ATTUALITA'
NONOSTANTE
TUTTO
|
Il
Pontefice da oggi ad Ankara, prima tappa del suo
pellegrinaggio di fede. Benedetto XVI ha voluto dimostrare che
non è stato il duro ostracismo a farlo desistere dal suo proposito
di recarsi in Turchia. |
Nonostante tutto. Nonostante
il duro attacco del prof. Ali Bardakoglu, presidente del Diyanet
nonché Gran Mufti di Turchia, nonostante gli sgarbi in successione
(ed in parte riparati) del premier Recep Tayyip Erdogan e del suo vice Abdullah Gul,
nonostante le manifestazioni di piazza e le proteste urlate,
nonostante la diffidenza di certa stampa oltranzista e non,
nonostante l'ultimo gravissimo fatto (l'occupazione di Santa Sofia
da parte dei <lupi grigi>) che persino un ministro ha definito
"episodio intollerabile ed orribile", nonostante l'adunata
di 20 mila persone domenica scorsa a piazza Taksim ad Istanbul, i
tremilacinquecento striscioni ed il milione e mezzo di volantini con
le scritte "Papa vattene", nonostante tutto
questo il Papa è da oggi ad Ankara, prima tappa del suo
pellegrinaggio di fede. Per la verità più d'uno aveva pensato - e
chissà anche sperato - che il rappresentante della Chiesa cattolica
di fronte ad un ostracismo tanto duro quanto inspiegabile avrebbe
ripiegato sulla sua decisione di intraprendere un viaggio così
difficile.
Benedetto XVI ha voluto dimostrare che non sono le
minacce, velate o palesi, a poterlo far desistere dai propositi di chi incarna la figura del Cristo. Ed è questo che
sta mandando in tilt quelle forze oscurantiste (estremisti islamici
dietro i quali si muoverebbero i seguaci di Erbakan e
militanti del partito della Grande Unione della destra più
nazionalista) che fanno di tutto per
bloccare l'adesione della Turchia all'UE anche ricorrendo all'arma
anti-papale. Forse non sanno però, questi stessi, che qualunque
azione venga intrapresa da parte loro - e che comunque non potrà
mai essere paragonata al gesto sacrilego compiuto giusto 25 anni fa
in piazza san Pietro dal fanatico Ali Agca - il Pontefice va per la
sua strada: peggio per la Turchia se non saprà approfittare di una
occasione, unica, che per il Paese della Mezzaluna sarà
irripetibile. Che poi la lectio magistralis di Ratisbona
potesse anche essere evitata dal Pontefice, specie in un momento
delicatissimo per i rapporti tra islam e Cristianesimo, è cosa
innegabile. Ma Benedetto XVI si è scusato. Acqua passata, dunque!
Noi ci auguriamo che la Turchia e chi la governa sappiano riservare
alla visita del Papa l'accoglienza migliore. Sarebbe un peccato se
questo non avvenisse. (Turchia Oggi)
28.11.2006
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"CARO,
POPOLO TURCO"

| Il
saluto del Pontefice all'Angelus di domenica davanti a
migliaia di fedeli ai quali ha chiesto di accompagnarlo nel
suo viaggio. |
Un viaggio ''sulle orme di
Paolo VI e Giovanni Paolo II''. Così Benedetto XVI ha annunciato la
sua prossima partenza
per la Turchia al termine dell'Angelus in piazza San Pietro,
salutato da un applauso spontaneo dei tantissimi fedeli. Il Papa ha
voluto sottolineare il richiamo a Karol Wojtyla, e ha ringraziato i
fedeli per le preghiere che vorranno dedicare al suo viaggio. ''Fin
d'ora - ha detto il Papa nel giorno in cui gli
islamici erano scesi in piazza per protestare contro la sua visita -
desidero inviare un saluto
cordiale al caro popolo turco, ricco di storia e di cultura;
a tale Popolo e ai suoi rappresentanti esprimo sentimenti di stima e
di sincera amicizia. Con viva emozione attendo di incontrare la
piccola Comunità cattolica, che mi è sempre presente nel cuore, e
di unirmi fraternamente alla Chiesa Ortodossa, in occasione della
festa dell'apostolo Sant'Andrea''.
''Con fiducia - ha aggiunto il Pontefice - mi pongo sulle
orme dei miei venerati predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II;
ed invoco la celeste protezione del beato Giovanni XXIII, che fu per
dieci anni Delegato apostolico in Turchia e nutrì per quella
Nazione affetto e stima. A
tutti voi domando di accompagnarmi con la preghiera, perché
questo pellegrinaggio possa portare tutti i frutti che Dio desidera''.
(da Adnkronos)
28.11.2006
|
MISSIONE
CORAGGIOSA

|
Il
viaggio del Papa avviene in una fase molto
delicata per le sorti del dialogo tra culture e religioni che
deciderà l'avvenire dei popoli europei. |
Il viaggio del Papa da oggi in
Turchia avviene in una fase molto delicata per le sorti del dialogo
tra culture e religioni che deciderà l'avvenire dei popoli
europei; l'invasione pacifica che va determinando l'immigrazione
di islamici nei territori europei contribuisce, forse
inconsapevolmente, a rendere più impellente la necessità di questo
dialogo.
La missione coraggiosa del viaggio di Benedetto XVI è quindi mirata
al confronto con la cultura islamica, ed anche se si preannunziano
manifestazioni integraliste contrarie, essa ha il compito di
richiamare i popoli europei alla difesa delle loro radici storiche e
culturali.
La progressiva espansione dell'Islam nei territori europei, pone
per l'Europa, infatti, un grave problema; come costruire una
convivenza civile con una minoranza religiosa in forte crescita e
che però è lontana anni luce da una serie di valori culturali a
cui si ispira l'Europa.
A questo problema ha tentato di fornire una risposta la Chiesa cattolica,
che ha insistentemente richiesto l'inserimento del riferimento
delle radici cristiane nella Costituzione europea come difesa di una
identità culturale.
Questa insistenza, allo stato non accolta, non è dettata da un
interesse particolare, giacchè la Chiesa cattolica non avrebbe
alcun motivo per sostenere una posizione politica in un contesto di
Stati quale è l'Unione Europea di cui non è membro né vuole o
può diventarlo; né avrebbe motivo nell'insistere con la sua
richiesta per una "manovra opportunistica", giacché da essa
alcun tornaconto le può venire. Infatti, gli interessi delle Chiese
e di quella Cattolica in particolare, sono garantiti dai diritti
interni di ciascun Stato a cui saggiamente ora il dettato della
nuova costituzione rinvia, chiedendo che sia rispettata la tutela
oggi esistente per tali interessi in ciascuno degli Stati membri.
Infine, sul piano strettamente religioso, va detto che nessun
privilegio è stato mai richiesto dai Pontefici che si sono
succeduti né per le Chiese né per le religioni e tanto meno per la
Chiesa cattolica.
L'insistenza per l'inserimento del richiamo alle radici
cristiane nel testo costituzionale si propone al solo fine di
confermare una identità culturale dell'Europa e quindi come
richiesta squisitamente laica, perché a difesa di valori certamente
non religiosi. Il rifiuto opposto è, quindi, il disconosciuto non
solo di un dato storico incontrovertibile, ma ha anche il negare
quello che un laico liberale come Benedetto Croce aveva affermato
anni or sono e cioè che noi europei "non possiamo non dirci
cristiani". Né la richiesta era ed è a tutela di un credo
religioso a discapito di altri, giacché con il richiamo alle radici
cristiane ci si vuole richiamare a quell'umanesimo derivato dalla
cultura cristiana che è alla base di tutti i valori compresi nel
testo costituzionale.
Il problema che ha di fronte a se l'Europa, con il riemergere
delle questioni delle religioni, a causa dell'Islam, è quello di
non potersi trincerarsi dietro un neutralismo amorfo, occorrendo,
invece, ribadire, i valori a base della propria identità. Questi
valori propongono al centro la dignità della persona umana e quindi
il rispetto dei diritti che da essa promanano: come i diritti umani,
richiamati nella proposta di Carta costituzionale, i diritti
derivanti dai principi come la solidarietà e la sussidiarietà la
parità tra uomo e donna nonché la stessa laicità dello Stato, ed
il metodo democratico come sistema per il governo dei popoli.
L'Europa ha oggi il compito di far comprendere questo insieme di
valori e di principi alle altre culture del mondo, non per imporre
una supremazia, ma per costringere tutti a confrontarsi con essi per
una convivenza internazionale pacifica. Se quindi si deve parlare di
una responsabilità dell'Europa oggi, essa consiste proprio
nell'affermare con fermezza i suoi valori al fine di indurre le
altre culture a un serio confronto con essi, ed il viaggio di
Benedetto XVI vuole essere l'apripista per la ripresa di quel
dialogo che possa condurre ad una pacifica convivenza tra culture
diverse, alla ricerca di motivi per intendersi e non di ragioni per
scontrarsi. (Mario Forte/Denaro.it)
28.11.2006
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UN VIAGGIO
LUNGO MILLE ANNI

|
Il
Pontefice e un Paese a metà fra Europa e Asia, un rapporto
difficile dallo scisma del 1050. Ratzinger atteso a Istanbul
da pochi cristiani. |
Nel viaggio che Benedetto XVI
che da oggi fa in Turchia non c'è la "papamobile". L'uso
del particolare veicolo è iniziato nel 1979 durante il primo
viaggio in Messico di Giovanni Paolo II. Malgrado l'opinione diffusa
che si sia ricorsi ad essa per proteggere il Papa, in verità è
stata utilizzata per rendere il Pontefice visibile ai fedeli.
Solo successivamente, dopo l'attentato del 1981, la "papamobile"
ha subito le modifiche che conosciamo, con l'aggiunta dei vetri
blindati, in modo da rendere possibile il contatto con la gente,
salvaguardando l'incolumità del Pontefice.
In Turchia, però, non ci sarà folla alcuna. I pochi cristiani che
saranno presenti ad Istanbul - meno ancora ad Ankara - non si
riverseranno sulle strade, ma attenderanno Benedetto XVI nella
Chiesa locale. I musulmani interessati alla presenza del Papa in
Turchia saranno forse più impegnati a farsi vedere nella nuova
veste di progressiva fusione del settore nazionalista e l'ala
fondamentalista islamica, allarmante realtà che peraltro potrebbe
spiegare la scelta, ad uso domestico, di alcune autorità a snobbare
questo viaggio.
Lo Stato turco è relativamente recente. È stato fondato da Mustafa
Kemal Ataturk nel 1923, ed ha assunto, fin dalle origini, un assetto
istituzionale rigorosamente laico. La Costituzione attualmente in
vigore, malgrado due colpi di Stato e molti anni di crisi economica,
ha mantenuto quel carattere non confessionale delle origini.
La particolarità unica della capitale Istanbul, antica
Costantinopoli, è il fatto di essere crocevia di tre grandi
confessioni monoteiste presenti in Oriente: Cristiani Cattolici,
Ortodossi, Musulmani.
Il viaggio di Benedetto XVI è la terza visita che un Papa compie in
Turchia. La prima è stata quella di Paolo VI nel 1967, accompagnata
dal celebre incontro con il Patriarca Athenagora, tappa
significativa per l'ecumenismo tra le Chiese cristiane. La seconda
è stata quella di Giovanni Paolo II nel 1979.
In entrambi i casi, nessuno dei due pontefici aveva fatto menzione
alla maggioranza musulmana del Paese. Soltanto Paolo VI, citando la
Dichiarazione Nostra Aetate, rivolse da Istanbul un saluto breve e
formale in francese al capo dei musulmani. Giovanni Paolo II nel suo
incontro con le autorità turche non pronunciò nemmeno la parola
Islam.
Questo atteggiamento dei predecessori di Benedetto XVI è dovuto
fondamentalmente al rispetto per la laicità dello Stato e la forma
della Repubblica turca inaugurata con Ataturk, oltre al rispetto
della libertà religiosa.
Motivi politici
in gioco
Oggi, però, la situazione è completamente cambiata. Vi è, da un
lato, la grande questione dei diritti umani che rallenta l'ingresso
della Turchia nell'Unione Europea e vi è, dall'altro, la questione
dell'Islam. Quest'ultima deriva dall'esplosione dell'integralismo,
dopo l'11 settembre, e rende particolarmente delicata la visita di
Benedetto XVI.
Molti si sono addirittura chiesti il perché di un viaggio così
poco corrispondente alla logica politica del momento. Se le reazioni
integraliste dopo il discorso di settembre a Ratisbona parlano da
sé, il rapporto con gli Ortodossi, d'altra parte, non sembra -
apparentemente - promettere grandi risultati. Come si sa, le due
grandi Chiese cristiane hanno sempre viaggiato parallele e unite nel
primo millennio, mentre hanno vissuto separate nel secondo.
Il Grande Scisma è avvenuto formalmente nel 1054, precisamente
quando Papa Leone IX ed il Patriarca Michele I Cerulario si
scomunicarono a vicenda, anche se il divorzio istituzionale soltanto
siglò in modo definitivo una separazione culturale e linguistica
tra Occidente ed Oriente iniziata già al tempo dei Padri della
Chiesa.
Alcuni storici hanno sottolineato il motivo fondamentale della
divisione nel Primato rivendicato dal Vescovo di Roma sui quattro
Patriarcati di Oriente, anche se forse bisognerebbe soffermarsi sui
motivi politici veramente in gioco, primo tra tutti il rapporto tra
religione e politica.
Se, fin dall'epoca di Papa Gelasio I, in Occidente sussiste la
chiara distinzione tra religione e Stato, o, come recita il titolo
di un'opera del canonista francese Ugo di Fleury, tra regalità e
sacerdozio, questa distinzione in Oriente non è mai stata pensata
allo stesso modo. Costantinopoli era divenuta, a partire dal IV
secolo, capitale del mondo, e l'Imperatore di Oriente era al
contempo re e sacerdote, senza una chiara distinzione tra politica e
religione. Anche l'Islam, d'altra parte, non ha sempre distinto i
due piani, e la integrale laicità rivendicata dallo Stato turco
risponde anche a questa confusione di piani presente negli
atteggiamenti religiosi del popolo.
Si deve riconoscere che la grande novità di oggi è il buon
rapporto che si è creato tra il Patriarcato Ortodosso e la Chiesa
Cattolica. In questa occasione, infatti, ciascuno parteciperà alle
funzioni religiose dell'altro. Il Papa assisterà alla liturgia
ortodossa nel Fanar, mentre il Patriarca assisterà alla liturgia
cattolica nella cattedrale di Istanbul. Il Papa e il Patriarca si
parlano, si scrivono, si mandano inviti che vengono accolti da
entrambi e ricambiati. Nessuno avrebbe previsto comportamenti
analoghi non soltanto cento, ma nemmeno cinquanta anni fa. Se
all'epoca della visita di Paolo VI sembrava un fatto unico, una
frontiera ineguagliabile dell'ecumenismo, la visita e l'incontro con
il Patriarca, adesso ci troviamo di fronte ad una reciprocità di
rapporti stabile e consueta.
Aspettative
non marginali
D'altra
parte, però, la situazione delle minoranze etniche e religiose non
si presenta in Turchia delle migliori. Ci si trova spesso di fronte
ad una situazione di emergenza che coinvolge sia la Chiesa
Cattolica, sia quella Ortodossa. Questo contesto rende i rapporti
tra i cristiani molto simili a quelli esistenti nel primo millennio,
quando il Papa e il Patriarca si consideravano, malgrado tutto,
uniti nel difendere la libertà religiosa.
Per questo non si possono ignorare le importanti aspettative che gli
Ortodossi attendono dalla presenza in Turchia del Papa anche e
soprattutto in materia di difesa dei diritti umani. In tal senso,
non molto tempo fa il Patriarca ha dichiarato che tutti sperano in
un'esplicita dichiarazione del Papa in favore della difesa delle
"minoranze", un eufemismo che è sinonimo del diritto alla
libertà religiosa, soprattutto per quanto riguarda il diritto
all'espressione autentica dei rispettivi culti.
Attualmente, l'atteggiamento del Papa è diverso da quello degli
altri capi religiosi, cristiani e non. Egli va a portare una
testimonianza di abnegazione e di sobrietà, rivelando il profondo
ed esclusivo senso religioso della missione che compie. Egli non si
muove seguendo una logica di utilità politica, proprio perché
altrimenti, nella situazione attuale, non avrebbe per niente
progettato un viaggio come questo, in un momento come questo.
Egli va in Oriente a portare un messaggio di identità e di pace,
una testimonianza personale dello sforzo e della responsabilità che
un tale obiettivo comporta, con la stessa mentalità con cui
Giovanni Paolo II è andato a portare al popolo d'Israele in Terra
Santa un messaggio di perdono. La lettera che consegna Benedetto XVI
questa volta non viene lasciata nel Muro del Pianto, ma viene
portata con il calore - e diciamolo pure, il rischio - di una
presenza personale.
Queste aspettative non sono marginali perché in Turchia le
minoranze religiose soffrono la mancanza di un riconoscimento di
tipo giuridico che salvaguardi le diverse identità e il loro mutuo
rapporto, mentre il diritto alla libertà religiosa corrisponde
all'Articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo
e costituisce un elemento irrinunciabile di legittimazione
internazionale.
"Considerazioni
impolitiche"
Il viaggio del Papa è comunque un percorso che viene da lontano, un
cammino già iniziato da tempo, che dura da un millennio e che negli
ultimi anni ha accelerato il proprio passo. E portare un messaggio
di adiacente identità implica sempre, oltre al pericolo di essere
"usato", una generosa apertura che non è esclusivamente
politica, che non si lascia comprendere all'interno di un limitato e
congiunturale calcolo d'interessi. Non si tratta in questo caso di
unire o di difendere l'Occidente dall'espandersi della violenza
integralista, né, tanto meno, di trincerare la Chiesa in un'identità
simile alla prigione di un re; si tratta, invece, di ascoltare e di
mostrare autenticamente cosa si è, come si pensa, che valore hanno
le proprie idee e le proprie convinzioni.
Veramente ciò che spinge il Papa all'incontro di Istanbul
assomiglia molto a quelle motivazioni che Thomas Mann definiva
"considerazioni impolitiche". E oggi è quanto mai
indispensabile che qualcuno faccia un passo audace in questa
direzione, anche se può costare molto dal punto di vista personale.
E' evidente, infatti, che siamo di fronte ad un grande appuntamento
della storia, e questo importante incontro di mutua riconoscenza
dell'identità comune potrà realizzarsi soltanto con il concorso di
tutti e soltanto se tutti avranno il coraggio di vincere la paura più
pericolosa ed insidiosa che esista, il terrore di affrontare il
proprio tempo. (Joaquin Navarro-Valls/la
Repubblica.it)
28.11.2006
|
I CINQUE
CARDINALI ACCOMPAGNATORI
|
Tra
questi, il Segretario di Stato Tarcisio Bertone e il
presidente del Pontificio consiglio per il dialogo
interreligioso Paul Poupard. |
Sono cinque i cardinali che
accompagnano Benedetto XVI nel suo viaggio in Turchia che si svolge dal
oggi 28 novembre al primo dicembre. Si tratta del
Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, del presidente del Pontificio
consiglio per il dialogo interreligioso, Paul Poupard, del
presidente del Pontificio consiglio per l'ecumenismo, Walter Kasper,
di Ignace Moussa Daoud, prefetto della Congregazione per le Chiese
orientali e di Roger Etchegaray, uomo di grande esperienza nei
rapporti ecumenici e internazionali, già inviato in missione da
Giovanni Paolo II in diversi scenari critici internazionali. (IGN
Esteri)
28.11.2006
|
QUASI CERTO
ORA
IL RIPENSAMENTO
DEL PREMIER ERDOGAN

| Il
Primo Ministro turco, resosi conto probabilmente di un suo
inspiegabile sgarbo diplomatico davanti al mondo, vuole
incontrare oggi il Pontefice all'aeroporto di Ankara prima
di partire per Riga. |
Il primo ministro turco Tayyp
Erdogan intende incontrare oggi Papa Benedetto XVI all'aeroporto, al
suo arrivo in visita in Turchia.
"Stiamo lavorando col Vaticano - si era detto appena sabato
scorso alla <Reuters> da parte di un funzionario governativo -
per far sì che il Primo Pinistro ed il Papa si incontrino all'aeroporto di Ankara il 28
novembre, prima che il premier parta per il vertice Nato a
Riga".
In precedenza l'ufficio di Erdogan aveva detto che il premier
sarebbe stato impegnato al summit di Riga nei primi due giorni della
visita del Pontefice, ed impegnato in altri incontri in Turchia nei
giorni successivi.
28.11.2006
|
"BENVENUTO
MA..."

|
Il
premier turco Recep Tayyip Erdogan ha affidato giovedì scorso
alle telecamere di <Porta Porta> i motivi della sua
assenza. |
È
questo il messaggio che il premier turco Recep Tayyip Erdogan aveva
affidato qualche giorno fa alle telecamere di "Porta a porta". "Il Papa
- aveva spiegato - in qualità di personaggio politico e religioso,
può avere un ruolo molto importante nel sostituire il clima di
guerra con quello di pace". Ma, aveva aggiunto il premier con
trasparente riferimento al discorso di Benedetto XVI a Ratisbona,
"noi non ci siamo mai permessi di insultare i profeti delle
altre religioni. Anzi la nostra fede ci impone il loro rispetto. È
quindi nostro diritto attendere lo stesso trattamento dai membri
delle altre religioni". "Sarebbe stato un piacere per me
poter incontrare il il Papa", aveva detto ancora Erdogan spiegando
che sarà impegnato nel vertice Nato di Riga. E, aveva rivelato, "nel
caso vi sia un invito in Vaticano noi non lo rifiuteremmo di certo
perché siamo sempre disposti ad effettuare incontri fra Governi e
fra Stati". "Come vogliono le regole, in mia assenza, il
Papa sarà ricevuto dal mio vice-premier Sahin nel palazzetto Camli
(un chiosco di cristallo adiacente a palazzo Cankaya ad Ankara, ndr),
ha precisato il premier che poi aveva aggiunto: "Come sapete il
Papa viene su invito del presidente della Repubblica. Il Papa ha due
identità: politica e spirituale. Si incontrerà quindi con i suoi
diretti omologhi: il presidente della Repubblica e il presidente
degli Affari Religiosi. nelle stesse date vi sarà il Vertice Nato a
riga al quale devo presenziare in qualità di presidente del
Consiglio assieme al ministro degli Affari Esteri e al ministro
della Difesa. Non faccio uso di doppi pesi e doppie misure con
nessuno. Non ho bisogno di sotterfugi meschini. Il mondo gira, c'è
del lavoro da fare. Non ho bisogno di sotterfugi meschini. Il mondo
gira, c'è del lavoro da fare. Il papa viene in Turchia nell'ambito
dei suoi compiti ed io ho il compito di partecipare al vertice di
Riga".
"E' errato - aveva proseguito il premier - cercare secondi fini in
tutto l'accaduto. In Turchia possono esserci coloro che sono
favorevoli e coloro che sono contrari alla visita del Papa. Ciò è
naturale. Anche noi affrontiamo simili situazioni durante le nostre
visite all'estero con gente che protesta davanti agli alberghi dove
pernottiamo. ma nessuno si è mai permesso di ostacolarla. si parla
di libertà e di democrazia, vero? Allora non credo che nessuno
debba provare un particolare fastidio".
Quanto ad una eventuale visita in Vaticano, "nel caso vi sia un
invito - aveva spiegato Erdogan - noi non lo rifiuteremmo di certo. Noi
siamo sempre disposti ad effettuare incontri fra Governi e fra
Stati. Non è pensabile ad un nostro approccio negativo. Le nostre
visite a Roma avvengono prevalentemente su invito del presidente del
Consiglio italiano od in occasione di riunioni multilaterali. Non ci
si può presentare alla porta e suonare il campanello. Il Vaticano
è uno Stato, esiste un protocollo da rispettare. Aggiungo un'ultima
cosa: noi riteniamo che fra Stati non vi possa essere né rancore
né odio".
28.11.2006
|
LA VISITA
A SULTANHAMET
DEL PAPA

|
Benedetto
XVI ha manifestato l'intenzione di pregare nella Moschea
Blu costruita fra il 1606 e il 1616 dall'architetto Mehmet Aga. |
Benedetto XVI visiterà la
Moschea Blu di Istanbul nel pomeriggio di giovedì 30 novembre. Lo
ha confermato il direttore della sala Stampa della Santa Sede, padre
Federico Lombardi.
"Il Papa - ha detto - si recherà alla moschea subito dopo la
visita al museo di Santa Sofia. Il programma è fitto di impegni ma
si è riusciti a prevedere questa visita che sarà un segno di
rispetto e attenzione verso l'Islam". (Agi)
28.11.2006
|
UN
SONDAGGIO POCO FAVOREVOLE

|
Su
un campione di 4mila persone intervistate dal quotidiano <Zaman>,
solo il 10% ha detto di volere il Pontefice in Turchia. La ripicca
della moglie del Capo dello Stato. Manifestazioni contro. |
Era
stata una vigilia
polemica quella per il viaggio di Benedetto XVI che da oggi è in
Turchia, con sondaggi
negativi, proteste dei nazionalisti e distinguo su protocollo e
cerimoniale. Si tratta di elementi che hanno reso bene l'atmosfera
di un Paese che non voleva il Pontefice, sia a livello
popolare che governativo (la cordialità formale delle autorità non
è certo sufficiente).
A riguardo, è stato emblematico un sondaggio condotto su un campione di
4mila persone e pubblicato dal quotidiano <Zaman>, giovedì 16
novembre. Secondo i dati, solo il 10% dei Turchi ha approvato la visita di
Benedetto XVI, il 38% ne era contrario, il 38 % indifferente, mentre
il 14% non si è espresso. Uno stato di cose che ha avuto implicazioni anche
in ambito governativo con un atteggiamento al limite della stizza e
polemiche su aspetti apparentemente secondari, trapelate nella rete
dei media vicini all'ufficialità.
Da ultimo, la questione del cerimoniale, che per volontà del
Vaticano, sarebbe stato semplificato, come ha rivelato il quotidiano
<Hurriyet>. Nonostante le insistenze di Ankara, la Santa Sede infatti,
avrebbe preferito che la visita del Papa al patriarca ortodosso
Bartolomeo avvenisse nella sede di quest'ultimo, dove si recherà
usando l'automobile del patriarcato e non quella dello Stato turco
prevista dal protocollo per i Capi di Stato esteri.
Per questo motivo, ha spiegato il quotidiano, i responsabili del
protocollo della presidenza della Repubblica della Turchia hanno
deciso di abbassare il livello delle accoglienze da quelle di
''prima classe'' originariamente programmate a quelle di ''seconda
classe'', che non comportano tra l'altro l'esplosione delle 21 salve
di cannone e riducono il numero dei soldati per la cerimonia di
accoglienza nella sede presidenziale di Cankaya ad Ankara. <Hurriyet> rimarcava anche il presunto rifiuto di Benedetto XVI di
partecipare il 28 sera alla tradizionale cena di Stato offerta dal
presidente turco Ahmet Necdet Sezer (il Papa del resto non lo fa
mai) e la scelta della moglie del Capo dello Stato di non partecipare alla
cerimonia di benvenuto.
Intanto, non si placa la campagna dei nazionalisti contro il
viaggio. Anche ieri, a Istanbul, si sono svolte le solite
manifestazioni con i cartelloni prestampati (e sempre uguali) e lo
slogan durissimi del tipo "Noi non vogliamo il Papa in Turchia". In piazza, anche
Kemal Kerincsiz, un avvocato nazionalista, con un manifesto su
Benedetto XVI e Bartolomeo I, raffigurati come due serpenti.
Contestato il ruolo del patriarcato con una domanda chiara: "Il
patriarca e il Papa sono nel Fener. Dov'è la nazione turca? Non
lo vogliamo in Turchia". (Marco Fabi/www.korazym.org)
28.11.2006
|
"25
SUPERAGENTI
VEGLIERANNO SULLA PERSONA
DEL PONTEFICE

|
Un
apparato di sicurezza che non si era visto neppure per la
visita del presidente americano Bush. Alcune curiosità. |
Il
viaggio apostolicodi Benedetto XVIin Turchia (da oggial1° dicembre) presenta alcune curiosità. La
prima: la visita al Museo di Santa Sofia (primabasilica e poi
moschea) era inizialmente prevista per venerdì, giornata dedicata
alla preghiera per i musulmani. Per questo, la visita al museoè
stata anticipata a giovedì 30 novembre, visto che di fronte a Santa
Sofia si trova una moschea.
La seconda curiosità riguarda la lingua in cui il Pontefice terrà
i discorsi. Saranno in francese, inglese e in italiano: i discorsi
alla Presidenza per gli Affari Religiosi, al Patriarcato Ecumenico e
al Patriarcato Armeno Apostolico saranno in inglese, mentre per le
due messe previste, quellaal Santuario di Meryem Ana EvidiEfeso
e quella nellaCattedrale dello Spirito Santo di Istanbul (che
avrà carattere interrituale), saranno rispettivamente in italiano e
in francese. Il discorso al Corpo Diplomatico invece sarà in
francese e in inglese, mentre la Dichiarazione congiunta con il
Patriarca ecumenico sarà in inglese.
Per quanto riguarda la sicurezza, già da settimane l'apparatoè
stato allertato. Oltre 10mila poliziotti (tra i quali un gruppo
speciale di 25 superagenti e uomini italiani del Sisde e del Sismi che
veglieranno direttamente sulla persona
del Santo Padre, ndr), controllano già da tempole
zone dove abiterà il Papa (ad Ankaranella Nunziatura
Apostolica e a Istanbul nella Rappresentanza Pontificia) e che
percorrerà, per la bonifica. Benedetto XVI non si muoverà né con
l'elicottero né con la papa-mobile, mentre le strade verranno
bloccate per il suo passaggio. L'apparato di sicurezza sarà pari a
quello già sperimentato per le visite dei Capi di Stato, non da
ultimo il presidente americano George Bush. Per il viaggio di andata
il Papa era a bordo di un aereo A321<Alitalia>, mentre per i
trasferimenti Ankara-Izmir e Izmir-Istanbul, come anche per il
viaggio di ritorno, volerà con un aereo B737-800della <Turkish
Airline>.
In Turchia abitano circa 75 milioni di persone. Di queste il 97,2%
sono musulmani, il 2% non religiosi e lo 0.8% "altri", cioè
cristiani, tra cui 70mila sono di rito armeno-apostolico, 20mila di
rito latino e circa 1.500 di rito greco-ortodosso.
La visita del Papaè sotto i riflettori di tutto il mondo. Al
momento della sua elezione al Soglio di Pietro, il maggior
quotidiano turco titolò: "È stato eletto un Papa nemico dei
turchi". (Simona Santi&Barbara Marino/www.korazym.org)
28.11.2006
|
COSA
DOVREBBE DIRE IL PONTEFICE

|
Dovrebbe
dire - ha dichiarato Ali Bardakoglu, Gran Mufti turco, che
l'Islam è pacifico. |
La principale autorità
musulmana in Turchia ha affermato che Papa Benedetto XVI dovrebbe
dire chiaramente, durante la visita nel Paese a prevalenza musulmana
la prossima settimana, che l'Islam, così come il Cristianesimo, è
una religione di pace.
Il Pontefice ha fatto infuriare i musulmani in tutto il mondo a
settembre con un discorso in cui sembrava ritrarre l'Islam come una
religione irrazionale contaminata dalla violenza . Benedetto XVI si
è detto dispiaciuto per il dolore provocato dal suo discorso, senza
però mai scusarsi pienamente.
"Penso che l'attitudine che il Papa dovrebbe assumere è che né
l'Islam né la cristianità sono una fonte di violenza", ha
detto Ali Bardakoglu, guida del Direttorato generale per gli Affari
Religiosi di Ankara che controlla gli imam turchi e scrive i loro
sermoni.
"Se mi chiedessero se la cristianità è stata la causa di
violenze, direi di no, che non è così...Credo che tutti i profeti
inviati da Dio, da Mosè a Gesù a Maometto, siano messaggeri di
compassione", ha detto a <Reuters> in un'intervista.
Le violenze perpetrate in nome della religione sono una colpa degli
esseri umani fallibili e guidati nel modo sbagliato.
"Credo che il Papa condivida questo visione e un suo discorso
in questo senso sarà nell'interesse di tutta l'umanità", ha
aggiunto.
Bardakoglu, che incontrerà il Santo Padre nella giornata di oggi
all'inizio dei suoi quattro giorni di visita, aveva dichiarato a settembre
come Benedetto XVI avrebbe dovuto scusarsi per il suo discorso e
riconsiderare il viaggio in Turchia.
Ma in seguito aveva aggiunto a <Reuters> che è il momento di guardare
al futuro, aggiungendo che il Pontefice riceverà un'accoglienza
ospitale nel paese a prevalenza musulmana.
Ha spiegato che sarà felice di spiegare al Papa i collegamenti
"infrangibili" tra la ragione e la fede nell'Islam. (Reuters)
28.11.2006
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LA RICHIESTA
DELL'EX LUPO GRIGIO

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"Sono
sconvolto di fronte all'idea di stare chiuso in prigione e di
non poter salutare il Pontefice", così Ali Agca.
Respinta l'istanza di scarcerazione. |
Mehmet Ali Agca, il turco che
cercò di assassinare Papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro
nel 1981, ha presentato nei giorni scorsi una richiesta di scarcerazione per potere
salutare Benedetto XVI. Lo ha annunciato il suo avvocato.
Naturalmente non è stato esaudito. ''Sono sconvolto di fronte all'idea che
sarò in prigione quando il Papa sarà qui. Voglio salutarlo a Santa Sofia con milioni di
persone'', ha affermato Agca, secondo il suo avvocato Mustafa
Demirbag, citato dall'agenzia stampa <Anatolia>.
Agca, 48 anni, è incarcerato a Istanbul
dalla sua estradizione dall'Italia nel 2000. Il 12 gennaio, aveva
beneficiato di una liberazione anticipata dopo 25 anni passati
dietro alle sbarre in Italia e in Turchia, ma era stato rimesso in
carcere otto giorni più tardi, poiché la Corte di Cassazione aveva
stabilito che le riduzioni di pena applicate erano state calcolate
in modo errato. Secondo gli ultimi conteggi eseguiti della
giustizia, Agca non uscirà di prigione prima del 18 gennaio 2010.
Demirbag ha affermato che la detenzione di Agca è illegale e ha
annunciato di aver presentato una richiesta di scarcerazione a un
tribunale di Istanbul. Agca è stato condannato al carcere in
Turchia per diversi crimini commessi prima che tentasse di uccidere
Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro, ferendolo
gravemente. L'ex militante di estrema destra è stato riconosciuto
colpevole dell'omicidio nel 1979 di un noto giornalista e di due
rapine a mano armata commesse negli anni '70. (Asca-Afp)
28.11.2006
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LA
COPERTINA DEL <TIME>

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Sintomatico
il titolo della copertina dell'autorevole magazine americano:
"The Passion of the Pope" (La passione del Papa). |
Il
viaggio di Benedetto XVI in Turchia si è conquistato la copertina del
<Time>. "The Passion of the Pope" (La Passione del Papa), il
titolo di un approfondimento dell'autorevole magazine che
considera la visita una tappa importante, capace di riformare il
dibattito tra Islam e Occidente. "Il Pontefice - si leggeva
nel numero in questione - si
è imposto come una figura più complessa e affascinante di quanto
si potesse immaginare e tutto questo ha molto a che fare con la sua
volontà di confrontarsi con ciò che la gente reputa essere oggi
l'equivalente del flagello del comunismo: la minaccia della violenza
islamica. Dopo il discorso di Ratisbona, il Papa ha abbandonato la
posizione del suo predecessore per rilanciare il dibattito sullo
scontro di civiltà, incentrandolo sulla questione chiave se
l'islam, in quanto religione, condanna la violenza. Ora, Benedetto
XVI si trova nella posizione di avviare la missione più importante
del suo papato e di dover scegliere tra opzioni difficili: mettere a
punto una sua nuova piattaforma, insistendo sul fatto che un'altra
grande fede ha dei vizi potenzialmente letali e lanciare la sfida
del dibattito, esortando al tempo stesso la comunità occidentale ad
armarsi moralmente".
"Oppure - proseguiva l'editoriale del <Time> - rinunciare a qualsiasi
ulteriore confronto nella speranza di sedare la rabbia suscitata
dalle sue parole. Il Papa ha intenzione di dire quello che pensa -
ha detto un diplomatico vaticano - può aggiustare il tono, ma la
direzione non cambia". Il settimanale americano definisce il 12
settembre 2006, il giorno dell'intervento di Papa Benedetto XVI
all'Università di Ratisbona, un "punto di non ritorno".
"Tutti si chiedono - afferma una fonte vaticana - il Papa ha
sbagliato con quel discorso? È stato intenzionale? Non importa a
questo punto".
Del viaggio era tornato a parlare anche il patriarca
ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, che invitava la Turchia a
fare di tutto per garantire il successo della visita, prima del
summit dell'Unione Europea il mese prossimo. "Il Papa ha molta
influenza nel mondo intero - aveva detto in un'intervista al giornale
<Sabah> - non è una autorità che va trattata con leggerezza. Tutti
noi dobbiamo fare il possibile per la buona riuscita di questa
visita. Se non lo facciamo - ammoniva ancora Bartolomeo I - sarà
negativo per l'immagine della Turchia. E questo va evitato, nel
momento in cui diciamo di voler entrare nell'Unione Europea".
"Se accadrà qualcosa di spiacevole - concludeva l'editoriale - anche
questo avrà evidentemente riflessi sull'incontro a Bruxelles
durante il quale si affronterà la questione dell'ingresso della
Turchia in Europa". (Mattia Bianchi/www.korazym.org)
28.11.2006
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IL SECONDO
GIORNO

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Benedetto
XVI sarà domani, mercoledì 29, ad Efeso dove presiederà una
celebrazione eucaristica. |
Benedetto XVI
domani il 29 novembre,
secondo giorno della sua trasferta in Turchia, farà sosta al
santuario mariano di Efeso dove presiederà anche una celebrazione
eucaristica. Il santuario è visitato da circa 3 milioni di
pellegrini ogni anno, la gran parte di essi di fede musulmana; Maria
è infatti citata ben 40 volte nel Corano e a lei è dedicata anche
la sura 19. Secondo la tradizione nell'antica Efeso la Madonna
trascorse la parte finale della sua vita dopo la morte di Gesù. (Adnkronos)
28.11.2006
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SI PREGHERA'
ANCHE IN TURCO, IN ARABO E IN...
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Lo
ha riferito nei giorni scorso il <Messale> stilato dal
monsignor Piero Marini cerimoniere del Pontefice. |
Si pregherà anche in turco e
in arabo, oltre che in latino, in italiano, in francese, in inglese
e in tedesco, durante le celebrazioni e i momenti di preghiera
previsti nel viaggio apostolico che Benedetto XVI compierà in
Turchia dal 28 novembre al primo dicembre. Lo ha riferito il <Messale>,
la cui presentazione è stata resa pubblica nei giorni scorsi,
stilato da monsignor Piero Marini, cerimoniere del Papa.
"Nella celebrazione ad Efeso - si legge - vengono usate oltre
al latino, la lingua turca, l'italiano, il francese, l'inglese e il
tedesco. Per la celebrazione nella Cappella della Rappresentanza
Pontificia a Istanbul si usa la lingua latina", mentre "le
letture sono proclamate in lingua volgare".
Per la celebrazione nella Cattedrale dello Spirito Santo a Istanbul,
il primo dicembre, con la comunità cattolica, si useranno anche il
siriaco, l'arabo e lo spagnolo. "Alcune sequenze rituali -
prosegue il Messale nella parte dedicata alle Celebrazioni
liturgiche - sottolineano la presenza dei vari riti orientali:
l'armeno, il caldeo, il siro. Agli armeni è riservato: il canto
d'ingresso e il Sanctus; ai caldei: il Salmo responsoriale e il
canto di offertorio eseguito in lingua aramaica; ai siri: la
proclamazione del Vangelo secondo le modalità del proprio
rito".
Un'altra curiosità riguarda la celebrazione della Liturgia Armena.
"Prima di iniziare la processione d'ingresso nella Cattedrale -
spiega il Messale - vengono presentati al Santo Padre, secondo la
tradizione nazionale armena, il pane, il sale e l'acqua di rose come
simboli di benvenuto e di augurio". (Apcom)
28.11.2006
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SERRA
YILMAZ SCELTA COME INTERPRETE

|
A
decidere per la nota attrice - una delle preferite del regista
Ospetek - i funzionari turchi ma ancora non si conosce la
risposta del Vaticano. |
Potrebbe
essere Serra Yilmaz, l'attrice preferita di Ferzan Ozpeteck
("Le fate ignoranti", "La finestra di fronte"),
a fare da interprete negli incontri ufficiali che Papa Benedetto XVI
da questa mattina compie in Turchia. L'artista, in Italia da molti
anni dove ha vinto un david di Donatello e un Flaiano d'oro,
entrambi come miglior attrice non protagonista, sarebbe stata scelta
infatti dalle autorità turche. Non si sa bene, a questo momento, se
la proposta è stata accettata dal Varicano.
I funzionari turchi avrebbero deciso per la nota attrice conoscendo
bene anche il suo lavoro di traduttore simultaneo. La Yilmaz ha
fatto più volte da interprete negli incontri dell'ec Capo di Stato,
Suleyman Demirel, in quelli di Berlusconi ed Erdogan, e nei Forum di
dialogo italo-turco. (da la
Repubblica.it)
28.11.2006
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PERPLESSITA'
IN AUMENTO
| Il
disagio di Mauro Magris, capogruppo per l'Udeur alla Camera,
per il comportamento della Turchia nei confronti del Pontefice. |
"E' inaccettabile che in
Turchia si continuino a verificare episodi di intolleranza verso la
religione cattolica. A nome di tutti i deputati dei Popolari Udeur,
sento di dover manifestare tutto il nostro disagio per quel che sta
accadendo in quel Paese contro la visita del Santo Padre". Lo
ha affermato in una nota il capogruppo alla Camera, Mauro
Fabris, sottolineando come "tutto ciò non può che generare
dubbi profondi, riguardo l'ingresso della Turchia nell'Unione
Europea, anche in chi come noi ne ha sempre sostenuto l'opportunità"."Se
lo stesso premier Erdogan - ha concluso Fabris - ha trovato scuse su
scuse per non incontrare Benedetto XVI, qualche dubbio da parte
nostra sulla effettiva volontà di aprirsi all'Occidente è pur
lecito averlo". (Apcom)
28.11.2006
|
EFESO,
CROCEVIA DEL CRISTIANESIMO

|
Il
cardinal Carlo Maria Martino, già arcivescovo di Milano,
spiega i motivi si debba considerare questo posto santificato
dalla presenza di Paolo, Giovanni e Maria. |
Efeso è come
un crocevia del cristianesimo antico, un passaggio fra il mondo
pagano e il mondo cristiano. È un luogo santificato dalla presenza
di Paolo, di Giovanni, di Maria.
Paolo ha soggiornato a lungo a Efeso e ha visto i panorami che anche
noi possiamo vedere; in questa città ha scritto almeno la prima
Lettera ai Corinti, a questa città ha scritto la Lettera agli
Efesini, e menziona più volte Efeso nelle lettere pastorali. Gli
Atti degli Apostoli, dal canto loro, nei capitoli 18-20, descrivono
a lungo le vicende avventurose di Paolo in questi luoghi.
Giovanni, secondo un'antichissima tradizione, ha vissuto qui, vi
ha composto il suo Vangelo e forse le Lettere; in ogni caso sono
state scritte sotto questo cielo, e l'Apocalisse è stata scritta
nell'isola di Patmos che dista, in linea d'aria, pochi
chilometri. Giovanni ha vissuto qui molto probabilmente con Maria e,
in tempi recenti, sono stati riscoperti i resti di un edificio che
viene chiamato "Casa di Maria".
Efeso è quindi il luogo di Paolo, di Giovanni, di Maria; un luogo
straordinariamente famoso nella Chiesa primitiva.
Leggendo alcune memorie di questi luoghi mi ha colpito l'inizio
della Lettera di Ignazio - uno dei primissimi Vescovi dell'Oriente
- alla Chiesa di Efeso. Si noti la solennità delle sue parole:
"Ignazio, detto anche Teoforo, alla benedetta nella grandezza
di Dio Padre in pienezza, a colei che è santa ed è stata
predestinata prima dei secoli a essere sempre per una gloria che
rimane immutabilmente unita ed eletta nella passione vera, nella
volontà del Padre e di Gesù Cristo nostro Dio, alla Chiesa degna
di essere detta beata che è in Efeso nell'Asia, degna di ogni
grazia, auguri di gioia moltissima in Gesù e di gioia
incontaminata".
Certamente è una Chiesa che fa da sintesi del cristianesimo antico:
del passaggio dal paganesimo al cristianesimo e del passaggio del
cristianesimo dal mondo ebraico-palestinese al mondo pagano.
"La vostra gioia
sia perfetta"
Il testo della prima Lettera di Giovanni esprime l'evento
inaudito: "Abbiamo udito, veduto, contemplato, toccato con le
nostre mani il Verbo della Vita, perché la Vita si è fatta
visibile". È questo il grande mistero del IV Vangelo, il
mistero dell'Incarnazione, della vita eterna che era presso il
Verbo e si è fatta visibile a noi, che si rende visibile e
tangibile nell'Eucaristia.
Della grandiosa pagina teologica di Giovanni mi preme sottolineare
un aspetto pratico, che cogliamo nelle parole conclusive:
"Questo vi scriviamo perché la nostra gioia sia
perfetta".
Mi piacerebbe anche riassumere tutto il mio ministero con
l'augurio: "La vostra gioia sia perfetta". Un augurio,
una parola semplicissima, ma di cui abbiamo paura. Ci sembra che la
gioia perfetta non vada bene perché sono sempre tante le cose per
cui preoccuparsi, tante le situazioni sbagliate, le guerre, le
sofferenze: con tali giuste ragioni noi ci priviamo della gioia
perfetta. Ma gioia perfetta non vuol dire non condividere il dolore
per l'ingiustizia, per la fame nel mondo; è una gioia più
profonda, dalla quale ci dispensiamo troppo facilmente pensando che
non sta per noi, che stoni di fronte al coro di lamentele proprio
della nostra società occidentale. Se apriamo i giornali, ci
accorgiamo che ogni giorno c'è una polemica, un conflitto, una
rissa, un sospetto, un retroscena, e così la nostra gioia si
intride di tristezza, si rovina come se fosse marcia.
In realtà la gioia deve essere perfetta e auguro di scoprirla come
gioia che non disdegna di piegarsi sulle sofferenze proprie e
altrui, perché ne abbiamo scoperto il segreto, quello di aver
toccato il Verbo della vita che risana ogni esperienza di
sofferenza, di malattia, di povertà, di ingiustizia, di morte.
Questo è il segreto del Crocifisso, ed è il primo auspicio che
faccio, quasi una parola sintetica: la vostra gioia sia perfetta,
tocchi la radice ultima che Giovanni ci ha fatto scoprire proprio
partendo dalle sue meditazioni in questi luoghi, ripensando al
Calvario, alla croce e al sepolcro. Ha parlato di gioia perfetta
perché sia nostra! Per credere bastano il cuore e la bocca
Passando ai testi di Paolo, penso di riassumerli con una frase
semplicissima: "Quanto è facile credere; per credere basta il
cuore e la bocca. Quando il cuore crede che Dio ha risuscitato dai
morti Gesù e la bocca lo dice, sei salvo!".
Tutte le complicazioni, tutti gli approfondimenti che talora ci
confondono, tutto ciò che è stato sovra-imposto attraverso il
pensiero orientale e occidentale, attraverso la teologia e la
filosofia, è in parte buono.
E però credere è facile, è un gesto del cuore che si butta e una
parola che proclama: "Gesù risorto, Gesù Signore". È un
atto talmente semplice che non distingue fra dotti e ignoranti, tra
persone che hanno compiuto un cammino o che devono ancora compierlo.
Il Signore è di tutti, è ricco d'amore verso tutti coloro che lo
invocano. Giustamente noi abbiamo approfondito il mistero della
fede, abbiamo cercato di leggerlo in tutte le pagine della
Scrittura, lo abbiamo declinato lungo le vie talora tortuose. Ma la
fede è semplice, è un gesto di invocazione, di abbandono, di
fiducia, e dobbiamo ritrovare questa semplicità. Ritrovarla perché
è quella del fanciullo, illumina tutte le cose e permette di
affrontare le complessità della vita e del cammino di fede senza
preoccupazioni o paure. E l'atto di fede profondo sgorga dal cuore
per la grazia dello Spirito.
L'importanza
dei piccoli segni
Il brano del Vangelo di Giovanni, tratto dal capitolo 20, comincia
con la corsa di Maria di Magdala, anch'essa ricordata dalla
tradizione come colei che può aver vissuto in questi luoghi. Ed è
Maria che chiama Simon Pietro e Giovanni.
Il racconto è ricchissimo di simboli, e lo sintetizzo in una sola
parola che richiama quella di Paolo: credere è facile. Per credere,
infatti, basta poco, bastano pochi segni ben collocati. Maria
esprime ciò che riesce a comprendere: "Hanno portato via il
Signore dal Sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!".
Tutto appare complicato: Pietro corre, un altro corre più di lui,
ma pur arrivando prima non entra per rispetto. Entra allora Pietro,
vede le bende, il sudario piegato in un luogo a parte, non capisce.
Capisce però l'altro discepolo, più intuitivo, Giovanni
"vide e credette", riferisce il Vangelo, perché i piccoli
segni presenti nel sepolcro hanno fatto nascere in lui la certezza
che il Signore è risorto. Non ha avuto bisogno di un trattato di
teologia, non ha lasciato una lezione di teologia fondamentale, non
ha scritto migliaia di pagine sull'evento. Ha visto piccoli segni,
ma sufficienti per il suo cuore già preparato a comprendere il
mistero d'amore di Dio.
Talora noi siamo alla ricerca di segni complicati, e va bene, ma
basta poco per credere se il cuore è disponibile e se si dà
ascolto alla grazia. Di fronte ad alcuni segni ben collocati il dono
di fede viene spontaneo per la grazia e la soavità interiore che,
secondo le parole di sant'Agostino, infonde fiducia e gioia nel
credere.
Efeso, un luogo che le vicende storiche hanno ridotto
all'essenziale, ci imparte una lezione di semplicità: della
memoria gloriosa del passato sono rimasti soltanto dei ruderi,
sufficienti tuttavia per segnalarci che qui c'è stata una grande
presenza, presenza che, malgrado gli avvenimenti della storia, è
ancora viva, e noi ne siamo i testimoni, proclamandone la forza e la
verità nell'Eucaristia.
Davvero noi siamo tra coloro cui è donato di proclamare quelle
verità semplici ed essenziali che illuminano la terra e ci
permettono di toccare con mano il mistero della Vita manifestato dal
Verbo fatto carne e di sperimentare come la gioia perfetta è
possibile anche in questo mondo, nonostante le sofferenze e i dolori
di ogni giorno. (Card. Carlo Maria Martini/Osservatore
Romano- www.korazym.org)
28.11.2006
|
IL CONCILIO DI
EFESO DELL'ANNO 431
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Nell'immaginario
cristiano è rimasto come quello che decretò la maternità
divina della madre di Cristo. La convocazione da parte
dell'imperatore Teodosio II. |
Il Concilio di Efeso è rimasto nell'immaginario cristiano come il
Concilio che decretò la maternità divina della madre del Signore:
Lei è la Theotokos, la Madre di Dio. Vuole una tradizione che la
sera del 22 giugno del 431, dopo la decisione conciliare su Maria
Theotokos, il popolo, per manifestare il suo assenso fece festa
dando inizio ad una grande fiaccolata.
Efeso, una delle grandi città del mondo antico, centro portuale e
commerciale, centro religioso pagano famoso per il tempio di
Artemide o Diana come la chiamavano i romani, era la capitale della
provincia pro-consolare dell'Asia.
Per i cristiani Efeso era stata la città legata all'attività
dell'apostolo Paolo e, in età avanzata, la dimora dell'apostolo
Giovanni con la Madre del Signore.
L'imperatore Teodosio II convocò ad Efeso nel giugno del 431 un
concilio (il terzo ecumenico) per dirimere la questione nestoriana.
In quel Concilio, a oltre cento anni dal Concilio di Nicea (si era
tenuto nel 325) e a 50 dal Concilio di Costantinopoli (del 381),
maturò l'orientamento di come esprimere un linguaggio adeguato
circa il Verbo incarnato.
Alla storia sono rimasti i nomi dei principali attori in causa:
Cirillo, Patriarca di Alessandria, Nestorio, Patriarca di
Costantinopoli, Giovanni di Antiochia, Papa Celestino.
I due contendenti principali furono Cirillo e Nestorio. Per
chiarirsi si scrissero lettere che ancora possediamo, ma con nessun
risultato.
Ognuno aveva un suo schema di pensiero nel proporre il giusto
linguaggio circa il Verbo incarnato: Cirillo parlava di ipostasi del
Logos incarnato e voleva salvaguardare l'unità di tale soggetto;
Nestorio parlava di persona (in greco prosopon, termine teatrale
allora usato per le maschere) e nel Verbo incarnato voleva
salvaguardare l'integrità della natura umana.
Le relative spiegazioni e contro-spiegazioni, insoddisfacenti per
ambedue le parti, portavano a pubbliche difficoltà di rapporto tra
le due grandi Sedi patriarcali del tempo, Alessandria e
Costantinopoli, tanto da costringere l'imperatore a convocare un
Concilio.
Qualcuno si chiede se si trattava solo di diverse modulazioni di
linguaggio oppure di reali comprensioni non cristiane riguardo a Gesù
Cristo.
Dobbiamo dire che dopo la definizione del Concilio di Nicea circa la
divinità del Logos, la questione dal versante trinitario si spostò
sul Verbo incarnato, vale a dire sul come pensare l'unione del
Logos con la natura umana assunta.
Il Concilio di Efeso è perciò legato, dottrinalmente, a come
esprimere e comprendere l'unione del divino e dell'umano in Gesù
di Nazareth.
Il Patriarca di Alessandria, Cirillo, parlava di un unico soggetto,
quello divino (il Verbo, il Logos di cui si parla nel prologo del
Vangelo di Giovanni) che, incarnandosi, ha assunto la natura umana.
Il nodo
della questione
Questa posizione trovò l'opposizione del Patriarca di
Costantinopoli, Nestorio, un monaco di scuola esegetica antiochena e
quindi non alessandrina. Egli non vedeva salvaguardata nella
spiegazione degli alessandrini l'integrità dell'umanità
assunta dal Logos.
Il nodo della questione verteva sul come pensare l'anima umana del
Cristo. Gli alessandrini la pensavano non come principio attivo, sia
come autonomo centro decisionale sia come principio vitale del
corpo, perché il divino e l'umano hanno nel Logos il punto vitale
di unione e di attività. L'umanità di Cristo, in altre parole,
è completa ma rimane passiva quale strumento del Logos.
Si tratta perciò di un soggetto unico, quale fonte di volere e di
agire, che nel Logos ha il suo punto unitario.
Tale unità egli la esprimeva con il termine ipostasi, l'ipostasi
del Logos nella quale s'innesta l'umanità assunta completa, però
priva di ipostasi, perché l'unica è quella del Logos.
Ad una ipostasi Cirillo fece tuttavia corrispondere anche una
natura, utilizzando una formula di cui si era servito Apollinare di
Laodicea per negare in Cristo l'anima umana, che però lui
riteneva di Atanasio Vescovo di Alessandria. Questa formula suonava:
"una sola natura del Dio Logos incarnata". Nacquero nuove
incomprensioni: Cirillo venne accusato dagli antiocheni di
apollinarismo, di negare cioè in Cristo l'anima umana.
A lui premeva tuttavia difendere l'unità del soggetto nel Cristo,
rifiutava perciò come insufficienti ed estrinseche le proposte di
un'unione delle due nature in Cristo, espresse da Nestorio con
formule correnti in area antiochena come "secondo la volontà e
il beneplacito", oppure parlava di un'unione nel prosopon o
la persona (termine teatrale come dicevamo sopra che indicava la
maschera), che era propria di Teodoro di Mopsuestia e di Nestorio.
L'indicazione
di Cirillo
Si correva il rischio di porre in Cristo due soggetti. Agli
antiocheni la posizione di Cirillo dava l'impressione di negare
nel Cristo la completezza della sua umanità, lo accusavano perciò
di apollinarismo; per gli alessandrini la posizione di Nestorio
negava l'unità del soggetto nel Verbo incarnato, che anzi portava
a due soggetti, il figlio di Dio (il Logos) e il figlio di Maria
uniti solo moralmente non sostanzialmente. La stessa Madre del
Signore bisognava chiamarla perciò "Madre del Cristo" o
Christotokos e non Madre di Dio o Theotokos.
Il Concilio di Efeso, pur tra molte difficoltà, seguì
l'indicazione di Cirillo nel pensare il Cristo un soggetto unico
che, nel Logos che ha assunto la natura umana, ha il suo punto di
unità. La sua posizione divenne dogma nel comprendere ed esprimere
il Verbo incarnato di cui parlano le sacre Scritture.
Oggi, con i progressi avutisi nella conoscenza relativi al
linguaggio e alle strutture che lo formano e lo esprimono, le
rispettive posizioni degli alessandrini e degli antiocheni appaiono
meno distanti quanto al contenuto.
Per tale motivo gli incontri ecumenici tra quanti si rifanno alla
tradizione di Cirillo, Patriarca di Alessandria, e tra coloro che si
rifanno alla tradizione antiochena di Nestorio, sono più frequenti
e anche apportatori di reciproche integrazioni cristologiche, come
si evince dagli incontri biennali con rappresentanti delle comunità
nestoriane ancora esistenti, promossi dalla "Pro Oriente"
di Vienna. (Vittorino Grossi/Osservatore
Romano-www.korazym.org)
28.11.2006
|
UNA GRANDE
STORIA DI FEDE CRISTIANA

| Flash
back su Efeso. La città dell'Oriente più popolata dopo
Alessandria e Antiochia con un porto di grande importanza era
stata la capitale della provincia romana dell'Asia. |
Efeso è stata visitata da Paolo VI il 26 luglio del 1967 e da
Giovanni Paolo II il 30 novembre del 1979. È la città che ospitò,
nel 431, il terzo Concilio ecumenico, celebrato per comporre forti
divergenze dottrinali che opponevano i Patriarcati d'Oriente e in
cui venne ufficialmente riconosciuto a Maria il titolo di "Theotokos",
Madre di Dio, già a lei tributato dal popolo cristiano, ma
contestato in alcuni ambienti, facenti capo soprattutto a Nestorio.
Dopo il Concilio di Efeso ci fu la separazione delle Chiese
nestoriane, che non accettarono le disposizioni dell'Assise. La
popolazione di Efeso, invece, accolse con gioia i Padri che uscivano
dalla Sala del Concilio, dove era stata riaffermata la vera fede
della Chiesa, che da lì si propagò in ogni parte del mondo
cristiano.
Efeso era la città dell'Oriente più popolata dopo Alessandria e
Antiochia, con un porto di grande importanza. Era la capitale della
provincia romana dell'Asia e aveva un ruolo commerciale, politico
e religioso di prim'ordine. Vi si celebrava il culto di Artemide,
dea efesina della fecondità e della vita, nel grande tempio a lei
dedicato, che attirava folle considerevoli e costituiva un lucroso
commercio per gli argentieri locali. Nella città viveva una
fiorente comunità ebraica.
Il prestigio
dell'apostolo
A Efeso la predicazione di Paolo fu tra le più consistenti, come
testimoniano gli Atti degli Apostoli e la Lettera agli Efesini. Il
soggiorno dell'Apostolo nella città fu di circa tre anni, dal 54
al 57. Al suo arrivo Paolo trovò un gruppo di discepoli di Giovanni
Battista che si fecero battezzare nel nome di Gesù con facilità.
L'apostolo iniziò la sua predicazione nella sinagoga, dove operò
per circa tre mesi, poi si trasferì nella scuola di un certo
Tiranno, molto probabilmente un retore, dove predicò per i due anni
successivi.
Il prestigio dell'Apostolo, che operava anche guarigioni e
prodigi, crebbe enormemente catalizzando l'attenzione di gran
parte della città. Ma la sua attività missionaria comprometteva
gli interessi commerciali del fiorente artigianato che viveva
all'ombra del santuario di Artemide. Gli orefici che fabbricavano
tempietti di argento per la dea provocarono quindi una sommossa
contro l'apostolo e la predicazione cristiana costringendo Paolo
ad abbandonare la città alla volta della Macedonia.
Il suo saluto agli anziani della comunità di Efeso, radunati a
Mileto, rappresenta un vero e proprio testamento spirituale (Ac 20,
17-28). In quella città, punto di confluenza di culture e religioni
diverse, Paolo intuì che gli si era "aperta una porta grande e
propizia" per la predicazione del Vangelo, come scrive nella
prima lettera ai Corinti.
Efeso fu effettivamente una porta per entrare nel popoloso e
variegato retroterra della provincia asiatica. Allo stesso tempo la
città e i suoi abitanti provocarono abbondanti prove e sofferenze
all'apostolo che arrivò a scrivere ai Corinti di "aver
combattuto a Efeso contro le belve" e di aver ricevuto nella
città una sentenza di morte da cui il Signore lo liberò.
Secondo la più antica tradizione, Efeso fu anche l'ultimo
soggiorno dell'apostolo Giovanni. Ancora oggi, nella vicina
cittadina di Selcuk, si possono ammirare le rovine della Basilica di
San Giovanni evangelista.
E il Libro dell'Apocalisse contiene una lettera indirizzata alla
Chiesa giovannea di Efeso. Se si guarda al periodo successivo a
quello neotestamentario il nome della città è legato a una lettera
di Ignazio di Antiochia scritta da Smirne.
Di questa chiesa efesina "benedetta in grandiosità con la
pienezza di Dio Padre ... degna di essere beata", Ignazio ci
trasmette il nome del suo Vescovo, Onesimo. Il Vescovo di Antiochia
ha parole di venerazione verso gli efesini che qualifica come
"iniziati di Paolo" e quale "Chiesa celebrata nei
secoli".
In effetti la Chiesa di Efeso mantenne per secoli una posizione
predominante sulle altre Chiese della regione. Uno dei suoi Vescovi,
Policrate, tra il II e il III secolo, emerge come capo e guida dei
Vescovi asiatici. Tuttavia, come per Antiochia e altre sedi, la sua
importanza si ridusse a causa dell'egemonia esercitata, a partire
dal V secolo, dalla nuova Roma, Costantinopoli.
Efeso fu sede di due Concili ecumenici, tra cui quello del 431 a cui
parteciparono circa duecento Vescovi e in cui - come si è detto -
venne riconosciuta la divina maternità di Maria.
Il tempio
dei "Sette dormienti"
Tuttavia l'importanza della città diminuì nel corso dei secoli
proprio a partire dall'ascesa di Costantinopoli, dove Patriarcato
e impero erano strettamente legati. Ciò portò le Chiese
dell'Asia Minore a ridurre la loro autonomia. Ma la forza della
capitale dell'impero bizantino attrasse a sé anche la vita
economica delle regioni limitrofe.
Le grandi vie commerciali si collegarono direttamente con la
capitale danneggiando l'influenza economica anche di città
portuali come Efeso. Non si può però parlare di decadenza.
L'antico splendore della città infatti non scomparve, tanto che
intorno al 540 l'imperatore Giustiniano fece costruire sulla
precedente chiesa costantiniana un'enorme basilica per venerare
l'apostolo Giovanni.
Tra le chiese più caratteristiche della città vi è poi quella
dedicata ai "Sette dormienti", fatta costruire da Teodosio
II intorno al 445 e meta di pellegrinaggi. Si tratta di una leggenda
nata al tempo delle persecuzioni di Decio, nel 250 d.C., quando
sette giovani cristiani avrebbero trovato rifugio in una grotta
presso il monte Pion. In essa, protetti dai persecutori, avrebbero
dormito per due secoli risvegliandosi solo dopo l'avvento di
Teodosio II all'inizio del V secolo. Tale leggenda conobbe una
vasta diffusione non soltanto nel mondo cristiano, ma
successivamente anche in quello musulmano.
Ma Efeso resta, soprattutto, la città della predicazione
dell'Apostolo Paolo e rappresenta, nonostante le divisioni tra i
cristiani avvenute lungo i secoli, simbolo di un'eredità
condivisa. Non a caso durante il suo Viaggio Apostolico in Turchia,
nel luglio del 1967, Paolo VI rivolse proprio da Efeso, luogo della
predicazione degli apostoli e dei grandi Concili ecumenici, un
importante messaggio ai Capi di tutte le Chiese ortodosse. (Marco
Impagliazzo/Osservatore Romano-
www.korazym.org)
28.11.2006
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IL SANTUARIO
DELLA CASA
DELLA MADRE DI DIO

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Il
presidente della Conferenza episcopale turca, mons. Ruggero
Franceschini vescovo di Izmir, ci racconta tutto su questo
sacro sito. |
"Donna, ecco il tuo figlio... Ecco la tua Madre. E da quel
momento, il Discepolo prese Maria nella sua casa" (Gv 19,
26-27).
Una forte tradizione nella Chiesa afferma che Maria sarebbe venuta
con san Giovanni ad Efeso. Tradizione ininterrotta fino ai nostri
giorni.
Nel 1880, seguendo le descrizioni della mistica tedesca Katharina
Emmerich, beatificata da Giovanni Paolo II nel 2004, la Casa di
Maria è stata riscoperta, sul pendio occidentale del Bülbül Dag
(Colle dell'usignolo), a pochi chilometri dall'attuale Selçuk,
nei pressi dell'Efeso antica.
Attualmente si presenta come una chiesetta bizantina del settimo
secolo, restaurata.
Qui Maria, secondo la tradizione, sarebbe vissuta per nove anni, e
questo sarebbe il luogo della sua Assunzione al Cielo.
Dall'anno 1966 i Padri Cappuccini della Provincia di Parma (ora
unitasi alla Provincia di Bologna) hanno la cura del Santuario.
Il Rettore è Padre Adriano Franchini, in collaborazione con Fra
Paolo Rovatti, Superiore della fraternità; Padre Tarcy Matthias; e
due Suore dell'Istituto "Sorelle Minori di Maria
Immacolata".
Ma vediamo di dire qualcosa di più preciso e dettagliato della
storia del ritrovamento della Casa della Madre Maria.
La località della Vergine (Meryem Ana Evi)
Gregorio di Tours (584-594) è il primo scrittore ecclesiastico che
parla di una venerabile Cappella situata su una montagna vicino ad
Efeso. "Sulla sommità di una montagna prossima ad Efeso -
scrive - ci sono quattro muri senza tetto. Giovanni abitò dentro
queste mura".
Che ci fosse stata ad Efeso, sulla montagna del Bülbül-dag, una
casa abitata anticamente da Maria era in ogni caso la tradizione dei
Kirkindjiotes, gli abitati dell'attuale Sirince, un piccolo
villaggio situato a 17 chilometri da Meryem Ana, i quali, ogni anno
il giorno dell'Assunta, salivano in pellegrinaggio al Santuario.
Da questo luogo, dicevano, la Vergine era salita al cielo.
Ci si può sorprendere nel sentire una simile affermazione dalla
bocca di questi contadini ortodossi, quando tutta la loro Chiesa,
dall'inizio del Medio Evo, pensò che Maria finì i suoi giorni a
Gerusalemme.
Dunque, non c'è da meravigliarsi quando si pensa che questi
cristiani erano discendenti autentici dei cristiani di Efeso e che,
durante le diverse persecuzioni, essi dovettero rifugiarsi sulla
montagna all'Est di Efeso.
Pur avendo adottato la lingua turca, essi avevano tuttavia custodito
le loro antiche tradizioni. Questa gente coraggiosa, che non esitava
a fare dieci ore di cammino in montagna il giorno del
pellegrinaggio, doveva avere un motivo serio per mantenersi fedele a
questa pratica.
Essi avevano una tradizione, e questa tradizione non l'hanno
inventata; non l'hanno ricevuta né dai loro vicini, né dalla
Chiesa Ortodossa. Da chi, allora? "Dai nostri Padri",
rispondono. Ed essi certo devono saperlo meglio di chiunque altro.
Le rivelazioni della veggente Katharina Emmerich (1774-1824)
Immobilizzata da dodici anni da un male incurabile, questa contadina
di un villaggio sulle rive del Reno ebbe il dono di particolari
visioni circa la vita di Gesù e della Madonna, con straordinari
particolari e dettagli su fatti, luoghi e persone che ella, essendo
ammalata e impossibilitata a spostarsi, non poteva avere verificato
né appreso di persona, né da alcun altro.
Tutto ciò destò la meraviglia, la curiosità e l'interesse
dell'opinione pubblica, e in particolare di un intellettuale
tedesco, Clemente Brentano, che si rese disponibile come segretario
presso la veggente.
Il suo lavoro di annotazione di ciò che la Emmerich andava
esponendo venne poi raccolto in un libro che venne pubblicato nel
1835: "La dolorosa Passione di nostro Signore Gesù
Cristo". E dopo la morte della veggente, venne pubblicata
anche: "La vita della Vergine Maria secondo le rivelazioni di
Anna Katharina Emmerich".
Un viaggio
senza incidenti
Nel 1881 un sacerdote francese della Diocesi di Parigi, Don Gouyet,
ebbe l'idea di andare ad Efeso per verificare l'esattezza della
descrizione della Casa della Vergine, che la veggente tedesca
Katharina Emmerich faceva nel suo libro.
Monsignor Timoni, Arcivescovo di Smirne, lo incoraggiò nel suo
intento e gli affiancò un giovane che l'accompagnasse nelle
ricerche.
Il viaggio si svolse senza incidenti: egli era convinto di aver
trovato la Casa della Vergine Maria, e ne fece relazione
all'Arcivescovo, alle Autorità diocesane di Parigi e anche a
Roma. Ma non ebbe successo.
Dieci anni più tardi, Suor Maria De Mandat-Grancey, Superiora delle
Figlie della Carità, addette all'Ospedale francese di Smirne,
ascoltando un giorno a mensa il brano della "Vita della
Madonna" riguardante il soggiorno e la morte di Maria a Efeso,
chiese a Padre Jung, e a Padre Poulin, lazzaristi che insegnavano
nel Collegio del Sacro Cuore di Smirne, e celebravano la Santa Messa
all'Ospedale, di verificare l'autenticità di quelle
rivelazioni.
Dopo aver letto il libro, Padre Poulin decise di tentare la
spedizione a Efeso. Ne parlò con alcuni confratelli, trovando però
più disapprovazione che consensi.
Non si perse d'animo, e invitò i contrari a verificare se nel
libro ci fossero gli aspetti che sembravano più evidenti, e cioè
la buona fede, la pietà e la fedeltà ai testi evangelici.
La descrizione particolareggiata della Casa, del luogo, della
posizione, delle distanze, fece nascere in tutti il desiderio di
andare a constatare di persona la verità di quelle affermazioni.
Fu messo a capo della spedizione Padre Jung, quello che più era
scettico, con un altro sacerdote, e un aiutante per il trasporto dei
bagagli.
Il 27 luglio 1891 si misero in viaggio, percorrendo strade
accidentate, sbagliando talvolta la rotta, ritornando sui propri
passi, e riprendendo nuovamente il cammino.
Il 29 luglio, bussola alla mano, seguendo le indicazioni del libro,
eccoli giungere, stanchi, su una piccola spianata, coltivata a
tabacco. Assetati, chiesero dell'acqua ad alcune donne che
lavoravano nei campi: "Noi non ne abbiamo più, ma andate al
monastero e ne troverete", risposero. Con un gesto indicarono
una casa molto rovinata.
La comitiva si mosse immediatamente nella direzione indicata e...
restarono sbalorditi. La casa in rovina, la montagna dietro la casa,
il mare di fronte! Era esattamente la descrizione della Casa della
Vergine fatta da Katharina Emmerich!
La terza
spedizione
Stupefatti e commossi, rilessero ancora una volta il testo. Per
tranquillità di coscienza, essi vollero ispezionare le montagne
circostanti. La veggente diceva, infatti, che dalla cima del monte,
sul pendio del quale era costruita la Casa, si vede
contemporaneamente Efeso e il mare. Per due giorni, essi andarono da
una vetta all'altra, ma da nessuna parte, eccetto che da Meryem
Ana Evi, erano visibili simultaneamente Efeso e il mare. Sembrava
dunque che avessero trovato la Casa della Vergine Maria.
Felici tornarono a Smirne per comunicare del ritrovamento. Quindici
giorni dopo, una seconda spedizione si recò sul posto per
controllare il lavoro della prima, e ritornò confermando tutto,
anzi, aggiungendo altri particolari a favore della scoperta.
Si fece allora una terza spedizione, con Padre Poulin, Padre Jung e
altri laici esperti, che rimasero sul luogo per una settimana,
fotografando, misurando, mettendo in rilievo con estrema precisione
i dati importanti.
Tornando a Smirne, portarono schizzi, disegni, fotografie, insieme
alla certezza di aver trovato ciò che avevano con tanta fatica
cercato. L'Autorità diocesana confermò quanto era stato
acquisito.
Pellegrinaggi
Il primo pellegrinaggio a Meryem Ana Evi ebbe luogo nel 1896, cinque
anni dopo la scoperta della Casa della Vergine. Era uno spettacolo
pittoresco: questa folla che si snodava lungo i sentieri
serpeggianti, chi a piedi, chi a dorso d'asino, o a cavallo, chi
in gruppi molto compatti, chi in fila indiana.
Da allora, con mezzi diversi, con percorsi più abbordabili, la
gente continua a recarsi dalla Mamma Maria, proveniendo da ogni
luogo, da ogni parte del mondo. Sono persone di ogni razza e
religione, che si riconoscono figli della stessa Madre, e fratelli
uniti dagli stessi desideri, dalle stesse ansie, dalle stesse
invocazioni e suppliche.
La Casa della Madonna è mèta di milioni di visitatori, soprattutto
d'estate, di pellegrinaggi, di persone che qui pregano con grande
raccoglimento. Anche molti musulmani, che venerano grandemente la
Mamma Maria, ortodossi, protestanti.
La presenza amante, attiva di Maria, è percepita in maniera forte,
qui.
Maria è la Madre di tutti, e accoglie nella sua Casa tutti i suoi
figli: figli di tante diverse culture, religioni, e parla al loro
cuore. Qui le differenze scompaiono e rimane la cosa più
importante: l'essere figli e adoratori del Dio unico.
Purtroppo in questo luogo così sacro e raccolto mancano strutture
più ampie e adatte per le confessioni, per la celebrazione della
Santa Messa nel tempo invernale, così come mancano spazi per
Celebrazioni particolari per gruppi giovanili o per momenti di
intensa preghiera.
I religiosi presenti, nonostante queste carenze, che speriamo presto
di colmare, cercano di favorire il clima di preghiera, preservando
la sacralità del Santuario e soprattutto la sua identità di luogo
di culto cristiano.
La storica visita
di Papa Paolo VI
Per quanto è possibile, si rendono disponibili per l'accoglienza
personale dei tanti che desiderano conoscere, dialogare, confidare
pene e speranze.
Ma anche tutta la zona di Efeso ci è cara, e parla al nostro cuore,
per la presenza invisibile, ma tangibilissima, dell'Apostolo
Giovanni, che qui si rifugiò, nell'anno 42, fuggendo da
Gerusalemme a causa delle persecuzioni, con la Vergine Maria,
affidatagli dal Cristo morente in croce. E qui rimangono i resti
della sua tomba, mèta anch'essa di pellegrinaggi incessanti.
Numerosi testi del II e III secolo ci confermano la realtà di
questa presenza. Citiamo, fra gli altri, Ireneo, Policarpo, Eusebio,
Clemente di Alessandria, Origene. Tutti questi autori scrivono
appena qualche anno dopo la morte di san Giovanni.
Molto interessante è anche la seconda Lettera di Policrate, Vescovo
di Efeso, al Papa san Vittore (189-199), in cui si fa menzione della
tomba di san Giovanni ad Efeso.
Clemente di Alessandria e Origene ci dicono anche che Giovanni è
vissuto e morto nella capitale dell'Asia Minore.
Quanto a Eusebio, il grande storico della Chiesa primitiva, afferma
che al momento della persecuzione di Gerusalemme "gli Apostoli
si dispersero e San Giovanni visse in Asia e morì ad Efeso".
Pochi tratti di storia antica hanno, a loro sostegno, una così
grande schiera di autori, come la questione della presenza di
Giovanni ad Efeso.
Certo non si parla direttamente di Maria, ma si sa che in questo
periodo degli inizi della Chiesa, i testi non parlano se non di
coloro che sono stati costituiti "Apostoli e colonne della
Chiesa". Maria continua a vivere ancora, in qualche modo, la
sua vita nascosta.
Non possiamo dimenticare, poco distante dalla tomba dell'Apostolo
Giovanni, la Basilica del Concilio di Efeso (431), nel quale si
proclamò Maria Madre di Dio (Theotokos).
Di questa Basilica rimangono pochi resti, ma preziosi per le memorie
che richiamano: ogni anno la Chiesa di Smirne, nella seconda
domenica di Ottobre, unita ai tanti pellegrini che qui convengono,
celebra la festa della Theotokos proprio su questi resti, allestendo
un altare, e formando una vera e propria assemblea.
Qui, Paolo VI, nella sua storica visita del luglio 1967, sostò in
preghiera, come anche, nella stessa occasione, alla Casa di Maria.
Giovanni Paolo II, nella sua Visita in Turchia del 30 novembre 1979,
anch'esso volle recarsi pellegrino alla Panaya Kapulu, la Casa
della Mamma Maria, e lì, sulla spianata del Santuario, attorniato
da Cardinali, Vescovi e duemila fedeli, celebrò la Santa Messa
solenne, con omelia in varie lingue. Ora, forti di questa grande
tradizione, attendiamo con gioia e con trepidazione Benedetto XVI. (Ruggero
Franceschini vescovo di Izmir presidente della Conferenza
episcopale turca/Osservatore
Romano-www.korazym.org)
28.11.2006
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IL MARTIRE
DELLA CHIESA

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E'
uscito nelle librerie il libro di don Andrea Santoro, il
sacerdote italiano ucciso lo scorso febbraio a Trabzon mentre
pregava. Si intitola "Lettere dalla
Turchia" (Edizioni <Città Nuova>, 10.00 euro).
L'introduzione è affidata al cardinal Camillo Ruini, vicario
della Diocesi di Roma. |
E' uscito nelle librerie
italiane il libro di don Andrea Santoro, il sacerdote italiano
ucciso lo scorso 5 febbraio a Trebisonda, in Turchia, mentre si
trovava raccolto in preghiera nella sua Chiesa. Si intitola
"Lettere della Turchia" (Edizioni <Città Nuova>, 10.00
euro) il volume che raccoglie tutte le lettere scritte dal sacerdote
italiano. L'introduzione è affidata al cardinale Camillo Ruini,
vicario della Diocesi di Roma, che durante l'omelia per il funerale
di Don Andrea lo ha definito un "martire della Chiesa",
annunciando la volontà di aprire la causa di beatificazione del
religioso italiano.
Dal 2000 don Andrea è in Turchia, inviato come fidei donum dalla
Diocesi di Roma. All'origine della decisione di trasferirsi lì,
nelle terre che hanno visto nascere la fede cristiana, c'è il forte
desiderio di andare per "attingere - come lui stesso spiega in
una lettera - un po' di quella luce antica e darle un po' di
ossigeno, perchè brilli di più".
Nelle lettere che scrive alla "Finestra per il Medio Oriente",
realtà che fonda lui stesso al momento della partenza, racconta
quanto vive giorno dopo giorno: la scoperta del popolo turco e le
sue tradizioni, i progressi nello studio della lingua e nella
conoscenza via vai sempre più profonda del mondo musulmano con le
sue luci e ombre, i suoi problemi, le sue ricchezze spirituali, la
vita delle piccole comunità cristiane, rimanendo fino all'ultimo
convinto della possibilità del dialogo tra le tre religioni
monoteiste a partire da quella terra. (Apcom)
28.11.2006
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"SONO
CERTA CHE SAPRA' RICORDARLO"
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"E'
fratello in mezzo ad altri fratelli, spero non accada
nulla", ha detto la sorella di don Andrea Santoro
riferendosi al viaggio del Pontefice. |
"Sono certa che il Papa
porta nel cuore don Andrea e che lo ricorderà dentro di sé ogni
momento del viaggio, dall'aereo in partenza fino a quello di
ritorno, perché don Andrea era sacerdote fidei donum della
diocesi di Roma in Turchia. Mi auguro che possa esprimere anche
verbalmente questo ricordo davanti al popolo turco, davanti alla
comunità cristiana. Spero che possa farlo, che la situazione di
difficoltà non arrivi al punto da impedirglielo". Risponde così
Maddalena Santoro, sorella di don Andrea, il sacerdote italiano
ucciso a Trebisonda, in Turchia, lo scorso 5 febbraio, alla domanda
se si aspetta dal Papa parole in memoria del fratello, in occasione
del viaggio che Benedetto XVI compierà proprio nella terra dove ha
perso la vita don Andrea.
Quale significato attribuisce a questo viaggio del Papa in Turchia?
"Un grande significato - risponde Maddalena ad Apcom - perché
reputo che sia veramente un viaggio di pace e un viaggio per
chiedere il dialogo. Dico chiedere - prosegue - perché il dialogo
è fatto a due e quindi al viaggio del Papa spero che segua una
risposta relativa alla situazione dei cristiani in Turchia. I
cristiani non sono tranquilli - afferma ancora la sorella di don
Andrea - non sono liberi come dovrebbero essere in uno Stato laico
come si dichiara la Turchia. Mi auguro che la risposta del Paese al
dialogo che il Papa cerca andando là - osserva Maddalena Santoro -
sia quella di riconoscere la difficoltà dei cristiani e assicurare
un cambiamento".
Teme per questo viaggio del Papa? Ha paura per la sua incolumità?
"Ogni volta che don Andrea tornava in Turchia avrei dovuto
temere - ci risponde - però non temevo. La sua convinzione, e anche
quella del Papa, è quella di essere fratelli in mezzo ad altri
fratelli. Speriamo che il popolo turco - conclude - accolga questa
fraternità e quindi non accada nulla. (Apcom)
28.11.2006
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PROCESSO A
DUE CITTADINI TURCHI DI FEDE CRISTIANA
|
Si
è aperto, e subito aggiornato, davanti al tribunale di
Silivri. Hahan Tastan e Turan Topal - questi i loro nomi -
rischiano da 2 a 9 anni di reclusione per offesa all'identità
turca e islamica. |
E' cominciato al tribunale di
Silivri, nei pressi di Istanbul, un processo a due cittadini turchi
di religione cristiana protestante, accusati di avere "offeso
l'identità turca e l'Islam" per avere cercato di diffondere il
cristianesimo tra i loro concittadini. I due turchi cristiani, Hakan
Tastan e Turan Topal, attualmente a piede libero, erano stati
arrestati nelle scorse settimane, dopo una denuncia anonima, con
l'accusa di avere regalato vangeli, libri e Cd-rom sul
cristianesimo, "soprattutto agli studenti".
La parte civile accusatrice è rappresentata dal noto avvocato Kemal
Kerincsiz, che alla testa di un gruppo di giuristi ultranazionalisti
ha innescato di recente vari processi, tra cui quelli agli scrittori
Orhan Pamuk ed Elif Shafak. Il processo, per il quale i due accusati
rischiano da 2 a 9 anni di reclusione, è stato aggiornato a data da
definire. Ma dopo l'udienza ci sono stati scambi di invettive da
parte di un gruppo di persone che avevano innalzato cartelli con su
scritto: "Missionari, giù le mani dalle scuole e dai nostri
figli". (da la Repubblica.it)
28.11.2006
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"IL
MALATO E' GUARITO
|
Nella
sua intervista a <Porta a Porta> il premier turco ha
spiegato le ragioni per le quali la Turchia deve entrare in
Europa. Un grazie all'Italia. La questione dell'articolo 301. |
"La
Turchia è profondamente riconoscente per il sostegno che l'Italia
ci ha fornito fino ad oggi. A questo punto ci attendiamo che il
forte sostegno italiano continui durante i negoziati di
adesione". Lo ha affermato il Primo Ministro turco, Recep
Tayyip Erdogan, durante una intervista a <Porta a Porta>.
"Con l'Italia abbiamo un rapporto privilegiato - ha osservato
Erdogan - In questi quattro anni del mio mandato l'Italia è sempre
stata presente al nostro fianco, soprattutto per quanto riguarda le
nostre aspirazioni europee. Sono sempre stato in stretto contatto
con il presidente Berlusconi e i colloqui con l'on. Prodi al tempo
della sua presidenza della Commissione europea si sono sempre
sviluppati in senso positivo".
Il premier turco ha espresso poi dispiacere alla domanda se "si
senta europeo". !Questa domanda un po' mi dispiace - ha
rilevato - Siamo un Paese con un volto rivolto soprattutto
all'Europa. Ma allo stesso tempo siamo il volto dell'Europa rivolto
verso l'Asia, il Medio Oriente, il Mar Caspio, il Caucaso. Questa è
la posizione privilegiata della Turchia".
Mettendo in rilievo la presenza di cinque milioni di cittadini
turchi residenti in vari Paesi europei, Erdogan ha testimoniato che
"per noi è un progetto di civiltà, un cammino iniziato nel
1963 che prosegue oggi nel 2006. Vi ricordo che già ai tempi
dell'ultimo periodo dell'Impero ottomano, questi veniva etichettato
come il 'malato dell'Europa'. Perché? Perché era considerato
europeo. Il malato è in seguito guarito, si è ripreso ed oggi
continua il suo progresso. Esiste oggi una Turchia che contribuirà
al rafforzamento dell'unione Europea".
In quanto ai diritti umani e alla libertà religiosa così il
premier turco nella sua intervista a <Porta a Porta>: Negli
ultimi quattro anni la Turchia ha operato una 'rivoluzione
silenziosa' nel contesto dei criteri politici di Copenaghen. Questo
comprende sia la libertà di pensieri che quella religiosa. Abbiamo
però raggiunto un livello ideale? No! C'è ancora molto da
fare". In particolare Erdogan ha precisato che il suo Governo
"ha tre linee rosse: no al nazionalismo etnico, no al
nazionalismo regionale, no al nazionalismo religioso. Ci stiamo
riuscendo e stiamo proseguendo sulla strada giusta".
Alla replica di Bruno Vespa se il Governo Erdogan pensa di riuscire
ad eliminare dal codice penale turco - come richiesto dall'UE -
l'articolo 301 (che prevede tra l'altro pene da sei mesi a tre anni
di prigione per chi "denigra apertamente la Turchia, la
Repubblica o il Parlamento turco", incrementando di tre volte
la pena se il reato viene commesso all'estero), il Primo Ministro
aveva riposto con molta chiarezza: "Ribadiamo di essere
disposti a valutare le proposte e a modificare l'articolo se
veramente esiste la necessità. Ma se il discorso si basa
sull'abolizione dell'intero articolo, a quel punto la risposta è
no. Necessitiamo di questo articolo. la sua mancanza condurrebbe
all'uso illimitato della libertà, cosa che non è concessa in
nessuna parte del mondo. In nessun paese si può commettere
vilipendio contro lo Stato, il popolo, la nazione o la bandiera
senza essere puniti".
Erdogan ha infine sottolineato l'indipendenza della magistratura
turca, sulla base del "principio della distinzione dei poteri:
legislativo, esecutivo e giudiziario", considerando tuttavia
che "il diritto non ha una sua matematica. 2+2 non sempre fa
quattro", e fa riferimento al fatto che"al momento della
valutazione il giudice ha presente il testo della legge ma capita
che vi siano verdetti comandati dai sentimenti. Noi abbiamo cercato
di redigere una legge che fosse in tal senso 'liberale' al massimo.
Essa prevede che nel caso lo scopo sia la critica non sussiste il
reato. Questo proprio per fornire al magistrato un differente spazio
di manovra". (da Ansa)
28.11.2006
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TENSIONE
ALTA TRA UE E
TURCHIA
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