Arretrati 

Anno 8° N.9

<TURCHIA OGGI> - A PARTE LA DOCUMENTAZIONE DELL'AMBASCIATA DI ITALIA AD ANKARA E DELL'ICE DI ISTANBUL - SI  AVVALE PER LE NOTIZIE E GLI ARTICOLI RIPORTATI SUL SUO WEB, E NATURALMENTE RELATIVE ALLA TURCHIA, DELLE NEWS GIA' APPARSE  IN ALTRI SITI O GIA' PUBBLICATE SU QUOTIDIANI E RIVISTE. NON FA ALTRO CHE ASSEMBLARLE, NELLA CONVINZIONE CHE SIANO DI MAGGIORE UTILITA' PER QUANTI HANNO UN QUALCHE INTERESSE PER QUESTO PAESE. <TURCHIA OGGI>, AD OGNI MODO, E' SEMPRE A VOSTRA DISPOSIZIONE.

 

PRIMO PIANO

 

OLTRE IL VUOTO

L'ATTENTATO DI ANKARA  LA TURCHIA DEVE REAGIRE
ALLE BOMBE PER EVITARE CHE IL PAESE - A DUE MESI DALLE CONSULTAZIONI ELETTORALI - POSSA DIVENTARE PREDA DEI DISORDINI E DELLA PIAZZA. IL NUMERO DELLE VITTIME

Ci risiamo. Proprio quando il turismo in Turchia dava segni di una ripresa a dir poco sorprendente rispetto alla stagione negativa dell'anno scorso, ecco che l'attentato di Ankara riporta ancora una volta il Paese in quel clima di insicurezza che è proprio quello che vogliono i terroristi. Quale sigla abbia firmato la strage - costata la vita a 7 persone mentre altre 120 sono rimaste ferite - ha in fondo una importanza relativa. Che a mettere la bomba al plastico sia stato un guerrigliero del Pkk invece che un fanatico islamico di al Qaeda , o viceversa, non fa ritornare certo in vita i morti. Semmai ci si chiede come mai i servizi di sicurezza turchi che - a detta di alcuni sarebbero efficientissimi - non sapessero nulla circa la preparazione di un piano eversivo così cruento portato a termine contro un affollato centro commerciale della capitale ed in pieno centro. Eppure a due mesi esatti dalle consultazioni elettorali di luglio l'intelligence locale avrebbe dovuto prevedere che una qualche organizzazione terroristica si sarebbe prima o poi fatta sentire. E, purtroppo, prima che poi. Mai la situazione, nel Paese della Mezzaluna, è stato così delicata e ci vuole poco - se l'allerta non è alta - perché questa possa precipitare facendo ricordare ai turchi momenti storici che invece si vogliono dimenticare. Sarebbe bene, quindi, che il Governo Erdogan, i laici, e  - perché no  - anche i militari si rendessero conto che la Turchia può andare avanti verso la strada che porta all'Unione Europea solo stringendo un patto di solidarietà contro il comune nemico: che poi è quello che vuole, oggi come ieri, la disgregazione del Paese. Una nazione ingovernabile e sotto i colpi degli attentati, non invoglia nessuno: né i turisti che vogliono trascorrervi le loro vacanze, né tanto meno Bruxelles, di per sè già poco propensa a far entrare Ankara nel <Club dei Ventisette>. In quanto a quest'ultima - sempre così ammiccante nei confronti delle formazioni eversive, sempre così solerte a richiamare Ankara all'ordine circa i diritti civili e le rivendicazioni etniche e quant'altro, sempre così solerte a a gridare la sua avversione per le Forze Amate turche - dovrebbe farla finita di appoggiare direttamente ed indirettamente i terroristi camuffati con sigle sedicenti. Una Turchia destabilizzata diventerebbe infatti a sua volta destabilizzante anche per il Vecchio Continente. E nessuno, credete, vuole questo. (Turchia Oggi)


FERMATI CON 11 KG di A-4

Un uomo ed una donna che preparavano un attentato terroristico con 11.3 chili di esplosivo A-4 sono stati arrestati ieri nella città meridionale mediterranea di Adana. Lo ha reso noto l'agenzia turca <Anadolu> precisando, che i due sono stati fermati in un taxi. La donna aveva in una borsa anche due bombe a mano e 12 detonatori. (Swisspolitics.org)

 

 

 

 

 

 

AL GOVERNO

LE CRITICHEDEL PRESIDENTE OZ

Lunedì scorso, 21 maggio, è stato l'ultimo giorno di lavoro di Nuri Oz da presidente della Corte Suprema di Appello ma prima di farlo ha voluto lanciare un messaggio ben preciso al Governo Erdogan, al quale non ha risparmiato qualche pesante critica.
Sottolineando l'importanza della magistratura nel tutelare la forma democratica dello Stato, Oz ha detto che il più grosso problema della Turchia è l'indipendenza della magistratura al potere politico, la presenza di partiti anti-democratici e la corruzione generale del sistema. Oz ha poi aggiunto che l'attuale Governo in carica non ha fatto assolutamente nulla per cercare di correggerli.
Quando si è toccato il tasto della riforma costituzionale, fatta passare recentemente dal Governo islamico-moderato di Recep Tayyip Erdogan, Oz ha affermato: "Le regole contenute nella Costituzione sono ancora valide e scegliere di cambiarle per cercare di risolvere una crisi causa tensione in politica e nella società si rischia di limitare l'imparzialità e la garanzia di equidistanza che dovrebbe essere propria del presidente della Repubblica". (Apcom)

 

LA BACCHETTATA

L'Associazione dei giovani industriali turchi (Tugik) ha bacchettato i partiti politici. Hasim Sesli, presidente della Tugik, ha accusato le varie formazioni politiche di aver presentato programmi poco chiari in vista del voto del prossimo 22 luglio. Sesli ha anche detto che l'Akp, il partito islamico-moderato, che ha guidato il Paese negli ultimi 5 anni, ha operato sostanziali cambiamenti nel mondo economico nazionale. 
Da segnalare che il  il Capo del Governo incontrerà la Tusiad  (Confindustria turca) per fare il punto della situazione e soprattutto per cercare il suo appoggio in vista del voto del 22 luglio. (Apcom)

 


I MILITARIE LE ELEZIONI

Il prossimo 22 luglio in Turchia si vota ed anche l'esercito si prepara a questo importante appuntamento, seguito con sempre maggiore attenzione da media e opinione pubblica.
Il personale militare non potrà andare in ferie in quel periodo o usufruire delle licenze. Il provvedimento è stato adottato per favorire l'adesione al voto da parte dei componenti delle Forze Armate e riguarda direttamente e indirettamente circa mezzo milione di persone. (Apcom)

 

 

 

 





INTERVISTA DI FABIO SALOMONI, PROFESSORE DI CULTURA ITALIANA AD ISTANBUL, AL GIORNALISTA DEL <CUMHURIYET>, GURAY OZ
 
 

I motivi per i quali centinaia di
migliaia di persone sono
scese in piazza per manifestare contro
Governo e nazionalisti

 

RISCHIO  DI UNA ISLAMIZZAZIONE

 

 

 

A SAMSUN

LA 4° MARCIA PER LA LAICITA'

Decine di migliaia di turchi hanno partecipato a una manifestazione in difesa della laicità dello Stato a Samsun, sul Mar Nero. Dopo quelle tenutesi a Istanbul, Ankara e Smirne nelle settimane scorse, si tratta della quarta protesta popolare di massa contro il Governo guidato dal premier filo-islamico Recep Tayyip Erdogan, leader dell'Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo. Intonando slogan quali "No alla sharia!" (la legge coranica, ndr) e "La Turchia è laica e rimarrà laica!", la folla ha invaso la piazza principale della città. La manifestazione è stata indetta sulla scia dell'accordo stretto tra i due principali gruppi di opposizione: il Chp, o Partito Repubblicano del Popolo, e il più piccolo Dsp. Le due formazioni politiche si sono impegnate a lanciare una battaglia comune contro la decisione del premier di tenere nuove elezioni il 22 luglio. La crisi, ormai istituzionale, va avanti da diverse settimane e vede coinvolti da un lato la formazione islamica guidata da Erdogan, dall'altro le opposizioni e le forze laiche, di cui come di consueto si sono voluti fare interpreti i vertici delle Forze Armate, preoccupati del crescente dominio dell'Akp in diversi e sempre maggiori ambiti della vita pubblica. A scatenare la scintilla era stata in particolar modo la designazione del ministro degli Esteri, Abdullah Gul, come candidato del partito di Erdogan alla Presidenza della Repubblica; Gul si è poi ritirato, non avendo raggiunto per due volte di seguito il prescritto quorum in Parlamento, cui spetta l'elezione del capo dello Stato. (Agi)

 

Güray Öz è uno dei direttori responsabili del quotidiano <Cumhuriyet> (La Repubblica), dal 1924 bastione della Turchia kemalista e laica, organizzatore delle manifestazioni di queste settimane. <Panorama.it> lo ha intervistato per capire quali sono le ragioni che hanno indotto centinaia di migliaia di persone a scendere in piazza contro l’ipotesi di un presidente della Repubblica filoislamico eletto dal partito di Governo Akp.
Il suo giornale è stato promotore mesi fa della campagna "Siete coscienti del pericolo?", contro il rischio di una deriva fondamentalista nel Paese…
Il giornale ha voluto lanciare un avvertimento al Paese rispetto alla situazione politica. Negli ultimi cinque anni è in atto un tentativo di islamizzare il Paese. C’è il pericolo di trasformare il nostro paese in un Paese confessionale, di minare la laicità conquistata con la repubblica nel 1923. Quando si mina la laicità si mina anche la democrazia. Nei Paesi in cui vige la sharia la democrazia è impensabile, la laicità è una condizione indispensabile per la democrazia e questi due elementi sono inseparabili, vanno di pari passo. Il nostro appello ha trovato via via consensi crescenti che sono sfociati nelle manifestazioni delle ultime settimane, organizzate dalle associazioni della società civile.
Chi sono le persone che hanno partecipato alle manifestazioni ?
La classe media. Le persone che hanno partecipato sono la colonna portante del paese, non settori marginali della società. Si parla di tre-quattro milioni di presenze.
Le manifestazioni sono state criticate perché organizzate dall’esercito
Non c’è niente di più democratico di una manifestazione, l’esercito non ha partecipato, non credo si sia trattato di manifestazioni antidemocratiche. La prima 
manifestazione è stata il 14 aprile, prima
che arrivasse il comunicato dello Stato Maggiore.
Qual è la sua opinione rispetto al ruolo delle Forze Armate?

Io non vorrei che i militari si occupassero di politica. Personalmente ho molto sofferto nei due precedenti colpi di stato, del 1971 e del 1980, ho dovuto vivere per anni in esilio all’estero. In passato la gente si è trovata di fronte all’alternativa tra sharia e colpo di stato. E’ un aut aut che la gente scesa in piazza di fatto ha rifiutato. Lo slogan era né sharia né golpe.
Nelle manifestazioni si respirava un clima di ostilità nei confronti dell’Europa…
Nei confronti della UE e degli Stati Uniti. Contro l’America per i suoi giochi nel Medio Oriente che possono produrre seri pericoli per la Turchia. Contro la UE perché l’Unione non vede di buon occhio il nostro Paese, in qualche modo lo sta ingannando. Si comporta come se volesse l’adesione turca e nello stesso momento cercasse di allontanarne la sua specificità. Tutto questo provoca nelle persone una profonda diffidenza che si è ritrovata anche nelle manifestazioni.
Cosa pensa delle riforme realizzate negli ultimi cinque anni?
I cittadini di questo paese cercano di realizzare queste riforme da almeno quarant’anni e non hanno lasciato nulla di intentato. Sono finiti in carcere, sono stati torturati, hanno fatto di tutto per le riforme. Adesso si pensa che le riforme attuate siano state fatte grazie all’Unione Europea. Per le persone come me, dire ora che l’Europa ha reso possibili queste riforme suona come una grande ingiustizia.
Quale sarà il problema più urgente per il nuovo Parlamento?
La laicità e poi l’elezione del nuovo presidente della repubblica perché, nonostante gli sforzi dell’Akp, è tecnicamente impossibile eleggerlo prima delle elezioni politiche di luglio. (Fabio Salomoni/Panorama.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

LAICISTA
ED
INTRANSIGENTE

PALAZZO CANKAYA IL SETTENNATO
DEL PRESIDENTE USCENTE, AHMET NECDET
SEZER, SECONDO ALCUNI AVREBBE DELUSO

Indipendente, incorruttibile, libero pensatore: Ahmet Necdet Sezer, la cui autorità non derivava né dai circoli della politica, né dal potere dei militari, si è proposto come garante della democrazia e dello stato di diritto. Giurista imparziale e di professione, la sua scelta per la più alta carica dello stato alimentò molte speranze, prima fra tutte che la strada verso l’Europa fosse spianata. Se paragonato al suo predecessore, il vecchio Süleyman Demirel, autentico dinosauro della politica, il 59enne homo novus ispirava sentimenti di apertura e rinnovamento.


L'homo novus 
Già presidente della Corte Costituzionale Sezer era un outsider nel campo della politica. In verità, l’allora Primo Ministro Bülent Ecevit avrebbe preferito una seconda candidatura dell’uscente Demirel. Ma la sua maggioranza in Parlamento si rifiutò di votare un emendamento costituzionale necessario per permetterne la rielezione e di conseguenza la scelta cadde su Sezer. In quanto neutrale, era un candidato che incontrava i favori sia dei nazionalisti che degli islamisti. L’elezione del 6 maggio 2000 fu così raggiunta con l’accordo di tutti i partiti e con la benedizione della stampa occidentale.
Oggi che è giunta l’ora di scegliere il successore, il bilancio della presidenza Sezer è in chiaroscuro. Molti osservatori sono critici circa il suo impegno sull’integrazione con l’Unione Europea. "In ultima analisi, si può dire che non ha soddisfatto le aspettative" sostiene Jan Senkyr, della Fondazione <Konrad Adenauer> di Ankara. "In principio si è espresso per le riforme economiche e la libertà di pensiero ma, alla fine, più che un motore del cambiamento è diventato un freno per le riforme". Le ragioni sono da ricercare più che in un cambiamento delle opinioni di Sezer, nel mutato quadro politico della Turchia.
Quando lasciò a casa la moglie di Erdogan perché velata
Il 3 novembre 2002 il Governo conservatore di Bülent Ecevit fu sciolto in seguito alla vittoria elettorale del Partito per la Giustizia e per lo Sviluppo (Akp nella sigla turca) guidato da Tayyip Erdogan. Sezer vide in questo partito di orientamento islamico moderato una minaccia per il laicismo. Più volte si rifiutò di apporre la sua firma sulle leggi del Governo e si oppose alla nomina di nuovi giudici e funzionari pubblici. "Sezer ha respinto ogni tentativo di riforma che potesse minare la natura laicista della repubblica», dice Senkyr. «Inoltre ha bloccato il progetto di avvicinamento all’Europa così come le riforme per equiparare i diritti delle minoranze religiose".
Nei confronti di Erdogan i rapporti sono stati tesi non solo su un piano squisitamente politico. Dato che sua moglie, la Signora Emine, indossa abitualmente il velo islamico, Sezer invitò il premier da solo ai ricevimenti di Stato. Anche alle altre mogli dei ministri dell'Akp che indossano il velo negò l’ingresso nel palazzo presidenziale. "Erdogan e Sezer hanno idee politiche completamente differenti", sostiene Senkyr, "e non si fidano l’uno dell’altro". Con ogni probabilità Sezer credeva, come molti kemalisti, che l'Akp avesse un piano segreto per islamizzare lo Stato turco.
Sebbene non fosse nei poteri del presidente opporsi alla legittimità del nuovo Governo, non ha perso occasione per intralciargli il cammino. "Secondo la Costituzione, il presidente non ha diretti compiti di Governo", spiega Senkyr "ma gode di grande prestigio in quanto successore di Atatürk, fondatore dello stato". È comandante in capo delle Forze Armate, una carica importante in uno stato fortemente influenzato dall’esercito, anche se, fin dall’inizio del mandato, le relazioni con i militari sono state difficili.
Dalla parte dei kemalisti
Il clima è teso fin dal 2000, quando Sezer rischiò un contrasto aperto con i militari, perché negò di apporre la sua firma ad un decreto che permetteva al Governo di allontanare dagli uffici pubblici gli impiegati di origine curda o gli islamici praticanti. Ha sostenuto l’abolizione della pena di morte, la limitazione del potere dell’esercito e appoggiato la lotta alla corruzione. Dopo la vittoria dell'Akp si avvicinò ai circoli kemalisti e mise il laico intransigente Yasar Büyükanit alla guida delle Forze Armate.
Anche in altre circostanze Sezer si schierò dalla parte dei kemalisti. Come quando non tributò i dovuti onori a Orhan Pamuk – lo scrittore turco che vinse il nobel della letteratura nell’ottobre 2006 – perché reo di aver riaperto la questione del massacro degli armeni. Oppure quando non partecipò ai funerali di Hrant Dink, giornalista armeno ucciso da un giovane nazionalista. In definitiva, nonostante alcuni impulsi positivi, Sezer sì è erto a difesa dei vecchi concetti kemalisti, dove prima viene lo Stato e poi, a volte, il cittadino. (Ulrich Schwerin/Cafebabel.com)

 

GIORGIO GIRELLI CAVALIERE DI GRAN CROCE

L’ambasciatore della Repubblica di San Marino presso la Repubblica di Turchia Giorgio Girelli è stato insignito da parte del presidente Giorgio Napolitano della onorificenza di Cavaliere di Gran Croce, la più elevata al merito della Repubblica Italiana. La nomina è stata concessa “in considerazione di particolari benemerenze”, su proposta del presidente del Consiglio, Romano Prodi e sentita la Giunta dell’Ordine “Al merito della Repubblica Italiana”.
Giorgio Girelli è stato ufficiale di complemento dell’arma aeronautica, direttore generale del Senato Italiano, consigliere al Quirinale dei presidenti Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro nonché Consigliere Regionale. Attualmente, oltre a ricoprire l’incarico di presidente del Conservatorio “Rossini” di Pesaro, l’ambasciatore Girelli a corredo dei suoi compiti di istituto è compartecipe di iniziative che promuovono in Italia l’approfondimento della conoscenza delle specificità della Repubblica di San Marino nonché della articolata realtà economica e culturale presente nella repubblica di Turchia, come recentemente ha avuto modo di fare in conferenze a Fermo, Campobasso e Roma.

 

 

 

 

 

 

 

 

IL "NO" ALIMENTERA' UN SENTIMENTO
ANTI-EUROPEO
 

 

 

 

 

LA RISPOSTA  L'AVVERTIMENTO DEL PRIMO
MINISTRO TURCO RECEP TAYYIP ERDOGAN AL NUOVO
PRESIDENTE FRANCESE NICOLAS SARKOZY. LA
TELEFONATA PER "CONTATTI DIRETTI" SULLA QUESTIONE

Il Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha telefonato al neopresidente francese Nicolas Sarkopzy proponendo "contatti diretti" sull'adesione di Ankara all'UE. Secondo fonti dell'Ufficio del premier, è la prima volta che i due si sono parlati da quando Sarkozy è arrivato all'Eliseo. Nei giorni scorsi Erdogan aveva avvertito che una opposizione della Francia all'ingresso della Turchia nell'Unione Europea non farà che alimentare il sentimento anti-europeo presso i turchi, danneggiando ulteriormente i legami bilaterali. ''Sarkozy deve superare i suoi pregiudizi . Se vogliamo unire delle civiltà all'interno dell'UE, se diciamo che l'UE non è un club cristiano, allora Sarkozy dovrebbe rivedere le sue opinioni'', aveva detto Erdogan a Istanbul nel corso dell'assemblea annuale dell'Istituto internazionale della stampa. Sarkozy si è più volte detto contrario all'entrata della 
Turchia nell'Unione Europea, affermando che la maggior parte del territorio turco si trova in Asia e che il progetto di un'Europa politica unita sarebbe reso impossibile da un eccessiva estensione delle frontiere
dell'Unione. 
Anche recentemente il presidente francese aveva ribadito il suo "no" al presidente della Commissione europea, Josè Manuel Durao Barroso. Rispondendo alle domande dei giornalisti al termine dell'incontro con il vertice dell'UE a Bruxelles, Sarkozy infatti ribadito: "Non ho cambiato idea e non vedo come io possa essere un candidato con un'opinione e un presidente con un'altra, non penso che per la Turchia vi sia posto in Europa". Per il Capo dell'Eliseo, "l'Europa deve avere delle frontiere e deve dare maggiore precisione al principio della capacità di assorbimento". Barroso era intervenuto sul tema pochi minuti dopo ribadendo da parte sua di essere "per il proseguimento dei negoziati" con Ankara. Ora per il presidente della Commissione "non bisogna sovraccaricare l'agenda del 

Consiglio europeo di giugno sospendendo i negoziati con i Paesi candidati".
La risposta del Primo Ministro turco non si era fatta attendere.
''Il mio popolo ha delle preoccupazioni nei confronti dell'Unione Europea. La posizione
negativa di un Paese (sull'entrata della Turchia) porta qui (in Turchia) a una posizione negativa nei confronti di questo Paese'', aveva spiegato Erdogan, aggiungendo che ''un messaggio mal compreso su questo tema cambierà l'atteggiamento dei turchi verso la Francia, perciò Sarkozy probabilmente deve prendere in considerazione ciò''. 
Da segnare, su questo tema,un intervento di Romano Prodi a margine di un convegno. Il presidente del Consiglio italiano si era detto "convinto che la Turchia appartenga all'Europa", ma "non posso nascondere - aveva aggiunto - che il negoziato di adesione è lungo e complesso e che occorre avere pazienza e perseveranza per portarlo a buon fine". 
(ASCA-AFP)

 

 

LA FRANCIA SPINGE VERSO IL PARTENARIATO

Come anticipato in campagna elettorale da Nicolas Sarkozy, il nuovo segretario agli Affari Europei Jean-Pierre Jouyet ha auspicato ai microfoni di <Rtl> la creazione di "un partenariato privilegiato" fra Turchia e UE.
Pressato dai giornalisti a Bruxelles, Jouyet è restato più vago quando gli è stato chiesto della volontà del nuovo governo francese di bloccare o meno già a giugno i negoziati in corso per l'adesione della Turchia all'UE. "La posizione del presidente su questo punto è perfettamente chiara", si è limitato a dire Jouyet.
"Quello che è più urgente, è fare uscire l'Unione Europea dall'empasse istituzionale".  L'aperto riferimento alla questione istituzionale, in realtà, lascia pensare che per il momento Parigi non compirà passi eclatanti. Entro il 30 giugno prossimo, quando scade la presidenza tedesca dell'UE, in effetti, i 27 devono decidere se aprire tre nuovi capitoli negoziali con la Turchia. Sarkozy, secondo molti osservatori, non ha interesse a creare una crisi con Ankara proprio in un momento in cui la Cancelliera tedesca Angela Merkel sta cercando uno sblocco alla questione istituzionale, al Consiglio Europeo che riunirà a Bruxelles i Capi di Stato e di Governo dei 27 il 21 e 22 giugno prossimo.

 

JOHN NEGROPONTE: "SARKOZY, RIFLETTI"

Gli Usa hanno chiesto al neo presidente francese, Nicolas Sarkozy, di riflettere prima di chiudere la porta dell'UE ad Ankara. Sarkozy aveva detto chiaramente in campagna elettorale che la Francia si opporrà all'ingresso della Turchia nell'UE. Nel giorno del suo insediamento all'Eliseo, il numero due del Dipartimento di Stato Usa, Joh Negroponte, lo ha pregato ha chiesto di "riflettere a quelle che sarebbero le conseguenze in Turchia e nella regione se la porta fosse totalmente chiusa". (Ansa)

 

 

 

 

 

 

TURCHIA: INCONTRO IN SENATO 

LE FRONTIEREDELL'EUROPA

"La Turchia e le frontiere dell'Europa": questo il tema di un incontro che si terrà mercoledì 6 giugno alle h 18.00 presso la Sala Commissione Difesa del Senato della Repubblica. Introdurrà Aldo Di Lello, direttore di <Imperi>. Moderatore Paolo Quercia, analista di relazioni internazionali. Ai lavori prenderanno parte l'ambasciatore della repubblica turca Ugur Ziyal, il presidente della Commissione Affari Esteri di palazzo Madama, sen. Lamberto Dini, la prof.ssa Meliha Altinisik rappresentante del Centro Studi Strategici del ministero degli Esteri turco, il vice-presidente del Groppo di An in Senato, sen. Alfredo Mantica.
Per qualsiasi informazione questi i punti di riferimento: fax. 06-67063587, tel. 06-67065475 e-mail. annarita.mariano@senato.it

 

 

 


 

 

POLITICA ESTERA E SICUREZZA

 

 

L'INTERVISTA  COLLOQUIO
PER LA <VOCE D'ITALIA> DI CARLO
FRAPPI CON L'AMBASCIATORE
TURCO IN ITALIA, UGUR ZIYAL

La Turchia attraversa oggi uno dei più delicati momenti di transizione della propria storia repubblicana. Il vivace dibattito politico e l’ampia partecipazione popolare mostrano un paese in fermento, attento alle direttrici che la Turchia va perseguendo sul piano interno ed internazionale. 
La crescente instabilità irachena, legata a doppio filo all’intensificarsi delle attività terroristiche del Pkk, rappresenta su questo sfondo una delle principali sfide che la politica estera di Ankara si trova a fronteggiare. Una sfida tanto più significativa in ragione dei riflessi diretti che essa ha tanto sulla politica di sicurezza, quanto sui rapporti con i tradizionali alleati occidentali e partner regionali del Paese. Ne abbiamo parlato con l’Ambasciatore della Repubblica di Turchia in Italia, S.E. Sitki Ugur Ziyal.
In che modo è cambiata la politica estera e di sicurezza turca  in relazione al lancio dell’operazione Iraqi Freedom nel 2003?
Il conflitto in Iraq ha influenzato notevolmente la politica estera turca. L’intervento americano ha finito per destabilizzare l’Iraq che rappresenta oggi non, come ci si aspettava, una fonte di democrazia e di futuri cambiamenti nella regione, ma piuttosto una fonte di instabilità e di preoccupazione per tutti gli attori e le organizzazioni internazionali.
Tutti cerchiamo di ricompattare l’Iraq, ma ciò non sarà possibile sino a quando non saranno gli iracheni stessi a volerlo. Quello che stiamo facendo oggi è dunque tentare di contenere l’instabilità sino a che essi non riusciranno a trovare tra loro una forma stabile di compromesso, poiché il vuoto di potere generato dalla caduta del passato regime è oggi riempito da attori diversi e non statali. Si sta generando una scenario da incubo al quale la comunità internazionale deve dare primaria importanza.
Rispetto alla Turchia, non essendo noi stati parte delle operazioni militari, per un certo periodo non siamo stati neanche coinvolti in Iraq sul piano politico. La nostre relazioni economiche con il nord Iraq e con il resto del paese tuttavia continuano: la Turchia ha circa 3 miliardi di dollari di scambi con l’Iraq, il che la rende uno dei più importanti partner iracheni per il commercio. Allo stesso tempo, la stabilità politica della regione, l’integrità territoriale e la stabilizzazione dell’Iraq hanno per la Turchia un’importanza primaria. Per perseguire questi obiettivi, abbiamo preso l’iniziativa dell’organizzazione di conferenze periodiche tra gli stati confinanti con l’Iraq, adesso allargate anche ai membri del G8 ed ai restanti membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Quali sono gli obiettivi della Turchia rispetto al futuro assetto istituzionale iracheno?
La Turchia rappresenta l’unico stato democratico della regione: per quanto possa apparire utopistico, vorremmo che l’Iraq diventasse uno stato democratico e stabile. Dunque per prima cosa che, all’interno del territorio nazionale, gli iracheni riuscissero a trovare un accordo su come organizzare il loro Paese.
Vorremmo inoltre che si procedesse verso l’unità del paese, non verso il suo smembramento. Tutti i gruppi etnici presenti in Iraq sono responsabili e si devono impegnare in tal senso: essi devono dimostrare di essere iracheni prima di tutto.
In terzo luogo  la situazione di sicurezza deve essere migliorata.Questi sono i tre aspetti più importanti sui quali stiamo lavorando tanto con i paesi confinanti, quanto con tutti i gruppi  interni all’Iraq, non solo turcomanni o sunniti.
Ritiene che le forze della coalizione oggi presenti in Iraq condividano gli stessi obiettivi?
Si, certamente. Gli obiettivi sono gli stessi, sono i metodi che differiscono. Da parte nostra, avevamo chiarito, all’inizio dell’operazione, che tali metodi non avrebbero funzionato, così come si è verificato. C’è bisogno di un cambiamento di strategia e ritengo che il percorso tracciato dalle conferenze rappresenti un’iniziativa in tal senso.
L’avvio delle operazioni militari in Iraq è coinciso con la unilaterale rottura del cessate-il-fuoco proclamato, nel 2000, dalla formazione terroristica del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). Qual è la relazione tra le due problematiche?
L’Iraq è molto importante per la Turchia sotto diversi aspetti. Uno di questi è quello della sicurezza. In passato il Pkk ha goduto di safe heavens in un altro paese confinante [la Siria, ndr.] con il quale la Turchia ha oggi ottime relazioni. Ciò è molto importante e va tenuto in considerazione.
Oggi il Pkk beneficia di zone franche in nord Iraq, da dove conduce attacchi terroristici in territorio turco. La responsabilità di bloccare questi attacchi ricade sugli Sati Uniti come potenza occupante, sugli iracheni in quanto governo centrale e sui curdi in quanto governo locale. Essi debbono riprendere il controllo dei santuari del Pkk, evitare che i terroristi possano organizzarsi ed onorare gli impegni che hanno assunto nei confronti della comunità internazionale in generale e della Turchia in particolare.
Con i leader curdi Barzani e Talabani abbiamo avuto in passato ampie relazioni ed abbiamo cooperato nel tentativo di combattere il terrorismo. Se oggi l’Iraq del nord è stabile, lo si deve all’operazione Provide Comfort [1991–1996, ndr.], attivamente sostenuta dalla Turchia. Nel futuro dell’Iraq non ci dovrà essere spazio per alcun tipo di terrorismo.
Innanzi alla incapacità delle forze della coalizione e di quelle irachene di reprimere le attività terroristiche del PKK in territorio nord-iracheno, esponenti di primo piano dell’esercito e dell’esecutivo turco hanno ripetutamente minacciato di intraprendere direttamente iniziative militari oltre confine. Come bisogna interpretare questo tipo di dichiarazioni?
Ogni Stato ha il diritto di difendersi dalla minaccia del terrorismo, anzitutto attraverso la via diplomatica. Se questa non dovesse funzionare, bisogna tuttavia usare la forza, in via legittima e condivisa.
Questo è esattamente il punto in cui ci troviamo. Stiamo tentando di risolvere il problema attraverso la via diplomatica, attraverso la persuasione, chiedendo ai leader statunitensi, iracheni e curdi di assumersi le rispettive responsabilità. Ma alla fine non potremo stare a guardare mentre si continuano ad ignorare gli attacchi del Pkk che colpiscono la Turchia e che stanno danneggiando il Paese. Dobbiamo interromperli.
Barzani e Talabani rappresentano in questa prospettiva interlocutori credibili?
Al di là delle azioni concrete od intenzioni, le loro dichiarazioni non sembrano rispondere allo spirito di quello che dovrebbe essere un buon rapporto di vicinato tra le due nazioni. Dichiarano di voler respingere e di non accettare minacce terroristiche provenienti dai loro territori e dirette verso la Turchia, ma non fanno nulla per fermarle. In questo caso dovrebbero dunque lasciare questa responsabilità a chi è in grado di assumerla direttamente. E’ stato fatto in passato, d’altro canto.
In una recente intervista, l’ambasciatore statunitense in Turchia ha accusato gli alleati di Ankara – con l’eccezione degli Usa – di non sostenere sufficientemente la lotta della Turchia al terrorismo di matrice curda. E’ d’accordo?
Si. Il Pkk è un’organizzazione terroristica riconosciuta come tale dall’Unione europea. I mezzi impiegati nei confronti di altre organizzazioni terroristiche, non sono tuttavia utilizzati nel caso del Pkk. Potrà forse andare contro le loro convinzioni ideologiche, le loro simpatie o contro lo stesso ordine costituito, ma gli stati europei devono necessariamente confrontarsi con le rispettive responsabilità e fare di più nella lotta al Pkk, se sono sinceri nella dichiarata volontà di contrastare il terrorismo su scala globale.
Il futuro della regione di Kirkuk è un ulteriore motivo di preoccupazione turca rispetto al futuro assetto istituzionale iracheno. Potrebbe spiegare il punto di vista turco a riguardo?
La regione di Kirkuk è un microcosmo della realtà irachena. Vi sono stanziati tutti i gruppi etnici presenti nel paese ed è un’area di rilevante produzione petrolifera. Ciò che accadrà a Kirkuk sarà un esempio di ciò che potrà accadere nell’intero paese. Se i curdi, rovesciando la politica del passato regime, ne utilizzeranno gli stessi metodi, forniranno un pessimo esempio. Essi hanno sofferto in prima persona ed ora stanno facendo soffrire altre popolazioni. Arabi, turcomanni, curdi e gli altri gruppi etnici presenti nella regione dovrebbero trovare invece un compromesso, dimostrando quale futuro potrà avere l’intero Iraq. Allo stesso modo le risorse energetiche irachene appartengono a tutto il Paese e non ad un singolo gruppo etnico e dovrebbero essere gestite dal governo centrale a beneficio di tutti.
La stampa internazionale tende a rappresentare uno scontro di potere tra civili e militari sulla gestione della lotta al Pkk. E’ una visione corretta?
Tutto in Turchia può apparire uno scontro di potere. Certamente, differenti istituzioni hanno differenti punti di vista e ciò può essere visto in un molteplicità di problematiche, non solo nel caso della lotta al Pkk. I militari o i diplomatici hanno uno specifico punto di vista, ma è al governo che spetta l’onere delle decisioni. Ed è questa la situazione attuale in Turchia.
Ritiene che un prossimo probabile governo di coalizione avrà la forza necessaria per fronteggiare efficacemente la problematica irachena?
Dovrà esserlo, altrimenti sarà fallimentare. Il prossimo governo, quale che sarà la sua composizione, dovrà confrontarsi con i problemi del Paese, cercando di risolverli con metodi moderni – non arcaici – e guardando al futuro ed alla prosperità del popolo turco. Se non ci dovesse riuscire, sarà l’elettorato turco, come nelle ultime elezioni, a sconfessare i partiti di governo. Il processo democratico in Turchia gode oggi di ottima salute, come dimostrano le recenti pacifiche manifestazioni di massa. (Carlo Frappi/La Voce d'Italia)

 

 

 

APPOGGIO
DI ERDOGAN
AI MILITARI


AUTORIZZATI
GLI ATTACCHI AL LA' DEL CONFINE

Il Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha fatto sapere che appoggerà i generali qualora essi decidano di vendicare l’attentato suicida che giorni fa ha insanguinato Ankara. Il premier sarebbe quindi disposto a sostenere un’incursione dell’esercito turco nella zona settentrionale dell’Iraq, dove sono presenti numerose basi del Pkk, il movimento clandestino di guerriglia che da anni chiede l’indipendenza della parte sud-orientale della Turchia, caratterizzata da una forte presenza curda e confinante con l’Iraq settentrionale. In un’intervista televisiva, Erdogan ha dichiarato che "è fuori discussione che si possa avere un disaccordo su questo punto con i nostri militari". Il Capo del Governo ha invitato gli Stati Uniti ad intensificare i controlli sui separatisti curdi che agiscono dall’Iraq, sostenendo che se l’organizzazione terroristica ha la propria base nell’Iraq settentrionale gli Usa devono assumersi le proprie responsabilità. Anche gli Stati Uniti ritengono il Pkk un’organizzazione terroristica, ma temono che un’intensificazione dei controlli sui ribelli possa aggravare la situazione irachena, ritardando il processo di stabilizzazione del paese.
"Noi annunciamo che non abbiamo alcun legame con questo attacco e che noi non approviamo questo tipo di azioni” è stata la smentita del Pkk, che nega ogni coinvolgimento nell’attentato che martedì ha colpito un centro commerciale della capitale turca, provocando la morte di 7 persone (tra cui l’attentatore) e il ferimento di altre 121. Le indagini si sono indirizzate sui separatisti curdi dal momento che sul luogo dell’esplosione sono state trovate tracce di plastico A-4, spesso sequestrato in passato al Pkk. Secondo la polizia locale, l’esplosivo sarebbe entrato in Turchia attraverso il confine con l’Iraq. Le autorità di Ankara hanno fatto sapere che l’attentatore è stato identificato come Guven Akkus, un ventottenne proveniente dal sud-est del Paese che in passato era stato in carcere per aver appeso manifesti illegali (anche se non è stato specificato di quali manifesti si trattasse) e per resistenza alla polizia.
Gli episodi di violenza nel sud-est anatolico sono aumentati da quando qualche settimana fa l’esercito ha potenziato le azioni contro la guerriglia. Intanto il ministero degli Esteri turco ha chiesto alle autorità irachene di intervenire contro il Pkk, dal momento che i curdi iracheni ospitano migliaia di ribelli e li aiutano attivamente.
I ribelli combattono per l’autonomia della regione sud-orientale del Paese da Ankara. I guerriglieri accusano l’esercito di cercare l’aiuto degli Stati Uniti e dei curdi iracheni per portare avanti le operazioni oltre confine che da molto tempo le forze armate stanno tentando di compiere. Secondo fonti militari turche, più di 3800 ribelli si trovano oltre il confine con l’Iraq, mentre almeno 2300 sono attivi all’interno del Paese. Da quando il conflitto è iniziato, nel 1984, si calcola che siano morte decine di migliaia di persone. (da un articolo di Simone Storti/
La Voce d'Italia)


 

 

 

 

CYPRUS

A MARGINE DI TEKFESTIVAL
UN INTERESSANTE CORTOMETRAGGIO
DEL GIOVANE REGISTA GIORGIO CURZI
SULLA REALTA' DELL'ISOLA DI VENERE
E SUL DESIDERIO DI UNA QUALCHE
RICONCILIAZIONE. MOLTE TESTIMONIANZE

"Dicono che le persone dovrebbero amare il proprio Paese. Questo è quello che mio padre spesso mi dice. Il mio Paese è stato diviso in due parti. Quale parte dovrei amare io?".
Ci piacciono queste parole di Nese Yasin. Ci piacciono soprattutto perché danno un'idea di quello che provano turco-ciprioti e greco-ciprioti nel vedere la loro isola spaccata. Giorgio Curzi, giovane regista poco più che trentenne, nel suo cortometraggio "Cyprus" presentato di recente a Roma al <Tekfestivak> ha giustamente voluto evidenziare questo sentimento che è poi quello di tutti gli uomini e e di tutte le donne donne che si trovano nelle condizioni di Nese Yasin.
L'idea  di Curzi e dell'Associazione culturale <Tulkim Radio>, di cui fa parte, di realizzare un cortometraggio su Cipro - parte di una trilogia che comprende la Bosnia-Erzegovina e Belfast - nasce dal desiderio di offrire un reportage sui conflitti etnico-religiosi che ancora purtroppo affliggono zone dell'Europa. Curzi la chiama "Country Europa".
Per realizzare il suo servizio audivisivo - arricchito da una serie di interviste - il regista ha girato per oltre un mese, tra luglio ed agosto 2006, in lungo ed in largo per l'isola di Venere. Ne è uscito fuori uno spaccato insolito, racchiuso in appena 43' di proiezione, non solo e non tanto per l'incisività delle immagini e per la raccolta delle testimonianze, quanto e soprattutto perché sia i turco-ciprioti che i greco-ciprioti hanno dimostrato la loro grande volontà di riconciliazione. Salvo, naturalmente, casi isolati. Molto, naturalmente, dipende dagli sforzi che dovrà metterci l'Unione Europea, più disposta alle volte a creare difficoltà che non a sanarle. Eppure sarebbe così facile risolvere i problemi ascoltando, ad esempio, quella voce fuori campo che lamenta di vedere la sua città, Nicosia, ferita perché divisa in due. "E' come amare una persona a metà".
Il cortometraggio di Curzi si avvale di una serie di interviste - a cominciare da quella del nostro ambasciatore a Cipro Luigi Napolitano a quelle del portavoce UN Brian Kelly, dell'andropologo Yiannis Papadakis, del sociologo Nihazi Kizilyurek, dell'archeologa Anna Marangou, dello studente Euren Maner, del giornalista Ali Osman, del segretario generale per la conservazione della Trnc Seyyen Uzanoglu, della stilista Lina Hamali, del volontario per la pace Nicos Anastasiou e di altri ancora. Difficoltà nel realizzarle? "Nessuna", ci ha risposto il regista che ha poi confessato di aver svolto il suo lavoro senza il minimo intralcio burocratico anche nella zonaturco-cipriota dell'isola dove si è mosso senza chiedere alcuna autorizzazione governativa. Di un certo effetto i reportage di archivio, tanto quelli in cui si vedono nel 1925 i soldati della Corona britannica subentrare ai turchi dopo 300 anni di dominio ottomano, quanto quelli che ci proiettano le immagini dell'insurrezione dei greci-ciprioti contro gli inglesi (1955-1959), la nascita della Repubblica di Cipro (1960), l'elezione dell'arcivescovo Makarios e di Fazil Kucuk a presidente e vice presidente del giovane Stato, le persecuzioni contro le enclave turco-cipriote e la conseguente ghettizzazione (1967), la destituzione di Makarios e la proclamazione di Nicos Sampson a nuovo presidente (15 luglio 1974), l''invasione delle Forze Armate nell'isola (20 luglio), la proclamazione della Repubblica di Cipro Nord (1983).
Per parlare della questione cipriota dobbiamo guardare al passato delle origini del conflitto e ritrovare quel fenomeno - che non è sconosciuto all'Europa, ai Balcani e ad altre zone di guerra - che è il nazionalismo. Il turco-cipriota Kizilyurek ne è convinto più che mai quando rilascia l'intervista a Curzi. "A Cipro, le due comunità non hanno sviluppato un nazionalismo comune, né una comune idea nazionale. I greci hanno sviluppato un nazionalismo greco, con lo scopo di unire Cipro alla Grecia. In reazione a questo, i turco-ciprioti hanno sviluppato un proprio nazionalismo chiedendo la separazione dell'isola. Quindi nel XX secolo vediamo la comunità greco-cipriota lottare per l'unificazione con la Grecia e la comunità turco-cipriota reagire a questa idea, suggerendo la separazione di Cipro come alternativa alla unificazione con la Grecia. Ecco come le due comunità hanno combattuto per due ideali nazionali opposti".
Quando si parla di nazionalismo, va da sè  che quello greco-cipriota è un nazionalismo religioso. Molto chiaro in proposito il greco-cipriota Papadakis: "Il nazionalismo religioso è espresso nella frase I valori greco-cristiani. E' una sorta di epiteto della grecità. Greco significa la Grecia antica, mentre cristiano significa Chiesa ortodossa, Bisanzio. Ovviamente questa è una contraddizione perché la Grecia antica è molto diversa dalla cristianità ed i cristiani non possono essere pagani. Tuttavia, così si è formata l'identità greca e la religione fa parte di questa. Per questa ragione è possibile avere un sacerdote come leader. Invece, dalla parte turco-cipriota ed in Turchia la religione è fuori dal nazionalismo. Il nazionalismo è contro la religione. Quindi i leader religiosi non influenzano la politica dei turco-ciprioti".
Come fare allora? Forse la risposta l'ha data lo studente Maner, turco-cipriota: "Per essere in grado di creare una identità cipriota, si deve lottare nella propria comunità. Solo così potremo diventare uniti. Ma la volontà è poca. Per creare nuovamente una identità cipriota, dobbiamo sederci insieme a tavolino - turco-ciprioti da una parte e greco-ciprioti dall'altra, e dire: <Lavoriamo insieme. Siamo ciprioti che vivono in questo territorio figli della stessa madrepatria>". (Veronica Incagliati)

 

 

OK
PER IL COMMERCIO
DEL MIELE


Via libera al commercio di miele e pesce oltre la "Green Line" di Cipro, ovvero il confine che divide in due il Paese e la comunità greca da quella turca. La Commissione UE ha adottato una decisione che consentirà la libera circolazione di alcuni prodotti animali finora vietati a causa delle restrizioni applicate alle merci provenienti da Cipro nord su cui Nicosia non ha il controllo. Per il commissario alla Salute Markos Kyprianou tale decisione "offre a Cipro l'opportunità di incrementare gli scambi commerciali con beneficio di entrambe le comunità". Il cosiddetto "regolamento della Green Line", adottato nel 2004 - ovvero da quando Cipro è diventata membro della UE - stabiliva le regole per la circolazione di beni e persone nelle due aree. In linea con le norme che si applicano ai Paesi terzi, la UE aveva vietato il passaggio di animali e prodotti derivati da essi finché il Governo di Cipro, che non ha accesso alla parte settentrionale dell'isola, non avesse potuto effettuare dei controlli approfonditi sulla loro provenienza. Con questa decisione, a sostituire il controllo sanitario di Nicosia, assicurando che gli standard sanitari rispettino quelli della UE, vi sarà una commissione indipendente di esperti. (Denaro.it)

 

 

 

VIA LIBERA
PER MALTA
E CIPRO

 

L'Ok della Banca Centrale Europea
permetterà a questi due Paesi di adoperare l'euro dal 1 gennaio 2008

 

 

 

La Banca Centrale Europea ha dato a Malta e Cipro il via libera per l'adozione dell'euro, che le due isole del Mediterraneo potrebbero iniziare a fare circolare sul proprio territorio dal gennaio 2008.
I Governi dell'Unione europea saranno chiamati a dare la propria approvazione alla terza espansione della zona euro entro l'inizio di luglio.
Nel report della Bce si legge che entrambi i paesi hanno superato tutti i test economici per l'adozione della moneta unica, già usata in 13 nazioni per un totale di 318 milioni di abitanti.
Malta e Cipro, entrate nell'Unione nel 2004, avranno comunque un impatto limitato sul blocco monetario europeo . Insieme contano 1.5 milioni di cittadini e 0.2 punti percentuale dell'economia della zona euro, stimata in 8.000 miliardi di euro.
Cipro è diviso in due metà, con il sud di lingua greca unito all'Unione e la parte turco-cipriota a nord riconosciuta solo dalla Turchia.
Il report della Bce ha confermato che Malta e Cipro sono riusciti a mantenere le loro valute in un trading range stabile contro l'euro dal 2005, anno di adozione del meccanismo ERM-2, provando che le economie sono pronte per l'adozione dell'euro.
L'inflazione dei due Paesi è inoltre inferiore al 3%, soglia che spesso rappresenta un problema per le economie in rapido sviluppo, tanto che la Lituania per questo motivo è stata rifiutata lo scorso anno.

 

 

 

 

 


 

UN CALENDARIO
PER IL RITIRO DELLE TRUPPE

Il Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha chiesto che venga stilato un calendario per il ritiro delle forze di coalizione dall'Iraq . Un provvedimento che, a detta del premier turco, aiuterebbe a porre fine a ''quella che è quasi una guerra civile'' in atto nel Paese dell'ex rais e a riportare la stabilità nell'area limitrofa della Turchia. ''Trovo che un ritiro immediato sarebbe sbagliato - ha detto Erdogan - ma ritengo che l'annuncio di un calendario e il ritiro delle forze di coalizione sulla base di un calendario fermerebbe quella che è quasi una guerra civile in Iraq''. Erdogan ha poi aggiunto che ad ogni modo le forze di coalizione dovranno ritirarsi dopo che l'Iraq avrà ''un Governo duraturo e forze di sicurezza proprie''. (Asca-Afp)

LA GUERRA IN IRAQ 
Lo ha chiesto Il Capo dell'Esecutivo turco a detta
del quale solo così si potrà evitare una guerra
civile nel già tanto martoriato Paese mediorientale

 

 

 

 

 

 

IL PAPA
ED IL PATRIARCA
BARTOLOMEO

Ipotizzata la partecipazione dei
due all'apertura della X riunione
plenaria della Commissione mista
per il dialogo teologico tra la
Chiesa cattolica e quella
ortodossa in programma dal
7 al 15 ottobre prossimi

 

Sempre più concreta la possibilità di un nuovo incontro di Benedetto XVI e il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I. Nei giorni del viaggio del Papa in Turchia era stata ipotizzata la partecipazione dei due all'apertura della decima riunione plenaria della Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, in programma a Ravenna, dal 7 al 15 ottobre prossimi. L'inviato del patriarca, l'arcivescovo Ioannis Zizioulas, recentemente a Roma per incontrare il Papa in occasione del suo 80mo compleanno, ha spiegato all'agenzia francese <I.Media> di essere ottimista. "Sembra che il Papa abbia accettato – ha detto - noi abbiamo trasmesso l'invito ufficiale, ora spetta a lui la decisione".
Del resto, già a margine dell'incontro con il Papa a Istanbul, Bartolomeo I fece sapere di aver lanciato all'ospite una proposta: assoluto riserbo sul contenuto, ma subito molti osservatori avevano pensato all'appuntamento di Ravenna. La notizia, se confermata, avrebbe una portata enorme nel dialogo tra cattolici e ortodossi, anche perché certificherebbe in modo solenne la ripresa spedita del confronto. La Commissione mista, infatti, era tornata a riunirsi a settembre a Belgrado, dopo quasi sei anni di sospensione, a causa dei contrasti nati in Ucraina, dove è ancora difficile una normalizzazione dei rapporti tra ortodossi e greco-cattolici, tra accuse di ingerenza e di proselitismo.
Con l'elezione di Benedetto
XVI, tuttavia, si è aperta una nuova stagione di dialogo. Al centro della 
riflessione (prendendo spunto da quanto aveva 
indicato lo stesso Giovanni Paolo II) lo scoglio più grande nel cammino verso l'unità: il primato petrino, ovvero il capitolo dei poteri del vescovo di Roma. A Belgrado, le parti avevano
esposto le rispettive posizioni, ma il lavoro da compiere è ancora molto ed è proprio in questa direzione che si è inserita la dichiarazione firmata a Istanbul dal papa e dal patriarca Bartolomeo I, con l'intenzione di sostenere i lavori della commissione mista.
"E' un momento cruciale per il dialogo cattolico-ortodosso”, ha ammesso il metropolita Ioannis in un'intervista a <Repubblica>, convinto che "e ci fermiamo adesso, rischiamo di entrare in una stagione di stagnazione". Del resto, le sfumature e le differenze sono consistenti, specie in campo ortodosso. Perché discutere di primato petrino, significa andare al cuore dell'organizzazione stessa delle Chiese, ragionando non solo su aspetti teologici, ma anche sulla giurisdizione. Un tema difficile perché, da una parte, il ruolo del papa nell’ultimo millennio ha assunto una forma che prima non aveva; dall’altra, la Chiesa ortodossa ha sviluppato una pluralità (16 chiese autocefale) che sul primato petrino registra sensibilità e opinioni variegate. Se il patriarcato ecumenico di Costantinopoli appare più disponibile ad un compromesso ("E' un primato universale che agisce sempre in comunione
con il Sinodo", spiega il metropolita Ioannis), il patriarcato di Mosca ha più problemi.
In sostanza, tutto si gioca su una formula, già espressa in un interessante simposio accademico sul ministero petrino, svoltosi in Vaticano nel maggio del 2003, in base alla quale un 
 

PIU'
VICINO

L'INCONTRO
A
RAVENNA

Papa riconosciuto da tutti, possa guidare una Chiesa più collegiale (con piena giurisdizione per l’Est, ma con tratti più sfumati come primate della Chiesa universale e riferimento per le chiese di Oriente). Da parte loro, invece, le chiese ortodosse (Mosca in primis) dovrebbero sforzarsi di riconoscere anche al loro interno una qualche forma di giurisdizione, che superi l'attuale frammentazione. "D'altronde – spiega Ioannis – il patriarcato di Mosca non vuole riconoscere il primato del patriarca ecumenico di Costantinopoli. Secondo loro, un primato non serve. 
Ma a Belgrado tutte le altre Chiese ortodosse hanno votato che la sede di Costantinopoli esprime l'unità degli Ortodossi".
Un concetto ribadito in modo secco anche dal vescovo Mark, vice-responsabile per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, che, pur esprimendo la speranza di un incontro tra Benedetto XVI e il patriarca di Mosca, Alessio II, chiarisce che "nessuna Chiesa ortodossa accetterà mai il primato del papa". Più importante "una comune testimonianza dei valori cristiani e tradizionali nel contesto della società secolarizzata e relativista". Qual è dunque la via di uscita? Impossibile dirlo. Certo è che a Ravenna i nodi da sciogliere potrebbero pesare ancora come macigni. (Matteo Spicuglia/www.korazym.it)

 

 

 

 

 

 

CENTRO DIALOGO
INAUGURATO AD ISKENDERUN

UN GRANDE PROGETTO  E' stato dedicato a don Andrea
Santoro, il sacerdote romano ucciso nella sua chiesa di
Trebisonda il 5 febbraio 2006 da un giovane fanatico. Il finanziamento della Regione Lazio

E' stato inaugurato  a Iskenderun, nella Turchia meridionale, il "Centro di dialogo interculturale e interreligioso" dedicato a don Andrea Santoro, il sacerdote romano Fidei Donum ucciso a colpi di arma da fuoco il 5 febbraio del 2006 nella sua chiesa a Trebisonda. Come riferisce l’agenzia del Pime, <AsiaNews>, è un progetto che lo stesso don Santoro aveva presentato alla Regione Lazio "per superare le distanze, pregiudizi e ignoranze e, quindi, gettare le basi di una convivenza dove la diversità non sia divisione o, peggio, ostilità, ma ricchezza disponibile e in libera circolazione". La costruzione del Centro, finanziata dalla stessa Regione Lazio, è stata promossa dall’associazione "Don Andrea Santoro Onlus", fondata dalla sorella del sacerdote, Maddalena, in sintonia con la diocesi di

 

 

Roma, il vicariato apostolico dell’Anatolia e l’associazione Finestra per il Medio Oriente. Presenti al simposio inaugurale, mons. Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia, e mons. Antonio Lucibello, nunzio apostolico in Turchia e in Turkmenistan, insieme a personalità cristiane e musulmane, che si sono ritrovate a riflettere attorno alla figura e all’importanza della "Parola Rivelata" nel Cristianesimo e nell’Islam. "Questa è l’eredità e il frutto più bello e prezioso di mio fratello – ha commentato Maddalena Santoro – che con tutta la sua vita non ha voluto altro, se non comunicare la propria fede e identità nel rispetto dell’altro, per trovare insieme strade comuni di amicizia e di stima". (R.M/Radio Vaticana)

 

 

 

 

 

 

SOCIETA'

 

 

 

COME CAMBIALA QUALITA'
DELLA VITA IN TURCHIA: 
PUBBLICATO IL RAPPORTO
DI <EUROFOUND>

Per un Paese che si candida a entrare nell'Unione Europea, il benessere sociale dei cittadini è un principio fondamentale per la sua valutazione come gli standard politici ed economici stabiliti dai criteri di Copenhagen. Proprio in questa ottica, il rapporto sulla "Qualità della vita in Turchia" redatto da <Eurofound> evidenzia i punti di contatto e le differenze con gli altri Stati membri dell'UE.

La ricerca ha preso in considerazione diversi parametri come l'inclusione e l'esclusione sociale, il livello di istruzione, la situazione economica, la possibilità di accedere ai servizi sanitari e il ruolo delle donne all'interno della società. Non è da sottovalutare poi il considerevole aumento della popolazione che non ha conosciuto uguali negli altri paesi europei. Secondo il primo censimento effettuato nel 1927, la popolazione contava circa 13.648.000 turchi ma le stime attuali parlano di quasi 74 milioni di persone.

La popolazione è aumentata nei centri urbani ma soprattutto nelle zone rurali, così molti giovani sono stati costretti a emigrare in città come Istanbul o trasferirsi in altri paesi d'Europa, a causa della mancanza di lavoro. Secondo i dati, sono circa 3 milioni i turchi che risiedono all'estero e attualmente rappresentano la maggior parte dei residenti nell'UE di nazionalità diversa da quella europea.

La rapida crescita ha comportato vantaggi e svantaggi. Il governo turco ha infatti dimostrato di aver adottato misure valide per assicurare alti standard di vita, per esempio incrementando le spese per l'istruzione e la sanità. Nello stesso tempo però le autorità devono fronteggiare nuove situazioni derivanti dall'acquisito benessere come la riforma del sistema pensionistico.



Gli effetti degli investimenti sono già evidenti nella disparità di istruzioni tra le generazioni: il 72% dei turchi di età superiore ai 59 anni ha un livello di educazione primaria mentre i giovani tra i 18 e i 29 anni hanno un diploma secondario. Inoltre si calcola che oltre 1.89 milioni di studenti partecipano al test di ingresso universitario ogni anno e chi lo supera può scegliere tra le 83 università della Turchia, 30 delle quali sono private.

Il 34% dei turchi sono regolarmente impiegati e in questi ultimi anni si è registrata una crescita dell'occupazione anche se non è ancora proporzionata al numero di persone in età da lavoro. Tra il 1998 e il 2004, le statistiche ufficiali parlano di un aumento di cinque milioni di lavoratori, con una significativa riduzione degli impieghi part-time o stagionali. Nonostante ciò, un terzo della popolazione - soprattutto le donne - non hanno lavoro, un dato significativo se paragonato all'11% dei cittadini dell'UE a 15.

Il 53% della popolazione non ha un contratto scritto (solo 10% nell'UE a 15) e l'impiego pubblico offre una maggiore sicurezza sociale rispetto al settore privato. La Turchia differisce dai paesi dell'Unione europea soprattutto perché sono pochi i cittadini che ricevono una pensione o un sostegno economico dallo Stato.

La sicurezza sociale e i servizi sanitari sono fattori fondamentali per assicurare una buona qualità della vita. Gli investimenti nella sanità della Turchia sono ancora inferiori rispetto agli standard europei ma, grazie a una serie di riforme adottate all'inizio del 2007, sono in atto cambiamenti significativi. Le difficoltà principali riguardano per il 33% dei cittadini le spese mediche, per il 30% i lunghi tempi di attesa e per il 28% la distanza dai centri ospedalieri e la mancanza di collegamenti.

Infine il rapporto ha valutato la partecipazione alla vita sociale dei turchi e la condizione femminile. Le donne ricevono una maggiore istruzione rispetto al passato e così hanno maggiori possibilità di entrare nel mondo del lavoro, mentre negli anni '90 solo il 67% delle donne riceveva un'educazione contro il 90% degli uomini. (http://europa.tiscali.it/società)

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA SALUTE  L'HA MESSA
IN VENDITA ANCHE IN TURCHIA UNA SOCIETA' CINESE, LA <GOLDEN DRAGON
GROUP>. E' DOTATA DI BATTERIA
E DI UN DISPOSITIVO ELETTRONICO. GROSSE VENDITE

 

 

"RUYAN"
LA
SIGARETTA
CHE  FA
MENO MALE

 

Sembra una sigaretta ma fa meno male alla salute. La società cinese che ha immesso sul mercato la prima sigaretta "elettronica" al mondo spera di raddoppiare le vendite quest'anno e di espandersi all'estero, mentre legioni di fumatori in Cina tentano di smettere.
Le sigarette " Ruyan" del < Golden Dragon Group> sono dotate di batteria e di un dispositivo che invia nicotina a chi le usa emulando il gesto di fumare.
"La nicotina arriva ai polmoni entro 7-10 secondi", spiega Scott Fraser, vice presidente della <Sbt>, la società con sede a Pechino che per prima ha sviluppato questa tecnologia nel 2003 e che ora è controllata da Golden Dragon.
"Sembra una sigaretta, emette anche vapori . In molti sensi, è come fumare, ed è questo che fa la differenza", ha detto a <Reuters>.
Le sigarette vengono vendute per circa 1.600 yuan (208 dollari) al pezzo e sono già disponibili in Cina, Israele,
Turchia ed un certo numero di Paesi europei, ma non ancora negli Usa.
I concorrenti di Golden Dragon includono i giganti farmaceutici < Pfizer> e < Novartis AG>, che vendo prodotti sostitutivi alla nicotina come chewing gum, cerotti e inalatori.
La Cina - dove ci sono circa 400 milioni di fumatori e un'industria del tabacco da circa 160 miliardi di dollari - rappresenta anche il 65% delle vendite di "Ruyan" . L'azienda stima che circa il 10% dei fumatori cinesi stia tentando di smettere, con il 2% di successo. (Reuters)


 

 

 

 


BUFERA AD ISTANBUL

NO AL BIKININEI CARTELLI PUBBLICITARI

Braccio di ferro fra alcune case produttrici di costumi da bagno ed il sindaco di Istanbul, l'architetto Kadir Topbas. Le società hanno infatti accusato l'amministrazione centrale della megalopoli sul Bosforo di avere vietato la pubblicazione delle loro collezioni di costumi da bagno, tra i quali i bikini, perché ritenute un'offesa al pudore.
Una motivazione degna di una Repubblica islamica più che di uno Stato laico come la Turchia e che in periodo di campagna elettorale non può fare altro che accendere la polemica. Se fa una parte, infatti, le aziende "bocciate" affermano di avere prenotato da tempo gli spazi per l'affissione e di avere visto i permessi megati all'ultimo momento, dall'altra il sindaco di Istanbul si difende.
Parlando con alcuni giornalisti Kadir Topbas ha detto: "Abbiamo riaperto le spiagge pubbliche di Istanbul facendo ingenti investimenti. Vi pare logico che possiamo avere impedito l'affissione di foto che ritraggono bikini? Respingo questa accusa con forza. Stiamo lavorando molto per quando Istanbul diventerà la capitale europea della cultura, nel 2010, e ci stiamo adoperando in ogni modo per dare a tutti l'immagine di una città moderna e cosmopolita come quella in cui abitiamo":
Fatto sta che, per ora, affissioni con ragazze in bikini per le strade della città non se ne vedono. E molti si chiedono se adesso il Comune di Istanbul concederà i famosi permessi. (Apcom)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'ULTIMA NOVITA'  ANDARE
IN TURCHIA ED IN UNGHERIA PER LE
CURE  ODONTOIATRICHE. VERI E PROPRI
VIAGGI ORGANIZZATI (DENTAL TRIPS)
DA AGENZIE SPECIALIZZATE

 

IL TURISMO
DEL
DENTE

 

 

Viaggiare per sistemarsi i denti a prezzi ragionevoli è l'ultima frontiere dei tour operator che propongono viaggi organizzati per bocche disastrate e tasche bucate in tutta Europa. Si tratta dell'equivalente stomatologico del turismo estetico nei Paesi dell'Est e propone viaggi in Ungheria e Turchia per ottenere un interessante vantaggio in parcella.
Stiamo parlando dei "Dental Trips", dei veri