEMPRE A VOSTRA DISPOSIZIONE.

 

PRIMO PIANO

Il Capo dello Stato
italiano ha fatto
presente che è in corso
un difficile confronto
con la Francia di
Nicolas Sarkozy

Giorgio Napolitano
e la Turchia nell'UE
"CI VOGLIONO ISTITUZIONI FORTI"

L'allargamento dell'Unione Europea e in particolare l'ingresso della Turchia nell'Unione, richiedono che la UE si doti di istituzioni forti che garantiscano che questa "possa essere governata e possa decidere". Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano riferendo ai giornalisti sui colloqui avuti a fine giugno con i vertici istituzionali austriaci nel corso della sua visita di stato a Vienna. Napolitano ha ribadito che Italia e Austria guardano alla prospettiva di una integrazione europea dei Paesi dei Balcani: al momento solo la Slovenia è membro sia della UE che dell'area della moneta unica, mentre la Croazia è candidata all'ingresso. "Vogliamo procedere - ha spiegato il Capo dello Stato - sulla via di accordi di associazione e stabilizzazione con altri paesi dell'ex Jugoslavia e tenere aperta la prospettiva, non sappiamo quanto vicina, di una piena integrazione di quest'area". Napolitano infine, riferendosi alla Turchia, ha fatto presente che è in corso "un difficile confronto con la Francia" dopo la presa di posizione del nuovo presidente francese, Nicolas Sarkozy. "Ma se vogliamo tenere in piedi - ha concluso - una Unione a 27 e anzi la vogliamo più larga che comprenda un grande, popolosissimo e diversissimo Paese come la Turchia, abbiamo bisogno di istituzioni europee più forti che garantiscano che l'Unione possa essere governata, possa decidere e svolgere il suo ruolo senza degradare a semplice area di libero scambio". (Agi)

 

 

 

 

IL VIALIBERA

UNIONE EUROPEA
Estesi i colloqui per l'ingresso
della Turchia a due nuove
aree politiche. No ad una
terza

L'Unione Europea ha dato il via libera  per estendere i colloqui per l'ingresso della Turchia in Europa a due nuove aree politiche opponendosi però a una terza. 
La decisione giunge dopo che la Francia ha ostacolato i 27 Paesi del blocco nell'aprire il capitolo delle negoziazioni sulla politica economica e monetaria per sottolineare l'opposizione del neo presidente Nicolas Sarkozy all'eventuale ingresso della Turchia in Europa.
"Abbiamo trovato un accordo su due capitoli: statistiche e controllo finanziario", ha spiegato il diplomatico che è coinvolto nei colloqui preparatori.
Lo scorso anno, l'UE ha sospeso le negoziazioni su otto dei 35 capitoli in cui è suddivisa la legge UE dopo che la Turchia non si è detta disponibile ad aprire i suoi porti e aeroporti al traffico proveniente da Cipro. (Reuters)

 

Parla Ali Babacan

"IL NOSTRO OBIETTIVO"

La Turchia "non è soddisfatta" della decisione di Bruxelles di aprire soltanto due dei tre capitoli negoziali per l'adesione all'Unione Europea ma continuerà a perseguire il suo principale obiettivo che è quello della piena adesione. Questo il messaggio lanciato dal ministro dell'Economia turco che guida le trattative con i Ventisette, Ali Babacan.
"Ci sembra di capire - ha detto il negoziatore turco - che delle difficoltà non attinenti al tema siano emerse nel dibattito al Consiglio dell'UE. Per quanto riguarda il terzo capitolo, non siamo soddisfatti delle spiegazioni e delle giustificazioni tecniche che ci sono state fornite. Speriamo che ci 
saranno dei progressi su questo tema sotto

 la presidenza portoghese".
"Per quanto riguarda le politiche economiche e monetarie - ha aggiunto 
Babacan - la Turchia ha avviato delle
riforme molto significative. Ha già soddisfatto due dei tre criteri necessari: il deficit di bilancio inferiore al 3%, il debito pubblico che scende (siamo anche più avanti ad alcuni Paesi nell'Unione monetaria) e per quanto riguarda i tassi di interesse e inflazione siamo determinati a fare progressi".
Babacan ha anche osservato che uno "stop" ai negoziati con la Turchia sarebbe un rischio per l'Europa. "E' necessario mantenere tra le due parti una certa fiducia. Abbiamo un obiettivo condiviso, dobbiamo anche avere una volontà condivisa altrimenti la situazione  sarà negativa non solo per la Turchia ma anche per l'UE", ha concluso il rappresentante del Governo di Ankara ipotizzando che l'Unione "resterà forte solo se continuerà a mantenere le sue promesse" e se "sarà capace di mettere insieme diverse culture intorno a valori comuni". (da Adnkronos/Aki)

 

 

 

 

 

 

UE, ATTENTA!
" C'E'
IL RISCHIO

DI DELUDERCI"

UGUR ZIYAL   L'AMBASCIATORE TURCO IN ITALIA RIASSUME IN UNA INTERVISTA I MOTIVI PER I QUALI GLI OSTACOLI CHE PONE BRUXELLES POTREBBERO RITORCERSI CONTRO

Avrebbe dovuto essere un segnale positivo nelle complicate trattative tra Europa e Turchia. Ed invece l'apertura di due soli capitoli negoziali rispetto ai tre promessi rischia di diventare "una grande delusione del popolo turco", ha ammonito a'ambasciatore di Ankara a Roma, ugur Ziyal. "L'Unione Europea sarà messa in cattiva luce agli occhi dei turchi", ha sottolineato il diplomatico in un colloquio con <Apcom>.
Ankara in fondo lo sapeva che A Bruxelles avrebbe vinto alla fine la Francia di Sarkozy. "Non mi pare che quella francese sia una posizione euro-costruttiva", ha commentato il rappresentante turco. "Posso dirvi che porre altri limiti rischia di avere conseguenze sull'opinione pubblica".
Proiettata verso le elezioni anticipate del 22 luglio, con i negoziati per l'adesione all'UE parzialmente sospesi e il timore di big bang a fine anno, la Turchia oggi cerca di evidenziare l'effetto boomerang che il cambio di regole in corsa potrebbe avere. "Il nostro Paese si sviluppa e va avanti, e questo è un bene per tutti. Perché dovremmo fermare qualcosa che è un bene per tutti", ha argomentato l'ambasciatore. Osservando che, comunque vada, alla fine del lunghissimo negoziato, la Turchia la sua parte l'avrà fatta. "Alla fine la Turchia sarà pronta, e lo sarà in base ai traguardi raggiunti: E allora dovrà decidere: sappiamo che ci sarà più di un referendum".
Se l'uomo del divorzio potrebbe chiamarsi Nicolas Sarkozy, Ugur Ziyal lascia intendere che il "turcoscetticismo" del nuovo inquilino dell'Eliseo non è, non può diventare un ostacolo decisivo. "Sin dall'inizio diversi elementi si sono affiancati ai negoziati, sono emerse preoccupazioni politiche che hanno rallentato molto il processo - ha argomentato - noi abbiamo allora fatto due cose: primo, chiesto di essere trattati alla pari con gli altri Paesi in negoziato. Per questo aspettavamo l'avvio di negoziati su altri tre capitoli. Per la nostra gente, invece una grande delusione mentre l'UE viene messa in cattiva luce agli occhi dei turchi. Seconda cosa, a fronte dei problemi da risolvere, abbiamo stilato programmi e piani sino al 2012-13: sappiamo cosa dobbiamo fare, e lo faremo con le nostre forze".
Il messaggio di Ankara è chiaro: non ha senso chiudere la porta, aperta alla Turchia nel 204 con l'avvio dei negoziati. Si aspettino i risultati. "Fino al momento delle decisioni, fino alle consultazioni popolari, a nostro avviso non c'è motivo di fermarsi - così Ziyal - o tantomeno cambiare la prospettiva di traguardo. E' molto semplice. Abbiamo in corso negoziati per la piena adesione, non per altro, perché per noi non ha senso negoziare per qualcosa di diverso".
Chi vorrebbe "qualcosa di diverso", in primis, il Capo di Stato francese con la sua idea di un'Unione mediterranea su cui reindirizzare la Turchia, sostiene l'incompatibilità della Mezzaluna con l'UE. Ankara non ci sta. "Tutto questo dibattito, fin dall'inizio, per stabilire se la Turchia è un Paese  europeo. Penso che la risposta sia stata data dal Consiglio europeo quando ha deciso di aprire negoziati per l'adesione. Cioè, la Turchia è un Paese europeo. E' una realtà, facciamo parte di quasi tutte le organizzazioni europee e il nostro ruolo al loro interno non certo negativo né tanto meno distruttivo. Anzi!".
La Turchia che rivendica la propria identità europea, ha spiegato il diplomatico, lo fa innanzitutto perché "per noi l'Europa è un concetto" diventato modello e meta. Anche oggi che l'Europa litiga e gioca al ribasso. "Un'idea che si declina in modernizzazione, sicurezza, democrazia. Un'area di libertà, di giustizia, di cui  vogliamo far parte. Vogliamo progredire. Vogliamo far progredire l'economia, vogliamo leggi migliori, migliore governance. Ma l'atteggiamento europeo sta dimostrando che le cose forse non stanno proprio così, che l'Europa reale non corrisponde a questa idea, è qualcos'altro e allora dei dubbi si stanno insinuando nella gente in Turchia". Questi dubbi potrebbero rovesciare la partita Ankara-Bruxelles, in caso le autorità turche decidessero di indire un referendum sulla prospettiva di ingresso nell'UE. "Un referendum? Non abbiamo ancora deciso", questa la risposta cauta del rappresentante turco.
"Vedremo. In democrazia funziona così. Ma per noi il punto è: sino al momento delle decisioni andiamo avanti, che senso ha fermarsi prima".
Negli ultimi mesi in Europa è cresciuta anche la preoccupazione per le tensioni interne alla Turchia, Paese che appare sempre più diviso tra sostenitori del fronte laico e dell'Islam. Ultimo episodio, ancora da chiudere, lo scontro per la nuova presidenza, che il premier Recep Taiiyp Erdogan vorrebbe affidare al suo delfino Abdullah Gul , ed il presidente (ancora in carica, ndr) Ahmet Necdet Sezer, contrario, in nome dello Stato secolare.
"E' tutto normale, abbiamo un ordine costituzionale e tutto è stato fatto in base al quadro della Costituzione - ha contestato Ugur Ziyal - Il Parlamento non è riuscito ad eleggere il Capo dello Stato e quanto è accaduto dopo non ha infranto in alcun modo le regole costituzionali. Quello che voglio sottolineare è che si tratta di un processo del tutto legale. Ci saranno elezioni, c'è una campagna elettorale in corso, molto vivace, la situazione è assolutamente normale, non così tesa come si percepisce, come si riferisce in Europa. Quello che vi arriva è la tensione che circonda la Turchia: Palestina e Nord Iraq.
Per il Nord Iraq, dove secondo Ankara viene dato asilo ai ribelli curdi attivi in Turchia, l'esercito turco medita un'azione militare. "Dobbiamo dire che nell'Iraq settentrionale abbiamo un problema molto grave, è un problema di terrorismo dall'Iraq verso la Turchia. Che cercheremo di risolvere in modo pacifico", ha assicurato l'ambasciatore. "Ma credo che la tensione che viene percepita non sia dalla Turchia di per sè, ma dalle condizioni nell'area".
Di Nord Iraq i vertici turchi hanno discusso di recente con il capo della diplomazia italiana, massimo D'Alema, che alcune settimane fa è stato in visita ufficiale in Turchia. "Della questione settentrionale si è parlato in modo molto franco con il ministro D'Alema. Capiamo le preoccupazioni riguardo la situazione attuale. Siamo pronti ad ascoltare ancora".
Altro che Parigi, altro che Berlino o Bruxelles. A Roma si appoggia il cammino europeo della Turchia con grande continuità, oggi con il centro-sinistra come ieri con il centro-destra. Poco da eccepire, dunque, su questo fronte: "Noi speriamo di continuare così, con il sostegno dell'Italia, per noi prezioso", ha osservato il diplomatico turco. Si può fare di più. invece, ha esortato, in termini di collaborazione economica.
"Abbiamo un interscambio da 15 miliardi di euro. Possiamo migliorarlo. Possono aumentare gli investimenti italiani in Turchia, e certo quelli turchi in Italia, che stanno cominciando, pur lentamente. Insomma: in campo economico c'è spazio per crescere. L'Italia oggi è il terzo partner commerciale con la Turchia. Io spero che possa diventare il numero uno. Gli italiani ora hanno cominciato a conoscere davvero il mio Paese e si stanno espandendo, il business procede con benefici da entrambe le parti". Su che cosa si punta? "Le Piccole Medie Imprese. Sono la spina dorsale della vostra e della nostra economia. credo che ci sano davvero buone prospettive in questo senso", ha suggerito Ziyal. Che ha concluso: "In generale, prevedo un futuro decisamente luminoso per la cooperazione turco-italiana". (Orm-Apcom)

 

 

 

 

Quattro membri del Pkk,
fuggiti dalle proprie basi,
avrebbero parlato

VOCIDI UN RITIRO
DEI GUERRIGLIERI


Questa ipotesi, se 
confermata,
potrebbe evitare lo sconfinamento
dell'esercito turco 
nel Nord Iraq

Il timore di un’incursione armata dell’esercito turco avrebbe spinto migliaia di ribelli del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) a evacuare le proprie basi dell’Iraq settentrionale. A sostenerlo sono quattro membri della stessa organizzazione, che lo scorso fine settimana sono fuggiti da una delle basi irachene del Pkk e si sono consegnati alle autorità turche.
"
Ipotesi di intervento"
La Turchia, che nel corso degli anni novanta è penetrata diverse volte in territorio iracheno con le proprie truppe, sostiene che nel nord dell’Iraq si trovano le basi della guerriglia curda, da cui partirebbero gli attacchi in territorio turco contro esercito e civili. Per questo, lo scorso aprile, il Capo di Stato Maggiore Yasar Buyukanit ha chiesto al Governo di approvare un’incursione militare in territorio iracheno.
Le pressioni dei militari sull’Esecutivo sono aumentate negli ultimi giorni, quando Buyukanit ha chiesto al governo guidato dal Parito di giustizia e sviluppo (Akp) di fissare le linee guida per un possibile raid. "C’è bisogno di conoscere gli obbiettivi politici di questa lotta", ha detto il generale in tv, precisando che in questo modo l’esercito potrebbe decidere “che tipo di forza è necessaria per farlo e cercare un approvazione formale”.
Proprio questo affollarsi di indiscrezioni avrebbe portato il Pkk all’inattesa decisione di sgomberare le proprie basi irachene. "Nelle ultime settimane, le voci di un intervento oltre-confine dell’esercito turco hanno seminato la paura all’interno dell’organizzazione. Tutti i campi sono stati sgomberati", hanno spiegato i quattro militanti, tra cui una donna, in una conferenza stampa convocata in una sede della gendarmeria nella provincia di Sirnak, nel sud-est della Turchia.

Escalation militare
Secondo il comandante delle forze in campo, il generale Ilker Basbug, nell’ultimo anno gli attacchi della guerriglia kurda in Turchia sono aumentati del 65 per cento rispetto all’anno precedente.
Responsabili di tale escalation – ha sostenuto Basbug – sarebbero i circa 3 mila guerriglieri del Pkk stanziati in nord Iraq, sostenuti dai quasi 2 mila concentrati all’interno della Turchia stessa.
In tutta risposta , l’esercito turco ha dispiegato un numero crescente di truppe al confine con l’Iraq. Per ora sono otto le compagnie aggiuntive inviate al confine, ma tra i piani dell’esercito c’è quello di ristrutturare altre sei brigate , rimpiazzandole con soldati professionisti.
Collaborazione Usa-Pkk?
Fino a questo momento, e nonostante gli appelli ripetuti di Ankara, gli Stati Uniti si sono detti contrari a ogni ipotesi di intervento in nord Iraq, capace di destabilizzare una delle poche aree relativamente tranquille del nord Iraq e indispettire l’alleato kurdo.
Tanto da meritarsi – da parte degli ambienti nazionalisti della Turchia – l’accusa di favorire la creazione di uno Stato kurdo indipendente nel nord Iraq, capace di riattizzare anche le passioni separatiste dei 14 milioni di kurdi residenti in territorio turco.
Il sostegno di Washington all’alleato kurdo, tuttavia, potrebbe essere andato oltre la semplice inerzia. Almeno stando alle dichiarazioni dei quattro transfughi del Pkk che nel proprio intervento davanti ai giornalisti hanno anche assicurato di aver visto dei mezzi blindati dell’esercito Usa consegnare delle armi al Pkk all’interno del campo.


UCCISI 8 RIBELLI

Otto ribelli curdi del pkk sono rimasti uccisi nel corso di un lungo scontro a fuoco con i militari turchi nella provincia di Sirnak al confine con l'Iraq. Lo hanno reso noto fonti militari turche.

L’informazione - che non ha ricevuto conferme indipendenti, ma che è stata rilanciata con forza dai media turchi - è bastata turbare le già difficili relazioni tra Ankara e Washington. Tanto da spingere l’ambasciata statunitense ad Ankara, ad una pronta smentita. Washington – ha ricordato l’ambasciatore Usa - considera il Pkk un’organizzazione terroristica e, pertanto, non coltiva alcun legame con essa.
Ankara stringe i tempi
Fino ad ora il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva fatto da freno di fronte alle richieste dell’esercito, escludendo di fatto ogni ipotesi di intervento armato e limitandosi chiedere un intervento del governo iracheno e di quello statunitense contro i ribelli kurdi stanziati in territorio iracheno.
Qualcosa è cambiato nelle ultime ore. Egemen Bagis, consigliere del primo ministro per gli Affari esteri, ha fatto sapere che per intervenire in territorio iracheno la Turchia non avrà bisogno dell’approvazione di chicchessia (leggi Usa).
Toni analoghi sono stati utilizzati nelle stesse ore dal ministro degli Esteri e vice-premier, Abdullah Gul, che durante un suo intervento nella città di Kayseri ha reso noto che i piani per una possibile operazione militare del nord dell’Iraq sono stati già preparati e approvati dal Governo e che quindi, d’ora in poi, “tutto è possibile". (Carlo M. Miele/OsservatorioIraq)

 

 

 

 

 
 

AVUTO DAGLI  ISRAELIANI

AEREO SPIAPER COMBATTERE IL PKK

La durata della consegna
di un anno. Sarà di stanza
a Batman nel sud-est 

The Turkish military has leased an Israeli-made unmanned aerial vehicle (UAV) mainly to combat increasing terror attacks in the country's southeast. The lease period is one year.The UAV, manufactured by Israeli Aerospace Industries (IAI) will be delivered to Ankara next week. It will be stationed in Batman and operated by an Israeli squad, defense officials in Ankara said. Turkish military personnel will only perform the sensor operation duty for the Uav.
Turkish military officials have gone for the lease option to meet their urgent operational requirements in the southeast. Pkk attacks have killed nearly 50 Turkish troops this year.“This is a non-standard aircraft and to operate it we would have to spend a lot of time for training,” a military official said. “The Israelis will operate the aircraft to meet our urgent operational requirements in the southeast.”The Turkish military has been operating one Uav in the southeast for the past 15 years. That one, delivered by U.S. General Atomics, fails to meet the increasing operational need in the face of the latest wave of PKK attacks against Turkish targets.
In 2005, IAI won a separate Turkish contract for the supply of three Uav systems and 10 aircraft in a $180 million deal. But the deliveries of these critical systems, originally scheduled for April 2007, are now facing delays for about one year. (Turkish Daily News)

 

 

 

 

 

 

 
 

Erdogan e i curdi

MANO TESAAL DIALOGO

"Se il vostro problema è la libertà, il posto per risolverlo è il Parlamento". Sono state queste le parole di Recep Tayyip Erdogan nell'Est della Turchia, dove il premier sta conducendo una parte della campagna elettorale dell'Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, di orientamento islamico-moderato.
"Molti Paesi - ha continuato il Primo Ministro - hanno problemi legati al terrorismo. Ma nessuno ha il diritto di rovinare la pace di una nazione. E la soluzione per il popolo curdo non può essere l'adesione al Pkk".
Il discorso del premier sembrerebbe confermare un'ulteriore apertura alla minoranza curda nel Paese.

 

 

 

 

 

 

ARMENIA/TURCHIA

 

L'INVITO

Erevan ha chiesto ad Ankara di aprire i confini come
1° passo per normalizzare le relazioni tra i due Paesi

L'Armenia ha invitato la Turchia ad aprire i confini, come primo passo necessario al fine di normalizzare le relazioni tra i due Paesi divisi dal contenzioso per l'occupazione armena del Nagorno Karabakh e dalla aspra polemica storica sui massacri degli armeni di Anatolia del 1915-16, che gli armeni definiscono "un genocidio", definizione che la Turchia respinge con energia.
"Innanzitutto abbiamo bisogno come minima condizione di un confine aperto tra i nostri due Paesi per affrontare le questioni problematiche tra noi", ha affermato il ministro degli Esteri armeno Vardan Oskanyan, intervenendo al vertice dei 12 Paesi rivieraschi del Mar Nero in corso a Istanbul. Turchia ed Armenia non hanno relazioni diplomatiche ed il confine tra i due Paesi è chiuso dal 1992. (Corriere del Ticino)

 

 

 

 

 

UNA SINISTRA CHE NON C'E'

INTERVISTA
A ZULFU LIVANELI

 

 

Un musicista leggendario, una vera icona della sinistra e della cultura turca, ex parlamentare del CHP. Si chiama Zülfü Livaneli e in questa intervista, raccolta dal corrispondente di <Osservatorio Balcani>, spiega i problemi della Turchia odierna e la grande assenza di un vero partito di sinistra

 

Musicista quasi leggendario - un suo concerto ad Ankara nel 1997 ha raccolto più di mezzo milione di persone - e pluripremiato, tra gli altri anche il premio Tenco, autore di racconti e romanzi (uno dei quali Felicità pubblicato in Italia da Gremese), regista, attivista dei diritti umani e parlamentare."Zülfü Livaneli è una presenza insostituibile nella scena letteraria, musicale e politica del Paese" forse niente meglio di questa frase di Orhan Pamuk sintetizza la figura di Zulfu Livaneli.
"Non sono un politico di professione ma sono stato un artista interessato alla politica. Sono stato in carcere dopo il colpo di stato del 1971, in seguito sono stato in esilio in Svezia, Francia e Grecia. Con le mie canzoni sono sempre stato una figura politica, con loro in qualche modo sono cresciute generazioni di turchi. Mai all’interno di un partito ma a fianco dei diritti umani, della democrazia, contro i colpi di Stato e le Forze Armate, un umanista".
E poi l’esperienza in parlamento nell’attuale legislatura nelle file del CHP (Partito Repubblicano del Popolo)
Sì, purtroppo poi ho deciso di entrare in parlamento. Lì ho potuto constatare come i partiti in Turchia non servano a niente, i leader dei partiti si comportano come dei sovrani, controllano 500-600 delegati all’interno del partito, da loro si fanno eleggere e poi rompono ogni legame con la gente. Gli elettori votano persone che non conoscono, sono i leader di partito a formare le liste elettorali, viene a mancare la rappresentatività. Io sono entrato nel Chp perché è il partito fondato da Atatürk, il partito che ha creato la Turchia. Negli anni ’60 si è aperto alla sinistra per trasformarsi in un partito socialdemocratico, per questo ho accettato la candidatura del partito. Con altri amici ci siamo detti che avremmo potuto ottenere alcune conquiste democratiche, avvicinarci all’Europa, riforme, diritti per i curdi, trasformare il partito in un partito progressista. Immediatamente dopo le elezioni abbiamo però capito che noi eravamo solo uno specchietto per le allodole da mostrare alla gente.
Infatti il partito dopo le elezioni ha fatto un’inversione di 180 gradi, ha abbracciato una politica di destra, nazionalista. Abbiamo avuto molte discussione sulle questioni più diverse, il problema curdo, l’Unione Europea, e lì ho capito che il partito non faceva per me e mi sono dimesso entrando nel gruppo indipendente. Da indipendente però non è possibile combinare nulla, non avete nemmeno il diritto di parola. Il nostro Parlamento non è un luogo di discussione, è un ruolo di ratifica di decisioni prese altrove. Soprattutto in questa legislatura con un solo partito al potere ed uno all’opposizione. Quello che il Governo ordina viene immediatamente approvato dal Parlamento. I deputati non sono autonomi perché hanno paura dei leader, vogliono essere candidati anche nelle prossime lezioni e quindi evitano di entrare in contrasto con il segretario, altrimenti verrebbero immediatamente depennati.
Le faccio un esempio concreto: tempo fa una cinquantina di deputati del Chp ha sostenuto la mia candidatura a segretario del partito in opposizione a Baikal, una lotta a cui poi ho rinunciato. E per le prossime elezioni questi 50 deputati sono stati eliminati dalle liste elettorali. Baikal controlla 500-600 delegati e con loro il partito. In Turchia è impossibile fare qualcosa contro la volontà del segretario di partito, e questa cosa vale per tutti e non solamente per il Chp.
Un deficit di democrazia...
Sì, e poi non dimentichiamo lo sbarramento del 10% fatto per non fare entrare i curdi in parlamento, così alle ultime elezioni la metà dei voti sono finiti nella spazzatura, l’attuale parlamento rappresenta la metà dell’elettorato. Questo sistema così com’è non può risolvere i problemi della Turchia. E’un sistema che ha bisogno di una riforma radicale, seria, il sistema così com’è è un sistema bloccato, ed i risultati delle elezioni non cambieranno la situazione. Non si è riusciti nemmeno a eleggere il presidente della Repubblica.
Il Paese si trova profondamente spaccato, i curdi, i nazionalisti turchi e i religiosi. Io non sono molto ottimista per il futuro prossimo. La Turchia è esposta ad ogni tipo di provocazioni, c’è un clima di violenza. Io avevo proposto la costituzione di una commissione di inchiesta sulla violenza dopo l’omicidio di padre Santoro, per indagare questa violenza nazionalista. E subito dopo è stato ucciso Hran Dink, e poi gli omicidi di Malatya. Poi mi sono impegnato anche sul fronte dell’articolo 301, l’eliminazione del riferimento alla turchità, ho parlato anche col ministro della Giustizia mettendolo in guardia contro il pericolo rappresentato da questo articolo ma non è servito a niente, nessun partito mi ha sostenuto perché hanno avuto paura delle reazioni della gente.
Il problema è che la Turchia non ha conosciuto la 2° Guerra Mondiale e la gente non è consapevole del pericolo che può arrivare da queste parole. Bandiera, patria, sono cose positive, ma non sono consapevoli del potenziale distruttivo che contengono. Noi cerchiamo di spiegare quanto sia pericolosa l’ideologia nazionalista.
In conclusione credo che le elezioni siano la punta dell’iceberg, io guardo a quello che c’è sotto e ci vedo un Paese profondamente spaccato e la crescita del nazionalismo fanatico che ha creato una cultura che fa paura. Qualsiasi scusa è buon per scatenare la violenza, la patria, l’onore o la squadra di calcio.
Nessun partito sembra essere interessato ad una riforma radicale però, ad esempio una nuova Costituzione...
Certo la nuova Costituzione, civile, è un aspetto fondamentale. Non è importante come si scrive la Costituzione, basterebbe dare l’incarico a qualche professore. Ma la Costituzione è un contratto sociale, è importante come e chi la scrive. Io avevo proposto l’istituzione di un Parlamento parallelo, composto da persone che poi non avrebbero più avuto incarichi politici, con il compito di scrivere una nuova Costituzione, e poi sottoporre il testo ad un referendum popolare. Ma anche in questo caso nessuno ha appoggiato la mia proposta.
In politica da dove può arrivare la speranza?
In tutto il mondo la politica scorre lungo due fiumi principali, la destra e la sinistra. In Turchia i colpi di Stato hanno annientato la sinistra e senza sinistra sono nati i partiti etnici o quelli religiosi, mancano questi due riferimenti principali, destra e sinistra, per sostenere la democrazia. I militari che hanno ridisegnato la politica del paese non hanno capito e hanno pensato che annientando la sinistra avrebbero salvato il paese. Il risultato è una vera catastrofe.
In questa fase i militari si comportano come un vero attore politico...
Certo, ma non bisogna dimenticare che il loro intervento nasce come prodotto di una reazione. I militari non potrebbero fare nulla contro un Governo amato dalla gente ma i riferimenti religiosi di questo governo hanno spaventato la parte laica del Paese. Poi c’è il ruolo dei neo-con americani che ritengono che la laicità nel paese sia un affare di pochi, garantita solo dai militari, e credono alla necessità che il Paese torni alle sue radici islamiche, ad un Islam illuminato. Il kemalismo ha creato in 80 anni le sue generazioni e la sua tradizione e queste persone hanno voluto scendere in piazza per testimoniare la loro presenza. A questo punto però gli organizzatori delle manifestazioni hanno cercato di manipolare la gente e spingerla verso il militarismo. In questo modo la componente laica finisce con l’esercito. Sono le persone come noi, che non vogliono uno stato religioso né un colpo di Stato ma è la democrazia a trovarsi nella situazione peggiore. Siamo isolati in un Paese che si polarizza.
Come giudica il periodo di governo dell’Akp?
Io credo che il più grande errore del Chp sia stato questo. Io ho cercato invano di spiegare a Baikal che doveva essere il Chp a guidare il processo di adesione europea, è l’obbiettivo naturale del processo di modernizzazione iniziato da Atatürk. Invece il Chp è scivolato nel nazionalismo e l’Akp si è impossessato del tema dell’Unione Europea. In Turchia si è così prodotto un cambiamento storico: i vecchi reazionari sono diventati progressisti e viceversa. L’Akp ha fatto molte cose positive in campo economico, nel campo delle riforme ma le hanno poi rovinate con una serie di stupidaggini: il tentativo di inserire il reato di adulterio nel codice penale o la guerra del velo. Intendiamoci, io credo che ognuno debba potersi vestire come vuole ma fare dell’abolizione del divieto di portare il velo il punto principale del loro programma è troppo. Così hanno spaventato la gente e non era necessario.
E la sinistra?
Non c’è più la sinistra in Turchia. Chp-Ddp non hanno niente a che vedere con la sinistra, sono patiti nazionalisti. Attualmente in Turchia non c’è un partito di sinistra, eccetto alcune piccole eccezioni. Baikal ha trascinato il partito a destra, sono ormai come il Mhp (Movimento di Azione Nazionale, nda), anzi a volte anche più a destra del Mhp. Il suo elettorato ha paura, non ama Baikal, a lui nessuno darebbe il voto ma adesso hanno paura dell’Akp e non vedono altre alternative che il Chp o l’Mhp. E Baikal sfrutta questo sentimento di paura. Si tratta di elezioni all’insegna della paura: nessuno parla di programmi, di istruzione, di economia, di terrorismo e di violenza. Solo la paura.
Io darò il voto ai candidati indipendenti di sinistra, anche se so che non servirà a molto. La gente non sa a chi dare il voto. Come dicevo ci sono partiti nazionalisti, rappresentanti curdi e partiti religiosi. Niente che assomigli alla sinistra.
La questione curda ed il possibile intervento in Iraq monopolizzano il dibattito delle ultime settimane...
Non credo ci sarà un’operazione militare in grande stile. Solo il riposizionamento della frontiera di una decina di chilometri perché così come è adesso è incontrollabile. Io non capisco poi perché gli Stati Uniti stiano mettendo contro due dei loro alleati, la Turchia e Barzani (presidente del Kurdistan iracheno, nda) Veramente non capisco.
Per quanto riguarda i curdi della Turchia non credo che lo Stato farà delle aperture, non lo ha fatto finora. Io credo che la questione curda sia il problema più importante del Paese. Credo però che dovrà succedere qualcosa. Perché non prendere esempio dai Paesi europei, concedere diritti culturali, l’uso della lingua, la televisione, mostrare rispetto per la loro cultura? Noi lo chiediamo da anni. Se continui a sostenere che la mia lingua, la mia cultura non esistono, come è possibile non ribellarsi?
Certo negli ultimi anni alcuni passi in avanti sono stati fatti, le trasmissioni in lingua curda alla televisione di stato, alcuni diritti, ma la cosa negativa è che attualmente monta un ostilità tra curdi e turchi che non c’era stata nemmeno durante gli anni più duri della guerra con il Pkk.
Il problema principale del nuovo Parlamento?
La questione dell’adesione europea. C’è un verso di Nazim Hikmet che mi piace ricordare " Diamo il mondo ai bambini".
Se i bambini guidassero il Paese sarebbe tutto più facile: democratizzazione, diritti umani, adesione europea, loro capiscono queste cose semplici ma purtroppo non i nostri politici (Fabio Salomoni/Osservatorio Balcani)

 

 

 

 

 

 

ANKARA

AYLA PERKTASPRESIDENTE
DELLA CORTE COSTITUZIONALE

Per la seconda volta consecutiva la Turchia ha un presidente della Corte Costituzionale donna. Zehra Ayla Perktas è stata designata dal presidente Ahmet Necdet Sezer e prende il posto della pensionata Tulay Tugcu. La Perktas è stata procuratore del Consiglio di Stato

 

 

 

 

 

 

 

ATTACCO (NUOVO)
AL PATRIARCATO
DI COSTANTINOPOLI

RELIGIONE E STORIA   La Corte di Cassazione ha 
stabilito che Bartolomeo I è semplicemente una guida dei
greco-ortodossi e non può avanzare il titolo di "ecumenico"

 

Continua a non essere facile la vita delle minoranze religiose in Turchia, a cominciare dagli ortodossi del patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che si è visto al centro di una sentenza della Corte di Cassazione piuttosto insolita. I giudici di Ankara hanno stabilito che il Patriarca Bartolomeo I è semplicemente la guida dei greco-ortodossi e non può avanzare il titolo di "patriarca ecumenico". Assurdo quindi che il mondo ortodosso continui a riconoscergli una sorta di primato spirituale. È noto infatti, che nell'ortodossia ogni Chiesa è "autocefala", ossia autonoma per giurisdizione, ma da sempre il Patriarcato di Costantinopoli ricopre un ruolo di primus inter pares, in forza del valore storico della Chiesa dell'antica capitale cristiana di Oriente.
Eppure, la corte precisa che, pur avendo diritto di rimanere sul suolo turco, il Patriarcato "è soggetto alla legislazione turca", mentre la Turchia non può dare "status speciale" alle minoranze che vi abitano. Tesi sostenuta anche dai media turchi che, commentando la sentenza, hanno spiegato che il Trattato di Losanna del 1923, classifica il patriarcato di Costantinopoli come minoranza religiosa e non come "ecumenico".
La decisione della Corte non ha effetti giuridici al di fuori del Paese anatolico, ma aggiunge nuovi elementi di preoccupazione in uno scenario in cui i cristiani continuano ad essere discriminati. La comunità ortodossa come quella cattolica continua a non avere personalità giuridica, i ministri di culto e i vescovi non sono riconosciuti, i seminari sono chiusi, mentre il Patriarca di Costantinopoli deve essere per forza un cittadino turco. Per non parlare dell'irritazione delle autorità turche per la qualifica "ecumenico" (ossia universale) legata a Bartolomeo I e al patriarcato, con le accuse piuttosto frequenti di settori dell'opinione pubblica di voler costruire enclavi straniere nel Paese o comunque pretendere una sorta di extraterritorialità, sulla falsariga della Città del Vaticano.
Teorie sempre smentite dal patriarcato che pretende semplicemente di veder riconosciuti i propri diritti in un Paese che da decenni interpreta la laicità come forma di controllo statale sul culto e non come separazione di ambiti diversi. È anche per questo che dal patriarcato arrivano commenti fermi, perché – dicono fonti diplomatiche - "non è certo una sentenza della Corte di uno Stato che può modificare l'importanza storica di una istituzione universalmente riconosciuta da tutto il mondo come il patriarcato ecumenico".
La sentenza rischia di creare una nuova frattura nei rapporti fra il Patriarcato greco ortodosso di Fener e il Governo di Ankara, anche per quanto riguarda la questione della riapertura della scuola teologica sull'isola di Heybeliada. Proprio su questi due punti nel mese di novembre, l'arcivescovo Demetrio, raggiunto dall'agenzia <Apcom>, si era detto ottimista, annunciando tuttavia conseguenze serie, in caso di risposte negative. L'arcivescovo aveva sottolineato la condizione in cui vivono gli ortodossi a Istanbul e delle trattative in corso con il Governo.
"Nella vita di tutti i giorni non ci sono problemi. Con il Governo abbiamo buoni rapporti. Ma esistono alcune questioni da affrontare davanti alle quali il Patriarcato non intende assolutamente arretrare: l'uso dell'aggettivo ecumenico, la restituzione delle proprietà confiscate alle minoranze religiose negli anni '70 e la riapertura della scuola teologica sull'isola di Heybeliada". Il premier Erdogan, aveva concluso, "negli ultimi tempi ha dato segnali positivi. Aspettiamo fiduciosi". "La sensazione - aveva detto ancora l'arcivescovo - è che la nostra religione venga immediatamente ricollegata alla Grecia da una parte e al passato dall'altra. Molte volte abbiamo l'impressione di essere trattati come un'entità estranea, mentre siamo radicati nel tessuto di questa città da secoli". (Mattia Bianchi/www.korazym.org)

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PAPA E LA TURCHIA

UN VIAGGIO FONDAMENTALE

Intervista a Jean-Louis Tauran nuovo capo del Consiglio per il dialogo
tra le religioni

The Vatican's new point man for relations with the Muslim world has said Pope Benedict XVI decided to upgrade its office for inter-religious dialogue during his visit to Turkey last November.
Cardinal Jean-Louis Tauran, the Vatican's foreign minister from 1990 to 2003, said after being named to head its Council for Inter-religious Dialogue that the pope chose him because of his long experience in the Middle East. His nomination marked a rare about-face for the pope, who downgraded the Council in 2005. The uproar in the Muslim world after his speech last year in Regensburg, Germany prompted him to reconsider, Tauran told the Vatican Radio's French service.
"This decision expresses the importance the pope gives to dialogue among religions, especially Islam," the French-born prelate said. "It's a decision that matured during the pope's voyage to Turkey." The pope's trip last November, which included prayers with an imam at İstanbul's Blue Mosque, focused on repairing relations with Muslims after his Regensburg speech in September implied he thought Islam was a violent and irrational faith. Since Regensburg the pope has thought a lot about the importance of knowing each other, said Tauran, a career Vatican diplomat who has been the Vatican's chief librarian since 2003.
In an analysis, the French Catholic daily La Croix said Tauran's appointment marked a shift in the Vatican from a theological to a diplomatic approach to the Muslim world. "When he speaks, the pope uses diplomatic concepts for Muslims, not theological ones, such as his strong calls for reciprocity," it wrote. Reciprocity is the Vatican codeword for equal rights for Christian minorities in Muslim countries. (Zaman)

 

 

 

 

 

SOCIETA'

 

 

L'ULTIMO CASO AD ANKARA

VELO ISLAMICOE POLEMICHE

Ancora polemiche in Turchia sull'utilizzo del velo islamico. I giornali turchi si sono scatenati, con posizioni differenti, sull'ultima polemica che ha tenuto banco recentemente, cioè la mancata ammissione di alcune studentesse agli esami di fine anno perché indossavano il veli islamico. Stando a quanto reso noto dal quotidiano <Milliyet>, il ministro dell'Istruzione Huseyn Celik - già al centro delle critiche per i suoi atteggiamenti conservatori - non avrebbe vigilato con la dovuta attenzione sul fatto che molte ragazze con il velo islamico si erano recate in università per sostenere l'esame di fine anno.
Si trattava di un test particolare, perché riservato a quelle scuole per corrispondenza organizzate dal governo per le persone che non possono permettersi di frequentare la scuola e fra queste le ragazze che portano il velo. Stando al <Milliyet>, teoricamente, queste ragazze non sarebbero potute entrare, mentre si sa con certezza che il divieto è stato applicato con coerenza solo ad Istanbul, Erzurum, sinop e Manisa.

 

 

 

 

 

 

ESSERE
IN TURCHIA,
UNA CONTINUA
SORPRESA

A COLLOQUIO CON L'AMBASCIATRICE AUSTRALIANA AD
ANKARA, SIGNORA JEAN DUNN. DUE POPOLI UNITI
DAL FATTO CHE ENTRAMBI AMANO LAVORARE DURO

Jean Dunn, the Australian ambassador to Turkey, thinks that Turks and Australians have a lot in common: they work hard, they play hard; they like barbecues, of course; and they are both very deeply attached to their history.
The two nations' histories crossed paths at Gallipoli, the famous heroic battle of World War I. She says that the younger generation of her country finds its identity in the commemoration of the Australian and New Zealand Army Corps (Anzac) -- Anzac Day -- the anniversary of the first major battle fought by her homeland, remembered, as it is in Turkey, for the heavy loss of lives in 1915. Ambassador Dunn, as a mother of three, does not miss that much from her country because Ankara is very much like their capital, Canberra. During the interview she also points out that Australia is a country of immigrants, but she underlines the fact that everybody has intermarried and diluted their ethnic roots. She takes the topic of bilateral relations very seriously, but when it comes to her personal life she prefers to enjoy herself. She says this is one of the main characteristics of Australians: work hard, play hard.
"There are always constant surprises, and I enjoy it very much for that reason," says Ambassador Dunn, explaining her three years of experience in Turkey. When I ask what the biggest surprise was, she stops for a second and says, "rather than a surprise, something really, really pleasant," and continues: "After I came I understood the deep attachment the Turkish people have to the Battle of Gallipoli. I met many people who said 'my grandfather was injured in that war.' That was my biggest surprise -- I really valued it."


This battle is also very important for the Turkish people as it is one of the bravest moments in their history. It was fought in order to protect the homeland when the Ottoman Empire was on the verge of collapse. About 90,000 Turks died and twice that number injured. Many intellectuals, engineers, doctors and other professions were lost, causing the Republic of Turkey that rose out of the ashes of the Ottoman Empire to embark on an extensive program of education and training.
Ambassador Dunn explains the importance of Anzac Day, April 25, the day their soldiers landed on the Gallipoli peninsula in 1915: "Anzac Day is very, very important to Australia. April 25 is the landing of the Anzacs. And it happened not long after Australia gained its independence from the United Kingdom. It's the very beginning of our nation. Australians like to commemorate the sacrifice of their soldiers there -- their hardship, their bravery, their courage. It has become a very important place in our nation's identity. So 10-15,000 Australians came for the commemoration in April. They like to be exactly where things happened, to go to the cemeteries, to mix with Turkish people."
She says that this event keeps their embassy busy for at least two months every year: "So we have to prepare for that; we always have high-ranking visitors. Prime ministers and ministers come from Australia, and VIP representatives from the military. It is a very big event. It has to be organized in close cooperation with the Turkish government; the Turkish government is incredibly helpful. The event is televised live. School children and veterans are coming. To prepare for it is an enormous exercise," she says.
Maybe it is a surprise for the ambassador to discover the deep attachment of the Turkish people to this heroic battle. However for most Turks it will be a surprise to hear that not only the veterans of the war but also the young generation of Australia feels a deep attachment to Anzac Day.
"Every year more and more people come to the Anzac Day commemoration on April 25. There will be the 100th anniversary in the not too distant future. We know that we will have huge crowds. The great majority of them will be young people. It is a fact that young people can travel much more easily, but they are looking for an identity and looking for commemorating their soldiers who were so much a part of Australian history. It's really quite a remarkable phenomenon and young Turkish people go to Anzac Day commemorations, too. It is a shared experience," she says.
More commonalities, including water shortages
Between Turkey and Australia there is an eight-hour time difference and it takes 20 hours to fly from one to the other. For some Turks Australia might be the place for a new beginning, because of its immigration policy.
But, according to Ambassador Dunn, there are many common factors between the two nations, to the extent that she doesn't miss that much from her country: "Ankara is very much like Canberra. We have lots of sunshine, beautiful summers and springs, and Ankara has that. And in Australia the geography looks a lot like Turkey too. So I feel at home. If I would like to go skiing, hiking, I can do that in Ankara. I don't miss these things. Australia has many citizens of Turkish origin. We have very high-quality Turkish food in Australia, and two of the very best restaurants in Australia are Turkish restaurants. We are very interested in food. However we don't have your very interesting caravanserais and bazaars. What I love in Turkey is the old archeology, the old Seljuk, Ottoman, Byzantium, Hittite and Roman heritage; we don't have them in Australia," she says and laughs, and turns into the ambassador again: "So I met that richness here. I like Turkish culture, I love Turkey. So there is nothing I miss from Australia, probably because it is interesting here," she says.
When we are talking about things shared by the two countries, Ambassador Dunn laughs and points out that both nations have a special liking for barbecues: "That is something that Australia and Turkey share: going outside and having a barbecue and picnics. Australians do it all the time."
Despite the geographical distance and apart from the historical connections, the ambassador underlines that Turkey is an important country for her homeland. "As a reflection, their embassy is quite big," she says.
"We think Turkey is a big country with a big population that is dynamic, becoming wealthy, absolutely modern. We think also that it is strategically important, because it is a crossroad to the Middle East and Europe and it has important relations with the US, as Australia has."
Ambassador Dunn also explains a feeling which might be shared by many diplomats serving in Turkey: "I read about Turkey before I came here. And I knew it was important to Australia because of the Gallipoli and Anzac connection. I knew a little bit about Turkey from the Turkish community in Australia. But when I came here I learned a whole lot more; about the rich academic life, rich media, very interesting politics, the challenges Turkey has. Its foreign policy is conducted very well. So that was all that I didn't know and I learned about Turkey," she states.
The ambassador points out that Turkish immigrants to Australia have assimilated to Australian society very easily, "with no problems, no issues, and this shows that there is a communality between our cultures. Australia is a multicultural country, with 80 countries and 200 languages represented. I think Turkish people in Australia have a good sense of humor, like we do. Australians, like Turkish people, like sports -- you like football, we like cricket and rugby," she says.
I mention to her that I once read somewhere it would not be easy to live in Australia without a sense of humor. Ambassador Dunn laughs a lot: "I am sure there are some people who don't have a sense of humor. Generally Australians like to laugh, they like irony and jokes. We work hard and we play hard. I think it is true for Turkish people too." But, she adds: "I am not good at jokes. Australians often joke about themselves and sort of make fun of themselves. I don't know why do we do that, but we do."
While we are talking about similarities between the two countries, the subject of water scarcity comes onto the agenda. Ambassador Dunn says that her country is a dry country, and there are measures against wasting water: "First of all Australia is a dry country. We have civil water restrictions and everybody obeys them. For example you can wash your car once a week or [sometimes] never. When I went to Australia recently and rented a car, they gave me a dirty car and said, 'I'm sorry, we are not allowed to wash cars.' Showers, we have to have very short showers. It's limited to three minutes. The authorities can monitor it; they control how much water you use in a day. They cut it off in cases where the limit is passed," she says.
For some Turkish children Australia means the country of kangaroos and the home of the Tasmanian Devil -- a cartoon character, very naughty but at the same time extremely cute, with lots of brown hair, tiny legs and arms and very big eyes. When I ask Ms. Ambassador what Tasmanian Devil means for her, she is really surprised and thinks for a while, and she says that she did not know that it was a cartoon character: "Tasmania means an island which has a unique flora and fauna,
and there is an animal called the Tasmanian Devil which is not a devil. It is an animal you don't see very often. Australia is very unusual for the animals it has. Like kangaroos, you see huge colorful birds," she says.
When I mention to her that on the Internet some young Turks are talking about Australia as a "land of hope," that they are saying "one day I will be there," the ambassador says she can understand that: "I'm sure immigrants think that. Twenty-five percent of Australians are immigrants. If you work hard you have good job opportunities. You can give your children a good education. So I can understand why people think that."
Even before I finish the question "are there neighborhoods based on ethnicity?" she says "no" several times: "When we started our immigration program after World War II we were looking for people to work in our factories because Australia had a small labor force. So to make immigrating to Australia attractive we encouraged people to take Australian citizenship. That was a positive step towards becoming an Australian. Integration for us means everybody just mixes up. My daughter's best friend is half Indian, my son's best friend is Chinese, my stepfather is from the Czech Republic and my stepmother is from Indonesia … It is just common practice for these cultures to mix. It mostly happens with second generations. The first generation obviously has to learn the new language. Their culture has adapted … it is not a pressure on you [to be Australian], you wouldn't be just an immigrant and stay Turkish; you would be proud to be an Australian," she says.
Ambassador Dunn's family was one of the first newcomers to Australia in the 19th century. She has English, Irish and German origins. Her husband has German roots, too. They have three children; a 25-year-old son attending drama school, a 21-year-old daughter studying economics and a 17-year-old son who recently graduated from Bilkent University Preparatory School (Bups), in Ankara.
Throughout the interview, as I talk to the ambassador, I find she is very serious and all my efforts to make her relax a little and take off the ambassador hat do not work, until it comes to personal matters. When we start to talk about Jean Dunn as a mother and an Australian, she makes one joke after another about herself: "Having three children doesn't keep me young, but I do a lot of exercise by running after them so I can stay energetic," or, "I like to ski but I am very bad at it," or, "You have to be an aborigine to use a boomerang, because it needs a special skill. You have to learn it when you are a child. We love it. We like the paintings on it. But if I throw it, it will hit you in the face."
Finally I realize what she means when she says, "we work hard and we play hard." (Ayse Karabat/Zaman)

 

 

 

 

 

 

 


Alle autorità turche

LE ACCUSEDI AMNESTY INTERNATIONAL

Polemica fra le autorità turche e l'Organizzazione per i Diritti Umani Amnesty International che le accusa di avere chiuso i loro conti bancari per boicottare il loro lavoro. La vicenda risale a gennaio, quando i conti furono congelati con la motivazione che erano stati aperti con fondi raccolti illegalmente.
Levent Korkut, presidente dell'organizzazione in Turchia, ha detto che il provvedimento potrebbe essere un modo per tarpare le attività di Amnesty International ed impedire che continui la sua azione di denuncia.

 

 

 

 

 

 

 

 

L'UE
E LE CONSEGUENZE
SUI MIGRANTI

 

 

L'INTERVISTA  COSA NE PENSA UNA LAUREANDA IN
SOCIOLOGIA, CEREN OZTUK, CHE STA SCRIVENDO UNA
TESI SU QUESTA MATERIA. IL FENOMENO IN TURCHIA

Ceren Ozturk abita ad Istanbul. Dottoranda in sociologia, sta scrivendo una tesi sull’immigrazione sub-sahariana in Turchia. Nell’ultimo anno ha cominciato a lavorare sulla questione dell’immigrazione anche collaborando come stagista presso l’<Helsinki Citizen’s Assembly>, una Ong che lavora in Turchia e che ha un ufficio legale per i richiedenti asilo. Le abbiamo chiesto di raccontarci dell’immigrazione nel suo Paese e di come la situazione si sia evoluta a seguito delle pressioni che il Governo turco ha subito da parte dell’Unione europea lungo il difficile percorso di adesione la cui conclusione appare ancora lontana.
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Quale immigrazione in Turchia?
Cercherò di rispondere alle domande che mi farai su questo tema a partire dalle cose che ho potuto osservare personalmente e dalle discussioni che ho avuto con i migranti. Ciò che ti dirò non è pertanto nulla di esaustivo.Ci sono ancora tantissime cose che non conosco. Ma ti racconterò tutto quello che sono riuscita ad imparare sui migranti in un anno circa di lavoro ad Istanbul.
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Ma chi sono i migranti in Turchia?
E' una domanda molto ampia e a cui è molto difficile rispondere perché la Turchia, nonostante sia sempre stata conosciuta dall’Europa come un Paese di emigrazione verso i Paesi europei, è un paese che in realtà ha anche ricevuto moltissimi migranti negli ultimi anni e che è un punto di passaggio tra mondo ricco e mondo povero. I migranti arrivano praticamente da tutti i Paesi con cui la Turchia ha una frontiera in comune. Dagli anni ’90 arrivano i migranti dell’ex Unione Sovietica, ad esempio i moldavi, poi ci sono gli armeni che emigrano anch’essi verso la Turchia, ma c’è anche un’immigrazione che potremmo definire "tournante" , composta da tanta gente che viene a lavorare in Turchia, che viene a commerciare, e poi ritorna indietro. Ci sono diverse maniere di immigrare, diversi tipi di immigrazione in Turchia, ci sono anche molti richiedenti asilo che vengono dall’Iran, dall’Iraq, dall’ Afghanistan, dalla Somalia, dal Sudan. Ci sono moltissime nazionalità differenti, penso più di una ventina, e si tratta di persone che venendo in Turchia possono avere obiettivi molto diversi tra loro: passare in Europa, chiedere asilo, fermarsi a lavorare.
Rotte e percorsi
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E ad esempio gli africani, che hai detto che arrivano in Turchia, attraverso quale tragitto la raggiungono? e una volta arrivati in Turchia, se vogliono proseguire il viaggio, lo fanno attraverso quale percorso?
Mi è capitato di parlare di questo soprattutto con africani francofoni dell’Africa dell’Ovest, che venivano dalla Mauritania o dal Senegal e con alcuni congolesi, - c’è una comunità non troppo numerosa ma comunque importante di congolesi ad Istanbul - e loro mi raccontavano che c’è tanta gente che parte dalla Libia tramite i passeurs, con le barche che si avvicinano alle coste italiane e cercano di fare sbarcare i migranti. Ma quando si accorgono che ci sono troppi controlli, cambiano rotta e cercano di arrivare in Grecia e se neppure questo funziona li portano fino in Turchia. Durante tutto questo tempo i migranti restano nelle barche in un luogo completamente chiuso da cui non vedono niente. Può passare così anche un mese, il tempo dipende dalle barche, senza che loro vedano dove si trovano, se vicino alle coste italiane e greche o turche a in nessuno di questi luoghi, e poi si ritrovano in Turchia. Esistono anche tragitti via terra che in generale vanno dalla Libia alla frontiera tra Turchia e Siria, fino al sud della Turchia. Ma questi percorsi riguardano solo alcuni africani come i somali o i sudanesi. Ci sono anche moltissimi rifugiati iraniani che arrivano in Turchia, degli iracheni e degli Afgani che arrivano dalla frontiera est. La Turchia ha una frontiera con l’Iran e così…
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Ma una volta arrivati in Turchia questi migranti vogliono partire ancora? E se vogliono raggiungere l’Europa che viaggio intraprendono, cosa succede?
La Turchia ha una facilitazione nel regime dei visti rispetto a molti Paesi. Ad esempio gli iraniani non hanno bisogno di un visto per entrare. Possono chiederlo direttamente quando arrivano alla frontiera. Ma molti migranti non vogliono restare in Turchia, e desiderano solo attraversarla per raggiungere l’Europa. Allora devono entrare in contatto con le reti dei passeurs per raggiungerla sia attraverso le isole greche sia attraverso la frontiera greca a nordovest della Turchia. C’è anche un altro tragitto che parte dalla regione della Turchia vicino alla Siria con lo scopo di raggiungere dalla parte greca l’isola di Cipro. Come vedi i tragitti sono molto differenti. Le persone che invece hanno fatto ingresso legale in Turchia, ma il cui visto di ingresso è scaduto, diventano "illegali", e a quel punto possono succedere anche a loro cose diverse, ad esempio possono finire in detenzione. Alcuni fanno richiesta di asilo e per loro inizia una procedura molto complicata.
 
- E cosa succede alla frontiera con la Bulgaria e la Grecia? Cosa accade a chi cerca di attraversare "illegalmente" la frontiera con l’Unione europea?
Mi è capitato di parlare con alcuni migranti che hanno cercato di attraversare la frontiera con la Bulgaria. Non si sa molto di ciò che accada esattamente. Quel che so è che in una città molto vicina alla frontiera greca, Edirne, e in un’altra città molto vicina alla frontiera bulgara, Kiklareli, ci sono due campi di detenzione. Quindi in generale i migranti che cercano di attraversare quella frontiera e vengono arrestati sono portati in questi centri e lì vengono detenuti senza neppure una convalida del trattenimento. In Turchia infatti non esiste una legislazione che tratti direttamente dell’entrata e del soggiorno dei migranti, ci sono degli articoli dispersi tra diverse leggi: c’è la legge sul passaporto, ad esempio, che prevede che ad uscire dalla Turchia senza passaporto si possa essere punti con una multa e con un mese di prigione, mentre entrare senza visto e senza passaporto in Turchia può comportare da uno a sei mesi di carcere seguito dall’espulsione. Dunque il migrante che cerca di uscire dalla Turchia può venire imprigionato fino a sei mesi ma di solito la detenzione oltrepassa di molto questo limite.
L’UE e le politiche turche su immigrazione e asilo
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Come sono cambiate, se sono cambiate, le politiche sull’immigrazione e sull’asilo da quando si è cominciato a parlare dell’adesione della Turchia all’Unione Europea?
Si, sono cambiate. La Turchia negli anni ’90 ha avuto un Governo di destra con un Primo Ministro che si chiamava Turgut Ozal e che è poi divenuto presidente della Repubblica, e sotto di lui ha avviato politiche liberiste, molte privatizzazioni, sovvenzioni all’esportazione e cose simili. Era il Governo che ha introdotto e difeso il liberalismo in Turchia, e rispetto all’immigrazione è avvenuta la stessa cosa: visto che si sviluppavano relazioni commerciali tra la Turchia e i paesi frontalieri, si aveva un regime di visti molto semplificato. Tanti Paesi, come il Marocco, la Tunisia l’Iran e credo anche la Moldavia avevano parecchie facilitazioni, grazie a quel sistema cui ho accennato prima di "Visa banderole" che permetteva di ottenere i visti direttamente alla frontiera o all’aeroporto di Istanbul. Ciò avveniva nella prospettiva di uno sviluppo delle relazioni commerciali attraverso la mobilità delle persone . Al livello dell’asilo, stando ai dati ufficiali, tra gli anni ’80 e il 2000 la Turchia ha accolto circa un milione di richiedenti asilo, ma queste sono solo le cifre ufficiali. Bisogna aggiungere che, ad esempio, nel 1993 ci sono stati 300.000 turchi della Bulgaria arrivati a installarsi in Turchia, e queste persone fanno parte di quel milione di richiedenti conteggiati nelle cifre date dalle autorità. Molti rifugiati sono arrivati anche a seguito della Guerra del Golfo. Ma nonostante tutti questi rifugiati, la Turchia non ha avuto una legge sull’asilo fin o al 1996, quando è stato emanato un regolamento sulla materia. La Turchia ha comunque firmato la Convenzione di Ginevra e al livello dell’asilo aveva delle obbligazioni internazionali ma, a causa di una clausola di limitazione geografica, allora come oggi, era tenuta ad accettare solo le richieste d’asilo provenienti dall’Europa. Ovviamente nessun europeo viene in Turchia a chiedere asilo e così la realtà è che la Turchia non ha vere responsabilità giuridiche in materia di asilo. Ufficialmente, infatti, non accetta i rifugiati provenienti da paesi non europei e non consente a coloro che fanno richiesta all’Unhcr della Turchia di risiedere legalmente sul suolo turco durante il tempo della procedura. Allo stesso tempo però viene chiesto a questi ultimi di registrarsi anche presso le autorità turche e di avviare così anche una procedura parallela. Per l’asilo in Turchia esistono allora di fatto due procedure: una si avvia con l’Unchr e l’altra con lo Stato turco.
 
- A quando risale la restrizione geografica della Convenzione di Ginevra?
In realtà questa clausola esiste ancora. La Turchia continua a rifiutare di accordare lo statuto di rifugiato a persone che provengono da paesi non europei. Quel milione di rifugiati di cui ho parlato sono stati accolti in Turchia ma poi inviati presso paesi terzi rientrando nella procedura di re- installazione dell’ Uncr. In realtà è tutto molto complicato. Un esempio ancora: ci sono dei ceceni in Turchia, che vivono ad Istanbul, e il Governo turco non accorda loro lo statuto di rifugiati nonostante sarebbe tenuto a farlo perché si tratta di europei. Quindi la limitazione geografica non funziona per i ceceni e la loro presenza viene semplicemente "tollerata", si dà loro dei permessi di soggiorno di sei mesi, ma questo crea una situazione molto precaria. Ad esempio queste persone non hanno diritti sociali.
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Sostanzialmente esiste da una parte una grande difficoltà ad ottenere l’asilo ma al contempo una grande facilità nell’entrare in Turchia e di abitarci grazie al regime dei visti…
Esattamente. È molto facile arrivare in Turchia sia a causa del sistema dei visti di cui abbiamo parlato sia perché il Paese ha delle frontiere molto vaste
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Ma come si coniuga questo con il fatto che nell’ultimo periodo la Turchia e l’Ue stanno trattando l’adesione della Turchia?
Infatti le cose sono molto cambiate dal 2000, cioè dal momento in cui l’adesione della Turchia all’Unione Europea diventa un po' più concreta. Con l’inizio ufficiali delle negoziazioni nel 2003, la Turchia ha messo in atto nuove politiche di immigrazione e asilo in base alle due esigenze principali dell’Europa: la prima è la lotta contro l’immigrazione illegale attraverso il rafforzamento dei controlli di frontiera e l’armonizzazione del sistema dei visti turco con quello Schengen adottando la stessa lista dei paesi "buoni" e "cattivi", e infine con la creazione dei centri di detenzione. La seconda esigenza dell’Europa è al livello dell’asilo. L’Europa chiede alla Turchia di sopprimere la clausola della limitazione geografica e diventare un Paese di asilo. Tutte queste richieste non sono state ancora accettate dalla Turchia perché questa non è ancora sicura della propria adesione, e non sa a quali condizioni verrà ammessa a far parte dell’UE: con un partenariato privilegiato o senza, se sarà per intero un Paese membro oppure no, ect. Allo stesso tempo non arrivano i fondi europei per il rafforzamento dei controlli alle frontiere e per tutte le altre spese che sarebbero necessarie tanto per creare i meccanismi di controllo dell’immigrazione quanto per avviare le procedure di asilo in maniera conforme all’UE e alla comunità internazionale. La Turchia è dunque reticente rispetto ad alcuni argomenti, ma di contro vuole dimostrare di fare comunque degli sforzi per conformarsi alle esigenze dell’Europa in materia di asilo e immigrazione, ed è per questo che nel 2005 ha adottato un Piano d’Azione Nazionale in materia, un testo di circa 30 pagine che definisce in maniera molto dettagliata tutte le riforme legislative e istituzionali che la Turchia deve promuovere per conformarsi, e anche ciò di cui la Turchia ha bisogno a livello finanziario per formazione del personale e della polizia . è questo piano d’azione che ci mostra quale sarà la poli