Arretrati 

Anno 7° N.34

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ATTUALITA'

NONOSTANTE TUTTO

Un_altro_corteo_contro_la_visita_del_Papa   Benedetto_XVI   Manifesti_contro_la_visita_del_Papa

 

Il Pontefice da oggi ad Ankara, prima tappa del suo pellegrinaggio di fede. Benedetto XVI ha voluto dimostrare che non è stato il duro ostracismo a farlo desistere dal suo proposito di recarsi in Turchia.

A_sinistra_il_premier_turco_Erdogan,_a_destra_il_suo_vice_GulNonostante tutto. Nonostante il duro attacco del prof. Ali Bardakoglu, presidente del Diyanet nonché Gran Mufti di Turchia, nonostante gli sgarbi in successione (ed in parte riparati) del premier Recep Tayyip Erdogan e del suo vice Abdullah Gul, nonostante le manifestazioni di piazza e le proteste urlate, nonostante la diffidenza di certa stampa oltranzista e non, nonostante l'ultimo gravissimo fatto (l'occupazione di Santa Sofia da parte dei <lupi grigi>) che persino un ministro ha definito "episodio intollerabile ed orribile", nonostante l'adunata di 20 mila persone domenica scorsa a piazza Taksim ad Istanbul, i tremilacinquecento striscioni ed il milione e mezzo di volantini con le scritte "Papa vattene", nonostante tutto questo il Papa è da oggi ad Ankara, prima tappa del suo pellegrinaggio di fede. Per la verità più d'uno aveva pensato - e chissà anche sperato - che il rappresentante della Chiesa cattolica di fronte ad un ostracismo tanto duro quanto inspiegabile avrebbe ripiegato sulla sua decisione di intraprendere un viaggio così difficile.
Cortei_per_dire_no_al_Papa Benedetto XVI ha voluto dimostrare che non sono le minacce, velate o palesi, a poterlo far desistere dai propositi di chi incarna la figura del Cristo. Ed è questo che sta mandando in tilt quelle forze oscurantiste (estremisti islamici dietro i quali si muoverebbero i seguaci di Erbakan e militanti del partito della Grande Unione della destra più nazionalista) che fanno di tutto per bloccare l'adesione della Turchia all'UE anche ricorrendo all'arma anti-papale. Forse non sanno però, questi stessi, che qualunque azione venga intrapresa da parte loro - e che comunque non potrà mai essere paragonata al gesto sacrilego compiuto giusto 25 anni fa in piazza san Pietro dal fanatico Ali Agca - il Pontefice va per la sua strada: peggio per la Turchia se non saprà approfittare di una occasione, unica, che per il Paese della Mezzaluna sarà irripetibile. Che poi la lectio magistralis di Ratisbona potesse anche essere evitata dal Pontefice, specie in un momento delicatissimo per i rapporti tra islam e Cristianesimo, è cosa innegabile. Ma Benedetto XVI si è scusato. Acqua passata, dunque! Noi ci auguriamo che la Turchia e chi la governa sappiano riservare alla visita del Papa l'accoglienza migliore. Sarebbe un peccato se questo non avvenisse. (Turchia Oggi)
28.11.2006

 

"CARO, POPOLO TURCO"

Benedetto_XVI_2

Il saluto del Pontefice all'Angelus di domenica davanti a migliaia di fedeli ai quali ha chiesto di accompagnarlo nel suo viaggio.

Un viaggio ''sulle orme di Paolo VI e Giovanni Paolo II''. Così Benedetto XVI ha annunciato la sua prossima partenza per la Turchia al termine dell'Angelus in piazza San Pietro, salutato da un applauso spontaneo dei tantissimi fedeli. Il Papa ha voluto sottolineare il richiamo a Karol Wojtyla, e ha ringraziato i fedeli per le preghiere che vorranno dedicare al suo viaggio. ''Fin d'ora - ha detto il Papa nel giorno in cui gli islamici erano scesi in piazza per protestare contro la sua visita - desidero inviare un saluto cordiale al caro popolo turco, ricco di storia e di cultura; a tale Popolo e ai suoi rappresentanti esprimo sentimenti di stima e di sincera amicizia. Con viva emozione attendo di incontrare la piccola Comunità cattolica, che mi è sempre presente nel cuore, e di unirmi fraternamente alla Chiesa Ortodossa, in occasione della festa dell'apostolo Sant'Andrea''.
''Con fiducia - ha aggiunto il Pontefice - mi pongo sulle orme dei miei venerati predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II; ed invoco la celeste protezione del beato Giovanni XXIII, che fu per dieci anni Delegato apostolico in Turchia e nutrì per quella Nazione affetto e stima. A tutti voi domando di accompagnarmi con la preghiera, perché questo pellegrinaggio possa portare tutti i frutti che Dio desidera''. (da Adnkronos)
28.11.2006

 

MISSIONE CORAGGIOSA

Il_Santo_Padre

 

Il viaggio del Papa avviene in una fase molto delicata per le sorti del dialogo tra culture e religioni che deciderà l'avvenire dei popoli europei.

Il viaggio del Papa da oggi in Turchia avviene in una fase molto delicata per le sorti del dialogo tra culture e religioni che deciderà l'avvenire dei popoli europei; l'invasione pacifica che va determinando l'immigrazione di islamici nei territori europei contribuisce, forse inconsapevolmente, a rendere più impellente la necessità di questo dialogo.
La missione coraggiosa del viaggio di Benedetto XVI è quindi mirata al confronto con la cultura islamica, ed anche se si preannunziano manifestazioni integraliste contrarie, essa ha il compito di richiamare i popoli europei alla difesa delle loro radici storiche e culturali.
La progressiva espansione dell'Islam nei territori europei, pone per l'Europa, infatti, un grave problema; come costruire una convivenza civile con una minoranza religiosa in forte crescita e che però è lontana anni luce da una serie di valori culturali a cui si ispira l'Europa.
A questo problema ha tentato di fornire una risposta la Chiesa cattolica, che ha insistentemente richiesto l'inserimento del riferimento delle radici cristiane nella Costituzione europea come difesa di una identità culturale.
Questa insistenza, allo stato non accolta, non è dettata da un interesse particolare, giacchè la Chiesa cattolica non avrebbe alcun motivo per sostenere una posizione politica in un contesto di Stati quale è l'Unione Europea di cui non è membro né vuole o può diventarlo; né avrebbe motivo nell'insistere con la sua richiesta per una "manovra opportunistica", giacché da essa alcun tornaconto le può venire. Infatti, gli interessi delle Chiese e di quella Cattolica in particolare, sono garantiti dai diritti interni di ciascun Stato a cui saggiamente ora il dettato della nuova costituzione rinvia, chiedendo che sia rispettata la tutela oggi esistente per tali interessi in ciascuno degli Stati membri. Infine, sul piano strettamente religioso, va detto che nessun privilegio è stato mai richiesto dai Pontefici che si sono succeduti né per le Chiese né per le religioni e tanto meno per la Chiesa cattolica.
L'insistenza per l'inserimento del richiamo alle radici cristiane nel testo costituzionale si propone al solo fine di confermare una identità culturale dell'Europa e quindi come richiesta squisitamente laica, perché a difesa di valori certamente non religiosi. Il rifiuto opposto è, quindi, il disconosciuto non solo di un dato storico incontrovertibile, ma ha anche il negare quello che un laico liberale come Benedetto Croce aveva affermato anni or sono e cioè che noi europei "non possiamo non dirci cristiani". Né la richiesta era ed è a tutela di un credo religioso a discapito di altri, giacché con il richiamo alle radici cristiane ci si vuole richiamare a quell'umanesimo derivato dalla cultura cristiana che è alla base di tutti i valori compresi nel testo costituzionale.
Il problema che ha di fronte a se l'Europa, con il riemergere delle questioni delle religioni, a causa dell'Islam, è quello di non potersi trincerarsi dietro un neutralismo amorfo, occorrendo, invece, ribadire, i valori a base della propria identità. Questi valori propongono al centro la dignità della persona umana e quindi il rispetto dei diritti che da essa promanano: come i diritti umani, richiamati nella proposta di Carta costituzionale, i diritti derivanti dai principi come la solidarietà e la sussidiarietà la parità tra uomo e donna nonché la stessa laicità dello Stato, ed il metodo democratico come sistema per il governo dei popoli. L'Europa ha oggi il compito di far comprendere questo insieme di valori e di principi alle altre culture del mondo, non per imporre una supremazia, ma per costringere tutti a confrontarsi con essi per una convivenza internazionale pacifica. Se quindi si deve parlare di una responsabilità dell'Europa oggi, essa consiste proprio nell'affermare con fermezza i suoi valori al fine di indurre le altre culture a un serio confronto con essi, ed il viaggio di Benedetto XVI vuole essere l'apripista per la ripresa di quel dialogo che possa condurre ad una pacifica convivenza tra culture diverse, alla ricerca di motivi per intendersi e non di ragioni per scontrarsi. (Mario Forte/Denaro.it)
28.11.2006

UN VIAGGIO LUNGO MILLE ANNI

Una_recente_foto_del_Pontefice

Il Pontefice e un Paese a metà fra Europa e Asia, un rapporto difficile dallo scisma del 1050. Ratzinger atteso a Istanbul da pochi cristiani.

Non_sarà_usata_la_papamobileNel viaggio che Benedetto XVI che da oggi fa in Turchia non c'è la "papamobile". L'uso del particolare veicolo è iniziato nel 1979 durante il primo viaggio in Messico di Giovanni Paolo II. Malgrado l'opinione diffusa che si sia ricorsi ad essa per proteggere il Papa, in verità è stata utilizzata per rendere il Pontefice visibile ai fedeli.
Solo successivamente, dopo l'attentato del 1981, la "papamobile" ha subito le modifiche che conosciamo, con l'aggiunta dei vetri blindati, in modo da rendere possibile il contatto con la gente, salvaguardando l'incolumità del Pontefice.
In Turchia, però, non ci sarà folla alcuna. I pochi cristiani che saranno presenti ad Istanbul - meno ancora ad Ankara - non si riverseranno sulle strade, ma attenderanno Benedetto XVI nella Chiesa locale. I musulmani interessati alla presenza del Papa in Turchia saranno forse più impegnati a farsi vedere nella nuova veste di progressiva fusione del settore nazionalista e l'ala fondamentalista islamica, allarmante realtà che peraltro potrebbe spiegare la scelta, ad uso domestico, di alcune autorità a snobbare questo viaggio.
Lo Stato turco è relativamente recente. È stato fondato da Mustafa Kemal Ataturk nel 1923, ed ha assunto, fin dalle origini, un assetto istituzionale rigorosamente laico. La Costituzione attualmente in vigore, malgrado due colpi di Stato e molti anni di crisi economica, ha mantenuto quel carattere non confessionale delle origini.
La particolarità unica della capitale Istanbul, antica Costantinopoli, è il fatto di essere crocevia di tre grandi confessioni monoteiste presenti in Oriente: Cristiani Cattolici, Ortodossi, Musulmani.
Il viaggio di Benedetto XVI è la terza visita che un Papa compie in Turchia. La prima è stata quella di Paolo VI nel 1967, accompagnata dal celebre incontro con il Patriarca Athenagora, tappa significativa per l'ecumenismo tra le Chiese cristiane. La seconda è stata quella di Giovanni Paolo II nel 1979.
In entrambi i casi, nessuno dei due pontefici aveva fatto menzione alla maggioranza musulmana del Paese. Soltanto Paolo VI, citando la Dichiarazione Nostra Aetate, rivolse da Istanbul un saluto breve e formale in francese al capo dei musulmani. Giovanni Paolo II nel suo incontro con le autorità turche non pronunciò nemmeno la parola Islam.
Questo atteggiamento dei predecessori di Benedetto XVI è dovuto fondamentalmente al rispetto per la laicità dello Stato e la forma della Repubblica turca inaugurata con Ataturk, oltre al rispetto della libertà religiosa.
Motivi politici
in gioco

Oggi, però, la situazione è completamente cambiata. Vi è, da un lato, la grande questione dei diritti umani che rallenta l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea e vi è, dall'altro, la questione dell'Islam. Quest'ultima deriva dall'esplosione dell'integralismo, dopo l'11 settembre, e rende particolarmente delicata la visita di Benedetto XVI.
Molti si sono addirittura chiesti il perché di un viaggio così poco corrispondente alla logica politica del momento. Se le reazioni integraliste dopo il discorso di settembre a Ratisbona parlano da sé, il rapporto con gli Ortodossi, d'altra parte, non sembra - apparentemente - promettere grandi risultati. Come si sa, le due grandi Chiese cristiane hanno sempre viaggiato parallele e unite nel primo millennio, mentre hanno vissuto separate nel secondo.
Il Grande Scisma è avvenuto formalmente nel 1054, precisamente quando Papa Leone IX ed il Patriarca Michele I Cerulario si scomunicarono a vicenda, anche se il divorzio istituzionale soltanto siglò in modo definitivo una separazione culturale e linguistica tra Occidente ed Oriente iniziata già al tempo dei Padri della Chiesa.
Alcuni storici hanno sottolineato il motivo fondamentale della divisione nel Primato rivendicato dal Vescovo di Roma sui quattro Patriarcati di Oriente, anche se forse bisognerebbe soffermarsi sui motivi politici veramente in gioco, primo tra tutti il rapporto tra religione e politica.
Se, fin dall'epoca di Papa Gelasio I, in Occidente sussiste la chiara distinzione tra religione e Stato, o, come recita il titolo di un'opera del canonista francese Ugo di Fleury, tra regalità e sacerdozio, questa distinzione in Oriente non è mai stata pensata allo stesso modo. Costantinopoli era divenuta, a partire dal IV secolo, capitale del mondo, e l'Imperatore di Oriente era al contempo re e sacerdote, senza una chiara distinzione tra politica e religione. Anche l'Islam, d'altra parte, non ha sempre distinto i due piani, e la integrale laicità rivendicata dallo Stato turco risponde anche a questa confusione di piani presente negli atteggiamenti religiosi del popolo.
Si deve riconoscere che la grande novità di oggi è il buon rapporto che si è creato tra il Patriarcato Ortodosso e la Chiesa Cattolica. In questa occasione, infatti, ciascuno parteciperà alle funzioni religiose dell'altro. Il Papa assisterà alla liturgia ortodossa nel Fanar, mentre il Patriarca assisterà alla liturgia cattolica nella cattedrale di Istanbul. Il Papa e il Patriarca si parlano, si scrivono, si mandano inviti che vengono accolti da entrambi e ricambiati. Nessuno avrebbe previsto comportamenti analoghi non soltanto cento, ma nemmeno cinquanta anni fa. Se all'epoca della visita di Paolo VI sembrava un fatto unico, una frontiera ineguagliabile dell'ecumenismo, la visita e l'incontro con il Patriarca, adesso ci troviamo di fronte ad una reciprocità di rapporti stabile e consueta.
Aspettative
non marginali

D'altra parte, però, la situazione delle minoranze etniche e religiose non si presenta in Turchia delle migliori. Ci si trova spesso di fronte ad una situazione di emergenza che coinvolge sia la Chiesa Cattolica, sia quella Ortodossa. Questo contesto rende i rapporti tra i cristiani molto simili a quelli esistenti nel primo millennio, quando il Papa e il Patriarca si consideravano, malgrado tutto, uniti nel difendere la libertà religiosa.
Per questo non si possono ignorare le importanti aspettative che gli Ortodossi attendono dalla presenza in Turchia del Papa anche e soprattutto in materia di difesa dei diritti umani. In tal senso, non molto tempo fa il Patriarca ha dichiarato che tutti sperano in un'esplicita dichiarazione del Papa in favore della difesa delle "minoranze", un eufemismo che è sinonimo del diritto alla libertà religiosa, soprattutto per quanto riguarda il diritto all'espressione autentica dei rispettivi culti.
Attualmente, l'atteggiamento del Papa è diverso da quello degli altri capi religiosi, cristiani e non. Egli va a portare una testimonianza di abnegazione e di sobrietà, rivelando il profondo ed esclusivo senso religioso della missione che compie. Egli non si muove seguendo una logica di utilità politica, proprio perché altrimenti, nella situazione attuale, non avrebbe per niente progettato un viaggio come questo, in un momento come questo.
Egli va in Oriente a portare un messaggio di identità e di pace, una testimonianza personale dello sforzo e della responsabilità che un tale obiettivo comporta, con la stessa mentalità con cui Giovanni Paolo II è andato a portare al popolo d'Israele in Terra Santa un messaggio di perdono. La lettera che consegna Benedetto XVI questa volta non viene lasciata nel Muro del Pianto, ma viene portata con il calore - e diciamolo pure, il rischio - di una presenza personale.
Queste aspettative non sono marginali perché in Turchia le minoranze religiose soffrono la mancanza di un riconoscimento di tipo giuridico che salvaguardi le diverse identità e il loro mutuo rapporto, mentre il diritto alla libertà religiosa corrisponde all'Articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e costituisce un elemento irrinunciabile di legittimazione internazionale.
"Considerazioni
impolitiche"

Il viaggio del Papa è comunque un percorso che viene da lontano, un cammino già iniziato da tempo, che dura da un millennio e che negli ultimi anni ha accelerato il proprio passo. E portare un messaggio di adiacente identità implica sempre, oltre al pericolo di essere "usato", una generosa apertura che non è esclusivamente politica, che non si lascia comprendere all'interno di un limitato e congiunturale calcolo d'interessi. Non si tratta in questo caso di unire o di difendere l'Occidente dall'espandersi della violenza integralista, né, tanto meno, di trincerare la Chiesa in un'identità simile alla prigione di un re; si tratta, invece, di ascoltare e di mostrare autenticamente cosa si è, come si pensa, che valore hanno le proprie idee e le proprie convinzioni.
Veramente ciò che spinge il Papa all'incontro di Istanbul assomiglia molto a quelle motivazioni che Thomas Mann definiva "considerazioni impolitiche". E oggi è quanto mai indispensabile che qualcuno faccia un passo audace in questa direzione, anche se può costare molto dal punto di vista personale.
E' evidente, infatti, che siamo di fronte ad un grande appuntamento della storia, e questo importante incontro di mutua riconoscenza dell'identità comune potrà realizzarsi soltanto con il concorso di tutti e soltanto se tutti avranno il coraggio di vincere la paura più pericolosa ed insidiosa che esista, il terrore di affrontare il proprio tempo. (Joaquin Navarro-Valls/la Repubblica.it)
28.11.2006

 

I CINQUE CARDINALI ACCOMPAGNATORI

Tra questi, il Segretario di Stato Tarcisio Bertone e il presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso Paul Poupard.

Sono cinque i cardinali che accompagnano Benedetto XVI nel suo viaggio in Turchia che si svolge dal oggi 28 novembre al primo dicembre. Si tratta del Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, del presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, Paul Poupard, del presidente del Pontificio consiglio per l'ecumenismo, Walter Kasper, di Ignace Moussa Daoud, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali e di Roger Etchegaray, uomo di grande esperienza nei rapporti ecumenici e internazionali, già inviato in missione da Giovanni Paolo II in diversi scenari critici internazionali. (IGN Esteri)
28.11.2006

 

QUASI CERTO ORA
IL RIPENSAMENTO
DEL PREMIER ERDOGAN

Tayyip_Erdogan

 

Il Primo Ministro turco, resosi conto probabilmente di un suo inspiegabile sgarbo diplomatico davanti al mondo, vuole incontrare oggi il Pontefice all'aeroporto di Ankara prima di partire per Riga.

Il primo ministro turco Tayyp Erdogan intende incontrare oggi Papa Benedetto XVI all'aeroporto, al suo arrivo in visita in Turchia.
"Stiamo lavorando col Vaticano - si era detto appena sabato scorso alla <Reuters> da parte di un funzionario governativo - per far sì che il Primo Pinistro ed il Papa si incontrino all'aeroporto di Ankara il 28 novembre, prima che il premier parta per il vertice Nato a Riga".
In precedenza l'ufficio di Erdogan aveva detto che il premier sarebbe stato impegnato al summit di Riga nei primi due giorni della visita del Pontefice, ed impegnato in altri incontri in Turchia nei giorni successivi.
28.11.2006


"BENVENUTO MA..."

Porta_a_Porta

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha affidato giovedì scorso alle telecamere di <Porta Porta> i motivi della sua assenza.

È questo il messaggio che il premier turco Recep Tayyip Erdogan aveva affidato qualche giorno fa alle telecamere di "Porta a porta". "Il Papa - aveva spiegato - in qualità di personaggio politico e religioso, può avere un ruolo molto importante nel sostituire il clima di guerra con quello di pace". Ma, aveva aggiunto il premier con trasparente riferimento al discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, "noi non ci siamo mai permessi di insultare i profeti delle altre religioni. Anzi la nostra fede ci impone il loro rispetto. È quindi nostro diritto attendere lo stesso trattamento dai membri delle altre religioni". "Sarebbe stato un piacere per me poter incontrare il il Papa", aveva detto ancora Erdogan spiegando che sarà impegnato nel vertice Nato di Riga. E, aveva rivelato, "nel caso vi sia un invito in Vaticano noi non lo rifiuteremmo di certo perché siamo sempre disposti ad effettuare incontri fra Governi e fra Stati". "Come vogliono le regole, in mia assenza, il Papa sarà ricevuto dal mio vice-premier Sahin nel palazzetto Camli (un chiosco di cristallo adiacente a palazzo Cankaya ad Ankara, ndr), ha precisato il premier che poi aveva aggiunto: "Come sapete il Papa viene su invito del presidente della Repubblica. Il Papa ha due identità: politica e spirituale. Si incontrerà quindi con i suoi diretti omologhi: il presidente della Repubblica e il presidente degli Affari Religiosi. nelle stesse date vi sarà il Vertice Nato a riga al quale devo presenziare in qualità di presidente del Consiglio assieme al ministro degli Affari Esteri e al ministro della Difesa. Non faccio uso di doppi pesi e doppie misure con nessuno. Non ho bisogno di sotterfugi meschini. Il mondo gira, c'è del lavoro da fare. Non ho bisogno di sotterfugi meschini. Il mondo gira, c'è del lavoro da fare. Il papa viene in Turchia nell'ambito dei suoi compiti ed io ho il compito di partecipare al vertice di Riga".
"E' errato - aveva proseguito il premier - cercare secondi fini in tutto l'accaduto. In Turchia possono esserci coloro che sono favorevoli e coloro che sono contrari alla visita del Papa. Ciò è naturale. Anche noi affrontiamo simili situazioni durante le nostre visite all'estero con gente che protesta davanti agli alberghi dove pernottiamo. ma nessuno si è mai permesso di ostacolarla. si parla di libertà e di democrazia, vero? Allora non credo che nessuno debba provare un particolare fastidio".
Quanto ad una eventuale visita in Vaticano, "nel caso vi sia un invito - aveva spiegato Erdogan - noi non lo rifiuteremmo di certo. Noi siamo sempre disposti ad effettuare incontri fra Governi e fra Stati. Non è pensabile ad un nostro approccio negativo. Le nostre visite a Roma avvengono prevalentemente su invito del presidente del Consiglio italiano od in occasione di riunioni multilaterali. Non ci si può presentare alla porta e suonare il campanello. Il Vaticano è uno Stato, esiste un protocollo da rispettare. Aggiungo un'ultima cosa: noi riteniamo che fra Stati non vi possa essere né rancore né odio".
28.11.2006

LA VISITA
A SULTANHAMET
DEL PAPA

Il_programma_del_Pontefice

Benedetto XVI ha manifestato l'intenzione di pregare nella Moschea Blu costruita fra il 1606 e il 1616 dall'architetto Mehmet Aga.

SultanhametBenedetto XVI visiterà la Moschea Blu di Istanbul nel pomeriggio di giovedì 30 novembre. Lo ha confermato il direttore della sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi.
"Il Papa - ha detto - si recherà alla moschea subito dopo la visita al museo di Santa Sofia. Il programma è fitto di impegni ma si è riusciti a prevedere questa visita che sarà un segno di rispetto e attenzione verso l'Islam". (Agi)
28.11.2006

 

UN SONDAGGIO POCO FAVOREVOLE

Sua_Santità_Benedetto_XVI

Su un campione di 4mila persone intervistate dal quotidiano <Zaman>, solo il 10% ha detto di volere il Pontefice in Turchia. La ripicca della moglie del Capo dello Stato. Manifestazioni contro.

Un_manifesto_annuncia_una_protesta_contro_il_PapaEra stata una vigilia polemica quella per il viaggio di Benedetto XVI che da oggi è in Turchia, con sondaggi negativi, proteste dei nazionalisti e distinguo su protocollo e cerimoniale. Si tratta di elementi che hanno reso bene l'atmosfera di un Paese che non voleva il Pontefice, sia a livello popolare che governativo (la cordialità formale delle autorità non è certo sufficiente).
A riguardo, è stato emblematico un sondaggio condotto su un campione di 4mila persone e pubblicato dal quotidiano <Zaman>, giovedì 16 novembre. Secondo i dati, solo il 10% dei Turchi ha approvato la visita di Benedetto XVI, il 38% ne era contrario, il 38 % indifferente, mentre il 14% non si è espresso. Uno stato di cose che ha avuto implicazioni anche in ambito governativo con un atteggiamento al limite della stizza e polemiche su aspetti apparentemente secondari, trapelate nella rete dei media vicini all'ufficialità.
Da ultimo, la questione del cerimoniale, che per volontà del Vaticano, sarebbe stato semplificato, come ha rivelato il quotidiano <Hurriyet>. Nonostante le insistenze di Ankara, la Santa Sede infatti, avrebbe preferito che la visita del Papa al patriarca ortodosso Bartolomeo avvenisse nella sede di quest'ultimo, dove si recherà usando l'automobile del patriarcato e non quella dello Stato turco prevista dal protocollo per i Capi di Stato esteri.
Per questo motivo, ha spiegato il quotidiano, i responsabili del protocollo della presidenza della Repubblica della Turchia hanno deciso di abbassare il livello delle accoglienze da quelle di ''prima classe'' originariamente programmate a quelle di ''seconda classe'', che non comportano tra l'altro l'esplosione delle 21 salve di cannone e riducono il numero dei soldati per la cerimonia di accoglienza nella sede presidenziale di Cankaya ad Ankara. <Hurriyet> rimarcava anche il presunto rifiuto di Benedetto XVI di partecipare il 28 sera alla tradizionale cena di Stato offerta dal presidente turco Ahmet Necdet Sezer (il Papa del resto non lo fa mai) e la scelta della moglie del Capo dello Stato di non partecipare alla cerimonia di benvenuto.
Intanto, non si placa la campagna dei nazionalisti contro il viaggio. Anche ieri, a Istanbul, si sono svolte le solite manifestazioni con i cartelloni prestampati (e sempre uguali) e lo slogan durissimi del tipo "Noi non vogliamo il Papa in Turchia". In piazza, anche Kemal Kerincsiz, un avvocato nazionalista, con un manifesto su Benedetto XVI e Bartolomeo I, raffigurati come due serpenti. Contestato il ruolo del patriarcato con una domanda chiara: "Il patriarca e il Papa sono nel Fener. Dov'è la nazione turca? Non lo vogliamo in Turchia". (Marco Fabi/www.korazym.org)
28.11.2006

"25 SUPERAGENTI
VEGLIERANNO SULLA PERSONA
DEL PONTEFICE

I_superagenti_turchi

Un apparato di sicurezza che non si era visto neppure per la visita del presidente americano Bush. Alcune curiosità.

Il viaggio apostolicodi Benedetto XVIin Turchia (da oggial1° dicembre) presenta alcune curiosità. La prima: la visita al Museo di Santa Sofia (primabasilica e poi moschea) era inizialmente prevista per venerdì, giornata dedicata alla preghiera per i musulmani. Per questo, la visita al museoè stata anticipata a giovedì 30 novembre, visto che di fronte a Santa Sofia si trova una moschea.
La seconda curiosità riguarda la lingua in cui il Pontefice terrà i discorsi. Saranno in francese, inglese e in italiano: i discorsi alla Presidenza per gli Affari Religiosi, al Patriarcato Ecumenico e al Patriarcato Armeno Apostolico saranno in inglese, mentre per le due messe previste, quellaal Santuario di Meryem Ana EvidiEfeso e quella nellaCattedrale dello Spirito Santo di Istanbul (che avrà carattere interrituale), saranno rispettivamente in italiano e in francese. Il discorso al Corpo Diplomatico invece sarà in francese e in inglese, mentre la Dichiarazione congiunta con il Patriarca ecumenico sarà in inglese.
Per quanto riguarda la sicurezza, già da settimane l'apparatoè stato allertato. Oltre 10mila poliziotti (tra i quali un gruppo speciale di 25 superagenti e uomini italiani del Sisde e del Sismi che veglieranno direttamente sulla persona del Santo Padre, ndr), controllano già da tempole zone dove abiterà il Papa (ad Ankaranella Nunziatura Apostolica e a Istanbul nella Rappresentanza Pontificia) e che percorrerà, per la bonifica. Benedetto XVI non si muoverà né con l'elicottero né con la papa-mobile, mentre le strade verranno bloccate per il suo passaggio. L'apparato di sicurezza sarà pari a quello già sperimentato per le visite dei Capi di Stato, non da ultimo il presidente americano George Bush. Per il viaggio di andata il Papa era a bordo di un aereo A321<Alitalia>, mentre per i trasferimenti Ankara-Izmir e Izmir-Istanbul, come anche per il viaggio di ritorno, volerà con un aereo B737-800della <Turkish Airline>.
In Turchia abitano circa 75 milioni di persone. Di queste il 97,2% sono musulmani, il 2% non religiosi e lo 0.8% "altri", cioè cristiani, tra cui 70mila sono di rito armeno-apostolico, 20mila di rito latino e circa 1.500 di rito greco-ortodosso.
La visita del Papaè sotto i riflettori di tutto il mondo. Al momento della sua elezione al Soglio di Pietro, il maggior quotidiano turco titolò: "È stato eletto un Papa nemico dei turchi". (Simona Santi&Barbara Marino/www.korazym.org)
28.11.2006

 

COSA DOVREBBE DIRE IL PONTEFICE

Il_Gran_Mufti

Dovrebbe dire - ha dichiarato Ali Bardakoglu, Gran Mufti turco, che l'Islam è pacifico.

La principale autorità musulmana in Turchia ha affermato che Papa Benedetto XVI dovrebbe dire chiaramente, durante la visita nel Paese a prevalenza musulmana la prossima settimana, che l'Islam, così come il Cristianesimo, è una religione di pace.
Il Pontefice ha fatto infuriare i musulmani in tutto il mondo a settembre con un discorso in cui sembrava ritrarre l'Islam come una religione irrazionale contaminata dalla violenza . Benedetto XVI si è detto dispiaciuto per il dolore provocato dal suo discorso, senza però mai scusarsi pienamente.
"Penso che l'attitudine che il Papa dovrebbe assumere è che né l'Islam né la cristianità sono una fonte di violenza", ha detto Ali Bardakoglu, guida del Direttorato generale per gli Affari Religiosi di Ankara che controlla gli imam turchi e scrive i loro sermoni.
"Se mi chiedessero se la cristianità è stata la causa di violenze, direi di no, che non è così...Credo che tutti i profeti inviati da Dio, da Mosè a Gesù a Maometto, siano messaggeri di compassione", ha detto a <Reuters> in un'intervista.
Le violenze perpetrate in nome della religione sono una colpa degli esseri umani fallibili e guidati nel modo sbagliato.
"Credo che il Papa condivida questo visione e un suo discorso in questo senso sarà nell'interesse di tutta l'umanità", ha aggiunto.
Bardakoglu, che incontrerà il Santo Padre nella giornata di oggi all'inizio dei suoi quattro giorni di visita, aveva dichiarato a settembre come Benedetto XVI avrebbe dovuto scusarsi per il suo discorso e riconsiderare il viaggio in Turchia.
Ma in seguito aveva aggiunto a <Reuters> che è il momento di guardare al futuro, aggiungendo che il Pontefice riceverà un'accoglienza ospitale nel paese a prevalenza musulmana.
Ha spiegato che sarà felice di spiegare al Papa i collegamenti "infrangibili" tra la ragione e la fede nell'Islam. (Reuters)
28.11.2006

 

LA RICHIESTA DELL'EX LUPO GRIGIO

Ali_Agca

 

"Sono sconvolto di fronte all'idea di stare chiuso in prigione e di non poter salutare il Pontefice", così Ali Agca. Respinta l'istanza di scarcerazione.

Mehmet Ali Agca, il turco che cercò di assassinare Papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro nel 1981, ha presentato nei giorni scorsi una richiesta di scarcerazione per potere salutare Benedetto XVI. Lo ha annunciato il suo avvocato. Naturalmente non è stato esaudito. ''Sono sconvolto di fronte all'idea che sarò in prigione quando il Papa sarà qui. Voglio salutarlo a Santa Sofia con milioni di persone'', ha affermato Agca, secondo il suo avvocato Mustafa Demirbag, citato dall'agenzia stampa <Anatolia>.
Agca, 48 anni, è incarcerato a Istanbul dalla sua estradizione dall'Italia nel 2000. Il 12 gennaio, aveva beneficiato di una liberazione anticipata dopo 25 anni passati dietro alle sbarre in Italia e in Turchia, ma era stato rimesso in carcere otto giorni più tardi, poiché la Corte di Cassazione aveva stabilito che le riduzioni di pena applicate erano state calcolate in modo errato. Secondo gli ultimi conteggi eseguiti della giustizia, Agca non uscirà di prigione prima del 18 gennaio 2010. Demirbag ha affermato che la detenzione di Agca è illegale e ha annunciato di aver presentato una richiesta di scarcerazione a un tribunale di Istanbul. Agca è stato condannato al carcere in Turchia per diversi crimini commessi prima che tentasse di uccidere Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro, ferendolo gravemente. L'ex militante di estrema destra è stato riconosciuto colpevole dell'omicidio nel 1979 di un noto giornalista e di due rapine a mano armata commesse negli anni '70. (Asca-Afp)
28.11.2006

LA COPERTINA DEL <TIME>

La_copertina_del_Time

Sintomatico il titolo della copertina dell'autorevole magazine americano: "The Passion of the Pope" (La passione del Papa).

Il viaggio di Benedetto XVI in Turchia si è conquistato la copertina del <Time>. "The Passion of the Pope" (La Passione del Papa), il titolo di un approfondimento dell'autorevole magazine che considera la visita una tappa importante, capace di riformare il dibattito tra Islam e Occidente. "Il Pontefice - si leggeva nel numero in questione - si è imposto come una figura più complessa e affascinante di quanto si potesse immaginare e tutto questo ha molto a che fare con la sua volontà di confrontarsi con ciò che la gente reputa essere oggi l'equivalente del flagello del comunismo: la minaccia della violenza islamica. Dopo il discorso di Ratisbona, il Papa ha abbandonato la posizione del suo predecessore per rilanciare il dibattito sullo scontro di civiltà, incentrandolo sulla questione chiave se l'islam, in quanto religione, condanna la violenza. Ora, Benedetto XVI si trova nella posizione di avviare la missione più importante del suo papato e di dover scegliere tra opzioni difficili: mettere a punto una sua nuova piattaforma, insistendo sul fatto che un'altra grande fede ha dei vizi potenzialmente letali e lanciare la sfida del dibattito, esortando al tempo stesso la comunità occidentale ad armarsi moralmente".
"Oppure - proseguiva l'editoriale del <Time> - rinunciare a qualsiasi ulteriore confronto nella speranza di sedare la rabbia suscitata dalle sue parole. Il Papa ha intenzione di dire quello che pensa - ha detto un diplomatico vaticano - può aggiustare il tono, ma la direzione non cambia". Il settimanale americano definisce il 12 settembre 2006, il giorno dell'intervento di Papa Benedetto XVI all'Università di Ratisbona, un "punto di non ritorno". "Tutti si chiedono - afferma una fonte vaticana - il Papa ha sbagliato con quel discorso? È stato intenzionale? Non importa a questo punto".
Il_patriarca_ortodosso_Bartolomeo_IDel viaggio era tornato a parlare anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, che invitava la Turchia a fare di tutto per garantire il successo della visita, prima del summit dell'Unione Europea il mese prossimo. "Il Papa ha molta influenza nel mondo intero - aveva detto in un'intervista al giornale <Sabah> - non è una autorità che va trattata con leggerezza. Tutti noi dobbiamo fare il possibile per la buona riuscita di questa visita. Se non lo facciamo - ammoniva ancora Bartolomeo I - sarà negativo per l'immagine della Turchia. E questo va evitato, nel momento in cui diciamo di voler entrare nell'Unione Europea". "Se accadrà qualcosa di spiacevole - concludeva l'editoriale - anche questo avrà evidentemente riflessi sull'incontro a Bruxelles durante il quale si affronterà la questione dell'ingresso della Turchia in Europa". (Mattia Bianchi/www.korazym.org)
28.11.2006

 

IL SECONDO GIORNO

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Benedetto XVI sarà domani, mercoledì 29, ad Efeso dove presiederà una celebrazione eucaristica.

Benedetto XVI domani il 29 novembre, secondo giorno della sua trasferta in Turchia, farà sosta al santuario mariano di Efeso dove presiederà anche una celebrazione eucaristica. Il santuario è visitato da circa 3 milioni di pellegrini ogni anno, la gran parte di essi di fede musulmana; Maria è infatti citata ben 40 volte nel Corano e a lei è dedicata anche la sura 19. Secondo la tradizione nell'antica Efeso la Madonna trascorse la parte finale della sua vita dopo la morte di Gesù. (Adnkronos)
28.11.2006

 

SI PREGHERA' ANCHE IN TURCO, IN ARABO E IN...

 

Lo ha riferito nei giorni scorso il <Messale> stilato dal monsignor Piero Marini cerimoniere del Pontefice.

Si pregherà anche in turco e in arabo, oltre che in latino, in italiano, in francese, in inglese e in tedesco, durante le celebrazioni e i momenti di preghiera previsti nel viaggio apostolico che Benedetto XVI compierà in Turchia dal 28 novembre al primo dicembre. Lo ha riferito il <Messale>, la cui presentazione è stata resa pubblica nei giorni scorsi, stilato da monsignor Piero Marini, cerimoniere del Papa.
"Nella celebrazione ad Efeso - si legge - vengono usate oltre al latino, la lingua turca, l'italiano, il francese, l'inglese e il tedesco. Per la celebrazione nella Cappella della Rappresentanza Pontificia a Istanbul si usa la lingua latina", mentre "le letture sono proclamate in lingua volgare".
Per la celebrazione nella Cattedrale dello Spirito Santo a Istanbul, il primo dicembre, con la comunità cattolica, si useranno anche il siriaco, l'arabo e lo spagnolo. "Alcune sequenze rituali - prosegue il Messale nella parte dedicata alle Celebrazioni liturgiche - sottolineano la presenza dei vari riti orientali: l'armeno, il caldeo, il siro. Agli armeni è riservato: il canto d'ingresso e il Sanctus; ai caldei: il Salmo responsoriale e il canto di offertorio eseguito in lingua aramaica; ai siri: la proclamazione del Vangelo secondo le modalità del proprio rito".
Un'altra curiosità riguarda la celebrazione della Liturgia Armena. "Prima di iniziare la processione d'ingresso nella Cattedrale - spiega il Messale - vengono presentati al Santo Padre, secondo la tradizione nazionale armena, il pane, il sale e l'acqua di rose come simboli di benvenuto e di augurio". (Apcom)
28.11.2006

 

SERRA YILMAZ SCELTA COME INTERPRETE

Serra_Yilmaz

A decidere per la nota attrice - una delle preferite del regista Ospetek - i funzionari turchi ma ancora non si conosce la risposta del Vaticano.

Potrebbe essere Serra Yilmaz, l'attrice preferita di Ferzan Ozpeteck ("Le fate ignoranti", "La finestra di fronte"), a fare da interprete negli incontri ufficiali che Papa Benedetto XVI da questa mattina compie in Turchia. L'artista, in Italia da molti anni dove ha vinto un david di Donatello e un Flaiano d'oro, entrambi come miglior attrice non protagonista, sarebbe stata scelta infatti dalle autorità turche. Non si sa bene, a questo momento, se la proposta è stata accettata dal Varicano.
I funzionari turchi avrebbero deciso per la nota attrice conoscendo bene anche il suo lavoro di traduttore simultaneo. La Yilmaz ha fatto più volte da interprete negli incontri dell'ec Capo di Stato, Suleyman Demirel, in quelli di Berlusconi ed Erdogan, e nei Forum di dialogo italo-turco. (da
la Repubblica.it)
28.11.2006

 

PERPLESSITA' IN AUMENTO

 

Il disagio di Mauro Magris, capogruppo per l'Udeur alla Camera, per il comportamento della Turchia nei confronti del Pontefice.

"E' inaccettabile che in Turchia si continuino a verificare episodi di intolleranza verso la religione cattolica. A nome di tutti i deputati dei Popolari Udeur, sento di dover manifestare tutto il nostro disagio per quel che sta accadendo in quel Paese contro la visita del Santo Padre". Lo ha affermato in una nota il capogruppo alla Camera, Mauro Fabris, sottolineando come "tutto ciò non può che generare dubbi profondi, riguardo l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, anche in chi come noi ne ha sempre sostenuto l'opportunità"."Se lo stesso premier Erdogan - ha concluso Fabris - ha trovato scuse su scuse per non incontrare Benedetto XVI, qualche dubbio da parte nostra sulla effettiva volontà di aprirsi all'Occidente è pur lecito averlo". (Apcom)
28.11.2006

 

EFESO, CROCEVIA DEL CRISTIANESIMO

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Il cardinal Carlo Maria Martino, già arcivescovo di Milano, spiega i motivi si debba considerare questo posto santificato dalla presenza di Paolo, Giovanni e Maria.

Efeso è come un crocevia del cristianesimo antico, un passaggio fra il mondo pagano e il mondo cristiano. È un luogo santificato dalla presenza di Paolo, di Giovanni, di Maria.
Paolo ha soggiornato a lungo a Efeso e ha visto i panorami che anche noi possiamo vedere; in questa città ha scritto almeno la prima Lettera ai Corinti, a questa città ha scritto la Lettera agli Efesini, e menziona più volte Efeso nelle lettere pastorali. Gli Atti degli Apostoli, dal canto loro, nei capitoli 18-20, descrivono a lungo le vicende avventurose di Paolo in questi luoghi.
Giovanni, secondo un'antichissima tradizione, ha vissuto qui, vi ha composto il suo Vangelo e forse le Lettere; in ogni caso sono state scritte sotto questo cielo, e l'Apocalisse è stata scritta nell'isola di Patmos che dista, in linea d'aria, pochi chilometri. Giovanni ha vissuto qui molto probabilmente con Maria e, in tempi recenti, sono stati riscoperti i resti di un edificio che viene chiamato "Casa di Maria".
Efeso è quindi il luogo di Paolo, di Giovanni, di Maria; un luogo straordinariamente famoso nella Chiesa primitiva.
Leggendo alcune memorie di questi luoghi mi ha colpito l'inizio della Lettera di Ignazio - uno dei primissimi Vescovi dell'Oriente - alla Chiesa di Efeso. Si noti la solennità delle sue parole: "Ignazio, detto anche Teoforo, alla benedetta nella grandezza di Dio Padre in pienezza, a colei che è santa ed è stata predestinata prima dei secoli a essere sempre per una gloria che rimane immutabilmente unita ed eletta nella passione vera, nella volontà del Padre e di Gesù Cristo nostro Dio, alla Chiesa degna di essere detta beata che è in Efeso nell'Asia, degna di ogni grazia, auguri di gioia moltissima in Gesù e di gioia incontaminata".
Certamente è una Chiesa che fa da sintesi del cristianesimo antico: del passaggio dal paganesimo al cristianesimo e del passaggio del cristianesimo dal mondo ebraico-palestinese al mondo pagano.
"La vostra gioia
sia perfetta"

Il testo della prima Lettera di Giovanni esprime l'evento inaudito: "Abbiamo udito, veduto, contemplato, toccato con le nostre mani il Verbo della Vita, perché la Vita si è fatta visibile". È questo il grande mistero del IV Vangelo, il mistero dell'Incarnazione, della vita eterna che era presso il Verbo e si è fatta visibile a noi, che si rende visibile e tangibile nell'Eucaristia.
Della grandiosa pagina teologica di Giovanni mi preme sottolineare un aspetto pratico, che cogliamo nelle parole conclusive: "Questo vi scriviamo perché la nostra gioia sia perfetta".
Mi piacerebbe anche riassumere tutto il mio ministero con l'augurio: "La vostra gioia sia perfetta". Un augurio, una parola semplicissima, ma di cui abbiamo paura. Ci sembra che la gioia perfetta non vada bene perché sono sempre tante le cose per cui preoccuparsi, tante le situazioni sbagliate, le guerre, le sofferenze: con tali giuste ragioni noi ci priviamo della gioia perfetta. Ma gioia perfetta non vuol dire non condividere il dolore per l'ingiustizia, per la fame nel mondo; è una gioia più profonda, dalla quale ci dispensiamo troppo facilmente pensando che non sta per noi, che stoni di fronte al coro di lamentele proprio della nostra società occidentale. Se apriamo i giornali, ci accorgiamo che ogni giorno c'è una polemica, un conflitto, una rissa, un sospetto, un retroscena, e così la nostra gioia si intride di tristezza, si rovina come se fosse marcia.
In realtà la gioia deve essere perfetta e auguro di scoprirla come gioia che non disdegna di piegarsi sulle sofferenze proprie e altrui, perché ne abbiamo scoperto il segreto, quello di aver toccato il Verbo della vita che risana ogni esperienza di sofferenza, di malattia, di povertà, di ingiustizia, di morte.
Questo è il segreto del Crocifisso, ed è il primo auspicio che faccio, quasi una parola sintetica: la vostra gioia sia perfetta, tocchi la radice ultima che Giovanni ci ha fatto scoprire proprio partendo dalle sue meditazioni in questi luoghi, ripensando al Calvario, alla croce e al sepolcro. Ha parlato di gioia perfetta perché sia nostra! Per credere bastano il cuore e la bocca
Passando ai testi di Paolo, penso di riassumerli con una frase semplicissima: "Quanto è facile credere; per credere basta il cuore e la bocca. Quando il cuore crede che Dio ha risuscitato dai morti Gesù e la bocca lo dice, sei salvo!".
Tutte le complicazioni, tutti gli approfondimenti che talora ci confondono, tutto ciò che è stato sovra-imposto attraverso il pensiero orientale e occidentale, attraverso la teologia e la filosofia, è in parte buono.
E però credere è facile, è un gesto del cuore che si butta e una parola che proclama: "Gesù risorto, Gesù Signore". È un atto talmente semplice che non distingue fra dotti e ignoranti, tra persone che hanno compiuto un cammino o che devono ancora compierlo. Il Signore è di tutti, è ricco d'amore verso tutti coloro che lo invocano. Giustamente noi abbiamo approfondito il mistero della fede, abbiamo cercato di leggerlo in tutte le pagine della Scrittura, lo abbiamo declinato lungo le vie talora tortuose. Ma la fede è semplice, è un gesto di invocazione, di abbandono, di fiducia, e dobbiamo ritrovare questa semplicità. Ritrovarla perché è quella del fanciullo, illumina tutte le cose e permette di affrontare le complessità della vita e del cammino di fede senza preoccupazioni o paure. E l'atto di fede profondo sgorga dal cuore per la grazia dello Spirito.
L'importanza
dei piccoli segni

Il brano del Vangelo di Giovanni, tratto dal capitolo 20, comincia con la corsa di Maria di Magdala, anch'essa ricordata dalla tradizione come colei che può aver vissuto in questi luoghi. Ed è Maria che chiama Simon Pietro e Giovanni.
Il racconto è ricchissimo di simboli, e lo sintetizzo in una sola parola che richiama quella di Paolo: credere è facile. Per credere, infatti, basta poco, bastano pochi segni ben collocati. Maria esprime ciò che riesce a comprendere: "Hanno portato via il Signore dal Sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!". Tutto appare complicato: Pietro corre, un altro corre più di lui, ma pur arrivando prima non entra per rispetto. Entra allora Pietro, vede le bende, il sudario piegato in un luogo a parte, non capisce. Capisce però l'altro discepolo, più intuitivo, Giovanni "vide e credette", riferisce il Vangelo, perché i piccoli segni presenti nel sepolcro hanno fatto nascere in lui la certezza che il Signore è risorto. Non ha avuto bisogno di un trattato di teologia, non ha lasciato una lezione di teologia fondamentale, non ha scritto migliaia di pagine sull'evento. Ha visto piccoli segni, ma sufficienti per il suo cuore già preparato a comprendere il mistero d'amore di Dio.
Talora noi siamo alla ricerca di segni complicati, e va bene, ma basta poco per credere se il cuore è disponibile e se si dà ascolto alla grazia. Di fronte ad alcuni segni ben collocati il dono di fede viene spontaneo per la grazia e la soavità interiore che, secondo le parole di sant'Agostino, infonde fiducia e gioia nel credere.
Efeso, un luogo che le vicende storiche hanno ridotto all'essenziale, ci imparte una lezione di semplicità: della memoria gloriosa del passato sono rimasti soltanto dei ruderi, sufficienti tuttavia per segnalarci che qui c'è stata una grande presenza, presenza che, malgrado gli avvenimenti della storia, è ancora viva, e noi ne siamo i testimoni, proclamandone la forza e la verità nell'Eucaristia.
Davvero noi siamo tra coloro cui è donato di proclamare quelle verità semplici ed essenziali che illuminano la terra e ci permettono di toccare con mano il mistero della Vita manifestato dal Verbo fatto carne e di sperimentare come la gioia perfetta è possibile anche in questo mondo, nonostante le sofferenze e i dolori di ogni giorno. (Card. Carlo Maria Martini/Osservatore Romano- www.korazym.org)
28.11.2006

 

IL CONCILIO DI EFESO DELL'ANNO 431

Nell'immaginario cristiano è rimasto come quello che decretò la maternità divina della madre di Cristo. La convocazione da parte dell'imperatore Teodosio II.

Il Concilio di Efeso è rimasto nell'immaginario cristiano come il Concilio che decretò la maternità divina della madre del Signore: Lei è la Theotokos, la Madre di Dio. Vuole una tradizione che la sera del 22 giugno del 431, dopo la decisione conciliare su Maria Theotokos, il popolo, per manifestare il suo assenso fece festa dando inizio ad una grande fiaccolata.
Efeso, una delle grandi città del mondo antico, centro portuale e commerciale, centro religioso pagano famoso per il tempio di Artemide o Diana come la chiamavano i romani, era la capitale della provincia pro-consolare dell'Asia.
Per i cristiani Efeso era stata la città legata all'attività dell'apostolo Paolo e, in età avanzata, la dimora dell'apostolo Giovanni con la Madre del Signore.
L'imperatore Teodosio II convocò ad Efeso nel giugno del 431 un concilio (il terzo ecumenico) per dirimere la questione nestoriana.
In quel Concilio, a oltre cento anni dal Concilio di Nicea (si era tenuto nel 325) e a 50 dal Concilio di Costantinopoli (del 381), maturò l'orientamento di come esprimere un linguaggio adeguato circa il Verbo incarnato.
Alla storia sono rimasti i nomi dei principali attori in causa: Cirillo, Patriarca di Alessandria, Nestorio, Patriarca di Costantinopoli, Giovanni di Antiochia, Papa Celestino.
I due contendenti principali furono Cirillo e Nestorio. Per chiarirsi si scrissero lettere che ancora possediamo, ma con nessun risultato.
Ognuno aveva un suo schema di pensiero nel proporre il giusto linguaggio circa il Verbo incarnato: Cirillo parlava di ipostasi del Logos incarnato e voleva salvaguardare l'unità di tale soggetto; Nestorio parlava di persona (in greco prosopon, termine teatrale allora usato per le maschere) e nel Verbo incarnato voleva salvaguardare l'integrità della natura umana.
Le relative spiegazioni e contro-spiegazioni, insoddisfacenti per ambedue le parti, portavano a pubbliche difficoltà di rapporto tra le due grandi Sedi patriarcali del tempo, Alessandria e Costantinopoli, tanto da costringere l'imperatore a convocare un Concilio.
Qualcuno si chiede se si trattava solo di diverse modulazioni di linguaggio oppure di reali comprensioni non cristiane riguardo a Gesù Cristo.
Dobbiamo dire che dopo la definizione del Concilio di Nicea circa la divinità del Logos, la questione dal versante trinitario si spostò sul Verbo incarnato, vale a dire sul come pensare l'unione del Logos con la natura umana assunta.
Il Concilio di Efeso è perciò legato, dottrinalmente, a come esprimere e comprendere l'unione del divino e dell'umano in Gesù di Nazareth.
Il Patriarca di Alessandria, Cirillo, parlava di un unico soggetto, quello divino (il Verbo, il Logos di cui si parla nel prologo del Vangelo di Giovanni) che, incarnandosi, ha assunto la natura umana.
Il nodo
della questione

Questa posizione trovò l'opposizione del Patriarca di Costantinopoli, Nestorio, un monaco di scuola esegetica antiochena e quindi non alessandrina. Egli non vedeva salvaguardata nella spiegazione degli alessandrini l'integrità dell'umanità assunta dal Logos.
Il nodo della questione verteva sul come pensare l'anima umana del Cristo. Gli alessandrini la pensavano non come principio attivo, sia come autonomo centro decisionale sia come principio vitale del corpo, perché il divino e l'umano hanno nel Logos il punto vitale di unione e di attività. L'umanità di Cristo, in altre parole, è completa ma rimane passiva quale strumento del Logos.
Si tratta perciò di un soggetto unico, quale fonte di volere e di agire, che nel Logos ha il suo punto unitario.
Tale unità egli la esprimeva con il termine ipostasi, l'ipostasi del Logos nella quale s'innesta l'umanità assunta completa, però priva di ipostasi, perché l'unica è quella del Logos.
Ad una ipostasi Cirillo fece tuttavia corrispondere anche una natura, utilizzando una formula di cui si era servito Apollinare di Laodicea per negare in Cristo l'anima umana, che però lui riteneva di Atanasio Vescovo di Alessandria. Questa formula suonava: "una sola natura del Dio Logos incarnata". Nacquero nuove incomprensioni: Cirillo venne accusato dagli antiocheni di apollinarismo, di negare cioè in Cristo l'anima umana.
A lui premeva tuttavia difendere l'unità del soggetto nel Cristo, rifiutava perciò come insufficienti ed estrinseche le proposte di un'unione delle due nature in Cristo, espresse da Nestorio con formule correnti in area antiochena come "secondo la volontà e il beneplacito", oppure parlava di un'unione nel prosopon o la persona (termine teatrale come dicevamo sopra che indicava la maschera), che era propria di Teodoro di Mopsuestia e di Nestorio.
L'indicazione
di Cirillo

Si correva il rischio di porre in Cristo due soggetti. Agli antiocheni la posizione di Cirillo dava l'impressione di negare nel Cristo la completezza della sua umanità, lo accusavano perciò di apollinarismo; per gli alessandrini la posizione di Nestorio negava l'unità del soggetto nel Verbo incarnato, che anzi portava a due soggetti, il figlio di Dio (il Logos) e il figlio di Maria uniti solo moralmente non sostanzialmente. La stessa Madre del Signore bisognava chiamarla perciò "Madre del Cristo" o Christotokos e non Madre di Dio o Theotokos.
Il Concilio di Efeso, pur tra molte difficoltà, seguì l'indicazione di Cirillo nel pensare il Cristo un soggetto unico che, nel Logos che ha assunto la natura umana, ha il suo punto di unità. La sua posizione divenne dogma nel comprendere ed esprimere il Verbo incarnato di cui parlano le sacre Scritture.
Oggi, con i progressi avutisi nella conoscenza relativi al linguaggio e alle strutture che lo formano e lo esprimono, le rispettive posizioni degli alessandrini e degli antiocheni appaiono meno distanti quanto al contenuto.
Per tale motivo gli incontri ecumenici tra quanti si rifanno alla tradizione di Cirillo, Patriarca di Alessandria, e tra coloro che si rifanno alla tradizione antiochena di Nestorio, sono più frequenti e anche apportatori di reciproche integrazioni cristologiche, come si evince dagli incontri biennali con rappresentanti delle comunità nestoriane ancora esistenti, promossi dalla "Pro Oriente" di Vienna. (Vittorino Grossi/Osservatore Romano-www.korazym.org)
28.11.2006

 

UNA GRANDE STORIA DI FEDE CRISTIANA

Giovanni_Paolo_II

Flash back su Efeso. La città dell'Oriente più popolata dopo Alessandria e Antiochia con un porto di grande importanza era stata la capitale della provincia romana dell'Asia.

Efeso è stata visitata da Paolo VI il 26 luglio del 1967 e da Giovanni Paolo II il 30 novembre del 1979. È la città che ospitò, nel 431, il terzo Concilio ecumenico, celebrato per comporre forti divergenze dottrinali che opponevano i Patriarcati d'Oriente e in cui venne ufficialmente riconosciuto a Maria il titolo di "Theotokos", Madre di Dio, già a lei tributato dal popolo cristiano, ma contestato in alcuni ambienti, facenti capo soprattutto a Nestorio.
Dopo il Concilio di Efeso ci fu la separazione delle Chiese nestoriane, che non accettarono le disposizioni dell'Assise. La popolazione di Efeso, invece, accolse con gioia i Padri che uscivano dalla Sala del Concilio, dove era stata riaffermata la vera fede della Chiesa, che da lì si propagò in ogni parte del mondo cristiano.
Efeso era la città dell'Oriente più popolata dopo Alessandria e Antiochia, con un porto di grande importanza. Era la capitale della provincia romana dell'Asia e aveva un ruolo commerciale, politico e religioso di prim'ordine. Vi si celebrava il culto di Artemide, dea efesina della fecondità e della vita, nel grande tempio a lei dedicato, che attirava folle considerevoli e costituiva un lucroso commercio per gli argentieri locali. Nella città viveva una fiorente comunità ebraica.
Il prestigio
dell'apostolo

A Efeso la predicazione di Paolo fu tra le più consistenti, come testimoniano gli Atti degli Apostoli e la Lettera agli Efesini. Il soggiorno dell'Apostolo nella città fu di circa tre anni, dal 54 al 57. Al suo arrivo Paolo trovò un gruppo di discepoli di Giovanni Battista che si fecero battezzare nel nome di Gesù con facilità. L'apostolo iniziò la sua predicazione nella sinagoga, dove operò per circa tre mesi, poi si trasferì nella scuola di un certo Tiranno, molto probabilmente un retore, dove predicò per i due anni successivi.
Il prestigio dell'Apostolo, che operava anche guarigioni e prodigi, crebbe enormemente catalizzando l'attenzione di gran parte della città. Ma la sua attività missionaria comprometteva gli interessi commerciali del fiorente artigianato che viveva all'ombra del santuario di Artemide. Gli orefici che fabbricavano tempietti di argento per la dea provocarono quindi una sommossa contro l'apostolo e la predicazione cristiana costringendo Paolo ad abbandonare la città alla volta della Macedonia.
Il suo saluto agli anziani della comunità di Efeso, radunati a Mileto, rappresenta un vero e proprio testamento spirituale (Ac 20, 17-28). In quella città, punto di confluenza di culture e religioni diverse, Paolo intuì che gli si era "aperta una porta grande e propizia" per la predicazione del Vangelo, come scrive nella prima lettera ai Corinti.
Efeso fu effettivamente una porta per entrare nel popoloso e variegato retroterra della provincia asiatica. Allo stesso tempo la città e i suoi abitanti provocarono abbondanti prove e sofferenze all'apostolo che arrivò a scrivere ai Corinti di "aver combattuto a Efeso contro le belve" e di aver ricevuto nella città una sentenza di morte da cui il Signore lo liberò.
Secondo la più antica tradizione, Efeso fu anche l'ultimo soggiorno dell'apostolo Giovanni. Ancora oggi, nella vicina cittadina di Selcuk, si possono ammirare le rovine della Basilica di San Giovanni evangelista.
E il Libro dell'Apocalisse contiene una lettera indirizzata alla Chiesa giovannea di Efeso. Se si guarda al periodo successivo a quello neotestamentario il nome della città è legato a una lettera di Ignazio di Antiochia scritta da Smirne.
Di questa chiesa efesina "benedetta in grandiosità con la pienezza di Dio Padre ... degna di essere beata", Ignazio ci trasmette il nome del suo Vescovo, Onesimo. Il Vescovo di Antiochia ha parole di venerazione verso gli efesini che qualifica come "iniziati di Paolo" e quale "Chiesa celebrata nei secoli".
In effetti la Chiesa di Efeso mantenne per secoli una posizione predominante sulle altre Chiese della regione. Uno dei suoi Vescovi, Policrate, tra il II e il III secolo, emerge come capo e guida dei Vescovi asiatici. Tuttavia, come per Antiochia e altre sedi, la sua importanza si ridusse a causa dell'egemonia esercitata, a partire dal V secolo, dalla nuova Roma, Costantinopoli.
Efeso fu sede di due Concili ecumenici, tra cui quello del 431 a cui parteciparono circa duecento Vescovi e in cui - come si è detto - venne riconosciuta la divina maternità di Maria.
Il tempio
dei "Sette dormienti"

Tuttavia l'importanza della città diminuì nel corso dei secoli proprio a partire dall'ascesa di Costantinopoli, dove Patriarcato e impero erano strettamente legati. Ciò portò le Chiese dell'Asia Minore a ridurre la loro autonomia. Ma la forza della capitale dell'impero bizantino attrasse a sé anche la vita economica delle regioni limitrofe.
Le grandi vie commerciali si collegarono direttamente con la capitale danneggiando l'influenza economica anche di città portuali come Efeso. Non si può però parlare di decadenza. L'antico splendore della città infatti non scomparve, tanto che intorno al 540 l'imperatore Giustiniano fece costruire sulla precedente chiesa costantiniana un'enorme basilica per venerare l'apostolo Giovanni.
Tra le chiese più caratteristiche della città vi è poi quella dedicata ai "Sette dormienti", fatta costruire da Teodosio II intorno al 445 e meta di pellegrinaggi. Si tratta di una leggenda nata al tempo delle persecuzioni di Decio, nel 250 d.C., quando sette giovani cristiani avrebbero trovato rifugio in una grotta presso il monte Pion. In essa, protetti dai persecutori, avrebbero dormito per due secoli risvegliandosi solo dopo l'avvento di Teodosio II all'inizio del V secolo. Tale leggenda conobbe una vasta diffusione non soltanto nel mondo cristiano, ma successivamente anche in quello musulmano.
Ma Efeso resta, soprattutto, la città della predicazione dell'Apostolo Paolo e rappresenta, nonostante le divisioni tra i cristiani avvenute lungo i secoli, simbolo di un'eredità condivisa. Non a caso durante il suo Viaggio Apostolico in Turchia, nel luglio del 1967, Paolo VI rivolse proprio da Efeso, luogo della predicazione degli apostoli e dei grandi Concili ecumenici, un importante messaggio ai Capi di tutte le Chiese ortodosse. (Marco Impagliazzo/Osservatore Romano- www.korazym.org)
28.11.2006

 

IL SANTUARIO DELLA CASA
DELLA MADRE DI DIO

Monsignor_Ruggero_Franceschini

Il presidente della Conferenza episcopale turca, mons. Ruggero Franceschini vescovo di Izmir, ci racconta tutto su questo sacro sito.

"Donna, ecco il tuo figlio... Ecco la tua Madre. E da quel momento, il Discepolo prese Maria nella sua casa" (Gv 19, 26-27).
Una forte tradizione nella Chiesa afferma che Maria sarebbe venuta con san Giovanni ad Efeso. Tradizione ininterrotta fino ai nostri giorni.
Nel 1880, seguendo le descrizioni della mistica tedesca Katharina Emmerich, beatificata da Giovanni Paolo II nel 2004, la Casa di Maria è stata riscoperta, sul pendio occidentale del Bülbül Dag (Colle dell'usignolo), a pochi chilometri dall'attuale Selçuk, nei pressi dell'Efeso antica.
Attualmente si presenta come una chiesetta bizantina del settimo secolo, restaurata.
Qui Maria, secondo la tradizione, sarebbe vissuta per nove anni, e questo sarebbe il luogo della sua Assunzione al Cielo.
Dall'anno 1966 i Padri Cappuccini della Provincia di Parma (ora unitasi alla Provincia di Bologna) hanno la cura del Santuario.
Il Rettore è Padre Adriano Franchini, in collaborazione con Fra Paolo Rovatti, Superiore della fraternità; Padre Tarcy Matthias; e due Suore dell'Istituto "Sorelle Minori di Maria Immacolata".
Ma vediamo di dire qualcosa di più preciso e dettagliato della storia del ritrovamento della Casa della Madre Maria.
La località della Vergine (Meryem Ana Evi)
Gregorio di Tours (584-594) è il primo scrittore ecclesiastico che parla di una venerabile Cappella situata su una montagna vicino ad Efeso. "Sulla sommità di una montagna prossima ad Efeso - scrive - ci sono quattro muri senza tetto. Giovanni abitò dentro queste mura".
Che ci fosse stata ad Efeso, sulla montagna del Bülbül-dag, una casa abitata anticamente da Maria era in ogni caso la tradizione dei Kirkindjiotes, gli abitati dell'attuale Sirince, un piccolo villaggio situato a 17 chilometri da Meryem Ana, i quali, ogni anno il giorno dell'Assunta, salivano in pellegrinaggio al Santuario.
Da questo luogo, dicevano, la Vergine era salita al cielo.
Ci si può sorprendere nel sentire una simile affermazione dalla bocca di questi contadini ortodossi, quando tutta la loro Chiesa, dall'inizio del Medio Evo, pensò che Maria finì i suoi giorni a Gerusalemme.
Dunque, non c'è da meravigliarsi quando si pensa che questi cristiani erano discendenti autentici dei cristiani di Efeso e che, durante le diverse persecuzioni, essi dovettero rifugiarsi sulla montagna all'Est di Efeso.
Pur avendo adottato la lingua turca, essi avevano tuttavia custodito le loro antiche tradizioni. Questa gente coraggiosa, che non esitava a fare dieci ore di cammino in montagna il giorno del pellegrinaggio, doveva avere un motivo serio per mantenersi fedele a questa pratica.
Essi avevano una tradizione, e questa tradizione non l'hanno inventata; non l'hanno ricevuta né dai loro vicini, né dalla Chiesa Ortodossa. Da chi, allora? "Dai nostri Padri", rispondono. Ed essi certo devono saperlo meglio di chiunque altro.
Le rivelazioni della veggente Katharina Emmerich (1774-1824)
Immobilizzata da dodici anni da un male incurabile, questa contadina di un villaggio sulle rive del Reno ebbe il dono di particolari visioni circa la vita di Gesù e della Madonna, con straordinari particolari e dettagli su fatti, luoghi e persone che ella, essendo ammalata e impossibilitata a spostarsi, non poteva avere verificato né appreso di persona, né da alcun altro.
Tutto ciò destò la meraviglia, la curiosità e l'interesse dell'opinione pubblica, e in particolare di un intellettuale tedesco, Clemente Brentano, che si rese disponibile come segretario presso la veggente.
Il suo lavoro di annotazione di ciò che la Emmerich andava esponendo venne poi raccolto in un libro che venne pubblicato nel 1835: "La dolorosa Passione di nostro Signore Gesù Cristo". E dopo la morte della veggente, venne pubblicata anche: "La vita della Vergine Maria secondo le rivelazioni di Anna Katharina Emmerich".
Un viaggio
senza incidenti

Nel 1881 un sacerdote francese della Diocesi di Parigi, Don Gouyet, ebbe l'idea di andare ad Efeso per verificare l'esattezza della descrizione della Casa della Vergine, che la veggente tedesca Katharina Emmerich faceva nel suo libro.
Monsignor Timoni, Arcivescovo di Smirne, lo incoraggiò nel suo intento e gli affiancò un giovane che l'accompagnasse nelle ricerche.
Il viaggio si svolse senza incidenti: egli era convinto di aver trovato la Casa della Vergine Maria, e ne fece relazione all'Arcivescovo, alle Autorità diocesane di Parigi e anche a Roma. Ma non ebbe successo.
Dieci anni più tardi, Suor Maria De Mandat-Grancey, Superiora delle Figlie della Carità, addette all'Ospedale francese di Smirne, ascoltando un giorno a mensa il brano della "Vita della Madonna" riguardante il soggiorno e la morte di Maria a Efeso, chiese a Padre Jung, e a Padre Poulin, lazzaristi che insegnavano nel Collegio del Sacro Cuore di Smirne, e celebravano la Santa Messa all'Ospedale, di verificare l'autenticità di quelle rivelazioni.
Dopo aver letto il libro, Padre Poulin decise di tentare la spedizione a Efeso. Ne parlò con alcuni confratelli, trovando però più disapprovazione che consensi.
Non si perse d'animo, e invitò i contrari a verificare se nel libro ci fossero gli aspetti che sembravano più evidenti, e cioè la buona fede, la pietà e la fedeltà ai testi evangelici.
La descrizione particolareggiata della Casa, del luogo, della posizione, delle distanze, fece nascere in tutti il desiderio di andare a constatare di persona la verità di quelle affermazioni.
Fu messo a capo della spedizione Padre Jung, quello che più era scettico, con un altro sacerdote, e un aiutante per il trasporto dei bagagli.
Il 27 luglio 1891 si misero in viaggio, percorrendo strade accidentate, sbagliando talvolta la rotta, ritornando sui propri passi, e riprendendo nuovamente il cammino.
Il 29 luglio, bussola alla mano, seguendo le indicazioni del libro, eccoli giungere, stanchi, su una piccola spianata, coltivata a tabacco. Assetati, chiesero dell'acqua ad alcune donne che lavoravano nei campi: "Noi non ne abbiamo più, ma andate al monastero e ne troverete", risposero. Con un gesto indicarono una casa molto rovinata.
La comitiva si mosse immediatamente nella direzione indicata e... restarono sbalorditi. La casa in rovina, la montagna dietro la casa, il mare di fronte! Era esattamente la descrizione della Casa della Vergine fatta da Katharina Emmerich!
La terza
spedizione

La_Casa_della_Vergine_ad_EfesoStupefatti e commossi, rilessero ancora una volta il testo. Per tranquillità di coscienza, essi vollero ispezionare le montagne circostanti. La veggente diceva, infatti, che dalla cima del monte, sul pendio del quale era costruita la Casa, si vede contemporaneamente Efeso e il mare. Per due giorni, essi andarono da una vetta all'altra, ma da nessuna parte, eccetto che da Meryem Ana Evi, erano visibili simultaneamente Efeso e il mare. Sembrava dunque che avessero trovato la Casa della Vergine Maria.
Felici tornarono a Smirne per comunicare del ritrovamento. Quindici giorni dopo, una seconda spedizione si recò sul posto per controllare il lavoro della prima, e ritornò confermando tutto, anzi, aggiungendo altri particolari a favore della scoperta.
Si fece allora una terza spedizione, con Padre Poulin, Padre Jung e altri laici esperti, che rimasero sul luogo per una settimana, fotografando, misurando, mettendo in rilievo con estrema precisione i dati importanti.
Tornando a Smirne, portarono schizzi, disegni, fotografie, insieme alla certezza di aver trovato ciò che avevano con tanta fatica cercato. L'Autorità diocesana confermò quanto era stato acquisito.
Pellegrinaggi
Il primo pellegrinaggio a Meryem Ana Evi ebbe luogo nel 1896, cinque anni dopo la scoperta della Casa della Vergine. Era uno spettacolo pittoresco: questa folla che si snodava lungo i sentieri serpeggianti, chi a piedi, chi a dorso d'asino, o a cavallo, chi in gruppi molto compatti, chi in fila indiana.
Da allora, con mezzi diversi, con percorsi più abbordabili, la gente continua a recarsi dalla Mamma Maria, proveniendo da ogni luogo, da ogni parte del mondo. Sono persone di ogni razza e religione, che si riconoscono figli della stessa Madre, e fratelli uniti dagli stessi desideri, dalle stesse ansie, dalle stesse invocazioni e suppliche.
La Casa della Madonna è mèta di milioni di visitatori, soprattutto d'estate, di pellegrinaggi, di persone che qui pregano con grande raccoglimento. Anche molti musulmani, che venerano grandemente la Mamma Maria, ortodossi, protestanti.
La presenza amante, attiva di Maria, è percepita in maniera forte, qui.
Maria è la Madre di tutti, e accoglie nella sua Casa tutti i suoi figli: figli di tante diverse culture, religioni, e parla al loro cuore. Qui le differenze scompaiono e rimane la cosa più importante: l'essere figli e adoratori del Dio unico.
Purtroppo in questo luogo così sacro e raccolto mancano strutture più ampie e adatte per le confessioni, per la celebrazione della Santa Messa nel tempo invernale, così come mancano spazi per Celebrazioni particolari per gruppi giovanili o per momenti di intensa preghiera.
I religiosi presenti, nonostante queste carenze, che speriamo presto di colmare, cercano di favorire il clima di preghiera, preservando la sacralità del Santuario e soprattutto la sua identità di luogo di culto cristiano.
La storica visita
di Papa Paolo VI

Paolo_VIPer quanto è possibile, si rendono disponibili per l'accoglienza personale dei tanti che desiderano conoscere, dialogare, confidare pene e speranze.
Ma anche tutta la zona di Efeso ci è cara, e parla al nostro cuore, per la presenza invisibile, ma tangibilissima, dell'Apostolo Giovanni, che qui si rifugiò, nell'anno 42, fuggendo da Gerusalemme a causa delle persecuzioni, con la Vergine Maria, affidatagli dal Cristo morente in croce. E qui rimangono i resti della sua tomba, mèta anch'essa di pellegrinaggi incessanti.
Numerosi testi del II e III secolo ci confermano la realtà di questa presenza. Citiamo, fra gli altri, Ireneo, Policarpo, Eusebio, Clemente di Alessandria, Origene. Tutti questi autori scrivono appena qualche anno dopo la morte di san Giovanni.
Molto interessante è anche la seconda Lettera di Policrate, Vescovo di Efeso, al Papa san Vittore (189-199), in cui si fa menzione della tomba di san Giovanni ad Efeso.
Clemente di Alessandria e Origene ci dicono anche che Giovanni è vissuto e morto nella capitale dell'Asia Minore.
Quanto a Eusebio, il grande storico della Chiesa primitiva, afferma che al momento della persecuzione di Gerusalemme "gli Apostoli si dispersero e San Giovanni visse in Asia e morì ad Efeso". Pochi tratti di storia antica hanno, a loro sostegno, una così grande schiera di autori, come la questione della presenza di Giovanni ad Efeso.
Certo non si parla direttamente di Maria, ma si sa che in questo periodo degli inizi della Chiesa, i testi non parlano se non di coloro che sono stati costituiti "Apostoli e colonne della Chiesa". Maria continua a vivere ancora, in qualche modo, la sua vita nascosta.
Non possiamo dimenticare, poco distante dalla tomba dell'Apostolo Giovanni, la Basilica del Concilio di Efeso (431), nel quale si proclamò Maria Madre di Dio (Theotokos).
Quel_che_resta_della_basilica_del_Concilio_di_EfesoDi questa Basilica rimangono pochi resti, ma preziosi per le memorie che richiamano: ogni anno la Chiesa di Smirne, nella seconda domenica di Ottobre, unita ai tanti pellegrini che qui convengono, celebra la festa della Theotokos proprio su questi resti, allestendo un altare, e formando una vera e propria assemblea.
Qui, Paolo VI, nella sua storica visita del luglio 1967, sostò in preghiera, come anche, nella stessa occasione, alla Casa di Maria.
Giovanni Paolo II, nella sua Visita in Turchia del 30 novembre 1979, anch'esso volle recarsi pellegrino alla Panaya Kapulu, la Casa della Mamma Maria, e lì, sulla spianata del Santuario, attorniato da Cardinali, Vescovi e duemila fedeli, celebrò la Santa Messa solenne, con omelia in varie lingue. Ora, forti di questa grande tradizione, attendiamo con gioia e con trepidazione Benedetto XVI. (Ruggero Franceschini vescovo di Izmir presidente della Conferenza episcopale turca/Osservatore Romano-www.korazym.org)
28.11.2006

IL MARTIRE DELLA CHIESA

Lettere_dalla_Turchia

E' uscito nelle librerie il libro di don Andrea Santoro, il sacerdote italiano ucciso lo scorso febbraio a Trabzon mentre pregava. Si intitola "Lettere dalla Turchia" (Edizioni <Città Nuova>, 10.00 euro). L'introduzione è affidata al cardinal Camillo Ruini, vicario della Diocesi di Roma.

E' uscito nelle librerie italiane il libro di don Andrea Santoro, il sacerdote italiano ucciso lo scorso 5 febbraio a Trebisonda, in Turchia, mentre si trovava raccolto in preghiera nella sua Chiesa. Si intitola "Lettere della Turchia" (Edizioni <Città Nuova>, 10.00 euro) il volume che raccoglie tutte le lettere scritte dal sacerdote italiano. L'introduzione è affidata al cardinale Camillo Ruini, vicario della Diocesi di Roma, che durante l'omelia per il funerale di Don Andrea lo ha definito un "martire della Chiesa", annunciando la volontà di aprire la causa di beatificazione del religioso italiano.
Dal 2000 don Andrea è in Turchia, inviato come fidei donum dalla Diocesi di Roma. All'origine della decisione di trasferirsi lì, nelle terre che hanno visto nascere la fede cristiana, c'è il forte desiderio di andare per "attingere - come lui stesso spiega in una lettera - un po' di quella luce antica e darle un po' di ossigeno, perchè brilli di più".
Nelle lettere che scrive alla "Finestra per il Medio Oriente", realtà che fonda lui stesso al momento della partenza, racconta quanto vive giorno dopo giorno: la scoperta del popolo turco e le sue tradizioni, i progressi nello studio della lingua e nella conoscenza via vai sempre più profonda del mondo musulmano con le sue luci e ombre, i suoi problemi, le sue ricchezze spirituali, la vita delle piccole comunità cristiane, rimanendo fino all'ultimo convinto della possibilità del dialogo tra le tre religioni monoteiste a partire da quella terra. (Apcom)
28.11.2006

 

"SONO CERTA CHE SAPRA' RICORDARLO"

"E' fratello in mezzo ad altri fratelli, spero non accada nulla", ha detto la sorella di don Andrea Santoro riferendosi al viaggio del Pontefice.

"Sono certa che il Papa porta nel cuore don Andrea e che lo ricorderà dentro di sé ogni momento del viaggio, dall'aereo in partenza fino a quello di ritorno, perché don Andrea era sacerdote fidei donum della diocesi di Roma in Turchia. Mi auguro che possa esprimere anche verbalmente questo ricordo davanti al popolo turco, davanti alla comunità cristiana. Spero che possa farlo, che la situazione di difficoltà non arrivi al punto da impedirglielo". Risponde così Maddalena Santoro, sorella di don Andrea, il sacerdote italiano ucciso a Trebisonda, in Turchia, lo scorso 5 febbraio, alla domanda se si aspetta dal Papa parole in memoria del fratello, in occasione del viaggio che Benedetto XVI compierà proprio nella terra dove ha perso la vita don Andrea.
Quale significato attribuisce a questo viaggio del Papa in Turchia? "Un grande significato - risponde Maddalena ad Apcom - perché reputo che sia veramente un viaggio di pace e un viaggio per chiedere il dialogo. Dico chiedere - prosegue - perché il dialogo è fatto a due e quindi al viaggio del Papa spero che segua una risposta relativa alla situazione dei cristiani in Turchia. I cristiani non sono tranquilli - afferma ancora la sorella di don Andrea - non sono liberi come dovrebbero essere in uno Stato laico come si dichiara la Turchia. Mi auguro che la risposta del Paese al dialogo che il Papa cerca andando là - osserva Maddalena Santoro - sia quella di riconoscere la difficoltà dei cristiani e assicurare un cambiamento".
Teme per questo viaggio del Papa? Ha paura per la sua incolumità? "Ogni volta che don Andrea tornava in Turchia avrei dovuto temere - ci risponde - però non temevo. La sua convinzione, e anche quella del Papa, è quella di essere fratelli in mezzo ad altri fratelli. Speriamo che il popolo turco - conclude - accolga questa fraternità e quindi non accada nulla. (Apcom)
28.11.2006

 

PROCESSO A DUE CITTADINI TURCHI DI FEDE CRISTIANA

 

Si è aperto, e subito aggiornato, davanti al tribunale di Silivri. Hahan Tastan e Turan Topal - questi i loro nomi - rischiano da 2 a 9 anni di reclusione per offesa all'identità turca e islamica.

E' cominciato al tribunale di Silivri, nei pressi di Istanbul, un processo a due cittadini turchi di religione cristiana protestante, accusati di avere "offeso l'identità turca e l'Islam" per avere cercato di diffondere il cristianesimo tra i loro concittadini. I due turchi cristiani, Hakan Tastan e Turan Topal, attualmente a piede libero, erano stati arrestati nelle scorse settimane, dopo una denuncia anonima, con l'accusa di avere regalato vangeli, libri e Cd-rom sul cristianesimo, "soprattutto agli studenti".
La parte civile accusatrice è rappresentata dal noto avvocato Kemal Kerincsiz, che alla testa di un gruppo di giuristi ultranazionalisti ha innescato di recente vari processi, tra cui quelli agli scrittori Orhan Pamuk ed Elif Shafak. Il processo, per il quale i due accusati rischiano da 2 a 9 anni di reclusione, è stato aggiornato a data da definire. Ma dopo l'udienza ci sono stati scambi di invettive da parte di un gruppo di persone che avevano innalzato cartelli con su scritto: "Missionari, giù le mani dalle scuole e dai nostri figli". (da la Repubblica.it)
28.11.2006

 

"IL MALATO E' GUARITO

Nella sua intervista a <Porta a Porta> il premier turco ha spiegato le ragioni per le quali la Turchia deve entrare in Europa. Un grazie all'Italia. La questione dell'articolo 301.

"La Turchia è profondamente riconoscente per il sostegno che l'Italia ci ha fornito fino ad oggi. A questo punto ci attendiamo che il forte sostegno italiano continui durante i negoziati di adesione". Lo ha affermato il Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, durante una intervista a <Porta a Porta>.
"Con l'Italia abbiamo un rapporto privilegiato - ha osservato Erdogan - In questi quattro anni del mio mandato l'Italia è sempre stata presente al nostro fianco, soprattutto per quanto riguarda le nostre aspirazioni europee. Sono sempre stato in stretto contatto con il presidente Berlusconi e i colloqui con l'on. Prodi al tempo della sua presidenza della Commissione europea si sono sempre sviluppati in senso positivo".
Il premier turco ha espresso poi dispiacere alla domanda se "si senta europeo". !Questa domanda un po' mi dispiace - ha rilevato - Siamo un Paese con un volto rivolto soprattutto all'Europa. Ma allo stesso tempo siamo il volto dell'Europa rivolto verso l'Asia, il Medio Oriente, il Mar Caspio, il Caucaso. Questa è la posizione privilegiata della Turchia".
Mettendo in rilievo la presenza di cinque milioni di cittadini turchi residenti in vari Paesi europei, Erdogan ha testimoniato che "per noi è un progetto di civiltà, un cammino iniziato nel 1963 che prosegue oggi nel 2006. Vi ricordo che già ai tempi dell'ultimo periodo dell'Impero ottomano, questi veniva etichettato come il 'malato dell'Europa'. Perché? Perché era considerato europeo. Il malato è in seguito guarito, si è ripreso ed oggi continua il suo progresso. Esiste oggi una Turchia che contribuirà al rafforzamento dell'unione Europea".
In quanto ai diritti umani e alla libertà religiosa così il premier turco nella sua intervista a <Porta a Porta>: Negli ultimi quattro anni la Turchia ha operato una 'rivoluzione silenziosa' nel contesto dei criteri politici di Copenaghen. Questo comprende sia la libertà di pensieri che quella religiosa. Abbiamo però raggiunto un livello ideale? No! C'è ancora molto da fare". In particolare Erdogan ha precisato che il suo Governo "ha tre linee rosse: no al nazionalismo etnico, no al nazionalismo regionale, no al nazionalismo religioso. Ci stiamo riuscendo e stiamo proseguendo sulla strada giusta".
Alla replica di Bruno Vespa se il Governo Erdogan pensa di riuscire ad eliminare dal codice penale turco - come richiesto dall'UE - l'articolo 301 (che prevede tra l'altro pene da sei mesi a tre anni di prigione per chi "denigra apertamente la Turchia, la Repubblica o il Parlamento turco", incrementando di tre volte la pena se il reato viene commesso all'estero), il Primo Ministro aveva riposto con molta chiarezza: "Ribadiamo di essere disposti a valutare le proposte e a modificare l'articolo se veramente esiste la necessità. Ma se il discorso si basa sull'abolizione dell'intero articolo, a quel punto la risposta è no. Necessitiamo di questo articolo. la sua mancanza condurrebbe all'uso illimitato della libertà, cosa che non è concessa in nessuna parte del mondo. In nessun paese si può commettere vilipendio contro lo Stato, il popolo, la nazione o la bandiera senza essere puniti".
Erdogan ha infine sottolineato l'indipendenza della magistratura turca, sulla base del "principio della distinzione dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario", considerando tuttavia che "il diritto non ha una sua matematica. 2+2 non sempre fa quattro", e fa riferimento al fatto che"al momento della valutazione il giudice ha presente il testo della legge ma capita che vi siano verdetti comandati dai sentimenti. Noi abbiamo cercato di redigere una legge che fosse in tal senso 'liberale' al massimo. Essa prevede che nel caso lo scopo sia la critica non sussiste il reato. Questo proprio per fornire al magistrato un differente spazio di manovra". (da
Ansa)
28.11.2006

 

TENSIONE ALTA TRA UE E TURCHIA