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<TURCHIA
OGGI> - A PARTE LA DOCUMENTAZIONE DELL'AMBASCIATA DI ITALIA AD
ANKARA E DELL'ICE DI ISTANBUL - SI AVVALE PER LE NOTIZIE E GLI
ARTICOLI RIPORTATI SUL SUO WEB, E NATURALMENTE RELATIVE ALLA TURCHIA,
DELLE NEWS
GIA' APPARSE IN ALTRI SITI O GIA' PUBBLICATE SU QUOTIDIANI E
RIVISTE. NON FA ALTRO CHE ASSEMBLARLE, NELLA CONVINZIONE CHE SIANO
DI MAGGIORE UTILITA' PER QUANTI HANNO UN QUALCHE INTERESSE PER
QUESTO PAESE. <TURCHIA OGGI>, AD
OGNI MODO, E' SEMPRE A VOSTRA DISPOSIZIONE.
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PRIMO
PIANO
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OLTRE
IL VUOTO
L'ATTENTATO DI
ANKARA
LA TURCHIA DEVE
REAGIRE
ALLE BOMBE PER EVITARE CHE IL PAESE - A DUE MESI DALLE
CONSULTAZIONI ELETTORALI - POSSA DIVENTARE PREDA DEI DISORDINI
E DELLA PIAZZA. IL NUMERO DELLE VITTIME
Ci
risiamo. Proprio quando il turismo in Turchia dava segni di
una ripresa a dir poco sorprendente rispetto alla stagione
negativa dell'anno scorso, ecco che l'attentato di Ankara
riporta ancora una volta il Paese in quel clima di insicurezza
che è proprio quello che vogliono i terroristi. Quale sigla
abbia firmato la strage - costata la vita a 7 persone mentre
altre 120 sono rimaste ferite - ha in fondo una importanza
relativa. Che a mettere la bomba al plastico sia stato un
guerrigliero del Pkk invece che un fanatico islamico di al
Qaeda , o viceversa, non fa ritornare certo in vita i morti.
Semmai ci si chiede come mai i servizi di sicurezza turchi che
- a detta di alcuni sarebbero efficientissimi - non sapessero
nulla circa la preparazione di un piano eversivo così cruento
portato a termine contro un affollato centro commerciale della
capitale ed in pieno centro. Eppure a due mesi esatti dalle
consultazioni elettorali di luglio l'intelligence locale
avrebbe dovuto prevedere che una qualche organizzazione
terroristica si sarebbe prima o poi fatta sentire. E,
purtroppo, prima che poi. Mai la situazione, nel Paese della
Mezzaluna, è stato così delicata e ci vuole poco - se
l'allerta non è alta - perché questa possa precipitare
facendo ricordare ai turchi momenti storici che invece si vogliono dimenticare. Sarebbe bene, quindi, che il Governo
Erdogan, i laici, e - perché no - anche i
militari si rendessero conto che la Turchia può andare avanti
verso la strada che porta all'Unione Europea solo stringendo
un patto di solidarietà contro il comune nemico: che poi è
quello che vuole, oggi come ieri, la disgregazione del Paese.
Una nazione ingovernabile e sotto i colpi degli attentati, non
invoglia nessuno: né i turisti che vogliono trascorrervi le
loro vacanze, né tanto meno Bruxelles, di per sè già poco
propensa a far entrare Ankara nel <Club dei Ventisette>.
In quanto a quest'ultima - sempre così ammiccante nei
confronti delle formazioni eversive, sempre così solerte a
richiamare Ankara all'ordine circa i diritti civili e le
rivendicazioni etniche e quant'altro, sempre così solerte a a
gridare la sua avversione per le Forze Amate turche - dovrebbe
farla finita di appoggiare direttamente ed indirettamente i
terroristi camuffati con sigle sedicenti. Una Turchia
destabilizzata diventerebbe infatti a sua volta
destabilizzante anche per il Vecchio Continente. E nessuno,
credete, vuole questo. (Turchia
Oggi)
FERMATI
CON 11 KG di A-4
Un uomo ed una donna che preparavano un attentato
terroristico con 11.3 chili di esplosivo A-4 sono
stati arrestati ieri nella città meridionale
mediterranea di Adana. Lo ha reso noto l'agenzia turca
<Anadolu> precisando, che i due sono stati
fermati in un taxi. La donna aveva in una borsa anche
due bombe a mano e 12 detonatori. (Swisspolitics.org) |
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AL GOVERNO
LE CRITICHEDEL
PRESIDENTE OZ
Lunedì scorso, 21
maggio, è stato l'ultimo giorno di lavoro di Nuri Oz da
presidente della Corte Suprema di Appello ma prima di farlo ha
voluto lanciare un messaggio ben preciso al Governo Erdogan,
al quale non ha risparmiato qualche pesante critica.
Sottolineando l'importanza della magistratura nel tutelare la
forma democratica dello Stato, Oz ha detto che il più grosso
problema della Turchia è l'indipendenza della magistratura al
potere politico, la presenza di partiti anti-democratici e la
corruzione generale del sistema. Oz ha poi aggiunto che
l'attuale Governo in carica non ha fatto assolutamente nulla
per cercare di correggerli.
Quando si è toccato il tasto della riforma costituzionale,
fatta passare recentemente dal Governo islamico-moderato di
Recep Tayyip Erdogan, Oz ha affermato: "Le regole
contenute nella Costituzione sono ancora valide e scegliere di
cambiarle per cercare di risolvere una crisi causa tensione in
politica e nella società si rischia di limitare
l'imparzialità e la garanzia di equidistanza che dovrebbe
essere propria del presidente della Repubblica". (Apcom)
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LA
BACCHETTATA
L'Associazione dei giovani industriali turchi (Tugik)
ha bacchettato i partiti politici. Hasim Sesli,
presidente della Tugik, ha accusato le varie
formazioni politiche di aver presentato programmi poco
chiari in vista del voto del prossimo 22 luglio. Sesli
ha anche detto che l'Akp, il partito islamico-moderato,
che ha guidato il Paese negli ultimi 5 anni, ha
operato sostanziali cambiamenti nel mondo economico
nazionale.
Da segnalare che il il Capo del Governo
incontrerà la Tusiad (Confindustria turca) per
fare il punto della situazione e soprattutto per
cercare il suo appoggio in vista del voto del 22
luglio. (Apcom) |
I
MILITARIE LE
ELEZIONI
Il
prossimo 22 luglio in Turchia si vota ed anche
l'esercito si prepara a questo importante appuntamento,
seguito con sempre maggiore attenzione da media e
opinione pubblica.
Il personale militare non potrà andare in ferie in quel
periodo o usufruire delle licenze. Il provvedimento è
stato adottato per favorire l'adesione al voto da parte
dei componenti delle Forze Armate e riguarda
direttamente e indirettamente circa mezzo milione di
persone. (Apcom) |
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INTERVISTA DI FABIO
SALOMONI, PROFESSORE DI CULTURA ITALIANA AD ISTANBUL, AL
GIORNALISTA DEL <CUMHURIYET>, GURAY OZ
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I
motivi per i quali centinaia di
migliaia di persone sono
scese in piazza per manifestare contro
Governo e nazionalisti
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RISCHIO
DI UNA ISLAMIZZAZIONE
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A
SAMSUN
LA
4° MARCIA PER LA LAICITA'
Decine
di migliaia di turchi hanno partecipato a una
manifestazione in difesa della laicità dello Stato a
Samsun, sul Mar Nero. Dopo quelle tenutesi a Istanbul,
Ankara e Smirne nelle settimane scorse, si tratta
della quarta protesta popolare di massa contro il Governo guidato dal premier filo-islamico Recep Tayyip
Erdogan, leader dell'Akp, il Partito per la Giustizia
e lo Sviluppo. Intonando slogan quali "No alla
sharia!" (la legge coranica, ndr) e "La
Turchia è laica e rimarrà laica!", la folla ha
invaso la piazza principale della città. La
manifestazione è stata indetta sulla scia
dell'accordo stretto tra i due principali gruppi di
opposizione: il Chp, o Partito Repubblicano del
Popolo, e il più piccolo Dsp. Le due formazioni
politiche si sono impegnate a lanciare una battaglia
comune contro la decisione del premier di tenere nuove
elezioni il 22 luglio. La crisi, ormai istituzionale,
va avanti da diverse settimane e vede coinvolti da un
lato la formazione islamica guidata da Erdogan,
dall'altro le opposizioni e le forze laiche, di cui
come di consueto si sono voluti fare interpreti i
vertici delle Forze Armate, preoccupati del crescente
dominio dell'Akp in diversi e sempre maggiori ambiti
della vita pubblica. A scatenare la scintilla era
stata in particolar modo la designazione del ministro
degli Esteri, Abdullah Gul, come candidato del partito
di Erdogan alla Presidenza della Repubblica; Gul si è
poi ritirato, non avendo raggiunto per due volte di
seguito il prescritto quorum in Parlamento, cui spetta
l'elezione del capo dello Stato. (Agi) |
Güray
Öz è uno dei direttori responsabili del quotidiano
<Cumhuriyet>
(La Repubblica), dal 1924 bastione della Turchia
kemalista e laica, organizzatore delle manifestazioni di
queste settimane. <Panorama.it> lo ha
intervistato per capire quali sono le ragioni che hanno
indotto
centinaia di migliaia di persone a scendere in
piazza contro l’ipotesi di un presidente della
Repubblica filoislamico eletto dal partito di Governo
Akp.
Il suo giornale è stato promotore mesi fa della
campagna "Siete coscienti del pericolo?",
contro il rischio di una deriva fondamentalista nel Paese…
Il giornale ha voluto lanciare un avvertimento al Paese
rispetto alla situazione politica. Negli ultimi cinque
anni è in atto un tentativo di islamizzare il Paese.
C’è il pericolo di trasformare il nostro paese in un
Paese confessionale, di minare la laicità conquistata
con la repubblica nel 1923. Quando si mina la laicità
si mina anche la democrazia. Nei Paesi in cui vige la
sharia la democrazia è impensabile, la laicità è una
condizione indispensabile per la democrazia e questi due
elementi sono inseparabili, vanno di pari passo. Il
nostro appello ha trovato via via consensi crescenti che
sono sfociati nelle manifestazioni delle ultime
settimane, organizzate dalle associazioni della società
civile.
Chi sono le persone che hanno partecipato alle
manifestazioni ?
La classe media. Le persone che hanno partecipato sono
la colonna portante del paese, non settori marginali
della società. Si parla di tre-quattro milioni di
presenze.
Le manifestazioni sono state criticate perché
organizzate dall’esercito
Non c’è niente di più democratico di una
manifestazione, l’esercito non ha partecipato, non
credo si sia trattato di manifestazioni
antidemocratiche. La prima
manifestazione
è stata il 14 aprile, prima |
che
arrivasse il comunicato dello Stato Maggiore.
Qual è la sua opinione rispetto al ruolo delle Forze Armate?
Io non vorrei che i militari si occupassero di politica.
Personalmente ho molto sofferto nei due precedenti colpi
di stato, del 1971 e del 1980, ho dovuto vivere per anni
in esilio all’estero. In passato la gente si è
trovata di fronte all’alternativa tra sharia e colpo
di stato. E’ un aut aut che la gente scesa in piazza
di fatto ha rifiutato. Lo slogan era né sharia né
golpe.
Nelle manifestazioni si respirava un clima di
ostilità nei confronti dell’Europa…
Nei confronti della UE e degli Stati Uniti. Contro
l’America per i suoi giochi nel Medio Oriente che
possono produrre seri pericoli per la Turchia. Contro la
UE perché l’Unione non vede di buon occhio il nostro
Paese, in qualche modo lo sta ingannando. Si comporta
come se volesse l’adesione turca e nello stesso
momento cercasse di allontanarne la sua specificità.
Tutto questo provoca nelle persone una profonda
diffidenza che si è ritrovata anche nelle
manifestazioni.
Cosa pensa delle riforme realizzate negli ultimi
cinque anni?
I cittadini di questo paese cercano di realizzare queste
riforme da almeno quarant’anni e non hanno lasciato
nulla di intentato. Sono finiti in carcere, sono stati
torturati, hanno fatto di tutto per le riforme. Adesso
si pensa che le riforme attuate siano state fatte grazie
all’Unione Europea. Per le persone come me, dire ora
che l’Europa ha reso possibili queste riforme suona
come una grande ingiustizia.
Quale sarà il problema più urgente per il
nuovo Parlamento?
La laicità e poi l’elezione del nuovo presidente
della repubblica perché, nonostante gli sforzi dell’Akp,
è tecnicamente impossibile eleggerlo prima delle
elezioni politiche di luglio. (Fabio Salomoni/Panorama.it) |
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LAICISTA
ED
INTRANSIGENTE
PALAZZO
CANKAYA IL SETTENNATO
DEL PRESIDENTE USCENTE, AHMET NECDET
SEZER, SECONDO ALCUNI AVREBBE DELUSO
Indipendente,
incorruttibile, libero pensatore: Ahmet Necdet Sezer, la cui
autorità non derivava né dai circoli della politica, né dal
potere dei militari, si è proposto come garante della
democrazia e dello stato di diritto. Giurista imparziale e di
professione, la sua scelta per la più alta carica dello stato
alimentò molte speranze, prima fra tutte che la strada verso
l’Europa fosse spianata. Se paragonato al suo predecessore,
il vecchio Süleyman Demirel, autentico dinosauro della
politica, il 59enne homo novus ispirava sentimenti di
apertura e rinnovamento.
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L'homo novus
Già presidente della Corte Costituzionale Sezer era un
outsider nel campo della politica. In verità, l’allora
Primo Ministro Bülent Ecevit avrebbe preferito una seconda
candidatura dell’uscente Demirel. Ma la sua maggioranza in
Parlamento si rifiutò di votare un emendamento costituzionale
necessario per permetterne la rielezione e di conseguenza la
scelta cadde su Sezer. In quanto neutrale, era un candidato
che incontrava i favori sia dei nazionalisti che degli
islamisti. L’elezione del 6 maggio 2000 fu così raggiunta
con l’accordo di tutti i partiti e con la benedizione della
stampa occidentale.
Oggi che è giunta l’ora di scegliere il successore, il
bilancio della presidenza Sezer è in chiaroscuro. Molti
osservatori sono critici circa il suo impegno
sull’integrazione con l’Unione Europea. "In ultima
analisi, si può dire che non ha soddisfatto le aspettative"
sostiene Jan Senkyr, della Fondazione <Konrad Adenauer> di
Ankara. "In principio si è espresso per le riforme
economiche e la libertà di pensiero ma, alla fine, più che
un motore del cambiamento è diventato un freno per le riforme". Le ragioni sono da ricercare più che in un
cambiamento delle opinioni di Sezer, nel mutato quadro
politico della Turchia.
Quando lasciò a casa la moglie di Erdogan perché velata
Il 3 novembre 2002 il Governo conservatore di Bülent Ecevit
fu sciolto in seguito alla vittoria elettorale del Partito per
la Giustizia e per lo Sviluppo (Akp nella sigla turca) guidato
da Tayyip Erdogan. Sezer vide in questo partito di
orientamento islamico moderato una minaccia per il laicismo.
Più volte si rifiutò di apporre la sua firma sulle leggi del
Governo e si oppose alla nomina di nuovi giudici e funzionari
pubblici. "Sezer ha respinto ogni tentativo di riforma che
potesse minare la natura laicista della repubblica», dice
Senkyr. «Inoltre ha bloccato il progetto di avvicinamento
all’Europa così come le riforme per equiparare i diritti
delle minoranze religiose".
Nei confronti di Erdogan i rapporti sono stati tesi non solo
su un piano squisitamente politico. Dato che sua moglie, la
Signora Emine, indossa abitualmente il velo islamico, Sezer
invitò il premier da solo ai ricevimenti di Stato. Anche alle
altre mogli dei ministri dell'Akp che indossano il velo negò
l’ingresso nel palazzo presidenziale. "Erdogan e Sezer
hanno idee politiche completamente differenti", sostiene
Senkyr, "e non si fidano l’uno dell’altro". Con ogni
probabilità Sezer credeva, come molti kemalisti, che l'Akp
avesse un piano segreto per islamizzare lo Stato turco.
Sebbene non fosse nei poteri del presidente opporsi alla
legittimità del nuovo Governo, non ha perso occasione per
intralciargli il cammino. "Secondo la Costituzione, il
presidente non ha diretti compiti di Governo", spiega Senkyr
"ma gode di grande prestigio in quanto successore di
Atatürk,
fondatore dello stato". È comandante in capo delle Forze
Armate, una carica importante in uno stato fortemente
influenzato dall’esercito, anche se, fin dall’inizio del
mandato, le relazioni con i militari sono state difficili.
Dalla parte dei kemalisti
Il clima è teso fin dal 2000, quando Sezer rischiò un
contrasto aperto con i militari, perché negò di apporre la
sua firma ad un decreto che permetteva al Governo di
allontanare dagli uffici pubblici gli impiegati di origine
curda o gli islamici praticanti. Ha sostenuto l’abolizione
della pena di morte, la limitazione del potere dell’esercito
e appoggiato la lotta alla corruzione. Dopo la vittoria dell'Akp
si avvicinò ai circoli kemalisti e mise il laico
intransigente Yasar Büyükanit alla guida delle Forze Armate.
Anche in altre circostanze Sezer si schierò dalla parte dei
kemalisti. Come quando non tributò i dovuti onori a Orhan
Pamuk – lo scrittore turco che vinse il nobel della
letteratura nell’ottobre 2006 – perché reo di aver
riaperto la questione del massacro degli armeni. Oppure quando
non partecipò ai funerali di Hrant Dink, giornalista armeno
ucciso da un giovane nazionalista. In definitiva, nonostante
alcuni impulsi positivi, Sezer sì è erto a difesa dei vecchi
concetti kemalisti, dove prima viene lo Stato e poi, a volte,
il cittadino. (Ulrich Schwerin/Cafebabel.com)
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| GIORGIO
GIRELLI CAVALIERE
DI GRAN CROCE
L’ambasciatore
della Repubblica di San Marino presso la Repubblica di
Turchia Giorgio Girelli è stato insignito da parte del
presidente Giorgio Napolitano della onorificenza di
Cavaliere di Gran Croce, la più elevata al merito della
Repubblica Italiana. La nomina è stata concessa “in
considerazione di particolari benemerenze”, su
proposta del presidente del Consiglio, Romano Prodi e
sentita la Giunta dell’Ordine “Al merito della
Repubblica Italiana”.
Giorgio
Girelli è stato ufficiale di complemento dell’arma
aeronautica, direttore generale del Senato Italiano,
consigliere al Quirinale dei presidenti Francesco
Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro nonché Consigliere
Regionale. Attualmente, oltre a ricoprire l’incarico
di presidente del Conservatorio “Rossini” di Pesaro,
l’ambasciatore Girelli a corredo dei suoi compiti di
istituto è compartecipe di iniziative che promuovono in
Italia l’approfondimento della conoscenza delle
specificità della Repubblica di San Marino nonché
della articolata realtà economica e culturale presente
nella repubblica di Turchia, come recentemente ha avuto
modo di fare in conferenze a Fermo, Campobasso e Roma.
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IL
"NO" ALIMENTERA' UN
SENTIMENTO
ANTI-EUROPEO
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LA RISPOSTA
L'AVVERTIMENTO
DEL PRIMO
MINISTRO TURCO RECEP TAYYIP ERDOGAN AL NUOVO
PRESIDENTE FRANCESE NICOLAS SARKOZY. LA
TELEFONATA PER "CONTATTI DIRETTI" SULLA QUESTIONE
Il
Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha
telefonato al neopresidente francese Nicolas Sarkopzy
proponendo "contatti diretti" sull'adesione di
Ankara all'UE. Secondo fonti dell'Ufficio del premier,
è la prima volta che i due si sono parlati da quando
Sarkozy è arrivato all'Eliseo. Nei giorni scorsi
Erdogan aveva avvertito che una
opposizione della Francia all'ingresso della Turchia nell'Unione Europea
non farà che alimentare il sentimento anti-europeo presso i turchi,
danneggiando ulteriormente i legami bilaterali. ''Sarkozy deve superare
i suoi pregiudizi . Se vogliamo unire delle civiltà
all'interno dell'UE, se diciamo che l'UE non è un club
cristiano, allora Sarkozy dovrebbe rivedere le sue
opinioni'', aveva detto Erdogan a Istanbul nel corso
dell'assemblea annuale dell'Istituto internazionale
della stampa. Sarkozy si è più volte detto contrario
all'entrata della
Turchia nell'Unione Europea, affermando che la maggior
parte del territorio turco si trova in Asia e che il
progetto di un'Europa politica unita sarebbe reso
impossibile da un eccessiva estensione delle frontiere
dell'Unione.
Anche recentemente il presidente francese aveva ribadito il suo
"no" al presidente della Commissione europea,
Josè Manuel Durao Barroso. Rispondendo alle domande dei
giornalisti al termine dell'incontro con il vertice
dell'UE a Bruxelles, Sarkozy infatti ribadito:
"Non ho cambiato idea e non vedo come io possa
essere un candidato con un'opinione e un presidente con
un'altra, non penso che per la Turchia vi sia posto in
Europa". Per il Capo dell'Eliseo, "l'Europa
deve avere delle frontiere e deve dare maggiore
precisione al principio della capacità di
assorbimento". Barroso era intervenuto sul tema
pochi minuti dopo ribadendo da parte sua di essere
"per il proseguimento dei negoziati" con
Ankara. Ora per il presidente della Commissione
"non bisogna sovraccaricare l'agenda del |
Consiglio
europeo di giugno sospendendo i negoziati con i Paesi
candidati".
La risposta del Primo Ministro turco non si era fatta
attendere.
''Il mio popolo ha delle
preoccupazioni nei confronti dell'Unione Europea. La
posizione
negativa di un Paese (sull'entrata della
Turchia) porta qui (in Turchia) a una posizione negativa
nei confronti di questo Paese'', aveva spiegato Erdogan,
aggiungendo che ''un messaggio mal compreso su questo
tema cambierà l'atteggiamento dei turchi verso la
Francia, perciò Sarkozy probabilmente deve prendere in
considerazione ciò''.
Da segnare, su questo tema,un intervento di Romano Prodi a margine di un
convegno. Il presidente del Consiglio italiano si
era detto "convinto che la Turchia appartenga
all'Europa", ma "non posso nascondere - aveva
aggiunto - che il negoziato di adesione è lungo e
complesso e che occorre avere pazienza e perseveranza
per portarlo a buon fine".
(ASCA-AFP) |
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LA FRANCIA
SPINGE
VERSO
IL PARTENARIATO
Come anticipato in
campagna elettorale da Nicolas Sarkozy, il nuovo
segretario agli Affari Europei Jean-Pierre Jouyet
ha auspicato ai microfoni di <Rtl> la creazione di
"un partenariato privilegiato" fra Turchia
e UE.
Pressato dai giornalisti a Bruxelles, Jouyet
è restato più vago quando gli è stato chiesto della
volontà del nuovo governo francese di bloccare o meno già
a giugno i negoziati in corso per l'adesione della
Turchia all'UE. "La posizione del presidente su
questo punto è perfettamente chiara", si è
limitato a dire Jouyet.
"Quello che è più urgente, è fare
uscire l'Unione Europea dall'empasse
istituzionale". L'aperto riferimento alla
questione istituzionale, in realtà, lascia pensare che
per il momento Parigi non compirà passi eclatanti.
Entro il 30 giugno prossimo, quando scade la presidenza
tedesca dell'UE, in effetti, i 27 devono decidere se
aprire tre nuovi capitoli negoziali con la Turchia.
Sarkozy, secondo molti osservatori, non ha interesse a
creare una crisi con Ankara proprio in un momento in cui
la Cancelliera tedesca Angela Merkel sta cercando uno
sblocco alla questione istituzionale, al Consiglio
Europeo che riunirà a Bruxelles i Capi di Stato e di Governo
dei 27 il 21 e 22 giugno prossimo. |
JOHN
NEGROPONTE:
"SARKOZY, RIFLETTI"
Gli Usa hanno chiesto
al neo presidente francese, Nicolas Sarkozy, di
riflettere prima di chiudere la porta dell'UE ad Ankara.
Sarkozy aveva detto chiaramente in campagna elettorale
che la Francia si opporrà all'ingresso della Turchia
nell'UE. Nel giorno del suo insediamento all'Eliseo, il
numero due del Dipartimento di Stato Usa, Joh Negroponte,
lo ha pregato ha chiesto di "riflettere a quelle
che sarebbero le conseguenze in Turchia e nella regione
se la porta fosse totalmente chiusa". (Ansa) |
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TURCHIA:
INCONTRO IN SENATO
LE
FRONTIEREDELL'EUROPA
"La
Turchia e le frontiere dell'Europa": questo il tema di un
incontro che si terrà mercoledì 6 giugno alle h 18.00 presso
la Sala Commissione Difesa del Senato della Repubblica.
Introdurrà Aldo Di Lello, direttore di <Imperi>.
Moderatore Paolo Quercia, analista di relazioni
internazionali. Ai lavori prenderanno parte l'ambasciatore
della repubblica turca Ugur Ziyal, il presidente della
Commissione Affari Esteri di palazzo Madama, sen. Lamberto
Dini, la prof.ssa Meliha Altinisik rappresentante del Centro
Studi Strategici del ministero degli Esteri turco, il
vice-presidente del Groppo di An in Senato, sen. Alfredo
Mantica.
Per qualsiasi informazione questi i punti di riferimento: fax.
06-67063587, tel. 06-67065475 e-mail.
annarita.mariano@senato.it |
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POLITICA ESTERA
E
SICUREZZA
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L'INTERVISTA
COLLOQUIO
PER LA <VOCE D'ITALIA> DI CARLO
FRAPPI CON L'AMBASCIATORE
TURCO IN ITALIA, UGUR ZIYAL
La
Turchia attraversa oggi uno dei più delicati momenti
di transizione della propria storia repubblicana. Il
vivace dibattito politico e l’ampia partecipazione
popolare mostrano un paese in fermento, attento alle
direttrici che la Turchia va perseguendo sul piano
interno ed internazionale.
La crescente instabilità irachena, legata a doppio
filo all’intensificarsi delle attività
terroristiche del Pkk, rappresenta su questo sfondo
una delle principali sfide che la politica estera di
Ankara si trova a fronteggiare. Una sfida tanto più
significativa in ragione dei riflessi diretti che essa
ha tanto sulla politica di sicurezza, quanto sui
rapporti con i tradizionali alleati occidentali e
partner regionali del Paese. Ne abbiamo parlato con
l’Ambasciatore della Repubblica di Turchia in
Italia, S.E. Sitki Ugur Ziyal.
In che modo è cambiata la politica estera e
di sicurezza turca in relazione al lancio
dell’operazione Iraqi Freedom nel 2003?
Il conflitto in Iraq ha influenzato notevolmente la
politica estera turca. L’intervento americano ha
finito per destabilizzare l’Iraq che rappresenta
oggi non, come ci si aspettava, una fonte di
democrazia e di futuri cambiamenti nella regione, ma
piuttosto una fonte di instabilità e di
preoccupazione per tutti gli attori e le
organizzazioni internazionali.
Tutti cerchiamo di ricompattare l’Iraq, ma ciò non
sarà possibile sino a quando non saranno gli iracheni
stessi a volerlo. Quello che stiamo facendo oggi è
dunque tentare di contenere l’instabilità sino a
che essi non riusciranno a trovare tra loro una forma
stabile di compromesso, poiché il vuoto di potere
generato dalla caduta del passato regime è oggi
riempito da attori diversi e non statali. Si sta
generando una scenario da incubo al quale la comunità
internazionale deve dare primaria importanza.
Rispetto alla Turchia, non essendo noi stati parte
delle operazioni militari, per un certo periodo non
siamo stati neanche coinvolti in Iraq sul piano
politico. La nostre relazioni economiche con il nord
Iraq e con il resto del paese tuttavia continuano: la
Turchia ha circa 3 miliardi di dollari di scambi con
l’Iraq, il che la rende uno dei più importanti
partner iracheni per il commercio. Allo stesso tempo,
la stabilità politica della regione, l’integrità
territoriale e la stabilizzazione dell’Iraq hanno
per la Turchia un’importanza primaria. Per
perseguire questi obiettivi, abbiamo preso
l’iniziativa dell’organizzazione di conferenze
periodiche tra gli stati confinanti con l’Iraq,
adesso allargate anche ai membri del G8 ed ai restanti
membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Quali sono gli obiettivi della Turchia
rispetto al futuro assetto istituzionale iracheno?
La Turchia rappresenta l’unico stato democratico
della regione: per quanto possa apparire utopistico,
vorremmo che l’Iraq diventasse uno stato democratico
e stabile. Dunque per prima cosa che, all’interno
del territorio nazionale, gli iracheni riuscissero a
trovare un accordo su come organizzare il loro Paese.
Vorremmo inoltre che si procedesse verso l’unità
del paese, non verso il suo smembramento. Tutti i
gruppi etnici presenti in Iraq sono responsabili e si
devono impegnare in tal senso: essi devono dimostrare
di essere iracheni prima di tutto.
In terzo luogo la situazione di sicurezza deve
essere migliorata.Questi sono i tre aspetti più
importanti sui quali stiamo lavorando tanto con i
paesi confinanti, quanto con tutti i gruppi
interni all’Iraq, non solo turcomanni o sunniti.
Ritiene che le forze della coalizione oggi
presenti in Iraq condividano gli stessi obiettivi?
Si, certamente. Gli obiettivi sono gli stessi, sono i
metodi che differiscono. Da parte nostra, avevamo
chiarito, all’inizio dell’operazione, che tali
metodi non avrebbero funzionato, così come si è
verificato. C’è bisogno di un cambiamento di
strategia e ritengo che il percorso tracciato dalle
conferenze rappresenti un’iniziativa in tal senso.
L’avvio delle operazioni militari in Iraq è
coinciso con la unilaterale rottura del
cessate-il-fuoco proclamato, nel 2000, dalla
formazione terroristica del Partito dei Lavoratori del
Kurdistan (Pkk). Qual è la relazione
tra le due problematiche?
L’Iraq è molto importante per la Turchia sotto
diversi aspetti. Uno di questi è quello della
sicurezza. In passato il Pkk ha goduto di safe heavens
in un altro paese confinante [la Siria, ndr.]
con il quale la Turchia ha oggi ottime relazioni. Ciò
è molto importante e va tenuto in considerazione.
Oggi il Pkk beneficia di zone franche in nord Iraq, da
dove conduce attacchi terroristici in territorio
turco. La responsabilità di bloccare questi attacchi
ricade sugli Sati Uniti come potenza occupante, sugli
iracheni in quanto governo centrale e sui curdi in
quanto governo locale. Essi debbono riprendere il
controllo dei santuari del Pkk, evitare che i
terroristi possano organizzarsi ed onorare gli impegni
che hanno assunto nei confronti della comunità
internazionale in generale e della Turchia in
particolare.
Con i leader curdi Barzani e Talabani abbiamo avuto in
passato ampie relazioni ed abbiamo cooperato nel
tentativo di combattere il terrorismo. Se oggi
l’Iraq del nord è stabile, lo si deve
all’operazione Provide Comfort [1991–1996, ndr.],
attivamente sostenuta dalla Turchia. Nel futuro
dell’Iraq non ci dovrà essere spazio per alcun tipo
di terrorismo.
Innanzi alla incapacità delle forze della
coalizione e di quelle irachene di reprimere le
attività terroristiche del PKK in territorio
nord-iracheno, esponenti di primo piano
dell’esercito e dell’esecutivo turco hanno
ripetutamente minacciato di intraprendere direttamente
iniziative militari oltre confine. Come bisogna
interpretare questo tipo di dichiarazioni?
Ogni Stato ha il diritto di difendersi dalla
minaccia del terrorismo, anzitutto attraverso la via
diplomatica. Se questa non dovesse funzionare, bisogna
tuttavia usare la forza, in via legittima e condivisa.
Questo è esattamente il punto in cui ci troviamo.
Stiamo tentando di risolvere il problema attraverso la
via diplomatica, attraverso la persuasione, chiedendo
ai leader statunitensi, iracheni e curdi di assumersi
le rispettive responsabilità. Ma alla fine non
potremo stare a guardare mentre si continuano ad
ignorare gli attacchi del Pkk che colpiscono la
Turchia e che stanno danneggiando il Paese. Dobbiamo
interromperli.
Barzani e Talabani rappresentano in questa
prospettiva interlocutori credibili?
Al di là delle azioni concrete od intenzioni, le loro
dichiarazioni non sembrano rispondere allo spirito di
quello che dovrebbe essere un buon rapporto di
vicinato tra le due nazioni. Dichiarano di voler
respingere e di non accettare minacce terroristiche
provenienti dai loro territori e dirette verso la
Turchia, ma non fanno nulla per fermarle. In questo
caso dovrebbero dunque lasciare questa responsabilità
a chi è in grado di assumerla direttamente. E’
stato fatto in passato, d’altro canto.
In una recente intervista, l’ambasciatore
statunitense in Turchia ha accusato gli alleati di
Ankara – con l’eccezione degli Usa – di non
sostenere sufficientemente la lotta della Turchia al
terrorismo di matrice curda. E’ d’accordo?
Si. Il Pkk è un’organizzazione terroristica
riconosciuta come tale dall’Unione europea. I mezzi
impiegati nei confronti di altre organizzazioni
terroristiche, non sono tuttavia utilizzati nel caso
del Pkk. Potrà forse andare contro le loro
convinzioni ideologiche, le loro simpatie o contro lo
stesso ordine costituito, ma gli stati europei devono
necessariamente confrontarsi con le rispettive
responsabilità e fare di più nella lotta al Pkk, se
sono sinceri nella dichiarata volontà di contrastare
il terrorismo su scala globale.
Il futuro della regione di Kirkuk è un
ulteriore motivo di preoccupazione turca rispetto al
futuro assetto istituzionale iracheno. Potrebbe
spiegare il punto di vista turco a riguardo?
La regione di Kirkuk è un microcosmo della realtà
irachena. Vi sono stanziati tutti i gruppi etnici
presenti nel paese ed è un’area di rilevante
produzione petrolifera. Ciò che accadrà a Kirkuk sarà
un esempio di ciò che potrà accadere nell’intero
paese. Se i curdi, rovesciando la politica del passato
regime, ne utilizzeranno gli stessi metodi, forniranno
un pessimo esempio. Essi hanno sofferto in prima
persona ed ora stanno facendo soffrire altre
popolazioni. Arabi, turcomanni, curdi e gli altri
gruppi etnici presenti nella regione dovrebbero
trovare invece un compromesso, dimostrando quale
futuro potrà avere l’intero Iraq. Allo stesso modo
le risorse energetiche irachene appartengono a tutto
il Paese e non ad un singolo gruppo etnico e
dovrebbero essere gestite dal governo centrale a
beneficio di tutti.
La stampa internazionale tende a rappresentare
uno scontro di potere tra civili e militari sulla
gestione della lotta al Pkk. E’ una visione
corretta?
Tutto in Turchia può apparire uno scontro di potere.
Certamente, differenti istituzioni hanno differenti
punti di vista e ciò può essere visto in un
molteplicità di problematiche, non solo nel caso
della lotta al Pkk. I militari o i diplomatici hanno
uno specifico punto di vista, ma è al governo che
spetta l’onere delle decisioni. Ed è questa la
situazione attuale in Turchia.
Ritiene che un prossimo probabile governo di
coalizione avrà la forza necessaria per fronteggiare
efficacemente la problematica irachena?
Dovrà esserlo, altrimenti sarà fallimentare. Il
prossimo governo, quale che sarà la sua composizione,
dovrà confrontarsi con i problemi del Paese, cercando
di risolverli con metodi moderni – non arcaici – e
guardando al futuro ed alla prosperità del popolo
turco. Se non ci dovesse riuscire, sarà
l’elettorato turco, come nelle ultime elezioni, a
sconfessare i partiti di governo. Il processo
democratico in Turchia gode oggi di ottima salute,
come dimostrano le recenti pacifiche manifestazioni di
massa. (Carlo Frappi/La
Voce d'Italia) |
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APPOGGIO
DI ERDOGAN
AI MILITARI
AUTORIZZATIGLI
ATTACCHI AL LA' DEL CONFINE
Il
Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha fatto
sapere che appoggerà i generali qualora essi decidano
di vendicare l’attentato suicida che giorni fa ha
insanguinato Ankara. Il premier sarebbe quindi
disposto a sostenere un’incursione dell’esercito
turco nella zona settentrionale dell’Iraq, dove sono
presenti numerose basi del Pkk, il movimento
clandestino di guerriglia che da anni chiede
l’indipendenza della parte sud-orientale della
Turchia, caratterizzata da una forte presenza curda e
confinante con l’Iraq settentrionale. In
un’intervista televisiva, Erdogan ha dichiarato che
"è fuori discussione che si possa avere un
disaccordo su questo punto con i nostri militari".
Il Capo del Governo ha invitato gli Stati Uniti ad
intensificare i controlli sui separatisti curdi che
agiscono dall’Iraq, sostenendo che se
l’organizzazione terroristica ha la propria base
nell’Iraq settentrionale gli Usa devono assumersi le
proprie responsabilità. Anche gli Stati Uniti
ritengono il Pkk un’organizzazione terroristica, ma
temono che un’intensificazione dei controlli sui
ribelli possa aggravare la situazione irachena,
ritardando il processo di stabilizzazione del paese.
"Noi annunciamo che non abbiamo alcun legame con
questo attacco e che noi non approviamo questo tipo di
azioni” è stata la smentita del Pkk, che nega ogni
coinvolgimento nell’attentato che martedì ha
colpito un centro commerciale della capitale turca,
provocando la morte di 7 persone (tra cui
l’attentatore) e il ferimento di altre 121. Le
indagini si sono indirizzate sui separatisti curdi dal
momento che sul luogo dell’esplosione sono state
trovate tracce di plastico A-4, spesso sequestrato in
passato al Pkk. Secondo la polizia locale,
l’esplosivo sarebbe entrato in Turchia attraverso il
confine con l’Iraq. Le autorità di Ankara hanno
fatto sapere che l’attentatore è stato identificato
come Guven Akkus, un ventottenne proveniente dal
sud-est del Paese che in passato era stato in carcere
per aver appeso manifesti illegali (anche se non è
stato specificato di quali manifesti si trattasse) e
per resistenza alla polizia.
Gli episodi di violenza nel sud-est anatolico sono
aumentati da quando qualche settimana fa l’esercito
ha potenziato le azioni contro la guerriglia. Intanto
il ministero degli Esteri turco ha chiesto alle
autorità irachene di intervenire contro il Pkk, dal
momento che i curdi iracheni ospitano migliaia di
ribelli e li aiutano attivamente.
I ribelli combattono per l’autonomia della regione
sud-orientale del Paese da Ankara. I guerriglieri
accusano l’esercito di cercare l’aiuto degli Stati
Uniti e dei curdi iracheni per portare avanti le
operazioni oltre confine che da molto tempo le forze
armate stanno tentando di compiere. Secondo fonti
militari turche, più di 3800 ribelli si trovano oltre
il confine con l’Iraq, mentre almeno 2300 sono
attivi all’interno del Paese. Da quando il conflitto
è iniziato, nel 1984, si calcola che siano morte
decine di migliaia di persone. (da un articolo di Simone
Storti/La
Voce d'Italia) |
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CYPRUS
A
MARGINE DI TEKFESTIVAL
UN INTERESSANTE CORTOMETRAGGIO
DEL GIOVANE REGISTA GIORGIO CURZI
SULLA
REALTA' DELL'ISOLA DI VENERE
E SUL DESIDERIO DI UNA QUALCHE
RICONCILIAZIONE. MOLTE TESTIMONIANZE
"Dicono
che le persone dovrebbero amare il proprio Paese.
Questo è quello che mio padre spesso mi dice. Il
mio Paese è stato diviso in due parti. Quale
parte dovrei amare io?".
Ci piacciono queste parole di Nese Yasin. Ci
piacciono soprattutto perché danno un'idea di
quello che provano turco-ciprioti e greco-ciprioti
nel vedere la loro isola spaccata. Giorgio Curzi,
giovane regista poco più che trentenne, nel suo
cortometraggio "Cyprus" presentato di
recente a Roma al <Tekfestivak> ha
giustamente voluto evidenziare questo sentimento
che è poi quello di tutti gli uomini e e di tutte
le donne donne che
si trovano nelle condizioni di Nese Yasin.
L'idea di Curzi e dell'Associazione
culturale <Tulkim Radio>, di cui fa parte,
di realizzare un cortometraggio su Cipro - parte
di una trilogia che comprende la Bosnia-Erzegovina
e Belfast - nasce dal desiderio di offrire un
reportage sui conflitti etnico-religiosi che
ancora purtroppo affliggono zone dell'Europa.
Curzi la chiama "Country Europa".
Per realizzare il suo servizio audivisivo -
arricchito da una serie di interviste - il regista
ha girato per oltre un mese, tra luglio ed agosto
2006, in lungo ed in largo per l'isola di Venere.
Ne è uscito fuori uno spaccato insolito,
racchiuso in appena 43' di proiezione, non solo e
non tanto per l'incisività delle immagini e per
la raccolta delle testimonianze, quanto e
soprattutto perché sia i turco-ciprioti che i
greco-ciprioti hanno dimostrato la loro grande
volontà di riconciliazione. Salvo, naturalmente,
casi isolati. Molto, naturalmente, dipende dagli
sforzi che dovrà metterci l'Unione Europea, più
disposta alle volte a creare difficoltà che non a
sanarle. Eppure sarebbe così facile risolvere i
problemi ascoltando, ad esempio, quella voce fuori
campo che lamenta di vedere la sua città, Nicosia,
ferita perché divisa in due. "E' come amare
una persona a metà".
Il cortometraggio di Curzi si avvale di una serie
di interviste - a cominciare da quella del nostro
ambasciatore a Cipro Luigi Napolitano a quelle del
portavoce UN Brian Kelly, dell'andropologo Yiannis
Papadakis, del sociologo Nihazi Kizilyurek,
dell'archeologa Anna Marangou, dello studente
Euren Maner, del giornalista Ali Osman, del
segretario generale per la conservazione della
Trnc Seyyen Uzanoglu, della stilista Lina Hamali, del volontario
per la pace Nicos Anastasiou e di altri ancora.
Difficoltà nel realizzarle? "Nessuna",
ci ha risposto il regista che ha poi confessato di
aver svolto il suo lavoro senza il minimo
intralcio burocratico anche nella zonaturco-cipriota
dell'isola dove si è mosso senza chiedere alcuna
autorizzazione governativa. Di un certo effetto i
reportage di archivio, tanto quelli in cui si
vedono nel 1925 i soldati della Corona britannica
subentrare ai turchi dopo 300 anni di dominio
ottomano, quanto quelli che ci proiettano le
immagini dell'insurrezione dei greci-ciprioti
contro gli inglesi (1955-1959), la nascita della
Repubblica di Cipro (1960), l'elezione
dell'arcivescovo Makarios e di Fazil Kucuk a
presidente e vice presidente del giovane Stato, le
persecuzioni contro le enclave turco-cipriote e la
conseguente ghettizzazione (1967), la destituzione
di Makarios e la proclamazione di Nicos Sampson a
nuovo presidente (15 luglio 1974), l''invasione
delle Forze Armate nell'isola (20 luglio), la
proclamazione della Repubblica di Cipro Nord
(1983).
Per parlare della questione cipriota dobbiamo
guardare al passato delle origini del conflitto e
ritrovare quel fenomeno - che non è sconosciuto
all'Europa, ai Balcani e ad altre zone di guerra -
che è il nazionalismo. Il turco-cipriota Kizilyurek
ne è convinto più che mai quando rilascia
l'intervista a Curzi. "A
Cipro, le due comunità non hanno sviluppato un
nazionalismo comune, né una comune idea
nazionale. I greci hanno sviluppato un
nazionalismo greco, con lo scopo di unire Cipro
alla Grecia. In reazione a questo, i
turco-ciprioti hanno sviluppato un proprio
nazionalismo chiedendo la separazione dell'isola.
Quindi nel XX secolo vediamo la comunità
greco-cipriota lottare per l'unificazione con la
Grecia e la comunità turco-cipriota reagire a
questa idea, suggerendo la separazione di Cipro
come alternativa alla unificazione con la Grecia.
Ecco come le due comunità hanno combattuto per
due ideali nazionali opposti".
Quando
si parla di nazionalismo, va da sè che
quello greco-cipriota è un nazionalismo
religioso. Molto chiaro in proposito il
greco-cipriota Papadakis: "Il nazionalismo
religioso è espresso nella frase I valori
greco-cristiani. E' una sorta di epiteto della
grecità. Greco significa la Grecia antica,
mentre cristiano significa Chiesa
ortodossa, Bisanzio. Ovviamente questa è una
contraddizione perché la Grecia antica è molto
diversa dalla cristianità ed i cristiani non
possono essere pagani. Tuttavia, così si è
formata l'identità greca e la religione fa parte
di questa. Per questa ragione è possibile avere
un sacerdote come leader. Invece, dalla parte
turco-cipriota ed in Turchia la religione è fuori
dal nazionalismo. Il nazionalismo è contro la
religione. Quindi i leader religiosi non
influenzano la politica dei turco-ciprioti".
Come fare allora? Forse la risposta l'ha data lo
studente Maner, turco-cipriota: "Per essere
in grado di creare una identità cipriota, si deve
lottare nella propria comunità. Solo così
potremo diventare uniti. Ma la volontà è poca.
Per creare nuovamente una identità cipriota,
dobbiamo sederci insieme a tavolino -
turco-ciprioti da una parte e greco-ciprioti
dall'altra, e dire: <Lavoriamo insieme. Siamo
ciprioti che vivono in questo territorio figli
della stessa madrepatria>". (Veronica
Incagliati)
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OK
PER
IL COMMERCIO
DEL MIELE
Via libera al commercio
di miele e pesce oltre la "Green Line" di Cipro, ovvero il
confine che divide in due il Paese e la comunità greca da quella
turca. La Commissione UE ha adottato una decisione che consentirà
la libera circolazione di alcuni prodotti animali finora vietati a
causa delle restrizioni applicate alle merci provenienti da Cipro
nord su cui Nicosia non ha il controllo. Per il commissario alla Salute Markos Kyprianou tale decisione
"offre a Cipro l'opportunità
di incrementare gli scambi commerciali con beneficio di entrambe le
comunità". Il cosiddetto "regolamento della Green Line",
adottato nel 2004 - ovvero da quando Cipro è diventata membro della
UE - stabiliva le regole per la circolazione di beni e persone nelle
due aree. In linea con le norme che si applicano ai Paesi terzi, la
UE aveva vietato il passaggio di animali e prodotti derivati da essi
finché il Governo di Cipro, che non ha accesso alla parte
settentrionale dell'isola, non avesse potuto effettuare dei
controlli approfonditi sulla loro provenienza. Con questa decisione,
a sostituire il controllo sanitario di Nicosia, assicurando che gli
standard sanitari rispettino quelli della UE, vi sarà una
commissione indipendente di esperti. (Denaro.it)
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VIA
LIBERA
PER MALTA
E CIPRO
L'Ok
della Banca Centrale Europea
permetterà a questi due Paesi di adoperare l'euro
dal 1 gennaio 2008
La
Banca Centrale Europea ha dato a Malta e Cipro il
via libera per l'adozione dell'euro, che le due
isole del Mediterraneo potrebbero iniziare a fare
circolare sul proprio territorio dal gennaio 2008.
I Governi dell'Unione europea saranno chiamati a
dare la propria approvazione alla terza espansione
della zona euro entro l'inizio di luglio.
Nel report della Bce si legge che entrambi
i paesi hanno superato tutti i test economici per
l'adozione della moneta unica, già usata in 13
nazioni per un totale di 318 milioni di abitanti.
Malta e Cipro, entrate nell'Unione nel 2004,
avranno comunque un impatto limitato sul blocco
monetario europeo . Insieme contano 1.5 milioni di
cittadini e 0.2 punti percentuale dell'economia
della zona euro, stimata in 8.000 miliardi di
euro.
Cipro è diviso in due metà, con il sud di lingua
greca unito all'Unione e la parte turco-cipriota a
nord riconosciuta solo dalla Turchia.
Il report della Bce ha confermato che Malta
e Cipro sono riusciti a mantenere le loro valute
in un trading range stabile contro l'euro
dal 2005, anno di adozione del meccanismo ERM-2,
provando che le economie sono pronte per
l'adozione dell'euro.
L'inflazione dei due Paesi è inoltre inferiore al
3%, soglia che spesso rappresenta un problema per
le economie in rapido sviluppo, tanto che la
Lituania per questo motivo è stata rifiutata lo
scorso anno. |
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UN
CALENDARIO
PER IL RITIRO DELLE
TRUPPE
Il
Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha chiesto
che venga stilato un calendario per il ritiro delle
forze di coalizione dall'Iraq . Un provvedimento che, a
detta del premier turco, aiuterebbe a porre fine a
''quella che è quasi una guerra civile'' in atto nel
Paese dell'ex rais e a riportare la stabilità nell'area
limitrofa della Turchia. ''Trovo che un ritiro immediato
sarebbe sbagliato - ha detto Erdogan - ma ritengo che
l'annuncio di un calendario e il ritiro delle forze di
coalizione sulla base di un calendario fermerebbe quella
che è quasi una guerra civile in Iraq''. Erdogan ha poi
aggiunto che ad ogni modo le forze di coalizione
dovranno ritirarsi dopo che l'Iraq avrà ''un Governo
duraturo e forze di sicurezza proprie''. (Asca-Afp) |
LA
GUERRA IN IRAQ
Lo ha chiesto Il Capo dell'Esecutivo turco a detta
del quale solo così si potrà evitare una guerra
civile nel già tanto martoriato Paese mediorientale
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IL
PAPA
ED IL PATRIARCA
BARTOLOMEO
Ipotizzata la partecipazione dei
due all'apertura della X riunione
plenaria della Commissione mista
per il dialogo teologico tra la
Chiesa cattolica e quella
ortodossa in programma dal
7 al 15 ottobre prossimi |
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Sempre
più concreta la possibilità di un nuovo incontro di
Benedetto XVI e il patriarca ecumenico di Costantinopoli,
Bartolomeo I. Nei giorni del viaggio
del Papa in Turchia era stata ipotizzata la partecipazione
dei due all'apertura della decima riunione plenaria della
Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa
cattolica e quella ortodossa, in programma a Ravenna, dal 7 al
15 ottobre prossimi. L'inviato del patriarca,
l'arcivescovo Ioannis Zizioulas, recentemente a Roma per incontrare il
Papa
in occasione del suo 80mo compleanno, ha spiegato all'agenzia
francese <I.Media> di essere ottimista. "Sembra che il
Papa
abbia accettato – ha detto - noi abbiamo trasmesso l'invito
ufficiale, ora spetta a lui la decisione".
Del resto, già a margine dell'incontro con il Papa a
Istanbul, Bartolomeo I fece sapere di aver lanciato all'ospite
una proposta: assoluto riserbo sul contenuto, ma subito molti
osservatori avevano pensato all'appuntamento di Ravenna. La
notizia, se confermata, avrebbe una portata enorme nel dialogo
tra cattolici e ortodossi, anche perché certificherebbe in
modo solenne la ripresa spedita del confronto. La Commissione
mista, infatti, era tornata a riunirsi a settembre a Belgrado,
dopo quasi sei anni di sospensione, a causa dei contrasti nati
in Ucraina, dove è ancora difficile una normalizzazione dei
rapporti tra ortodossi e greco-cattolici, tra accuse di
ingerenza e di proselitismo.
Con l'elezione di Benedetto
XVI, tuttavia, si è aperta una
nuova stagione di dialogo. Al centro della
|
riflessione
(prendendo spunto da quanto aveva
indicato lo stesso Giovanni
Paolo II) lo scoglio più grande nel cammino verso l'unità:
il primato petrino, ovvero il capitolo dei poteri del vescovo
di Roma. A Belgrado, le parti avevano esposto le rispettive
posizioni, ma il lavoro da compiere è ancora molto ed è
proprio in questa direzione che si è inserita la
dichiarazione firmata a Istanbul dal papa e dal patriarca
Bartolomeo I, con l'intenzione di sostenere i lavori della
commissione mista.
"E' un momento cruciale per il dialogo
cattolico-ortodosso”, ha ammesso il metropolita Ioannis
in un'intervista a <Repubblica>, convinto che "e ci fermiamo
adesso, rischiamo di entrare in una stagione di
stagnazione". Del resto, le sfumature e le differenze sono
consistenti, specie in campo ortodosso. Perché discutere di
primato petrino, significa andare al cuore dell'organizzazione
stessa delle Chiese, ragionando non solo su aspetti teologici,
ma anche sulla giurisdizione. Un tema difficile perché, da
una parte, il ruolo del papa nell’ultimo millennio ha
assunto una forma che prima non aveva; dall’altra, la Chiesa
ortodossa ha sviluppato una pluralità (16 chiese autocefale)
che sul primato petrino registra sensibilità e opinioni
variegate. Se il patriarcato ecumenico di Costantinopoli
appare più disponibile ad un compromesso ("E' un primato
universale che agisce sempre in comunione
con il Sinodo",
spiega il metropolita Ioannis), il patriarcato di Mosca ha più
problemi.
In sostanza, tutto si gioca su una formula, già espressa in
un interessante simposio accademico sul ministero petrino,
svoltosi in Vaticano nel maggio del 2003, in base
alla quale un |
PIU'
VICINO
L'INCONTRO
A
RAVENNA
Papa
riconosciuto da tutti, possa guidare una Chiesa
più collegiale (con piena giurisdizione per l’Est, ma con
tratti più sfumati come primate della Chiesa universale e
riferimento per le chiese di Oriente). Da parte loro, invece,
le chiese ortodosse (Mosca in primis) dovrebbero sforzarsi di
riconoscere anche al loro interno una qualche forma di
giurisdizione, che superi l'attuale frammentazione. "D'altronde – spiega Ioannis – il patriarcato di Mosca
non vuole riconoscere il primato del patriarca ecumenico di
Costantinopoli. Secondo loro, un primato non serve.
Ma a
Belgrado tutte le altre Chiese ortodosse hanno votato che la
sede di Costantinopoli esprime l'unità degli Ortodossi".
Un concetto ribadito in modo secco anche dal vescovo Mark,
vice-responsabile per le relazioni esterne del patriarcato di
Mosca, che, pur esprimendo la speranza di un incontro tra Benedetto
XVI e il patriarca di Mosca, Alessio II, chiarisce
che "nessuna Chiesa ortodossa accetterà mai il
primato del papa". Più importante "una comune
testimonianza dei valori cristiani e tradizionali nel contesto
della società secolarizzata e relativista". Qual è
dunque la via di uscita? Impossibile dirlo. Certo è che a
Ravenna i nodi da sciogliere potrebbero pesare ancora
come macigni. (Matteo Spicuglia/www.korazym.it)
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CENTRO DIALOGO
INAUGURATO AD ISKENDERUN
UN GRANDE PROGETTO
E' stato dedicato a don Andrea
Santoro, il sacerdote romano ucciso nella sua chiesa di
Trebisonda il 5 febbraio 2006 da un giovane fanatico. Il
finanziamento della Regione Lazio
E' stato inaugurato
a Iskenderun, nella Turchia meridionale, il "Centro di dialogo
interculturale e interreligioso" dedicato a don Andrea Santoro, il
sacerdote romano Fidei Donum ucciso a colpi di arma da fuoco il 5
febbraio del 2006 nella sua chiesa a Trebisonda. Come riferisce
l’agenzia del Pime, <AsiaNews>, è un progetto che lo stesso don
Santoro aveva presentato alla Regione Lazio "per superare le
distanze, pregiudizi e ignoranze e, quindi, gettare le basi di una
convivenza dove la diversità non sia divisione o, peggio, ostilità,
ma ricchezza disponibile e in libera circolazione". La costruzione
del Centro, finanziata dalla stessa Regione Lazio, è stata promossa
dall’associazione "Don Andrea Santoro Onlus", fondata dalla
sorella del sacerdote, Maddalena, in sintonia con la diocesi di
Roma, il vicariato apostolico dell’Anatolia e l’associazione
Finestra per il Medio Oriente. Presenti al simposio inaugurale,
mons. Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia, e mons.
Antonio Lucibello, nunzio apostolico in Turchia e in Turkmenistan,
insieme a personalità cristiane e musulmane, che si sono ritrovate
a riflettere attorno alla figura e all’importanza della "Parola
Rivelata" nel Cristianesimo e nell’Islam. "Questa è
l’eredità e il frutto più bello e prezioso di mio fratello –
ha commentato Maddalena Santoro – che con tutta la sua vita non ha
voluto altro, se non comunicare la propria fede e identità nel
rispetto dell’altro, per trovare insieme strade comuni di amicizia
e di stima". (R.M/Radio Vaticana) |
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SOCIETA'
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COME
CAMBIALA QUALITA'
DELLA VITA IN TURCHIA:
PUBBLICATO IL RAPPORTO
DI <EUROFOUND>
Per
un Paese che si candida a entrare nell'Unione Europea, il benessere
sociale dei cittadini è un principio fondamentale per la sua
valutazione come gli standard politici ed economici stabiliti dai
criteri di Copenhagen. Proprio in questa ottica, il rapporto sulla
"Qualità della vita in Turchia" redatto da <Eurofound>
evidenzia i punti di contatto e le differenze con gli altri Stati
membri dell'UE.
La
ricerca ha preso in considerazione diversi parametri come
l'inclusione e l'esclusione sociale, il livello di istruzione, la
situazione economica, la possibilità di accedere ai servizi
sanitari e il ruolo delle donne all'interno della società. Non è
da sottovalutare poi il considerevole aumento della popolazione che
non ha conosciuto uguali negli altri paesi europei. Secondo il primo
censimento effettuato nel 1927, la popolazione contava circa
13.648.000 turchi ma le stime attuali parlano di quasi 74 milioni di
persone.
La
popolazione è aumentata nei centri urbani ma soprattutto nelle zone
rurali, così molti giovani sono stati costretti a emigrare in città
come Istanbul o trasferirsi in altri paesi d'Europa, a causa della
mancanza di lavoro. Secondo i dati, sono circa 3 milioni i turchi
che risiedono all'estero e attualmente rappresentano la maggior
parte dei residenti nell'UE di nazionalità diversa da quella
europea.
La
rapida crescita ha comportato vantaggi e svantaggi. Il governo turco
ha infatti dimostrato di aver adottato misure valide per assicurare
alti standard di vita, per esempio incrementando le spese per
l'istruzione e la sanità. Nello stesso tempo però le autorità
devono fronteggiare nuove situazioni derivanti dall'acquisito
benessere come la riforma del sistema pensionistico.
Gli
effetti degli investimenti sono già evidenti nella disparità di
istruzioni tra le generazioni: il 72% dei turchi di età superiore
ai 59 anni ha un livello di educazione primaria mentre i giovani tra
i 18 e i 29 anni hanno un diploma secondario. Inoltre si calcola che
oltre 1.89 milioni di studenti partecipano al test di ingresso
universitario ogni anno e chi lo supera può scegliere tra le 83
università della Turchia, 30 delle quali sono private.
Il
34% dei turchi sono regolarmente impiegati e in questi ultimi anni
si è registrata una crescita dell'occupazione anche se non è
ancora proporzionata al numero di persone in età da lavoro. Tra il
1998 e il 2004, le statistiche ufficiali parlano di un aumento di
cinque milioni di lavoratori, con una significativa riduzione degli
impieghi part-time o stagionali. Nonostante ciò, un terzo della
popolazione - soprattutto le donne - non hanno lavoro, un dato
significativo se paragonato all'11% dei cittadini dell'UE a 15.
Il
53% della popolazione non ha un contratto scritto (solo 10% nell'UE
a 15) e l'impiego pubblico offre una maggiore sicurezza sociale
rispetto al settore privato. La Turchia differisce dai paesi
dell'Unione europea soprattutto perché sono pochi i cittadini che
ricevono una pensione o un sostegno economico dallo Stato.
La
sicurezza sociale e i servizi sanitari sono fattori fondamentali per
assicurare una buona qualità della vita. Gli investimenti nella
sanità della Turchia sono ancora inferiori rispetto agli standard
europei ma, grazie a una serie di riforme adottate all'inizio del
2007, sono in atto cambiamenti significativi. Le difficoltà
principali riguardano per il 33% dei cittadini le spese mediche, per
il 30% i lunghi tempi di attesa e per il 28% la distanza dai centri
ospedalieri e la mancanza di collegamenti.
Infine
il rapporto ha valutato la partecipazione alla vita sociale dei
turchi e la condizione femminile. Le donne ricevono una maggiore
istruzione rispetto al passato e così hanno maggiori possibilità
di entrare nel mondo del lavoro, mentre negli anni '90 solo il 67%
delle donne riceveva un'educazione contro il 90% degli uomini. (http://europa.tiscali.it/società) |
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LA SALUTE
L'HA MESSA
IN VENDITA ANCHE IN TURCHIA UNA SOCIETA' CINESE, LA <GOLDEN DRAGON
GROUP>. E' DOTATA DI BATTERIA
E DI UN DISPOSITIVO ELETTRONICO. GROSSE VENDITE
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"RUYAN"
LA
SIGARETTA
CHE FA
MENO MALE
Sembra una sigaretta ma fa meno male alla
salute.
La società cinese che ha immesso sul mercato la prima sigaretta
"elettronica" al mondo spera di raddoppiare le vendite
quest'anno e di espandersi all'estero, mentre legioni di fumatori in
Cina tentano di smettere.
Le sigarette " Ruyan" del < Golden Dragon Group> sono dotate di batteria e
di un dispositivo che invia nicotina a chi le usa emulando il gesto
di fumare.
"La nicotina arriva ai polmoni entro 7-10 secondi", spiega
Scott Fraser, vice presidente della <Sbt>, la società con sede a
Pechino che per prima ha sviluppato questa tecnologia nel 2003 e che
ora è controllata da Golden Dragon.
"Sembra una sigaretta, emette anche vapori . In molti sensi, è
come fumare, ed è questo che fa la differenza", ha detto a
<Reuters>.
Le sigarette vengono vendute per circa 1.600 yuan (208 dollari) al
pezzo e sono già disponibili in Cina, Israele, Turchia ed un certo
numero di Paesi europei, ma non ancora negli Usa.
I concorrenti di Golden Dragon includono i giganti farmaceutici <
Pfizer> e < Novartis AG>, che vendo prodotti sostitutivi alla nicotina
come chewing gum, cerotti e inalatori.
La Cina - dove ci sono circa 400 milioni di fumatori e un'industria
del tabacco da circa 160 miliardi di dollari - rappresenta anche il
65% delle vendite di "Ruyan" . L'azienda stima che circa il 10% dei
fumatori cinesi stia tentando di smettere, con il 2% di successo. (Reuters)
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BUFERA AD ISTANBUL
NO AL BIKININEI
CARTELLI PUBBLICITARI
Braccio di ferro fra alcune
case produttrici di costumi da bagno ed il sindaco di Istanbul,
l'architetto Kadir Topbas. Le società hanno infatti accusato
l'amministrazione centrale della megalopoli sul Bosforo di avere
vietato la pubblicazione delle loro collezioni di costumi da bagno,
tra i quali i bikini, perché ritenute un'offesa al pudore.
Una motivazione degna di una Repubblica islamica più che di uno
Stato laico come la Turchia e che in periodo di campagna elettorale
non può fare altro che accendere la polemica. Se fa una parte,
infatti, le aziende "bocciate" affermano di avere
prenotato da tempo gli spazi per l'affissione e di avere visto i
permessi megati all'ultimo momento, dall'altra il sindaco di
Istanbul si difende.
Parlando con alcuni giornalisti Kadir Topbas ha detto: "Abbiamo
riaperto le spiagge pubbliche di Istanbul facendo ingenti
investimenti. Vi pare logico che possiamo avere impedito
l'affissione di foto che ritraggono bikini? Respingo questa accusa
con forza. Stiamo lavorando molto per quando Istanbul diventerà la
capitale europea della cultura, nel 2010, e ci stiamo adoperando in
ogni modo per dare a tutti l'immagine di una città moderna e
cosmopolita come quella in cui abitiamo":
Fatto sta che, per ora, affissioni con ragazze in bikini per le
strade della città non se ne vedono. E molti si chiedono se adesso
il Comune di Istanbul concederà i famosi permessi. (Apcom) |
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L'ULTIMA
NOVITA' ANDARE
IN TURCHIA ED IN UNGHERIA PER LE
CURE ODONTOIATRICHE. VERI E
PROPRI
VIAGGI ORGANIZZATI (DENTAL TRIPS)
DA AGENZIE SPECIALIZZATE
IL TURISMO
DEL
DENTE
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Viaggiare
per sistemarsi i denti a prezzi ragionevoli è l'ultima
frontiere dei tour operator che propongono viaggi
organizzati per bocche disastrate e tasche bucate in
tutta Europa. Si tratta dell'equivalente stomatologico
del turismo estetico nei Paesi dell'Est e propone viaggi
in Ungheria e Turchia per ottenere un interessante
vantaggio in parcella.
Stiamo parlando dei "Dental Trips", dei veri | | | | |