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UNO
SCUDO DI DIFESA PER L'OCCIDENTE
Organizzata
dall'Associazione per l'Amicizia Italia/Turchia si è
svolto un dibattito dell'ingresso della
Turchia nell'UE..
Interventi dell'ambasciatore Ugur
Ziyal e dell'ordinaria universitaria Meliha Altinsik. |
Organizzata
dall'Associazione per l'Amicizia Italia/Germania si è svolto
ultimamente a palazzo Marini in Roma un interessante dibattito
sul tema "L'ingresso della Turchia nell'UE: scudo di
difesa per l'Occidente" che ha visto presenti, tra gli
altri, S.E Ugur Ziyal ambasciatore di Turchia presso lo Stato
italiano, la prof.ssa Meliha Altinsik ordinario del
Dipartimento relazioni internazionali presso l'Università
tecnica del Medio Oriente ad Ankara ed il giornalista Gino
Ragno (moderatore). Riportiamo di seguito gli interventi di
Ziyal e Altisinik.
INTERVENTO
ZIYAL
Egregio
Segretario Generale Ragno,
Onorevoli
deputati,
Pregiati
ospiti,
innanzitutto
desidero ringraziare l'Associazione per l'Amicizia Italia-Germanica ed il Segretario
dott.Gino Ragno per aver
organizzato questa riunione ed averci dato l'opportunità di
parteciparvi. Inoltre, non
posso non esprimere il piacere che provo nel rivolgermi ad
un pubblico così scelto per un argomento di tale attualità.
L'Italia e la Germania sono due Paesi
amici ed alleati della Turchia con rapporti profondi basati su
un lungo passato. Di conseguenza, il sostegno dato al nostro
paese durante il processo d'adesione all'Unione Europea,
da parte dell'Italia e della Germania, che sono presenti sin
dall'inizio nell'integrazione europea e sono tra i membri
fondatori dell'Unione, è sempre stato prezioso per noi.
Osserviamo con piacere che l'appoggio
datoci dall'Italia in questo campo procede indipendentemente
dai cambiamenti di potere e che quest'appoggio è stato
manifestato in modo corale in diverse tribune. Apprezziamo il
fatto che la Germania rimanga fedele alle promesse fatte.
Per contro, abbiamo visto che in alcuni
paesi membri, l'adesione della Turchia all'Unione Europea,
è stata motivo di un intenso dibattito, a volte fuori dal
reale, e che tale dibattito si è addirittura trasformato in
argomento di attualità durante le elezioni generali.
Penso che sia salutare discutere,
considerando gli effetti che creerà l'adesione all'Unione
Europea di un paese grande e con importanza strategica come la
Turchia. In un sistema democratico, i dissensi si superano con
dibattiti e con scambi di vedute. Solo che qui dobbiamo fare
attenzione ad un punto. E' stata data alla Turchia la
promessa di diventare membro. La Turchia sta procedendo nel
realizzare le condizioni richieste per l'adesione. La
tendenza di alcuni ambienti politici europei di "cambiare le regole", è incoerente e nello
stesso tempo ingiusta. Suppongo che nessuno possa contestare
questa valutazione. D'altro canto, visto che alla fine sarà
il popolo a decidere, il dibattito riguardo l'adesione della
Turchia all' Unione Europea deve essere
chiaro, franco, lontano da pregiudizi, basato su dati
ed equo. Voglio che sappiate che noi non siamo restii a simili
dibattiti. Anche noi Turchi discutiamo sullo stesso argomento.
Ecco,
in quest'occasione desidero condividere con voi in modo
chiaro e con tutta la mia franchezza le mie opinioni riguardo
il percorso di adesione della Turchia all'Unione Europea.
Prima
di tutto mi oppongo all'idea che la Turchia non fa parte
dell'Europa da un punto di vista storico e geografico. Idea
che si sta diffondendo soprattutto in questi ultimi tempi
nell'Unione Europea i cui rapporti con la Turchia sono
iniziati nel 1959 e proseguiti con alti e bassi.
Secondo me la Turchia è sempre stata parte dell'Europa
sia dal punto di vista storico che geografico.
Modernizzazione
della società
Pur non volendo usare
il tempo che mi è stato concesso per dilungarmi nella storia
remota, non posso fare a meno di soffermarmi su alcuni punti.
Non sento neanche l'esigenza di ricordare il fatto che le
civiltà anatoliche sono la culla della civiltà Europea.
Potete constatarlo subito nella nostra piccola mostra al
Quirinale. Per altro vorrei farvi notare che la
modernizzazione dello Stato e della società turca si basa su
un passato di 2-3
secoli e che l'Impero Ottomano è stato una delle potenze
che ha modellato la storia dell'Europa
in tempi di pace e di guerra, di
vittoria e di sconfitta.
Nello stesso modo, la Turchia, subito
dopo l'Istituzione della Repubblica divenne membro di
organizzazioni quali
il Consiglio Europeo, Nato ed Aagit di
matrice Europea/ Occidentale. Mentre allora nessuno
sentì l'esigenza di chiedersi se la Turchia poteva o no diventare membro di tali
organizzazioni, a cui peraltro diede grandi contributi, oggi
proprio nell'ultimo anello di questo lungo processo di
adesione all'Unione Europea, non solo io, ma anche il mio
governo e tutti i miei connazionali ci troviamo in difficoltà
a capire che ci siano ancora degli interrogativi a tale
proposito. Vorrei che sappiate che tale difficoltà nel capire
è condivisa anche da paesi del Caucaso, del Centro Asia e
Medio Oriente e dai paesi
membri dell'IKO.
La Turchia e L'Unione Europea non
sono legate solo nel loro passato, ma anche nel loro futuro.
Inoltre, considerando che nei paesi Europei, alcuni peraltro
membri dell'Unione, vivono più di tre milioni di Turchi,
che nella sola Germania ve ne sono due milioni, e che essi
contribuiscono alla vita politica, sociale, economica e
culturale di tali paesi, non so come si possa asserire
obiettivamente che la Turchia sia estranea
all'Europa...lascio a voi tale valutazione.
Nell'attuale
complessa congiuntura politica, l'Unione Europea, che
ambisce a diventare "una potenza globale", al fine di
mantenere la propria posizione ed il proprio livello di
sviluppo, guarda con interesse ai Balcani, al Mar Nero, al
Mediterraneo, al Medio Oriente, al Caucaso, al Centro Asia.
Non riesco ad immaginare come potrebbe diventare una
"potenza globale" in tali regioni senza la Turchia.
Globalizzazione e
realtà - Nell'ambito
delle difficoltà generate dalla globalizzazione e delle realtà
che ci troviamo a fronteggiare nel 21° secolo, le scelte che
l'Unione Europea farà riguardo al proprio futuro, saranno
determinanti anche per noi. Di conseguenza, la Turchia e
l'Europa, come era già stato nel passato, oggi e nel futuro
avranno un destino comune. Mentre si sta valutando
l'adesione della Turchia all'Unione Europea con tutti i
suoi pro ed i suoi contro, ritengo che ciò sia da considerare
una realtà imprescindibile.
Ecco, a proposito di tutto ciò, la
decisione presa al Vertice dei Capi di Stato e Governo
dell'Unione Europea il 14 Dicembre 2006, ha deluso
l'opinione pubblica turca. Prima di tutto questa decisione
non è compatibile con l'anima e lo spirito dei nostri
rapporti multi-direzionali, considerando la mole che oggi hanno
raggiunto. Oggi i nostri negoziati con l'Unione Europea
rischiano di congelarsi, addirittura di trasformarsi in un
processo virtuale grazie all'Amministrazione Greca che
sfrutta questo processo per avanzare le proprie ambizioni con
l'ingresso di Cipro nell'Unione Europea e grazie a
politici europei di vedute strette. Tutto ciò adombra i
comuni obiettivi che avevamo stabilito.
Nonostante
tutto, noi siamo decisi a proseguire nel nostro
cammino. Il nostro governo lo esprime
in modo chiaro e deciso. Nonostante tutto, considerando
il punto a cui siamo giunti, il processo di indagine che si è
concluso il 13 ottobre è stato un lavoro utilissimo. Ha dato
la possibilità di stabilire le nostre manchevolezze e di
definire un percorso per il periodo successivo. Alla luce di
tale percorso, indipendentemente dagli ostacoli che sono
venuti fuori durante il processo di negoziazione, la maggior
parte dei quali non ha alcun collegamento con il processo
stesso, siamo decisi ad andare avanti senza tregua, sia in
accordo al diritto acquisito conforme al processo, sia per le
riforme a cui abbiamo dato inizio . Queste riforme sono
necessarie per prima cosa alla Turchia ed al popolo turco.
Continua l'impegno per le riforme, il Consiglio e le
istituzioni sono impegnati su questa linea, la società si sta
organizzando meglio e la cosa più importante è che si sta
consolidando l'abitudine di discutere ogni argomento.
Nessun
minimo tentennamento
In breve, anche se nell'ultimo
periodo che si è concluso con la decisione del
14 Dicembre l'atteggiamento equivoco mostrato da
alcuni membri e gl'impegni dell'Amministrazione greca di
Cipro nello sfruttare la propria adesione andando contro tutti
i principi dell'Unione Europea, hanno causato delusione e
sfiducia nei riguardi dell'Unione Europea nell'ambito
dell'opinione turca -
questa situazione
è evidente nei sondaggi d'opinione - vorrei che sappiate
che non si è creato un minimo tentennamento nella volontà di
realizzare condizioni di vita migliore nella vita quotidiana
dei nostri connazionali. Prima di tutto vi è la necessità di
raggiungere l'obiettivo del livello delle "civiltà
contemporanee" di Ataturk, che è la filosofia della
Repubblica turca. Se sarà necessario noi siamo decisi a
proseguire da soli in questo percorso. Ma senza dubbio,
guardando le condizioni dei nostri pressi si potrà facilmente
dedurre che l'appoggio dell'Unione Europea e dei Paesi
membri faciliterà il nostro avanzare verso l'obiettivo.
In
ultimo, vorrei condividere con voi le mie opinioni riguardo
"La Turchia scudo a difesa dell'Occidente" che
rappresenta il tema della nostra riunione.
Come
ben sapete, nel periodo della Guerra Fredda la Turchia
rappresentava la spina dorsale dell'ala sud-orientale della
Nato, nel senso che ha costituito lo scudo di difesa
dell'occidente contro il blocco orientale. Vorrei ricordare
che in quel periodo nessuno s'è posto la domanda se la
Repubblica Turca fosse o non fosse parte dell'Europa.
Inoltre non va dimenticato che tale compito ha reso più
difficile lo sviluppo sociale ed economico della Turchia.
Subito dopo la Guerra Fredda vennero
fatte delle dichiarazioni sul fatto che sarebbe diminuita
l'importanza della Turchia nell'ambito della stabilità e
della sicurezza dell'Occidente. Solo dopo l'11 Settembre
si è capito in modo ancora più netto, in particolare in
concomitanza ai cambiamenti nella regione critica che si
trova in Turchia, che tali previsioni erano inesatte. Nei
giorni attuali in cui vanno aumentando gli elementi del
pericolo (asimmetrico), la posizione centrale della Turchia,
dal punto di vista della sicurezza dell'Unione Europea,
forse è aumentata ancora di più. Addirittura se si considera
che la sicurezza, oramai al di là della dimensione militare,
comprende concetti ancora più estesi e di diverse dimensioni
come la sicurezza energetica e come la concorrenza economica;
Se solo serve dare un esempio, la Turchia si trova in una
posizione chiave nel trasportare in Europa le fonti di energia
provenienti dal Caucaso e dal Centro Asia, e ciò incrementa
l'importanza della Turchia presso l'Europa.
Benessere
e stabilità
Di conseguenza, la prospettiva
dell'adesione della Turchia all'Unione Europea, è
importante non solo per provvedere al benessere ed alla
stabilità in quella regione Turca, ma anche per la continuità
del benessere e della sicurezza in Unione Europea. Se i paesi
dell'Unione Europea hanno raggiunto l'attuale livello di
benessere, non si può rinnegare il contributo della Turchia
che ha provveduto alla sicurezza per quanto riguarda la difesa
dell'Europa, e della nostra gente laboriosa che ha migrato
in Europa negli Anni 60 e che oggi una parte di essi oramai ha
raggiunto posizioni dirigenziali.
Con ciò, sarebbe un'utopia, che la
Turchia possa provvedere a lungo termine questa sicurezza
all'Unione Europea e dare questo contributo senza esserne
membro, ad esempio nella posizione di socio privilegiato.
Vorrei evidenziare che si sbagliano coloro che pensano che
porteremo avanti il compito di "scudo a difesa" di
un'organizzazione in cui non partecipiamo ai meccanismi
decisionali e che osserveremo le necessità delle politiche
dell'Unione Europea. Di conseguenza è necessario valutare
anche da questo punto di vista le scelte fatte e le decisioni
prese riguardo
l'andamento del processo di adesione della Turchia
all'Unione Europea. Annebbiare la prospettiva
dell'adesione della Turchia all'Unione Europea e cercare
di produrre delle alternative all'adesione effettiva,
racchiude in sé il pericolo di creare tensione in quella
regione già fragile che si trova in Turchia. La Turchia oggi
in quella sua regione non è consumatore di sicurezza ma ne è
produttore. La Turchia avanza velocemente sulla strada nel
diventare un produttore di benessere. Man mano che si evolve,
la Turchia, possiede il potenziale per realizzare nella sua
regione lo sviluppo sociale e la democrazia. Tutto ciò va
appoggiato e non incagliato!
Infine sarebbe conveniente considerare
un'altra faccenda dell'Unione Europea: L'Unione Europea,
che è il progetto più importante di pace e benessere della
nostra epoca, vuole essere un'unione composta da un po' più
di due dozzine di Paesi cristiani e basata sui valori
Cristiani, oppure vuole aggiungere a quelle
più di due dozzine di paesi Cristiani la Turchia che
non è un Paese Cristiano? Nel caso in cui ci fosse questo
desiderio l'Unione Europea andando oltre all'eredità
religiosa comune, con la democrazia, la superiorità del
diritto, il
rispetto dei diritti umani e con
la tolleranza alle civiltà diverse, dimostrerà di
essere basata sul "consensus", dimostrerà di aver assimilato i valori universali al punto
di accettare "l'altro" e raggiungerà una posizione
idonea a diffondere il suo moderato potere
molto oltre il suo continente.
Riforma
necessaria
A causa di tutti questi motivi, penso
che sia nell'interesse di tutti
appoggiare la Turchia con l'obbiettivo di farla
diventare una società più democratica e più prospera senza
annebbiare in questa fase il processo e l'obiettivo stesso.
Ma, considerando lo scenario di oggigiorno, vediamo che
l'Unione Europea è focalizzata
nelle sue questioni interiori
con "la stanchezza dell'allargamento" e purtroppo
vediamo che non si muove con la consapevolezza e la consueta
sensibilità.
Una riforma dell'Unione Europea è
senza dubbio necessaria sia per la continuazione delle
dinamiche che hanno costituito la base del successo
dell'Unione Europea sino ad oggi, sia per una sana
integrazione dei nuovi membri a questo meccanismo .. Pertanto
i disagi che si vivono oggi in questo campo limitano
l'Unione Europea ad una visuale che si basa su argomenti di
attualità a breve termine, che non sono compatibili con
l'identità globale a medio e lungo termine che l'Unione
stessa aveva cercato di stabilire.
In quest'atmosfera, alla luce delle
realtà attuali, l'importanza dei rapporti Turchia-Unione
Europea si deve cercare in una visione più ampia. La Turchia
sia per l'ampiezza del proprio potenziale economico e
sociale sia per
la sfera d'influenza a livello regionale dei valori
democratici e laici che ha comprovato, è
parte di
questa visione.
In
ultimo mi voglio rivolgere a coloro che guardano con riserbo
l'adesione della Turchia all'Unione Europea: Tutte le tesi
portate avanti contro l'adesione della Turchia in Unione
Europea, compreso l'elemento religioso, possono essere usate
anche a vantaggio dell'adesione della Turchia.
Inoltre
queste, con diverse discussioni, nelle precedenti ondate di
allargamento, a suo tempo, divennero argomento d'attualità
per altri paesi candidati. Peraltro non si è realizzato
nessuno degli scenari catastrofici, l'Unione Europea è
uscita più forte e più ricca dopo ogni ondata di
allargamento. Guardate, la Turchia, che alla fine dei
negoziati diverrà membro dell'Unione Europea, non sarà più
la Turchia di oggi. Sarà, con i suoi standart democratici,
economici e sociali e con la sua legislazione, una Turchia
diversa. In realtà è questo il significato del processo dei
negoziati.
Per questo motivo, bloccare in questa
fase il processo con valutazioni a breve termine, pregiudizi e
riserve non serve né alla Turchia né all'Unione Europea.
Come lo era stato nel passato, anche nel futuro, gli
obiettivi, le aree d'interesse ed i relativi benefici
dell'Europa e della Turchia s'intersecano. Un'unione
Europea, di cui farà parte la Turchia che condivide dalla sua
fondazione ad oggi valori come la democrazia, diritti umani e
la supremazia del diritto che costituiscono la base
dell'Unione Europea, sarà più potente e più rispettabile.
(intervento dell'ambasciatore Ugur
Ziyal)
INTERVENTO
ALTISINIK
L'impatto sullo sviluppo dei rapporti tra la Turchia e
l'UE in relazione al Medio Oriente si può analizzare sotto
un duplice punto di vista. Cominciamo dal primo, soffermandoci
per un attimo sulle conseguenze della politica estera di
Ankara nei confronti del MO, sugli effetti di questa politica
e più specificamente se ci sia stata o meno una "
europeizzazione" della politica estera turca. Ora, quando
usiamo questo termine "europeizzazione", occorre fare
subito una distinzione: da un lato una sorta di sincronia tra
le politiche, sempre più vicine, di Ankara e Bruxelles verso
il Medio Oriente; dall'altro la convinzione che a muovere la
politica estera con le sue norme e con i suoi metodi debba
essere sempre e comunque l'Unione dei 27. E' la cosiddetta
internazionalizzazione del sistema. Fatto sta però che in
quanto ad armonizzazione si è ancora molto lontani, pur se a
partire dagli anni '70 si è vista una maggiore cooperazione
specie in termini di sicurezza.
In quanto al secondo punto di vista, è un dato accertato che
i Paesi arabi fanno molta attenzione più di quel che si creda
ai rapporti Turchia-Unione Europea. E se ancora fino a qualche
anno fa erano scettici circa una possibile adesione di Ankara
in seno all'Unione, convinti che Bruxelles non avrebbe mai
accettato come membro una nazione musulmana, questi si sono
dovuti ricredere; maggiormente allorché il trattato di
Helsinki aprì la strada al processo di adesione anche per la
Turchia.
Ma analizziamo, ora, quali sono state le conseguenze di una
politica comune Turchia-UE nei confronti del Medio Oriente.
Aspetti di una riforma politico-economica
Una volta
che il processo di adesione aveva preso il via, portandosi
dietro le riforme imposte quale conditio sine qua non,
veniva da sé che a Bruxelles si guardasse alla Turchia come
ad una forza emergente, pur sempre moderata, da utilizzare
nella regione mediorientale. Più di uno i motivi, a
cominciare da quello più contingente secondo il quale il
riformismo degli Arabi - soggetti questi ultimi a crisi di
governo e di legittimità (si veda il rapporto Undp) - è
particolarmente attratto dal modello turco, cioè da un Paese
dal quale avere l'input per proiettarsi verso la
modernizzazione nonché per aprirsi alla democrazia senza per
questo tradire le proprie tradizioni. Del resto basta rifarsi
a quanto dichiarato da Fares Braizatù del Centro Studi
Strategici dell'Università di Amman, in Giordania, per non
avere dubbi in proposito. A detta di Braizatù, infatti, se
gli arabi introdurranno le riforme necessarie in tema di
democrazia saranno poi essi stessi i migliori interlocutori
con l'Unione Europea.
Ma un altro motivo per il quale la Turchia viene vista con
simpatia nella regione è la salita al governo di un partito
- quello dello Sviluppo e della Giustizia (Akp) - che, pur
non rinnegando il secolarismo (ataturkiano, ndr), si è
riportato alle radici islamiche. Una linea di condotta che
certo non è dispiaciuta al mondo arabo, consapevole che la
Turchia - come potenza - stia portando avanti una politica
moderata e che pertanto sia decisamente credibile.
Maggiormente adesso che si sta avviando sulla strada
dell'adesione all'UE. D'altra parte Ankara - sensibile
alle sollecitazioni di Bruxelles - si viene a trovare nella
invidiabile posizione di baricentro di un nuovo sistema
politico-economico nel bacino del Mediterraneo allontanando da
se anche quei sospetti da parte di una certa componente araba
la quale non ha mai creduto ad una Turchia membro
dell'Unione, e solo per il fatto che ha una popolazione
musulmana. Al contrario, sarà proprio grazie all'entrata di
Ankara nell'UE che si potrà dimostrare come i rapporti tra
mondo occidentale e mondo arabo saranno equilibrati. Ciò
soprattutto in un momento in cui si è assistito ad una
incrinatura di questi rapporti, causa anche la storia delle
famose vignette su Maometto, che aveva alimentato una sorta di
crisi di civiltà. Va a merito del Primo Ministro turco Recep
Tayyip Erdogan e del premier spagnolo Josè Luis Zapatero
avere cercato di ricucire tale frattura promuovendo - con il
progetto "Alleanza delle civiltà" - il rispetto ed il
dialogo tra le società islamiche ed occidentali.
Politica estera e sua dimensione
Partendo dal
presupposto che la politica estera della Turchia e dell'UE
verso il MO negli anni passati non abbia avuto sempre punti
convergenti, va sottolineato che passi in avanti ne sono stati
fatti. Ankara e Bruxelles, non a caso entrambe con il ruolo
del cosiddetto committed to pursuing, hanno infatti gli
stessi obiettivi che sono la risoluzione del conflitto
israelo-palestinese, le riforme nell'area mediorientale, la
stabilizzazione e la ricostruzione dell'Iraq. Obbiettivi,
aggiungiamo, che non devono rimanere semplicemente sulla carta
ma trasformarsi in qualcosa di concreto. Per far questo però
- proprio perché la Turchia è un Paese negoziatore con
Bruxelles - l'UE non deve far finta di nulla di fronte
alle preoccupazioni di Ankara che vuole non solo un Iraq
unificato, stabile, democratico e secolare ma punta in
particolare ad eliminare le tensioni nella zona multi-etnica
di Kirkuk. In altri termini UE e Turchia devono lavorare
insieme alla ricostruzione dell'Iraq senza dimenticare i
principi base della sua identità. A maggior ragione, quindi,
Bruxelles deve fare da garante circa l'integrità
territoriale del Paese, la risoluzione pacifica delle dispute,
i meccanismi giusti per portare avanti questi progetti. Dal
canto suo la Turchia, in Medio Oriente, dovrà proseguire
sulla strada del dialogo più di quanto abbia fatto in
passato. D'altra parte, se Ankara negli anni '90 aveva
adottato una strategia a dir poco rigida con i vicini di casa
minacciando la Siria con azioni militari, lanciando incursioni
in Iraq e al tempo stesso alleandosi con Israele, dal 2000 in
poi la politica è sensibilmente cambiata ed i rapporti con i
vicini sono diventati più distesi. Non va dimenticato poi un
maggiore pragmatismo della Turchia nella risoluzione del
conflitto israelo-palestinese portato avanti con tutta una
serie di contatti e di colloqui con le parti interessate. Gli
esempi di questo generale cambiamento di rotta sono
ravvisabili negli accordi di sicurezza con Damasco nonché
nella presenza di delegazioni turche alla <Temporary
Presence > di Hebron e all'Unifil II in Libano, senza
dimenticare la parte attiva avuta in questo contesto dalla
Tobb (Unione delle Camere di Commercio, Industrie e Borse) che
ha avviato sponte sua iniziative di pace proprio per
trovare una soluzione al conflitto israelo-palestinese. Nella
fattispecie l'iniziativa della Tobb ha puntato, da un lato
ad un dialogo cooperativo e di joint venture a tre -
tra la stessa Tobb, l'Associazione dei Fornitori di Israele
e la Federazione delle Camere di Commercio, Industria ed
Agricoltura della Palestina - vitalizzato da cadenzate
riunioni; dall'altro addirittura alla creazione di un
sistema industriale nella zona di Gaza. Questo processo
innovativo ha dimostrato in effetti come la Turchia sappia
muoversi bene e come abbia tutti i presupposti validi
per entrare in Europa, guardata in questo percorso anche con
simpatia dai Paesi arabi.
Più delicata, forse, la questione irakena. Il diniego di
Ankara ad una sua partecipazione nella guerra contro Saddam
Hussein (che aveva provocato all'epoca la reazione degli
Stati Uniti, ndr), in definitiva ha dimostrato che non sempre
le opzioni militari sono utili per una soluzioni dei problemi.
Ankara aveva visto giusto preferendo portare avanti una
diversa strategia, diplomatica in primo luogo e poi
economico-commerciale senza trascurare i contatti con tutti i
gruppi etnici e al tempo stesso contraria ad una federazione
che potrebbe ricreare tensioni tra Turchia ed Iraq.
Economia e sue dimensioni
Il processo di adesione
della Turchia all'Unione Europea ha avuto conseguenze anche
dal punto di vista economico dal momento che gli investitori
arabi, hanno cominciato a guardare al Paese della Mezzaluna
con un sempre più crescente interesse. Non è un caso che già
nel 2004 erano ben 200 le ditte arabe ad operare in Turchia.
Nel merito, va messo in evidenza come - in linea di principio
- queste joint venture non siano sempre viste con
simpatia dall'UE a causa degli interessi di quest'ultima.
Come che sia, il ruolo di stato-cuscinetto di Ankara tra
l'Europa e il Medio Oriente è indubbiamente più positivo
che negativo, soprattutto se il discorso viene allargato al
petrolio e alle fonti energetiche in generale.
Per concludere, in un'Europa la cui popolazione musulmana si
aggira sui 15 milioni di persone e in cui il dibattito
sull'Islam è piuttosto intenso, la funzione mediatrice di
Ankara diventa la chiave di volta per arrivare ad una
integrazione tra vecchio mondo e mondo arabo là dove il
futuro di quest'ultimo rivestirà una importanza
fondamentale per l'Europa. Che, peraltro, Bruxelles non può
permettersi di ignorare. Come evidenziato da Xavier Solana nel
"Secure Europe in a Better World: European Security Strategy"
(12 dicembre 2003), sono molteplici gli interessi messi in
pericolo dall'area mediorientale, quali terrorismo,
proliferazione di WMDs, conflitti regionali, crimine
organizzato: un insieme di minacce che potrebbero ritardare il
ruolo dell'Europa come grande potenza mondiale qualora non
dovesse avvalersi della collaborazione di Ankara, con il suo
ingresso nell'UE. Potenza militare e contemporaneamente
potenza diplomatica, la Turchia è infatti l'unico Paese
affidabile (self-confident); non solo, ma in grado di
svolgere un ruolo costruttivo nella stabilità del Medio
Oriente. Cosa irrealizzabile se il processo di adesione fosse
ancora ritardato. Come sosteneva un editoriale del <Daily
Star>, pubblicato a Beirut "dieci anni possono sembrare
lunghi ma la sfera del tempo - dopo un'attesa
quarantennale - sta rotolando verso la parte
dell'adesione". I cambiamenti operati in Turchia, e le
riforme che si stanno attuando, inevitabilmente si
ripercuoteranno in Siria e in Iraq. I vicini di casa dovranno
però collaborare. E' il miglior modo anche per questi Paesi
di trarne benefici, sia economicamente sia politicamente che
socialmente. Benefici di cui godrà la stessa Unione Europa se
farà di Ankara la sua leva per manovrare liberamente in MO. (Intervento
Meliha
Altinsik)
IL
TESTO ORIGINALE
__________________________________
The
impact of developing Turkey-EU relations on the Middle East
can be analyzed in two levels: First, in terms of its impact
on Turkey's foreign policy behavior towards the Middle East,
specifically whether 'Europeanization' of Turkish foreign
policy is taking place or not. The Europeanization here is
defined in two aspects; increasing harmonization of Turkey's
policies towards the region with the EU and internalization of
EU foreign policy norms, methods, and practices. This is
however with the caveat that the development of EU's foreign
and security policy is still quite limited. Although the
expansion of European foreign and security policy cooperation
since the 1970s increasingly imposes unique requirements on EU
member states and candidate countries, common positions evolve
slowly.
The second impact is on how the Arab Middle East
countries perceive Turkey, or specifically whether developing
Turkey's relations between Ankara and Brussels are having
any impact on the perception of Turkey in the region. Up until
recently Turkey's pursuing EU membership was considered as a
'dream', largely because many in the Arab world believed
that the EU would never accept a Muslim nation as a member.
The Helsinki decision and the developments since then
particularly the decision to start accession negotiations
began to change that perception.
The actual and potential impact of Turkey-EU relations
on the Middle East can be discussed through three aspects:
1) The Political
and Economic Reform Dimension
The Turkish reform process
hastened by the developments in Turkey-EU relations has had an
impact on particularly how Turkey has been perceived in the
region and opened up possibilities for Turkey to emerge as a
soft power. First of all, at a time
when almost all Arab governments are facing a crisis of
governance and legitimacy, which is well documented by
successive Arab Human Development Reports of the Undp,
Turkey's recent reform experiences are largely seen as a
source of inspiration especially by the reformers in the Arab
world. As Fares Braizat of the Center of Strategic Studies of
the University of Jordan explains "Turkey is seen by Muslim
countries as a role model that has successfully balanced
tradition and modernization. The Arabs looked up to Turkey as
a model for bringing modernization and democracy...This could
inspire Arab countries that if you introduce democratic
reforms, it would mean you have the advantage of being
considered for a better partnership with the European Union."
AKP's coming to power has also become an asset for the
Turkish model as it demonstrated the reconciliation of a party
with Islamist roots with democracy and secularism. Thus the
Turkish experience seems to lend support to the argument that
the Islamic movements can be moderated through democracy. Ths
is an important lesseon for advocates of reform in the Arab
world as the Islamists constitute the main opposition in
almost all Arab countries today.
Therefore,
Turkey is emerging as a soft power in relation to the
democratization debate in the Middle East. Turkey has the
assets and increasingly credibility in this regard.
Turkey on the road to membership will have more appeal as a
soft power and contribute positively to the EU's image and
role in the region. Within that context Turkey could increasingly
contribute to the EU initiatives as regards to political and
economic reform in the Mediterranean. Finally, Turkey's
membership will clearly refute the belief that is highly
prevalent in the Muslim world that Turkey could not become a
member of the EU because it has a Muslim population. Thus
Turkey's membership would undermine the argument for
'clash of civilizations'. Turkey's
membership will prove that an equal relationship with the West
is possible for the Muslims. This becomes particularly
important as the relationship between the West and the Muslim
world deteriorates amid series of crises. The events involved
in what has been called the caricature crisis once again
underlined the urgency of dealing with the self-fulfilling
prophecy of clash of civilizations. The 'Alliance of
Civilizations' project, jointly launched by Turkish Prime
Minister Recep Tayyip Erdogan and Spanish Prime Minister Jose
Luis Rodriguez Zapatero, to foster respect and dialogue
between Islamic and Western societies in the wake of the
caricature crisis is an example that demonstrates Turkey's
eagerness to bridge these gaps.
2)
The Foreign Policy Dimension
The impact of the EU anchor on
Turkey's Middle East policy can be discerned in several
aspects. First, in the last few years Turkey's foreign
policy has slowly moved towards that of the EU over Middle
East policy. There is already an important degree of
convergence between the EU and Turkey as regards to their
approach to the Middle East issues. Both are committed to
pursuing a resolution of the Arab-Israeli conflict; to
promoting political and economic reform in the region and to
working toward peaceful stabilization and reconstruction in
Iraq. This convergence has to be operationalized, however. The
EU and Turkey should start working together in some of these
issues without forgetting that Turkey is a country negotiating
accession to the Union. The EU should understand Turkey's
concerns about Iraq within the framework that they both work
for a similar objective: unified, stable, democratic and
secular Iraq. First issue to start with could be working to
diffuse the tensions in the multi-ethnic Kirkuk.
As the recent ICG report concluded the EU needs to do
more to resolve the Kirkuk question and help Ankara protect
its vital interests without resort to force which could be
destabilizing.
The EU and Turkey can also work together in building a limited
multilateral security regime around
Iraq issue. Agreement on a collective set of basic principles,
such as respect for territorial integrity, peaceful resolution
of disputes, on minimal confidence building measures, and on
mechanisms for dialogue can be a start.
The external actors, like the EU could act as
guarantors of the system and work to create a conducive
environment and incentives for such a system without being
part of it.
Similarly,
Turkey has been adopting a more consensual, less
confrontational approach to the Middle East. In the 1990s,
Turkey acted as a hard power in the region, threatening Syria
to use military force, forging open military alignment with
Israel and launching military incursions into northern Iraq.
In the 2000s, Turkey's change of style was observable in its
dealings with regional countries and issues.
Turkey has become more of a soft power, becoming an
object of attraction with its political and economic
transformation and achievements. Turkey has also begun to
favor engagement as a form of dealing with challenges it faced
in the region. As a result, unlike the 1990s Turkey has been
able to normalize its relations with all its Middle Eastern
neighbors. Turkey also got engaged more in coalition building
activities. Turkey is more eager to play a constructive role
in the Arab/Palestinian-Israeli conflict through utilizing its
relations with both parties. Turkey has also successfully
transformed its conflictual relations with Syria and took the
leadership to establish a forum for Iraq's neighbors which
could turn into a seed of a sub-regional cooperative security
framework. Turkey's participation in Temporary Presence in
Hebron as well as Unifil II in Lebanon can be considered
examples of Turkey's active engagement in conflict
management activities in the region.
The
process of desecuritization in Turkish foreign policy towards
the region allowed the active participation of non-state
actors in regional issues. For instance, the
Union of Chambers
and Commodity Exchanges of Turkey (Tobb) initiated the
Industry for Peace Initiative as regards to the
Palestinian-Israeli conflict. The initiative consists of two
elements. The first is the creation of a mechanism for
tripartite business dialogue that involves Tobb, the
Manufacturers' Association of Israel, and the Federation of
Palestinian Chambers of Commerce, Industry and Agriculture.
These three actors now hold regular trilateral meetings
in the framework of what is known as the Ankara Forum for
Economic Cooperation between Palestine, Turkey and Israel. The
second element is the project to create Gaza Industrial zone
to be managed by Tobb.
Turkey
thus moved from narrowly-defined security focus in its foreign
policy to a multi-dimensional and multi-actor foreign policy
in the region. This
process looks set to intensify if Turkey gets its feet firmly
on the EU membership road. The Arab countries are also
expecting the membership to make contribution to regional
stability and integrity. Turkey's
non-involvement in Iraq militarily paved the way for
increasing emphasis on non-military means even in its Iraq
policy. Turkey's
relations with the EU limit possibilities of military option
in Iraq. In the last few years Turkey
has been emphasizing diplomatic and economic means in its
policy towards Iraq. Ankara is also cultivating relations with
all the groups in Iraq in support of the political process.
The
EU anchor will be of particular importance in this regard.
Turkey on a clear road to membership and further transforming
itself would be less wary of the nature of federalism in Iraq.
Whereas in the case of problems in the accession process or
possibility of non-membership, Turkey would be more uneasy
about a loose federation. Such a position may lead to
escalation of tensions between the two countries.
3)
The Economic
dimension
The process of accession talks is also being
seen from an economic point of view. The developments in
Turkey-EU relations have led the Arab states and investors to
be more interested in Turkey as this perspective makes Turkey
a door for Arab countries to open on the EU.
Turkey became a popular spot for foreign capital
flowing from Middle Eastern countries in 2004 exhibiting a
jump compared to the previous year, with 200 firms operating
in Turkey while in 2003 there was no new Arab investment.
It is clear that Turkey starting accession negotiations with
the EU acted as a strong boost for Arab investment.
The debate as regards to the impact of Turkey's
membership (or non membership) to the EU within the context of
the Middle East has revolved around two stylized positions. On
the one hand the argument has been made that Turkish
membership would extend EU's borders to the volatile Middle
East and thus would be detrimental to EU's interests. A more
sophisticated version of this argument emphasized Turkey could
better provide security stability through its role as an
insulator between two regional security complexes, that of
Europe and the Middle East
On the other hand, it has also been argued that
"Turkey's geo-strategic position can be considered more as
an asset than a liability, bringing new horizons onto the EU
doorstep." Although the former argument may resonate with the
public opinion in the EU countries it has serous limitations.
Due to its geographical proximity and dependence on Middle
East oil the EU is in fact deeply involved in the Middle East.
Europe has a large and growing Muslim population of about 15
million
and the debate over the role of Islam in Europe's emerging
identity is intense. A key challenge is to how to integrate
this immigrant population into Europe's secular political
structures. If one looks ahead a decade or so, the problem is
likely to become even more critical.
Thus the future of the Middle East is of immense
importance for Europe, which Brussels cannot afford to ignore.
Furthermore most of the new security threats to
European interests identified in A
Secure Europe in a Better World: European Security Strategy
prepared by the EU High Representative Xavier Solana (12
December 2003) such as terrorism, proliferation of WMDs,
regional conflicts, organized crime, emanate from the area.
Finally if the EU wants to be a world power it has to be a
major player in this strategic neighborhood. Membership of
Turkey could provide the EU the incentives and capabilities to
do so. In fact,
the prospect of Turkey's membership "is already forcing
the EU to devote more resources and develop more coherent
policies towards the Middle East. Turkey's accession will
increase the salience of the Middle East, and accelerate the
Union's already deepening involvement in the region."
Membership in the EU may also enhance Turkey's capabilities
and opportunities in the Middle East. In addition to being an
important regional military power, Turkey's status as a soft
power may increase. Turkey may become more self-confident and
this may result in Turkey's further constructive role in the
region. On the other hand, Turkey's non-membership will not
provide immunity to the EU from the instabilities of the
Middle East. Furthermore, in such as case the instability that
those developments could create in Turkey may in fact bring
the problems of the Middle East to EU's doorstep.
In
short, the presence of a stable and
prosperous Muslim country inside the EU is bound to have an
enormous effect - both on Europe itself and on Europe's
Arab and Muslim neighbors. As the editorial in Daily Star
published in Beirut put it right after European Council's
decision to start accession negotiations with Turkey: "A
decade may sound a long time, but the ball is finally rolling
on Turkey's EU membership after forty years of wavering
talks. . . . Turkey will now be undergoing major changes,
which will eventually, inevitably, affect the region, Syria
and Iraq in particular. Besides help from Europe, Turkey will
also need help from the region, and the best way the Arab and
Islamic worlds can help-and benefit themselves-is to
participate in Turkey's economic, social, and political
transformation. How Turkey develops as an incubator of Islam
in the modern Western world will be one of the most
fascinating aspects of the ten-year transition period to full
EU membership-presuming the accession process is carried
through to a successful conclusion."
15.03.2007
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Una
interessante analisi di Carlo Jean, docente di Studi
strategici all'Università Luiss/Guido Carli a Roma,
sul processo di adesione della Turchia nell'Unione
Europea. Il ruolo geo-politico di questo paese,
completamente mutato.
MEGLIO
CON NOI CHE CONTRO DI NOI |
Durante
la guerra fredda la Turchia ha giocato un ruolo essenziale
per la sicurezza dell'Occidente. Ha costituito il fianco
Sud della Nato, impedendo la penetrazione sovietica verso
il Mediterraneo e, assieme all'Iran dello Shah, allora
alleato degli Stati Uniti, verso il Golfo. Ha costituito
anche un avamposto occidentale verso Est.
Dopo il crollo del muro, il ruolo geopolitico della
Turchia è completamente mutato. È divenuto più
importante, ma si è differenziato a seconda che venga
considerato con un'ottica americana o una europea. Muterà
ancora a seconda che i legami di Ankara con Bruxelles
divengano più organici e che la Turchia entri a far parte
dell'UE, oppure che il processo di ammissione
nell'Unione si rallenti o si interrompa e che la Turchia
decida di assumere un ruolo geo-politico autonomo, in cui
prevarrebbero le sue radici islamiche.
L'entrata della Turchia nell'Unione Europea
modificherebbe poi profondamente la natura stessa di
quest'ultima, mentre la sua esclusione muterebbe molto
probabilmente gli attuali assetti interni della Turchia,
di Stato secolare, caratterizzato da un islamismo
moderato. Va da sé che la re-islamizzazione della Turchia
- finora efficacemente contrastata dalla borghesia
imprenditoriale turca e soprattutto dalle forze armate,
eredi della tradizione kemalista - allontanerebbe la
Turchia dall'Europa e dagli Stati Uniti, trasformandola
in un avamposto dell'Islam. Si tratta di uno scenario
preoccupante soprattutto in relazione all'influsso che
una Turchia, frustrata e offesa nelle sue aspirazioni di
entrare a far parte integrante del club europeo, potrebbe
avere sui musulmani balcanici e soprattutto sui milioni di
immigrati islamici in Europa. Ankara si sentirebbe
tradita. È infatti consapevole del ruolo cruciale che ha
giocato a favore dell'Occidente nei quarantacinque anni
della guerra fredda. L'esclusione avrebbe ripercussioni
molto rilevanti.
Tra l'altro confermerebbe - non solo in Turchia ma
nell'intero mondo islamico - lo scenario dello
"scontro di civiltà" descritto da Samuel Huntington.
Secondo il politologo americano, attualmente la Turchia si
trova nelle condizioni di un torn country, diviso fra il
secolarismo istituzionale imposto da Kemal Ataturk, con la
trasformazione dell'impero ottomano in uno Stato-nazione
di tipo europeo, e il populismo islamico. L'esclusione
dall'Unione - unita alle sue pressioni per Cipro, per
il rispetto dei diritti dei curdi e, alquanto
contraddittoriamente, per l'aumento del controllo civile
sulle forze armate, vere garanti del secolarismo -
creerebbe un forte risentimento, le cui conseguenze sono
facilmente prevedibili.
Asia centrale e Azerbaigian
Un anticipo degli scenari che potrebbero prospettarsi è
dato dalle recenti intese fra Ankara e Teheran sul
problema delle irrequiete minoranze curde nei due Paesi.
Esso potrebbe preludere ad intese più ampie fra i due
paesi islamici che etnicamente non sono arabi - ma,
anzi, sono storicamente contrapposti agli arabi - e che
sono fra i più avanzati sia culturalmente che
tecnologicamente di tutto il mondo musulmano. Ciò farebbe
cadere i rapporti di collaborazione della Turchia con
Israele. Tali rapporti hanno rappresentato un elemento di
stabilità in un Medio Oriente i cui equilibri sono
attualmente modificati dai successi conseguiti dagli
sciiti: in Iran, con l'eliminazione da parte degli Stati
Uniti dei suoi due nemici tradizionali, i talebani in
Afghanistan e Saddam Hussein in Iraq; con l'aumento del
potere dei partiti sciiti non solo in Iraq, ma anche negli
Stati del Golfo, dove gli sciiti costituiscono consistenti
minoranze; e infine con il successo dell'Hezbollah in
Libano. Particolare attenzione va poi rivolta a quanto
accade politicamente nelle correnti - collegate almeno
indirettamente allo sciismo - degli alawiti siriani e
degli alevi turchi. Finora sottomessi al potere sunnita,
gli sciiti dell'Iraq, del Golfo e del Libano hanno
dimostrato negli ultimi anni un accentuato dinamismo. Una
collaborazione fra la Turchia e l'Iran potrebbe dare
vigore alle fantasie dell'unità dell'umma, cioè
dell'intero mondo islamico, progetto geo-politico che si
è da sempre contrapposto a quello dell'unità del mondo
arabo.
Dal collasso dell'Impero ottomano in poi, la Turchia si
è astenuta da interventi e da ingerenze esterne, eccetto
nei casi di Cipro, dove è intervenuta nel 1962 e nel
1974, di qualche incursione nella regione curda
dell'Iraq e di pressioni sulla Siria, per far cessare il
sostegno di Damasco ai guerriglieri curdi del Pkk. Tale
politica rispetta il programma kemalista ed è fortemente
sostenuta dall'esercito. Lo si è visto nelle due guerre
del Golfo, a cui la Turchia non ha partecipato. In quella
del 2003 non ha poi consentito neppure il transito della
quarta Divisione americana, destinata ad attaccare
l'Iraq dal Nord.
Diverso è stato il comportamento nei confronti
dell'Asia Centrale e dell'Azerbaigian. Soprattutto il
presidente Turgut Ozal - quello stesso che nel 1987
aveva presentato domanda di ammissione all'Unione
Europea (già nel 1959 la Turchia aveva però chiesto di
entrare a far parte della Comunità Economica Europea) -
e il presidente Demirel avevano appoggiato una politica di
forte presenza turca in tutta l'immensa regione che va
dal Caspio alla Cina, abitata prevalentemente da
popolazioni turchiche, le quali avevano sempre mantenuto
qualche legame con la Turchia. Basti ricordare come il
colonnello Enver Pascià, che aveva diretto la resistenza
turca in Libia contro gli italiani, sia diventato un eroe
dell'indipendenza del Turkestan negli anni Venti contro
la riconquista dell'Armata Rossa. Il prestigio della
Turchia nella regione - pur limitato dalle sue ridotte
risorse finanziarie e dalle satrapie politiche dominanti
in Asia Centrale - non è trascurabile. È stato
utilizzato soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Germania
e potrebbe costituire un vero e proprio asset per
l'intera Unione Europea, soprattutto nel suo tentativo
di differenziare le sue fonti di riferimento energetico.
Ciò implica però la necessità da un lato che le vie di
trasporto del gas e del petrolio non vengano controllate
da Mosca e, dall'altro lato, che l'Asia Centrale non
cada nell'orbita cinese.
Il ruolo della Cina
Anche in questo caso, il riavvicinamento fra la Turchia e
l'Iran potrà avere impatti geo-politici molto
importanti, data la tradizionale presenza della brillante
cultura persiana in tutta l'Asia Centrale. Ciò, da un
lato, aumenta l'importanza geopolitica della Turchia per
il futuro dell'Europa e, dall'altro lato, sottolinea
la necessità di un accordo - di solito
ricondotto solo alle difficoltà incontrate in Iraq -
fra gli Stati Uniti e l'Iran. Qualora ciò non
avvenisse, Teheran - che già partecipa come osservatore
allo Sco (Shanghai Cooperation Organization) e che ha
ricevuto cospicui investimenti cinesi e indiani nel
settore petrolifero - verrebbe inevitabilmente attirata
nell'orbita geopolitica di Pechino. La Cina sta
costruendo una moderna rete infrastrutturale sia verso
l'Asia Centrale sia attraverso il Pakistan, che la
potrebbe collegare con il Golfo, anche per via terrestre.
La linea di confronto fra l'Occidente e la Cina non si
situerebbe solo sul Pacifico, ma anche ad Ovest, sul
Golfo. La sicurezza energetica dell'Europa verrebbe così
a dipendere dalla Cina, mentre le teocrazie petrolifere
sunnite, che finora hanno sostenuto gli interessi
occidentali, correrebbero un nuovo pericolo, molto più
serio di quello rappresentato dal fondamentalismo safarita
o dall'aumento del potere sciita.
Per inciso, ciò sottolinea anche l'importanza sempre più
vitale del corridoio Baku-Tbilisi-Ceylan per la sicurezza
energetica dell'Europa e di quella del corridoio Europa
Centrale-Mar Nero-Caucaso-Asia Centrale (traceca), per lo
sviluppo di una nuova "via della seta".
Da quanto sopra detto appare evidente l'importanza
geopolitica non solo regionale ma globale della Turchia e
l'impatto che essa avrà sugli equilibri dell'intera
Eurasia.
Avamposto,
ponte o barriera: i ruoli geo-politici della Turchia
Il primo ruolo geo-politico che può giocare la Turchia è
quello di avamposto dell'Europa verso il Medio Oriente,
il Golfo e il Caucaso. La possibilità di svolgere tale
ruolo è subordinata a diverse condizioni. Innanzitutto,
all'entrata della Turchia nell'Unione Europea. Poi, al
fatto che l'Europa si risvegli dal suo attuale
"torpore" o "paralisi geopolitica" e si metta in
condizioni di avere una politica estera veramente comune,
dotandosi anche dei mezzi necessari - militari e non -
per realizzarla. Di fatto, queste due prime condizioni
sono contraddittorie. L'ammissione della Turchia all'ue
consente un'esportazione della stabilità istituzionale,
sociale ed economica europea, ma comporta l'importazione
di instabilità o, quanto meno, una maggiore disomogeneità
in Europa. Essa renderebbe ancora più difficile una
politica comune. Perché tale pericolo non si materializzi
occorre un rafforzamento dei legami transatlantici.
L'esperienza del passato ha dimostrato come non solo
contro, ma anche senza gli Stati Uniti, l'Unione Europea
tenda a dividersi. Quindi, perché la Turchia possa
giocare appieno il ruolo di avamposto occorre che
l'Occidente sia in grado di conciliare percezioni ed
interessi europei ed americani, che nel Medio Oriente e
nel Golfo sono oggi spesso contrapposti. Evidentemente la
Turchia si presterà a giocare tale ruolo solo se avrà
benefici politici ed economici tali da indurla a
proseguire nel processo di modernizzazione del paese e a
consolidare il secolarismo istituzionale interno rispetto
all'islamismo. Come già accennato, qualora la Turchia
non dovesse essere ammessa all'Unione e si determinasse
il prevalere di tendenze nazional-islamiste, essa potrebbe
giocare un ruolo inverso: quello di avamposto dell'Islam
verso l'Europa.
Il secondo ruolo che gioca la Turchia è quello di
barriera, cioè di Stato cuscinetto fra l'Europa e il
Medio Oriente. Sarebbe un ruolo analogo a quello che ha
svolto durante la guerra fredda nei confronti dell'Urss.
Beninteso, Ankara potrebbe accettare di svolgere tale
ruolo, solo in cambio di benefici adeguati. Essi
dovrebbero essere soprattutto economici, con forti
sostegni europei anche finanziari che configurerebbero
quella sorta di special partnership che taluni politici
europei hanno proposto in alternativa alla membership
turca nell'Unione. Si tratta di un'eventualità che
ritengo alquanto improbabile, anche in relazione
all'orgoglio e al nazionalismo turco. La loro azione
potrebbe travolgere la difesa delle componenti più
occidentalizzate della società turca, dalla borghesia
imprenditoriale alle forze armate. L'islamismo populista
avrebbe quindi grandi probabilità di prevalere. Il
tentativo di strumentalizzare la Turchia come barriera a
protezione dell'Europa finirebbe quindi per trasformarne
il ruolo geo-politico turco in quello di avamposto
dell'Islam verso l'Europa. Ciò comporterebbe fra
l'altro la fine di ogni progetto o speranza di
democratizzare l'Islam. Inevitabilmente la Turchia
sarebbe risucchiata verso l'Iran e, tramite esso, verso
la Cina. La linea di contatto fra Cina e Occidente
potrebbe spostarsi addirittura al Mediterraneo Orientale.
Un terzo ruolo geo-politico che gioca la Turchia è quello
di ponte. Tale ruolo di collegamento - che potrebbe
essere sia cooperativo che competitivo - è proteiforme.
In primo luogo, la funzione di ponte sarebbe fra
l'Europa, il Medio Oriente, il Golfo, il Caucaso e
l'Asia Centrale. In secondo luogo, tale ruolo si
esplicherebbe fra gli islamismi moderati, almeno in parte
secolarizzati, compatibili con i principi di democrazia e
di libertà occidentali. In terzo luogo, il territorio
turco servirebbe da ponte per i rifornimenti energetici
dell'Europa. L'Europa potrebbe affrancarsi almeno
parzialmente dalla dipendenza dall'instabile area del
Golfo da un lato e da quella della Federazione Russa
dall'altro, contenendo anche le tendenze di
quest'ultima di utilizzare petrolio e gas come strumenti
di pressione politica. Il Blue Stream fra Baku, Tbilisi e
Ceylan potrebbe essere ulteriormente potenziato per
consentire l'accesso al petrolio del Kazakstan e al gas
del Turkmenistan. Con la stabilizzazione dell'Iraq,
potrebbe essere ripristinato l'oleodotto fra Kirkuk e
Ceylan. Esso sarebbe analogo per il Sud al Baltic Stream
di Putin e Schröder per il Nord Europa. Le royalties che
riceverebbe la Turchia faciliterebbero il rafforzamento
della sua economia, già peraltro uscita negli ultimi
cinque anni dalla crisi che aveva conosciuto nel decennio
precedente.
Tali tre ruoli della Turchia coesistono nella politica
estera di Ankara, con importanza variabile a seconda del
contesto interno ed esterno. Il fattore fondamentale al
riguardo sarà costituito dall'ammissione o no della
Turchia nell'UE.
Conseguenze
dell'ammissione della Turchia nell'Unione Europea
È superfluo ricordare come l'entrata della Turchia
nell'ue incontri notevoli difficoltà, soprattutto per
la progressiva chiusura dell'Europa su se stessa, i
ritorni dei nazionalismi e dei protezionismi, le reazioni
contro l'immigrazione extracomunitaria, la mancata
ratifica del trattato costituzionale europeo, le difficoltà
dei rapporti fra l'Europa e gli Stati Uniti per la crisi
dell'Iraq, e così via. Eppure i vantaggi che ne
riceverebbe l'Europa e la stessa possibilità dell'UE
di essere un attore geo-politico globale o almeno un
partner efficiente e quindi rispettato dagli Usa,
dipendono principalmente dalla capacità dell'UE di
accogliere la Turchia come membro.
L'esclusione avrebbe ripercussioni ben più estese del
fatto in se stesso. L'UE si configurerebbe come un club
cristiano necessariamente incompatibile e contrapposto
all'Islam. Gli scenari prefigurati da Huntington
diventerebbero una realtà, in particolare quello, che
finora veniva giudicato del tutto fantasioso, di
un'alleanza confuciano-islamica.
Nel contempo, a parte le difficoltà di ammissione nell'ue
come attualmente configurata, la membership della
Turchia muterebbe profondamente sia la geopolitica sia le
strutture dell'attuale Unione. L'UE verrebbe a
contatto con la regione più turbolenta del pianeta e le
sue responsabilità anche geo-strategiche aumenterebbero
notevolmente, obbligandola tra l'altro - come già
accennato - ad un rafforzamento dei legami con gli Stati
Uniti, oltre che a dotarsi degli strumenti militari ed
economici necessari. Dall'altro lato, l'ammissione
della Turchia comporterebbe formalmente o di fatto la
costituzione di un'Unione a cerchi concentrici, con
livelli d'integrazione decrescente da un centro - il
"nucleo duro" o il "direttorio europeo", capace di
esprimere una pesc comune e una pesd
efficace - ad una periferica con caratteristiche
sostanzialmente di zona di libero scambio o di unione
doganale. I confini fra i vari cerchi dovrebbero essere
aperti e resi flessibili e dinamici con i meccanismi delle
cooperazioni rafforzate o strutturate che unirebbero i
paesi della fascia intermedia.
All'interno dell'UE vivono già una quindicina di
milioni di immigrati musulmani. Nel tentativo di
integrarli, vari Stati europei manifestavano una crescente
tendenza a concedere loro la cittadinanza. Molti temono
che l'entrata della Turchia nell'Unione possa
stimolare la costituzione di partiti islamici e che questi
ultimi divengano l'ago della bilancia fra le tendenze
conservatrici e quelle riformiste esistenti in Europa.
Personalmente ritengo che tale pericolo non esista, ma
che, anzi, l'ammissione della Turchia e il conseguente
rafforzamento del suo secolarismo interno possano
costituire un fattore di stabilità per l'Europa,
facilitando l'integrazione degli immigrati in
un'Unione che non deve costituire un progetto culturale,
ma uno politico, economico e sociale; un progetto aperto,
non uno chiuso. Ciò avrebbe importanti conseguenze
positive, dato che - a differenza degli Stati Uniti,
dove il terrorismo è esterno e il melting pot
funziona anche per gli immigrati islamici - in Europa il
terrorismo di matrice islamica è soprattutto interno e
viene alimentato dagli appartenenti alla seconda o terza
generazione di immigrati. La percezione della
trasformazione dell'Unione Europea in un'Unione
Cristiana avrebbe effetti sconvolgenti sulla stabilità e
la sicurezza interna degli Stati europei. Gli immigrati
verrebbero considerati una "quinta colonna",
minacciosa per la sicurezza e per la stessa identità
europea.
Bilanciamento
tra tre ruoli
La fine della guerra fredda ha conferito maggiore
importanza geopolitica alla Turchia. Essa dipenderà dalle
decisioni che verranno prese. Il bilanciamento tra i tre
ruoli geo-politici del paese - di avamposto, di barriera
e di ponte - sarà grandemente influenzato
dall'ammissione nell'ue. Le conseguenze di
quest'ultima supereranno di gran lunga il quadro
regionale. Influirebbero non solo sulle prospettive della
stabilità interna europea e sulla natura stessa
dell'Unione, ma anche sugli assetti geo-politici
mondiali. In caso di esclusione della Turchia potrebbe
avverarsi la tesi di Huntington - che, come si è detto,
finora sembrava fantasiosa - di un'alleanza
confuciano-islamica. La linea del confronto fra Cina e
Occidente non si sposterebbe solo al Golfo, come Pechino
tenta di fare ammettendo Teheran come osservatore
permanente alla <Shanghai Cooperation Organization>,
ma addirittura al Mediterraneo orientale, possibilità
questa che è stata sicuramente considerata dagli
strateghi cinesi nella loro decisione di inviare un
contingente militare in Libano. (Carlo
Jean, docente di
Studi strategici all'Università Luiss-Guido Carli di
Roma/Ideazione)
15.03.2007
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NESSUN
ATTACCO DALLE BASI TURCHE
La richiesta della
Nato di aprire sia lo spazio aereo sia i confini di
terra con l'Iran - qualora si dovesse attaccare il Paese
vicino - è stata respinta dal ministro degli Esteri
Abdullah Gul. Un no anche dai Paesi arabi. |
La Nato ha richiesto
ufficialmente alla Turchia di aprire sia il proprio spazio
aereo che i confini di terra con l'Iran in caso di imminente
attacco nei confronti della Repubblica Islamica. Ankara - pur
essendo membro dell'Alleanza atlantica - ha già detto no per
bocca del suo ministro degli esteri Abdullah Gul. Del resto la maggior parte degli esperti
aveva ritenuto che ben
difficilmente la Turchia avrebbe sostenuto sia la Nato che Washington,
nel caso in cui quest'ultima dovesse prendere la definitiva
decisione di intraprendere un'azione militare nei confronti
dell'Iran al fine di liquidarne gli obiettivi strategici,
primi fra tutti quelli nucleari.
Negli ultimi tempi infatti i rapporti fra la Turchia e l'Iran
stanno attraversando un'importante fase di sviluppo per
entrambi i Paesi, tant'è che recentemente il ministro degli
Esteri turco Abdullah Gul ha dichiarato che attualmente i
rapporti col Governo di Teheran sono buoni e che Ankara
"non teme più l'export della rivoluzione islamica".
A questo proposito ricordiamo inoltre che nel 2003 l'attuale Governo turco si
rifiutò di partecipare alla campagna
irachena, limitandosi a definirla "un'avventura
ingiustificata".
Da parte
sua, il Segretario generale della Lega araba, Amr Musa, ha
dichiarato che i Paesi arabi non permetteranno ad Israele
di utilizzare il proprio spazio aereo al fine di attaccare
l'Iran, nel caso in cui gli Stati Uniti decidano a favore
dell'opzione militare nei confronti della Repubblica Islamica.
Tale dichiarazione è stata fatta in relazione a quanto
pubblicato sul quotidiano israeliano <Ha'aretz>, secondo il
quale sia il Katar che l'Oman così come l'Arabia Saudita
avrebbero già dato il proprio assenso in quest'ottica.
A questo
proposito, Musa ha affermato che i leader di questi tre Paesi
avrebbero smentito tale notizia nel corso di colloqui
telefonici tenuti personalmente con lui, aggiungendo inoltre
che si tratterebbe di un qualcosa di impossibile "sia
adesso che
in futuro", dal momento che l'Iran rappresenta "una
vicina nazione sorella". (Pravda)
15.03.2007
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E'
intenzione del Governo Erdogan di organizzarla ad aprile
in Istanbul. L'obiettivo prioritario
di Ankara è quello di evitare la spartizione del Paese
vicino e delle istanze autonomiste.
CONFERENZA
ALLARGATA SUL FUTURO DELL'IRAQ |
Secondo quanto riportato
dal quotidiano <Turkish Daily News>, fonti diplomatiche
turche e fonti del Governo di Baghdad hanno annunciato l'intenzione di Ankara di
organizzare ad Istanbul, ad aprile,
una conferenza allargata sul futuro dell'Iraq. L'iniziativa
diplomatica si colloca in linea di continuità con l'attiva
politica regionale perseguita dal Governo Erdogan nel corso
degli ultimi quattro anni. Da quando cioè, all'indomani del
rifiuto di concedere il territorio nazionale per l'apertura
di un fronte settentrionale nell'operazione Iraqi Freedom,
la Turchia è andata intessendo una rete sempre più stretta
di rapporti con i più influenti attori regionali, con Iran,
Siria ed Arabia Saudita in testa. Una rete funzionale al
tentativo di sopperire alla diminuzione della propria
influenza nello scacchiere iracheno, conseguenza diretta delle
crescenti incomprensioni con il tradizionale alleato
statunitense in relazione al futuro assetto istituzionale dell'Iraq
ed alle istanze autonomiste ed indipendentiste della
popolazione curdo-irachena.
Prioritario, nel quadro della politica irachena della Turchia,
resta infatti l'obiettivo di scongiurare quella partizione
del Paese secondo linee etniche che comporterebbe la nascita
di uno stato curdo nel nord - potenziale polo d'attrazione
per l'ampia popolazione curdo-turca stanziata nell'Anatolia
sud-orientale. A questo obiettivo si affianca, da un lato, la
necessità di contrastare l'azione della formazione
terroristica del Pkk eliminandone le basi logistiche in
territorio nord-iracheno e, dall'altro, la volontà di
garantire alla regione petrolifera di Kirkuk un'amministrazione
multi-etnica che garantisca i diritti della minoranza
turcomanna ivi stanziata.
E' dunque su questo sfondo che va inquadrata l'attuale
iniziativa diplomatica di Ankara, che mira significativamente
ad allargare le basi del dialogo regionale sin qui perseguito.
Forte delle nuove opportunità diplomatiche offerte dalla
sempre più urgente necessità statunitense di definire una
exit strategy per l'Iraq e dai segnali di apertura
della Casa Bianca al coinvolgimento in essa degli attori
regionali, il Governo Erdogan ha esteso gli inviti alla
partecipazione al prossimo meeting di Istanbul ben oltre gli
stati confinanti con l'Iraq - già coinvolti in una serie
di sette conferenze successive svoltesi tra il 2003 ed il
2006. Alla conferenza di Istanbul sarebbero infatti stati
invitati anche i cinque membri permanenti del Consiglio di
Sicurezza dell'Onu, assieme all'Italia, la Germania ed il
Giappone.
Una "conferenza allargata" in grado dunque di fare
della Turchia, nelle intenzioni di Erdogan, il vertice
diplomatico nello sforzo di ricostruzione dell'Iraq. In
grado, soprattutto, di ridare coerenza ad una politica estera,
quella turca, i cui vettori "regionale" ed
"euro-atlantico" sono finiti troppo spesso e
pericolosamente in conflitto nel corso del recente passato. (La
Voce d'Italia)
15.03.2007
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RINVIATO
IL REFERENDUM SULLO STATUS DI KIRKUK
Se
ne riparlerà tra due anni. La decisione è stata presa
da Baghdad in accordo con la Turchia che nella regione
è la principale oppositrice al voto. Le forti tensioni
Ankara-Kurdistan. |
 Il referendum sullo
status di Kirkuk, che doveva tenersi entro al fine del 2007,
è stato rinviato di due anni. La notizia, che ancora non
trova conferme ufficiali, è stata diffusa dal
quotidiano iracheno <Azzaman>. Secondo il giornale, la
decisione è stata presa da Baghdad in accordo con la Turchia,
che nella regione è la principale oppositrice al voto.
Il prossimo luglio i cittadini di Kirkuk, erano chiamati a
scegliere se annettere la città alla regione semi-autonoma
del Kurdistan oppure se rientrare in una provincia che sarà
sunnita. Il posticipo sembra sia stata concordato durante la
visita ad Ankara del vice presidente iracheno, Adel Abdulmahdi,
lo scorso 21 febbraio. Dopo il sofferto assenso alla bozza di
legge sulle risorse petrolifere, approvata dal Gabinetto
iracheno il 26 febbraio, i curdi avrebbero così ceduto su un
altro fronte; con probabilità pressati dagli alleati
statunitensi, interessati a non creare ulteriori scontri
interni e con i vicini.
Negli ultimi tempi le relazioni tra Kurdistan e Turchia hanno
registrato forti tensioni. Le autorità turche hanno avvertito
che potrebbero ricorrere all'uso della forza militare se il
Kurdistan andrà avanti con il "suo piano di annettere
Kirkuk". Il problema è legato alle risorse energetiche.
Kirkuk si sviluppa sul secondo giacimento petrolifero del
Paese e possiede il 70 per cento dei depositi di gas naturale.
Il rischio è che se il referendum affiderà ai curdi l'amministrazione
della città, questi disporrebbero di una risorsa vitale e
sufficiente a garantire una loro eventuale indipendenza dal
resto dell'Iraq. Prospettiva che non piace alla Turchia,
timorosa di conseguenti possibili spinte nazionalistiche delle
popolazioni curde all'interno dei suoi confini. Il voto è
osteggiato inoltre anche dalle comunità arabe che popolano la
città; i turcomanni hanno di recente denunciato campagne
intimidatorie per costringerli a lasciare le loro case.
Fonti di <AsiaNews> a Kirkuk rivelano che conferme
ufficiali al rinvio del voto potrebbero giungere nel corso di
un imminente incontro tra leader curdi e turchi. Il presidente
del Kurdistan, Massoud Barzani, aveva chiesto un faccia a
faccia con le autorità di Ankara per discutere dell'annosa
accusa di coprire i ribelli del <Kurdistan Workers'
Party> (Pkk) nel nord Iraq; di Kirkuk e dell'esplorazione
e sfruttamento delle risorse petrolifere nella regione semi
autonoma. Il premier Recep Tayyip Erdogan si è detto
"aperto" al dialogo. (AsiaNews.it)
15.03.2007
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UNA
DELIBERATA PROVOCAZIONE O IRRESPONSABILITA'
Così
si è espresso il vice-premier e ministro degli Esteri
turco, Abdullah Gul, a proposito delle dichiarazioni di
Massoud Barzani ad <Anadolu> a proposito di un
Kurdistan indipendente. |
Dirigenti irrazionali e
sogni in Medio Oriente hanno creato complicazioni per
i popoli della regione. Così il ministro degli Esteri
turco Abdullah Gul ha commentato, riferito dall'agenzia <Anadolu>,
la dichiarazione del presidente della regione curda irachena
Massoud Barzani, il quale ha dichiarato all'emittente
<Ntv> che i Paesi della regione devono accettare che i
curdi che abitano tra Iraq, Iran, Turchia e Siria hanno il
diritto all'indipendenza.
Per Gul le parole di Barzani costituiscono una deliberata
provocazione oppure sono un esempio di irresponsabilità, in
modo particolare nel momento in cui sale rapidamente la
tensione attorno all'appartenenza di Kirkuk, rivendicata da
curdi, arabi e turcomanni, la cui sopravvivenza è
garantita solo se resterà irachena e non legata a nessuna
regione autonoma. In proposito il premier turco Recep
Tayyip Erdogan ha detto "Kirkuk assomiglia a un Iraq in
piccolo e non è la proprietà registrata di alcun gruppo
etnico". (Arab Monitor)
15.03.2007
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In
caso di un conflitto con l'Iran il sistema di difesa
antimissile che gli Stati Uniti stanno progettando
lascerebbe scoperti questi tre Paesi. A dirlo il
Segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer.
ITALIA,
GRECIA E TURCHIA SENZA PROTEZIONE |
A
parlare è il Segretario generale della Nato, Jaaap de Hoop
Scheffer, che in un articolo-intervista pubblicato sul <Financial
Times> lunedì 12 marzo mette in guardia contro divisioni
ed esclusioni in Europa rispetto ai programmi di difesa
anti-missile: Italia, Grecia e Turchia non sarebbero coperte
dal nuovo sistema di difesa che gli Stati Uniti stanno
progettando e per il quale vogliono installare basi radar e
intercettori in Polonia e Repubblica Ceca.
"Quando si tratta di difesa missilistica, non dovrebbero
esserci Paesi di serie A e di serie B - afferma de Hoop
Scheffer, che però insiste sul fatto di "non credere che
arriveremo a questo punto" e che "l'indivisibilità
della sicurezza è la chiave". Scheffer non ha voluto
indicare quali Paesi resterebbero al di fuori del raggio di
protezione dello scudo Usa, ma secondo funzionari Nato anonimi
citati dal quotidiano britannico, si tratterebbe di Paesi
dell'Europa meridionale ed orientale, "principalmente di
Grecia, Italia e Turchia", troppo vicini all'Iran e che
avrebbero bisogno di un sistema aggiuntivo a corto raggio in
caso di attacco dalla Repubblica islamica.
Secondo le fonti interpellate dal giornale britannico, "sarebbe
sia tecnicamente che economicamente fattibile un'estensione
della protezione ai Paesi non coperti entro l'inizio del
prossimo decennio". Scheffer ha ricordato che la Nato ha
"uno studio di fattibilità che dice che è ben possibile in
teoria usare la difesa missilistica per proteggere l'Europa
nel suo insieme, ma ciò richiede discussione politica, e su
chi pagherà cosa". Secondo Scheffer, il punto cruciale è
ammettere l'esistenza di una minaccia, e questa discussione
continuerà nella riunione dei ministri della Difesa Nato in
programma a giungo a Bruxelles.
In sostanza, si tratterebbe di capire se affiancare il sistema
Usa (dagli alti costi, più di 10 miliardi di dollari
all'anno, e la cui efficacia è stata messa in dubbio da
alcuni analisti) con un sistema Nato che potrebbe costare meno
di 10 miliardi e coprire tutta l'Europa. In questo caso, una
delle soluzioni tecniche per colmare il gap di protezione
nell'Europa meridionale ed Orientale potrebbe essere fornito
da missili Patriot e da un radar Aegis. De Hoop Scheffer è
convinto che anche l'Europa debba dotarsi di un sistema di
difesa missilistica: "C'è ogni motivo per crederlo (che
i Paesi Nato possano essere bersaglio di un attacco
missilistico, ndr), stanti i test missilistici nord-coreani e
il potenziale iraniano e quello che gli iraniani vengono
predicando", ha commentato il segretario generale Nato,
che ha liquidato la netta opposizione russa al sistema
americano osservando che i dieci missili intercettori di cui
è prevista l'installazione in Polonia "non diminuiscono
la capacità della Russia di colpire per prima". (Il
Sole24Ore.com)
15.03.2007
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NICOSIA:
SMANTELLATO IL MURO DAI GRECO-CIPRIOTI
La
demolizione della barriera di cemento a Ledra Street -
sostituita da lastre di alluminio - accolta con
soddisfazione anche dal Governo della Trnc. La notizia data da
Papadopoluls ad summit dell'UE. |
 I greco-ciprioti hanno
abbattuto il simbolo di decenni di divisione a Cipro, il muro
che attraversava il cuore della capitale Nicosia, e hanno
sfidato i turchi a rispondere ritirando le loro truppe dalla
zona.
La demolizione della barriera di cemento a Ledra Street a
Nicosia è terminata dopo avere lavorato tutta una notte.
Il muro è stato rimpiazzato subito da fogli di alluminio ed
è sotto lo stretto controllo della polizia.
Le autorità dicono che per motivi di sicurezza l'area resterà
off limits ai civili finché la Turchia non avrà
rimosso le truppe.
Gli abitanti di Nicosia hanno accolto la demolizione del muro
come un passo importante, e c'è chi l'ha paragonata alla
caduta del Muro di Berlino nel 1989.
"Questo è estremamente simbolico.. . Il dinamismo creato
da questa decisione porterà a un'apertura", ha detto
Rasit Pertev, capo consigliere del leader turco-cipriota
Mehmet Ali Talat.
Non è chiaro cos'abbia provocato l'azione greco-cipriota, ma
entrambe le parti nell'isola divisa del Mediterraneo fanno i
conti da anni con le pressioni della comunità internazionale
perché si arrivi a un accordo di pace.
"Stanotte abbiamo demolito il checkpoint dalla nostra
parte", ha detto ai giornalisti il premier greco-cipriota
Tassos Papadopoulos a un summit dell'UE a Bruxelles.
"Così ora vedremo se le truppe turche verranno
ritirate... Perché se le truppe non vengono ritirate... non
può esserci un passaggio", ha aggiunto. (Reuters)
15.03.2007
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Respinte
le condizioni poste da quelle di Nicosia, la prima delle
quale è quella che ankara debba ritirare il suo
contingente militare dall'isola. La spiegazione del
sottosegretario Pertev della Trnc.
NO
TURCO-CIPRIOTA ALL'APERTURA DI LEDRA STREET |
Le autorità
turco-cipriote hanno respinto le condizioni poste da quelle
greco-cipriote per aprire un nuovo punto di passaggio nella
parte storica di Nicosia dove, giovedì 8 ultimo scorso, è
stato abbattuto un muro che da 33 anni divideva in due la
centralissima Ledra Street. Lo ha riferito la radio statale
cipriota <Rik1> citando dichiarazioni rese da Rasit
Pertev, sottosegretario alla presidenza della Repubblica Turca
di Cipro Nord (Rtcn, riconosciuta solo da Ankara). Giovedì
sera, poco prima di mezzanotte, soldati della Guardia
nazionale cipriota avevano abbattuto parte del muro che
tuttora divide la capitale cipriota in due parti, una
"libera" a Sud e una a Nord occupata militarmente
dalla Turchia dal 1974. Però, come subito sottolineato dal
presidente cipriota Tassos Papadopoulos che aveva dato
l'ordine dell'abbattimento, nessun civile potrà attraversare
il nuovo varco sin quando i turchi non ritireranno i loro
soldati dall'area. Ma oggi Pertev ha detto senza termini che
le autorità turco-cipriote "non accettano alcuna
precondizione". "Nella zona non esiste alcuna
minaccia militare".
"I greco-ciprioti non hanno rimosso il loro posto
d'osservazione né le postazioni delle loro armi. Li invitiamo
a farlo al più presto possibile", ha detto ancora Pertev,
che è consigliere del leader turco-cipriota Mehmet Ali Talat.
Il punto dove il varco è stato aperto è estremamente
simbolico: si tratta infatti di una strada - oggi solo
pedonale - piena di negozi e caffé che 40 anni fa era
considerata la "Via Veneto" di Nicosia. (Denaro.it)
15.03.2007
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Le
motivazioni di Parigi: "Si tratta di una
cooperazione standard tra i Paesi dell'UE che prevede
addestramento militare congiunto e scambio di
informazioni": Ma la Turchia è di altro avviso e
teme per la stabilità dello status quo.
ANKARA
PROTESTA PER L'ACCORDO FRANCO-CIPRIOTA |
La Turchia ha protestato
per l'accordo di cooperazione militare firmato dalla Francia e
Cipro affermando che minaccia la stabilità del Mediterraneo
orientale ed i tentativi di giungere ad una soluzione della
questione cipriota.
L'accordo firmato a fine febbraio, secondo quanto ha riferito
il ministero della Difesa di Parigi, è "standars"
tra i Paesi dell'Unione europea e prevede addestramento
militare congiunto e scambio di informazioni.
"La firma francese di un accordo militare con
l'Amministrazione greco-cipriota del sud è uno sviluppo
preoccupante", si legge in un comunicato del ministero
degli Esteri di Ankara. L'accordo, continua, contraddice i
precedenti accordi sullo status dell'isola e
"rappresenta una minaccia alla stabilità e sicurezza nel
Mediterraneo orientale".
la turchia difende gli interessi della parte turco-cipriota e
ha nel nord dell'isola 40 mila soldati. proprio la questione
cipriota rappresenta uno dei principali ostacoli all'adesione
di Ankara all'Unione Europea. (Ap)
15.03.2007
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SOCIETA'
COME
INTEGRARSI CON LE SOCIETA' EUROPEE
Incontro
ad Ankara del ministro degli Esteri turco, Abdullah Gul, con 23
giuristi di origini turche che vivono nel vecchio continente.
Obiettivo dei lavori: ricevere suggerimenti. La notizia data da
<The New Anatolian>. |
Il ministro degli
Esteri di Ankara, Abdullah Gul, ha convocato ad Ankara 23 giuristi europei
di origini turche. Lo riporta il quotidiano <The New Anatolian>. Gul
ha voluto incontrare questi esponenti della giustizia che provengono
soprattutto da Germania, Austria, Belgio, Danimarca e Svezia, per ricevere
suggerimenti su come la Turchia e turchi possano meglio integrarsi con le
società europee.
"C'è una mancanza di comprensione da parte dell'Europa sulla
Turchia, bisogna che li superino", ha spiegato il capo della
diplomazia turca.
Gul non ha voluto specificare ulteriormente di che pregiudizi si
trattasse, ma il quotidiano fa aperto riferimento alle lamentele del
ministro che ha dichiarato più volte che l'Europa considera la Turchia in
modo negativo perché in questo momento si tratta del Paese più popoloso
del vecchio continente. Oltre ad essere l'unico a maggioranza musulmana. (Apcom)
15.03.2007
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LA
PACE DOPO SOLE 48 ORE"
La
gu | |
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