Arretrati 

Anno 8° N.2

ATTUALITA'

DIALOGO

La_stretta_di_mano

Le parole di rinnovata amicizia del nostro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all'omologo turco Ahmet Necdet Sezer sono la testimonanza che Ankara può farcela ad entrare in Europa.

Le_aspirazioni_della_TurchiaLa visita di Ahmet Necdt Sezer a Roma - la prima fatta da questo presidente della Repubblica turco e la seconda dopo quella di Suleyman Demirel tanti anni fa (Turgur Ozal vi era venuto infatti come Primo Ministro) è tanto più significativa non solo perché l'ospite ha incassato dal nostro Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, la piena solidarietà dell'Italia all'alleato Nato nel proseguimento dei negoziati di adesione di Ankara all'Europa, quanto e soprattutto perché si è toccato con mano come i rapporti di amicizia tra i due Paesi, al di qua e al di là del Mediterraneo, siano molti stretti e non vincolati certo da mutamenti ai vertici delle istituzioni.
Lo_scambio_dei_doniL'apertura, nelle Sala delle Bandiere del Quirinale, della mostra "Turchia 7000 anni di storia" è la testimonianza diretta - come faceva rilevare la giornalista di <Sabah> Yasemin Taskin - che l'ex Impero ottomano ha tutti i diritti di entrare nell'UE in quanto è proprio nell'Anatolia, in epoca neolitica, che si è formata la civiltà, quella stessa, che greci prima e romani poi porteranno al grado più alto di perfezione. Del resto come non riflettere sulle parole del ministro della Cultura e del Turismo turco, Atilla Koc, che nel corso di una conferenza stampa annunciava proprio qualche giorno fa le ultime scoperte di una missione archeologica italiana in Turchia secondo la quale i fondatori di Napoli provenivano da zone vicino ad Izmir. Come dire che Virgilio, nell' "Eneide" non si era inventato un bel nulla con il suo Enea approdato nelle terre del Lazio. Sì, la Turchia ha tutti i titoli per sentirsi Occidente senza per questo rinnegare, come popolo, le sue origini asiatiche e quindi orientali. Titoli, peraltro, dei quali l'Europa - e nella fattispecie Bruxelles - non può disconoscere con "teoremi" assolutamente privi di sostanza. E' anche vero però che Ankara deve portare avanti tutte le riforme che le sono state chieste, adoperandosi in particolare per superare gli ostacoli che si frappongono e che sono più all'interno del Paese. Ostacoli, lasciatecelo dire con tutta franchezza che molto spesso non hanno il loro denominatore comune in una economia ancora ferraginosa (nonostante in tanti successi ottenuti) o in una scarsa comprensione dei diritti umani (pur se sono stati fatti molti passi avanti), o nella irrisolta questione di Cipro od ancora nella frizione palese tra Forze Armate e Governo, quanto piuttosto nella mentalità di un popolo rigidamente orgoglioso se non addirittura eccessivamente nazionalista. Alle volte - come diceva Talleyrand - le ragioni di un Paese vanno messe da parte quando è in discussione l'interesse dello stesso. Questo, è ovvio, non significa calarsi i calzoni altrimenti la Turchia si troverebbe a subire i soprusi ed i diktat di chi, o per un motivo o per un altro, con mille scuse grida ai quattro venti che l'adesione di Ankara porterebbe solo conseguenze negative. Le parole di Napolitano ("L'ingresso della Turchia darà un contributo essenziale all'ampliamento e al consolidamento di quello spazio comune di democrazia fondato sul rispetto della dignità della persona, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto...") siano dunque foriere di momenti di un dialogo più disteso, ma soprattutto più sincero, tra un Paese che ha tutti i diritti di varcare una porta e chi al contrario questa porta la tiene chiusa. (Turchia Oggi)
12.01.2007

 

INTERESSE STRATEGICO

Napolitano,_Il_negoziato_con_la_Turchia_è_srategico

Lo è certamente l'adesione della Turchia all'UE anche se poi questa - come ha osservato il nostro Capo dello Stato - deve proseguire sulla strada delle riforme.

E' interesse strategico dell'Europa l'ingresso della Turchia nell'UE ma al tempo stesso Ankara deve adoperarsi per rispondere pienamente alle richieste avanzate da Bruxelles e che condizionano l'adesione alla comunità del Paese euro-asiatico. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ribadito la posizione italiana ricevendo al Quirinale il presidente turco Ahmet Necdet Sezer, in visita ufficiale nel nostro Paese. ''L'Italia sostiene da sempre con convinzione il percorso di avvicinamento della Turchia all'Europa - ha confermato il Capo dello Stato - nella certezza che l'ingresso di Ankara nella UE darà un contributo essenziale all'ampliamento e al consolidamento di quello spazio comune di democrazia fondato sul rispetto della dignità della persona, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto, nel quale si è espressa l'unità dell'Europa. La positiva prosecuzione del negoziato di adesione fra UE e Turchia rappresenta quindi un interesse strategico per l'Unione europea''. Al tempo stesso, ha sottolineato Napolitano, ''essa costituisce uno stimolo per Ankara a consolidare le riforme già avviate e a mettere in atto tutte le misure necessarie al pieno rispetto delle regole comunitarie, così da adempiere integralmente alle condizioni richieste per l'adesione; e costituisce in pari tempo - ha osservato ancora il Capo dello Stato - un motivo ulteriore di impegno per l'Europa a riformare e rafforzare le proprie istituzioni affinché l'UE più larga di oggi e di domani possa raccogliere pienamente le sfide e le missioni cui è chiamata''.
Ricevendo Sezer al Quirinale (martedì 9 gennaio u.s, ndr) Napolitano ha confermato con soddisfazione ''la perdurante concordanza di Turchia e Italia su tutti i temi affrontati''. Temi che vanno appunto dall'allargamento dell'Unione europea al dialogo tra le due sponde del Mediterraneo, dalla missione in Libano al più vasto processo di pace in Medio Oriente e ai rapporti fra Israele e il futuro Stato palestinese. ''I nostri Paesi - ha rimarcato il presidente della Repubblica italiana - sono uniti nella convinzione che sia indispensabile favorire la collaborazione fra le due sponde del Mediterraneo per promuovere efficacemente la crescita economica, il progresso sociale, la tutela della democrazia e dei diritti umani: elementi - ha ricordato - tutti connessi e interdipendenti tra loro''. Napolitano ha poi rilevato come due Paesi siano impegnati fianco a fianco nella missione Unifil in Libano, alla quale forniscono entrambi un contributo di grande rilievo. "Sono certo - ha detto - che la collaborazione fra le nostre truppe, nel quadro di un'azione politica multilaterale concordata, potrà fornire un contributo determinante alla tutela della stabilità in Libano e della sua piena sovranità e indipendenza''. Analogamente, ''Turchia e Italia condividono una visione del processo di pace in Medio Oriente, in cui la ripresa del dialogo diretto fra le parti costituisce il necessario presupposto per una soluzione equa, giusta e duratura, basata - ha ribadito infine Napolitano - sulla garanzia della sicurezza di Israele e sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente entro confini certi e riconosciuti". (Adnkronos)
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IL TESTO DI NAPOLITANO
Il_Capo_dello_Stato_Giorgio_Napolitano
Ho accolto con particolare piacere la visita a Roma del presidente Sezer, che a poco più di un anno dalla visita in Turchia del mio predecessore, e a pochi giorni dalla prevista visita in Turchia del presidente del Consiglio, On. Prodi, conferma l'eccellente livello delle relazioni esistenti tra Turchia e Italia.
Sul piano politico, i nostri due Paesi hanno costruito un solido rapporto di collaborazione articolato intorno ad alcuni strumenti di particolare rilievo: il Protocollo di collaborazione rafforzata, l'Accordo di cooperazione fra i due Parlamenti nazionali, il Foro di Dialogo delle Società Civili.
In campo economico, l'Italia è oggi il terzo partner commerciale della Turchia, con un interscambio che nel 2006 ha superato i 15 miliardi di dollari. Oltre 500 imprese italiane sono attive in Turchia, con importanti investimenti in settori di primaria importanza come le banche, l'energia, le alte tecnologie e i servizi.
Anche sul piano culturale, Turchia e Italia intrattengono delle relazioni eccellenti, come dimostra l'interesse per la lingua e la cultura italiana in Turchia, la cooperazione fra le nostre università in campo scientifico e tecnologico e quella volta alla valorizzazione dello straordinario patrimonio storico e artistico della Turchia. La mostra che verrà inaugurata domani al Quirinale costituisce un sintetico esempio di questo patrimonio.
Turchia e Italia condividono una piena sintonia di vedute sulle principali questioni internazionali. Ne è testimonianza la comune scelta atlantica, rafforzata oggi dal condiviso impegno per mantenere la Nato all'altezza delle sfide che la complessità del mondo moderno ci pone. Ne è testimonianza altresì lo sforzo congiunto, all'interno delle Nazioni Unite, in favore delle riforme necessarie per accentuarne la democraticità, la rappresentatività e l'efficacia.
Turchia e Italia possiedono una sensibilità comune, che vede il dialogo fra diverse culture come fonte di crescita ed arricchimento reciproci. Per tale motivo, i nostri Paesi sono uniti nella convinzione che sia indispensabile favorire la collaborazione fra le due sponde del Mediterraneo per promuovere efficacemente la crescita economica, il progresso sociale, la tutela della democrazia e dei diritti umani: elementi tutti connessi ed interdipendenti fra loro.
In tale contesto, i nostri Paesi sono impegnati fianco a fianco nella missione Unifil in Libano, alla quale forniscono entrambi un contributo di grande rilievo. Sono certo che la collaborazione fra le nostre truppe, nel quadro di un'azione politica multilaterale concordata, potrà fornire un contributo determinante alla tutela della stabilità del Libano e della sua piena sovranità e indipendenza.
Analogamente, Turchia e Italia condividono una visione del processo di pace in Medio Oriente in cui la ripresa del dialogo diretto fra le parti costituisce il necessario presupposto per una soluzione equa, giusta e duratura, basata sulla garanzia della sicurezza di Israele e sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente entro confini certi e riconosciuti.
L'Italia sostiene da sempre con convinzione il percorso di avvicinamento della Turchia all'Europa, nella certezza che l'ingresso di Ankara nell'Unione Europea darà un contributo essenziale all'ampliamento e al consolidamento di quello spazio comune di democrazia - fondato sul rispetto della dignità della persona, delle libertà fondamentali e dello stato di diritto - nel quale si è espressa l'unità dell'Europa.
La positiva prosecuzione del negoziato di adesione fra Unione Europea e Turchia rappresenta quindi un interesse strategico per l'Unione. Essa costituisce uno stimolo per Ankara a consolidare le riforme già avviate e a mettere in atto tutte le misure necessarie al pieno rispetto delle regole comunitarie, così da adempiere integralmente alle condizioni richieste per l'adesione. E costituisce in pari tempo un motivo ulteriore di impegno per l'Europa a riformare e rafforzare le proprie istituzioni affinché l'Unione più larga di oggi e di domani possa raccogliere pienamente le sfide e le missioni a cui è chiamata.
Sono lieto di aver potuto riscontrare, nel corso del colloquio con il presidente Sezer, la perdurante concordanza di Turchia e Italia su tutti i temi affrontati. Desidero dunque rinnovargli il mio benvenuto a Roma, nella convinzione che la sua visita in Italia contribuirà a rafforzare ancora l'antica amicizia fra i nostri Paesi.

E QUELLO DI SEZER
Illustri Rappresentanti della Stampa, siamo particolarmente felici di trovarci nell'amica ed alleata Italia. Desidero ringraziare per la calorosa ospitalità dimostrataci dal momen to del nostro arrivo a Roma.
La Turchia e l'Italia sono due Paesi amici con forti legami radicati che risalgono nella storia del Mediterraneo e dell'Europa. Recentemente lo scambio reciproco di visite ad alto livello è un importante testimonianza della collaborazione consolidata tra i nostri Paesi.
Durante gli incontri che ho avuto con il presidente Napolitano abbiamo esaminato le possibilità di sviluppare ulteriormente in tutti i settori le nostre relazioni bilaterali già ad ottimo livello. Abbiamo constatato con piacere di condividere la stessa forte volontà di incrementare ad un livello superiore la nostra collaborazione esistente nei settori dell'economia, commercio, cultura, turismo e militare.
E' ulteriormente motivo di soddisfazione che il commercio bilaterale tra la Turchia e l'Italia abbia superato 10 miliardi di euro l'anno scorso e ci siano ancora delle enormi possibilità per aumentare ancora questa cifra.
Nei colloqui con il presidente Napolitano abbiamo avuto uno scambio di idee sui temi regionali ed internazionali di interesse comune dei nostri Paesi. La Turchia e l'Italia conducono una radicata cooperazione nell'ambito di molte organizzazioni internazionali, a cominciare dalla Nato. Siamo decisi di procedere a collaborare con la stessa determinazione anche in futuro.
Apprezziamo profondamente il forte appoggio che l'Italia fornisce al nostro Paese per l'adesione all'Unione Europea. Siamo convinti che l'adesione della Turchia all'Unione Europea apporterà un'ulteriore contributo all'identità politica dell'Europa, rafforzerà la sua economia e sicurezza e svilupperà la comprensione globale e la collaborazione.
Durante questa mia visita sono altresì felice di inaugurare con il presidente Napolitano una mostra che illuminerà il patrimonio culturale della storia della Turchia che risale a periodi molto antichi. Sono convinto che questa mostra contribuirà ad una maggiore conoscenza della nazione turca da parte della nazione italiana con la quale ha condiviso molti elementi comuni nel corso della storia.
Con l'augurio che questa visita contribuisca al consolidamento dell'amicizia e della collaborazione turco-italiana, vi saluto vivamente. Grazie.
12.01.2007

 

REALIZZAZIONE DI UN CAMMINO

Il_pranzo_ufficiale

Grande sintonia di pensiero e di intenti nel corso del pranzo offerto da Giorgio Napolitano al Capo dello Stato turco.

"I principi e i valori che fanno dell'Europa un territorio dei diritti non sono solo i fondamenti del nostro spazio giuridico ma anche i pilastri dell'agire comune". Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del pranzo di Stato offerto al presidente della Turchia, Sezer.
"La volontà del suo Paese di aderire all'Unione Europa - ha dichiarato Napolitano rivolgendosi al suo omologo di Ankara - e l'impegno che sta profondendo per realizzare questo cammino, sono una ulteriore conferma della sua aspirazione a integrarsi nello spazio di valori e di principi comuni al nostro continente. Principi e valori che fanno dell'Europa un territorio di diritti, in cui la più ampia tutela della libertà di espressione, delle minoranze quanto di ogni cittadino indipendentemente dal sesso, dalla confessione religiosa o dall'appartenenza etnica, sono non solo i fondamenti del nostro spazio giuridico, ma anche i pilastri dell'agire comune".(Apcom)
12.01.2007

 

NEL SEGNO DELL'AMICIZIA

Il_sindaco_di_Roma_Veltroni

Incontro in Campidoglio tra il sindaco di Roma Walter Veltroni ed il presidente della Repubblica turco Ahmet Necdet Sezer. Centocinquant'anni di rapporti diplomatici tra due Paesi. La visita all'Altare della Patria.

Breve incontro in Campidoglio tra il sindaco di Roma Walter Veltroni ed il presidente della Repubblica turca Ahmet Necdet Sezer, alla presenza delle rispettive consorti. Il primo cittadino e Sezer si sono trattenuti per un quarto d'ora nello studio privato del sindaco, un'occasione per discutere sulla necessità dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea.
"Quello tra Italia e Turchia - ha detto Sezer - è un rapporto che si basa su centocinquant'anni di rapporti diplomatici. Già quarant'anni fa avanzammo la richiesta per entrare in Europa, ma in molti Paesi è stata forte l'opposizione. L'iter per l'ingresso della Turchia in Europa - ha continuato il presidente turco concludendo - non porta vantaggi unilaterali, ma anche per l'Europa stessa per quanto riguarda la politica, la sicurezza e l'economia".
Per Veltroni è stato un incontro "nel segno dell'amicizia tra due Paesi dalla storia e dalla cultura antica. È interesse della Turchia, e credo anche dell'Europa, che questo Paese entri nella Comunità europea. L'amicizia e il sostegno che ci sono in Italia per la Turchia non sono solo nell'interesse di questa ma dell'Europa intera: non si può chiedere di più alla Turchia di quanto si chiede agli altri".
Il sindaco di Roma ha infine salutato Sezer ricordando il grande spirito di accoglienza del popolo turco manifestato in particolare in occasione della visita di Benedetto XVI in quel Paese.
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In precedenza il nostro ministro della Difesa Arturo Parisi aveva ricevuto all'Altare della Patria a Roma il presidente turco Ahmet Necdet Sezer. Parisi e Sezer avevano deposto una corona di fiori alla tomba del Milite Ignoto.
La cerimonia aveva avuto inizio alle 9.15. Ad attendere il Capo di Stato turco, accanto al ministro, c'era anche il Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola.
Dopo gli inni nazionali e gli onori alla bandiera di guerra del Secondo Reggimento Granatieri di Sardegna, Parisi e Sezer avevano passato in rassegna uno schieramento interforze e si erano indirizzati verso il sacrario del Milite Ignoto, dove avevano deposto una corona.
Il Capo dello Stato turco si era poi visto con il presidente del Consiglio Romano Prodi a Villa Doria Phampili. (Apcom)
12.01.2007

 

LA STRATEGIA DI KOC

Il_ministro_turco_della_Cultura_Atilla_Koc

Il ministro della Cultura turco ha illustrato - nel corso di una conferenza stampa - le nuove linee del Governo per riportare la Turchia all'avanguardia per quanto riguarda le presenze turistiche nel Paese della Mezzaluna.

Se si pensa che sono ancora più di 2500 le città da scavare in Anatolia e che le missioni archeologiche - da quelle italiane (20 al momento) a quelle tedesche, da quelle francesi a quelle inglesi ed americane - sono un numero assai ridotto, è facile dedurne che ci vorranno anni ed anni prima che l'intero patrimonio culturale di questa terra meravigliosa - l'Asia Minore dei romani - possa venire completamente alla luce. Ma la Turchia già adesso ha tanto da offrire. Le sue ricchezze sono tali e tante che non basterebbe una vita - ci riferiamo ai novelli Schliemann che desiderino arricchire la propria conoscenza - per vedere tutto. Ma la Turchia non è solo questo. Ai ruderi, ai reperti antichissimi, agli scavi e a tante altre belle cose ancora - come ad esempio le moschee ed i palazzi di epoca ottomana - il Paese della Mezzaluna offre la sua natura con il suo mare e le sue spiagge, le sue montagne, le foreste, i laghi. Un immenso tesoro che è alla base poi del richiamo turistico.
Non v'è dubbio che la Turchia - quando si parla di turismo - è molto sensibile a questo argomento, né potrebbe essere altrimenti essendo questa una voce determinante per la sua economia e di conseguenza per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti. Tanto sensibile che - se una stagione va male come lo è stata nell'anno appena trascorso (vuoi per i casi di aviaria, vuoi per una serie di attentati, vuoi per forme incontrollate di fanatismo religioso culminate nell'assassinio di una sacerdote italiano) - il Governo non poteva certo rimanere inerte. Specie quando la concorrenza - sia di Italia, Grecia e Spagna, sia di altri Paesi che affacciano nel Mediterraneo - è piuttosto forte. Ecco allora che la strategia per attirare potenziali turisti non poteva essere più quella dell'attesa, come già in passato visto che le cose fino al 2005 andavano bene. Ce lo ha spiegato - nel corso di una conferenza stampa - il ministro Atilla Koc, consapevole che se la Turchia vuole uscire dall'impasse deve rimboccarsi le maniche e mettercela tutta per ridare fiducia ad una clientela, specie quella europea, che troppo facilmente si è lasciata prendere dal panico mandando a rotoli l'ambizione di un Paese che ambiva a toccare il vertice delle presenze turistiche.
"Turchia, 7000
anni di storia"

L'esposizione di Koc - che era assistito dalla ambasciatrice del ministero degli Esteri turco, signora Aysenur Alpasan, e dalla direttrice dell'Ufficio del Turismo turco in Italia, signora Serra Aytun - ha toccato vari temi sia per quanto riguarda il turismo di massa (sole e mare), sia per quanto riguarda quello termale, religioso e naturalmente culturale. Peccato solo che il ministro - venuto a Roma tra l'altro per assistere alla inaugurazione della mostra "Turchia 7000 anni storia" - si sia dimenticato di parlare di un altro turismo, e più precisamente di quello invernale. In un'epoca in cui in Europa è sempre meno freddo e nevica sempre meno, con le Alpi che lasciano ormai trasparire il brullo delle rocce, il Paese della Mezzaluna potrebbe sviluppare maggiormente le sue risorse in zone che spaziano da un lato all'altro dell'Anatolia, da Uludag ai monti di Erzurum. Si tratta solo di rendere le strutture, se non proprio paragonabili a quelle delle Dolomiti, comunque moderne ed accoglienti. E state certi, allora - qualora venissero incrementati voli charter da e per l'Europa - che sarebbero a migliaia gli aspiranti sciatori desiderosi di provare le piste turche.
L'impressione che ci fatto il ministro Koc è stata quella di un uomo capace, desideroso di rimettere la Turchia al passo con gli altri Paesi. Lo sforzo suo e dell'intero Governo di Ankara nella creazione di un efficiente settore turistico con un alto livello di competitività internazionale - specie ora che Istanbul si fa bella per diventare capitale cultura nel 2010 ed Izmir è in gara con Milano per ospitare l'Expo 2015 - sarà tanto più encomiabile se alle parole seguiranno fatti concreti. Molte volte infatti, in altre occasioni, si è sentito dire che le autorità competenti avrebbero preso provvedimenti per frenare la speculazione edilizia che deturpa sia le coste dell'Egeo e del Mediterraneo sia l'entroterra, molte volte si è sentire dire che le sovrintendenze artistiche sarebbero intervenute con loro iniziative per risollevare alcuni siti archeologici dallo stato di abbandono in cui si trovano. Il turismo, non a caso, è fatto anche di impatto visivo. Non c'è niente di peggio infatti (questo vale anche per l'Italia) che vedere monumenti e natura trascurati.
L'incontro che Koc ha avuto con il nostro vice-premier Francesco Rutelli - il quale peraltro ha accettato l'invito rivoltogli di recarsi in Turchia a primavera - potrebbe essere l'inizio di una più stretta collaborazione tra Roma ed Ankara. Si sottolineava poc'anzi che turismo è "sinonimo" di economia. Bene! Come si creano in economia joint venture tra società ed imprese (e sono tantissime quelle italo-turche),ugualmente si potrebbero creare joint venture nel turismo tra operatori ed agenzie del settore. I vantaggi sarebbero enormi giacché per un gruppo di italiani che parte per la Turchia ce ne sarebbe uno eguale in partenza per il nostro Paese. Questa è un'idea. La giriamo al ministro. (Veronica Incagliati)
12.01.2007

 

L'AUSPICIO DI MARINI

Il_presidente_del_Senato_Franco_Marini

E' durato circa 40 minuti il colloquio a palazzo Giustiniani tra il presidente del Senato ed il Capo dello Stato turco.

"I negoziati ci sono, ci sono difficoltà e spero siano presto superate". Questo l'auspicio del presidente del Senato Franco Marini al termine dell'incontro, a palazzo Giustiniani, con il presidente della Repubblica turca Ahmet Necdet Sezer, circa il possibile ingresso di questo Paese nell'Unione Europea. "Noi siamo un Paese - ha sostenuto Marini dopo 40 minuti di colloquio con il Capo dello Stato turco - dove sia la politica, maggioranza ed opposizione, sia l'opinione pubblica vedono con simpatia l'ingresso di Ankara nell'UE". Questo - ha spiegato Marini - "per ragioni economiche perché la Turchia è un grande Paese che può rafforzare fortemente i rapporti di interscambio tra Italia e il Paese anatolico, sia per il ruolo che, dentro l'Europa, potrà avere in futuro nel Mediterraneo, sia per ragioni strategiche. E' un Paese musulmano e laico, con qualche problema, come abbiamo tutti, però è un Paese solido". "Noi dobbiamo continuare con serietà - ha sottolineato ancora il presidente del Senato - chiedendo il rispetto delle condizioni che l'Unione pone, ma senza ambiguità a favorire il negoziato per arrivare all'integrazione della Turchia".
"La Turchia è un Paese importante. Importantissimo nell'area del Mediterraneo e dell'Europa", ha ribadito Marini che riguardo al colloquio con Sezer ha riferito di una volontà forte di raggiungere questa "ntegrazione" da parte dei turchi.
"L'auguro - ha concluso sempre Marini - è che si riesca a fare superando le difficoltà che ancora ci sono nel negoziato". (Ansa)
12.01.2007

 

"CONTINUEREMO SULLA STRADA DELLE RIFORME"

L'assicurazione venuta dal ministro degli Esteri turco, Abdullah Gul.

La Turchia ha assicurato che non sprecherà quest'anno, ma intende andare avanti sulla strada dell'avvicinamento all'Unione Europea nonostante il congelamento di parte dei capitoli del negoziato. "Il Governo continuerà nel cammino delle riforme e presenterà queste ultime al Parlamento entro l'anno", ha detto il ministro degli Esteri Abdullah Gul. "Il 2007 non sarà un anno sprecato per la Turchia", ha aggiunto. (Agi)
12.01.2007

 

IN AUMENTO GLI EUROSCETTICI

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Solo il 21.1% in Turchia ritiene che il Paese entrerà in Europa. Il 52.6% non ci crede e ben un 13.6% vorrebbe addirittura lasciare perdere.

Aumentano gli euro-scettici in Turchia. Secondo un sondaggio condotto dall'autorevole quotidiano <Milliyet>, di opposizione moderata, il 52.6% dei turchi non crede nell'ingresso nell'Unione Europea. Solo il 21.1% è convinto che i negoziati si concluderanno positivamente ed il 13.6% pensa che il Paese della Mezzaluna dovrebbe addirittura lasciare perdere.
Scarso ottimismo anche per quanto riguarda l'anno appena iniziato. Solo il 31% dei turchi si aspetta miglioramenti nella situazione economica. Il 69% è convinto che le cose rimarranno allo stato attuale o che peggioreranno. (
Apcom)
12.01.2007

L'OSTILITA' DELLA MUSSOLINI

 

L'euro-parlamentare di Alternativa Sociale non ha gradito le parole del presidente Napolitano a proposito della sua apertura nei confronti di Ankara.

Rivolgo un sommesso richiamo al presidente Napolitano poiché, come egli ben sa, non tutti gli italiani e non tutti i partiti politici sostengono l'ingresso nell'UE della Turchia". Lo ha afferma Alessandra Mussolini, euro-parlamentare di Alternativa Sociale, a proposito delle dichiarazioni del Capo dello Stato il quale ha definito "strategico" il rapporto del nostro Paese con Ankara. (TgCom)
12.01.2007

 

BAYKAL INVITA SEZER NEL CHP

Deniz_Baykal

La proposta avanzata al Capo dello Stato dal leader del partito di opposizione al Governo in Turchia non è molto piaciuta al premier Recep Tayyip Erdogan.

Le elezioni turche per il nuovo Capo dello Stato ed il rinnovo del Parlamento sono alle porte, sale l'attesa e c'è qualcuno che tenta anche il colpo di scena. Ne sa qualcosa Deniz Baykal, leader del Chp, il Partito repubblicano del Popolo e principale voce dell'opposizione del Paese, che ha invitato il presidente della Repubblica Ahmet Necdet Sezer - una volta finito il suo andato a palazzo Cankaya - ad entrare nel Chp e a fare politica attiva.
Baykal ha sottolineato con forza come una personalità apprezzata in tutto il Paese come quella di Sezer, potrebbe essere un'occasione di rafforzamento per l'opposizione. L'idea è piaciuta poco al premier Recep Tayyip Erdogan che in Sezer vede il suo più temibile nemico e non vorrebbe trovarselo anche come avversario. Erdogan ha detto che Sezer "dovrebbe rifiutare l'offerta grazie alla sua posizione istituzionale". E Sezer? Il Capo dello Stato, noto a tutti per la sua integrità morale e serietà, ha fatto sapere che dopo la fine del suo mandato tornerà a casa. Ma al 4 di novembre, data del voto politico, mancano ancora 10 mesi. E c'è chi è pronto a scommettere che i colpi di scena non mancheranno. (
Apcom)
12.01.2007

 

I BUSINESSMEN TEMONO IL CAOS ELETTORALE

"E' difficile essere ottimisti se si guarda all'anno passato", ha detto per tutti Erdal Karamercan, Ceo di <Eczacibasi>.

L'anno che si è appena aperto sarà molto importante per la Turchia, soprattutto a causa del doppio appuntamento elettorale. E c'è chi teme rivolgimenti sull'economia. I principali uomini di affari turchi hanno espresso molto scetticismo e se tanti si sono trincerati dietro un diplomatico "stiamo a vedere", altri non hanno voluto nascondere i loro dubbi.
Uno per tutti Erdal Karamercan, Ceo di <Eczacibasi>, che ha detto. "E' difficile essere ottimisti se si guarda all'anno passato e alla situazione economica e politica in generale". Sono in molti a ricordare il peso negativo che le polemiche hanno avuto sul periodo di incertezza dei mercati in aprile e maggio. Difficoltà che hanno portato la Banca Centrale turca ad aumentare i tassi di interesse. (
Apcom)
12.01.2007

IL PONTE DELLA DISCORDIA E' CADUTO

Caduto_il_ponte_della_discordia

 

Il presidente di Cipro Nord, Mehmet Ali Talat, ha dato l'ordine di abbattere il "Lokmaci Bridge" che sovrasta a Nicosia Ledra Street. L'ira del gen. Yasar Buyukanit, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate turche.

Yasar_BuyukanitSe non è un segnale di distensione gli assomiglia molto. Mehmet Ali Talat, presidente della Kktc, la Repubblica turca di Cipro Nord, ha dato l'ordine di abbattere il "Lokmaci Bridge", il ponte che sovrasta Ledra Street, asse commerciale che divide la parte greca di Nicosia da quella turca e che sconfina nella zona sotto protezione dell'Onu.
Un particolare che aveva creato grande disappunto da parte dei greco-ciprioti dell'isola e che aveva generato non poche tensioni fra i due Governi. Il ponte era stato eretto nel 2005. Lo scorso 28 dicembre Talat aveva anticipato la decisione di abbattere la costruzione. Un annuncio arrivato come una bomba nel mondo politico turco, soprattutto per le profonde implicazioni politiche. Talat ha reso noto che questa decisione deve essere accolta dal Governo greco come un atto di "buona volontà" in vista della riunificazione dell'isola. La demolizione del ponte è stata seguita in diretta dai principali media turchi. La vicenda ha infatti riportato in primo piano la difficile situazione dell'isola, spaccata n due dal 1974.
Il Governo Ecevit decise di invadere l'isola in seguito ai segnali annessione di Cipro alla Grecia. Sul suo territorio vivono circa 200 mila turchi. La Repubblica di Cipro Nord è riconosciuta a livello internazionale solo da Ankara che in compenso si rifiuta di riconoscere la parte greca dell'isola. Proprio la mancata apertura degli scali turchi a Cipro Sud è stata causa, lo scorso dicembre, del congelamento di 8 su 35 capitoli negoziali per l'ingresso del Paese della Mezzaluna nell'Unione Europea.
Se con il gesto Talat sperava di distendere i rapporti con il Governo di Tassos Papadopoulos, presidente della Repubblica di Cipro, un risultato concreto lo ha già portato a casa, anche se non proprio positivo: le ire dell'establishment militare turco. Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate turche, generale Yasar Buyukanit, ha fatto sapere di essere contrario a gesti un unilaterali. C'è stato anche un incontro a tre fra Talat, Buyukanit ed il ministro deegli Esteri turco Abdullah Gul che ha cercato di mediare ma con scarsissimi risultati. Se il presidente Talat aveva fatto sapere di non essere disposto a tornare sulle sue decisioni, Buyukanit dichiarava l'indomani al quotidiano <Milliyet>: "Non siamo contrari alla demolizione del ponte in sè e per sè ma vogliamo che siano fatti passi anche dall'altra parte".
C'è qualcosa che forse irrita di più il Capo di Stato Maggiore. E' la seconda volta nel giro di un mese che sulla questione Cipro il parere dei militari non viene tenuto in considerazione. In dicembre Buyukanit aveva rilasciato al quotidiano <Hurriyet> parole di fuoco riguardo alla proposta turca fatta a Bruxelles di aprire alla parte turca un porto ed un aeroporto, in cambio della fine dell'isolamento di Cipro Nord. Lo sforzo diplomatico di Ankara però non era bastato ai 25 Paesi membri che decidevano lo stesso il congelamento degli otto capitoli negoziali. E l'esercito aveva detto la sua, lamentandosi di non essere stato avvertito e che seppur non aveva potere decisionale "andava comunque consultato". (Apcom)
12.01.2007

 

INCONTRO ANNULLATO

Il direttore degli Affari Religiosi della comunità turco-cipriota, il mufti Ahmet Yunluer, avrebbe dovuto vedersi con l'arcivescovo ortodosso greco-ciprota Chrysostomos II.

Il direttore degli Affari Religiosi della comunità turco-cipriota, il mufti Ahmet Yunluer, ha deciso di annullare un incontro, che era già stato definito "storico", previsto nell'arcivescovado di Nicosia, nella parte libera dell'isola, con il neo-eletto arcivescovo ortodosso greco-cipriota Chrysostomos II. Lo ha reso noto l'agenzia cipriota <Cna< citando un comunicato diffuso dall'ufficio dello stesso Yunluer in cui si afferma che la decisione di cancellare l'incontro è arrivata in seguito alla constatazione del mufti che "il clima non è favorevole". Secondo quanto riferito dalla Tv statale cipriota <Rik1>, recenti dichiarazioni rese alla stampa greca e greco-cipriota dall'arcivescovo sono state giudicate dal mufti "offensive per i turco-ciprioti". Da qui la sua decisione di cancellare l'incontro nel quale i due leader religiosi avrebbero dovuto discutere di riavvicinamento tra le due comunità etniche e di riunificazione dell'isola, divisa dal 1974 dopo un'invasione militare della Turchia che tutt'ora occupa il 38 per cento del territorio settentrionale di Cipro. In effetti, parlando alla stampa, Chrysostomos II aveva dichiarato che, nell'incontro con il mufti, avrebbe inviato un messaggio di riconciliazione ma anche "ribadito l'illegale occupazione del nostro territorio da parte della Turchia. Il nostro nemico è Ankara, non i turco-ciprioti", aveva detto, aggiungendo che avrebbe anche "sollevato la questione delle chiese greco-ortodosse nella parte Nord occupata dai turchi" e ne avrebbe chiesto "la restituzione al suo legittimo proprietario, la Chiesa di Cipro". Da parte sua, Frixos Kleanthous, responsabile della segreteria dell'arcivescovo, ha reso noto che Chrysostomos II è pronto ad incontrare Yunluer "in ogni momento, nonostante il mufti consideri il clima non favorevole". A questo punto anche il secondo incontro previsto per il 22 gennaio, giorno in cui Chrysostomos II si sarebbe dovuto recare nella parte occupata, probabilmente non avrà luogo in quanto - ha spiegato Kleanthous - "l'arcivescovo non può ricambiare una visita che non è avvenuta". (18.01.2007)
12.01.2007

 

LA DISTRUZIONE
DEI SITI
RELIGIOSI

Chiese_abbandonate_nella_Trnc

Duro j'accuse del Patriarcato greco-ortodosso della Repubblica di Cipro che denuncia all'opinione pubblica internazionale lo stato di abbandono ed i furti in 550 chiese che si trovano nella Trnc.

Centinaia di chiese profanate, ridotte in macerie o trasformate in moschee, caserme, magazzini, locali notturni o addirittura obitori. Migliaia di preziosi mosaici, antiche icone, decorazioni d'oro e d'argento strappati dalle pareti dei luoghi di culto e rivenduti clandestinamente a collezionisti privati e musei di mezzo mondo. E' quanto succede da oltre 30 anni nella parte Nord dell'isola di Cipro, occupata militarmente dalla Turchia nell'estate del 1974 in seguito al fallito colpo di Stato di nazionalisti greco-ciprioti che intendevano unire Ciro alla Grecia.
I fatti non sono nuovi ma è questa la prima volta che la potente Chiesa greco-ortodossa di Cipro ha deciso di scendere in campo per denunciare con forza a livello internazionale le distruzioni ed i saccheggi dei siti religiosi e, con essi, del patrimonio culturale cipriota. Secondo dati aggiornati, negli ultimi tre decenni sono stati circa 550 i luoghi di culto profanati e tra le 15 e le 20 mila le icone, spesso molto antiche e di inestimabile valore che si sono volatilizzate.
Della grave situazione il presidente cipriota Tassos Papadopoulos informò il 10 novembre, durante una visita in Vaticano, anche Papa Benedetto XVI donandogli un album di fotografie delle chiese vandalizzate. "Una situazione incredibile..." fu - secondo i giornalisti presenti - il commento che il Pontefice profferì a mezzabocca.
"Ci siamo imbarcati in una vera e propria crociata per informare l'opinione pubblica mondiale attraverso qualsiasi mezzo disponibile - pubblicazioni, contatti personali, canali diplomatici, conferenze - presentando prove inconfutabili corroborate da ricerche professionali svolte sull'argomento", ha dichiarato l'archeologo ed esperto d'arte bizantina Charalambos Hotzakoglu, citato dall'agenzia cipriota <Cna>.
Secondo Hotzakoglu, che lavora per il museo del monastero di Kykko, il più importante dell'arcivescovado di Cipro, l'obiettivo di tale campagna "è quello di salvare i siti religiosi, un compito al quale si oppongono con forza le autorità turche le quali sostengono ora che quei luoghi appartengono alla Fondazione islamica Evkaf.
Documentazione
schiacciante

Ma la documentazione prodotta dagli esperti del museo Kykko è schiacciante. Dopo avere visitato e fotografato circa 550 chiese nella parte occupata, hanno accertato - tra l'altro - che 50 di esse sono desso usate come caserme per altrettanti campi militari; la chiesa e l'annesso monastero di Santa Anastasia, nel villaggio di Lapitos, sono stati trasformati in un complesso alberghiero di lusso; il monastero di San Panteleimonas viene utilizzato come deposito di carburante; la chiesa di San Giorgio a Famagosta è adesso teatro e quella del Cristo Salvatore, nel villaggio di Chrysiliou, è usata come obitorio.
Dieci chiese sono state demolite, cinque sono riservate alle visite dei turisti mentre le atre sono diventate ristoranti, musei, locali notturni, cinema, scuole di danza o gabinetti pubblici.
"stando così i fatti, e dopo aver accertato senza ombra di dubbio l'estensione dei danni, occorre intervenire al più presto per cominciare a restaurare queste nostre chiese e per far questo abbiamo già chiesto l'aiuto di molti esperti internazionali", ha aggiunto Hotzakoglu. "Ma prima - ha soggiunto l'esperto - è necessario che le autorità turco-cipriote riconoscano la proprietà e la sovranità della Chiesa di Cipro si tutte quei templi religiosi. Non abbiamo alcuna intenzione di incanalare milioni di euro verso la zona occupata soltanto per poi sentirci dire dal regime di occupazione che essi gli appartengono". (Furio Morroni/Ansa)
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Non abbiamo motivo di dubitare di quanto scrive il collega Morroni anche perché durante un breve soggiorno compiuto nell'estate scorsa a Cipro Nord ci siamo resi conto dello stato di abbandono - nella Nicosia turco-cipriota e a Famagosta - delle antiche chiese normanne, veri gioielli di architettura che farebbero la gioia in Europa di qualsiasi città. Sarebbe opportuno a questo proposito che il presidente Talat - di fronte a tali accuse - rispondesse con delle valide spiegazioni anche perché, quando si afferma che il turismo nella Trnc è boicottato da embarghi e cose del genere (e di fatto lo è), bisogna anche meritarselo, questo turismo. (Turchia Oggi)
12.01.2007

 

LA NATO E LA LOTTA
AL TERRORISMO
INTERNAZIONALE

Meeting_del_Gulf_Cooperation_Council

 

L'obiettivo ambizioso della Conferenza "Nato and Gulf Countries: Facing Common Challenges Through the Istanbul Cooperation Initiative" che si è svolta a Kuwait City con oltre 100 delegati di 32 Paesi e che partiva dal documento sottoscritto in riva al Bosforo il 28 giugno 2004 per avviare accordi bilaterali di cooperazione concreta.

Nato,_Gulf_Cooperation_CouncilNato_and_Gulf_CountriesLotta al terrorismo internazionale, sicurezza, stabilità politica e pace in una delle Regioni più calde del mondo, sia dal punto di vista geo-politico sia da quello economico, il Golfo Persico. La Nato ed il <Gulf Cooperation Council> fanno il punto e uniscono le loro forze per realizzare una cooperazione non solo militare e politica, ma anche civile ed economica. Il Gcc è un'organizzazione i cui sei Stati aderenti da soli sono in grado di coprire la metà del fabbisogno mondiale di petrolio. Costituita a Riyadh nel 1981, ne sono fondatori e membri Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar, per "l'integrazione in tutti i campi", da quello sociale a quello amministrativo, da quello delle risorse agricole e idriche a quello del progresso tecnologico e scientifico. Ambizioso risulta, quindi, l'obiettivo della Conferenza internazionale "Nato and Gulf Countries: Facing Common Challenges Through the Istanbul Cooperation Initiative", che ha visto riuniti non è molto a Kuwait City oltre cento delegati provenienti da trentadue nazioni.
Il vertice partiva dal documento, l'"Istanbul Cooperation Iniziative", che gli Stati aderenti all'Alleanza Atlantica hanno sottoscritto in riva al Bosforo il 28 giugno 2004 per avviare "accordi bilaterali di cooperazione concreta", e non solo di natura militare, che coinvolgano quanti più Paesi del "Grande Medio Oriente"(Broader Middle East). Per quanto riguarda i membri del Gcc, nel 2005 hanno aderito all'Ici Bahrain (gennaio), Kuwait (febbraio) e Qatar (marzo), mentre nel giugno dello stesso anno è stata la volta degli Emirati Arabi Uniti. Gli unici a non averlo ancora fatto sono Arabia Saudita e Oman. "Affrontare le sfide comuni". Il titolo del summit rendeva chiaramente l'idea di quanto si proponeva quello che è stato definito come 'momento di riferimento' per i rapporti bilaterali tra le nazioni appartenenti alla Nato e al Gcc. È quanto ha dichiarato alla vigilia Sami Muhammad Khaled Al-Faraj, presidente del Centro di studi strategici del Kuwait, paese padrone di casa e grande alleato nella Regione degli Stati Uniti. Sulla portata dell'evento e su quanto siano 'comuni' le sfide che in futuro i due organismi dovranno affrontare insieme è stato concorde anche il Segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer. Il generale olandese ha dichiarato, in un'intervista alla televisione di Stato kuwatiana, che "la Regione del Golfo ha un'importanza sia politica che economica e le sfide che i Paesi Gcc devono affrontare sono le stesse di quelli della Nato"
Il buon
proposito

Le aspettative intorno a questo vertice erano molte, visto che è arrivato in un momento particolarmente delicato. Negli ultimi mesi c'è, in tutto il Medio Oriente, un risveglio e un interesse sempre più forte per il nucleare. A settembre l'Egitto aveva annunciato la costruzione della prima centrale a El-Dabaa (sul delta del Nilo), e lo stesso Mubarak, nel suo discorso di novembre per l'apertura dei lavori del parlamento, ha rincarato affermando che il suo Paese "non ha bisogno di chiedere a nessuno il permesso per sviluppare un programma nucleare civile". È di pochi giorni fa l'intenzione, da parte del Gcc, di avviare un programma di sviluppo di tecnologie nucleari a scopo pacifico e civile. La dichiarazione, accolta con entusiasmo dall'Iran, è arrivata al termine del XXVII Summit annuale del <Gulf Cooperation Council>, che si è svolto a Riyadh, in Arabia Saudita, il 9 e 10 dicembre. Il "buon proposito" di allentare le tensioni con Tehran rischia, invece, di creare un effetto domino nell'area, considerato che anche Pakistan e India, non molto distanti dal Golfo Persico, sono già dotati della bomba atomica. L'incontro di Kuwait City è il secondo faccia a faccia tra le due organizzazioni. Il primo summit organizzato sulla scia dell'<Istanbul Cooperation Initiative> è stata la conferenza intitolata Nato's role in Gulf security, che si è svolta a Doha, in Qatar, il 1 dicembre del 2005. I propositi della vigilia, i temi affrontati durante i lavori e le dichiarazioni finali erano molto simili a quelli di quest'anno. La vera sfida comune sarà proprio quella di riuscire a coniugare due realtà così diverse come la <North atlantic treaty organization> e il <Gulf Cooperation Council>.
La Nato è un'organizzazione internazionale creata nel 1949 affinché gli Stati membri collaborino nella difesa e in cui "un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o Nord America, deve essere considerato come un attacco contro tutte" (art. 5). Le Nazioni che ne fanno oggi parte sono ventisei, tra cui Bulgaria, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria e Slovacchia (in passato aderenti al 'Patto di Varsavia'), la Slovenia (unica rappresentate dell'ex-Yugoslavia di Tito) e la Turchia (la sola a maggioranza islamica). Il Mediterraneo e il Golfo Persico sono sempre stati, soprattutto dopo la caduta definitiva del comunismo, tra i temi cruciali della sua azione. L'obiettivo vorrebbe essere quello di portare stabilità politica e, di conseguenza, sicurezza militare in un'area che parte dall'Oceano Atlantico e arriva fino a quello Indiano, alle porte del Pakistan. È questo il progetto, che ancora non si è realizzato, del "Grande Medio Oriente", comprendente, in Africa, tutto il Maghreb (Marocco, Algeria Tunisia), la Libia e l'Egitto, per poi saltare nel Mashreq (Siria, Libano, Giordania, Iraq e la biblica Palestina), le monarchie del Golfo della Penisola Arabica, lo Yemen, le repubbliche caucasiche (Armenia, Azerbaijan e Georgia), l'Iran e l'Afghanistan. Geograficamente parlando la zona interessata è quella indicata dal G8 nella <Broader Middle East and North Africa Initiative>. Un territorio immenso, forse troppo. Per una cooperazione più "mirata e realizzabile" rispetto alla Bmenai e portare avanti i propri interessi, la Nato ha sottoscritto l'Istanbul Cooperation Iniziative, che prevede accordi bilaterali dei propri membri con i Paesi del Gcc e con quelli delle sponde meridionale e orientale del Mediterraneo.
Problema
economico

Entro quest'anno il <Gulf Cooperation Council> avvierà il proprio Mercato comune e nel 2010 è prevista l'Unione monetaria, con la creazione di una singola valuta, quello che è stato definito "Euro del Golfo". Una forte battuta d'arresto, tuttavia, è stata data l'11 dicembre, quando l'Oman ha ufficialmente dichiarato di non avere intenzione di aderire, al momento, all'Unione monetaria prevista tra tre anni. I tempi, pertanto, sono inevitabilmente destinati ad allungarsi. Previsti, ma anche in questo caso non così a breve termine, nuovi allargamenti, prima a sette, successivamente a otto Stati. L'entrata dell'Iraq, ormai libero della presenza di Saddam Hussein, dovrebbe avvenire appena le condizioni di stabilità politica lo consentiranno. Baghdad era andata molto vicina ad entrare nell'Organizzazione prima del 1990, quando fu invaso il Kuwait. Allora le trattative furono immediatamente interrotte per l'aggressione a uno dei membri. Diverso è il discorso dello Yemen, in cui è il governo di Sana'a a spingere per un'adesione sempre rifiutata (anche se le trattative proseguono), dal 1996 al giugno di quest'anno. Il problema in questo caso è economico, in quanto la Terra della regina di Saba è tra le economie più povere della regione e con gravi problemi di immigrazione dal Corno d'Africa. Sempre in ambito economico il <Gulf Cooperation Council> ha siglato Accordi di Libero Scambio (Free trade agreement) sia con singole nazioni sia con realtà regionali come l'Unione Europea, l'<Apec< (Asia-Pacific economic cooperation), il <Mercosur> (Mercado común del sur) e l'<Asean< (Association of southeast asian nations).
La Nato, un'organizzazione cui aderiscono Stati distribuiti tra Nord America ed Europa creata per la difesa militare. Il Gcc, l'unione di sei Paesi che da soli producono oltre la metà del petrolio necessario al fabbisogno mondiale, con Pil tra i più alti del mondo, ma dove l'ordinamento giuridico prevede una religione di Stato, l'Islam, e la legge coranica, la shari'a come fonte del diritto. Di sfide comuni da affrontare in futuro ve ne sarebbero tante, vista la cronica instabilità politica di cui il Medio Oriente, dal secondo dopoguerra, soffre. L'ideale sarebbe anche avere delle basi comuni con cui partire, che poi sono la garanzia di interventi concreti per realizzare quella lotta al terrorismo internazionale, sicurezza, stabilità politica e pace di cui la regione ha bisogno. Al di là dei propositi iniziali e delle dichiarazioni finali rappresenta, se non un punto di riferimento, un evento a cui rimandare nel lento cammino della stabilizzazione politica del Medio Oriente. (Simona Terrazzo/La Voce d'Italia)
12.01.2007

 

PAMUK: COME PERDERE IL PELO MA NON IL VIZIO

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Il premio Nobel per la Letteratura ha approfittato della sua veste, per un giorno, di direttore del quotidiano <Radical> sul ritornare sul tema della libertà di espressione partendo dal vecchio caso dello scrittore Nazim Hikmet.

Dal premio Nobel alla direzione di un giornale, sia pur soltanto per un giorno: sono mesi di grande soddisfazione per Orhan Pamuk, dopo le vicissitudini causate dall'incriminazione per vilipendio alla patria turca, fortunatamente risoltasi con l'archiviazione. Pamuk, che ha una laurea in giornalismo ma non ha mai esercitato la professione, ha curato l'edizione domenicale del quotidiano turco <Radikal>, uscita la scorsa settimana.
L'apertura del giornale è stata dedicata alla questione della libertà di espressione in Turchia: Pamuk ha ripreso un vecchio articolo del 1951 sullo scrittore e poeta Nazim Hikmet che invitava i lettori dell'epoca a "sputargli in faccia" per aver sposato l'ideologia comunista. Hikmet è morto in esilio a Mosca nel 1963. "Quest'espressione, pubblicata accanto alla foto di Nazim Hikmet, riassume l'immutata condizione degli scrittori e degli attori agli occhi dello Stato e della stampa", ha scritto Pamuk nel suo editoriale.
Lo stesso Premio Nobel per la Letteratura 2006, insieme a decine di giornalisti, scrittori, editori e accademici, è caduto vittima nel 2005 dell'articolo 301 del codice penale turco, che criminalizza il vilipendio della nazione turca per aver parlato del genocidio armeno in un'intervista ad un quotidiano svizzero. Nonostante il suo caso sia stato archiviato - così come quello contro la scrittrice Elik Shafak - la Commissione europea ritiene che l'articolo debba essere abrogato, ma finora il Governo di Recep Tayyp Erdogan si è dimostrato riluttante ad agire al riguardo.
Il resto della prima pagina odierna di <Radikal> conteneva un racconto in prima persona di Pamuk sulla sua esperienza di giornalista per un giorno, e un servizio sulla celebrazione del Natale ortodosso a Istanbul, intitolato "Una croce, mille poliziotti", nonché articoli sulla bassa percentuale di donne in politica e sulla reazioni al video dell'impiccagione di Saddam Hussein. (Ap-ApCom)
12.01.2007

E' TUTTO PRONTO
PER L'ACQUISTO
DEGLI ELICOTTERI

Elicotteri_per_le_Forze_Armate_turche

Serviranno alla difesa militare turca ed in azioni di antiguerriglia. Il costo - secondo le cifre fornite - si aggira sui cinquecento milioni di dollari.

After delays that kept potential bidders waiting, Turkey has officially launched a bidding processto acquire a batch of 10 heavy lift helicopters for its armed forces.
The Undersecretariat for the Defense Industry (Ssm) has said that it expects potential bidders to respond to a Request for Information (RfI) no later than Jan. 15.
The heavy lift platforms will be the first such aircraft the Turkish military will operate. Industry sources say the program may cost Turkey around $500 million and expect a mostly U.S.-Russian rivalry in the competition. Potential bidders include U.S. Boeing, maker of the U.S. Army's CH-47 Chinook; Sikorsky, maker of the U.S. Marine Corps and Navy's CH-53 Super Stallion; and Russia's Mil Helicopter Company, maker of the Mi-26 Halo.Boeing's Chinooks have been sold to 16 countries, and one of the largest users is Britain's Royal Air Force. Boeing had made initial contacts with Turkish authorities for a potential sale of 10 CH-47s even before the competition officially began. Sikorsky's CH-53 is the largest military helicopter in the United States and the Western world. It is also used in Germany and Israel. Sikorsky's latest version, the CH-53E, is no longer produced, and Sikorsky is now developing a more advanced model, the CH-53K. The first production CH-53K aircraft is planned to be delivered to the U.S. military in 2014, and it is not clear if this manufacture scheme willfit into Turkey's procurement plans.Russia's Mi-26 Halo is the world's largest helicopter in production. But analysts say that the limited nature of defense industry relations between Russia and Nato-member Turkey, whose weapons and defense equipment are almost exclusively of Western design, will likely reduce the Russian option's chances.The program aims to boost the Turkish military's mobility, according to defense analysts. Air mobility is one of the stronger points of Turkey's Army which operates hundreds of utility helicopters. A former deputy chief of the Turkish General Staff boasted as early as 1997 that the Turkish Army was one of the few land forces in the world that could deploy a brigade by air overnight. (Turkish Daily News)
12.01.2007

STRATEGIA O UNA GRANDE ILLUSIONE

Il_presidente_iraniano_Ahmadinejad

Le provocazioni del presidente iraniano Ahmadinejad sul programma nucleare e la risposta di Washington non fanno altro che tenere alta la febbre nelle zone caucasiche che tutto vorrebbero fuorché una guerra. Il ruolo di mediazione della Turchia e la rotta del petrolio attraverso il Baku-Tbilisi-Ceyhan. Gli schieramenti.

Il_Baku-Tbilisi-CeyhanLe provocazioni del presidente Ahmadinejad non riusciranno a dissuadere gli Stati Uniti dal distruggere l'Iran. La guerra è stata programmata a Washington, sia per conquistare i giacimenti petroliferi che per rinforzare la presidenza Bush e soddisfare Israele.
Non c'è più nulla che possa fermarla e Teheran ha torto a credere nella protezione dei suoi amici, che siano musulmani, russi o cinesi. In simili circostanze, la saggezza sarebbe la discrezione. Molto dopo che gli Usa avranno lasciato il suolo iracheno, che avremo scoperto fonti d'energia alternativa e che le risorse in idrocarburi del Medio Oriente saranno finite, le conseguenze dell'intervento statunitense in Iraq nel marzo 2006 continueranno a farsi sentire nella regione. L'accordo Sykes-Picot (tra Francia e UK, 1916, n.d.t.), firmato dopo la Prima Guerra mondiale, ha modellato la storia e la geografia del Medio Oriente. Le sue conseguenze si fanno sentire ancora oggi. Gli effetti delle politiche condotte dagli Usa nella regione durante questo primo decennio del 21° secolo saranno certamente visibili alla fine del secolo.
L'agitazione in Iraq si espanderà fino a quando il mondo Arabo precipiterà, dal Golfo persico al Mediterraneo. Si tende spesso a concentrarsi sulle conseguenze immediate di un cataclisma; purtroppo gli effetti a lungo termine sono spesso insospettati al momento della catastrofe.
Tale è la situazione in Iraq nel 2006. L'Iran, Israele e gli Stati Uniti sono stati inghiottiti in questo pantano, in modo tale che gli sarà difficile adoperare dei cambiamenti significativi nelle loro politiche regionali e nazionali senza toccare altri paesi. Poiché un'offensiva terrestre per destituire il regime iraniano non è più intraprendibile, in ragione dell'impegno degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan, i raid aerei sembrano essere divenuti la sola alternativa possibile.
Gli attacchi aerei da parte delle forze israeliane o statunitensi, che mirano a distruggere sistematicamente i centri di ricerca, di sviluppo, di mantenimento e di formazione in materia nucleare così come di fabbricazione di missili, potrebbero ritardare di parecchi anni il programma nucleare iraniano. Un attacco statunitense avrebbe anche per obiettivo una distruzione sistematica delle capacità di risposta iraniana. In effetti la maggior parte dei ricercatori pensa che l'Iran risponderebbe violentemente, con tutti i mezzi a disposizione per attaccare gli interessi statunitensi e il rifornimento di petrolio del Medio Oriente.
Le risorse energetiche
come arma politica

Dopo lo sferzante discorso anti-russo pronunciato dal vicepresidente Dick Cheney durante una conferenza a Vilnius in Lituania, la questione posta dai politici e ricercatori russi è la seguente: gli Stati Uniti hanno dichiarato una nuova guerra fredda alla Russia? Potrebbe darsi che il cambiamento di punto di vista di Washington sulla Russia sia stato provocato dalle politiche estere assertive di Mosca. Si è molto lontani dalle relazioni di routine mantenute dal presidente Bush e Putin durante il loro primo incontro, sei anni fa. Mosca ha sfidato Washington riguardo l'Iran, ha rifiutato le sue proposte di sanzioni contro Teheran, permettendo la costruzione della prima centrale nucleare iraniana e non volendo ritornare sulla sua decisione di vendere all'Iran missili antiaerei per la somma di 700 milioni di dollari. A causa della domanda mondiale di petrolio e gas, sempre più consistente, la Russia utilizza le risorse energetiche come un'arma politica che le permette di affermare il proprio dominio sui paesi dell'ex-Urss ed installarsi nei mercati europei. Ugualmente, la Russia ha fermamente rigettato la domanda dell'Occidente di rinunciare al monopolio del Governo sugli oleodotti ed aprire ai mercati stranieri le proprie risorse energetiche.
Mantenere l'Iran sotto la sua ala protettrice è un'azione chiave per la Russia. Nonostante l'amministrazione Bush non si sia mostrata particolarmente critica riguardo alla vendita di missili dalla Russia all'Iran, i pianificatori del Pentagono e dell'US Centcom (Comando Centrale Militare Statunitense) ne avrebbe preso nota. Malgrado la pressione internazionale, concernente il loro programma nucleare, gli Iraniani si mostrano sempre più aggressivi, principalmente sul piano verbale, contro Israele ed Usa. Poiché né la Cina né la Russia si sono voluti compromettere, gli Usa si preparano inesorabilmente alla prova di forza finale. Senza alcun dubbio, il dispiegamento dei missili aerei TOR-M1 aiuterà considerevolmente la protezione delle istallazioni nucleari iraniane.
Potenziale
propagandistico

Il trasporto del petrolio del Mar Caspio verso gli Usa, Israele ed i mercati europei aveva come obiettivo ridurre la dipendenza rispetto ai produttori di petrolio dell'Opec, situati in Medio Oriente. La presenza intensificata delle forze statunitensi nella regione si spiega con due fattori: il fatto che questa regione sia presa come un sandwich tra due dei più grossi fornitori di petrolio al mondo - l'Iran che è membro dell'Opec e la Russia che non lo è - ed il fatto che l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan attraversi regioni di alta instabilità politica. Questi fattori hanno aumentato il sentimento di vulnerabilità sia in Iran che in Russia. La politica di Washington è stata criticata perché avrebbe incoraggiato la polarizzazione delle politiche regionali.
L'impegno crescente degli Stati Uniti nella regione caspica così come l'importanza geopolitica del progetto Baku-Tbilisi-Ceyhan hanno condotto ad un riavvicinamento tra Russia, Iran e Armenia - implicando ugualmente un consolidamento dell'alleanza strategica tra l'Azerbaïdjan, la Georgia, la Turchia e gli Stati Uniti. Per questi ultimi, la questione non riguarderebbe la viabilità commerciale del percorso dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. L'idea sarebbe di costruire un corridoio percorribile tra Est ed Ovest, che potrebbe svilupparsi in futuro con dei binari, delle reti di comunicazione, così come delle autostrade, conducenti in seguito all'unione delle economie di certi paesi del sud dell'ex Urss con i mercati mondiali. Poiché dal punto di vista di Washington il progetto Baku-Tbilisi-Ceyhan sarebbe un problema di portata ben più geo-strategica che economica, la Turchia ne ha beneficiato al spese dell'Iran, nonostante quest'ultima proponesse il tragitto più corto e meno costoso, per portare il petrolio verso i mercati globali, dalle repubbliche caspiche.
L'amministrazione iraniana continua ad aderire all'eredità dell'ayatollah Khomeini basata sulla supremazia del clero sciita attraverso l'esercizio del potere, così come a una posizione fermamente anti-statunitense ed anti-israeliana. Khomeini si era espresso, in modo quasi premonitorio, sull'inevitabilità di un confronto tra Occidente ed Islam. La presenza di forze militari statunitensi nella regione potrebbe ripercuotersi, se non è già successo, sulla sicurezza delle future autostrade di approvvigionamento energetico. Un nuovo elemento è anche entrato nei calcoli previsionali. Dall'Afghanistan all'Asia centrale e dal Caucaso al Nord del Medio-Oriente, dal punto di vista di Washington, l'Iran resta il Paese che ha il più grosso potenziale per propagare l'Islam radicale e le sue armi nucleari. E' per questo che a dispetto della pressione delle compagnie petrolifere statunitensi per togliere l'embargo su Teheran, che vuole divenire il corridoio principale d'esportazione di petrolio e benzina d'Asia centrale, l'amministrazione Bush non vuole ammorbidire la sua posizione sul ruolo iraniano nella regione. La costruzione dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, destinato all'esportazione del petrolio dall' Azerbaidjan e dall'Asia centrale, aveva per obiettivo principale di escludere l'Iran e di fare della Turchia un attore con più importanza sulla scena.
Teheran teme che l' Azerbaidjan prospera ed indipendente sia un modello malvisto per la grande comunità degli azeri d'Iran. Il conflitto riguardo lo statuto legale della regione caspica ed il fatto che l'Iran si sia aggiunto alla Russia per sostenere l'Armenia nel conflitto con l' Azerbaidjan riguardo il Nagorno-Karabakh, sono ragioni che contribuiscono alla crisi delle relazioni. Di conseguenza, l'Iran non è riuscita a proteggere una parte del petrolio dell' Azerbaidjan. Questo ha servito la propaganda turca, che mirava a costruire la linea tra Bakou e il terminale mediterraneo turco a Ceyhan. Mosca e Teheran sembrano aver stabilito un'alleanza strategica per resistere all'egemonia statunitense nella regione caspica. Le vendite di materiale militare dalla Russia all'Iran fanno parte della cooperazione strategica e militare crescente tra i due Paesi.
L'impasse
Iran-Usa

Non lasciandosi nessuno spazio libero di manovra, l'Iran e gli Usa si sono infilati in un'impasse. Gli interessi comuni che avrebbero potuto essere alla base di una negoziazione spariscono ad una notevole velocità. Emergono opinioni inconciliabili. I principali decisionisti dei due paesi si attivano ad esacerbare i loro avversari. Il presidente iraniano Ahmadinejad ha teso a mostrare una retorica dal tono quasi febbricitante, nonostante le decisioni dell'ayatollah Khamenei prevalgano sulle sue. Che il suo discorso sia stato mal tradotto o che i suoi propositi siano stati deformati, ciò non impedisce che lui sia percepito come chi ha invocato pubblicamente l'annientamento d'Israele. Nonostante che la sua lettera indirizzata al presidente G. W. Bush sia una domanda d'introspezione degna d'attenzione e potrebbe essere interpretata da alcuni come un tentativo serio per ridurre le divergenze, essa non offre alcuna proposta concreta al governo statunitense. Le sue dichiarazioni mostrano che sceglie in modo deliberato di andare di provocazione in provocazione, esagerando spesso le capacità (militari n.d.t.) dell'Iran.
E' possibile che il presidente iraniano cerchi di far scattare un conflitto provocando gli Usa e gli Israeliani, affinché attacchino. Ciò è poco probabile: M. Ahmadinejad sa che nel caso di un confronto militare incondizionato, l'Iran sarebbe facilmente battuto e le sue capacità nucleari e militari subirebbero ritardi di parecchi anni, se non decenni. Il presidente Ahmadinejad sembra pertanto pronto ad accettare un rovesciamento di situazione, non solo nella speranza che questo processo unifichi tutti gli Iraniani dietro di lui, ma anche che ciò lo proietti come leader incontestato del mondo musulmano nella sua guerra contro gli Usa. Così sostituirebbe i più grandi leaders arabi, tutti sunniti, che si battono per ottenere questo titolo, in particolare personalità come Abdel Gamal Nasser o Saddam Hussein.
Dealing
with Global
Terrorism

In larga misura, Bagdad è già controllata dall'Iran; ciò nonostante gli iraniani esitano a scoprirsi prematuramente prendendo apertamente l'iniziativa. La possibilità che la capitale irachena sia presto nelle loro mani permette agli Iraniani, ed in particolare a M. Ahmadinejad di accarezzare il sogno di un'ascendenza morale su tutti i musulmani, ristabilendo il grande califfato di Bagdad com'era una volta, sotto Harun-al-Rashid (Califfato Abbaside, n.d.t.). Al momento non sarebbe che una questione di tempo che la Mecca cada ugualmente sotto i loro colpi. Grande strategia e Grande illusione: solo il tempo lo dirà.
Dall'altro lato, George W. Bush ha le redini del potere. Gli Iraniani hanno palesemente fallito nel loro calcolo, sottostimando il presidente statunitense, così come le forze che gli hanno permesso di accedere alla Casa Bianca nel gennaio 2001 ed una seconda volta nel gennaio 2005. Attizzando la crisi fino alla sua esplosione nel 2006, sarebbero stati chiaramente influenzati dai rovesci degli Usa in Iraq così come dalle loro difficoltà crescenti di fronte alla riemergenza dei talebani in Afghanistan.
Indubbiamente la tigre statunitense è stata ferita in Iraq al punto di non poter consolidare i suoi profitti nel Paese. Tuttavia, come è stato detto durante un altro forum nel novembre 2005, le sconfitte statunitensi sono state esagerate dagli avversari di George W. Bush. In realtà, adottando un punto di vista a lungo termine sulla loro impresa geo-strategica in Medio-Oriente, gli Usa hanno conosciuto notevoli successi. Come minimo, i principali sostenitori della seconda invasione in Iraq nel marzo 2003 hanno tratto dei generosi profitti dal progetto e potrebbero continuare a farlo ancora per molto tempo. In alcuni scritti precedenti, ( Dealing with Global Terrorism , dell'autore dell'articolo, n.d.t) era stato notato che l'invasione statunitense dell'Iraq era stata decisa poco tempo dopo che George W.Bush si fosse installato sulla poltrona presidenziale. Più o meno nello stesso momento, l'Iran fu incluso nella lista dei paesi dell' "l'asse del male". Da quel momento, l'Iran sarebbe dovuta cadere. L'Iran, secondo ogni probabilità, cadrà. Gli Usa cercano un casus belli plausibile. Gli Iraniani ne hanno fornito uno a .Bush, quasi su un piatto d'argento. M. Ahmadinejad ed i suoi sostenitori commetterebbero un grave errore supponendo che la debole popolarità del presidente statunitense lo forzi a cambiare rotta. Il presidente Bush non è uno che molla la presa. Si è già espresso sulla Terza Guerra Mondiale e la lunga guerra aperta contro il terrorismo nel mondo. George W.Bush farà cadere l'Iran prima che il suo secondo mandato finisca. Salvo un terremoto politico negli Usa, l'attacco all'Iran da parte degli Usa è una quasi certezza. Stavolta Bush e la sua squadra sperano di cavarsela meglio. Avranno tratto delle lezioni dagli errori commessi in Iraq. Questa volta vogliono uscirne da vincitori indiscutibili. La nazione iraniana sarà polverizzata sulla scia (dell'irachena n.d.t), affinché non esistano più dubbi nella mente di chiunque, sull'esito di un confronto. Se il presidente degli Usa decidesse, contro tutte le opinioni provenienti da diverse direzioni, di colpire l'Iran, il partito repubblicano a cui appartiene, così come i democratici, si serrerebbero dietro di lui, come già fecero dopo l'11 settembre. In quel momento, il tasso di popolarità del presidente statunitense potrebbe di nuovo oltrepassare la soglia del 50%. George Bush ambisce ad uscire dalla Casa Bianca da vincitore. Può salvare la propria gloria già sminuita, unicamente ottenendo un successo in Iran. Gli Iraniani non devono offrirgli una tale occasione. Nel nome della sopravvivenza della loro nazione, i dirigenti iraniani dovranno fare marcia indietro davanti alla determinazione statunitense di non lasciargli ottenere una nuclearizzazione, ufficiale o no. Tornare sulle proprie posizioni non è un prezzo troppo importante da pagare a questo stadio della storia iraniana, considerando il colpo mortale sferrato alla civiltà babilonese di cui l'Iran faceva, pure, parte nel passato. La civiltà iraniana è un'eredità preziosa per l'umanità. Non spetta che ai dirigenti iraniani salvarla dalla forza bruta che può essere scatenata contro di lei dalla superpotenza statunitense. (...) (Vinod Saighal- Voltairenet.org traduzione di CristinaFalzone/MegaChip)
12.01.2007

SOCIETA'

LUXURIA
AMBASCIATRICE
DEI GAY

Vladim_Luxuria

 

L'esponente di Rifondazione, Vladimiro Guadagno, ha manifestato la sua intenzione di difendere gli omosessuali visitando Turchia e Paesi arabi.

Vladimir Luxuria vuole fare l'ambasciatore. La causa che intende rappresentare all'estero non è quella dell'Italia ma quella degli omosessuali che in 80 Paesi del mondo, in larga maggioranza musulmani, vengono denunciati, condannati, a volte persino uccisi. In nome della legge
L'impegno l'aveva preso in campagna elettorale: "Voglio difendere gli omosessuali nei Paesi arabi", aveva detto ai giornalisti della stampa estera accorsi numerosi a conoscere il fenomeno Vlamidiro Guadagno, primo deputato transgender d'Italia. Per poi aggiungere, beandosi al primo applauso della giornata, "naturalmente senza l'uso delle bombe". Adesso parte la fase operativa. La prima missione è già decisa: Turchia (turchi permettendo). "Non perché ci è andato il Papa - ha spiegato da Città del Capo, in Sud Africa, dove si trovava in vacanza - ma perché entrerà in Europa e in Europa certe discriminazioni non possono essere accettate. Si parla tanto di diritti umani, si parla tanto di pena di morte. Giusto, ma anche la vita e la libertà degli omosessuali appartengono ai diritti umani. O no?".
Attenzione: nella lista degli 80 Paesi che hanno messo al bando l'omosessualità la Turchia non c'è. I gay magari non vengono considerati troppo bene ma non c'è alcuna legge specifica. "Bisogna procedere per gradi - ha rimarcato la deputata di Rifondazione - non possiamo mica fare subito il botto e andare a Teheran. Ma forse un giorno arriveremo anche lì". Del resto è vero che in Iran per i gay c'è la pena di morte. Ma è anche vero che a Teheran si trova l'unica clinica del mondo musulmano dove è possibile cambiare sesso. "L'aveva aperta Khomeini, commosso dalla storia di una donna che voleva diventare uomo. Ahmadinejad non ha il coraggio di chiuderla. Con tutti i soldi che gli porta...".
L'intervista
a <Haaretz>

Vladimir_LuxuriaCosa farà esattamente l'ambasciatore Luxuria? Il senso l'ha spiegato in un'intervista al giornale israeliano <Haaretz<: "Mi piacerebbe diventare una sorta di diplomatico italiano nel mondo islamico. Cosa succederà quando chiederò un incontro con i ministri della Cultura dei Paesi arabi? Sarà interessante sapere chi accetterà di incontrarmi e chi no". Qualche risposta l'avrà presto. Perché dopo l'esperimento Turchia l'idea è di andare in Egitto, Tunisia e Libano, Paesi dove l'omosessualità, a volte di fatto tollerata, è però punita con il carcere fino a cinque anni. Più del furto da noi. Perché i ministri della Cultura? "Sono quelli più aperti sul tema". E se le rispondono che in caso riceveranno Rutelli, loro pari grado? "Benissimo, lo accompagnerò. È molto attento al tema".
Ai ministri, Luxuria "senza pennacchi e costume di scena ma da parlamentare" chiederà informazioni su come gli omosessuali vivono nel loro Paese. Anche perché Islam e gay sono legati da un paradosso: "In questi Paesi l'omosessualità è vietata ma nella pratica è molto diffusa perché a scuola, nel lavoro, persino nei luoghi di culto, gli uomini stanno con gli uomini e le donne stanno con le donne. Le occasioni sono anche più che da noi. Ma non se ne parla, si fa finta di nulla come da noi ai tempi della Dc". Luxuria non teme che sollevare il caso possa peggiorare le cose: "Non vado mica in Mauritania a chiedere il riconoscimento delle coppie gay, ci sono già tanti problemi da noi. Non vado mica in Arabia Saudita a proporre un gay pride, ci sono stati già tanti problemi in Israele. Imporre a loro il nostro modello sarebbe colonialismo gay. L'importante è che gli omosessuali di questi Paesi abbiano un minimo di sicurezza e libertà. Poi saranno loro a decidere come combattere".
Però. Luxuria, portata alla Camera da Rifondazione, parla sempre di mondo arabo. Ma l'omosessualità è al bando anche nella comunista Cuba (reclusione o lavori forzati fino ad un anno) e viene punita anche nella comunista Cina, dove non c'è un articolo preciso ma di fatto può portare a cinque anni di carcere: "E che problema c'è? - risponde - Vorrà dire che andremo pure lì" Del resto nei giorni del ricovero di Fidel Castro, Luxuria aveva indicato il suo personale candidato alla successione: "Altro che il fratello Fidel, meglio la nipote Mariela. Fa la sessuologa e ha proposto una legge che consentirebbe a tutti i cubani di cambiare sesso. Naturalmente con un'operazione a spese dello Stato". (Lorenzo Salvia/TamLes)
12.01.2007

 

PIPE "OSCENE"
BLOCCATE
ALLA DOGANA

 

Il fatto, piuttosto insolito, è avvenuto nello scalo aeroportuale di Istanbul in Turchia. I titolari della merce sequestrata rischiano da 2 a 5 anni di carcere.

Si dice "fumare come un turco", ma adesso nel Paese della Mezzaluna bisogna stare attenti a che cosa si utilizza. Lo sanno bene i titolari di un'impresa di Antalya, che si sono visti bloccare alla dogana dalla polizia una partita di pipe molto particolare. Sono in vetro, vengono dal Sudamerica e la loro particolarità consiste nel fatto che riportano scene erotiche, che sono state considerate oscene dalla censura turca e pertanto fermate. Non solo. I titolari dell'impresa di Antalya sono stati messi sotto accusa per oscenità e rischiano da due a cinque anni di carcere.
Gli interessati hanno cercato di difendersi come potevano, dicendo che in Turchia ci sono ben altri esempi di articoli osceni, esposti senza problemi nelle vetrine dei negozi, ma alla procura di Bakirkoy (quartiere di Istanbul dove sorge l'aeroporto) non è bastato per "graziarli". Anzi, la commissione che ha esaminato i manufatti ha scritto che si tratta di "merce inutilizzabile perché in vetro e che non mostra alcun tratto originale ed esteticamente attraente. Mettono solo in mostra organi genitali, con chiari riferimenti sessuali".(Apcom)
12.01.2007

 

GUIDATE UBRIACHI?
STATE ATTENTI
SE SIETE IN TURCHIA

Da una lettera inviata al giornalista Beppe Severigni ci si rende conto come si comporta la polizia locale quando ferma un automobilista non proprio sobrio.

Caro Beppe, immagina la scena: dopo avere probabilmente ecceduto nelle libagioni, vi mettete alla guida e venite fermati dalle forze dell'ordine. Dopo i controlli di routine venite sottoposti alla verifica del tasso alcolico: risultate oltre i limiti di legge. Come si comportano i verificatori? Vi fanno scendere, vi ritirano la patente, vi accompagnano a 20 km dal luogo in cui avete lasciato la vostra automobile, e vi costringono a ritornare a piedi, per smaltire la sbornia. Se foste i protagonisti di un'esperienza del genere, non ritenete che prima di rimettervi al volante in stato di non perfetta lucidità dopo una ripetuta degustazione di chardonnay e torcolato e dopo aver discettato di retrogusto e barrique ci pensereste due volte? Fantalegge? Forse sì sul suolo italico, ma quello che potrebbe sembrare la trama di un film comico è esattamente ciò che avviene in un Paese non proprio all'avanguardia in materia giuridica, la Turchia, dove la scena sopra descritta è proprio la sanzione accessoria prevista per gli automobilisti trovati alticci. Io la ritengo un ottimo deterrente contro la guida in stato d'ebbrezza. (da una lettera di Mauro Luglio a Beppe Severigni /Corriere della sera.it)
12.01.2007

 

E ALLA FINE
A PAGARE E' LUI,
L'ANIMALE

Kurban_Bayral

Come si passa dalla notte dell'ultimo dell'anno alla festa del Sacrificio, meglio conosciuta nel Paese della Mezzaluna come Kurban Bayram.

La notte del 31 dicembre in piazza tra fuochi d'artificio e berretti di Babbo Natale, magari dopo una cena abbondantemente innaffiata di birra o raki, e la mattina successiva all'alba a pregare in moschea e poi, a casa, sacrificare un montone dopo aver recitato una preghiera in arabo. Sincretismo post moderno, pluralizzazione del Senso o società multiculturale? Forse un po' di tutto questo ma soprattutto una concreta realtà per molti turchi. Complici le bizzarrie del calendario che hanno fatto coincidere l'inizio del Kurban Bayram - la Festa del Sacrificio - con il primo gennaio, questa fine d'anno ha ribadito con rara efficacia come, al di là dei luoghi comuni e degli slogan da dépliant turistici, la quotidianità turca rappresenti realmente un laboratorio, il luogo dove incontrare l'Oriente e l'Occidente, il sacro e il profano, la religione e la secolarizzazione, in una sintesi sempre in divenire e difficile da catturare.
Affievolite le tradizionali polemiche fondate sulla sua confusione con la tradizione del Natale, i festeggiamenti per la fine dell'anno stanno ormai diventando una consuetudine nel paese.
Anche il Direttorato per gli Affari Religiosi quest'anno si è apertamente pronunciato dando la sua benedizione ai festeggiamenti profani. Sì, è un diritto di tutti festeggiare l'arrivo dell'anno nuovo e farlo non svalorizza le celebrazioni religiose. Migliaia di persone nelle piazze, musica, alcool ed anche l'immancabile bilancio di vittime e feriti - quest'anno tre persone sono morte colpite da proiettili vaganti. E l'indomani le moschee del paese si sono riempite di fedeli per la preghiera che sanciva l'inizio del Bayram, poi tutti a casa per il rituale del sacrificio.
Vitelli, mucche, pecore, montoni, tori, in alcuni casi anche cammelli, acquistati negli appositi spazi allestiti in tutto il paese dove allevatori e compratori si sono impegnati in estenuanti trattative. E poi ognuno si è ingegnato nel risolvere il problema di come ritornare a casa con la propria vittima designata, spesso facendo ricorso alla creatività, come quel signore fotografato sorridente accanto al suo perplesso vitello, entrambi accomodati sul sedile posteriore di un taxi.
Certo, non è possibile improvvisarsi esperti macellai ed inevitabile anche quest'anno è stata la lunga sequenza di maldestri sacrificatori finiti in ospedale per l'imperizia nel maneggiare coltelli ed ogni genere di arma da taglio. Così come immancabili le situazioni curiose o divertenti documentate dalle fotografie dei giornali: un toro inferocito che sfugge ai suoi carnefici inseguito da una folla affannata, oppure un vitello che nella disperata ricerca di libertà atterra nella finestra di un'ignara famigliola. E sempre i giornali non hanno rinunciato alla loro funzione pedagogica rimarcando con disappunto il fatto che, nonostante le precauzioni e gli avvertimenti della vigilia, anche quest'anno il rito del sacrificio avesse prodotto situazioni "che non avremmo mai voluto vedere".
Per chi non se l'è sentita di cimentarsi personalmente nel sacrificio dell'animale, oppure per chi volesse dire addio alle tradizioni della cultura rurale, vi era sempre la possibilità di versare soldi ad una fondazione che avrebbe provveduto al sacrificio in un ambiente asettico, per poi distribuire le carni alle famiglie più povere.
Incetta
di dolci

E dopo il sacrificio ed il primo pasto a base di interiora, kavurma, per tutti è cominciato il carosello delle visite ai parenti. Flussi incessanti di persone che si spostano da una casa all'altra, da una città all'altra, da un capo all'altro del Paese, secondo uno schema regolato dall'anzianità: i figli più giovani prima rendono visita ai genitori e poi ai fratelli maggiori, senza venire meno al rito del bacio della mano mentre i bambini suonano i campanelli dei vicini per fare incetta di dolci.
Per tre giorni gran parte del paese si siede in salotto tra teglie di baklava maison e fiumi di the, in realtà per rendere omaggio a ciò che costituisce il vero pilastro della società turca, la famiglia allargata, akraba, dimenticando temporaneamente i non pochi problemi che assillano la vita quotidiana. L'ultimo è arrivato dall'Iran, che ha deciso di interrompere improvvisamente le forniture di metano, giustificandosi con un inaspettato aumento della domanda interna. Una tradizione a quanto pare, visto che la stessa cosa si era verificata anche nel gennaio scorso.
E mentre la società turca si prendeva una pausa per celebrare se stessa, i giornali ricordavano come nel resto del mondo, ed un mondo molto vicino, qualcosa di importante continuava ad accadere.
Le fotografie della gioia nelle strade di Sofia e Bucarest campeggiavano con grande evidenza sulle prime pagine. Il tono dei commenti lasciava trasparire un insieme di sentimenti contrastanti. Il disappunto che, nel sottolineare come i due paesi avessero raggiunto l'obbiettivo dell'adesione senza avere pienamente rispettato i criteri richiesti, lanciava una frecciata all'Europa. La malcelata soddisfazione nell'evidenziare le dichiarazioni degli esponenti della UE che ricordavano ai due nuovi membri che comunque saranno sotto osservazione particolare.
Solamente alcuni commentatori hanno invece apertamente pronunciato la parola invidia, senza mancare di ricordare con rimpianto le occasioni perdute nel passato più o meno recente.
Unica consolazione il fatto che alcuni turchi comunque entreranno in Europa, si tratta della minoranza presente in Bulgaria. Le interviste ai suoi rappresentanti politici hanno rappresentato anche l'occasione per ricordare i molti passi in avanti che il cammino europeo ha permesso, dalle repressioni nazionaliste dell'era Zhivkov all'integrazione.
Le fotografie dell'esecuzione di Saddam Hussein hanno poi ricordato alla Turchia i suoi confini e le sue preoccupazioni mediorientali. Mentre le dichiarazioni ufficiali erano all'insegna della massima prudenza, eccessiva per alcuni commentatori che hanno parlato di silenzio del Ministero degli Esteri, e gran parte del mondo politico e intellettuale criticava la condanna a morte, il primo ministro Erdogan tracciava la linea politica del futuro prossimo: "Attualmente per la Turchia l'Irak ha assunto la priorità anche rispetto al processo di adesione europeo". (Fabio Salomoni/http://osservatoriobalcani.org/article/articleview/6602/1/51/)
12.01.2007

CRONACA

PRECIPITA AEREO: MUOIONO 30 LAVORATORI TURCHI

Immagine_del_disastro_aereo

La sciagura è avvenuta nei pressi dell'aeroporto iracheno di Baghdad. Le vittime si erano imbarcate ad Adana. Tra le causa, la fitta nebbia.

L%27Antonov_in_voloUn aereo che trasportava lavoratori turchi in arrivo da Adana, in Turchia, si è schiantato poco prima dell'atterraggio, nei pressi dell'aeroporto di Baghdad. A bordo del velivolo, un Antonov-26 moldavo, c'erano 29 lavoratori turchi, un americano e 5 membri dell'equipaggio. Il volo era partito da Adana, nel sud della Turchia, questa mattina alle 6 ora locale ed è precipitato poco prima di giungere sulla pista di atterraggio dell'aeroporto della capitale irachena.
Secondo un comunicato rilasciato dal ministero degli Esteri della Turchia, la causa più probabile dell'incidente sarebbero stati i fitti banchi di nebbia incontrati dall'aereo a pochi chilometri da Baghdad. In un primo tempo l'emittente tv <al Arabiya> aveva detto - per poi smentire la notizia - che il veivolo era stato abbattuto da un missile sparato da una vecchia base dell'esercito iracheno nei pressi di Balad, una cittadina nella regione sunnita di Salaheddin a circa 100 chilometri a nord di Baghdad. Le autorità turche hanno confermato che i morti sono una trentina, senza peraltro specificarne la nazionalità. (Ign Esteri)
12.01.2007

 

MESSAGGIO DI CORDOGLIO DI PRODI

Sezer_con_Prodi

Il nostro presidente del Consiglio lo ha inviato al Capo dello Stato turco per la tragedia dell'Antonov precipitato.

Il premier Romano Prodi ha inviato un messaggio di cordoglio al president