Arretrati 

Anno 8° N.5

 

 

PRIMO PIANO

 

Sistema_missilistico_di_difesa Un_sistema_di_scudo_spaziale

 

UNO SCUDO DI DIFESA PER L'OCCIDENTE

Organizzata dall'Associazione per l'Amicizia Italia/Turchia si è svolto un dibattito dell'ingresso della Turchia  nell'UE.. Interventi dell'ambasciatore Ugur Ziyal e dell'ordinaria universitaria Meliha Altinsik.

Organizzata dall'Associazione per l'Amicizia Italia/Germania si è svolto ultimamente a palazzo Marini in Roma un interessante dibattito sul tema "L'ingresso della Turchia nell'UE: scudo di difesa per l'Occidente" che ha visto presenti, tra gli altri, S.E Ugur Ziyal ambasciatore di Turchia presso lo Stato italiano, la prof.ssa Meliha Altinsik ordinario del Dipartimento relazioni internazionali presso l'Università tecnica del Medio Oriente ad Ankara ed il giornalista Gino Ragno (moderatore). Riportiamo di seguito gli interventi di Ziyal e Altisinik.

INTERVENTO ZIYAL
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Egregio Segretario Generale Ragno, Onorevoli  deputati, Pregiati ospiti,
innanzitutto desidero ringraziare l'Associazione per l'Amicizia Italia-Germanica ed il Segretario dott.Gino Ragno per aver organizzato questa riunione ed averci dato l'opportunità di parteciparvi. Inoltre,  non posso non esprimere il piacere che provo nel rivolgermi ad un pubblico così scelto per un argomento di tale attualità.
L'Italia e la Germania sono due Paesi amici ed alleati della Turchia con rapporti profondi basati su un lungo passato. Di conseguenza, il sostegno dato al nostro paese durante il processo d'adesione all'Unione Europea, da parte dell'Italia e della Germania, che sono presenti sin dall'inizio nell'integrazione europea e sono tra i membri fondatori dell'Unione, è sempre stato prezioso per noi.
Osserviamo con piacere che l'appoggio datoci dall'Italia in questo campo procede indipendentemente dai cambiamenti di potere e che quest'appoggio è stato manifestato in modo corale in diverse tribune. Apprezziamo il fatto che la Germania rimanga fedele alle promesse fatte.
Per contro, abbiamo visto che in alcuni paesi membri, l'adesione della Turchia all'Unione Europea, è stata motivo di un intenso dibattito, a volte fuori dal reale, e che tale dibattito si è addirittura trasformato in argomento di attualità durante le elezioni generali.
Penso che sia salutare discutere, considerando gli effetti che creerà l'adesione all'Unione Europea di un paese grande e con importanza strategica come la Turchia. In un sistema democratico, i dissensi si superano con dibattiti e con scambi di vedute. Solo che qui dobbiamo fare attenzione ad un punto. E' stata data alla Turchia la promessa di diventare membro. La Turchia sta procedendo nel realizzare le condizioni richieste per l'adesione. La tendenza di alcuni ambienti politici  europei di "cambiare le regole", è incoerente e nello stesso tempo ingiusta. Suppongo che nessuno possa contestare questa valutazione. D'altro canto, visto che alla fine sarà il popolo a decidere, il dibattito riguardo l'adesione della Turchia all' Unione Europea deve essere  chiaro, franco, lontano da pregiudizi, basato su dati ed equo. Voglio che sappiate che noi non siamo restii a simili dibattiti. Anche noi Turchi discutiamo sullo stesso argomento.
Ecco, in quest'occasione desidero condividere con voi in modo chiaro e con tutta la mia franchezza le mie opinioni riguardo il percorso di adesione della Turchia all'Unione Europea.
Prima di tutto mi oppongo all'idea che la Turchia non fa parte dell'Europa da un punto di vista storico e geografico. Idea che si sta diffondendo soprattutto in questi ultimi tempi nell'Unione Europea i cui rapporti con la Turchia sono iniziati nel 1959 e proseguiti con alti e bassi. Secondo me la Turchia è sempre stata parte dell'Europa sia dal punto di vista storico che geografico.
 

Modernizzazione della società
Pur non volendo  usare il tempo che mi è stato concesso per dilungarmi nella storia remota, non posso fare a meno di soffermarmi su alcuni punti. Non sento neanche l'esigenza di ricordare il fatto che le civiltà anatoliche sono la culla della civiltà Europea. Potete constatarlo subito nella nostra piccola mostra al Quirinale. Per altro vorrei farvi notare che la modernizzazione dello Stato e della società turca si basa su un  passato di 2-3 secoli e che l'Impero Ottomano è stato una delle potenze che ha modellato la storia dell'Europa  in tempi di pace e di guerra, di  vittoria e di  sconfitta.
Nello stesso modo, la Turchia, subito dopo l'Istituzione della Repubblica divenne membro di organizzazioni  quali il Consiglio Europeo, Nato ed Aagit di  matrice Europea/ Occidentale. Mentre allora nessuno sentì l'esigenza di chiedersi se  la Turchia poteva o no diventare membro di tali organizzazioni, a cui peraltro diede grandi contributi, oggi proprio nell'ultimo anello di questo lungo processo di adesione all'Unione Europea, non solo io, ma anche il mio governo e tutti i miei connazionali ci troviamo in difficoltà a capire che ci siano ancora degli interrogativi a tale proposito. Vorrei che sappiate che tale difficoltà nel capire è condivisa anche da paesi del Caucaso, del Centro Asia e Medio Oriente e dai  paesi membri dell'IKO. La Turchia e L'Unione Europea non sono legate solo nel loro passato, ma anche nel loro futuro. Inoltre, considerando che nei paesi Europei, alcuni peraltro membri dell'Unione, vivono più di tre milioni di Turchi, che nella sola Germania ve ne sono due milioni, e che essi contribuiscono alla vita politica, sociale, economica e culturale di tali paesi, non so come si possa asserire obiettivamente  che la Turchia sia  estranea all'Europa...lascio a voi tale valutazione. 
Nell'attuale complessa congiuntura politica, l'Unione Europea, che ambisce a diventare "una potenza globale", al fine di mantenere la propria posizione ed il proprio livello di sviluppo, guarda con interesse ai Balcani, al Mar Nero, al Mediterraneo, al Medio Oriente, al Caucaso, al Centro Asia. Non riesco ad immaginare come potrebbe diventare una "potenza globale" in tali regioni senza la Turchia.  

Globalizzazione e realtà - Nell'ambito delle difficoltà generate dalla globalizzazione e delle realtà che ci troviamo a fronteggiare nel 21° secolo, le scelte che l'Unione Europea farà riguardo al proprio futuro, saranno determinanti anche per noi. Di conseguenza, la Turchia e l'Europa, come era già stato nel passato, oggi e nel futuro avranno un destino comune. Mentre si sta valutando l'adesione della Turchia all'Unione Europea con tutti i suoi pro ed i suoi contro, ritengo che ciò sia da considerare una realtà imprescindibile.
Ecco, a proposito di tutto ciò, la decisione presa al Vertice dei Capi di Stato e Governo dell'Unione Europea il 14 Dicembre 2006, ha deluso l'opinione pubblica turca. Prima di tutto questa decisione non è compatibile con l'anima e lo spirito dei nostri rapporti multi-direzionali, considerando la mole che oggi hanno raggiunto. Oggi i nostri negoziati con l'Unione Europea rischiano di congelarsi, addirittura di trasformarsi in un processo virtuale grazie all'Amministrazione Greca che sfrutta questo processo per avanzare le proprie ambizioni con l'ingresso di Cipro nell'Unione Europea e grazie a politici europei di vedute strette. Tutto ciò adombra i comuni obiettivi che avevamo stabilito.
Nonostante  tutto, noi siamo decisi a proseguire nel nostro cammino. Il nostro governo lo esprime  in modo chiaro e deciso. Nonostante tutto, considerando il punto a cui siamo giunti, il processo di indagine che si è concluso il 13 ottobre è stato un lavoro utilissimo. Ha dato la possibilità di stabilire le nostre manchevolezze e di definire un percorso per il periodo successivo. Alla luce di tale percorso, indipendentemente dagli ostacoli che sono venuti fuori durante il processo di negoziazione, la maggior parte dei quali non ha alcun collegamento con il processo stesso, siamo decisi ad andare avanti senza tregua, sia in accordo al diritto acquisito conforme al processo, sia per le  riforme a cui abbiamo dato inizio . Queste riforme sono necessarie per prima cosa alla Turchia ed al popolo turco. Continua l'impegno per le riforme, il Consiglio e le istituzioni sono impegnati su questa linea, la società si sta organizzando meglio e la cosa più importante è che si sta consolidando l'abitudine di discutere ogni argomento.
 

Nessun minimo tentennamento

In breve, anche se nell'ultimo periodo che si è concluso con la decisione del  14 Dicembre l'atteggiamento equivoco mostrato da alcuni membri e gl'impegni dell'Amministrazione greca di Cipro nello sfruttare la propria adesione andando contro tutti i principi dell'Unione Europea, hanno causato delusione e sfiducia nei riguardi dell'Unione Europea nell'ambito dell'opinione turca  - questa  situazione è evidente nei sondaggi d'opinione - vorrei che sappiate che non si è creato un minimo tentennamento nella volontà di realizzare condizioni di vita migliore nella vita quotidiana dei nostri connazionali. Prima di tutto vi è la necessità di raggiungere l'obiettivo del livello delle "civiltà contemporanee" di Ataturk, che è la filosofia della Repubblica turca. Se sarà necessario noi siamo decisi a proseguire da soli in questo percorso. Ma senza dubbio, guardando le condizioni dei nostri pressi si potrà facilmente dedurre che l'appoggio dell'Unione Europea e dei Paesi membri  faciliterà il nostro avanzare verso l'obiettivo.
In ultimo, vorrei condividere con voi le mie opinioni riguardo "La Turchia scudo a difesa dell'Occidente" che rappresenta il tema della nostra riunione.
Come ben sapete, nel periodo della Guerra Fredda la Turchia rappresentava la spina dorsale dell'ala sud-orientale della Nato, nel senso che ha costituito lo scudo di difesa dell'occidente contro il blocco orientale. Vorrei ricordare che in quel periodo nessuno s'è posto la domanda se la Repubblica Turca fosse o non fosse parte dell'Europa. Inoltre non va dimenticato che tale compito ha reso più difficile lo sviluppo sociale ed economico della Turchia.
Subito dopo la Guerra Fredda vennero fatte delle dichiarazioni sul fatto che sarebbe diminuita l'importanza della Turchia nell'ambito della stabilità e della sicurezza dell'Occidente. Solo dopo l'11 Settembre si è capito in modo ancora più netto, in particolare in concomitanza ai cambiamenti nella regione critica che si trova in Turchia, che tali previsioni erano inesatte. Nei giorni attuali in cui vanno aumentando gli elementi del pericolo (asimmetrico), la posizione centrale della Turchia, dal punto di vista della sicurezza dell'Unione Europea, forse è aumentata ancora di più. Addirittura se si considera che la sicurezza, oramai al di là della dimensione militare, comprende concetti ancora più estesi e di diverse dimensioni come la sicurezza energetica e come la concorrenza economica; Se solo serve dare un esempio, la Turchia si trova in una posizione chiave nel trasportare in Europa le fonti di energia provenienti dal Caucaso e dal Centro Asia, e ciò incrementa l'importanza della Turchia presso l'Europa.
 

Benessere e stabilità  
Di conseguenza, la prospettiva dell'adesione della Turchia all'Unione Europea, è importante non solo per provvedere al benessere ed alla stabilità in quella regione Turca, ma anche per la continuità del benessere e della sicurezza in Unione Europea. Se i paesi dell'Unione Europea hanno raggiunto l'attuale livello di benessere, non si può rinnegare il contributo della Turchia che ha provveduto alla sicurezza per quanto riguarda la difesa dell'Europa, e della nostra gente laboriosa che ha migrato in Europa negli Anni 60 e che oggi una parte di essi oramai ha raggiunto posizioni dirigenziali.
Con ciò, sarebbe un'utopia, che la Turchia possa provvedere a lungo termine questa sicurezza all'Unione Europea e dare questo contributo senza esserne membro, ad esempio nella posizione di socio privilegiato. Vorrei evidenziare che si sbagliano coloro che pensano che porteremo avanti il compito di "scudo a difesa" di un'organizzazione in cui non partecipiamo ai meccanismi decisionali e che osserveremo le necessità delle politiche dell'Unione Europea. Di conseguenza è necessario valutare anche da questo punto di vista le scelte fatte e le decisioni prese  riguardo l'andamento del processo di adesione della Turchia all'Unione Europea. Annebbiare la prospettiva dell'adesione della Turchia all'Unione Europea e cercare di produrre delle alternative all'adesione effettiva, racchiude in sé il pericolo di creare tensione in quella regione già fragile che si trova in Turchia. La Turchia oggi in quella sua regione non è consumatore di sicurezza ma ne è produttore. La Turchia avanza velocemente sulla strada nel diventare un produttore di benessere. Man mano che si evolve, la Turchia, possiede il potenziale per realizzare nella sua regione lo sviluppo sociale e la democrazia. Tutto ciò va appoggiato e non incagliato!
Infine sarebbe conveniente considerare un'altra faccenda dell'Unione Europea: L'Unione Europea, che è il progetto più importante di pace e benessere della nostra epoca, vuole essere un'unione composta da un po' più di due dozzine di Paesi cristiani e basata sui valori Cristiani, oppure vuole aggiungere a quelle  più di due dozzine di paesi Cristiani la Turchia che non è un Paese Cristiano? Nel caso in cui ci fosse questo desiderio l'Unione Europea andando oltre all'eredità religiosa comune, con la democrazia, la superiorità del diritto,  il rispetto dei diritti umani e con  la tolleranza alle civiltà diverse, dimostrerà di essere basata sul "consensus",  dimostrerà di aver assimilato i valori universali al punto di accettare "l'altro" e raggiungerà una posizione idonea a diffondere il suo moderato potere  molto oltre il suo continente.
 

Riforma necessaria
A causa di tutti questi motivi, penso che sia nell'interesse di tutti  appoggiare la Turchia con l'obbiettivo di farla diventare una società più democratica e più prospera senza annebbiare in questa fase il processo e l'obiettivo stesso. Ma, considerando lo scenario di oggigiorno, vediamo che l'Unione Europea è  focalizzata  nelle sue questioni interiori  con "la stanchezza dell'allargamento
" e purtroppo vediamo che non si muove con la consapevolezza e la consueta sensibilità.
Una riforma dell'Unione Europea è senza dubbio necessaria sia per la continuazione delle dinamiche che hanno costituito la base del successo dell'Unione Europea sino ad oggi, sia per una sana integrazione dei nuovi membri a questo meccanismo .. Pertanto i disagi che si vivono oggi in questo campo limitano l'Unione Europea ad una visuale che si basa su argomenti di attualità a breve termine, che non sono compatibili con l'identità globale a medio e lungo termine che l'Unione stessa aveva cercato di stabilire.
In quest'atmosfera, alla luce delle realtà attuali, l'importanza dei rapporti Turchia-Unione Europea si deve cercare in una visione più ampia. La Turchia sia per l'ampiezza del proprio potenziale economico e sociale  sia per la sfera d'influenza a livello regionale dei valori democratici e laici che ha comprovato, è  parte  di questa visione.
In ultimo mi voglio rivolgere a coloro che guardano con riserbo l'adesione della Turchia all'Unione Europea: Tutte le tesi portate avanti contro l'adesione della Turchia in Unione Europea, compreso l'elemento religioso, possono essere usate anche a vantaggio dell'adesione della Turchia.
Inoltre queste, con diverse discussioni, nelle precedenti ondate di allargamento, a suo tempo, divennero argomento d'attualità per altri paesi candidati. Peraltro non si è realizzato nessuno degli scenari catastrofici, l'Unione Europea è uscita più forte e più ricca dopo ogni ondata di allargamento. Guardate, la Turchia, che alla fine dei negoziati diverrà membro dell'Unione Europea, non sarà più la Turchia di oggi. Sarà, con i suoi standart democratici, economici e sociali e con la sua legislazione, una Turchia diversa. In realtà è questo il significato del processo dei negoziati.
Per questo motivo, bloccare in questa fase il processo con valutazioni a breve termine, pregiudizi e riserve non serve né alla Turchia né all'Unione Europea. Come lo era stato nel passato, anche nel futuro, gli obiettivi, le aree d'interesse ed i relativi benefici dell'Europa e della Turchia s'intersecano. Un'unione Europea, di cui farà parte la Turchia che condivide dalla sua fondazione ad oggi valori come la democrazia, diritti umani e la supremazia del diritto che costituiscono la base dell'Unione Europea, sarà più potente e più rispettabile. (intervento dell'ambasciatore Ugur Ziyal)

INTERVENTO ALTISINIK
L'impatto sullo sviluppo dei rapporti tra la Turchia e l'UE in relazione al Medio Oriente si può analizzare sotto un duplice punto di vista. Cominciamo dal primo, soffermandoci per un attimo sulle conseguenze della politica estera di Ankara nei confronti del MO, sugli effetti di questa politica e più specificamente se ci sia stata o meno una " europeizzazione" della politica estera turca. Ora, quando usiamo questo termine "europeizzazione", occorre fare subito una distinzione: da un lato una sorta di sincronia tra le politiche, sempre più vicine, di Ankara e Bruxelles verso il Medio Oriente; dall'altro la convinzione che a muovere la politica estera con le sue norme e con i suoi metodi debba essere sempre e comunque l'Unione dei 27. E' la cosiddetta internazionalizzazione del sistema. Fatto sta però che in quanto ad armonizzazione si è ancora molto lontani, pur se a partire dagli anni '70 si è vista una maggiore cooperazione specie in termini di sicurezza.
In quanto al secondo punto di vista, è un dato accertato che i Paesi arabi fanno molta attenzione più di quel che si creda ai rapporti Turchia-Unione Europea. E se ancora fino a qualche anno fa erano scettici circa una possibile adesione di Ankara in seno all'Unione, convinti che Bruxelles non avrebbe mai accettato come membro una nazione musulmana, questi si sono dovuti ricredere; maggiormente allorché il trattato di Helsinki aprì la strada al processo di adesione anche per la Turchia.
Ma analizziamo, ora, quali sono state le conseguenze di una politica comune Turchia-UE nei confronti del Medio Oriente.

Aspetti di una riforma politico-economica
Una volta che il processo di adesione aveva preso il via, portandosi dietro le riforme imposte quale conditio sine qua non, veniva da sé che a Bruxelles si guardasse alla Turchia come ad una forza emergente, pur sempre moderata, da utilizzare nella regione mediorientale. Più di uno i motivi, a cominciare da quello più contingente secondo il quale il riformismo degli Arabi - soggetti questi ultimi a crisi di governo e di legittimità (si veda il rapporto Undp) - è particolarmente attratto dal modello turco, cioè da un Paese dal quale avere l'input per proiettarsi verso la modernizzazione nonché per aprirsi alla democrazia senza per questo tradire le proprie tradizioni. Del resto basta rifarsi a quanto dichiarato da Fares Braizatù del Centro Studi Strategici dell'Università di Amman, in Giordania, per non avere dubbi in proposito. A detta di Braizatù, infatti, se gli arabi introdurranno le riforme necessarie in tema di democrazia saranno poi essi stessi i migliori interlocutori con l'Unione Europea.
Ma un altro motivo per il quale la Turchia viene vista con simpatia nella regione è la salita al governo di un partito - quello dello Sviluppo e della Giustizia (Akp) - che, pur non rinnegando il secolarismo (ataturkiano, ndr), si è riportato alle radici islamiche. Una linea di condotta che certo non è dispiaciuta al mondo arabo, consapevole che la Turchia - come potenza - stia portando avanti una politica moderata e che pertanto sia decisamente credibile. Maggiormente adesso che si sta avviando sulla strada dell'adesione all'UE. D'altra parte Ankara - sensibile alle sollecitazioni di Bruxelles - si viene a trovare nella invidiabile posizione di baricentro di un nuovo sistema politico-economico nel bacino del Mediterraneo allontanando da se anche quei sospetti da parte di una certa componente araba la quale non ha mai creduto ad una Turchia membro dell'Unione, e solo per il fatto che ha una popolazione musulmana. Al contrario, sarà proprio grazie all'entrata di Ankara nell'UE che si potrà dimostrare come i rapporti tra mondo occidentale e mondo arabo saranno equilibrati. Ciò soprattutto in un momento in cui si è assistito ad una incrinatura di questi rapporti, causa anche la storia delle famose vignette su Maometto, che aveva alimentato una sorta di crisi di civiltà. Va a merito del Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan e del premier spagnolo Josè Luis Zapatero avere cercato di ricucire tale frattura promuovendo - con il progetto "Alleanza delle civiltà" - il rispetto ed il dialogo tra le società islamiche ed occidentali.

Politica estera e sua dimensione
Partendo dal presupposto che la politica estera della Turchia e dell'UE verso il MO negli anni passati non abbia avuto sempre punti convergenti, va sottolineato che passi in avanti ne sono stati fatti. Ankara e Bruxelles, non a caso entrambe con il ruolo del cosiddetto committed to pursuing, hanno infatti gli stessi obiettivi che sono la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, le riforme nell'area mediorientale, la stabilizzazione e la ricostruzione dell'Iraq. Obbiettivi, aggiungiamo, che non devono rimanere semplicemente sulla carta ma trasformarsi in qualcosa di concreto. Per far questo però - proprio perché la Turchia è un Paese negoziatore con Bruxelles - l'UE non deve far finta di nulla di fronte alle preoccupazioni di Ankara che vuole non solo un Iraq unificato, stabile, democratico e secolare ma punta in particolare ad eliminare le tensioni nella zona multi-etnica di Kirkuk. In altri termini UE e Turchia devono lavorare insieme alla ricostruzione dell'Iraq senza dimenticare i principi base della sua identità. A maggior ragione, quindi, Bruxelles deve fare da garante circa l'integrità territoriale del Paese, la risoluzione pacifica delle dispute, i meccanismi giusti per portare avanti questi progetti. Dal canto suo la Turchia, in Medio Oriente, dovrà proseguire sulla strada del dialogo più di quanto abbia fatto in passato. D'altra parte, se Ankara negli anni '90 aveva adottato una strategia a dir poco rigida con i vicini di casa minacciando la Siria con azioni militari, lanciando incursioni in Iraq e al tempo stesso alleandosi con Israele, dal 2000 in poi la politica è sensibilmente cambiata ed i rapporti con i vicini sono diventati più distesi. Non va dimenticato poi un maggiore pragmatismo della Turchia nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese portato avanti con tutta una serie di contatti e di colloqui con le parti interessate. Gli esempi di questo generale cambiamento di rotta sono ravvisabili negli accordi di sicurezza con Damasco nonché nella presenza di delegazioni turche alla <Temporary Presence > di Hebron e all'Unifil II in Libano, senza dimenticare la parte attiva avuta in questo contesto dalla Tobb (Unione delle Camere di Commercio, Industrie e Borse) che ha avviato sponte sua iniziative di pace proprio per trovare una soluzione al conflitto israelo-palestinese. Nella fattispecie l'iniziativa della Tobb ha puntato, da un lato ad un dialogo cooperativo e di joint venture a tre - tra la stessa Tobb, l'Associazione dei Fornitori di Israele e la Federazione delle Camere di Commercio, Industria ed Agricoltura della Palestina - vitalizzato da cadenzate riunioni; dall'altro addirittura alla creazione di un sistema industriale nella zona di Gaza. Questo processo innovativo ha dimostrato in effetti come la Turchia sappia  muoversi bene e come abbia tutti i presupposti validi per entrare in Europa, guardata in questo percorso anche con simpatia dai Paesi arabi.
Più delicata, forse, la questione irakena. Il diniego di Ankara ad una sua partecipazione nella guerra contro Saddam Hussein (che aveva provocato all'epoca la reazione degli Stati Uniti, ndr), in definitiva ha dimostrato che non sempre le opzioni militari sono utili per una soluzioni dei problemi. Ankara aveva visto giusto preferendo portare avanti una diversa strategia, diplomatica in primo luogo e poi economico-commerciale senza trascurare i contatti con tutti i gruppi etnici e al tempo stesso contraria ad una federazione che potrebbe ricreare tensioni tra Turchia ed Iraq.

Economia e sue dimensioni
Il processo di adesione della Turchia all'Unione Europea ha avuto conseguenze anche dal punto di vista economico dal momento che gli investitori arabi, hanno cominciato a guardare al Paese della Mezzaluna con un sempre più crescente interesse. Non è un caso che già nel 2004 erano ben 200 le ditte arabe ad operare in Turchia. Nel merito, va messo in evidenza come - in linea di principio - queste joint venture non siano sempre viste con simpatia dall'UE a causa degli interessi di quest'ultima. Come che sia, il ruolo di stato-cuscinetto di Ankara tra l'Europa e il Medio Oriente è indubbiamente più positivo che negativo, soprattutto se il discorso viene allargato al petrolio e alle fonti energetiche in generale.
Per concludere, in un'Europa la cui popolazione musulmana si aggira sui 15 milioni di persone e in cui il dibattito sull'Islam è piuttosto intenso, la funzione mediatrice di Ankara diventa la chiave di volta per arrivare ad una integrazione tra vecchio mondo e mondo arabo là dove il futuro di quest'ultimo rivestirà una importanza fondamentale per l'Europa. Che, peraltro, Bruxelles non può permettersi di ignorare. Come evidenziato da Xavier Solana nel "Secure Europe in a Better World: European Security Strategy" (12 dicembre 2003), sono molteplici gli interessi messi in pericolo dall'area mediorientale, quali terrorismo, proliferazione di WMDs, conflitti regionali, crimine organizzato: un insieme di minacce che potrebbero ritardare il ruolo dell'Europa come grande potenza mondiale qualora non dovesse avvalersi della collaborazione di Ankara, con il suo ingresso nell'UE. Potenza militare e contemporaneamente potenza diplomatica, la Turchia è infatti l'unico Paese affidabile (self-confident); non solo, ma in grado di svolgere un ruolo costruttivo nella stabilità del Medio Oriente. Cosa irrealizzabile se il processo di adesione fosse ancora ritardato. Come sosteneva un editoriale del <Daily Star>, pubblicato a Beirut "dieci anni possono sembrare lunghi ma la sfera del tempo - dopo un'attesa quarantennale - sta rotolando verso la parte dell'adesione". I cambiamenti operati in Turchia, e le riforme che si stanno attuando, inevitabilmente si ripercuoteranno in Siria e in Iraq. I vicini di casa dovranno però collaborare. E' il miglior modo anche per questi Paesi di trarne benefici, sia economicamente sia politicamente che socialmente. Benefici di cui godrà la stessa Unione Europa se farà di Ankara la sua leva per manovrare liberamente in MO. (Intervento Meliha Altinsik)

IL TESTO ORIGINALE
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The impact of developing Turkey-EU relations on the Middle East can be analyzed in two levels: First, in terms of its impact on Turkey's foreign policy behavior towards the Middle East, specifically whether 'Europeanization' of Turkish foreign policy is taking place or not. The Europeanization here is defined in two aspects; increasing harmonization of Turkey's policies towards the region with the EU and internalization of EU foreign policy norms, methods, and practices. This is however with the caveat that the development of EU's foreign and security policy is still quite limited. Although the expansion of European foreign and security policy cooperation since the 1970s increasingly imposes unique requirements on EU member states and candidate countries, common positions evolve slowly.
The second impact is on how the Arab Middle East countries perceive Turkey, or specifically whether developing Turkey's relations between Ankara and Brussels are having any impact on the perception of Turkey in the region. Up until recently Turkey's pursuing EU membership was considered as a 'dream', largely because many in the Arab world believed that the EU would never accept a Muslim nation as a member. The Helsinki decision and the developments since then particularly the decision to start accession negotiations began to change that perception.
The actual and potential impact of Turkey-EU relations on the Middle East can be discussed through three aspects:

1)
The Political and Economic Reform Dimension 
The Turkish reform process hastened by the developments in Turkey-EU relations has had an impact on particularly how Turkey has been perceived in the region and opened up possibilities for Turkey to emerge as a soft power.
First of all, at a time when almost all Arab governments are facing a crisis of governance and legitimacy, which is well documented by successive Arab Human Development Reports of the Undp, Turkey's recent reform experiences are largely seen as a source of inspiration especially by the reformers in the Arab world. As Fares Braizat of the Center of Strategic Studies of the University of Jordan explains "Turkey is seen by Muslim countries as a role model that has successfully balanced tradition and modernization. The Arabs looked up to Turkey as a model for bringing modernization and democracy...This could inspire Arab countries that if you introduce democratic reforms, it would mean you have the advantage of being considered for a better partnership with the European Union." AKP's coming to power has also become an asset for the Turkish model as it demonstrated the reconciliation of a party with Islamist roots with democracy and secularism. Thus the Turkish experience seems to lend support to the argument that the Islamic movements can be moderated through democracy. Ths is an important lesseon for advocates of reform in the Arab world as the Islamists constitute the main opposition in almost all Arab countries today.
Therefore, Turkey is emerging as a soft power in relation to the democratization debate in the Middle East. Turkey has the assets and increasingly credibility in this regard. Turkey on the road to membership will have more appeal as a soft power and contribute positively to the EU's image and role in the region. Within that context Turkey could
increasingly contribute to the EU initiatives as regards to political and economic reform in the Mediterranean. Finally, Turkey's membership will clearly refute the belief that is highly prevalent in the Muslim world that Turkey could not become a member of the EU because it has a Muslim population. Thus Turkey's membership would undermine the argument for 'clash of civilizations'. Turkey's membership will prove that an equal relationship with the West is possible for the Muslims. This becomes particularly important as the relationship between the West and the Muslim world deteriorates amid series of crises. The events involved in what has been called the caricature crisis once again underlined the urgency of dealing with the self-fulfilling prophecy of clash of civilizations. The 'Alliance of Civilizations' project, jointly launched by Turkish Prime Minister Recep Tayyip Erdogan and Spanish Prime Minister Jose Luis Rodriguez Zapatero, to foster respect and dialogue between Islamic and Western societies in the wake of the caricature crisis is an example that demonstrates Turkey's eagerness to bridge these gaps.

2)
The Foreign Policy Dimension

The impact of the EU anchor on Turkey's Middle East policy can be discerned in several aspects. First, in the last few years Turkey's foreign policy has slowly moved towards that of the EU over Middle East policy. There is already an important degree of convergence between the EU and Turkey as regards to their approach to the Middle East issues. Both are committed to pursuing a resolution of the Arab-Israeli conflict; to promoting political and economic reform in the region and to working toward peaceful stabilization and reconstruction in Iraq. This convergence has to be operationalized, however. The EU and Turkey should start working together in some of these issues without forgetting that Turkey is a country negotiating accession to the Union. The EU should understand Turkey's concerns about Iraq within the framework that they both work for a similar objective: unified, stable, democratic and secular Iraq. First issue to start with could be working to diffuse the tensions in the multi-ethnic Kirkuk.  As the recent ICG report concluded the EU needs to do more to resolve the Kirkuk question and help Ankara protect its vital interests without resort to force which could be destabilizing. The EU and Turkey can also work together in building a limited multilateral security regime around Iraq issue. Agreement on a collective set of basic principles, such as respect for territorial integrity, peaceful resolution of disputes, on minimal confidence building measures, and on mechanisms for dialogue can be a start.  The external actors, like the EU could act as guarantors of the system and work to create a conducive environment and incentives for such a system without being part of it.
Similarly, Turkey has been adopting a more consensual, less confrontational approach to the Middle East. In the 1990s, Turkey acted as a hard power in the region, threatening Syria to use military force, forging open military alignment with Israel and launching military incursions into northern Iraq. In the 2000s, Turkey's change of style was observable in its dealings with regional countries and issues.  Turkey has become more of a soft power, becoming an object of attraction with its political and economic transformation and achievements. Turkey has also begun to favor engagement as a form of dealing with challenges it faced in the region. As a result, unlike the 1990s Turkey has been able to normalize its relations with all its Middle Eastern neighbors. Turkey also got engaged more in coalition building activities. Turkey is more eager to play a constructive role in the Arab/Palestinian-Israeli conflict through utilizing its relations with both parties. Turkey has also successfully transformed its conflictual relations with Syria and took the leadership to establish a forum for Iraq's neighbors which could turn into a seed of a sub-regional cooperative security framework. Turkey's participation in Temporary Presence in Hebron as well as Unifil II in Lebanon can be considered examples of Turkey's active engagement in conflict management activities in the region.
The process of desecuritization in Turkish foreign policy towards the region allowed the active participation of non-state actors in regional issues. For instance, the Union of Chambers and Commodity Exchanges of Turkey (Tobb) initiated the Industry for Peace Initiative as regards to the Palestinian-Israeli conflict. The initiative consists of two elements. The first is the creation of a mechanism for tripartite business dialogue that involves Tobb, the Manufacturers' Association of Israel, and the Federation of Palestinian Chambers of Commerce, Industry and Agriculture.  These three actors now hold regular trilateral meetings in the framework of what is known as the Ankara Forum for Economic Cooperation between Palestine, Turkey and Israel. The second element is the project to create Gaza Industrial zone to be managed by Tobb.
Turkey thus moved from narrowly-defined security focus in its foreign policy to a multi-dimensional and multi-actor foreign policy in the region. This process looks set to intensify if Turkey gets its feet firmly on the EU membership road. The Arab countries are also expecting the membership to make contribution to regional stability and integrity. Turkey's non-involvement in Iraq militarily paved the way for increasing emphasis on non-military means even in its Iraq policy.  Turkey's relations with the EU limit possibilities of military option in Iraq. In the last few years Turkey has been emphasizing diplomatic and economic means in its policy towards Iraq. Ankara is also cultivating relations with all the groups in Iraq in support of the political process.  The EU anchor will be of particular importance in this regard. Turkey on a clear road to membership and further transforming itself would be less wary of the nature of federalism in Iraq. Whereas in the case of problems in the accession process or possibility of non-membership, Turkey would be more uneasy about a loose federation. Such a position may lead to escalation of tensions between the two countries.

3) The Economic dimension
The process of accession talks is also being seen from an economic point of view. The developments in Turkey-EU relations have led the Arab states and investors to be more interested in Turkey as this perspective makes Turkey a door for Arab countries to open on the EU.  Turkey became a popular spot for foreign capital flowing from Middle Eastern countries in 2004 exhibiting a jump compared to the previous year, with 200 firms operating in Turkey while in 2003 there was no new Arab investment. It is clear that Turkey starting accession negotiations with the EU acted as a strong boost for Arab investment.
The debate as regards to the impact of Turkey's membership (or non membership) to the EU within the context of the Middle East has revolved around two stylized positions. On the one hand the argument has been made that Turkish membership would extend EU's borders to the volatile Middle East and thus would be detrimental to EU's interests. A more sophisticated version of this argument emphasized Turkey could better provide security stability through its role as an insulator between two regional security complexes, that of Europe and the Middle East]  On the other hand, it has also been argued that "Turkey's geo-strategic position can be considered more as an asset than a liability, bringing new horizons onto the EU doorstep."  Although the former argument may resonate with the public opinion in the EU countries it has serous limitations. Due to its geographical proximity and dependence on Middle East oil the EU is in fact deeply involved in the Middle East. Europe has a large and growing Muslim population of about 15 million and the debate over the role of Islam in Europe's emerging identity is intense. A key challenge is to how to integrate this immigrant population into Europe's secular political structures. If one looks ahead a decade or so, the problem is likely to become even more critical.  Thus the future of the Middle East is of immense importance for Europe, which Brussels cannot afford to ignore.  Furthermore most of the new security threats to European interests identified in A Secure Europe in a Better World: European Security Strategy prepared by the EU High Representative Xavier Solana (12 December 2003) such as terrorism, proliferation of WMDs, regional conflicts, organized crime, emanate from the area. Finally if the EU wants to be a world power it has to be a major player in this strategic neighborhood. Membership of Turkey could provide the EU the incentives and capabilities to do so.  In fact, the prospect of Turkey's membership "is already forcing the EU to devote more resources and develop more coherent policies towards the Middle East. Turkey's accession will increase the salience of the Middle East, and accelerate the Union's already deepening involvement in the region." Membership in the EU may also enhance Turkey's capabilities and opportunities in the Middle East. In addition to being an important regional military power, Turkey's status as a soft power may increase. Turkey may become more self-confident and this may result in Turkey's further constructive role in the region. On the other hand, Turkey's non-membership will not provide immunity to the EU from the instabilities of the Middle East. Furthermore, in such as case the instability that those developments could create in Turkey may in fact bring the problems of the Middle East to EU's doorstep.
In short, the presence of a stable and prosperous Muslim country inside the EU is bound to have an enormous effect - both on Europe itself and on Europe's Arab and Muslim neighbors. As the editorial in Daily Star published in Beirut put it right after European Council's decision to start accession negotiations with Turkey: "A decade may sound a long time, but the ball is finally rolling on Turkey's EU membership after forty years of wavering talks. . . . Turkey will now be undergoing major changes, which will eventually, inevitably, affect the region, Syria and Iraq in particular. Besides help from Europe, Turkey will also need help from the region, and the best way the Arab and Islamic worlds can help-and benefit themselves-is to participate in Turkey's economic, social, and political transformation. How Turkey develops as an incubator of Islam in the modern Western world will be one of the most fascinating aspects of the ten-year transition period to full EU membership-presuming the accession process is carried through to a successful conclusion."
(Intervento Meliha Altisinik)
15.03.2007
 

Una interessante analisi di Carlo Jean, docente di Studi strategici all'Università Luiss/Guido Carli a Roma, sul processo di adesione della Turchia nell'Unione Europea. Il ruolo geo-politico di questo paese, completamente mutato.

MEGLIO CON NOI CHE CONTRO DI NOI

Il_prof._Carlo_JeanDurante la guerra fredda la Turchia ha giocato un ruolo essenziale per la sicurezza dell'Occidente. Ha costituito il fianco Sud della Nato, impedendo la penetrazione sovietica verso il Mediterraneo e, assieme all'Iran dello Shah, allora alleato degli Stati Uniti, verso il Golfo. Ha costituito anche un avamposto occidentale verso Est.
Dopo il crollo del muro, il ruolo geopolitico della Turchia è completamente mutato. È divenuto più importante, ma si è differenziato a seconda che venga considerato con un'ottica americana o una europea. Muterà ancora a seconda che i legami di Ankara con Bruxelles divengano più organici e che la Turchia entri a far parte dell'UE, oppure che il processo di ammissione nell'Unione si rallenti o si interrompa e che la Turchia decida di assumere un ruolo geo-politico autonomo, in cui prevarrebbero le sue radici islamiche.
L'entrata della Turchia nell'Unione Europea modificherebbe poi profondamente la natura stessa di quest'ultima, mentre la sua esclusione muterebbe molto probabilmente gli attuali assetti interni della Turchia, di Stato secolare, caratterizzato da un islamismo moderato. Va da sé che la re-islamizzazione della Turchia - finora efficacemente contrastata dalla borghesia imprenditoriale turca e soprattutto dalle forze armate, eredi della tradizione kemalista - allontanerebbe la Turchia dall'Europa e dagli Stati Uniti, trasformandola in un avamposto dell'Islam. Si tratta di uno scenario preoccupante soprattutto in relazione all'influsso che una Turchia, frustrata e offesa nelle sue aspirazioni di entrare a far parte integrante del club europeo, potrebbe avere sui musulmani balcanici e soprattutto sui milioni di immigrati islamici in Europa. Ankara si sentirebbe tradita. È infatti consapevole del ruolo cruciale che ha giocato a favore dell'Occidente nei quarantacinque anni della guerra fredda. L'esclusione avrebbe ripercussioni molto rilevanti.
Tra l'altro confermerebbe - non solo in Turchia ma nell'intero mondo islamico - lo scenario dello "scontro di civiltà" descritto da Samuel Huntington. Secondo il politologo americano, attualmente la Turchia si trova nelle condizioni di un torn country, diviso fra il secolarismo istituzionale imposto da Kemal Ataturk, con la trasformazione dell'impero ottomano in uno Stato-nazione di tipo europeo, e il populismo islamico. L'esclusione dall'Unione - unita alle sue pressioni per Cipro, per il rispetto dei diritti dei curdi e, alquanto contraddittoriamente, per l'aumento del controllo civile sulle forze armate, vere garanti del secolarismo - creerebbe un forte risentimento, le cui conseguenze sono facilmente prevedibili.

Asia centrale e Azerbaigian

Un anticipo degli scenari che potrebbero prospettarsi è dato dalle recenti intese fra Ankara e Teheran sul problema delle irrequiete minoranze curde nei due Paesi. Esso potrebbe preludere ad intese più ampie fra i due paesi islamici che etnicamente non sono arabi - ma, anzi, sono storicamente contrapposti agli arabi - e che sono fra i più avanzati sia culturalmente che tecnologicamente di tutto il mondo musulmano. Ciò farebbe cadere i rapporti di collaborazione della Turchia con Israele. Tali rapporti hanno rappresentato un elemento di stabilità in un Medio Oriente i cui equilibri sono attualmente modificati dai successi conseguiti dagli sciiti: in Iran, con l'eliminazione da parte degli Stati Uniti dei suoi due nemici tradizionali, i talebani in Afghanistan e Saddam Hussein in Iraq; con l'aumento del potere dei partiti sciiti non solo in Iraq, ma anche negli Stati del Golfo, dove gli sciiti costituiscono consistenti minoranze; e infine con il successo dell'Hezbollah in Libano. Particolare attenzione va poi rivolta a quanto accade politicamente nelle correnti - collegate almeno indirettamente allo sciismo - degli alawiti siriani e degli alevi turchi. Finora sottomessi al potere sunnita, gli sciiti dell'Iraq, del Golfo e del Libano hanno dimostrato negli ultimi anni un accentuato dinamismo. Una collaborazione fra la Turchia e l'Iran potrebbe dare vigore alle fantasie dell'unità dell'umma, cioè dell'intero mondo islamico, progetto geo-politico che si è da sempre contrapposto a quello dell'unità del mondo arabo.
Dal collasso dell'Impero ottomano in poi, la Turchia si è astenuta da interventi e da ingerenze esterne, eccetto nei casi di Cipro, dove è intervenuta nel 1962 e nel 1974, di qualche incursione nella regione curda dell'Iraq e di pressioni sulla Siria, per far cessare il sostegno di Damasco ai guerriglieri curdi del Pkk. Tale politica rispetta il programma kemalista ed è fortemente sostenuta dall'esercito. Lo si è visto nelle due guerre del Golfo, a cui la Turchia non ha partecipato. In quella del 2003 non ha poi consentito neppure il transito della quarta Divisione americana, destinata ad attaccare l'Iraq dal Nord.
Diverso è stato il comportamento nei confronti dell'Asia Centrale e dell'Azerbaigian. Soprattutto il presidente Turgut Ozal - quello stesso che nel 1987 aveva presentato domanda di ammissione all'Unione Europea (già nel 1959 la Turchia aveva però chiesto di entrare a far parte della Comunità Economica Europea) - e il presidente Demirel avevano appoggiato una politica di forte presenza turca in tutta l'immensa regione che va dal Caspio alla Cina, abitata prevalentemente da popolazioni turchiche, le quali avevano sempre mantenuto qualche legame con la Turchia. Basti ricordare come il colonnello Enver Pascià, che aveva diretto la resistenza turca in Libia contro gli italiani, sia diventato un eroe dell'indipendenza del Turkestan negli anni Venti contro la riconquista dell'Armata Rossa. Il prestigio della Turchia nella regione - pur limitato dalle sue ridotte risorse finanziarie e dalle satrapie politiche dominanti in Asia Centrale - non è trascurabile. È stato utilizzato soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Germania e potrebbe costituire un vero e proprio asset per l'intera Unione Europea, soprattutto nel suo tentativo di differenziare le sue fonti di riferimento energetico. Ciò implica però la necessità da un lato che le vie di trasporto del gas e del petrolio non vengano controllate da Mosca e, dall'altro lato, che l'Asia Centrale non cada nell'orbita cinese.

Il ruolo della Cina

Anche in questo caso, il riavvicinamento fra la Turchia e l'Iran potrà avere impatti geo-politici molto importanti, data la tradizionale presenza della brillante cultura persiana in tutta l'Asia Centrale. Ciò, da un lato, aumenta l'importanza geopolitica della Turchia per il futuro dell'Europa e, dall'altro lato, sottolinea la necessità di un accordo   - di solito ricondotto solo alle difficoltà incontrate in Iraq - fra gli Stati Uniti e l'Iran. Qualora ciò non avvenisse, Teheran - che già partecipa come osservatore allo Sco (Shanghai Cooperation Organization) e che ha ricevuto cospicui investimenti cinesi e indiani nel settore petrolifero - verrebbe inevitabilmente attirata nell'orbita geopolitica di Pechino. La Cina sta costruendo una moderna rete infrastrutturale sia verso l'Asia Centrale sia attraverso il Pakistan, che la potrebbe collegare con il Golfo, anche per via terrestre. La linea di confronto fra l'Occidente e la Cina non si situerebbe solo sul Pacifico, ma anche ad Ovest, sul Golfo. La sicurezza energetica dell'Europa verrebbe così a dipendere dalla Cina, mentre le teocrazie petrolifere sunnite, che finora hanno sostenuto gli interessi occidentali, correrebbero un nuovo pericolo, molto più serio di quello rappresentato dal fondamentalismo safarita o dall'aumento del potere sciita.
Per inciso, ciò sottolinea anche l'importanza sempre più vitale del corridoio Baku-Tbilisi-Ceylan per la sicurezza energetica dell'Europa e di quella del corridoio Europa Centrale-Mar Nero-Caucaso-Asia Centrale (traceca), per lo sviluppo di una nuova "via della seta".
Da quanto sopra detto appare evidente l'importanza geopolitica non solo regionale ma globale della Turchia e l'impatto che essa avrà sugli equilibri dell'intera Eurasia.

Avamposto, ponte o barriera: i ruoli geo-politici della Turchia

Medio_Oriente_e_ruolo_della_TurchiaIl primo ruolo geo-politico che può giocare la Turchia è quello di avamposto dell'Europa verso il Medio Oriente, il Golfo e il Caucaso. La possibilità di svolgere tale ruolo è subordinata a diverse condizioni. Innanzitutto, all'entrata della Turchia nell'Unione Europea. Poi, al fatto che l'Europa si risvegli dal suo attuale "torpore" o "paralisi geopolitica" e si metta in condizioni di avere una politica estera veramente comune, dotandosi anche dei mezzi necessari - militari e non - per realizzarla. Di fatto, queste due prime condizioni sono contraddittorie. L'ammissione della Turchia all'ue consente un'esportazione della stabilità istituzionale, sociale ed economica europea, ma comporta l'importazione di instabilità o, quanto meno, una maggiore disomogeneità in Europa. Essa renderebbe ancora più difficile una politica comune. Perché tale pericolo non si materializzi occorre un rafforzamento dei legami transatlantici. L'esperienza del passato ha dimostrato come non solo contro, ma anche senza gli Stati Uniti, l'Unione Europea tenda a dividersi. Quindi, perché la Turchia possa giocare appieno il ruolo di avamposto occorre che l'Occidente sia in grado di conciliare percezioni ed interessi europei ed americani, che nel Medio Oriente e nel Golfo sono oggi spesso contrapposti. Evidentemente la Turchia si presterà a giocare tale ruolo solo se avrà benefici politici ed economici tali da indurla a proseguire nel processo di modernizzazione del paese e a consolidare il secolarismo istituzionale interno rispetto all'islamismo. Come già accennato, qualora la Turchia non dovesse essere ammessa all'Unione e si determinasse il prevalere di tendenze nazional-islamiste, essa potrebbe giocare un ruolo inverso: quello di avamposto dell'Islam verso l'Europa.
Il secondo ruolo che gioca la Turchia è quello di barriera, cioè di Stato cuscinetto fra l'Europa e il Medio Oriente. Sarebbe un ruolo analogo a quello che ha svolto durante la guerra fredda nei confronti dell'Urss. Beninteso, Ankara potrebbe accettare di svolgere tale ruolo, solo in cambio di benefici adeguati. Essi dovrebbero essere soprattutto economici, con forti sostegni europei anche finanziari che configurerebbero quella sorta di special partnership che taluni politici europei hanno proposto in alternativa alla membership turca nell'Unione. Si tratta di un'eventualità che ritengo alquanto improbabile, anche in relazione all'orgoglio e al nazionalismo turco. La loro azione potrebbe travolgere la difesa delle componenti più occidentalizzate della società turca, dalla borghesia imprenditoriale alle forze armate. L'islamismo populista avrebbe quindi grandi probabilità di prevalere. Il tentativo di strumentalizzare la Turchia come barriera a protezione dell'Europa finirebbe quindi per trasformarne il ruolo geo-politico turco in quello di avamposto dell'Islam verso l'Europa. Ciò comporterebbe fra l'altro la fine di ogni progetto o speranza di democratizzare l'Islam. Inevitabilmente la Turchia sarebbe risucchiata verso l'Iran e, tramite esso, verso la Cina. La linea di contatto fra Cina e Occidente potrebbe spostarsi addirittura al Mediterraneo Orientale.
Un terzo ruolo geo-politico che gioca la Turchia è quello di ponte. Tale ruolo di collegamento - che potrebbe essere sia cooperativo che competitivo - è proteiforme. In primo luogo, la funzione di ponte sarebbe fra l'Europa, il Medio Oriente, il Golfo, il Caucaso e l'Asia Centrale. In secondo luogo, tale ruolo si esplicherebbe fra gli islamismi moderati, almeno in parte secolarizzati, compatibili con i principi di democrazia e di libertà occidentali. In terzo luogo, il territorio turco servirebbe da ponte per i rifornimenti energetici dell'Europa. L'Europa potrebbe affrancarsi almeno parzialmente dalla dipendenza dall'instabile area del Golfo da un lato e da quella della Federazione Russa dall'altro, contenendo anche le tendenze di quest'ultima di utilizzare petrolio e gas come strumenti di pressione politica. Il Blue Stream fra Baku, Tbilisi e Ceylan potrebbe essere ulteriormente potenziato per consentire l'accesso al petrolio del Kazakstan e al gas del Turkmenistan. Con la stabilizzazione dell'Iraq, potrebbe essere ripristinato l'oleodotto fra Kirkuk e Ceylan. Esso sarebbe analogo per il Sud al Baltic Stream di Putin e Schröder per il Nord Europa. Le royalties che riceverebbe la Turchia faciliterebbero il rafforzamento della sua economia, già peraltro uscita negli ultimi cinque anni dalla crisi che aveva conosciuto nel decennio precedente.
Tali tre ruoli della Turchia coesistono nella politica estera di Ankara, con importanza variabile a seconda del contesto interno ed esterno. Il fattore fondamentale al riguardo sarà costituito dall'ammissione o no della Turchia nell'UE. 

Conseguenze dell'ammissione della Turchia nell'Unione Europea

È superfluo ricordare come l'entrata della Turchia nell'ue incontri notevoli difficoltà, soprattutto per la progressiva chiusura dell'Europa su se stessa, i ritorni dei nazionalismi e dei protezionismi, le reazioni contro l'immigrazione extracomunitaria, la mancata ratifica del trattato costituzionale europeo, le difficoltà dei rapporti fra l'Europa e gli Stati Uniti per la crisi dell'Iraq, e così via. Eppure i vantaggi che ne riceverebbe l'Europa e la stessa possibilità dell'UE di essere un attore geo-politico globale o almeno un partner efficiente e quindi rispettato dagli Usa, dipendono principalmente dalla capacità dell'UE di accogliere la Turchia come membro.
L'esclusione avrebbe ripercussioni ben più estese del fatto in se stesso. L'UE si configurerebbe come un club cristiano necessariamente incompatibile e contrapposto all'Islam. Gli scenari prefigurati da Huntington diventerebbero una realtà, in particolare quello, che finora veniva giudicato del tutto fantasioso, di un'alleanza confuciano-islamica.
Nel contempo, a parte le difficoltà di ammissione nell'ue come attualmente configurata, la membership della Turchia muterebbe profondamente sia la geopolitica sia le strutture dell'attuale Unione. L'UE verrebbe a contatto con la regione più turbolenta del pianeta e le sue responsabilità anche geo-strategiche aumenterebbero notevolmente, obbligandola tra l'altro - come già accennato - ad un rafforzamento dei legami con gli Stati Uniti, oltre che a dotarsi degli strumenti militari ed economici necessari. Dall'altro lato, l'ammissione della Turchia comporterebbe formalmente o di fatto la costituzione di un'Unione a cerchi concentrici, con livelli d'integrazione decrescente da un centro - il "nucleo duro" o il "direttorio europeo", capace di esprimere una pesc comune e una pesd efficace - ad una periferica con caratteristiche sostanzialmente di zona di libero scambio o di unione doganale. I confini fra i vari cerchi dovrebbero essere aperti e resi flessibili e dinamici con i meccanismi delle cooperazioni rafforzate o strutturate che unirebbero i paesi della fascia intermedia.
All'interno dell'UE vivono già una quindicina di milioni di immigrati musulmani. Nel tentativo di integrarli, vari Stati europei manifestavano una crescente tendenza a concedere loro la cittadinanza. Molti temono che l'entrata della Turchia nell'Unione possa stimolare la costituzione di partiti islamici e che questi ultimi divengano l'ago della bilancia fra le tendenze conservatrici e quelle riformiste esistenti in Europa. Personalmente ritengo che tale pericolo non esista, ma che, anzi, l'ammissione della Turchia e il conseguente rafforzamento del suo secolarismo interno possano costituire un fattore di stabilità per l'Europa, facilitando l'integrazione degli immigrati in un'Unione che non deve costituire un progetto culturale, ma uno politico, economico e sociale; un progetto aperto, non uno chiuso. Ciò avrebbe importanti conseguenze positive, dato che - a differenza degli Stati Uniti, dove il terrorismo è esterno e il melting pot funziona anche per gli immigrati islamici - in Europa il terrorismo di matrice islamica è soprattutto interno e viene alimentato dagli appartenenti alla seconda o terza generazione di immigrati. La percezione della trasformazione dell'Unione Europea in un'Unione Cristiana avrebbe effetti sconvolgenti sulla stabilità e la sicurezza interna degli Stati europei. Gli immigrati verrebbero considerati una "quinta colonna", minacciosa per la sicurezza e per la stessa identità europea.

Bilanciamento tra tre ruoli

La fine della guerra fredda ha conferito maggiore importanza geopolitica alla Turchia. Essa dipenderà dalle decisioni che verranno prese. Il bilanciamento tra i tre ruoli geo-politici del paese - di avamposto, di barriera e di ponte - sarà grandemente influenzato dall'ammissione nell'ue. Le conseguenze di quest'ultima supereranno di gran lunga il quadro regionale. Influirebbero non solo sulle prospettive della stabilità interna europea e sulla natura stessa dell'Unione, ma anche sugli assetti geo-politici mondiali. In caso di esclusione della Turchia potrebbe avverarsi la tesi di Huntington - che, come si è detto, finora sembrava fantasiosa - di un'alleanza confuciano-islamica. La linea del confronto fra Cina e Occidente non si sposterebbe solo al Golfo, come Pechino tenta di fare ammettendo Teheran come osservatore permanente alla <Shanghai Cooperation Organization>, ma addirittura al Mediterraneo orientale, possibilità questa che è stata sicuramente considerata dagli strateghi cinesi nella loro decisione di inviare un contingente militare in Libano. (Carlo Jean, docente di Studi strategici all'Università Luiss-Guido Carli di Roma/Ideazione)
15.03.2007

NESSUN ATTACCO DALLE BASI TURCHE

La richiesta della Nato di aprire sia lo spazio aereo sia i confini di terra con l'Iran - qualora si dovesse attaccare il Paese vicino - è stata respinta dal ministro degli Esteri Abdullah Gul. Un no anche dai Paesi arabi.

Nessun_attacco_dalle_basi_turcheLa Nato ha richiesto ufficialmente alla Turchia di aprire sia il proprio spazio aereo che i confini di terra con l'Iran in caso di imminente attacco nei confronti della Repubblica Islamica. Ankara - pur essendo membro dell'Alleanza atlantica - ha già detto no per bocca del suo ministro degli esteri Abdullah Gul. Del resto la maggior parte degli esperti aveva ritenuto che ben difficilmente la Turchia avrebbe sostenuto sia la Nato che Washington, nel caso in cui quest'ultima dovesse prendere la definitiva decisione di intraprendere un'azione militare nei confronti dell'Iran al fine di liquidarne gli obiettivi strategici, primi fra tutti quelli nucleari.
Negli ultimi tempi infatti i rapporti fra la Turchia e l'Iran stanno attraversando un'importante fase di sviluppo per entrambi i Paesi, tant'è che recentemente il ministro degli Esteri turco Abdullah Gul ha dichiarato che attualmente i rapporti col Governo di Teheran sono buoni e che Ankara "non teme più l'export della rivoluzione islamica". A questo proposito ricordiamo inoltre che nel 2003 l'attuale Governo turco si rifiutò di partecipare alla campagna irachena, limitandosi a definirla "un'avventura ingiustificata".
Da parte sua, il Segretario generale della Lega araba, Amr Musa, ha dichiarato che i Paesi arabi non permetteranno ad Israele di utilizzare il proprio spazio aereo al fine di attaccare l'Iran, nel caso in cui gli Stati Uniti decidano a favore dell'opzione militare nei confronti della Repubblica Islamica. Tale dichiarazione è stata fatta in relazione a quanto pubblicato sul quotidiano israeliano <Ha'aretz>, secondo il quale sia il Katar che l'Oman così come l'Arabia Saudita avrebbero già dato il proprio assenso in quest'ottica.
A questo proposito, Musa ha affermato che i leader di questi tre Paesi avrebbero smentito tale notizia nel corso di colloqui telefonici tenuti personalmente con lui, aggiungendo inoltre che si tratterebbe di un qualcosa di impossibile "sia adesso che in futuro", dal momento che l'Iran rappresenta "una vicina nazione sorella". (Pravda)
15.03.2007
 


E' intenzione del Governo Erdogan di organizzarla ad aprile in Istanbul. L'obiettivo prioritario di Ankara è quello di evitare la spartizione del Paese vicino e delle istanze autonomiste.

CONFERENZA ALLARGATA SUL FUTURO DELL'IRAQ

Il_premier_turco_assieme_al_gen._Buyukanit_Capo_delle_Forze_ArmateSecondo quanto riportato dal quotidiano <Turkish Daily News>, fonti diplomatiche turche e fonti del Governo di Baghdad hanno annunciato l'intenzione di Ankara di  organizzare ad Istanbul, ad aprile, una conferenza allargata sul futuro dell'Iraq. L'iniziativa diplomatica si colloca in linea di continuità con l'attiva politica regionale perseguita dal Governo Erdogan nel corso degli ultimi quattro anni. Da quando cioè, all'indomani del rifiuto di concedere il territorio nazionale per l'apertura di un fronte settentrionale nell'operazione Iraqi Freedom, la Turchia è andata intessendo una rete sempre più stretta di rapporti con i più influenti attori regionali, con Iran, Siria ed Arabia Saudita in testa. Una rete funzionale al tentativo di sopperire alla diminuzione della propria influenza nello scacchiere iracheno, conseguenza diretta delle crescenti incomprensioni con il tradizionale alleato statunitense in relazione al futuro assetto istituzionale dell'Iraq ed alle istanze autonomiste ed indipendentiste della popolazione curdo-irachena.
Prioritario, nel quadro della politica irachena della Turchia, resta infatti l'obiettivo di scongiurare quella partizione del Paese secondo linee etniche che comporterebbe la nascita di uno stato curdo nel nord - potenziale polo d'attrazione per l'ampia popolazione curdo-turca stanziata nell'Anatolia sud-orientale. A questo obiettivo si affianca, da un lato, la necessità di contrastare l'azione della formazione terroristica del Pkk eliminandone le basi logistiche in territorio nord-iracheno e, dall'altro, la volontà di garantire alla regione petrolifera di Kirkuk un'amministrazione multi-etnica che garantisca i diritti della minoranza turcomanna ivi stanziata.
E' dunque su questo sfondo che va inquadrata l'attuale iniziativa diplomatica di Ankara, che mira significativamente ad allargare le basi del dialogo regionale sin qui perseguito. Forte delle nuove opportunità diplomatiche offerte dalla sempre più urgente necessità statunitense di definire una exit strategy per l'Iraq e dai segnali di apertura della Casa Bianca al coinvolgimento in essa degli attori regionali, il Governo Erdogan ha esteso gli inviti alla partecipazione al prossimo meeting di Istanbul ben oltre gli stati confinanti con l'Iraq - già coinvolti in una serie di sette conferenze successive svoltesi tra il 2003 ed il 2006. Alla conferenza di Istanbul sarebbero infatti stati invitati anche i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, assieme all'Italia, la Germania ed il Giappone.
Una "conferenza allargata" in grado dunque di fare della Turchia, nelle intenzioni di Erdogan, il vertice diplomatico nello sforzo di ricostruzione dell'Iraq. In grado, soprattutto, di ridare coerenza ad una politica estera, quella turca, i cui vettori "regionale" ed "euro-atlantico" sono finiti troppo spesso e pericolosamente in conflitto nel corso del recente passato. (La Voce d'Italia)
15.03.2007

 

RINVIATO IL REFERENDUM SULLO STATUS DI KIRKUK

Se ne riparlerà tra due anni. La decisione è stata presa da Baghdad in accordo con la Turchia che nella regione è la principale oppositrice al voto. Le forti tensioni Ankara-Kurdistan.

Lo_status_di_KirkukMassoud_BarzaniIl referendum sullo status di Kirkuk, che doveva tenersi entro al fine del 2007, è stato rinviato di due anni. La notizia, che ancora non trova conferme ufficiali, è stata diffusa  dal quotidiano iracheno <Azzaman>. Secondo il giornale, la decisione è stata presa da Baghdad in accordo con la Turchia, che nella regione è la principale oppositrice al voto.
Il prossimo luglio i cittadini di Kirkuk, erano chiamati a scegliere se annettere la città alla regione semi-autonoma del Kurdistan oppure se rientrare in una provincia che sarà sunnita. Il posticipo sembra sia stata concordato durante la visita ad Ankara del vice presidente iracheno, Adel Abdulmahdi, lo scorso 21 febbraio. Dopo il sofferto assenso alla bozza di legge sulle risorse petrolifere, approvata dal Gabinetto iracheno il 26 febbraio, i curdi avrebbero così ceduto su un altro fronte; con probabilità pressati dagli alleati statunitensi, interessati a non creare ulteriori scontri interni e con i vicini.
Negli ultimi tempi le relazioni tra Kurdistan e Turchia hanno registrato forti tensioni. Le autorità turche hanno avvertito che potrebbero ricorrere all'uso della forza militare se il Kurdistan andrà avanti con il "suo piano di annettere Kirkuk". Il problema è legato alle risorse energetiche. Kirkuk si sviluppa sul secondo giacimento petrolifero del Paese e possiede il 70 per cento dei depositi di gas naturale. Il rischio è che se il referendum affiderà ai curdi l'amministrazione della città, questi disporrebbero di una risorsa vitale e sufficiente a garantire una loro eventuale indipendenza dal resto dell'Iraq. Prospettiva che non piace alla Turchia, timorosa di conseguenti possibili spinte nazionalistiche delle popolazioni curde all'interno dei suoi confini. Il voto è osteggiato inoltre anche dalle comunità arabe che popolano la città; i turcomanni hanno di recente denunciato campagne intimidatorie per costringerli a lasciare le loro case.
Fonti di <AsiaNews> a Kirkuk rivelano che conferme ufficiali al rinvio del voto potrebbero giungere nel corso di un imminente incontro tra leader curdi e turchi. Il presidente del Kurdistan, Massoud Barzani, aveva chiesto un faccia a faccia con le autorità di Ankara per discutere dell'annosa accusa di coprire i ribelli del <Kurdistan Workers' Party> (Pkk) nel nord Iraq; di Kirkuk e dell'esplorazione e sfruttamento delle risorse petrolifere nella regione semi autonoma. Il premier Recep Tayyip Erdogan si è detto "aperto" al dialogo. (AsiaNews.it)
15.03.2007

 

UNA DELIBERATA PROVOCAZIONE O IRRESPONSABILITA'

Così si è espresso il vice-premier e ministro degli Esteri turco, Abdullah Gul, a proposito delle dichiarazioni di Massoud Barzani ad <Anadolu> a proposito di un Kurdistan indipendente.

Dirigenti irrazionali e sogni in Medio Oriente hanno creato complicazioni per i popoli della regione. Così il ministro degli Esteri turco Abdullah Gul ha commentato, riferito dall'agenzia <Anadolu>, la dichiarazione del presidente della regione curda irachena Massoud Barzani, il quale ha dichiarato all'emittente <Ntv> che i Paesi della regione devono accettare che i curdi che abitano tra Iraq, Iran, Turchia e Siria hanno il diritto all'indipendenza.
Per Gul le parole di Barzani costituiscono una deliberata provocazione oppure sono un esempio di irresponsabilità, in modo particolare nel momento in cui sale rapidamente la tensione attorno all'appartenenza di Kirkuk, rivendicata da curdi, arabi e turcomanni, la cui sopravvivenza è garantita solo se resterà irachena e non legata a nessuna regione autonoma. In proposito il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha detto "Kirkuk assomiglia a un Iraq in piccolo e non è la proprietà registrata di alcun gruppo etnico". (Arab Monitor)
15.03.2007


In caso di un conflitto con l'Iran il sistema di difesa antimissile che gli Stati Uniti stanno progettando lascerebbe scoperti questi tre Paesi. A dirlo il Segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer.

ITALIA, GRECIA E TURCHIA SENZA PROTEZIONE

Il_Segretario_della_Nato_Hoop_ScefferA parlare è il Segretario generale della Nato, Jaaap de Hoop Scheffer, che in un articolo-intervista pubblicato sul <Financial Times> lunedì 12 marzo mette in guardia contro divisioni ed esclusioni in Europa rispetto ai programmi di difesa anti-missile: Italia, Grecia e Turchia non sarebbero coperte dal nuovo sistema di difesa che gli Stati Uniti stanno progettando e per il quale vogliono installare basi radar e intercettori in Polonia e Repubblica Ceca.
"Quando si tratta di difesa missilistica, non dovrebbero esserci Paesi di serie A e di serie B - afferma de Hoop Scheffer, che però insiste sul fatto di "non credere che arriveremo a questo punto" e che "l'indivisibilità della sicurezza è la chiave". Scheffer non ha voluto indicare quali Paesi resterebbero al di fuori del raggio di protezione dello scudo Usa, ma secondo funzionari Nato anonimi citati dal quotidiano britannico, si tratterebbe di Paesi dell'Europa meridionale ed orientale, "principalmente di Grecia, Italia e Turchia", troppo vicini all'Iran e che avrebbero bisogno di un sistema aggiuntivo a corto raggio in caso di attacco dalla Repubblica islamica.
Secondo le fonti interpellate dal giornale britannico, "sarebbe sia tecnicamente che economicamente fattibile un'estensione della protezione ai Paesi non coperti entro l'inizio del prossimo decennio". Scheffer ha ricordato che la Nato ha "uno studio di fattibilità che dice che è ben possibile in teoria usare la difesa missilistica per proteggere l'Europa nel suo insieme, ma ciò richiede discussione politica, e su chi pagherà cosa". Secondo Scheffer, il punto cruciale è ammettere l'esistenza di una minaccia, e questa discussione continuerà nella riunione dei ministri della Difesa Nato in programma a giungo a Bruxelles.
In sostanza, si tratterebbe di capire se affiancare il sistema Usa (dagli alti costi, più di 10 miliardi di dollari all'anno, e la cui efficacia è stata messa in dubbio da alcuni analisti) con un sistema Nato che potrebbe costare meno di 10 miliardi e coprire tutta l'Europa. In questo caso, una delle soluzioni tecniche per colmare il gap di protezione nell'Europa meridionale ed Orientale potrebbe essere fornito da missili Patriot e da un radar Aegis. De Hoop Scheffer è convinto che anche l'Europa debba dotarsi di un sistema di difesa missilistica: "C'è ogni motivo per crederlo (che i Paesi Nato possano essere bersaglio di un attacco missilistico, ndr), stanti i test missilistici nord-coreani e il potenziale iraniano e quello che gli iraniani vengono predicando", ha commentato il segretario generale Nato, che ha liquidato la netta opposizione russa al sistema americano osservando che i dieci missili intercettori di cui è prevista l'installazione in Polonia "non diminuiscono la capacità della Russia di colpire per prima". (
Il Sole24Ore.com)
15.03.2007


Il_muro_smantallato

 

NICOSIA: SMANTELLATO IL MURO DAI GRECO-CIPRIOTI

La demolizione della barriera di cemento a Ledra Street - sostituita da lastre di alluminio - accolta con soddisfazione anche dal Governo della Trnc. La notizia data da Papadopoluls ad summit dell'UE.

Accordo_tra_Trancia_e_CiproIl_check_point_di_NicosiaI greco-ciprioti hanno abbattuto il simbolo di decenni di divisione a Cipro, il muro che attraversava il cuore della capitale Nicosia, e hanno sfidato i turchi a rispondere ritirando le loro truppe dalla zona.
La demolizione della barriera di cemento a Ledra Street a Nicosia è terminata dopo avere lavorato tutta una notte.
Il muro è stato rimpiazzato subito da fogli di alluminio ed è sotto lo stretto controllo della polizia.
Le autorità dicono che per motivi di sicurezza l'area resterà off limits ai civili finché la Turchia non avrà rimosso le truppe.
Gli abitanti di Nicosia hanno accolto la demolizione del muro come un passo importante, e c'è chi l'ha paragonata alla caduta del Muro di Berlino nel 1989.
"Questo è estremamente simbolico.. . Il dinamismo creato da questa decisione porterà a un'apertura", ha detto Rasit Pertev, capo consigliere del leader turco-cipriota Mehmet Ali Talat.
Non è chiaro cos'abbia provocato l'azione greco-cipriota, ma entrambe le parti nell'isola divisa del Mediterraneo fanno i conti da anni con le pressioni della comunità internazionale perché si arrivi a un accordo di pace.
"Stanotte abbiamo demolito il checkpoint dalla nostra parte", ha detto ai giornalisti il premier greco-cipriota Tassos Papadopoulos a un summit dell'UE a Bruxelles.
"Così ora vedremo se le truppe turche verranno ritirate... Perché se le truppe non vengono ritirate... non può esserci un passaggio", ha aggiunto. (Reuters)
15.03.2007

 

Respinte le condizioni poste da quelle di Nicosia, la prima delle quale è quella che ankara debba ritirare il suo contingente militare dall'isola. La spiegazione del sottosegretario Pertev della Trnc.

NO TURCO-CIPRIOTA ALL'APERTURA DI LEDRA STREET

Le autorità turco-cipriote hanno respinto le condizioni poste da quelle greco-cipriote per aprire un nuovo punto di passaggio nella parte storica di Nicosia dove, giovedì 8 ultimo scorso, è stato abbattuto un muro che da 33 anni divideva in due la centralissima Ledra Street. Lo ha riferito la radio statale cipriota <Rik1> citando dichiarazioni rese da Rasit Pertev, sottosegretario alla presidenza della Repubblica Turca di Cipro Nord (Rtcn, riconosciuta solo da Ankara). Giovedì sera, poco prima di mezzanotte, soldati della Guardia nazionale cipriota avevano abbattuto parte del muro che tuttora divide la capitale cipriota in due parti, una "libera" a Sud e una a Nord occupata militarmente dalla Turchia dal 1974. Però, come subito sottolineato dal presidente cipriota Tassos Papadopoulos che aveva dato l'ordine dell'abbattimento, nessun civile potrà attraversare il nuovo varco sin quando i turchi non ritireranno i loro soldati dall'area. Ma oggi Pertev ha detto senza termini che le autorità turco-cipriote "non accettano alcuna precondizione". "Nella zona non esiste alcuna minaccia militare".
"I greco-ciprioti non hanno rimosso il loro posto d'osservazione né le postazioni delle loro armi. Li invitiamo a farlo al più presto possibile", ha detto ancora Pertev, che è consigliere del leader turco-cipriota Mehmet Ali Talat. Il punto dove il varco è stato aperto è estremamente simbolico: si tratta infatti di una strada - oggi solo pedonale - piena di negozi e caffé che 40 anni fa era considerata la "Via Veneto" di Nicosia. (Denaro.it)
15.03.2007

 

Le motivazioni di Parigi: "Si tratta di una cooperazione standard tra i Paesi dell'UE che prevede addestramento militare congiunto e scambio di informazioni": Ma la Turchia è di altro avviso e teme per la stabilità dello status quo.

ANKARA PROTESTA PER L'ACCORDO FRANCO-CIPRIOTA

La Turchia ha protestato per l'accordo di cooperazione militare firmato dalla Francia e Cipro affermando che minaccia la stabilità del Mediterraneo orientale ed i tentativi di giungere ad una soluzione della questione cipriota.
L'accordo firmato a fine febbraio, secondo quanto ha riferito il ministero della Difesa di Parigi, è "standars" tra i Paesi dell'Unione europea e prevede addestramento militare congiunto e scambio di informazioni.
"La firma francese di un accordo militare con l'Amministrazione greco-cipriota del sud è uno sviluppo preoccupante", si legge in un comunicato del ministero degli Esteri di Ankara. L'accordo, continua, contraddice i precedenti accordi sullo status dell'isola e "rappresenta una minaccia alla stabilità e sicurezza nel Mediterraneo orientale".
la turchia difende gli interessi della parte turco-cipriota e ha nel nord dell'isola 40 mila soldati. proprio la questione cipriota rappresenta uno dei principali ostacoli all'adesione di Ankara all'Unione Europea. (Ap)
15.03.2007

 
 

SOCIETA'

COME INTEGRARSI CON LE SOCIETA' EUROPEE

Incontro ad Ankara del ministro degli Esteri turco, Abdullah Gul, con 23 giuristi di origini turche che vivono nel vecchio continente. Obiettivo dei lavori: ricevere suggerimenti. La notizia data da <The New Anatolian>.

Il ministro degli Esteri di Ankara, Abdullah Gul, ha convocato ad Ankara 23 giuristi europei di origini turche. Lo riporta il quotidiano <The New Anatolian>. Gul ha voluto incontrare questi esponenti della giustizia che provengono soprattutto da Germania, Austria, Belgio, Danimarca e Svezia, per ricevere suggerimenti su come la Turchia e turchi possano meglio integrarsi con le società europee.
"C'è una mancanza di comprensione da parte dell'Europa sulla Turchia, bisogna che li superino", ha spiegato il capo della diplomazia turca.
Gul non ha voluto specificare ulteriormente di che pregiudizi si trattasse, ma il quotidiano fa aperto riferimento alle lamentele del ministro che ha dichiarato più volte che l'Europa considera la Turchia in modo negativo perché in questo momento si tratta del Paese più popoloso del vecchio continente. Oltre ad essere l'unico a maggioranza musulmana. (Apcom)
15.03.2007

 

LA PACE DOPO SOLE 48 ORE"

La gu