Arretrati 

Anno 8° N.11

<TURCHIA OGGI> - A PARTE LA DOCUMENTAZIONE DELL'AMBASCIATA DI ITALIA AD ANKARA E DELL'ICE DI ISTANBUL - SI  AVVALE PER LE NOTIZIE E GLI ARTICOLI RIPORTATI SUL SUO WEB, E NATURALMENTE RELATIVE ALLA TURCHIA, DELLE NEWS GIA' APPARSE  IN ALTRI SITI O GIA' PUBBLICATE SU QUOTIDIANI E RIVISTE. NON FA ALTRO CHE ASSEMBLARLE, NELLA CONVINZIONE CHE SIANO DI MAGGIORE UTILITA' PER QUANTI HANNO UN QUALCHE INTERESSE PER QUESTO PAESE. <TURCHIA OGGI>, AD OGNI MODO, E' SEMPRE A VOSTRA DISPOSIZIONE.

 

PRIMO PIANO

 

C'E' IL SOSTEGNO DELL'ITALIA

MASSIMO D'ALEMA IN TURCHIA  IL CAPO DELLA FARNESINA SI E' DETTO CONVINTO CHE ALLA FINE DI UN
LUNGO PROCESSO ANKARA DIVENTERA' MEMBRO A
PIENO TITOLO DELL'UNIONE EUROPEA.

L'Italia conferma il suo sostegno alla Turchia sulla strada di avvicinamento all'Europa. Con questa posizione il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, ha compiuto la sua visita ad Ankara, nel corso della quale ha incontrato i massimi dirigenti turchi. Al centro dei colloqui ci sono stati i temi di carattere bilaterale, i temi regionali con particolare attenzione alla situazione in Iraq e il punto sul processo di avvicinamento della Turchia all'Unione Europea, da sempre sostenuto con forza dall'Italia, nel pieno rispetto dei criteri stabiliti dalla Commissione. In una intervista concessa all'agenzia Turca <Anadolu>, il titolare della Farnesina si è detto convinto che "alla fine di un lungo processo la Turchia diventerà membro a pieno titolo dell'Unione Europea".
D'Alema ha anche detto però con chiarezza di ritenere che la Turchia debba "rispettare pienamente" gli impegni assunti con l'UE sulla questione cipriota e che allo stesso tempo l'Europa debba "incoraggiare l'Onu al lancio di una iniziativa" per risolvere il problema che si trascina da molto tempo. I rapporti fra politici economici e culturali tra i due Paesi sono stati definiti "perfetti" dal capo della diplomazia italiana, che ad Ankara ha incontrato il presidente della Repubblica Ahmet Necdet Sezer, il Primo Ministro Recep Tayip Erdogan, il ministro degli Esteri e numero due del partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) al potere Abdullah Gul, il presidente del Parlamento Bulent Arinc ed il leader del principale partito turco di opposizione, il partito Repubblicano del popolo (Chp), Deniz Baykal.
La visita di D'Alema è caduta in un momento particolarmente delicato per la situazione politica interna del Paese, anche in vista delle elezioni del prossimo 22 luglio. Negli scorsi mesi, e continua tuttora, si è registrato uno scontro tra la Turchia laica e il Governo filo-islamico del premier Erdogan, soprattutto sulla riforma del metodo di elezione del capo dello stato. Lo scorso 31 maggio il Parlamento aveva nuovamente approvato, con una maggioranza di oltre i due terzi, il pacchetto governativo di emendamenti costituzionali per l'elezione diretta del Capo dello Stato in sostituzione dell'elezione parlamentare attualmente in vigore. La risposta di quest'ultimo è stata la convocazione di un referendum popolare. Come è noto,Il nuovo pacchetto prevede un mandato di cinque anni rinnovabile, al posto dell'attuale settennato non rinnovabile e la riduzione della durata della legislatura a quattro anni dagli attuali cinque. (Denaro.it)

 

 

 

 

 

 

 

...MA 
LA DOCCIA FREDDA ARRIVA
DA SARKOZY

 

NESSUN DIALOGO   SECONDO QUANTO HA SCRITTO IL <FINANCIAL TIMES>, IL PRESIDENTE FRANCESE E' CONVINTO CHE LA TURCHIA DEBBA RIMANERE A RISPETTOSA DISTANZA DALL'UE

Dalla Francia di Nicolas Sarkozy viene una doccia fredda sulle speranze della Turchia di entrare a far parte dell'Unione europea. Lo ha scritto in apertura della prima pagina il <Financial Times>, secondo il quale è il primo segnale concreto dalla nuova leadership di Parigi che la Turchia deve rimanere "a rispettosa distanza dall'Europa". Funzionari francesi a Bruxelles, ha sottolineato il giornale, "hanno manifestato preoccupazione di fronte alla possibilità che la Turchia avvii negoziati preparatori all'entrata nell'euro, possibilità che il presidente francese non è disposto a contemplare". Tale blocco sarà un colpo per coloro che in Turchia puntano a una modernizzazione del Paese, ma coerente col messaggio dato da Sarkozy a Bruxelles il mese scorso: "Non penso che la Turchia abbia posto nell'Unione europea". Sarkozy, ha aggiunto il quotidiano, eviterà di scendere in campo aperto contro l'ingresso della Turchia in UE sino al prossimo autunno, per evitare di complicare i colloqui per una nuova costituzione europea che cominciano la settimana prossima a Bruxelles. In una implicita differenza rispetto a Parigi, il Cancelliere tedesco Angela Merkel aveva detto di voler aprire tre nuove pagine negoziali con la Turchia dopo il vertice UE, per dare un segnale che Ankara è ancora impegnata sul fronte europeo nonostante problemi politici e riforme non attuate. Ma chi sostiene l'opportunità di accogliere Ankara nell'UE, ha riportato sempre il giornale, "è già entrato nello spirito di chi punta a limitare i danni". In particolare, di tre capitoli oggetto di negoziati e considerati cruciali la Francia si oppone con particolare decisione a quello riguardante l'unione economico-monetaria. Gli altri due sono la statistica e i controlli finanziari UE. "Se la Francia porta avanti la sua minaccia sarà un chiaro segnale che sta spostando la direzione dei negoziati sulla Turchia da una piena adesione all'UE a quella di una partnership privilegiata". 
A far scendere le quotazioni della Turchia in seno all'Europa è stato l'anno scorso il rifiuto di Ankara di aprire i suoi porti marittimi al traffico navale da Cipro, un Paese membro dell'UE che è tra gli oppositori più accesi all'ingresso della Turchia. A sua volta, ha concluso il <Financial Times>, "per la frustrazione la Turchia ha bloccato la cooperazione, in fase crescente, tra UE e Nato in Kosovo e Afghanistan, due regioni in cui l'UE vorrebbe aumentare la propria presenza". (Denaro.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

CON UNA MOZIONE

IL DISSENSODI MARONI

''Abbiamo presentato una mozione per chiedere al Governo italiano di esprimere dissenso qualora la Turchia entri nell'Unione Europea fino a quando tutti i capitoli del negoziato non siano soddisfatti, innanzitutto quelli che riguardano i diritti civili''. Lo ha annunciato Roberto Maroni, capogruppo della Lega Nord a Montecitorio. ''Non possiamo accettare - ha sottolineato Maroni - che entri in Europa chi calpesta costantemente i diritti civili e chi discrimina coloro che non abbracciano la religione musulmana. Queste cose le dice anche Sarkozy, non solo un becero leghista. E noi - ha concluso Maroni - siamo d'accordo con lio". (Milano Finanza)

 

 

 

 

NICOSIA NON CI STA

IL POSSIBILEVETO

Il Governo della Repubblica di Cipro potrebbe porre il proprio veto a qualsiasi tentativo dell'unione Europea di aprire il capitolo riguardante l'energia nei negoziati sull'adesione della Turchia. Loha rivelato, come riferisce la stampa di Nicosia, il ministro degli Esteri cipriota George Lillikas riferendo dei recenti colloqui avuti a Parigi con il collega francese Bernard Kouchner.
"Parlando a carte scoperte e con tutto il rispetto per le procedure europee e per le decisioni del Consiglio europeo, noi abbiamo avvertito che se vi sarà qualsiasi tentativo di aprire il capitolo sull'energia - in Commissione qualcuno lo ha pensato - il Governo di Cipro opporrà il suo veto", ha detto Lillikas. (da Ansa)

 

 

 

 

 

 

TRA TURCHIA E GRECIA

UN INCERTO FUTURO

 

Da circa dieci anni, la diplomazia greca basa la propria strategia rispetto alla Turchia sulla speranza che la prospettiva europea possa aprire, prima o poi, una via per la soluzione delle dispute dell’Egeo e di Cipro o, almeno, permetta un modus vivendi pacifico nelle reciproche relazioni. Ora, lo scontro tra il Governo di Recep Tayyip Erdoğan e i militari riporta alla mente la tradizione degli interventi dell’esercito negli affari della Repubblica Turca, e offre  parallelamente facile appiglio ai "turco-scettici" europei e a chi - come il nuovo presidente della Francia, Nicolas Sarkozy - sostengono che la Turchia non è Europa. La combinazione di questi sviluppi non poteva non creare preoccupazione al ministero degli Esteri. Il capo della diplomazia, Dora Bakoyianis, infatti, ha lanciato un segnale quando il 7 maggio (il giorno successivo delle elezioni francesi), pur ribadendo la politica per l’inclusione dei Balcani e della Turchia nell’Unione Europea, ha dichiarato: "Naturalmente, non sottovalutiamo minimamente gli interrogativi delle cancellerie, come anche nelle società europee rispetto alla Turchia. Tale tema però non troverà una risposta oggi. Il tempo ci darà una risposta". La dichiarazione potrebbe essere interpretata nel senso che la Grecia segue con attenzione la situazione, ma è consapevole che la Francia non può aprire subito il dibattito sulla Turchia. Sarkozy non vorrà creare problemi alla presidenza tedesca che, nel Consiglio Europeo di giugno, intende concentrare l’attenzione alla necessaria riforma del trattato per la Costituzione Europea, per cui date le circostanze, la Francia e l’Europa dovranno aspettare l’esito delle elezioni di luglio in Turchia e il risultato finale della crisi turca. 
Come ha sottolineato, in un suo articolo pubblicato dal giornale "I Kathimerinì" (6 maggio) Thanos Ntokos, direttore dell’<Eliamep> (uno dei migliori centri di ricerca in materia di politica estera e di sicurezza), la Grecia avrebbe bisogno di un piano alternativo: un piano B pronto di entrare in azione nel caso di "deragliamento intempestivo" della politica del piano A (prospettiva europea della Turchia). Quale potrebbe però essere questo piano alternativo?
Thanos Ntokos sembra suggerire un piano basato su una collaborazione economica (ed energetica) più stretta con la Turchia, accompagnata da misure di Costruzione di Fiducia (CBM’s), come anche da previsioni per il mantenimento del bilancio di potere tra i due Paesi, in un tentativo d’assorbimento degli scossoni in caso di fallimento del piano A. Si potrebbe commentare qui che tutti questi elementi sono utili anche nel caso di proseguimento del piano A e che, se considerati fuori dalla prospettiva europea della Turchia, essi sembrano prediligere più un modus vivendi senza necessaria soluzione dei problemi che la vera ricerca di soluzione dei problemi stessi. Per esserci, insomma, una risoluzione finale serve un condizionamento internazionale delle relazioni greco-turche.
Come abbiamo avuto occasione di presentare altrove, il piano A fu concepito nel 1997. In un periodo critico, cioè, per la Turchia, poco dissimile a quello di oggi. Basta ricordare il cosiddetto colpo di Stato di velluto contro l’allora Primo Ministro islamico Necmettin Erbakan. Bisogna inoltre ricordare che contestualmente alla crisi politica in Turchia, l’Europa stava meditando sul futuro delle relazioni euro-turche. Nessuno pensava al tempo alla piena adesione, ma c’erano scenari per vari livelli della formula di rapporto con la Turchia che andavano dall’instaurazione di una relazione sul modello della Zona di Libero Scambio sino alla concessione dello status di paese in fase di pre-adesione, vale a dire qualcosa di più dell’Unione Doganale con una promessa di piena adesione, imprecisata nel tempo. 
Il dibattito era, così, su una relazione speciale che a seconda dei casi precludeva o lasciava aperta la prospettiva della piena adesione per la Turchia. Era in questo contesto che la Grecia pensò di collegare i problemi ellino-turchi con la prospettiva europea dalla Turchia, comprendendo che il grado del collegamento sarebbe dipeso dalla forma finale della relazione speciale. In un importante documento del Ministero degli Esteri, preparato nel mese di marzo, si leggeva: "In caso di semplice rafforzamento dell’Unione doganale (modello tedesco) possiamo avanzare come condizione la risoluzione delle rivendicazioni territoriali tramite il ricorso alla Corte internazionale dell’Aja. In caso di un modello rafforzato, come quello che promuove il Regno Unito o la sua variante rappresentata dall’idea francese, che lascia aperta la prospettiva d’adesione, la concessione di tale regime potrebbe essere collegato […] anche con il processo di risoluzione passo dopo passo della totalità delle dispute greco-turche, sulla base di un definito meccanismo e di un ordine del giorno". 
Questo era quindi il piano A alla sua nascita; concerneva, cioè, la prospettiva di un rapporto speciale per la Turchia, anche se la diplomazia ellenica aveva capito come nel caso di una promessa d’adesione, la Grecia avrebbe eventualmente potuto risolvere le dispute greco-turche, compresa la questione cipriota, entro un preciso calendario. Tale collegamento fu riuscito due anni e mezzo dopo, nel Consiglio Europeo di Helsinki (dicembre 1999), quando la Turchia assunse l’obbligo politico ad impegnarsi a ricorrere alla Corte Internazionale per le dispute territoriali e di agevolare una soluzione della questione cipriota sulla base delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, entro la fine del 2004. Si sa che la strategia di Helsinki fu lasciata cadere a causa del "no"greco-cipriota al referendum per il piano di pace redatto dall’allora segretario Onu Kofi Annan. Cosa impedisce però alla Grecia di riprendere il filo della relazione speciale eventualmente riproposto? 
A nostro avviso, infatti, Atene avrebbe solo da guadagnare se riuscisse a prendere vantaggio dalla riapertura della "questione turca" in Europa per condizionare qualsiasi formula di rapporto euro-turco con la risoluzione dei problemi bilaterali. Non ci sarebbe in questo modo bisogno di un vero piano alternativo, ma di un aggiustamento alle nuove circostanze che potrebbero presentarsi nel prossimo futuro. (
Vincenzo Greco)

 

 

 

 

 

 

 

ANKARA
AMMESSA AL 7PQ

I VANTAGGI   IN QUESTO MODO HA OTTENUTO
LO STATUS DI PAESE ASSOCIATO E POTRA' QUINDI
PARTECIPARE A TUTTI GLI INVITI

Croazia, Serbia ed ex Repubblica iugoslava di Macedonia hanno sottoscritto i protocolli d'intesa con la Commissione europea ed ora sono ammessi a partecipare al 7PQ alle medesime condizioni degli Stati membri. Un'intesa analoga è stata conclusa di recente anche tra la Turchia e la Commissione.
I Paesi firmatari hanno ottenuto in tal modo lo status di "Paesi associati" e pertanto potranno partecipare a tutti gli inviti a presentare proposte indetti nell'ambito del 7PQ, ivi inclusi quelli indetti dall'inizio dell'anno. L'accordo conferisce ai ricercatori di questi Paesi gli stessi diritti degli Stati membri dell'UE per quanto riguarda la partecipazione alle azioni di cooperazione e sostegno alla ricerca finanziate dal 7PQ.
Il commissario per la Scienza e la ricerca Janez Potocnik, che ha firmato l'accordo in nome e per conto della Commissione europea, si è detto felice di "aprire le porte dello Spazio europeo della ricerca (Ser) ai Paesi dei Balcani occidentali".
Il Commissario ha inoltre sottolineato l'importanza dell'accordo nell'ottica della domanda di adesione all'UE di questi paesi. "La cooperazione nell'ambito della ricerca con la comunità scientifica europea è uno strumento che può facilitare il processo di adesione all'Unione europea dei paesi candidati o potenziali candidati", ha affermato.
Non è la prima volta che questi paesi sono stati associati al programma quadro di ricerca dell'UE: nel 2006 lo status di paese associato è stato conferito alla Croazia che ha così potuto partecipare all'ultimo anno del 6PQ.
Anche il Montenegro ha richiesto di essere associato al 7PQ e probabilmente la decisione verrà adottata quando si concluderanno i negoziati relativi all'accordo di stabilizzazione e di associazione. Si prevede anche una prossima partecipazione di Albania, Bosnia-Erzegovina, Israele e Svizzera.
Per ulteriori informazioni sulla cooperazione internazionale nell'ambito del 7PQ visitare:
http://cordis.europa.eu/fp7/capacities/international-cooperation_en.html
http://ec.europa.eu/research/iscp/index.cfm

 

 

 

 

 

 

PER L'ELEZIONE
DEL CAPO DELLO STATO

SEZERCONVOCA  
IL REFERENDUM

Il presidente della Turchia, Ahmet Necdet Sezer, ha deciso di convocare un referendum sulla riforma per l'elezione diretta del Capo dello Stato fatta approvare dalla maggioranza che sostiene il premier filo-islamico Recep Tayyp Erdogan. Sezer, un laico, poteva convocare il referendum confermativo oppure limitarsi a controfirmare la riforma approvata in seconda lettura dal Parlamento, il 31 maggio, che attraverso l'elezione a suffragio universale del Capo dello Stato punta a sottrarla al potere di interdizione dei vertici militari. In base alla Costituzione il referendum confermativo non si potrebbe tenere prima di ottobre, ma il governo sta tentando di accorparlo alle elezioni politiche del 22 luglio. (Agi)

 

 

 

 

 

 

LE POLITICHE DEL 22 LUGLIO

UN SONDAGGIOVEDE ERDOGAN VINCITORE

Nelle elezioni anticipate del 22 luglio prossimo in Turchia l'Akp, il filo-islamico Partito per la Giustizia e il Benessere del premier Recep Tayyip Erdogan, si avvia verso una nuova vittoria che lo confermerebbe saldamente al potere: è quanto emerge da un sondaggio condotto dall'istituto demoscopico <Konda>, secondo cui l'Akp appare destinato a conquistare ben 307 dei 550 seggi in palio al Parlamento di Ankara. Riuscirebbero a superare la soglia di sbarramento del 10 per cento soltanto altre due formazioni politiche: il Chp, o Partito Popolare Repubblicano, di centro-sinistra; e l'ultra-nazionalista Mhp, il Partito di Azione Nazionale cui sono vicini gli estremisti di destra dei Lupi Grigi. Dovrebbero inoltre assicurarsi un posto nella futura assemblea una quarantina di candidati indipendenti, per lo più esponenti della minoranza di etnia curda. (la Repubblica.it)
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La campagna elettorale si scalda ed il premier Recep Tayyip Erdogan, consapevole di giocarsi il tutto per tutto con le legislative del 22 luglio, dà indicazione di voto e se la prende con i candidati indipendenti, particolarmente numerosi in questa edizione. 
parlando durante un comizio, Erdogan ha chiamato tutta la nazione a non scegliere i candidati indipendenti e a non disperdere voti preziosi per il futuro assetto del Paese.
"per favore - ha detto il Primo Ministro uscente - non disperdiamo i nostri voti. Infatti è sbagliato votare solo in base a convincimenti ideologici. Si deve pensare ai progetti e a quanto le province al momento più arretrate possono trarne beneficio". (Apcom)
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In vista delle elezioni del 22 luglio, il Premier turco Recep Tayyip Erdogan si gioca iltutto e per tutto. Anche una coalizione con il partito del Dtp, Partito della società democratica, a cui fanno riferimento i candidati curdi.
la notizia è segnalata da tutti i principali media locali e sta facendo considerevole scalpore nel Paese. Sembrerebbe che il premier, in caso di vittoria elettorale schiacciante, ma non sufficiente a fare un Governo da solo, abbia intenzione di proporre una "coalizione condizionata" al partito curdo.
La cosa è trapelata da una domanda che il direttore di <Hurriyet<, Ertugrul Ozkol, ha fatto al Primo Ministro durante una trasmissione televisiva. Erdogan ha detto che una coalizione di Governo con il Dtp potrebbe garantire alla Turchia una maggior stabilità nella lotta contrp il terrorismo. (Apcom)

 

 

 

 

 

 

PUTIN LO VORREBBE
IN TURCHIA

ALTER EGO
PER LO SCUDO ANTIMISSILE

Lo scudo antimissile potrebbe essere installato in Turchia o anche in Iraq. Lo ha suggerito Vladimir Putin, che nel corso di una conferenza stampa al G8 ha suggerito una proposta alternativa a quella statunitense che prevede di dislocare lo scudo nella Repubblica ceca e in Polonia. "Si potrebbe mettere al sud", ha detto il capo del Cremlino, "in Paesi alleati degli Stati Uniti, o in Turchia, o anche in Iraq, su piattaforme mobili o vicino al mare". Il presidente russo aveva sorpreso Washington, proponendo la realizzazione congiunta di una stazione radar in Azerbaijan. Bush aveva definito "interessante" la proposta. (la.Repubblica.it)

 

 

 

 

LINEA
  DURA

 

ERDOGAN   "Ankara non esiterà a condurre un'azione
militare indipendente contro i ribelli curdi che si
rifugiano nel Nord dell'Iraq se quest'ultimo e gli Usa non si occuperanno del problema".

 


Linea dura del premier turco Recep Tayyp Erdogan. Ankara, dice, non esiterà a condurre un'azione militare indipendente contro i ribelli curdi che si rifugiano nel Nord dell'Iraq, se quest'ultimo e gli Stati Uniti non si occuperanno del problema.
Il Governo turco è sempre più sotto pressione per via dei continui attacchi da parte del Pkk. I militanti del Partito dei Lavoratori curdo, che punta alla formazione di uno stato indipendente nella Turchia sudorientale, si rifugiano nelle zone montagnose del nord dell'Iraq. Da qui sferrano attacchi contro obiettivi turchi. Decine di civili e soldati sono stati uccisi nelle ultime settimane. Dal 1984, cioè da quando i ribelli del Pkk hanno iniziato a combattere il governo turco, sono morte decine di migliaia di persone.
"Se la Turchia volesse trovare un compromesso con il Pkk- dice un leader del partito - dovrebbe riconoscere la questione curda. La soluzione non è combattere i curdi".
Per gli Stati Uniti e per l'Unione europea, il Pkk è un'organizzazione terroristica. (EuroNews)

 

 

 

 

 

 

CONTRO IL TERRORISMO

IL MONITODELLO
STATO MAGGIORE

Con un comunicato pubblicato sul proprio sito in Internet, lo Stato Maggiore turco ha recentemente messo in guardia sulla sua volontà di combattere il terrorismo senza quartiere, e ha rivendicato il diritto inalienabile di rispondere sempre e comunque agli attacchi dei ribelli: un avvertimento che cade nel mezzo di crescenti illazioni circa l'imminente lancio, da parte dell'Esercito di Ankara, di un'operazione su vasta scala al di là del confine orientale, con penetrazione in Iraq per smantellare le basi installate nel Paese vicino dai guerriglieri separatisti curdi. "Le Forze Armate turche hanno un'incrollabile determinazione a combattere il terrorismo, ed è una realtà incontrovertibile che risponderemo a tutti gli attacchi di quel tipo", ha recitato la nota, alludendo a una serie di recenti assalti sferrati dai miliziani curdi in Turchia, contro obiettivi tanto civili quanto militari. (Agi)

 

 

 

 

 

 

ANKARA E IL PKK


POI PERO'E' PRONTA AL DIALOGO 

La Turchia è pronta al dialogo con i dirigenti della regione autonoma curda dell'Iraq se quest'ultimi si impegneranno a prendere delle misure contro i ribelli separatisti curdi di Turchia. E' stato il ministero degli Esteri a divulgare nei giorni scorsi questa posizione, e secondo il suo portavoce quello che Ankara ora si attende ''sono dei segnali positivi e delle serie azioni contro i terroristi del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)''. ''Se non accadrà questo, è senza alcun interesse iniziare un dialogo solo per il piacere di farlo'', ha dichiarato il portavoce del ministero . Il Pkk, considerato dalla Turchia e in gran parte dalla comunità internazionale come un'organizzazione terrorista, si batte dal 1984 per l'indipendenza del sud dell'Anatolia, regione a maggioranza curda. Il conflitto ha fatto sinora più di 37.000 vittime. Per la Turchia sono un numero imprecisato i ribelli del Pkk stabilitisi nei campi del nord dell'Iraq, da dove riescono a procurarsi armi e esplosivi per effettuare attacchi e attentati verso l'altro lato della frontiera. Ankara accusa i curdi iracheni di tollerare e sostenere questi ribelli, e già da molto tempo ha esercitato delle pressioni sugli Stati Uniti e l'Iraq affinché intervengano contro il Pkk. Il dibattito su un rapido intervento si e' intensificato in Turchia con la recrudescenza delle attività del Pkk nel sud est del Paese e dopo l'attentato bomba che ha mietuto sei morti e 121 feriti il mese scorso ad Ankara. L'ultimo appello del premier iracheno Nuri al-Maliki e del capo della rergione autonoma curda Massoud Barzani rivolto ad Ankara chiedeva di risolvere per via diplomatica i problemi. (Asca-Afp)

 

 

 

 

 

 

 

 

DIETRO LE TENSIONI

 

LA QUESTIONE KURDISTAN   LA SPIA DELL'ALLARME
SI E' ACCESA QUANDO LA TURCHIA HA COMINCIATO A
SUBIRE ATTACCHI SIMULTANEI DA PARTE DELLA GUERRIGLIA
DEL PKK IN ZONE A PREDOMINANZA CURDA.

 

Nelle ultime settimane i network globali si sono affannati a coniare neologismi per descrivere l’insolita tensione tra Turchia e Kurdistan iracheno (scontri di confine, invasione, incursione, spedizione punitiva…). Questa difficoltà lessicale esprime la difficoltà di focalizzare questa crisi in un’inquadratura geopolitica. I grandi della terra tacciono di fronte agli effetti disastrosi di un conflitto che potrebbe polverizzare la precaria unità irachena, scuotendo Caucaso e Medioriente. Ma seguire solo la pista internazionale potrebbe far scivolare il ragionamento nelle secche dei sofismi geopolitici. Per completare la visuale è necessario accostare la tensione al confine con la crisi interna alla Turchia e all’Iraq. Oltre alle montagne curde, contano anche i palazzi del potere ad Ankara e Baghdad.
La spia dell’allarme si è accesa quando la Turchia ha iniziato a subire attacchi simultanei, sia ad Ankara sia nelle regioni sud-orientali a predominanza curda. Nella capitale una carica di A-4 (esplosivo al plastico) è stata azionata da un attentatore suicida di fronte a un centro commerciale di quattro piani nello storico distretto di Ulus. Era l’ora di punta quando l’esplosione ha squarciato lo stabile per dare la morte a sei civili ferendone oltre un centinaio. Nelle impervie regioni del Kurdistan turco invece le vittime erano poliziotti e militari.
L’obiettivo è uccidere uomini piuttosto che sabotare installazioni. Al centro e alla periferia la strategia sembra architettata per inoculare il panico nell’inconscio collettivo e sospingere verso una chiara lettura dei fatti: la mente dietro agli attentati è quella dei separatisti curdi. L’induzione dai fatti alla teoria, quindi all’accusa, si interrompe però davanti all’assenza di una rivendicazione credibili che avrebbe sottoscritto questo ragionamento. Le vittime ci sono, ma il loro peso specifico è troppo leggero per giustificare una campagna mediatica e militare contro l’irredentismo curdo.
L’arco teorico che punta dritto contro il Pkk è sotteso dalla robustezza del Governo regionale curdo (Grc) in Iraq, la prima forma di autogoverno istituzionale del popolo curdo, al quale la costituzione democratica dell’Iraq riconosce la sovranità sulle province di Arbil, Dohuk e Suleimaniya. Col riparo dell’alleanza tra curdi e sciiti che regge il Governo nazionale, l’egemonia politica dei curdi ha preservato il Kurdistan iracheno dalle tempeste che flagellano l’Iraq. Il teorema accusatorio della Turchia è che il brusco salto evolutivo della guerriglia curda sia ottenuto utilizzando il Kurdistan iracheno come retroterra a cui il Pkk si appoggia per intensificare la guerriglia in Turchia. Insomma l’Iraq starebbe offrendo risorse e impunità ai separatisti curdi.
Ma altre variabili rilevanti si trovano dietro la linea di confine che sta dividendo Turchia e Iraq. I confini del Grc sono in procinto di espandersi con il referendum popolare, previsto nell’autunno di quest’anno, per l’annessione dei grandi centri urbani di Kirkuk e Mosul. Si è quindi scatenato un nugolo di polemiche su due epicentri: petrolio e demografia. Kirkuk possiede un giacimento che da solo copre metà della esportazione irachena di petrolio, che scorre lungo la pipeline che arriva fino al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo. Il centro portuale si trova nella provincia di Adana dove, nei giorni dell’attentato al centro commerciale di Ankara, la polizia ha arrestato un uomo e una donna in possesso di undici libbre di esplosivo.
Kirkuk e Mosul sono anche un instabile incrocio demografico dove l’invidiabile stabilità e il relativo benessere economico hanno attratto flussi migratori dalle martoriate aree centrali dell’Iraq. La tensione tra curdi e minoranze sunnite, turkmene e assire, contrarie all’annessione al Kurdistan, è sfociata in conflitto aperto, inoculando il virus dei conflitti inter-comunitari che divorano l’Iraq. L’equilibrio demografico è scosso anche dalle agitazioni della minoranza turkmena raccolta nel Fronte turkmeno iracheno che, foraggiato dalla Turchia, si oppone all’annessione di Mosul e Kirkuk al Grc.
Il lato oscuro della nascente potenza curda ha messo in allarme Baghdad. L’allarme intorno al nuovo raggruppamento formato dall’ex premier Allawi si sta spargendo anche sui rapporti coi curdi. Il Fronte starebbe reclutando elementi appartenenti all’esercito baathista e ai partiti curdi che furono suoi alleati nella politica di arabizzazione del Kurdistan. Sarebbe una curvatura essenziale della strategia per rimescolare gli equilibri e sostituire al-Maliki, magari con il silenzio-assenso di al-Sadr – un’operazione denunciata da al-Maliki come complotto di ex-baathisti foraggiati da stranieri per sovvertire la democrazia.
E’ quindi naturale che il referendum a Mosul e Kirkuk stia polarizzando il consenso iracheno, specialmente tra i sunniti abbarbicati ai due centri del nord come simbolo dell’unità irachena. Se il Grc controllerà Kirkuk e Mosul, controllerà anche ingenti risorse economiche, ma si preparerà ad amputare la sfilacciata unità irachena.
Anche dalla prospettiva interna alla Turchia il Kurdistan acquista un significato che oltrepassa la tensione di confine. In Turchia si sta sfogando una pesante crisi politica camuffata da trasformazione costituzionale. Il cielo sopra ad Ankara è plumbeo: in un giorno solo, il prossimo 22 luglio, gli elettori turchi si pronunceranno su un referendum costituzionale per l’elezione popolare del capo dello Stato e voteranno per nuove elezioni parlamentari. All’interno di questo imbuto elettorale scorre il conflitto tra difensori della secolarizzazione pubblica e fautori di un avanzamento islamico nello Stato.
Ma non sembra questo il conflitto in cui si inserisce la questione curda. La tensione col Kurdistan ha sottratto consenso al partito repubblicano laico Chp per dirigerlo sull’altro, più ridotto, partito d’opposizione, i nazionalisti del Mhp. La lotta contro il Pkk è uno dei pochi temi su cui il partito filo-islamico al governo, l’Akp, soffre un consistente drenaggio di consensi. E’ l’unico tema che può intralciare la vittoria elettorale dei filo-islamici. A fianco del conflitto tra laici e islamisti si sta scavando un nuovo solco tra islamisti e nazionalisti. Una spedizione militare in Kurdistan farebbe eccitare gli ormoni nazionalisti logorando Erdogan nel suo punto debole a ridosso di elezioni decisive. Allo stesso tempo la naturale condanna internazionale si abbatterebbe su un nuovo parlamento spaccato in tre grandi partiti (Akp, Chp e Mhp).
L’indecisione della leadership militare turca mette in conto, oltre all’inevitabile condanna internazionale, anche il prezzo salato di un’ingovernabilità interna dopo cinque anni di crescita e stabilità. Finora la Turchia si sta preparando a un atto di forza che consiste essenzialmente nell’esercitare un’influenza deterrente piuttosto che un’effettiva incursione. La Turchia è pronta a gettarsi in una guerra pur di evirare gli istinti egemonici degli islamisti?
La tensione militare tra Turchia e Kurdistan non si sfoga soltanto sul loro confine. E’ la superficie di una crisi politica bicefala che converge sul Kurdistan scaturendo però da questioni che non appartengono soltanto al Kurdistan. L’iniziativa militare continua a essere posticipata perché i suoi effetti, anche nella ipotesi ottimista di un successo turco senza eccessive ripercussioni internazionali, non sarebbero comunque in grado di sciogliere i veri nodi interni alla Turchia e all’Iraq. I protagonisti di primo piano, l’esercito turco e il Pkk, restano nei camerini. Sul palco ci sono altri attori. (Gabriele Cazzulini/Pagine di Difesa)

 

 

 

 

 

 

 

 

PAROLA D'ORDINE: LAICITA' 
E UNITA' NAZIONALE

 

 

L'INTERVISTA
DI FABIO SALOMONI

Nur Serter, economista, è la vice-presidente dell’Associazione per il pensiero di Atatürk (Add) che ha promosso le manifestazioni delle scorse settimane in difesa della laicità e contro la candidatura alla presidenza della Repubblica del ministro degli Esteri Abdullah Gül

Perché la decisioni di organizzare le manifestazioni in difesa della laicità?
In realtà è stata la gente a sentire l’esigenza di queste manifestazioni, noi l’abbiamo semplicemente sostenuta. E’ la situazione in cui si trova attualmente la Turchia ad aver creato le condizioni per queste manifestazioni, ed in particolare il partito al potere Akp, che minaccia sia la laicità della Repubblica che l’egemonia nazionale. Di fronte a queste minacce la gente ha reagito..
E qual è il ruolo delle Forze Armate in questa crisi?
Le forze armate non hanno avuto nessun ruolo nelle manifestazioni. Per quanto riguarda il comunicato comparso nel loro sito internet io non lo chiamo muhtira (parola che indica il documento che segna la presa dei potere dei militari, nda) ma avvertimento. Un avvertimento che non rappresenta nessuna minaccia per la democrazia. Al contrario, le Forze Armate lanciano di tanto in tanto questi avvertimenti per rafforzare la democrazia. Il 27 febbraio 1997 lo hanno fatto per la democrazia (l’avvertimento dei militari provocò le dimissioni del capo del Governo Erbakan, leader del partito islamico, nda). Se non l’avessero fatto allora, adesso non vivremmo nello stesso sistema democratico. Quando la laicità o l’unità nazionale sono in pericolo, le forze armate turche di tanto in tanto lanciano avvertimenti. In Turchia non esiste più nessuna possibilità che i militari prendano il potere, non è possibile. Invece di dare ascolto a chi grida alla minaccia per la democrazia, si dovrebbe chiedere conto a chi governa il Paese, a chi non ha cercato nessun compromesso. E adesso la gente si è fatta consapevole e quindi non c’è più bisogno dell’intervento dei militari. Per la prima volta si è detto che esiste la società civile.
Secondo lei è realistico il pericolo dell’irtica (la reazione religiosa, nda.)?
Certo bisogna precisare quali sono i confini dell’irtica, discutere cosa s’intende per irtica. In Turchia attualmente irtica è un movimento che vuole portare indietro il paese dal punto di vista della civiltà, dei diritti umani e della democrazia. Ci stiamo avvicinando a questa situazione. Lei mi potrà contestare dicendo che l’Akp ha fatto nuove leggi per i diritti umani, per la democrazia, in accordo con la legislazione dell’Unione Europea. Io le rispondo che il partito Akp non è sincero nell’applicare queste riforme perché il premier Erdoğan ha detto tempo fa che la democrazia non è un fine ma un mezzo per raggiungere i suoi obbiettivi. Questa persona usa la democrazia per distruggere la laicità, per rifondarla utilizzando una società neo-religiosa. Soprattutto l’infiltrazione degli elementi vicini al partito nell’amministrazione pubblica, in particolare nel ministero dell’Educazione Nazionale. Oppure le scuole private che sono nelle mani delle confraternite religiose.
Passo per passo la Turchia utilizzando la democrazia scivola indietro.
Il secondo pericolo è rappresentato dall’egemonia nazionale che, con le leggi fatte firmare dall’Unione Europea, sta scappando dalle mani del Paese. In Turchia ci sono due argomenti molto sensibili: la laicità e l’unità nazionale. A questo proposito l’atteggiamento del governo rappresenta una minaccia. Ad esempio lei mi parlerà dei diritti culturali, dei diritti delle minoranze. Bene, le leggi fatte firmare alla Turchia hanno lo scopo di frantumare e smembrare l’unità nazionale. Ad esempio gli aleviti non sono mai stati una minoranza. Io ad esempio ho scoperto che il portiere del mio palazzo e la donna di servizio erano aleviti solamente dopo vent’anni di conoscenza. Noi viviamo come una famiglia. A scuola abbiamo avuto compagni di banco dei quali non conoscevano l’origine etnica o religiosa, tutti quelli che vivono in Turchia, qualunque sia la loro appartenenza etnica, vivono insieme senza discriminazioni.
Adesso si sta costringendo la Turchia, con la scusa dei diritti culturali, attraverso le leggi che ha firmato a riconoscere queste discriminazioni.
Gli aleviti tradizionalmente sono una componente importante dell’elettorato del Chp. Il partito prevede di venire incontro alle loro numerose rivendicazioni?
Certo hanno richieste diverse. Dalla riforma del Direttorato per gli Affari Religiosi al riconoscimento delle cemevi (edificio in cui pregano gli aleviti, nda) come luoghi di culto, rivendicazioni legittime. Il problema della Turchia è che non si riconosce l’Alevismo come una confessione diversa all’interno dell’Islam ma come un gruppo culturale musulmano, questa è la posizione ufficiale del Direttorato. Per risolvere i problemi degli aleviti c’è bisogno di un Paese veramente laico, che elimini ogni discriminazione.
Il Direttorato deve rimanere ma deve essere ripensato in modo che rispetti tutte le religioni e le confessioni del Paese.
Bisogna ridefinire il concetto di laicità?
Assolutamente no, è chiaro, lo stato deve essere totalmente indipendente dalle religioni.
Ma in Turchia lo stato controlla la religione...
Sì, sì, ma se in Turchia introducete la regola per cui lo Stato non si deve immischiare nelle questioni religiose, in breve tempo il paese si trasformerà nell’Iran.
Spesso si porta ad esempio l’Iran, è una possibilità realistica?
Certo, la Turchia è un Paese diverso ma l’Iran è un grande Paese, con una grande tradizione statuale, una cultura ricca, è uno dei Paesi più importanti del Medio Oriente. Cosa è successo all’Iran?
Perché all’improvviso tutto è cambiato ed è venuta alla ribalta la religione?
Per queste ragioni la Turchia non può stare tranquilla. La Turchia, soprattutto negli ultimi quattro anni sta scivolando verso uno stile di vita "islamico illuminato". Guardate i programmi televisivi, i telespettatori chiedono ad un imam se il trapianto di organi o la chirurgia estetica sono ammessi dalla religione, è l’imam che decide.
Ma non è normale che anche la religione sia un riferimento per la vita degli individui?
Ma esiste una cosa chiamata scienza, la ragione, io posso pianificare la mia vita secondo le mie convinzioni ma se, quando mi rivolgo alla società, faccio riferimento alla religione, io rendo di nuovo la società una società religiosa. Esiste la scienza, ci sono professori e scienziati che parlano. Invece è la religione che rappresenta il principale riferimento nella società, ad esempio nel dibattito sui trapianti d’organi. Vent’anni fa non era così. L’Islam è una religione che si mescola alle cose della politica, che fonda il diritto, che si immischia nelle questioni familiari, diversamente da quanto accade nel cristianesimo. In questo Paese Atatürk ha fatto una riforma religiosa, ha introdotto leggi moderne al posto di alcuni riferimenti religiosi. Ma il Corano non permette questi cambiamenti. E neanche i fanatici religiosi, questo è il problema della Turchia. Quello che l’Occidente non vuole capire è che in Turchia la laicità è il fondamento della democrazia, senza laicità non c’è democrazia.
E della questione del velo, le studentesse per lei possono entrare all’università velate?
No, non possono. Le donne con il velo non possono lavorare nell’amministrazione pubblica e non possono studiare all’università.
Ci sono delle decisioni della Corte costituzionale a questo proposito. Nel passato c’erano alcune studentesse velate ma con il tempo si sono moltiplicate politicizzando la questione. Abbiamo visto studentesse cominciare l’università a capo scoperto e poi laurearsi con il capo coperto. Il velo è un simbolo dell’Islam politico come in Iran e Algeria.
Alcune ragazze con cui ho parlato mi hanno raccontato che quando hanno deciso di togliersi il velo hanno perso le borse di studio, perché molte studentesse hanno un sostegno economico se si mettono il velo. Ed i politici hanno utilizzato questo simbolo ed anche le ragazze che lo portano.
Credo quindi che non si debbano usare simboli religiosi nelle università ed a questo proposito c’è anche una decisione della Corte Europea per i Diritti Umani.

E la moglie del presidente della Repubblica può portare il velo?
Dal punto di vista legislativo, la presidenza della repubblica rappresenta la Turchia e la Turchia è una repubblica laica, non un paese della sharia. Non si può rappresentare la donna turca con il velo. I valori moderni, non il velo, sono un simbolo per la donna turca. La Repubblica ha riconosciuto i diritti alle donne e non il velo. Per queste ragioni le persone, comprese i loro coniugi, che rappresentano la Turchia devono avere un’immagine che rappresenti la nostra Repubblica. Certo, non esiste una legge che lo imponga, è solo il mio punto di vista.
L’attualità propone l’attentato di Ankara. Nell’ultimo anno sono stati molti gli episodi di violenza, qual è la sua valutazione?
Certo il terrorismo è sempre una minaccia per il Paese perché è fomentato dall’esterno. Ci saranno altri episodi simili, non bisogna esagerare, pensare che il paese sia in balia del terrorismo, no. Due-tre persone se vogliono possono compiere azioni simili, succede in tutto il mondo. Ma per poter colpire il terrorismo il paese ha bisogno di seri programmi economici rivolti al Sud-Est del Paese per seccare le radici economiche del terrorismo.
Secondo lei esiste una questione curda?
In Turchia non si deve fare la distinzione tra turchi e curdi. Noi non abbiamo mai fatto discriminazioni rispetto alle origini etniche. Siamo tutti turchi, siamo tutti cittadini della repubblica turca. Gli squilibri regionali però fomentano le discriminazioni etniche. Anche nell’Anatolia centrale ci sono persone molto povere ma non ci sono rivendicazioni di tipo etnico mentre nel sud-est sono fomentate dall’esterno. La Turchia deve risolvere questo problema. L’Unione Europea parla di diritti culturali, ma lei ha mai visto un folclore ricco come quello turco?
Le ricchezze culturali finora hanno potuto vivere in Turchia, esistono, e invece si presenta il paese come se queste cose non ci fossero, come se fossero represse. Le persone di là hanno sempre parlato la loro lingua, altrimenti la loro lingua non esisterebbe ora. Se oggi ci sono milioni di persone che parlano curdo significa che non c’è stata questa repressione. Dire il contrario, ingannare le persone e metterle contro lo stato, è la cosa peggiore che si possa fare a questo Paese. Turco, curdo, circasso, siamo tutte persone che vivono e hanno vissuto liberamente in questo Paese, abbiamo potuto beneficiare dei vantaggi dell’istruzione, siamo arrivati in parlamento.
Se è stato eletto come presidente della Repubblica un curdo (Turgut Özal rivendicava origini curde da parte materna, nda) di quale discriminazione parliamo? Le persone con l’amore reciproco, sostenendosi a vicenda devono superare queste difficoltà, noi ci vogliamo bene. Hanno introdotto nel Paese il terrorismo come elemento di destabilizzazione ma noi lo cacceremo fuori.
Lei è candidata alle prossime elezioni per il Partito Repubblicano del Popolo (Chp). Secondo lei cosa si deve fare per aumentare il ruolo delle donne nella politica?
In realtà io non ho mai guardato alla politica nei termini donne-uomini. Forse le donne me ne vorranno ma secondo me chi è più bravo deve fare politica, uomo o donna che sia. L’importante è non tagliare la strada alle donne, se sono loro ad essere le più brave. Prendo molto sul serio il ruolo della donna in politica ma non credo che abbia un ruolo diverso da quello dell’uomo. Devono partecipare con uguali diritti. Non mi piace per niente l’idea di avere in politica una quota riservata alle donne nelle liste elettorali. Non vorrei che si accettassero donne in politica solo per il fatto che sono donne ma perché possono dare un contributo reale.
Secondo lei il Chp è un partito socialdemocratico?
Sì lo è ma viviamo in un periodo, in Turchia e nel mondo, in cui ogni cosa deve essere ripensata. Socialdemocratico, sinistra, centro. La politica del Chp mira a rigenerare lo stato sociale, la lotta alla povertà, l’eguaglianza nella ridistribuzione della ricchezza, a riformare il sistema scolastico. Sono progetti nell’ottica socialdemocratica e quindi si tratta di un partito socialdemocratico.
Per quanto riguarda il processo di democratizzazione?
Certo, sostiene la democratizzazione ma soprattutto il partito è molto sensibile al tema della laicità e dell’unità nazionale. Personalmente però credo che in Turchia si debba rivedere seriamente la questione della democratizzazione. Che cos’è questa democratizzazione? Dietro questo concetto ci sono altri obbiettivi? È un mezzo per consolidare il liberismo? Uno strumento per diffondere la globalizzazione? Io credo che siano tutte cose da discutere. Secondo me viviamo in un mondo in cui è il capitale globale a trarre i maggiori vantaggi dalla democrazia, dai diritti, dalle libertà.
Quale sarà secondo lei il problema più urgente che dovrà affrontare il nuovo Parlamento?
A parte l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, la disoccupazione credo sia molto importante. Potrebbe portare ad una esplosione sociale, e poi ha legami con il terrorismo, la criminalità urbana. Bisogna fare passi concreti contro la disoccupazione.
Possiamo fare previsioni sui risultati delle elezioni?
Ci sono molti sondaggi che danno risultati contrastanti. Personalmente non credo che l’Akp avrà la possibilità di essere di nuovo il solo partito al Governo. Credo che avrà il 25% dei voti al massimo. Il Chp-Dsp (Partito Democratico di Sinistra, i cui candidati si presenteranno sotto il simbolo del Chp, nda) prenderanno più voti, credo che questa alleanza possa anche superare i voti dell’Akp, arrivare anche al 30%, tutte le sorprese sono possibili. Certo anche in questo caso non potrà essere l’unico partito di Governo e penso che sia il Mhp (Movimento di Azione Nazionale) il partito con il quale potrebbe più facilmente formare una coalizione.
Il quarto partito che entrerà in parlamento sarà il Partito Democratico (Dp) che vedo più disponibile ad un’eventuale coalizione con l’Akp. Saranno quattro i partiti che supereranno lo sbarramento del 10%. Poi c’è l’incognita del Partito Giovane (Gp), si dice che ce la farà ma io non ci credo.
Ed i candidati indipendenti del Dtp (Partito della Società Democratica, filocurdo, nda)?
Certo, penso che otterranno una ventina di deputati e potranno creare un loro gruppo parlamentare. (Fabio Salomoni/Osservatoriobalcani)

 

 

 

 

 

LE ELEZIONI
DEL 22 LUGLIO

LE TENTAZIONI
DELLA POLITICA

Il seggio parlamentare tenta un po' tutti. Nomi importanti dell’economia cercano, infatti, il loro posto al sole in Parlamento. La gara di chi ha reclutato nelle sue file il maggior numero di addetti ai lavori dal punto di vista economico e finanziario la vince di sicuro il partito al Governo, l’Akp, il partito per la Giustizia e lo Sviluppo. Fra questi Zafer Caglayan, vicepresidente dell’Unione delle Camere di Commercio e della Borsa delle Merci, nonché Mehmet Simsek, economista della <Merrill Lynch>, nominato capolista del collegio di Gaziantep e già "regno" del ministro al Commercio Estero, Kursad Tuzmen, che questa volta correrà nella vicina Mersin. Il Chp "risponde" con Faik Oztrak, esperto di finanza e già sottosegretario al Tesoro nel Governo Erdogan e soprattutto con Kemal Kisacikoglu, dirigente della <Turkish Eximbank> e noto anche per essere il genero del presidente della Repubblica Ahmet Necdet Sezer. (Denaro.it)

 

 

 

 

 

 

SOCIETA'

 

 

 

 

 

 

FOTO  Donne del Centro studi  Kasaum

 

 

ESSEREDONNE IN TURCHIA

 

REALTA' CONTRASTANTI  UNA RIFLESSIONE
SULLA POLARIZZAZIONE DELLO SCONTRO RISPETTO
ALLA CONDIZIONE FEMMINILE MA ANCHE RISPETTO AL CAMMINO DEMOCRATICO VERSO L'INTEGRAZIONE
NELL'UNIONE EUROPEA

Nella primavera del 2007 ci sono state quattro grandi manifestazioni ad Ankara, Istanbul, Smirne e Samsun. I gruppi che hanno organizzato queste manifestazioni volevano protestare, com’è noto, contro un possibile presidente Abdullah Gül, l'attuale ministro degli Affari Esteri. Anche i militari hanno protestato con una lettera sul loro sito Internet, dicendo di essere preparati a "difendere il secolarismo".
In Turchia c'è la paura diffusa di un'islamizzazione del sistema politico e della società e un presidente del partito conservatore-islamico Akp con una moglie che porta il velo canalizzano questa paura. Fra i partecipanti alle manifestazioni, c'erano molte donne del campo kemalista o secolare, il che ha spinto il giornale liberale <Radikal> a titolare dopo i cortei: La forza delle donne.
Per il campo laicista la liberazione delle donne era già cosa fatta nei primi anni della Repubblica tra il 1924 e il 1934: con l'abolizione della poligamia, l'introduzione del Codice Civile (modello svizzero) e del Codice Penale (traduzione in gran parte del Codice Penale italiano del 1889) e il suffragio per le donne.
Nella loro opinione la Turchia era legalmente moderna anche se la società restava troppo conservatrice e legata alla religiosa per poter avanzare di più. Quest'interpretazione è molto popolare in Turchia, però ha poco a che fare con la realtà effettiva.
Le responsabilità del fronte laico
Negli ultimi anni del Novecento la Turchia era in realtà l'unico Paese in Europa che legalmente trattava le donne come inferiori rispetto agli uomini sia nel codice civile sia nel penale. Il capo della famiglia era il marito, la moglie necessitava il suo permesso se voleva lavorare e un omicidio nel nome del onore era punito meno di un omicidio "normale". Uno stupratore non veniva punito se si fosse sposato con la sua vittima e lo stupro era un crimine contro la società e non contro un individuo e non esisteva tra sposati. Il problema dunque erano anche le leggi.
Questa situazione è però cambiata completamente con l'introduzione di un nuovo, moderno codice civile nel 2001 e con un codice penale nel 2004 che dimostra l'importanza di un passo verso un sistema post-patriarcale che va via affrancandosi dalle ombre della tradizione, della sharia o i costumi dell'Ottocento. Non solo le leggi sono importanti, ma lo è anche il modo in cui sono state fatte: un grande processo di consenso con l'opposizione coinvolgendo anche la stampa e molte Ong. Una nuova qualità di democrazia in Turchia. Una vittoria per le donne e per il Paese.
In effetti però se le leggi sono cambiate, i fatti parlano ancora un vecchio linguaggio. In un ampio studio del Foro Economico Mondiale del 2006 la Turchia era al 105esimo posto su 115 paesi riguardo all'eguaglianza fra uomini e donne. In Europa la Turchia è il Paese con la percentuale più bassa di donne nel Parlamento e nel mercato di lavoro e ha il tasso più alto di donne analfabete.
Polarizzazione
Il paradosso delle riforme recenti è, che sono fatte in gran parte durante il Governo del Akp che i secolari accusano di voler introdurre la sharia, chiudere le donne nelle case e costringerle a portare il velo ecc.. La paura dell'islamizzazione è rimasta forte in una parte della società secolare che non si fida nel cambiamento verso un partito musulmano-democratico che si impegna per riforme democratiche e con un cammino chiaro verso l'UE di un'organizzazioni che ha radici nel movimento islamista. Con queste accuse però il campo secolare dimentica di non aver fatto molto per i diritti umani, i diritti delle donne, la democratizzazione del sistema politico e la modernizzazione delle leggi quando toccò a loro dirigere il Governo.
La soluzione alla polarizzazione non è certo quella di chiamare l'esercito ad intervenire, ma quella di confrontarsi democraticamente e di abituarsi a una situazione più pluralista: orientarsi ai fatti e non ai sentimenti. La trasposizione delle leggi nella realtà e il miglioramento della situazione attuale delle donne nel campo educativo, nel mercato di lavoro e nella politica dipende infatti dalla prosecuzione del processo democratico. Se questo processo potrà continuare anche dopo delle elezioni del 22 di luglio, al momento è solo probabile. Non per forza garantito. (Eddy Guzzeldere/OsservatorioIraq)

 

 

 

 

 

 

 

 

PARCHEGGI: COME
OPTARE
PER LE TECNOLOGIE

ISTANBUL E IL PARCO VEICOLI
Uno dei distretti della megalopoli turca ha puntato su una soluzione messa a punto
da <STS Technology> e <Alien Technology>

Istanbul opta per le tecnologie di identificazione a radiofrequenza per gestire il suo parco veicoli. In particolare, Pendik, uno dei distretti della maggiore città turca, ha puntato su una soluzione messa a punto da < STS Technology> e < Alien Technology>. I tag verranno piazzati sui finestrini dei veicoli pubblici e letti da dei reader che invece verranno messi all'ingresso (o all'uscita) dei parcheggi. Una soluzione che presto – dicono i responsabili del progetto – potrebbe essere estesa anche ai cittadini per il pagamento dei parcheggi.
"I benefici per il distretto", ha spiegato Tanhu Dizgec, presidente della filiate turca di < STS Technology>, "saranno molteplici. La soluzione, infatti, è uno strumento per ottenere una completa tracciabilità delle vetture, per assicurare sicurezza ai dipendenti pubblici e, in futuro, pagare il parcheggio. Visto il successo di questa applicazione siamo ora coinvolti in un'altra mezza dozzina di progetti in tutta la Turchia con altre municipalità e università".
"Tutto il sistema", ha detto Stephen Crocker, direttore di <Alien Technology Channel/Sales> per l'Emea e l'India, "si basa sul protocollo Epc. Ciò che stiamo cercando di fare è diventare un punto di riferimento per la tracciabilità dei veicoli, bansandoci sulla nostra possibilità di offrire tag a prezzi competitivi" (Rfid Italia)


 

 

 

 

 

 

CRONACA

 

 

14 FERITI

BOMBAAD ISTANBUL

Una bomba è esplosa qualche giorno fa fuori da un negozio a Istanbul, ferendo 14 persone. Lo ha riferito la polizia turca, mentre crescono le preoccupazioni per la violenza dei separatisti curdi.
L'agenzia di stampa ufficiale <Anatolian> ha detto che l'esplosione sembra essere stata provocata da una bomba a percussione, spesso usata dai militanti curdi e altri gruppi radicali attivi in Turchia.
Le autorità hanno avvertito di possibili attacchi da parte del Pkk a obiettivi civili e militari nelle città, in vista delle elezioni politiche del 22 luglio.
L'esplosione, che ha mandato in frantumi i vetri di molti negozi e uffici, è avvenuta nel quartiere di Bakirkoi della più grande città della Turchia, vicino all'aeroporto dove i militanti curdi hanno già colpito in passato.  
La Cnn turca ha mostrato ambulanze che accorrevano sulla scena e caricavano dei feriti e passanti in fuga. (Reuters)
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La polizia turca ha arrestato due militanti di estrema sinistra mentre stavano per piazzare una bomba sotto un ponte a Smirne. Indagando sulla possibile preparazione di attentati che mirano a perturbare le elezioni legislative del 22 luglio, la polizia è arrivata ai due, studenti di 21 anni,mentre trasportavano in una borsa una bomba di fabbricazione rudimentale.Gli agenti hanno perquisito i locali di un'associazione giovanile, dove hanno scoperto 2 Kg di esplosivo. (Ansa)
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Un allarme bomba per un aereo diretto a Istanbul e partito da Diyarbakir, nella Turchia sudorientale, si è rivelato infondato e il velivolo è atterrato come previsto nell'aeroporto di Istanbul.
Lo hanno riferito funzionari di <Onur Air>, dopo che la <Cnn> turca aveva annunciato che in seguito all'allarme l'aereo era stato dirottato su Ankara.
Le autorità turche sono in allerta dopo una serie di attacchi da parte dei separatisti curdi nella Turchia sudorientale. (Reuters)
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Ancora scontri tra soldati dell'esercito turco e ribelli curdi in Turchia . Nella provincia orientale di Erzincan, 3 guerriglieri del Pkk sono morti nel corso di scontri a fuoco seguiti all'attacco degli uomini del partito dei lavoratori del Kurdistan. Questi hanno attaccato una pattuglia militare, che ha aperto il fuoco per rispondere all'attacco. Scontri tra curdi e turchi anche nella provincia di Gumushane, nel nord della Turchia, dove un soldato dell'esercito turco è stato ucciso in un agguato dei separatisti curdi. (Asca-Afp)
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Ha provocato almeno un morto e sei feriti un'esplosione avvenuta in una sottostazione dell'energia elettrica nel settore occidentale di Istanbul, quello situato sul continente europeo. Lo ha riferito l'agenzia di stampa <Anadolu> secondo cui a perdere la vita è stato un dipendente dell'impianto, parzialmente raso al suolo dall'onda d'urto. non sono state ancora accertate le cause della deflagrazione ma non è escluso che possa essersi trattato di un atto terroristico: Il numero degli attentati è andando aumentando in Turchia nell'ultimo periodo. (Agi)

 

 

 

 

 

 

AD ANKARA

ATTENTATORIPRONTI A COLPIRE

Nuovi attentatori suicidi sono pronti a colpire nella capitale Ankara: è l'allarme lanciato dal Comando nazionale della Gendarmeria turca in un rapporto segreto inviato alcuni giorni fa alla Direzione generale per la Sicurezza e pubblicato dal quotidiano <Zaman>. Secondo il documento, due esponenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), Akif Ozdemir e Orhan Basutcu, sarebbero arrivati nel distretto di Izmir (Smirne), sulla costa mediterranea, la scorsa settimana. I due sarebbero tuttora nascosti nella zona e attenderebbero indicazioni per compiere un attentato suicida nella capitale. Altri tre attentatori suicidi, conosciuti come Aziz, Zeynel e Selim, sarebbero invece già giunti ad Ankara e si starebbero preparando per un attentato. Secondo il rapporto della Gendarmeria, i tre apparterrebbero a un gruppo vicino a Guven Akkus, il 28enne attentatore suicida che il 22 maggio ha provocato la morte di sei persone e il ferimento di altre cento nei pressi di un affollato centro commerciale ad Ankara. Secondo una fonte militare citata da <Zaman>, finora molti attentati del Pkk perpetrati in Turchia sono stati tenuti nascosti o sminuiti per evitare ripercussioni sul turismo. Ma ora l'Ufficio del Capo di Stato Maggiore ha deciso di cambiare strategia e rendere noti tutti i dettagli su ogni attacco.
Dopo aver ricevuto il rapporto della Gendarmeria, la Direzione generale per la Sicurezza e la Polizia di Ankara hanno innalzato il livello di allarme e rafforzato i controlli nelle piazze, negli edifici giudiziari, nei siti militari e della polizia e nei centri commerciali. (Aki-Adnkronos)

 

 

 

 

 

 

ABDULLAH GUL

INDAGATO PER IL VELO DELLA FIGLIA

Brutte notizie per Abdullah Gul. Il ministro degli Esteri turco e già candidato alla presidenza della repubblica per il Partito islamico-moderato, è sotto inchiesta da parte dello Yok, L'Alto Istituto per l'Istruzione turca. La colpa di Gul è quella di aver partecipato ad una cerimonia universitaria con sua figlia Kubra che indossava il turban, il velo islamico della tradizione turca.
Il fatto risale a qualche giorno fa quando all'Università di Bilkent, Kubra Gul ha preso parte alla consegna dei diplomi con un vistoso turban che le copriva la testa.
A rimetterci potrebbero essere gli stessi dirigenti dell'università, rei di avere permesso l'utilizzo del velo islamico in un edificio pubblico, nonostante una sentenza della Corte Costituzionale lo vieti. (
Apcom)

 

 

 

 

 

 

DUE CONIUGI TURCHI

DIVORZIANOPER DIFFERENZE POLITICHE

La coppia scoppia e la colpa è tutta della politica. Nurdan Akkin e suo marito Oczan Erdikler, rispettivamente candidati del Partito Democratico e del Genc Partisi, hanno deciso di porre fine al loro matrimonio che durava da sette anni per "irriducibili differenze politiche".
A dare il colpo di grazia alla loro unione e farli finire prima davanti al giudice che alle urne è stata la scelta di entrambi di entrare in politica e candidarsi in partiti differenti alle prossime elezioni. la separazione è stata consensuale ma a prendere la decisione sarebbe stato l'uomo ormai stanco delle continue liti ed anche della voglia di affermazione politica della consorte.
"Mia moglie - ha detto Erdikler - è stata influenzata negativamente dai suoi amici e compagni di partito. Le auguro di arrivare in Parlamento". (Apcom)

 

 

 

 

 

 

DALL'IRAN

ARMIPER I RIBELLI DEL LIBANO

Sulla base d’informazioni dei Servizi Segreti, un carico d’armi è stato recentemente scoperto in Turchia. Era inviato dall'Iran alla milizia Fatah Al-Islam in Libano per  combattere il governo  libanese. Il 29 maggio, un treno proveniente da Iran e con la destinazione  Siria, è stato deragliato in Turchia. L'esercito turco ha scoperto armi ed i missili nascosti in modo professionale nel treno per essere passato clandestinamente in Siria. Secondo le fonti interne del regime, un agente della forza Qods di nome Aljouri avrebbe dovuto ricevere le armi in Siria per inviarle all’Hezbollah ed alla milizia del Fatah Al-Islam in Libano.
Fatah Al-Islam è il gruppo che si batte contro il Governo libanese nel campo di Nahr el-Bared. Il dirigente di questo gruppo sostenuto dal regime iraniano è un uomo chiamato Al-Abbasi. Sulla base d’ordini dati dalla forza terroristica Qods del corpo dei Guardiani della rivoluzione d’Iran (la CGR), questo gruppo ha recentemente aumentato le sue attività terroristiche in Libano:
- Un attacco armato contro la banca Albahr Almotevaset di Tripoli in cui hanno rapinato 125.000 dollari.
- Infiltrarsi nei dintorni di Tripoli nel nord del Libano e spiegamento di milizie nei settori residenziali.
- Attacco delle forze armate libanesi.
È dunque chiaro che i combattimenti che si svolgono ora in Libano e che hanno provocato morti, feriti ed un esodo, sono alimentati dal regime iraniano che cerca di creare nuove crisi. (Cnri)

 

 

 

 

 

 

DALLA POLIZIA

BLOCCATI 23 UOMINI DI AL QAEDA

La polizia turca ha arrestato nella provincia nord-occidentale di Bursa 23 persone sospettate di avere contatti con la rete terroristica di al Qaeda. Lo ha reso noto l'agenzia turca <Anadolu>.
Nelle settimane scorso la stessa polizia aveva arrestato con la la medesima accusa altre persone, tra cui, alla fine di maggio, 13 uomini che erano stati in Afghanistan probabilmente per addestrarsi. (da Ansa)

 

 

 

 

 

 

AI SENSI DELL'ART. 301 C.P

ARRESTATOIL FIGLIO DI HRANT DINK

A