ATTUALITA'
DIALOGO

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Le
parole di rinnovata amicizia del nostro presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano all'omologo turco Ahmet Necdet
Sezer sono la testimonanza che Ankara può farcela ad
entrare in Europa. |
La visita di Ahmet Necdt
Sezer a Roma - la prima fatta da questo presidente della
Repubblica turco e la seconda dopo quella di Suleyman Demirel
tanti anni fa (Turgur Ozal vi era venuto infatti come Primo
Ministro) è tanto più significativa non solo perché l'ospite ha
incassato dal nostro Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, la
piena solidarietà dell'Italia all'alleato Nato nel proseguimento
dei negoziati di adesione di Ankara all'Europa, quanto e
soprattutto perché si è toccato con mano come i rapporti
di amicizia tra i due Paesi, al di qua e al di là del
Mediterraneo, siano molti stretti e non vincolati certo da
mutamenti ai vertici delle istituzioni.
L'apertura, nelle Sala delle Bandiere del Quirinale, della mostra
"Turchia 7000 anni di storia" è la testimonianza
diretta - come faceva rilevare la giornalista di <Sabah> Yasemin
Taskin - che l'ex Impero ottomano ha tutti i diritti di entrare
nell'UE in quanto è proprio nell'Anatolia, in epoca neolitica,
che si è formata la civiltà, quella stessa, che greci prima e
romani poi porteranno al grado più alto di perfezione. Del resto
come non riflettere sulle parole del ministro della Cultura e del
Turismo turco, Atilla Koc, che nel corso di una conferenza stampa
annunciava proprio qualche giorno fa le ultime scoperte di una
missione archeologica italiana in Turchia secondo la quale i
fondatori di Napoli provenivano da zone vicino ad Izmir. Come dire
che Virgilio, nell' "Eneide" non si era inventato un bel
nulla con il suo Enea approdato nelle terre del Lazio. Sì, la
Turchia ha tutti i titoli per sentirsi Occidente senza per questo
rinnegare, come popolo, le sue origini asiatiche e quindi
orientali. Titoli, peraltro, dei quali l'Europa - e nella
fattispecie Bruxelles - non può disconoscere con
"teoremi" assolutamente privi di sostanza. E' anche vero
però che Ankara deve portare avanti tutte le riforme che le sono
state chieste, adoperandosi in particolare per superare gli
ostacoli che si frappongono e che sono più all'interno del Paese.
Ostacoli, lasciatecelo dire con tutta franchezza che molto spesso
non hanno il loro denominatore comune in una economia ancora
ferraginosa (nonostante in tanti successi ottenuti) o in una
scarsa comprensione dei diritti umani (pur se sono stati fatti
molti passi avanti), o nella irrisolta questione di Cipro od
ancora nella frizione palese tra Forze Armate e Governo, quanto
piuttosto nella mentalità di un popolo rigidamente orgoglioso se
non addirittura eccessivamente nazionalista. Alle volte - come
diceva Talleyrand - le ragioni di un Paese vanno messe da parte
quando
è in discussione l'interesse dello stesso. Questo, è
ovvio, non significa calarsi i calzoni altrimenti la Turchia si
troverebbe a subire i soprusi ed i diktat di chi, o per un motivo
o per un altro, con mille scuse grida ai quattro venti che
l'adesione di Ankara porterebbe solo conseguenze negative. Le
parole di Napolitano ("L'ingresso della Turchia darà un
contributo essenziale all'ampliamento e al consolidamento di
quello spazio comune di democrazia fondato sul rispetto della
dignità della persona, delle libertà fondamentali e dello Stato
di diritto...") siano dunque foriere di momenti di un dialogo
più disteso, ma soprattutto più sincero, tra un Paese che ha
tutti i diritti di varcare una porta e chi al contrario questa
porta la tiene chiusa. (Turchia Oggi)
12.01.2007
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INTERESSE
STRATEGICO

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Lo
è certamente l'adesione della Turchia all'UE anche
se poi questa - come ha osservato il nostro Capo dello Stato
- deve proseguire sulla strada delle riforme. |
E' interesse strategico
dell'Europa l'ingresso della Turchia nell'UE ma al tempo stesso
Ankara deve adoperarsi per rispondere pienamente alle richieste
avanzate da Bruxelles e che condizionano l'adesione alla comunità
del Paese euro-asiatico. Il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano ha ribadito la posizione italiana ricevendo al
Quirinale il presidente turco Ahmet Necdet Sezer, in visita
ufficiale nel nostro Paese. ''L'Italia sostiene da sempre
con convinzione il percorso di avvicinamento della Turchia
all'Europa - ha confermato il Capo dello Stato - nella certezza
che l'ingresso di Ankara nella UE darà un contributo essenziale
all'ampliamento e al consolidamento di quello spazio comune di
democrazia fondato sul rispetto della dignità della
persona, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto, nel
quale si è espressa l'unità dell'Europa. La positiva
prosecuzione del negoziato di adesione fra UE e Turchia
rappresenta quindi un interesse strategico per l'Unione europea''.
Al tempo stesso, ha sottolineato Napolitano, ''essa costituisce uno
stimolo per Ankara a consolidare le riforme già avviate e a mettere
in atto tutte le misure necessarie al pieno rispetto delle regole
comunitarie, così da adempiere integralmente alle
condizioni richieste per l'adesione; e costituisce in pari tempo -
ha osservato ancora il Capo dello Stato - un motivo ulteriore di
impegno per l'Europa a riformare e rafforzare le proprie
istituzioni affinché l'UE più larga di oggi e di domani possa
raccogliere pienamente le sfide e le missioni cui è chiamata''.
Ricevendo Sezer al Quirinale (martedì 9 gennaio u.s, ndr) Napolitano
ha confermato con
soddisfazione ''la perdurante concordanza di Turchia e Italia su
tutti i temi affrontati''. Temi che vanno appunto
dall'allargamento dell'Unione europea al dialogo tra le due sponde
del Mediterraneo, dalla missione in Libano al più vasto processo
di pace in Medio Oriente e ai rapporti fra Israele e il futuro
Stato palestinese. ''I nostri Paesi - ha rimarcato il presidente
della Repubblica italiana - sono uniti nella convinzione che sia
indispensabile favorire la
collaborazione fra le due sponde del Mediterraneo per
promuovere efficacemente la crescita economica, il progresso
sociale, la tutela della democrazia e dei diritti umani: elementi
- ha ricordato - tutti connessi e interdipendenti tra loro''.
Napolitano ha poi rilevato come due Paesi siano impegnati fianco a fianco
nella missione Unifil in
Libano, alla quale forniscono entrambi un contributo di
grande rilievo. "Sono certo - ha detto - che la collaborazione fra le nostre
truppe, nel quadro di un'azione politica multilaterale concordata,
potrà fornire un contributo determinante alla tutela della
stabilità in Libano e della sua piena sovranità e indipendenza''.
Analogamente, ''Turchia e Italia condividono una visione del
processo di pace in Medio
Oriente, in cui la ripresa del dialogo diretto fra le parti
costituisce il necessario presupposto per una soluzione equa,
giusta e duratura, basata - ha ribadito infine Napolitano - sulla garanzia
della sicurezza di Israele e sulla creazione di uno Stato
palestinese indipendente entro confini certi e riconosciuti".
(Adnkronos)
____________________________
IL TESTO DI NAPOLITANO
Ho accolto con particolare
piacere la visita a Roma del presidente Sezer, che a poco più di
un anno dalla visita in Turchia del mio predecessore, e a pochi
giorni dalla prevista visita in Turchia del presidente del
Consiglio, On. Prodi, conferma l'eccellente livello delle
relazioni esistenti tra Turchia e Italia.
Sul piano politico, i nostri due Paesi hanno costruito un solido
rapporto di collaborazione articolato intorno ad alcuni strumenti
di particolare rilievo: il Protocollo di collaborazione
rafforzata, l'Accordo di cooperazione fra i due Parlamenti
nazionali, il Foro di Dialogo delle Società Civili.
In campo economico, l'Italia è oggi il terzo partner commerciale
della Turchia, con un interscambio che nel 2006 ha superato i 15
miliardi di dollari. Oltre 500 imprese italiane sono attive in
Turchia, con importanti investimenti in settori di primaria
importanza come le banche, l'energia, le alte tecnologie e i
servizi.
Anche sul piano culturale, Turchia e Italia intrattengono delle
relazioni eccellenti, come dimostra l'interesse per la lingua e la
cultura italiana in Turchia, la cooperazione fra le nostre
università in campo scientifico e tecnologico e quella volta alla
valorizzazione dello straordinario patrimonio storico e artistico
della Turchia. La mostra che verrà inaugurata domani al Quirinale
costituisce un sintetico esempio di questo patrimonio.
Turchia e Italia condividono una piena sintonia di vedute sulle
principali questioni internazionali. Ne è testimonianza la comune
scelta atlantica, rafforzata oggi dal condiviso impegno per
mantenere la Nato all'altezza delle sfide che la complessità del
mondo moderno ci pone. Ne è testimonianza altresì lo sforzo
congiunto, all'interno delle Nazioni Unite, in favore delle
riforme necessarie per accentuarne la democraticità, la
rappresentatività e l'efficacia.
Turchia e Italia possiedono una sensibilità comune, che vede il
dialogo fra diverse culture come fonte di crescita ed
arricchimento reciproci. Per tale motivo, i nostri Paesi sono
uniti nella convinzione che sia indispensabile favorire la
collaborazione fra le due sponde del Mediterraneo per promuovere
efficacemente la crescita economica, il progresso sociale, la
tutela della democrazia e dei diritti umani: elementi tutti
connessi ed interdipendenti fra loro.
In tale contesto, i nostri Paesi sono impegnati fianco a fianco
nella missione Unifil in Libano, alla quale forniscono entrambi un
contributo di grande rilievo. Sono certo che la collaborazione fra
le nostre truppe, nel quadro di un'azione politica multilaterale
concordata, potrà fornire un contributo determinante alla tutela
della stabilità del Libano e della sua piena sovranità e
indipendenza.
Analogamente, Turchia e Italia condividono una visione del
processo di pace in Medio Oriente in cui la ripresa del dialogo
diretto fra le parti costituisce il necessario presupposto per una
soluzione equa, giusta e duratura, basata sulla garanzia della
sicurezza di Israele e sulla creazione di uno Stato palestinese
indipendente entro confini certi e riconosciuti.
L'Italia sostiene da sempre con convinzione il percorso di
avvicinamento della Turchia all'Europa, nella certezza che
l'ingresso di Ankara nell'Unione Europea darà un contributo
essenziale all'ampliamento e al consolidamento di quello spazio
comune di democrazia - fondato sul rispetto della dignità della
persona, delle libertà fondamentali e dello stato di diritto -
nel quale si è espressa l'unità dell'Europa.
La positiva prosecuzione del negoziato di adesione fra Unione
Europea e Turchia rappresenta quindi un interesse strategico per
l'Unione. Essa costituisce uno stimolo per Ankara a consolidare le
riforme già avviate e a mettere in atto tutte le misure
necessarie al pieno rispetto delle regole comunitarie, così da
adempiere integralmente alle condizioni richieste per l'adesione.
E costituisce in pari tempo un motivo ulteriore di impegno per
l'Europa a riformare e rafforzare le proprie istituzioni affinché
l'Unione più larga di oggi e di domani possa raccogliere
pienamente le sfide e le missioni a cui è chiamata.
Sono lieto di aver potuto riscontrare, nel corso del colloquio con
il presidente Sezer, la perdurante concordanza di Turchia e Italia
su tutti i temi affrontati. Desidero dunque rinnovargli il mio
benvenuto a Roma, nella convinzione che la sua visita in Italia
contribuirà a rafforzare ancora l'antica amicizia fra i nostri
Paesi.
E QUELLO DI
SEZER
Illustri Rappresentanti della Stampa, siamo particolarmente felici
di trovarci nell'amica ed alleata Italia. Desidero ringraziare per
la calorosa ospitalità dimostrataci dal momen to del nostro
arrivo a Roma.
La Turchia e l'Italia sono due Paesi amici con forti legami
radicati che risalgono nella storia del Mediterraneo e
dell'Europa. Recentemente lo scambio reciproco di visite ad alto
livello è un importante testimonianza della collaborazione
consolidata tra i nostri Paesi.
Durante gli incontri che ho avuto con il presidente Napolitano
abbiamo esaminato le possibilità di sviluppare ulteriormente in
tutti i settori le nostre relazioni bilaterali già ad ottimo
livello. Abbiamo constatato con piacere di condividere la stessa
forte volontà di incrementare ad un livello superiore la nostra
collaborazione esistente nei settori dell'economia, commercio,
cultura, turismo e militare.
E' ulteriormente motivo di soddisfazione che il commercio
bilaterale tra la Turchia e l'Italia abbia superato 10 miliardi di
euro l'anno scorso e ci siano ancora delle enormi possibilità per
aumentare ancora questa cifra.
Nei colloqui con il presidente Napolitano abbiamo avuto uno
scambio di idee sui temi regionali ed internazionali di interesse
comune dei nostri Paesi. La Turchia e l'Italia conducono una
radicata cooperazione nell'ambito di molte organizzazioni
internazionali, a cominciare dalla Nato. Siamo decisi di procedere
a collaborare con la stessa determinazione anche in futuro.
Apprezziamo profondamente il forte appoggio che l'Italia fornisce
al nostro Paese per l'adesione all'Unione Europea. Siamo convinti
che l'adesione della Turchia all'Unione Europea apporterà
un'ulteriore contributo all'identità politica dell'Europa,
rafforzerà la sua economia e sicurezza e svilupperà la
comprensione globale e la collaborazione.
Durante questa mia visita sono altresì felice di inaugurare con
il presidente Napolitano una mostra che illuminerà il patrimonio
culturale della storia della Turchia che risale a periodi molto
antichi. Sono convinto che questa mostra contribuirà ad una
maggiore conoscenza della nazione turca da parte della nazione
italiana con la quale ha condiviso molti elementi comuni nel corso
della storia.
Con l'augurio che questa visita contribuisca al consolidamento
dell'amicizia e della collaborazione turco-italiana, vi saluto
vivamente. Grazie.
12.01.2007
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REALIZZAZIONE DI UN CAMMINO

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Grande
sintonia di pensiero e di intenti nel corso del pranzo
offerto da Giorgio Napolitano al Capo dello Stato turco. |
"I principi e i valori
che fanno dell'Europa un territorio dei diritti non sono solo i
fondamenti del nostro spazio giuridico ma anche i pilastri
dell'agire comune". Lo ha detto il presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del pranzo di Stato
offerto al presidente della Turchia, Sezer.
"La volontà del suo Paese di aderire all'Unione Europa - ha
dichiarato Napolitano rivolgendosi al suo omologo di Ankara - e
l'impegno che sta profondendo per realizzare questo cammino, sono
una ulteriore conferma della sua aspirazione a integrarsi nello
spazio di valori e di principi comuni al nostro continente.
Principi e valori che fanno dell'Europa un territorio di diritti,
in cui la più ampia tutela della libertà di espressione, delle
minoranze quanto di ogni cittadino indipendentemente dal sesso,
dalla confessione religiosa o dall'appartenenza etnica, sono non
solo i fondamenti del nostro spazio giuridico, ma anche i pilastri
dell'agire comune".(Apcom)
12.01.2007
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NEL SEGNO
DELL'AMICIZIA

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Incontro
in Campidoglio tra il sindaco di Roma Walter Veltroni ed il
presidente della Repubblica turco Ahmet Necdet Sezer.
Centocinquant'anni di rapporti diplomatici tra due Paesi. La
visita all'Altare della Patria. |
Breve incontro in Campidoglio tra il sindaco di
Roma Walter Veltroni ed il presidente della Repubblica turca Ahmet
Necdet Sezer, alla presenza delle rispettive consorti. Il primo
cittadino e Sezer si sono trattenuti per un quarto d'ora nello
studio privato del sindaco, un'occasione per discutere sulla
necessità dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea.
"Quello tra Italia e Turchia - ha detto Sezer - è un
rapporto che si basa su centocinquant'anni di rapporti
diplomatici. Già quarant'anni fa avanzammo la richiesta per
entrare in Europa, ma in molti Paesi è stata forte l'opposizione.
L'iter per l'ingresso della Turchia in Europa - ha continuato il
presidente turco concludendo - non porta vantaggi unilaterali, ma
anche per l'Europa stessa per quanto riguarda la politica, la
sicurezza e l'economia".
Per Veltroni è stato un incontro "nel segno dell'amicizia
tra due Paesi dalla storia e dalla cultura antica. È interesse
della Turchia, e credo anche dell'Europa, che questo Paese entri
nella Comunità europea. L'amicizia e il sostegno che ci sono in
Italia per la Turchia non sono solo nell'interesse di questa ma
dell'Europa intera: non si può chiedere di più alla Turchia di
quanto si chiede agli altri".
Il sindaco di Roma ha infine salutato Sezer ricordando il grande
spirito di accoglienza del popolo turco manifestato in particolare
in occasione della visita di Benedetto XVI in quel Paese.
_____________________________
In precedenza il nostro ministro della Difesa
Arturo Parisi aveva ricevuto all'Altare della Patria a
Roma il presidente turco Ahmet Necdet Sezer. Parisi e Sezer avevano deposto una corona di fiori alla
tomba del Milite Ignoto.
La cerimonia aveva avuto inizio alle 9.15. Ad attendere il Capo di
Stato turco, accanto al ministro, c'era anche il Capo di Stato
Maggiore della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola.
Dopo gli inni nazionali e gli onori alla bandiera di guerra del
Secondo Reggimento Granatieri di Sardegna, Parisi e Sezer avevano
passato in rassegna uno schieramento interforze e si erano
indirizzati verso il sacrario del Milite Ignoto, dove avevano
deposto una corona.
Il Capo dello Stato turco si era poi visto con il presidente
del Consiglio Romano Prodi a Villa Doria Phampili. (Apcom)
12.01.2007
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LA STRATEGIA DI KOC

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Il
ministro della Cultura turco ha illustrato - nel corso di una
conferenza stampa - le nuove linee del Governo per riportare
la Turchia all'avanguardia per quanto riguarda le presenze
turistiche nel Paese della Mezzaluna. |
Se si pensa che sono ancora
più di 2500 le città da scavare in Anatolia e che le missioni
archeologiche - da quelle italiane (20 al momento) a quelle
tedesche, da quelle francesi a quelle inglesi ed americane - sono un numero
assai ridotto, è facile dedurne che ci vorranno anni ed anni prima
che l'intero patrimonio culturale di questa terra meravigliosa -
l'Asia Minore dei romani - possa venire completamente alla luce.
Ma la Turchia già adesso ha tanto da offrire. Le sue ricchezze
sono tali e tante che non basterebbe una vita - ci riferiamo ai
novelli Schliemann che desiderino arricchire la propria conoscenza
- per vedere tutto. Ma la Turchia non è solo questo. Ai ruderi,
ai reperti antichissimi, agli scavi e a tante altre belle cose
ancora - come ad esempio le moschee ed i palazzi di epoca ottomana
-
il Paese della Mezzaluna offre la sua natura con il suo mare
e le sue spiagge, le sue montagne, le foreste, i laghi. Un immenso
tesoro che è alla base poi del richiamo turistico.
Non v'è dubbio che la Turchia - quando si parla di turismo - è
molto sensibile a questo argomento, né potrebbe essere altrimenti
essendo questa una voce determinante per la sua economia e di
conseguenza per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti. Tanto
sensibile che - se una stagione va male come lo è stata nell'anno
appena trascorso (vuoi per i casi di aviaria, vuoi per una serie
di attentati, vuoi per forme incontrollate di fanatismo religioso
culminate nell'assassinio di una sacerdote italiano) - il Governo
non poteva certo rimanere inerte. Specie quando la concorrenza -
sia di Italia, Grecia e Spagna, sia di altri Paesi che affacciano
nel Mediterraneo - è piuttosto forte. Ecco allora che la strategia
per attirare potenziali turisti non poteva essere più quella
dell'attesa, come già in passato visto che le cose fino al 2005
andavano bene. Ce lo ha spiegato - nel corso di una conferenza
stampa - il ministro Atilla Koc, consapevole che se la Turchia
vuole uscire dall'impasse deve rimboccarsi le maniche e
mettercela tutta per ridare fiducia ad una clientela, specie
quella europea, che troppo facilmente si è lasciata prendere dal
panico mandando a rotoli l'ambizione di un Paese che ambiva a
toccare il vertice delle presenze turistiche. "Turchia,
7000
anni di storia"
L'esposizione di Koc
- che era assistito dalla ambasciatrice del ministero degli Esteri
turco, signora Aysenur Alpasan, e dalla direttrice dell'Ufficio
del Turismo turco in Italia, signora Serra Aytun - ha toccato vari
temi sia per quanto riguarda il turismo di massa (sole e mare),
sia per quanto riguarda quello termale, religioso e
naturalmente culturale. Peccato solo che il ministro -
venuto a Roma tra l'altro per assistere alla inaugurazione della
mostra "Turchia 7000 anni storia" - si sia dimenticato
di parlare di un altro turismo, e più precisamente di quello
invernale. In un'epoca in cui in Europa è sempre meno freddo e
nevica sempre meno, con le Alpi che lasciano ormai trasparire il
brullo delle rocce, il Paese della Mezzaluna potrebbe sviluppare
maggiormente le sue risorse in zone che spaziano da un lato
all'altro dell'Anatolia, da Uludag ai monti di Erzurum. Si tratta
solo di rendere le strutture, se non proprio paragonabili a
quelle delle Dolomiti, comunque moderne ed accoglienti. E state
certi, allora - qualora venissero incrementati voli charter da e
per l'Europa - che sarebbero a migliaia gli aspiranti sciatori
desiderosi di provare le piste turche.
L'impressione che ci fatto il ministro Koc è stata quella di un
uomo capace, desideroso di rimettere la Turchia al passo con gli
altri Paesi. Lo sforzo suo e dell'intero Governo di Ankara nella
creazione di un efficiente settore turistico con un alto livello
di competitività internazionale - specie ora che Istanbul si fa
bella per diventare capitale cultura nel 2010 ed Izmir è in gara
con Milano per ospitare l'Expo 2015 - sarà tanto più encomiabile
se alle parole seguiranno fatti concreti. Molte volte infatti, in
altre occasioni, si è sentito dire che le autorità competenti
avrebbero preso provvedimenti per frenare la speculazione edilizia
che deturpa sia le coste dell'Egeo e del Mediterraneo sia
l'entroterra, molte volte si è sentire dire che le sovrintendenze
artistiche sarebbero intervenute con loro iniziative per
risollevare alcuni siti archeologici dallo stato di abbandono in
cui si trovano. Il turismo, non a caso, è fatto anche di impatto
visivo. Non c'è niente di peggio infatti (questo vale anche per
l'Italia) che vedere monumenti e natura trascurati.
L'incontro che Koc ha avuto con il nostro vice-premier Francesco
Rutelli - il quale peraltro ha accettato l'invito
rivoltogli di recarsi in Turchia a primavera - potrebbe essere
l'inizio di una più stretta collaborazione tra Roma ed Ankara. Si
sottolineava poc'anzi che turismo è "sinonimo" di
economia. Bene! Come si creano in economia joint venture
tra società ed imprese (e sono tantissime quelle italo-turche),ugualmente
si potrebbero creare joint venture nel turismo tra
operatori ed agenzie del settore. I vantaggi sarebbero enormi
giacché per un gruppo di italiani che parte per la
Turchia ce ne sarebbe uno eguale in partenza per il nostro Paese.
Questa è un'idea. La giriamo al ministro. (Veronica
Incagliati)
12.01.2007
|
L'AUSPICIO
DI MARINI

|
E'
durato circa 40 minuti il colloquio a palazzo Giustiniani
tra il presidente del Senato ed il Capo dello Stato turco. |
"I negoziati ci sono,
ci sono difficoltà e spero siano presto superate". Questo
l'auspicio del presidente del Senato Franco Marini al termine
dell'incontro, a palazzo Giustiniani, con il presidente della
Repubblica turca Ahmet Necdet Sezer, circa il possibile ingresso
di questo Paese nell'Unione Europea. "Noi siamo un Paese - ha
sostenuto Marini dopo 40 minuti di colloquio con il Capo dello
Stato turco - dove sia la politica, maggioranza ed opposizione,
sia l'opinione pubblica vedono con simpatia l'ingresso di Ankara
nell'UE". Questo - ha spiegato Marini - "per ragioni
economiche perché la Turchia è un grande Paese che può
rafforzare fortemente i rapporti di interscambio tra Italia e il
Paese anatolico, sia per il ruolo che, dentro l'Europa, potrà
avere in futuro nel Mediterraneo, sia per ragioni strategiche. E'
un Paese musulmano e laico, con qualche problema, come abbiamo
tutti, però è un Paese solido". "Noi dobbiamo
continuare con serietà - ha sottolineato ancora il presidente del
Senato - chiedendo il rispetto delle condizioni che l'Unione pone,
ma senza ambiguità a favorire il negoziato per arrivare
all'integrazione della Turchia".
"La Turchia è un Paese importante. Importantissimo nell'area
del Mediterraneo e dell'Europa", ha ribadito Marini che
riguardo al colloquio con Sezer ha riferito di una volontà
forte di raggiungere questa "ntegrazione" da parte dei
turchi.
"L'auguro - ha concluso sempre Marini - è che si riesca a
fare superando le difficoltà che ancora ci sono nel
negoziato". (Ansa)
12.01.2007
|
"CONTINUEREMO
SULLA STRADA DELLE RIFORME"
|
L'assicurazione
venuta dal ministro degli Esteri turco,
Abdullah Gul. |
La Turchia
ha assicurato che non sprecherà quest'anno, ma intende
andare avanti sulla strada dell'avvicinamento all'Unione Europea
nonostante il congelamento di parte dei capitoli del negoziato.
"Il Governo continuerà nel cammino delle riforme e
presenterà queste ultime al Parlamento entro l'anno", ha
detto il ministro degli Esteri Abdullah Gul. "Il 2007 non
sarà un anno sprecato per la Turchia", ha aggiunto. (Agi)
12.01.2007
|
IN
AUMENTO GLI EUROSCETTICI

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Solo
il 21.1% in Turchia ritiene che il Paese entrerà in Europa.
Il 52.6% non ci crede e ben un 13.6% vorrebbe addirittura
lasciare perdere. |
Aumentano
gli euro-scettici in Turchia. Secondo un sondaggio condotto
dall'autorevole quotidiano <Milliyet>, di opposizione
moderata, il 52.6% dei turchi non crede nell'ingresso nell'Unione
Europea. Solo il 21.1% è convinto che i negoziati si
concluderanno positivamente ed il 13.6% pensa che il Paese della
Mezzaluna dovrebbe addirittura lasciare perdere.
Scarso ottimismo anche per quanto riguarda l'anno appena iniziato.
Solo il 31% dei turchi si aspetta miglioramenti nella situazione
economica. Il 69% è convinto che le cose rimarranno allo stato
attuale o che peggioreranno. (Apcom)
12.01.2007
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L'OSTILITA'
DELLA MUSSOLINI
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L'euro-parlamentare
di Alternativa Sociale non ha gradito le parole del
presidente Napolitano a proposito della sua apertura nei
confronti di Ankara. |
Rivolgo un sommesso richiamo
al presidente Napolitano poiché, come egli ben sa, non tutti gli
italiani e non tutti i partiti politici sostengono l'ingresso
nell'UE della Turchia". Lo ha afferma Alessandra Mussolini,
euro-parlamentare di Alternativa Sociale, a proposito delle
dichiarazioni del Capo dello Stato il quale ha definito
"strategico" il rapporto del nostro Paese con Ankara. (TgCom)
12.01.2007
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BAYKAL
INVITA SEZER NEL CHP

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La
proposta avanzata al Capo dello Stato dal leader del partito
di opposizione al Governo in Turchia non è molto piaciuta
al premier Recep Tayyip Erdogan. |
Le elezioni
turche per il nuovo Capo dello Stato ed il rinnovo del Parlamento
sono alle porte, sale l'attesa e c'è qualcuno che tenta anche il
colpo di scena. Ne sa qualcosa Deniz Baykal, leader del Chp, il
Partito repubblicano del Popolo e principale voce dell'opposizione
del Paese, che ha invitato il presidente della Repubblica Ahmet
Necdet Sezer - una volta finito il suo andato a palazzo Cankaya -
ad entrare nel Chp e a fare politica attiva.
Baykal ha sottolineato con forza come una personalità apprezzata
in tutto il Paese come quella di Sezer, potrebbe essere
un'occasione di rafforzamento per l'opposizione. L'idea è
piaciuta poco al premier Recep Tayyip Erdogan che in Sezer
vede il suo più temibile nemico e non vorrebbe trovarselo anche
come avversario. Erdogan ha detto che Sezer "dovrebbe
rifiutare l'offerta grazie alla sua posizione istituzionale".
E Sezer? Il Capo dello Stato, noto a tutti per la sua
integrità morale e serietà, ha fatto sapere che dopo la fine del
suo mandato tornerà a casa. Ma al 4 di novembre, data del voto
politico, mancano ancora 10 mesi. E c'è chi è pronto a
scommettere che i colpi di scena non mancheranno. (Apcom)
12.01.2007
|
I
BUSINESSMEN TEMONO IL CAOS ELETTORALE
|
"E'
difficile essere ottimisti se si guarda all'anno
passato", ha detto per tutti Erdal Karamercan, Ceo di
<Eczacibasi>. |
L'anno che
si è appena aperto sarà molto importante per la Turchia,
soprattutto a causa del doppio appuntamento elettorale. E c'è chi
teme rivolgimenti sull'economia. I principali uomini di affari
turchi hanno espresso molto scetticismo e se tanti si sono
trincerati dietro un diplomatico "stiamo a vedere",
altri non hanno voluto nascondere i loro dubbi.
Uno per tutti Erdal Karamercan, Ceo di <Eczacibasi>, che ha
detto. "E' difficile essere ottimisti se si guarda all'anno
passato e alla situazione economica e politica in generale".
Sono in molti a ricordare il peso negativo che le polemiche hanno
avuto sul periodo di incertezza dei mercati in aprile e maggio.
Difficoltà che hanno portato la Banca Centrale turca ad aumentare
i tassi di interesse. (Apcom)
12.01.2007
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IL PONTE
DELLA DISCORDIA E' CADUTO

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Il
presidente di Cipro Nord, Mehmet Ali Talat, ha dato l'ordine
di abbattere il "Lokmaci Bridge" che sovrasta a
Nicosia Ledra Street. L'ira del gen. Yasar Buyukanit, Capo
di Stato Maggiore delle Forze Armate turche. |
Se non è un segnale di
distensione gli assomiglia molto. Mehmet Ali Talat, presidente
della Kktc, la Repubblica turca di Cipro Nord, ha dato l'ordine di
abbattere il "Lokmaci Bridge", il ponte che sovrasta
Ledra Street, asse commerciale che divide la parte greca di
Nicosia da quella turca e che sconfina nella zona sotto protezione
dell'Onu.
Un particolare che aveva creato grande disappunto da parte dei
greco-ciprioti dell'isola e che aveva generato non poche tensioni
fra i due Governi. Il ponte era stato eretto nel 2005. Lo scorso
28 dicembre Talat aveva anticipato la decisione di abbattere la
costruzione. Un annuncio arrivato come una bomba nel mondo
politico turco, soprattutto per le profonde implicazioni
politiche. Talat ha reso noto che questa decisione deve essere
accolta dal Governo greco come un atto di "buona
volontà" in vista della riunificazione dell'isola. La
demolizione del ponte è stata seguita in diretta dai principali
media turchi. La vicenda ha infatti riportato in primo piano la
difficile situazione dell'isola, spaccata n due dal 1974.
Il Governo Ecevit decise di invadere l'isola in seguito ai segnali
annessione di Cipro alla Grecia. Sul suo territorio vivono circa
200 mila turchi. La Repubblica di Cipro Nord è riconosciuta a
livello internazionale solo da Ankara che in compenso si rifiuta
di riconoscere la parte greca dell'isola. Proprio la mancata
apertura degli scali turchi a Cipro Sud è stata causa, lo scorso
dicembre, del congelamento di 8 su 35 capitoli negoziali per
l'ingresso del Paese della Mezzaluna nell'Unione Europea.
Se con il gesto Talat sperava di distendere i rapporti con il
Governo di Tassos Papadopoulos, presidente della Repubblica di
Cipro, un risultato concreto lo ha già portato a casa, anche se
non proprio positivo: le ire dell'establishment militare turco. Il
Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate turche, generale Yasar
Buyukanit, ha fatto sapere di essere contrario a gesti un
unilaterali. C'è stato anche un incontro a tre fra Talat,
Buyukanit ed il ministro deegli Esteri turco Abdullah Gul che ha
cercato di mediare ma con scarsissimi risultati. Se il presidente
Talat aveva fatto sapere di non essere disposto a tornare sulle
sue decisioni, Buyukanit dichiarava l'indomani al quotidiano <Milliyet>:
"Non siamo contrari alla demolizione del ponte in sè e per
sè ma vogliamo che siano fatti passi anche dall'altra
parte".
C'è qualcosa che forse irrita di più il Capo di Stato Maggiore.
E' la seconda volta nel giro di un mese che sulla questione Cipro
il parere dei militari non viene tenuto in considerazione. In
dicembre Buyukanit aveva rilasciato al quotidiano <Hurriyet>
parole di fuoco riguardo alla proposta turca fatta a Bruxelles di
aprire alla parte turca un porto ed un aeroporto, in cambio della
fine dell'isolamento di Cipro Nord. Lo sforzo diplomatico di
Ankara però non era bastato ai 25 Paesi membri che decidevano lo
stesso il congelamento degli otto capitoli negoziali. E l'esercito
aveva detto la sua, lamentandosi di non essere stato avvertito e
che seppur non aveva potere decisionale "andava comunque
consultato". (Apcom)
12.01.2007
|
INCONTRO
ANNULLATO
| Il
direttore degli Affari Religiosi della comunità
turco-cipriota, il mufti Ahmet Yunluer, avrebbe dovuto
vedersi con l'arcivescovo ortodosso greco-ciprota
Chrysostomos II. |
Il direttore degli Affari Religiosi della comunità turco-cipriota, il mufti Ahmet Yunluer,
ha deciso di annullare un incontro, che era già stato definito
"storico", previsto nell'arcivescovado di
Nicosia, nella parte libera dell'isola, con il neo-eletto
arcivescovo ortodosso greco-cipriota Chrysostomos II. Lo ha reso
noto l'agenzia cipriota <Cna< citando un comunicato diffuso
dall'ufficio dello stesso Yunluer in cui si afferma che la
decisione di cancellare l'incontro è arrivata in seguito alla
constatazione del mufti che "il clima non è
favorevole". Secondo quanto riferito dalla Tv statale
cipriota <Rik1>, recenti dichiarazioni rese alla stampa greca e
greco-cipriota dall'arcivescovo sono state giudicate dal mufti
"offensive per i turco-ciprioti". Da qui la sua
decisione di cancellare l'incontro nel quale i due leader
religiosi avrebbero dovuto discutere di riavvicinamento tra le due
comunità etniche e di riunificazione dell'isola, divisa dal 1974
dopo un'invasione militare della Turchia che tutt'ora occupa il 38
per cento del territorio settentrionale di Cipro. In effetti,
parlando alla stampa, Chrysostomos II aveva dichiarato che,
nell'incontro con il mufti, avrebbe inviato un messaggio di
riconciliazione ma anche "ribadito l'illegale occupazione del
nostro territorio da parte della Turchia. Il nostro nemico è
Ankara, non i turco-ciprioti", aveva detto, aggiungendo che
avrebbe anche "sollevato la questione delle chiese
greco-ortodosse nella parte Nord occupata dai turchi" e ne
avrebbe chiesto "la restituzione al suo legittimo
proprietario, la Chiesa di Cipro". Da parte sua, Frixos
Kleanthous, responsabile della segreteria dell'arcivescovo, ha
reso noto che Chrysostomos II è pronto ad incontrare Yunluer
"in ogni momento, nonostante il mufti consideri il clima non
favorevole". A questo punto anche il secondo incontro
previsto per il 22 gennaio, giorno in cui Chrysostomos II si
sarebbe dovuto recare nella parte occupata, probabilmente non avrà
luogo in quanto - ha spiegato Kleanthous - "l'arcivescovo non
può ricambiare una visita che non è avvenuta". (18.01.2007)
12.01.2007
|
LA
DISTRUZIONE
DEI SITI
RELIGIOSI

|
Duro
j'accuse del Patriarcato greco-ortodosso della Repubblica di
Cipro che denuncia all'opinione pubblica internazionale lo
stato di abbandono ed i furti in 550 chiese che si
trovano nella Trnc. |
Centinaia di chiese
profanate, ridotte in macerie o trasformate in moschee, caserme,
magazzini, locali notturni o addirittura obitori. Migliaia di
preziosi mosaici, antiche icone, decorazioni d'oro e d'argento
strappati dalle pareti dei luoghi di culto e rivenduti
clandestinamente a collezionisti privati e musei di mezzo mondo.
E' quanto succede da oltre 30 anni nella parte Nord dell'isola di
Cipro, occupata militarmente dalla Turchia nell'estate del 1974 in
seguito al fallito colpo di Stato di nazionalisti greco-ciprioti
che intendevano unire Ciro alla Grecia.
I fatti non sono nuovi ma è questa la prima volta che la potente
Chiesa greco-ortodossa di Cipro ha deciso di scendere in campo per
denunciare con forza a livello internazionale le distruzioni ed i
saccheggi dei siti religiosi e, con essi, del patrimonio culturale
cipriota. Secondo dati aggiornati, negli ultimi tre decenni sono
stati circa 550 i luoghi di culto profanati e tra le 15 e le 20
mila le icone, spesso molto antiche e di inestimabile valore che
si sono volatilizzate.
Della grave situazione il presidente cipriota Tassos Papadopoulos
informò il 10 novembre, durante una visita in Vaticano, anche
Papa Benedetto XVI donandogli un album di fotografie delle chiese
vandalizzate. "Una situazione incredibile..." fu -
secondo i giornalisti presenti - il commento che il Pontefice
profferì a mezzabocca.
"Ci siamo imbarcati in una vera e propria crociata per
informare l'opinione pubblica mondiale attraverso qualsiasi mezzo
disponibile - pubblicazioni, contatti personali, canali
diplomatici, conferenze - presentando prove inconfutabili
corroborate da ricerche professionali svolte sull'argomento",
ha dichiarato l'archeologo ed esperto d'arte bizantina Charalambos
Hotzakoglu, citato dall'agenzia cipriota <Cna>.
Secondo Hotzakoglu, che lavora per il museo del monastero di Kykko,
il più importante dell'arcivescovado di Cipro, l'obiettivo di
tale campagna "è quello di salvare i siti religiosi, un
compito al quale si oppongono con forza le autorità turche le
quali sostengono ora che quei luoghi appartengono alla Fondazione
islamica Evkaf.
Documentazione
schiacciante
Ma la documentazione prodotta dagli esperti del museo Kykko è
schiacciante. Dopo avere visitato e fotografato circa 550 chiese
nella parte occupata, hanno accertato - tra l'altro - che 50 di
esse sono desso usate come caserme per altrettanti campi militari;
la chiesa e l'annesso monastero di Santa Anastasia, nel
villaggio di Lapitos, sono stati trasformati in un complesso
alberghiero di lusso; il monastero di San Panteleimonas viene
utilizzato come deposito di carburante; la chiesa di San Giorgio a
Famagosta è adesso teatro e quella del Cristo Salvatore, nel
villaggio di Chrysiliou, è usata come obitorio.
Dieci chiese sono state demolite, cinque sono riservate alle
visite dei turisti mentre le atre sono diventate ristoranti,
musei, locali notturni, cinema, scuole di danza o gabinetti
pubblici.
"stando così i fatti, e dopo aver accertato senza ombra di
dubbio l'estensione dei danni, occorre intervenire al più presto
per cominciare a restaurare queste nostre chiese e per far questo
abbiamo già chiesto l'aiuto di molti esperti
internazionali", ha aggiunto Hotzakoglu. "Ma prima - ha
soggiunto l'esperto - è necessario che le autorità
turco-cipriote riconoscano la proprietà e la sovranità della
Chiesa di Cipro si tutte quei templi religiosi. Non abbiamo alcuna
intenzione di incanalare milioni di euro verso la zona occupata
soltanto per poi sentirci dire dal regime di occupazione che
essi gli appartengono". (Furio Morroni/Ansa)
__________________________
Non abbiamo motivo di dubitare di quanto
scrive il collega Morroni anche perché durante un breve soggiorno
compiuto nell'estate scorsa a Cipro Nord ci siamo resi conto
dello stato di abbandono - nella Nicosia turco-cipriota e a Famagosta
- delle antiche chiese normanne, veri gioielli di architettura che
farebbero la gioia in Europa di qualsiasi città. Sarebbe
opportuno a questo proposito che il presidente Talat - di fronte a
tali accuse - rispondesse con delle valide spiegazioni anche
perché, quando si afferma che il turismo nella Trnc è boicottato
da embarghi e cose del genere (e di fatto lo è), bisogna anche
meritarselo, questo turismo. (Turchia
Oggi)
12.01.2007
|
LA NATO E
LA LOTTA
AL TERRORISMO
INTERNAZIONALE

|
L'obiettivo
ambizioso della Conferenza "Nato and Gulf Countries:
Facing Common Challenges Through the Istanbul
Cooperation Initiative" che si è svolta a Kuwait City
con oltre 100 delegati di 32 Paesi e che partiva dal
documento sottoscritto in riva al Bosforo il 28
giugno 2004 per avviare accordi bilaterali di cooperazione
concreta. |
 Lotta al terrorismo
internazionale, sicurezza, stabilità politica e pace in una delle
Regioni più calde del mondo, sia dal punto di vista geo-politico
sia da quello economico, il Golfo Persico. La Nato ed il <Gulf
Cooperation Council> fanno il punto e uniscono le loro forze per
realizzare una cooperazione non solo militare e politica, ma anche
civile ed economica. Il Gcc è un'organizzazione i cui sei Stati
aderenti da soli sono in grado di coprire la metà del fabbisogno
mondiale di petrolio. Costituita a Riyadh nel 1981, ne sono
fondatori e membri Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti,
Kuwait, Oman, Qatar, per "l'integrazione in tutti i campi",
da quello sociale a quello amministrativo, da quello delle risorse
agricole e idriche a quello del progresso tecnologico e
scientifico. Ambizioso risulta, quindi, l'obiettivo della
Conferenza internazionale "Nato and Gulf Countries: Facing
Common Challenges Through the Istanbul Cooperation Initiative",
che ha visto riuniti non è molto a Kuwait City oltre cento
delegati provenienti da trentadue nazioni.
Il vertice partiva dal documento, l'"Istanbul Cooperation
Iniziative", che gli Stati aderenti all'Alleanza Atlantica hanno
sottoscritto in riva al Bosforo il 28 giugno 2004 per avviare
"accordi bilaterali di cooperazione concreta", e non solo di
natura militare, che coinvolgano quanti più Paesi del "Grande
Medio Oriente"(Broader Middle East). Per quanto riguarda i
membri del Gcc, nel 2005 hanno aderito all'Ici Bahrain
(gennaio), Kuwait (febbraio) e Qatar (marzo), mentre nel giugno
dello stesso anno è stata la volta degli Emirati Arabi Uniti. Gli
unici a non averlo ancora fatto sono Arabia Saudita e Oman. "Affrontare le sfide comuni". Il titolo del summit rendeva
chiaramente l'idea di quanto si proponeva quello che è stato
definito come 'momento di riferimento' per i rapporti
bilaterali tra le nazioni appartenenti alla Nato e al Gcc. È
quanto ha dichiarato alla vigilia Sami Muhammad Khaled Al-Faraj,
presidente del Centro di studi strategici del Kuwait, paese
padrone di casa e grande alleato nella Regione degli Stati Uniti.
Sulla portata dell'evento e su quanto siano 'comuni' le
sfide che in futuro i due organismi dovranno affrontare insieme è
stato concorde anche il Segretario generale della Nato, Jaap de
Hoop Scheffer. Il generale olandese ha dichiarato, in
un'intervista alla televisione di Stato kuwatiana, che "la
Regione del Golfo ha un'importanza sia politica che economica e
le sfide che i Paesi Gcc devono affrontare sono le stesse di
quelli della Nato"
Il
buon
proposito
Le aspettative intorno a questo vertice erano molte, visto che è
arrivato in un momento particolarmente delicato. Negli ultimi mesi
c'è, in tutto il Medio Oriente, un risveglio e un interesse
sempre più forte per il nucleare. A settembre l'Egitto aveva
annunciato la costruzione della prima centrale a El-Dabaa (sul
delta del Nilo), e lo stesso Mubarak, nel suo discorso di novembre
per l'apertura dei lavori del parlamento, ha rincarato
affermando che il suo Paese "non ha bisogno di chiedere a nessuno
il permesso per sviluppare un programma nucleare civile". È di
pochi giorni fa l'intenzione, da parte del Gcc, di avviare un
programma di sviluppo di tecnologie nucleari a scopo pacifico e
civile. La dichiarazione, accolta con entusiasmo dall'Iran, è
arrivata al termine del XXVII Summit annuale del <Gulf Cooperation
Council>, che si è svolto a Riyadh, in Arabia Saudita, il 9 e 10
dicembre. Il "buon proposito" di allentare le tensioni con
Tehran rischia, invece, di creare un effetto domino nell'area,
considerato che anche Pakistan e India, non molto distanti dal
Golfo Persico, sono già dotati della bomba atomica. L'incontro
di Kuwait City è il secondo faccia a faccia tra le due
organizzazioni. Il primo summit organizzato sulla scia
dell'<Istanbul Cooperation Initiative> è stata la conferenza
intitolata Nato's role in Gulf security, che si è svolta a Doha,
in Qatar, il 1 dicembre del 2005. I propositi della vigilia, i
temi affrontati durante i lavori e le dichiarazioni finali erano
molto simili a quelli di quest'anno. La vera sfida comune sarà
proprio quella di riuscire a coniugare due realtà così diverse
come la <North atlantic treaty organization> e il <Gulf Cooperation
Council>.
La Nato è un'organizzazione internazionale creata nel 1949
affinché gli Stati membri collaborino nella difesa e in cui
"un
attacco armato contro una o più di esse, in Europa o Nord
America, deve essere considerato come un attacco contro tutte"
(art. 5). Le Nazioni che ne fanno oggi parte sono ventisei, tra
cui Bulgaria, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria e
Slovacchia (in passato aderenti al 'Patto di Varsavia'), la
Slovenia (unica rappresentate dell'ex-Yugoslavia di Tito) e la
Turchia (la sola a maggioranza islamica). Il Mediterraneo e il
Golfo Persico sono sempre stati, soprattutto dopo la caduta
definitiva del comunismo, tra i temi cruciali della sua azione.
L'obiettivo vorrebbe essere quello di portare stabilità
politica e, di conseguenza, sicurezza militare in un'area che
parte dall'Oceano Atlantico e arriva fino a quello Indiano, alle
porte del Pakistan. È questo il progetto, che ancora non si è
realizzato, del "Grande Medio Oriente", comprendente, in
Africa, tutto il Maghreb (Marocco, Algeria Tunisia), la Libia e
l'Egitto, per poi saltare nel Mashreq (Siria, Libano, Giordania,
Iraq e la biblica Palestina), le monarchie del Golfo della
Penisola Arabica, lo Yemen, le repubbliche caucasiche (Armenia,
Azerbaijan e Georgia), l'Iran e l'Afghanistan. Geograficamente
parlando la zona interessata è quella indicata dal G8 nella <Broader Middle East and North Africa Initiative>. Un territorio
immenso, forse troppo. Per una cooperazione più "mirata e
realizzabile" rispetto alla Bmenai e portare avanti i propri
interessi, la Nato ha sottoscritto l'Istanbul Cooperation
Iniziative, che prevede accordi bilaterali dei propri membri con i
Paesi del Gcc e con quelli delle sponde meridionale e orientale
del Mediterraneo.
Problema
economico
Entro quest'anno il <Gulf Cooperation Council> avvierà il proprio Mercato
comune e nel 2010 è prevista l'Unione monetaria, con la
creazione di una singola valuta, quello che è stato definito
"Euro del Golfo". Una forte battuta d'arresto, tuttavia, è
stata data l'11 dicembre, quando l'Oman ha ufficialmente
dichiarato di non avere intenzione di aderire, al momento,
all'Unione monetaria prevista tra tre anni. I tempi, pertanto,
sono inevitabilmente destinati ad allungarsi. Previsti, ma anche
in questo caso non così a breve termine, nuovi allargamenti,
prima a sette, successivamente a otto Stati. L'entrata
dell'Iraq, ormai libero della presenza di Saddam Hussein,
dovrebbe avvenire appena le condizioni di stabilità politica lo
consentiranno. Baghdad era andata molto vicina ad entrare
nell'Organizzazione prima del 1990, quando fu invaso il Kuwait.
Allora le trattative furono immediatamente interrotte per
l'aggressione a uno dei membri. Diverso è il discorso dello
Yemen, in cui è il governo di Sana'a a spingere per
un'adesione sempre rifiutata (anche se le trattative
proseguono), dal 1996 al giugno di quest'anno. Il problema in
questo caso è economico, in quanto la Terra della regina di Saba
è tra le economie più povere della regione e con gravi problemi
di immigrazione dal Corno d'Africa. Sempre in ambito economico
il <Gulf Cooperation Council> ha siglato Accordi di Libero Scambio (Free
trade agreement) sia con singole nazioni sia con realtà regionali
come l'Unione Europea, l'<Apec< (Asia-Pacific economic
cooperation), il <Mercosur> (Mercado común del sur) e l'<Asean< (Association
of southeast asian nations).
La Nato, un'organizzazione cui aderiscono Stati distribuiti tra
Nord America ed Europa creata per la difesa militare. Il Gcc,
l'unione di sei Paesi che da soli producono oltre la metà del
petrolio necessario al fabbisogno mondiale, con Pil tra i più
alti del mondo, ma dove l'ordinamento giuridico prevede una
religione di Stato, l'Islam, e la legge coranica, la shari'a
come fonte del diritto. Di sfide comuni da affrontare in futuro ve
ne sarebbero tante, vista la cronica instabilità politica di cui
il Medio Oriente, dal secondo dopoguerra, soffre. L'ideale
sarebbe anche avere delle basi comuni con cui partire, che poi
sono la garanzia di interventi concreti per realizzare quella
lotta al terrorismo internazionale, sicurezza, stabilità politica
e pace di cui la regione ha bisogno. Al di là dei propositi
iniziali e delle dichiarazioni finali rappresenta, se non un punto
di riferimento, un evento a cui rimandare nel lento cammino della
stabilizzazione politica del Medio Oriente. (Simona Terrazzo/La
Voce d'Italia)
12.01.2007
|
PAMUK:
COME PERDERE IL PELO MA NON IL VIZIO

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Il
premio Nobel per la Letteratura ha approfittato della sua
veste, per un giorno, di direttore del quotidiano <Radical>
sul ritornare sul tema della libertà di espressione
partendo dal vecchio caso dello scrittore Nazim Hikmet. |
Dal premio Nobel alla
direzione di un giornale, sia pur soltanto per un giorno: sono
mesi di grande soddisfazione per Orhan Pamuk, dopo le
vicissitudini causate dall'incriminazione per vilipendio alla
patria turca, fortunatamente risoltasi con l'archiviazione. Pamuk,
che ha una laurea in giornalismo ma non ha mai esercitato la
professione, ha curato l'edizione domenicale del quotidiano turco
<Radikal>, uscita la scorsa settimana.
L'apertura del giornale è
stata dedicata alla questione della libertà di espressione in
Turchia: Pamuk ha ripreso un vecchio articolo del 1951 sullo
scrittore e poeta Nazim Hikmet che invitava i lettori dell'epoca a
"sputargli in faccia" per aver sposato l'ideologia
comunista. Hikmet è morto in esilio a Mosca nel 1963.
"Quest'espressione, pubblicata accanto alla foto di Nazim
Hikmet, riassume l'immutata condizione degli scrittori e degli
attori agli occhi dello Stato e della stampa", ha scritto
Pamuk nel suo editoriale.
Lo stesso Premio Nobel per
la Letteratura 2006, insieme a decine di giornalisti, scrittori,
editori e accademici, è caduto vittima nel 2005 dell'articolo 301 del codice penale turco, che criminalizza il
vilipendio della nazione turca per aver parlato del genocidio
armeno in un'intervista ad un quotidiano svizzero. Nonostante il
suo caso sia stato archiviato - così come quello contro la
scrittrice Elik Shafak - la Commissione europea ritiene che
l'articolo debba essere abrogato, ma finora il Governo di Recep
Tayyp Erdogan si è dimostrato riluttante ad agire al riguardo.
Il resto della prima pagina
odierna di <Radikal> conteneva un racconto in prima persona di
Pamuk sulla sua esperienza di giornalista per un giorno, e un
servizio sulla celebrazione del Natale ortodosso a Istanbul,
intitolato "Una croce, mille poliziotti", nonché
articoli sulla bassa percentuale di donne in politica e sulla
reazioni al video dell'impiccagione di Saddam Hussein. (Ap-ApCom)
12.01.2007
|
E' TUTTO PRONTO
PER L'ACQUISTO
DEGLI ELICOTTERI

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Serviranno
alla difesa militare turca ed in azioni di antiguerriglia.
Il costo - secondo le cifre fornite - si aggira sui
cinquecento milioni di dollari. |
After delays that kept
potential bidders waiting, Turkey has officially launched a
bidding processto acquire a batch of 10 heavy lift
helicopters for its armed forces.
The Undersecretariat for the Defense Industry (Ssm) has said that
it expects potential bidders to respond to a Request for
Information (RfI) no later than Jan. 15.
The heavy lift platforms will be the first such aircraft the
Turkish military will operate. Industry sources say the program
may cost Turkey around $500 million and expect a mostly
U.S.-Russian rivalry in the competition. Potential bidders include
U.S. Boeing, maker of the U.S. Army's CH-47 Chinook; Sikorsky,
maker of the U.S. Marine Corps and Navy's CH-53 Super Stallion;
and Russia's Mil Helicopter Company, maker of the Mi-26
Halo.Boeing's Chinooks have been sold to 16 countries, and one of
the largest users is Britain's Royal Air Force. Boeing had made
initial contacts with Turkish authorities for a potential sale of
10 CH-47s even before the competition officially began. Sikorsky's
CH-53 is the largest military helicopter in the United States and
the Western world. It is also used in Germany and Israel.
Sikorsky's latest version, the CH-53E, is no longer produced, and
Sikorsky is now developing a more advanced model, the CH-53K. The
first production CH-53K aircraft is planned to be delivered to the
U.S. military in 2014, and it is not clear if this manufacture
scheme willfit into Turkey's procurement plans.Russia's
Mi-26 Halo is the world's largest helicopter in production. But
analysts say that the limited nature of defense industry relations
between Russia and Nato-member Turkey, whose weapons and defense
equipment are almost exclusively of Western design, will likely
reduce the Russian option's chances.The program aims to boost the
Turkish military's mobility, according to defense analysts. Air
mobility is one of the stronger points of Turkey's Army which
operates hundreds of utility helicopters. A former deputy chief of
the Turkish General Staff boasted as early as 1997 that the
Turkish Army was one of the few land forces in the world that
could deploy a brigade by air overnight. (Turkish
Daily News)
12.01.2007
|
STRATEGIA O UNA GRANDE
ILLUSIONE

|
Le
provocazioni del presidente iraniano Ahmadinejad sul
programma nucleare e la risposta di Washington non fanno
altro che tenere alta la febbre nelle zone caucasiche che
tutto vorrebbero fuorché una guerra. Il ruolo di mediazione
della Turchia e la rotta del petrolio attraverso il
Baku-Tbilisi-Ceyhan. Gli schieramenti. |
Le provocazioni del
presidente Ahmadinejad non riusciranno a dissuadere gli Stati
Uniti dal distruggere l'Iran. La guerra è stata programmata a
Washington, sia per conquistare i giacimenti petroliferi che per
rinforzare la presidenza Bush e soddisfare Israele.
Non c'è più nulla che possa fermarla e Teheran ha torto a
credere nella protezione dei suoi amici, che siano musulmani,
russi o cinesi. In simili circostanze, la saggezza sarebbe la
discrezione. Molto dopo che gli Usa avranno lasciato il suolo
iracheno, che avremo scoperto fonti d'energia alternativa e che le
risorse in idrocarburi del Medio Oriente saranno finite, le
conseguenze dell'intervento statunitense in Iraq nel marzo 2006
continueranno a farsi sentire nella regione. L'accordo Sykes-Picot
(tra Francia e UK, 1916, n.d.t.), firmato dopo la Prima Guerra
mondiale, ha modellato la storia e la geografia del Medio Oriente.
Le sue conseguenze si fanno sentire ancora oggi. Gli effetti delle
politiche condotte dagli Usa nella regione durante questo primo
decennio del 21° secolo saranno certamente visibili alla fine del
secolo.
L'agitazione in Iraq si espanderà fino a quando il mondo Arabo
precipiterà, dal Golfo persico al Mediterraneo. Si tende spesso a
concentrarsi sulle conseguenze immediate di un cataclisma;
purtroppo gli effetti a lungo termine sono spesso insospettati al
momento della catastrofe.
Tale è la situazione in Iraq nel 2006. L'Iran, Israele e gli
Stati Uniti sono stati inghiottiti in questo pantano, in modo tale
che gli sarà difficile adoperare dei cambiamenti significativi
nelle loro politiche regionali e nazionali senza toccare altri
paesi. Poiché un'offensiva terrestre per destituire il regime
iraniano non è più intraprendibile, in ragione dell'impegno
degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan, i raid aerei sembrano
essere divenuti la sola alternativa possibile.
Gli attacchi aerei da parte delle forze israeliane o statunitensi,
che mirano a distruggere sistematicamente i centri di ricerca, di
sviluppo, di mantenimento e di formazione in materia nucleare così
come di fabbricazione di missili, potrebbero ritardare di parecchi
anni il programma nucleare iraniano. Un attacco statunitense
avrebbe anche per obiettivo una distruzione sistematica delle
capacità di risposta iraniana. In effetti la maggior parte dei
ricercatori pensa che l'Iran risponderebbe violentemente, con
tutti i mezzi a disposizione per attaccare gli interessi
statunitensi e il rifornimento di petrolio del Medio Oriente.
Le
risorse energetiche
come arma politica
Dopo lo sferzante discorso anti-russo pronunciato dal
vicepresidente Dick Cheney durante una conferenza a Vilnius in
Lituania, la questione posta dai politici e ricercatori russi è
la seguente: gli Stati Uniti hanno dichiarato una nuova guerra
fredda alla Russia? Potrebbe darsi che il cambiamento di punto di
vista di Washington sulla Russia sia stato provocato dalle
politiche estere assertive di Mosca. Si è molto lontani dalle
relazioni di routine mantenute dal presidente Bush e Putin durante
il loro primo incontro, sei anni fa. Mosca ha sfidato Washington
riguardo l'Iran, ha rifiutato le sue proposte di sanzioni contro
Teheran, permettendo la costruzione della prima centrale nucleare
iraniana e non volendo ritornare sulla sua decisione di vendere
all'Iran missili antiaerei per la somma di 700 milioni di dollari.
A causa della domanda mondiale di petrolio e gas, sempre più
consistente, la Russia utilizza le risorse energetiche come
un'arma politica che le permette di affermare il proprio dominio
sui paesi dell'ex-Urss ed installarsi nei mercati europei.
Ugualmente, la Russia ha fermamente rigettato la domanda
dell'Occidente di rinunciare al monopolio del Governo sugli
oleodotti ed aprire ai mercati stranieri le proprie risorse
energetiche.
Mantenere l'Iran sotto la sua ala protettrice è un'azione chiave
per la Russia. Nonostante l'amministrazione Bush non si sia
mostrata particolarmente critica riguardo alla vendita di missili
dalla Russia all'Iran, i pianificatori del Pentagono e dell'US
Centcom (Comando Centrale Militare Statunitense) ne avrebbe preso
nota. Malgrado la pressione internazionale, concernente il loro
programma nucleare, gli Iraniani si mostrano sempre più
aggressivi, principalmente sul piano verbale, contro Israele ed
Usa. Poiché né la Cina né la Russia si sono voluti
compromettere, gli Usa si preparano inesorabilmente alla prova di
forza finale. Senza alcun dubbio, il dispiegamento dei missili
aerei TOR-M1 aiuterà considerevolmente la protezione delle
istallazioni nucleari iraniane.
Potenziale
propagandistico
Il trasporto del petrolio del Mar Caspio verso gli Usa, Israele ed
i mercati europei aveva come obiettivo ridurre la dipendenza
rispetto ai produttori di petrolio dell'Opec, situati in Medio
Oriente. La presenza intensificata delle forze statunitensi nella
regione si spiega con due fattori: il fatto che questa regione sia
presa come un sandwich tra due dei più grossi fornitori di
petrolio al mondo - l'Iran che è membro dell'Opec e la Russia che
non lo è - ed il fatto che l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan
attraversi regioni di alta instabilità politica. Questi fattori
hanno aumentato il sentimento di vulnerabilità sia in Iran che in
Russia. La politica di Washington è stata criticata perché
avrebbe incoraggiato la polarizzazione delle politiche regionali.
L'impegno crescente degli Stati Uniti nella regione caspica così
come l'importanza geopolitica del progetto Baku-Tbilisi-Ceyhan
hanno condotto ad un riavvicinamento tra Russia, Iran e Armenia -
implicando ugualmente un consolidamento dell'alleanza strategica
tra l'Azerbaïdjan, la Georgia, la Turchia e gli Stati Uniti. Per
questi ultimi, la questione non riguarderebbe la viabilità
commerciale del percorso dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.
L'idea sarebbe di costruire un corridoio percorribile tra Est ed
Ovest, che potrebbe svilupparsi in futuro con dei binari, delle
reti di comunicazione, così come delle autostrade, conducenti in
seguito all'unione delle economie di certi paesi del sud dell'ex
Urss con i mercati mondiali. Poiché dal punto di vista di
Washington il progetto Baku-Tbilisi-Ceyhan sarebbe un problema di
portata ben più geo-strategica che economica, la Turchia ne ha
beneficiato al spese dell'Iran, nonostante quest'ultima proponesse
il tragitto più corto e meno costoso, per portare il petrolio
verso i mercati globali, dalle repubbliche caspiche.
L'amministrazione iraniana continua ad aderire all'eredità
dell'ayatollah Khomeini basata sulla supremazia del clero sciita
attraverso l'esercizio del potere, così come a una posizione
fermamente anti-statunitense ed anti-israeliana. Khomeini si era
espresso, in modo quasi premonitorio, sull'inevitabilità di un
confronto tra Occidente ed Islam. La presenza di forze militari
statunitensi nella regione potrebbe ripercuotersi, se non è già
successo, sulla sicurezza delle future autostrade di
approvvigionamento energetico. Un nuovo elemento è anche entrato
nei calcoli previsionali. Dall'Afghanistan all'Asia centrale e dal
Caucaso al Nord del Medio-Oriente, dal punto di vista di
Washington, l'Iran resta il Paese che ha il più grosso potenziale
per propagare l'Islam radicale e le sue armi nucleari. E' per
questo che a dispetto della pressione delle compagnie petrolifere
statunitensi per togliere l'embargo su Teheran, che vuole divenire
il corridoio principale d'esportazione di petrolio e benzina
d'Asia centrale, l'amministrazione Bush non vuole ammorbidire la
sua posizione sul ruolo iraniano nella regione. La costruzione
dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, destinato all'esportazione
del petrolio dall' Azerbaidjan e dall'Asia centrale, aveva per
obiettivo principale di escludere l'Iran e di fare della Turchia
un attore con più importanza sulla scena.
Teheran teme che l' Azerbaidjan prospera ed indipendente sia un
modello malvisto per la grande comunità degli azeri d'Iran. Il
conflitto riguardo lo statuto legale della regione caspica ed il
fatto che l'Iran si sia aggiunto alla Russia per sostenere
l'Armenia nel conflitto con l' Azerbaidjan riguardo il
Nagorno-Karabakh, sono ragioni che contribuiscono alla crisi delle
relazioni. Di conseguenza, l'Iran non è riuscita a proteggere una
parte del petrolio dell' Azerbaidjan. Questo ha servito la
propaganda turca, che mirava a costruire la linea tra Bakou e il
terminale mediterraneo turco a Ceyhan. Mosca e Teheran sembrano
aver stabilito un'alleanza strategica per resistere all'egemonia
statunitense nella regione caspica. Le vendite di materiale
militare dalla Russia all'Iran fanno parte della cooperazione
strategica e militare crescente tra i due Paesi.
L'impasse
Iran-Usa
Non lasciandosi nessuno spazio libero di manovra, l'Iran e gli Usa
si sono infilati in un'impasse. Gli interessi comuni che avrebbero
potuto essere alla base di una negoziazione spariscono ad una
notevole velocità. Emergono opinioni inconciliabili. I principali
decisionisti dei due paesi si attivano ad esacerbare i loro
avversari. Il presidente iraniano Ahmadinejad ha teso a mostrare
una retorica dal tono quasi febbricitante, nonostante le decisioni
dell'ayatollah Khamenei prevalgano sulle sue. Che il suo discorso
sia stato mal tradotto o che i suoi propositi siano stati
deformati, ciò non impedisce che lui sia percepito come chi ha
invocato pubblicamente l'annientamento d'Israele. Nonostante che
la sua lettera indirizzata al presidente G. W. Bush sia una
domanda d'introspezione degna d'attenzione e potrebbe essere
interpretata da alcuni come un tentativo serio per ridurre le
divergenze, essa non offre alcuna proposta concreta al governo
statunitense. Le sue dichiarazioni mostrano che sceglie in modo
deliberato di andare di provocazione in provocazione, esagerando
spesso le capacità (militari n.d.t.) dell'Iran.
E' possibile che il presidente iraniano cerchi di far scattare un
conflitto provocando gli Usa e gli Israeliani, affinché
attacchino. Ciò è poco probabile: M. Ahmadinejad sa che nel caso
di un confronto militare incondizionato, l'Iran sarebbe facilmente
battuto e le sue capacità nucleari e militari subirebbero ritardi
di parecchi anni, se non decenni. Il presidente Ahmadinejad sembra
pertanto pronto ad accettare un rovesciamento di situazione, non
solo nella speranza che questo processo unifichi tutti gli
Iraniani dietro di lui, ma anche che ciò lo proietti come leader
incontestato del mondo musulmano nella sua guerra contro gli Usa.
Così sostituirebbe i più grandi leaders arabi, tutti sunniti,
che si battono per ottenere questo titolo, in particolare
personalità come Abdel Gamal Nasser o Saddam Hussein.
Dealing
with Global
Terrorism
In larga misura, Bagdad è già controllata dall'Iran; ciò
nonostante gli iraniani esitano a scoprirsi prematuramente
prendendo apertamente l'iniziativa. La possibilità che la
capitale irachena sia presto nelle loro mani permette agli
Iraniani, ed in particolare a M. Ahmadinejad di accarezzare il
sogno di un'ascendenza morale su tutti i musulmani, ristabilendo
il grande califfato di Bagdad com'era una volta, sotto
Harun-al-Rashid (Califfato Abbaside, n.d.t.). Al momento non
sarebbe che una questione di tempo che la Mecca cada ugualmente
sotto i loro colpi. Grande strategia e Grande illusione: solo il
tempo lo dirà.
Dall'altro lato, George W. Bush ha le redini del potere. Gli
Iraniani hanno palesemente fallito nel loro calcolo, sottostimando
il presidente statunitense, così come le forze che gli hanno
permesso di accedere alla Casa Bianca nel gennaio 2001 ed una
seconda volta nel gennaio 2005. Attizzando la crisi fino alla sua
esplosione nel 2006, sarebbero stati chiaramente influenzati dai
rovesci degli Usa in Iraq così come dalle loro difficoltà
crescenti di fronte alla riemergenza dei talebani in Afghanistan.
Indubbiamente la tigre statunitense è stata ferita in Iraq al
punto di non poter consolidare i suoi profitti nel Paese.
Tuttavia, come è stato detto durante un altro forum nel novembre
2005, le sconfitte statunitensi sono state esagerate dagli
avversari di George W. Bush. In realtà, adottando un punto di
vista a lungo termine sulla loro impresa geo-strategica in
Medio-Oriente, gli Usa hanno conosciuto notevoli successi. Come
minimo, i principali sostenitori della seconda invasione in Iraq
nel marzo 2003 hanno tratto dei generosi profitti dal progetto e
potrebbero continuare a farlo ancora per molto tempo. In alcuni
scritti precedenti, ( Dealing with Global Terrorism ,
dell'autore dell'articolo, n.d.t) era stato notato che l'invasione
statunitense dell'Iraq era stata decisa poco tempo dopo che George
W.Bush si fosse installato sulla poltrona presidenziale. Più o
meno nello stesso momento, l'Iran fu incluso nella lista dei paesi
dell' "l'asse del male". Da quel momento, l'Iran sarebbe
dovuta cadere. L'Iran, secondo ogni probabilità, cadrà. Gli Usa
cercano un casus belli plausibile. Gli Iraniani ne hanno fornito
uno a .Bush, quasi su un piatto d'argento. M. Ahmadinejad ed i
suoi sostenitori commetterebbero un grave errore supponendo che la
debole popolarità del presidente statunitense lo forzi a cambiare
rotta. Il presidente Bush non è uno che molla la presa. Si è già
espresso sulla Terza Guerra Mondiale e la lunga guerra aperta
contro il terrorismo nel mondo. George W.Bush farà cadere l'Iran
prima che il suo secondo mandato finisca. Salvo un terremoto
politico negli Usa, l'attacco all'Iran da parte degli Usa è una
quasi certezza. Stavolta Bush e la sua squadra sperano di
cavarsela meglio. Avranno tratto delle lezioni dagli errori
commessi in Iraq. Questa volta vogliono uscirne da vincitori
indiscutibili. La nazione iraniana sarà polverizzata sulla scia
(dell'irachena n.d.t), affinché non esistano più dubbi nella
mente di chiunque, sull'esito di un confronto. Se il presidente
degli Usa decidesse, contro tutte le opinioni provenienti da
diverse direzioni, di colpire l'Iran, il partito repubblicano a
cui appartiene, così come i democratici, si serrerebbero dietro
di lui, come già fecero dopo l'11 settembre. In quel momento, il
tasso di popolarità del presidente statunitense potrebbe di nuovo
oltrepassare la soglia del 50%. George Bush ambisce ad uscire
dalla Casa Bianca da vincitore. Può salvare la propria gloria già
sminuita, unicamente ottenendo un successo in Iran. Gli Iraniani
non devono offrirgli una tale occasione. Nel nome della
sopravvivenza della loro nazione, i dirigenti iraniani dovranno
fare marcia indietro davanti alla determinazione statunitense di
non lasciargli ottenere una nuclearizzazione, ufficiale o no.
Tornare sulle proprie posizioni non è un prezzo troppo importante
da pagare a questo stadio della storia iraniana, considerando il
colpo mortale sferrato alla civiltà babilonese di cui l'Iran
faceva, pure, parte nel passato. La civiltà iraniana è un'eredità
preziosa per l'umanità. Non spetta che ai dirigenti iraniani
salvarla dalla forza bruta che può essere scatenata contro di lei
dalla superpotenza statunitense. (...) (Vinod
Saighal- Voltairenet.org traduzione di CristinaFalzone/MegaChip)
12.01.2007
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SOCIETA'
LUXURIA
AMBASCIATRICE
DEI GAY

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L'esponente
di Rifondazione, Vladimiro Guadagno, ha manifestato la sua
intenzione di difendere gli omosessuali visitando Turchia e Paesi
arabi. |
Vladimir Luxuria vuole fare
l'ambasciatore. La causa che intende rappresentare all'estero non è
quella dell'Italia ma quella degli omosessuali che in 80 Paesi del mondo,
in larga maggioranza musulmani, vengono denunciati, condannati, a volte
persino uccisi. In nome della legge
L'impegno l'aveva preso in campagna elettorale: "Voglio difendere gli
omosessuali nei Paesi arabi", aveva detto ai giornalisti della stampa
estera accorsi numerosi a conoscere il fenomeno Vlamidiro Guadagno, primo
deputato transgender d'Italia. Per poi aggiungere, beandosi al primo
applauso della giornata, "naturalmente senza l'uso delle bombe". Adesso
parte la fase operativa. La prima missione è già decisa: Turchia (turchi
permettendo). "Non perché ci è andato il Papa - ha spiegato da Città del
Capo, in Sud Africa, dove si trovava in vacanza - ma perché entrerà in Europa
e in Europa certe discriminazioni non possono essere accettate. Si parla
tanto di diritti umani, si parla tanto di pena di morte. Giusto, ma anche
la vita e la libertà degli omosessuali appartengono ai diritti umani. O
no?".
Attenzione: nella lista degli 80 Paesi che hanno messo al bando
l'omosessualità la Turchia non c'è. I gay magari non vengono considerati
troppo bene ma non c'è alcuna legge specifica. "Bisogna procedere per
gradi - ha rimarcato la deputata di Rifondazione - non possiamo mica fare
subito il botto e andare a Teheran. Ma forse un giorno arriveremo anche
lì".
Del resto è vero che in Iran per i gay c'è la pena di morte. Ma è anche
vero che a Teheran si trova l'unica clinica del mondo musulmano dove è
possibile cambiare sesso. "L'aveva aperta Khomeini, commosso dalla storia
di una donna che voleva diventare uomo. Ahmadinejad non ha il coraggio di
chiuderla. Con tutti i soldi che gli porta...".
L'intervista
a <Haaretz>
Cosa farà esattamente l'ambasciatore Luxuria? Il senso l'ha spiegato in
un'intervista al giornale israeliano <Haaretz<: "Mi piacerebbe diventare
una sorta di diplomatico italiano nel mondo islamico. Cosa succederà
quando chiederò un incontro con i ministri della Cultura dei Paesi arabi?
Sarà interessante sapere chi accetterà di incontrarmi e chi no".
Qualche risposta l'avrà presto. Perché dopo l'esperimento Turchia l'idea
è di andare in Egitto, Tunisia e Libano, Paesi dove l'omosessualità, a
volte di fatto tollerata, è però punita con il carcere fino a cinque
anni. Più del furto da noi. Perché i ministri della Cultura? "Sono
quelli più aperti sul tema". E se le rispondono che in caso riceveranno
Rutelli, loro pari grado? "Benissimo, lo accompagnerò. È molto attento
al tema".
Ai ministri, Luxuria "senza pennacchi e costume di scena ma da
parlamentare" chiederà informazioni su come gli omosessuali vivono nel
loro Paese. Anche perché Islam e gay sono legati da un paradosso: "In
questi Paesi l'omosessualità è vietata ma nella pratica è molto diffusa
perché a scuola, nel lavoro, persino nei luoghi di culto, gli uomini
stanno con gli uomini e le donne stanno con le donne. Le occasioni sono
anche più che da noi. Ma non se ne parla, si fa finta di nulla come da
noi ai tempi della Dc". Luxuria non teme che sollevare il caso possa
peggiorare le cose: "Non vado mica in Mauritania a chiedere il
riconoscimento delle coppie gay, ci sono già tanti problemi da noi. Non
vado mica in Arabia Saudita a proporre un gay pride, ci sono stati già
tanti problemi in Israele. Imporre a loro il nostro modello sarebbe
colonialismo gay. L'importante è che gli omosessuali di questi Paesi
abbiano un minimo di sicurezza e libertà. Poi saranno loro a decidere
come combattere".
Però. Luxuria, portata alla Camera da Rifondazione, parla sempre di mondo
arabo. Ma l'omosessualità è al bando anche nella comunista Cuba
(reclusione o lavori forzati fino ad un anno) e viene punita anche nella
comunista Cina, dove non c'è un articolo preciso ma di fatto può portare
a cinque anni di carcere: "E che problema c'è? - risponde - Vorrà
dire che andremo pure lì" Del resto nei giorni del ricovero di Fidel
Castro, Luxuria aveva indicato il suo personale candidato alla
successione: "Altro che il fratello Fidel, meglio la nipote Mariela. Fa
la sessuologa e ha proposto una legge che consentirebbe a tutti i cubani
di cambiare sesso. Naturalmente con un'operazione a spese dello
Stato". (Lorenzo Salvia/TamLes)
12.01.2007 |
PIPE
"OSCENE"
BLOCCATE
ALLA DOGANA
|
Il
fatto, piuttosto insolito, è avvenuto nello scalo aeroportuale di
Istanbul in Turchia. I titolari della merce sequestrata rischiano da
2 a 5 anni di carcere. |
Si dice "fumare come un
turco", ma adesso nel Paese della Mezzaluna bisogna stare attenti a
che cosa si utilizza. Lo sanno bene i titolari di un'impresa di Antalya,
che si sono visti bloccare alla dogana dalla polizia una partita di pipe
molto particolare. Sono in vetro, vengono dal Sudamerica e la loro
particolarità consiste nel fatto che riportano scene erotiche, che sono
state considerate oscene dalla censura turca e pertanto fermate. Non solo.
I titolari dell'impresa di Antalya sono stati messi sotto accusa per
oscenità e rischiano da due a cinque anni di carcere.
Gli interessati hanno cercato di difendersi come potevano, dicendo che in
Turchia ci sono ben altri esempi di articoli osceni, esposti senza
problemi nelle vetrine dei negozi, ma alla procura di Bakirkoy (quartiere
di Istanbul dove sorge l'aeroporto) non è bastato per
"graziarli". Anzi, la commissione che ha esaminato i manufatti
ha scritto che si tratta di "merce inutilizzabile perché in vetro e
che non mostra alcun tratto originale ed esteticamente attraente. Mettono
solo in mostra organi genitali, con chiari riferimenti sessuali".(Apcom)
12.01.2007
|
GUIDATE
UBRIACHI?
STATE ATTENTI
SE SIETE IN TURCHIA
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Da
una lettera inviata al giornalista Beppe Severigni ci si rende conto
come si comporta la polizia locale quando ferma un automobilista non
proprio sobrio. |
Caro
Beppe, immagina la scena: dopo avere probabilmente ecceduto nelle libagioni, vi
mettete alla guida e venite fermati dalle forze dell'ordine. Dopo i
controlli di routine venite sottoposti alla verifica del tasso alcolico:
risultate oltre i limiti di legge. Come si comportano i verificatori? Vi
fanno scendere, vi ritirano la patente, vi accompagnano a 20 km dal luogo
in cui avete lasciato la vostra automobile, e vi costringono a ritornare a
piedi, per smaltire la sbornia. Se foste i protagonisti di un'esperienza
del genere, non ritenete che prima di rimettervi al volante in stato di
non perfetta lucidità dopo una ripetuta degustazione di chardonnay e
torcolato e dopo aver discettato di retrogusto e barrique ci pensereste
due volte? Fantalegge? Forse sì sul suolo italico, ma quello che potrebbe
sembrare la trama di un film comico è esattamente ciò che avviene in un
Paese non proprio all'avanguardia in materia giuridica, la Turchia, dove
la scena sopra descritta è proprio la sanzione accessoria prevista per
gli automobilisti trovati alticci. Io la ritengo un ottimo deterrente
contro la guida in stato d'ebbrezza. (da una lettera di Mauro Luglio a
Beppe Severigni /Corriere della
sera.it)
12.01.2007
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E ALLA FINE
A PAGARE E' LUI,
L'ANIMALE

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Come
si passa dalla notte dell'ultimo dell'anno alla festa del
Sacrificio, meglio conosciuta nel Paese della Mezzaluna come Kurban
Bayram. |
La notte del 31 dicembre in piazza
tra fuochi d'artificio e berretti di Babbo Natale, magari dopo una cena
abbondantemente innaffiata di birra o raki, e la mattina successiva
all'alba a pregare in moschea e poi, a casa, sacrificare un montone dopo
aver recitato una preghiera in arabo. Sincretismo post moderno,
pluralizzazione del Senso o società multiculturale? Forse un po' di tutto
questo ma soprattutto una concreta realtà per molti turchi. Complici le
bizzarrie del calendario che hanno fatto coincidere l'inizio del Kurban
Bayram - la Festa del Sacrificio - con il primo gennaio, questa fine
d'anno ha ribadito con rara efficacia come, al di là dei luoghi comuni
e degli slogan da dépliant turistici, la quotidianità turca rappresenti
realmente un laboratorio, il luogo dove incontrare l'Oriente e
l'Occidente, il sacro e il profano, la religione e la secolarizzazione,
in una sintesi sempre in divenire e difficile da catturare.
Affievolite le tradizionali polemiche fondate sulla sua confusione con la
tradizione del Natale, i festeggiamenti per la fine dell'anno stanno
ormai diventando una consuetudine nel paese.
Anche il Direttorato per gli Affari Religiosi quest'anno si è
apertamente pronunciato dando la sua benedizione ai festeggiamenti
profani. Sì, è un diritto di tutti festeggiare l'arrivo dell'anno
nuovo e farlo non svalorizza le celebrazioni religiose. Migliaia di
persone nelle piazze, musica, alcool ed anche l'immancabile bilancio di
vittime e feriti - quest'anno tre persone sono morte colpite da
proiettili vaganti. E l'indomani le moschee del paese si sono riempite
di fedeli per la preghiera che sanciva l'inizio del Bayram, poi tutti a
casa per il rituale del sacrificio.
Vitelli, mucche, pecore, montoni, tori, in alcuni casi anche cammelli,
acquistati negli appositi spazi allestiti in tutto il paese dove
allevatori e compratori si sono impegnati in estenuanti trattative. E poi
ognuno si è ingegnato nel risolvere il problema di come ritornare a casa
con la propria vittima designata, spesso facendo ricorso alla creatività,
come quel signore fotografato sorridente accanto al suo perplesso vitello,
entrambi accomodati sul sedile posteriore di un taxi.
Certo, non è possibile improvvisarsi esperti macellai ed inevitabile
anche quest'anno è stata la lunga sequenza di maldestri sacrificatori
finiti in ospedale per l'imperizia nel maneggiare coltelli ed ogni
genere di arma da taglio. Così come immancabili le situazioni curiose o
divertenti documentate dalle fotografie dei giornali: un toro inferocito
che sfugge ai suoi carnefici inseguito da una folla affannata, oppure un
vitello che nella disperata ricerca di libertà atterra nella finestra di
un'ignara famigliola. E sempre i giornali non hanno rinunciato alla loro
funzione pedagogica rimarcando con disappunto il fatto che, nonostante le
precauzioni e gli avvertimenti della vigilia, anche quest'anno il rito
del sacrificio avesse prodotto situazioni "che non avremmo mai voluto
vedere".
Per chi non se l'è sentita di cimentarsi personalmente nel sacrificio
dell'animale, oppure per chi volesse dire addio alle tradizioni della
cultura rurale, vi era sempre la possibilità di versare soldi ad una
fondazione che avrebbe provveduto al sacrificio in un ambiente asettico,
per poi distribuire le carni alle famiglie più povere.
Incetta
di dolci
E dopo il sacrificio ed il primo pasto a base di interiora, kavurma,
per tutti è cominciato il carosello delle visite ai parenti. Flussi
incessanti di persone che si spostano da una casa all'altra, da una città
all'altra, da un capo all'altro del Paese, secondo uno schema regolato
dall'anzianità: i figli più giovani prima rendono visita ai genitori e
poi ai fratelli maggiori, senza venire meno al rito del bacio della mano
mentre i bambini suonano i campanelli dei vicini per fare incetta di
dolci.
Per tre giorni gran parte del paese si siede in salotto tra teglie di
baklava maison e fiumi di the, in realtà per rendere omaggio a ciò
che costituisce il vero pilastro della società turca, la famiglia
allargata, akraba, dimenticando temporaneamente i non pochi
problemi che assillano la vita quotidiana. L'ultimo è arrivato
dall'Iran, che ha deciso di interrompere improvvisamente le forniture di
metano, giustificandosi con un inaspettato aumento della domanda interna.
Una tradizione a quanto pare, visto che la stessa cosa si era verificata
anche nel gennaio scorso.
E mentre la società turca si prendeva una pausa per celebrare se stessa,
i giornali ricordavano come nel resto del mondo, ed un mondo molto vicino,
qualcosa di importante continuava ad accadere.
Le fotografie della gioia nelle strade di Sofia e Bucarest campeggiavano
con grande evidenza sulle prime pagine. Il tono dei commenti lasciava
trasparire un insieme di sentimenti contrastanti. Il disappunto che, nel
sottolineare come i due paesi avessero raggiunto l'obbiettivo
dell'adesione senza avere pienamente rispettato i criteri richiesti,
lanciava una frecciata all'Europa. La malcelata soddisfazione
nell'evidenziare le dichiarazioni degli esponenti della UE che
ricordavano ai due nuovi membri che comunque saranno sotto osservazione
particolare.
Solamente alcuni commentatori hanno invece apertamente pronunciato la
parola invidia, senza mancare di ricordare con rimpianto le occasioni
perdute nel passato più o meno recente.
Unica consolazione il fatto che alcuni turchi comunque entreranno in
Europa, si tratta della minoranza presente in Bulgaria. Le interviste ai
suoi rappresentanti politici hanno rappresentato anche l'occasione per
ricordare i molti passi in avanti che il cammino europeo ha permesso,
dalle repressioni nazionaliste dell'era Zhivkov all'integrazione.
Le fotografie dell'esecuzione di Saddam Hussein hanno poi ricordato alla
Turchia i suoi confini e le sue preoccupazioni mediorientali. Mentre le
dichiarazioni ufficiali erano all'insegna della massima prudenza,
eccessiva per alcuni commentatori che hanno parlato di silenzio del
Ministero degli Esteri, e gran parte del mondo politico e intellettuale
criticava la condanna a morte, il primo ministro Erdogan tracciava la
linea politica del futuro prossimo: "Attualmente per la Turchia l'Irak
ha assunto la priorità anche rispetto al processo di adesione
europeo". (Fabio Salomoni/http://osservatoriobalcani.org/article/articleview/6602/1/51/)
12.01.2007
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CRONACA
PRECIPITA AEREO:
MUOIONO 30 LAVORATORI TURCHI

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La
sciagura è avvenuta nei pressi dell'aeroporto iracheno di Baghdad.
Le vittime si erano imbarcate ad Adana. Tra le causa, la fitta
nebbia. |
Un aereo che trasportava lavoratori
turchi in arrivo da Adana, in Turchia, si è schiantato poco prima
dell'atterraggio, nei pressi dell'aeroporto di Baghdad. A bordo del
velivolo, un Antonov-26 moldavo, c'erano 29
lavoratori turchi, un
americano e 5 membri dell'equipaggio. Il volo era partito da Adana,
nel sud della Turchia, questa mattina alle 6 ora locale ed è precipitato
poco prima di giungere sulla pista di atterraggio dell'aeroporto della
capitale irachena.
Secondo un comunicato rilasciato dal ministero degli Esteri della Turchia,
la causa più probabile dell'incidente sarebbero stati i fitti banchi di nebbia
incontrati dall'aereo a pochi chilometri da Baghdad. In un primo
tempo l'emittente tv <al Arabiya> aveva detto - per poi smentire la
notizia - che il veivolo era stato abbattuto da un missile sparato da una
vecchia base dell'esercito iracheno nei pressi di Balad, una cittadina
nella regione sunnita di Salaheddin a circa 100 chilometri a nord di
Baghdad. Le autorità
turche hanno confermato che i morti sono una trentina, senza peraltro
specificarne la nazionalità. (Ign Esteri)
12.01.2007
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MESSAGGIO DI
CORDOGLIO DI PRODI

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Il
nostro presidente del Consiglio lo ha inviato al Capo dello Stato
turco per la tragedia dell'Antonov precipitato. |
Il premier Romano Prodi ha inviato
un messaggio di cordoglio al president |
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