I
nostri affezionati lettori ci vorranno perdonare se <Turchia Oggi> si
permette di chiedere loro un aiuto. Che, beninteso, non è di natura
finanziaria. In sostanza si tratta di questo. Fino ad oggi, da qualche anno,
siamo andati avanti con le nostre forze, facendo sacrifici enormi e senza
che nessuno ci desse una mano. Ora siamo al limite anche perché - nonostante
questo lavoro ci piaccia - sarebbe assurdo andare a rimetterci. Che cosa
vogliamo, dunque! Semplicemente che ci veniate incontro parlando di noi e di
quello che facciamo con più gente possibile ed esortando magari chi
conoscete, sia nel settore commerciale che in quello industriale, a darci un
po' di pubblicità. A noi non serve molto; quel tanto però per sopravvivere.
Grazie di cuore.
ATTUALITA'
LA PIATTAFORMA ALTERNATIVA

|
La stanno preparando Annan, Zapatero ed Erdogan per
differenziarla da quella Usa del "Grande Medio oriente". Se
ne è discusso ad Istanbul nel corso della 4/a riunione del
Gruppo di "Iniziativa per l'Alleanza delle Civiltà". |
Entro
questa settimana la Spagna dovrebbe rendere pubbliche, affinché
l'UE vi si associ, le proposte, tra cui vi sarebbe secondo
indiscrezioni la convocazione di una conferenza internazionale,
per una soluzione dei vari conflitti in Medio oriente, elaborate
nei mesi scorsi da un gruppo di 20 "saggi" internazionali,
co-presieduto da uno spagnolo e da un turco. Lo ha dichiarato il
premier spagnolo, Josè Luis Zapatero, nel corso di una
conferenza stampa congiunta ad Ankara con il segretario generale
dell'Onu Kofi Annan ed il Primo Ministro turco Recep Tayyip
Erdogan, tenuta al termine della 4/a riunione del gruppo di alto
livello dell' "Iniziativa per l'Alleanza delle Civiltà".
Di
questa iniziativa, lanciata da Zapatero all'Onu nel settembre
2004, i tre leader sono finora gli sponsor ufficiali con
l'ambizione comune implicita, ma evidente, di fare della
"Alleanza delle Civiltà" una piattaforma politico-diplomatica
paneuropea alternativa a quella americana del "Grande Medio
Oriente" e differenziatesi da quest'ultima per i metodi e per le
finalità: "avvicinare le istituzioni e le società per superare i
pregiudizi ed i malintesi tra popoli di cultura e religione
differenti".
Annan, Zapatero ed Erdogan presenteranno la piattaforma conclusiva
all'Assemblea generale dell'Onu di fine dicembre. Una
piattaforma generale che, per l'immediato, il premier spagnolo
ed uno dei leader della sinistra europea, intende evidentemente
utilizzare non solo per mettere il sigillo del suo Paese su una
iniziativa di ampia portata internazionale che farebbe leva sul
desiderio globale di prevenire uno scontro di civiltà, ma anche
per stabilire con i Paesi musulmani del Mediterraneo, ed in
particolare con la Turchia, proficui rapporti economici e
commerciali.
Di questo aspetto dell' "Iniziativa Alleanza delle Civiltà" non
hanno fatto mistero i premier dei due Paesi, che hanno anzi
colto l'occasione ella ribalta mediatica fornita dalla riunione
di Itanbul per manifestare entrambi un grande interesse
all'intensificazione dei rapporti bilaterali commerciali,
economici e di investimenti spagnoli in Turchia.
Il premier spagnolo, pur precisando che l'iniziativa stessa "non è
collegata al processo europea della Turchia" ha ribadito
l'appoggio di Madrid all'adesione della Turchia all'UE e ha
ricordato che il "documento strategico" firmato alcuni mesi fa
dai premier dei due Paesi a Madrid nell'ambito della stessa
iniziativa, auspicava un'espansione delle relazioni e economiche
e politiche tra i due Paesi. "Noi vogliamo vedere più
investimenti spagnoli in Turchia", gli ha fatto eco Erdogan. (Lucio
Leante/Ansa)
17.11.2006
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UNA SOLA CHANCE

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Il Commissario europeo all'Allargamento, Olli Rehn, ha
ammonito Ankara a rispettare gli impegni presi entro la data
fissata da Bruxelles, altrimenti i negoziati di adesione
potrebbero interrompersi. |
La Turchia entrerà
nell'Unione Europea se rispetterà tutti i criteri di adesione.
E' quanto ha affermato il Commissario europeo all'Allargamento
Olli Rehn, volendo così rassicurare i turchi sulle loro
possibilità di diventare membri del club europeo. ''Sarà un sì,
se la Turchia rispetta tutte le condizioni di adesione alla fine
di questo viaggio lungo e talvolta difficile. Solo allora
diventerà membro dell'UE", ha dichiarato Rehn nel corso di un
dibattito con il negoziatore in capo turco Ali Babacan. ''Se la
Turchia, in dieci o quindici anni, diventa una Turchia europea e
moderna, dove i valori democratici e lo stato di diritto sono
rispettati, sono sicuro che potremo conquistare i cuori e gli
spiriti degli Europei e completare il processo di ratificazione,
anche tramite referendum'', ha assicurato. Le dichiarazioni del
Commissario arrivano in un momento in cui i turchi dubitano
sempre di più che l'UE voglia realmente accoglierli e ritengono
che le opinioni europee siano sempre più ostili alla Turchia, in
particolare in Francia, dove l'adesione di Ankara dovrà essere
ratificata tramite referendum. Per quanto riguarda la situazione
attuale dei negoziati di adesione, minacciati a causa del
rifiuto di Ankara di aprire i suoi porti e aeroporti alle navi e
agli aerei ciprioti greci, il Commissario si è detto ottimista.
''Fino a ora siamo stati in grado di evitare un deragliamento e,
dal mio punto di vista, abbiamo ancora una chance di evitarlo a
dicembre, a condizione che si faccia tutto il possibile'', ha
insistito Rehn. Nel corso del loro vertice del 14 e 15 dicembre,
i 25 discuteranno dell'eventualità di una sospensione, parziale
o totale, dei negoziati di adesione della Turchia, cominciati
nell'ottobre 2005. Tuttavia, la Commissione spera ancora che il
piano della presidenza finlandese dell'UE per trovare un
compromesso su Cipro permetta di evitare una crisi. ''Abbiamo
ancora una chance'', ha concluso Rehn, che ha anche voluto
ricordare l'importanza strategica della Turchia. (Asca-Afp)
17.11.2006
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LA RISPOSTA DI BABACAN

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Per il capo negoziatore turco e ministro dell'Economia turco
la verità non sta nella questione di Cipro ma nel fatto che
l'UE non vuole la Turchia. Allora ogni scusa è buona. |
L'Unione
Europea è nell'evidente incapacità di esprimere una posizione
"obiettiva" sul nodo cipriota, la Turchia non attende su questa
questione alcuna soluzione "giusta" da parte dei venticinque. Lo
ha detto il ministro dell'Economia turco che guida le trattative
con l'UE, Ali Babacan, nel corso di un incontro a Bruxelles con
il Commissario europeo all'Allargamento, Olli Rehn. Sul nodo di
Cipro, ha spiegato Babacan, "non mi attendo che l'Europa sia
giusta". Su questioni come questa, ha poi aggiunto, "l'UE non
può più essere obiettiva" in quanto Bruxelles ha "Importato" il
problema cipriota facendo entrare nel Club europeo solo la parte
meridionale dell'isola, il primo maggio del 2004.
Il rappresentante di Ankara ha quindi espresso i crescenti dubbi
del popolo turco circa la reale volontà dell'UE di volerlo
realmente accogliere. "Quando sul tavolo ci sono questioni come
Cipro - ha commentato Babacan - o quando i turchi avvertono una
retorica anti-turca in certi Stati membri, soprattutto in uno
Stato in cui le elezioni avranno luogo, il sentimento di non
essere desiderato è sempre più evidente". (da
Ansa)
17.11.2006
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L'AUT AUT DI PRODI

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Il presidente del Consiglio italiano ha dichiarato: "Senza
adempimenti non si può ottenere la membership nell'UE.
Questo vale anche per la Turchia". |
''Il problema è molto
semplice: senza adempimenti non si può ottenere la membership
nell'Unione Europea'' . E ciò vale anche per la Turchia. Lo ha
detto il premier Romano Prodi, intervistato dalla tv pubblica
greca, <Ert>, rispondendo così al giornalista che gli chiedeva
un commento sul mancato rispetto degli accordi sull'unione
doganale da parte del governo di Ankara nei confronti di Cipro.
''Il problema è un altro - ha aggiunto il presidente del
Consiglio - Dopo il referendum francese'', che ha bocciato la
Costituzione UE, ''molti Paesi europei sono diventati oggi assai
più prudenti. La saggezza esige che si abbia un tempo più
meditato sulle negoziazioni''. ''La cosa che mi preoccupa - ha
proseguito il premier - è l'atmosfera cambiata'' all'interno
dell'UE. E questo ''in parte è un problema della Turchia, ma in
parte anche della politica europea''. In merito poi al dossier
presentato dalla Commissione europea sulla candidatura avanzata
dalla Turchia, che rimanda ogni decisione al Consiglio di
dicembre, Prodi ha avvertito: ''Non darò mai un giudizio su un
rapporto dei miei successori, anche perché si tratta di un
argomento molto complicato''. Il premier poi ha ribadito di
averlo letto e ha commentato: ''Ha dei punti molti complicati,
che esigono grande saggezza. Di fronte a questi temi, non
bisogna precipitare nei tempi, ma avere invece il senso della
storia''. (Asca)
17.11.2006
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....E L'APERTURA DI MARINI

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Per il presidente del Senato l'ingresso della Turchia
nell'Unione Europea sarebbe invece "una risposta di uno
straordinario peso strategico" al problema dei rapporti con
il mondo islamico. |
L'ingresso della Turchia
nell'Unione Europea sarebbe "una risposta di uno straordinario
peso strategico" al problema dei rapporti con il mondo islamico
e "rafforzerebbe la forza politica dell'Europa" a livello
mondiale. Ne è convinto il presidente del Senato, Franco Marini,
che ne ha parlato concludendo il settimo Foro di dialogo Italia
- Spagna che si e' svolto ieri e oggi a Verona. "E' un grande
paese, di rilievo strategico straordinario. Sono critico nei
confronti dell'approccio europeo di affrontare questo tema.
Riscontro una reticenza che trovo incomprensibile - ha spiegato
nel suo intervento conclusivo al Foro - sono contento che la
commissione non abbia chiuso la porta alla Turchia: il suo
ingresso rafforzerebbe la forza politica dell'Europa , specie
nei confronti del mondo islamico, e a livello mondiale darebbe
al vecchio continente un rilievo strategico straordinario". Se
la vicenda si chiuderà con un esito positivo, secondo il
presidente del Senato, "nessuno potrà dire che l'Europa vuole lo
scontro delle civiltà: sarebbe una risposta di uno straordinario
peso strategico". (Agi)
17.11.2006
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LA PREOCCUPAZIONE
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L'ha espressa il Sottosegretario agli Esteri Fabiano
Crucianelli nel caso i negoziati UE-Ankara dovessero
interrompersi. |
L'Unione Europea esprime
''forte preoccupazione'' per ciò che un'eventuale rottura dei
negoziati per l'adesione della Turchia all'UE potrebbe
implicare. Lo ha detto il Sottosegretario agli Esteri, Fabiano
Crucianelli, al termine del consiglio dei capi della diplomazia
UE a Bruxelles. ''Vi è una preoccupazione molto forte per ciò
che la rottura dei negoziati potrebbe implicare'', ha detto
Crucianelli, sottolineando che ''non sfuggono a nessuno le
difficoltà sulla questione cipriota". (Adnkronos/Aki)
17.11.2006
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RUTELLI PER L'ADESIONE
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Il nostro vice-premier favorevole all'Ingresso della
Turchia. L'incontro con il rappresentante UE per la politica
estera, Javier Solana. |
L'Italia vuole che i
negoziati di adesione con la Turchia non siano sospesi. Lo ha
ribadito oggi il vice-premier Francesco Rutelli durante la sua
visita a Bruxelles, nella quale ha incontrato anche il
rappresentante UE per la politica estera, Javier Solana.
"Sulla Turchia, a Solana farò presente che l'Italia considera un
fatto importante che il processo non si interrompa", ha detto
Rutelli. Per il vice-premier, "è chiaro che è un processo lungo,
ci sono condizioni da realizzare che ancora non si sono
realizzate, ma è importante per l'Europa e per l'Italia". (Apcom)
17.11.2006
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IL DURO PAPADOPOULOS

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Il presidente greco-cipriota ha detto che sarebbe
impensabile che la Turchia fosse ammessa nell'UE senza prima
risolvere il caso Cipro. |
Il presidente
cipriota Tassos Papadopoulos ha detto che sarebbe impensabile
che la Turchia venisse ammessa nell'Unione Europea senza prima
risolvere la disputa che da decenni pesa su Cipro.
Papadapoulos ha detto che l'isola del Mediterraneo è un membro a
pieno titolo della UE e che agli aspiranti nuovi membri non
dovrebbe essere consentito "di tenere forze militari di
occupazione in uno Stato membro", riferendosi alla presenza
delle truppe turche nel nord dell'isola.
Dopo che la Turchia ha invaso il nord nel 1974, i turco-ciprioti
hanno dato vita a uno stato autonomo, e la divisione resta anche
oggi . La Turchia riconosce solo la comunità turco-cipriota,
mentre il resto del mondo riconosce solo quella greco-cipriota
nel sud dell'isola. (Reuters)
17.11.2006
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"UNA PAUSA SAREBBE SAGGIA"

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Così si è espresso il ministro degli Esteri austriaco,
Ursula Plassnik, a proposito della Turchia qualora questa
mantenesse rigido il suo atteggiamento su Cipro. |
Una ''pausa'' nelle
relazioni UE-Turchia sarebbe ''saggia'' se Ankara entro dicembre
dovesse rifiutare ancora di accettare sul suo territorio navi e
aerei ciprioti greci. E' l'opinione del ministro degli Esteri
austriaco Ursula Plassnik.
''Se non ci saranno dei movimenti importanti (da parte della
Turchia, ndr) entro dicembre, forse sarebbe saggio
accordarsi su una pausa per ridurre le tensioni'', ha spiegato
Plassnik al suo arrivo a una riunione dei ministri europei degli
Affari Esteri.
''Abbiamo ogni interesse ad avere una relazione molto stretta con
la Turchia, ma non dobbiamo inquinare il clima, dovremmo ridurre
le tensioni'', ha aggiunto.
Il ministro austriaco non ha tuttavia precisato in cosa potrebbe
consistere questa pausa, se si tratterà di sospendere tutti o
solamente una parte dei negoziati di adesione della Turchia con
l'UE
Da parte sua, il suo omologo lussemburghese Jean Asselborn ha
sottolineato che ''se la Turchia non si muove su Cipro, noi,
l'Unione Europea, non potremo continuare come se niente fosse''.
Anche Asselborn è tuttavia restato vago quanto a una sospensione
totale o parziale dei negoziati. ''Niente sarà interrotto
definitivamente'', ha sottolineato semplicemente.
L'UE è divisa sulle misure da prendere contro questo paese
strategico che è la Turchia.
Alcuni paesi, a cominciare da Cipro, toccato direttamente
dall'atteggiamento turco, sono favorevoli a una sospensione
totale dei negoziati lanciati nell'ottobre 2005. Altri
raccomandano una sospensione parziale.
Nel rapporto sulla Turchia la Commissione europea si è ben
guardata però dall'emettere una raccomandazione. Tuttavia, lo
dovrebbe fare a inizio dicembre, al fine di permettere ai leader
europei di esprimersi durante il vertice di Bruxelles del 14 e
15 dicembre. (Asca-Afp)
17.11.2006
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LA RICHIESTA DELL'ITALIA E DI ALTRI SEI PAESI
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Si vuole che la Commissione europea, almeno una settimana
prima del Vertice europeo di metà dicembre, presenti le sue
raccomandazioni su una eventuale sospensione dei negoziati
con Ankara. |
Diversi stati membri dell'UE
auspicano che la Commissione europea presenti le sue
raccomandazioni su una eventuale sospensione dei negoziati di
adesione della Turchia almeno una settimana prima del Vertice
europeo di metà dicembre. E' quanto hanno affermato alcune fonti
europee. Nel corso di una riunione degli ambasciatori dei 25 a
Bruxelles, infatti, ''la grande maggioranza delle delegazioni
aveva chiesto che i preparativi di queste decisioni avvengano
sufficientemente presto'', ha spiegato una fonte diplomatica. Le
delegazioni hanno chiesto che queste raccomandazioni arrivino
prima della riunione dei ministri degli Affari Esteri del 11
dicembre, che dovrà finire di preparare il vertice del 14 e 15
dicembre, ha precisato la fonte. Le delegazioni sperano che gli
ambasciatori dei 25 possano cominciare a preparare la posizione
dell'UE sulla questione nel corso delle loro riunioni precedenti
quella dei ministri, ossia al massimo il 7 dicembre. In merito
hanno fatto pressione in questo senso soprattutto Italia,
Olanda, Gran Bretagna, Danimarca, Belgio, Lussemburgo e
Germania, ha precisato ancora la fonte. I ministri degli Esteri
dell'UE, che si riuniranno lunedì a Bruxelles, dovrebbero
discutere della questione senza tuttavia fare una richiesta
formale alla Commissione, ha aggiunto. Per cercare di
disinnescare la crisi annunciata tra l'UE e la Turchia, la
Commissione europea mercoledì scorso aveva deciso di dare più
tempo al compromesso preparato dalla presidenza finlandese su
Cipro e si era perciò guardata, per il momento, dal raccomandare
una sospensione dei negoziati di adesione. Tuttavia, la
Commissione ha annunciato che farà ''le raccomandazioni
necessarie prima del Consiglio europeo di dicembre se la Turchia
non avrà rispettato i suoi obblighi'' su Cipro entro tale data,
lasciando ai leader europei la responsabilità di decidere il 14
e 15 dicembre prossimi. (Asca-Afp)
17.11.2006
|
L'AKP STA PREPARANDO UNA BOZZA SUI CAMBIAMENTI DELL'ART. 301

|
La revisione si è resa necessaria dopo che la Commissione
europea all'Allargamento ha accusato laTurchia di aver fatto
poco sui diritti umani. |
The
Turkish government has decided to take steps on Article 301 of the
Turkish Penal Code, a major stumbling block in Turkey's relationship
with the European Union.
According to the Akp, the article will be amended in an effort to expand
freedom of thought and expression and eliminate ambiguity in the wording.
The government is waiting for proposals from non-governmental
organizations for the final touches.
The Turkish Parliament is planning to pass the amendments before the EU
leaders' summit in December.
The EU Progress Report and Strategy Paper released yesterday devoted much
of its criticism to Article 301.
The report, critical in terms of Turkey's future negotiation process,
singled out freedom of expression and the Cyprus issue as the most
important sticking points.
The report did state that Turkey had met the Copenhagen Criteria but the
pace of the reforms had slowed down. The European Commission wants
Article 301 to be amended.
The report criticized Article 301 as follows: "Certain provisions of the
Penal Code leave a significant margin of interpretation for the
judiciary. In particular, the restrictive interpretation of article 301
led to prosecutions and convictions of people for the expression of
non-violent opinion."
The article gained worldwide notoriety for the trials of Turkish novelists
Orhan Pamuk, Elif Safak and journalist Hrant Dink.
It became clear that something had to be done about 301. Turkish Minister
of Justice Cemil Cicek and AKP Deputy Leader Hayati Yazici met with
legal consultants and authorities on the penal code at the Dolmabahce
Palace in Istanbul.
Various proposals and views were discussed and draft changes for Article
301 were prepared.
"Turkishness" will be replaced by the term, "Turkish nation," and
provisions tripling the penalty for a violation of Article 301 in a
foreign country by a Turkish citizen will be abolished.
Another much criticized aspect of Article 301 is the provision that states,
"Expressing thoughts for the purpose of criticism does not constitute a
crime."
Despite this provision, interpretations of Article 301 have allowed an
ambiguity that blurs the line between 'criticism' and 'insult.' That
this ambiguity has been exploited to prosecute writers and journalists
is a major reason behind the need to amend, or as some believe, abolish,
Article 301.
Controversial Article 301:
1. A person who
openly denigrates Turkishness, the republic or the Turkish Grand National
Assembly will be sentenced to a sentence ranging from six months to three
years imprisonment.
2. A person who openly denigrates the Turkish government, the
state's judiciary organs, the military or police will be sentenced to a
sentence of six months to two years imprisonment.
3. In the event the crime of denigrating Turkishness is committed
by a Turkish citizen in a foreign country, the penalty shall be increased
three times.
4. Expressing thoughts for the purpose of criticism does not
constitute a crime. (Omer Sahin/Zaman)
17.11.2006
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QUELL' "INCREDIBILE!"
DI PAPA
BENEDETTO XVI

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Stupore in Turchia per una espressione del Pontefice alla
vista di alcune immagini contenute in un album di foto
consegnatogli da Tassos Papadopouos durante la visita di
questi in Vaticano. |
Fa
ancora discutere
l'udienza di Benedetto XVI al presidente della Repubblica di
Cipro, Tassos Papadopoulos. L'incontro, caduto ad appena due
settimane dal viaggio in Turchia, non è passato inosservato,
specie per la schiettezza con cui il presidente ha parlato
dell'occupazione turca del nord dell'isola e delle sue
conseguenze, a cominciare dalla distruzione sistematica di ogni
traccia della presenza cristiana,come chiese e cimiteri.
Vicendetestimoniate idealmente nell'album di 300 fotografie donato
al pontefice, insieme ad una icona di una chiesa distrutta. E se
dalla Santa Sede sono arrivati
commenti diplomaticamente prudenti, quell' "è incredibile"
detto dal Papa vale più di ogni parola o comunicato. I giornali
turchi, come spesso avviene in questi casi, hanno reagito
soprassedendo o accusando apertamente, come ha fatto il
quotidiano <Hurriyet>, il presidente Papadopoulos di "atto
provocatorio". Sta di fatto che la questione di Cipro rimane
ancora da risolvere e non è un caso che sia stata fatta presente
di nuovo dalla Commissione europea, nel rapporto dell'8 novembre
sullo stato dei negoziati per l'adesione della Turchia
all'Unione. Una delle violazioni più gravi della libertà
religiosa intrecciata al pragmatismo della politica, ma le
ferite seguite all'invasione del 1974 sono ancora aperte.
La storia
- Isola cristiana sin dal 38 dopo Cristo, grazie alla
predicazione di Paolo e Barnaba, negli ultimi 50 anni Cipro ha
vissuto profondi sconvolgimenti. Tuttoènatodal confronto-scontro
tra la maggioranza greco-cipriota (96%) e la minoranza
turco-cipriota (4%), aggravatosi con l'indipendenza del 1960 e
l'arrivo al potere, come presidente, dell'arcivescovo
greco-ortodosso Makarios, affiancato dal turco Fazil Küçük nel
ruolo di vicepresidente. Da subito, la situazionesi
rivelòprecaria con numerosi episodidi violenza tra le due etnie,
a cui cercò di rispondere,nel 1964, l'invio di una forza di
interposizione di caschi blu delle Nazioni Unite. I fatti
precipitarono nel 1967 con il colpo di stato dei colonnelli in
Grecia, e la deposizione di Makarios (avvenuta nel 1974 con la
complicità della Cia), sostituito da un presidente fantoccio,
Nicos Sampson, funzionale al progetto dei colonnelli di
annettere l'isola alla Grecia. Ipotesi vista come il fumo negli
occhi dai turchi che, nel luglio dello stesso anno, occuparono
la parte Nord, costringendo 180mila greco-ciprioti a rifugiarsi
nel sud. Uno stato di cose chesi cristallizzò in fretta,
nonostante i colloqui di pace, con la proclamazione
unilateraledel 1983 della Repubblica Turca di Cipro Nord,
tuttora riconosciuta soltanto dal Governo turco.
La distruzione
- Alle ragioni della politica si sovrappose, tuttavia, l'odio
religioso e culturale che, oltre ad uccisioni e allo spostamento
forzato di popolazioni,portò alla distruzione sistematica di
tutto il patrimonio artistico e spirituale della comunità
cristiana. Scrive Luigi Geninazzi in un reportage da Cipro,
pubblicato su Avvenire, domenica 26 fabbraio 2006: "Ci
fermiamo a Trachoni dove sorgeva un gioiello rinascimentale, la
chiesa di Panagia, Nostra Signora. Oggi ci sono solo le mura,
l'interno porta i segni di vandalismi che non hanno risparmiato
neppure l'altare di pietra, i cui pezzi sono finiti dentro un
buco scavato di recente per cercarvi chissà quale tesoro. Il
nostro è un triste pellegrinaggio che ad ogni tappa aumenta
sdegno e incredulità, una via dolorosa che ripercorre i luoghi
della memoria cristiana a rischio di sparizione. Al villaggio di
Peristerona, sulla strada per Famagosta, il monastero medievale
di Sant'Anastasia (vedi foto) è adibito a stalla, con le mucche
che brucano l'erba tra quel che resta delle antiche celle. Le
tombe del cimitero sono state profanate e le lapidi spezzate. Ci
lasciamo la campagna alle spalle e andiamo sulla costa. Qui
molte chiese sono state trasformate in ristoranti, bar e
night-club per la gioia dei turisti. In cima alla roccia di
Lapethos, a strapiombo sul mare, la chiesa ed il convento di
Agia Anastasia sono diventati un sontuoso hotel con la piscina
ricavata nel chiostro e il casinò sotto il campanile. La quasi
totalità del patrimonio artistico della Chiesa ortodossa sul
territorio occupato dai turchi - 520 edifici tra chiese,
cappelle e monasteri - è stata saccheggiata, demolita o
sfigurata. Solo tre chiese e un monastero, quello di San Barnaba
trasformato in museo, si trovano in uno stato più o meno
dignitoso".
Gli
esempi
-
Un elenco impietoso di sfregi non solo al sentimento religioso, ma
anche ad una ricchezza culturale oggi definitivamente perduta.
Ecco così che la chiesa di Santa Maria di Kanakaria, a
Lithragkomi, del sesto secolo è stata distrutta nel 1979; il
monastero di Acheropoiitos è stato convertito in un campo
militare, non prima di aver distrutto la preziosa cappella di
san Evlalios; tutti i cimiteri ortodossi sono statiprofanati
senza alcun rispetto e oltre 25milaiconesono sparite dalle
chieseper essereimmesse nelmercato d'arte illegale.Il tutto in
un clima di indifferenza, tra i tentativi di riunificazione che
hanno cercatodi richiamare le parti al riconoscimentodelle
responsabilità.
I segnali di una ricomposizione non mancano: nel 2003 sono state
aperte le frontiere tra le due entità e nel 2004 è stato messo
ai voti un piano per la riunificazione avanzato dall'Onu,
approvato dalla parte turca (64,90% di favorevoli), ma
considerato poco equo dalla parte greca (75.83% di contrari).
Con l'ingresso della Repubblica di Cipro nell'Unione Europea,
tuttavia, le possibilità di un'accelerazione sono alte, dato
chela Turchia potràconfrontarsicon l'Europa solo in un clima
pacificato. Più complicato affrontare la fitta trama di
interessi che oggi dominano a Cipro del Nord, diventata di fatto
un enclave e un porto franco in cui gli "affari" non sono sempre
puliti. Fa notare Maria Grazia Zambon nel suo "La Turchia è
vicina" (Edizioni Ancora): "A fronte di 170mila abitanti, nel
Nord ci sono 36 banche off-shore, 29 banche normali e 18 casinò.
La Fatf (Financial Action Task Force), organizzazione
internazionale che raccoglie 33 nazioni e lavora contro il
riciclaggio del denaro sporco, ha condannato più volte i
traffici che passano di qua. Non a caso il giornalista Adnan
Akasirit ha scritto che la Cipro turca è un'incontrollabile
terra di nessuno isolata dalla comunità internazionale. Per
questo, la mafia turca e cecena trascorrono qui il weekend,
depositano denaro, giocano alla ruolette e vanno a donne. Per
loro, Cipro del Nord è un'ottima lavanderia". Una sortenon
proprio gratificante per una delle tante culle del
cristianesimo. (Mattia Bianchi/www.korazym.org)
____________________________
La nostra autonomia ed indipendenza di giornalisti fa sì che
pubblichiamo sempre ogni tipo di notizia, anche se non ne
condividiamo spesso il pensiero. Purché, naturalmente, non sia
di offesa ad alcuno né tanto meno diffamatoria. Ci siano
permesse alcune osservazioni, che non sono rivolte - si badi
bene - all'articolo di Mattia Bianchi del quale abbiamo grande
stima e considerazione. Semmai, la nostra benevola critica va ad
un presidente di Repubblica, nel caso specifico il signor Tassos
Papadopolulos, che ha approfittato della sua visita in Vaticano
per mostrare al Pontefice un album-documetario sulla distruzione
delle chiese ortodosse ad opera dei cattivi soldati turchi. Più
che mancanza di diplomazia è stata una subdola manovra per
screditare ancor più agli occhi di Benedetto XVI l'immagine di
un Paese dove tra poco più di dieci giorni inizierà il suo tour
della fede. E' stato come buttare benzina sul fuoco per
alimentare maggiormente la tensione anti-Papa che si avverte in
questo periodo in Turchia.
Ora nessuno nega che l'esercito turco abbia voluto imitare -
all'indomani del 1974 - quello che fecero i lanzichenecchi
durante il sacco di Roma ma a Sua Santità - al quale viene
addebitata la frase "è incredibile" - si sarebbe dovuto anche
riferire come quella fosse stata una reazione (sbagliata secondo
noi) alle vessazioni che la comunità turca aveva dovuto subire
per lungo tempo ad opera dei cari e fraterni "amici"
greco-ciprioti. A Sua santità si sarebbe anche dovuto aggiungere
quante e quali esecuzioni erano state compiute dagli scherani di
Nicol Sampson. Il sangue delle vittime, non a caso, è ancora
impresso sulle pareti di alcune abitazioni.
E' vero, tuttora lo stato di abbandono di moltissime chiese nella
parte nord dell'isola grida vendetta, a Nicosia come Famogosta
ed in altre zone; conseguenza per altro di una situazione di
estrema difficoltà economica in cui si trovano le casse dello
Stato del Governo Talat. Se non vi fosse l'embargo probabilmente
tutto filerebbe per il meglio. Non si venga però a parlare di
riciclaggio di denaro sporco. Se da trent'anni a questa parte
c'è stato nel Mediterraneo un luogo dove si è fatto di tutto,
dal traffico di armi, al riciclaggio, al passaggio di terroristi
palestinesi e di brigatisti rossi, questa è stata proprio la
zona sud dell'isola. Basterebbe documentarsi.
17.11.2006
|
IL PROGRAMMA
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E' stato reso noto dalla Santa Sede come si articolerà il
viaggio ufficiale del Pontefice in Turchia dal 28 novembre
al 1 dicembre prossimi |
Benedetto XVI sarà accolto
in Turchia dal presidente della Repubblica Ahmet Necdet Sezer,
che lo riceverà al Palazzo presidenziale subito dopo l'arrivo
all'aeroporto di Ankara - previsto per le ore 13 del 28 novembre
- e la visita al mausoleo di Ataturk, simbolo della nazione. Ma
la vera novità emersa oggi, con la pubblicazione del programma
ufficiale del viaggio papale, è che insieme al capo dello Stato
il Pontefice incontrerà anche uno dei tre vice-premier, in
rappresentanza del Governo (il Primo Ministro Recep Tayyp
Erdogan come è noto sarà a Riga, in Lettonia, per un vertice
della Nato).
Dunque,
dopo le tante indiscrezioni sul perché dell'assenza di Erdogan -
dovuta, sostengono in molti, all'ormai celebre incidente della
frase su Maometto - la Santa Sede ha ottenuto comunque che ad
accogliere il capo della Chiesa cattolica ci fosse un alto
rappresentante dell'esecutivo. Tra i vice-premier, il più
conosciuto a livello internazionale è Abdullah Gul, che ricopre
anche il ruolo di ministro degli Esteri.
Il Papa si sposterà poi nella sede del dipartimento per gli Affari
religiosi per incontrarne il presidente Alì Bardakoglu. In
serata l'incontro con il Corpo Diplomatico nella Nunziatura.
Mercoledì 29 il Papa si trasferirà a Efeso per celebrare una messa
e in serata arriverà ad Istanbul dove incontrerà subito il
patriarca ecumenico Bartolomeo I e pregherà con lui nella Chiesa
di San Giorgio. Ma sarà il 30 novembre, festa di Sant'Andrea, il
momento principale della visita al Patriarcato, perché Benedetto
XVI e Bartolomeo I firmeranno insieme una dichiarazione
congiunta.
Sono previste poi le visite all'ex Cattedrale ortodossa di Santa
Sofia, oggi museo, e alla Cattedrale Armena Apostolica, dove il
Pontefice sarà accolto dal patriarca Mesrob II. Successivamente,
nella sede locale della Nunziatura Papa Ratzinger riceverà il
metropolita siro-ortodosso e il Gran rabbino della Turchia.
Infine l'incontro con i vescovi turchi, con i quali il giorno
dopo, venerdì 1 dicembre, celebrerà una messa nella Cattedrale
dello Spirito Santo. La partenza da Istanbul è prevista per le
13.15, con arrivo a Campino alle 14.45. (la
Repubblica.it)
17.11.2006
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IL VENTO DI ISTANBUL

A non molti giorni dalla visita di Sua Santità in Turchia le
misure di sicurezza sono tali che la persona del Papa sarà
più protetta di quello del presidente americano.
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Come farà
Benedetto XVI la sera del 29 novembre ad arrivare a Istanbul?
L'idea che il corteo papale, più protetto di quello del
presidente Bush, con le <Land Rover> blindate e i mitra spianati
dei soldati, possa infilarsi nelle braccia della madre di tutti
i traffici è impensabile. Dall'uscita dell'aeroporto fino alla
stralunata torre gotica di Galata che sembra un minareto vedovo,
grasso e tarchiato, si stende un interminabile serpente di auto
strombazzanti. E' ovvio che per motivi di sicurezza non trapela
un solo particolare sul percorso del Pontefice anche se la
dinamica della tormentata visita in Turchia è ormai stabilita.
E' possibile che arrivi in centro con l'elicottero e poi
raggiunga la casa dove abitò Angelo Roncalli dal 1935 al 1945,
in una viuzza intitolata al Papa Buono. Poco più in là c'è la
cattedrale cattolica del Santo Spirito che come quasi tutte le
chiese dell'antica Costantinopoli è nascosta. Se l'occhio non
incrocia la modesta croce in cima a un anonimo portone di ferro,
in faccia alla scuola francese, è difficile pensare che sia
l'ingresso di una chiesa. La forzata invisibilità della Chiesa e
dei cristiani in Turchia sarà uno dei temi più spinosi che Papa
Ratzinger proverà a toccare, una lamentela appena sollevata da
Bruxelles nel suo rapporto di qualche giorno fa sull'ingresso di
Ankara in Europa. Ieri il cielo di Istanbul era livido e tirava
un vento gelido da Est che chiamano "balconlar", perché soffia
giù dai Balcani. Il venditore di semi di pistacchio diceva a un
cliente incredulo che oggi nevicherà. I funerali di Ecevit nella
capitale hanno rubato per un giorno spazio al Santo Padre sui
media turchi. La gente non sembra ossessionata dal suo arrivo,
certo molti sono convinti che di recente abbia detto qualcosa di
sbagliato sull'Islam anche se poi pochi sanno di che cosa si
tratti. Contro l'ospite di Roma, nelle scorse settimane ci sono
stati cortei minacciosi organizzati dalla destra
ultranazionalista, una minoranza agguerrita, capace con le sue
bandiere rosse, le mezzelune e i mustacchi, di "bucare gli
schermi": il passaporto per finire sulle tv di tutto il mondo.
Nessuno sottovaluta la sicurezza, è in gioco la reputazione del
Paese: poliziotti e agenti segreti sono da tempo schierati nei
luoghi più delicati. "Ci sono troppi allarmismi - dice il
Vicario apostolico latino monsignor Louis Pelatre, la corta
barba curata e gli occhiali con le lenti spesse -, noi ci
affidiamo in primo luogo alla Provvidenza ma sappiamo che la
sicurezza turca è "au top". Gli agenti sono già ovunque, nessun
malintenzionato potrà avvicinarsi al Pontefice". Il vicario è
moderatamente ottimista anche sulla parte diplomatica del
viaggio, tanto più che adesso la voglia di entrare in Europa
potrebbe rendere i turchi più malleabili. "A Bruxelles sanno
tutto, ci sono montagne di dossier. Certo che il Papa parlerà
del problema della libertà religiosa, ma lo farà cautamente, per
allusioni. Non aspettatevi progressi clamorosi".
La minoranza
cattolica
Dal 1923 la Turchia è un Paese ostinatamente laico ma anche
tenacemente nazionalista. Così l'Islam rientra in gioco, pur stretto in
confini modernisti, dalla finestra del patriottismo che considera la
religione dei padri una delle componenti essenziali dell'identità nazionale.
Nella Istanbul degli ultimi ottomani, i cristiani erano circa il 40 per
cento della popolazione, adesso sono 150 mila in tutto il Paese, sperduti
nell'oceano di oltre 70 milioni di musulmani. Mentre, con molte limitazioni,
le chiese ortodosse e armena sono riconosciute legalmente, quella cattolica
no. Di fatto il Nunzio apostolico monsignor Lucibello è un privato
cittadino. La Costituzione turca, come quella indonesiana, non prevede
l'ateismo e obbliga i suoi cittadini a scrivere sulla carta d'identità il
proprio credo anche se (da pochissimo) è possibile in un secondo tempo
ottenere la cancellazione della dicitura. La scelta però si limita a Islam,
Cristianesimo ed Ebraismo. L'anagrafe turca di Richard Gere se ne infischia.
Don Felice Morandi fa scattare l'interruttore generale e la cattedrale del
Santo Spirito si illumina. Viceparroco, salesiano, 68 anni, pare tradire una
cadenza toscana ma lui se la ride: "Sono di Varese. A forza di stare in
Medio Oriente mi sarà venuto un accento strano". Questa piccola chiesa
rappresenta di per se stessa una specie di attestato di santità del suo
costruttore, il vescovo Julien Hilerau che la fece costruire nel 1846.
L'Impero ottomano sprofondava nel crepuscolo ma restava un regno musulmano:
che follia pensare di edificare una nuova chiesa. Il Papa dirà messa rivolto
verso la doppia fila di colonne marmorizzate, con alle spalle il grande
quadro ottocentesco della Pentecoste. Il problema è che la chiesa è piccola,
non terrà più di un centinaio di invitati. Monsignor Pelatre è alle prese
col difficile puzzle degli inviti: chi resterà fuori? Don Felice racconta
che alla vigilia del viaggio, stanno correndo tutti come trottole per gli
ultimi preparativi e le corde della sicurezza si sono già strette. "Persino
alla scuola media italiana - dice - non fanno più andare i ragazzi in
cortile, si esce solo per l'ora di ginnastica. "Il Papa non ci fa nemmeno
giocare", protestano.
Chi mesta
nel torbido
Nella
stretta via in salita della cattedrale è parcheggiato un furgone con una
telecamera che riprende chi entra e chi esce. La casa di Papa Giovanni è già
sorvegliata. A fine agosto lo scrittore di fiction Yücel Kaya aveva provato
a mestare nel torbido pubblicando un giallo sullo stile del "Codice da
Vinci" intitolato "Attentato al Papa". Che si tratti di un'operazione di
marketing lo dimostrano Benedetto XVI in copertina e il sottotitolo "Chi
ucciderà il Papa a Istanbul?", Un sottotitolo in inglese per un libro
scritto in turco: tutto già confezionato per i famelici media
internazionali. Senza quel sottotitolo, sparato da telecamere straniere, non
avrebbe fatto scattare alcun brivido. Protagonista, un giornalista
ovviamente, Oriano Ciroella, che viene servito con un contorno di Opus Dei
(complimenti per la fantasia) P2, il Mit, non l'Institute of Technology ma
il servizio segreto turco. Alla fine, istigato dal solito cardinale che fin
da piccolo schiacciava le lucertole, Ciroella uccide il Papa. Farebbe anche
ridere se gli estremisti fossero davvero soltanto un'invenzione, nel Paese
di Ali Agca e dell'assassinio di Don Andrea Santoro. Il portavoce della
Conferenza episcopale, George Marovitch racconta di aver incontrato Yücel
Kaya. Lo scrittore ha detto che nella sua storia non c'è nulla di reale, ma
ha aggiunto "Amo il mio Paese e ho voluto metterlo in guardia perché non
debbano capitare cose simili". "E' evidente - spiega padre Marovich - che il
primo intento fosse il clamore: vendere copie, guadagnare". Il libro è stato
più un fenomeno mediatico che un successo editoriale: a Istanbul i più non
sanno nemmeno che cosa sia, impossibile trovarlo nelle librerie del centro,
non lo conoscono nemmeno. Alla fine una pila di copie è saltata fuori nella
grande libreria del Diyanet, il ministero degli Affari Religiosi, tra il
Gran Bazar e il consolato iraniano, a due passi da Aghia Sofia e la Moschea
Blu. Per Kaya questo sarebbe già un indizio. (Claudio Gallo/La
Stampa Web)
17.11.2006
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IL GRAN MUFTI

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Intervista del giornalista Claudio Gallo per <La stampa Web>
al presidente della Dyianet turca (Affari Religiosi). "Il
Papa non corre rischi: è un ospite gradito. Ma l'Europa non
si consideri un club cristiano". |
A
parte una stretta di mano col presidente della Repubblica, sarà
la prima persona che il Papa vedrà al suo arrivo in Turchia il
28 novembre: il presidente del Diyanet, il professor Ali
Bardakoglu. Spesso in Italia è citato come il Gran Muftì ma
l'impressione è che il titolo sia più onorario che altro, una
mostrina per la guida laica del ministero per gli Affari
Religiosi. Professore, lei è Gran Muftì? Per rispondere alla
domanda lui porge un suo libro che ha appena autografato su
"Religione e Società", sottotitolo: "Nuove prospettive dalla
Turchia" dicendo: "Qui troverà la risposta, specialmente il
capitolo sulla presidenza del ministero". Cominciamo bene. La
sede del Diyanet, la parola vuole dire clemenza, compassione, è
appena fuori del centro di Ankara, un palazzo squadrato dagli
ampi spazi tagliati netti che ricordano l'architettura del
Ventennio. L'ufficio è ampio, una grande scrivania al fondo,
quadri e tappeti. Lui siede su una grande sedia a braccioli, in
testa il sarik, il cappello dei leader religiosi, e una
veste color perla intessuta di motivi floreali, con risvolti
bordò. Alto, i baffi, 54 anni, tre figli, se ne sta con le
grandi mani incrociate, non gesticola, a volte muove solo gli
occhi castani. Alla sua sinistra un drappo di lino che ricopriva
la Kaaba, la pietra nera della Mecca, con impressi due nomi di
Dio. Parla senza cambiare mai tono, talvolta sorride. Studioso
dell'Islam, mescola la componente religiosa e laica, inevitabile
dopo Atatürk, con perizia da democristiano.
Lei fu tra i primi a chiedere le scuse del Papa per il discorso
di Ratisbona. Qui gliele chiederà ancora?
"Non spreco tempo parlando del passato. Non importa se a dire una
cosa inaccettabile sull'Islam sia un laico, un religioso o una
persona importante: è doveroso correggerlo. Ma sono cose del
passato, guardiamo avanti. I leader religiosi devono rispettare
la sensibilità degli altri credenti. Come comunità islamica
siamo aperti alle critiche, alle discussioni dell'esperienza
religiosa, non dei principi fondamentali della nostra fede: Dio,
il Profeta e il Corano".
La citazione del Pontefice dell'imperatore bizantino Manuele II
era soltanto una piccola parte di un ampio discorso su Dio e
ragione. Il Dio del Corano è al di là della ragione?
"Si trattava di una discussione molto intellettuale e la citazione
fatta dal Papa porta a un'interpretazione accademica sbagliata.
D'altra parte molti intellettuali occidentali, anche cristiani,
hanno criticato quelle parole sul piano politico e filosofico.
La fede islamica non esclude il razionalismo. Nel Corano ci sono
indicazioni che la logica non è estranea a Dio. Noi siamo aperti
alla discussione sul rapporto tra Dio e ragione, è un grande
piacere discutere con le altre religioni di questo tema".
Spesso si contrappongono Islam e Cristianesimo come Oriente e
Occidente. Il Cristianesimo però si è formato e sviluppato in
Asia Minore, più meno nell'area dell'odierna Turchia: si
dimentica così che è anch'esso una religione orientale.
"Il Medio Oriente è la culla delle religioni. Noi riconosciamo una
continuità, da Adamo, Mosè, Gesù, fino a Maometto. In queste
terre si trovano ad ogni passo tracce di tutte le fedi che
vissero pacificamente accanto una all'altra. Anche nei Balcani
si trovano monumenti cristiani che furono conservati sotto la
dominazione ottomana. Non così in Spagna dove le tracce della
presenza islamica sono state cancellate, con l'eccezione dell'Alhambra.
E mentre in Spagna si massacravano gli ebrei, da noi trovavano
ospitalità e protezione. Una delle sinagoghe di Istanbul risale
a quel periodo".
E' preoccupato per la sicurezza del Papa?
"Leader religiosi e politici di tutti i Paesi vengono in Turchia
ogni giorno senza alcun problema. Siamo uno Stato democratico,
c'è libertà: proprio per questo c'è chi non apprezza questa
visita e lo dice. Ciò non farà certo venire meno la nostra
tradizionale accoglienza. Tolleranza e ospitalità sono due
ambiti diversi che possono convivere. No, non sono affatto
preoccupato. Questo viaggio non risolverà tutti i problemi ma
sarà un buon passo nella direzione del dialogo. La pace si
distrugge in un attimo ma per costruirla ci vuole molto tempo,
un lungo processo".
Talvolta sui media occidentali la parola jihad è sinonimo di
terrorismo: può spiegarcene il vero significato?
"Condanniamo ogni terrorismo, nessuna causa può giustificarlo. La
parola jihad, spesso esaltata nel Corano, non può giustificare
la violenza. Bisogna che tutto il mondo islamico ne prenda
coscienza. L'Islam è via di pace e amore. Il significato
principale di jihad nell'Islam è quello di lotta interiore
contro le tendenze malvage della natura umana. La nostra fede
vuole conquistare i cuori con la verità non con la forza. Dio
non approva le conversioni forzate, la religione nasce dal
cuore".
Davvero i musulmani turchi vogliono entrare nella
apparentemente cristiana Unione Europea?
"Il mio ruolo non ha nulla a che fare con la questione
dell'ingresso della Turchia nell'Ue. Non credo che l'Europa sia
un club cristiano. Bisogna trovare una via comune: se si
comincia dalla religione allora ci si dividerà su tutto".
La Chiesa cattolica sarà mai riconosciuta legalmente nel suo
Paese?
"Tutte le religioni sono riconosciute. La Turchia è un Paese
laico, il problema non esiste. Compito dello Stato è dare uno
spazio alle confessioni e garantire loro la libertà"
Però mentre le Chiese ortodossa e armena hanno status
giuridico, il nunzio apostolico cattolico è un privato
qualsiasi, il Vaticano non può ad esempio possedere una chiesa.
"Non conosco tutte le gerarchie e i rapporti tra le varie
confessioni. In termini numerici vengono prima gli armeni
ortodossi, poi i greco ortodossi e tutti gli altri. I cattolici
sono una esigua minoranza. George Marovich (ndr, il
portavoce della Conferenza episcopale) è una persona molto
popolare da noi. E nessuno può dire che sia considerato un
leader religioso di secondo piano. Ci siamo incontrati molte
volte in questi anni e anche ultimamente. Non facciamo
discriminazioni".
Che cosa risponde a Parigi che vuole fare una legge per
sanzionare chi nega il genocidio armeno?
"Questa è una domanda a cui devono rispondere i politici. Comunque
non può stabilire se una cosa sia vera oppure no con una legge".
(Claudio Gallo/La Stampa
Web)
17.11.2006
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GLI ATTACCHI DI UN GIORNALE NAZIONALISTA

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Il <Tercuman> se la prende in particolare con il patriarca
ortodosso Bartolomeo I accusandolo di aggredire l'islam
assieme al Pontefice. La pubblicazione di una foto. |
Una
foto che mostra Benedetto XVI a fianco di Bartolomeo I viene
diffusa su internet con la didascalia che dice: "L'alleanza dei
due leader cristiani per aggredire l'Islam". È il capitolo più
recente della resistenza del mondo nazionalista religioso turco
verso la visita del pontefice in Turchia dal 28 novembre al 1°
dicembre. Ad alimentare la polemica si è messo anche il
quotidiano <Tercuman>, di chiara impronta nazionalista, che
pubblica la foto in prima pagina e titola a caratteri cubitali:
"Ecco quanto osa il signor Patriarca" e nell'occhiello: "Ha
assalito il potere della Turchia, permettendo che l'hotel Hilton
diventi una chiesa per i giornalisti che seguiranno il Papa".
Nell'articolo si denigra e scredita il Patriarca ecumenico
ortodosso, accusandolo di "sete di potere", ricordando che "per
la seconda volta" osa scavalcare lo Stato turco dettando lui
legge sull'invito al papa e sul tour della visita.
Due anni fa Bartolomeo I invitò personalmente il papa in Turchia
per la festa di Sant'Andrea (30 novembre). Lo Stato turco non
unì il suo (necessario) invito a quello del patriarca,
avanzandolo solo quest'anno.
Il giornale accusa il Patriarca di voler creare "uno Stato nello
Stato". L'accusa più grande che <Tercuman> rivolge a Bartolomeo
I è quella di aver dato la privativa delle riprese della visita
del Papa in mondovisione al patriarcato (e quindi a canali
greci). Inoltre, secondo loro, tutte le linee telefoniche e
Internet dipenderanno dal Patriarcato, anziché dallo Stato
turco. In questo modo la Byegm (Direzione nazionale per
l'informazione stampa e Radiotelevisiva turca) viene messa fuori
gioco e non avrà alcun diritto di parola, né di scelta. Anzi,
l'autore dell'articolo precisa che forse gli stessi mass-media
turchi dovranno essere accreditati dal patriarcato e dovranno
usare i servizi messi a loro disposizione dalla sala stampa del
patriarca, organizzata per l'occasione nell'hotel Hilton a
Istanbul. Per molti turchi questo è un tremendo esproprio di
potere, anche se per il patriarca ecumenico grecoortodosso è
solo un diritto di libertà.
A quanto - informalmente - si dice invece a Roma, è stata la
televisione turca a decidere di non trasmettere in diretta tutti
gli eventi della visita papale, lasciando così campo libero alle
altre televisioni. Lo stesso principio vale per il mancato
allestimento di sale stampa, non organizzate dalle autorità
turche. Così, ad Ankara e ad Efeso, prime due tappe della
visita, non ne è prevista alcuna, ad Istanbul ci sarà, ma solo
per iniziativa del patriarcato.
Dopo le polemiche e le false interpretazioni del discorso di
Benedetto XVI a Regensburg, sembrava che le acque si fossero
calmate. Molti giornali moderati tendono anzi a tranquillizzare
la popolazione spiegando che la sicurezza verso la persona del
papa, sarà garantita dalla mobilitazione della polizia e delle
forze dell'ordine. (Asia News)
17.11.2006
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"UN GESTO CHE RISULTERA' PROFETICO"

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"Penso - ha detto il Patriarca di Venezia Angelo Scola - che
le ragioni della visita del Santo Padre siano ben definite
da chi ne ha la responsabilità tecnica". |
''Penso che le ragioni
specifiche della visita del Santo Padre siano ben definite da
chi ne ha la responsabilità tecnica'' . Così ha risposto il
Patriarca di Venezia, Angelo Scola, ai giornalisti che gli hanno
chiesto, a margine di un convegno a Venezia, se vede nuovi
problemi per il viaggio di Benedetto XVI in Turchia. ''Io credo
che il gesto del Papa risulterà profetico, fortemente positivo,
perché mostrerà - ha spiegato Scola - che la sua preoccupazione
di fondo è un rapporto corretto tra ragione, fede e religione.
Un rapporto oggi insostituibile e decisivo anche nella
situazione geopolitica che stiamo attraversando. Questo è quello
che il Papa ha messo in evidenza a Ratisbona in termini
estremamente chiari e che sta continuamente sottolineando nel
suo straordinario ed efficace magistero''. (Asca)
17.11.2006
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MINORANZE: NOVITA' SUI BENI

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Arriva uno spiraglio positivo sul fronte della libertà
religiosa in Turchia. Il Parlamento ha approvato la legge
sulle fondazioni, attesa da tempo, che regolamenta la
questione delle proprietà.
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Arriva uno spiraglio positivo sul fronte della libertà religiosa
in Turchia. Il Parlamento ha approvato la legge sulle
fondazioni, attesa da tempo. Si tratta del provvedimento che
dovrebbe risolvere definitivamente il problema delle proprietà
delle minoranze religiose, impossibilitate fino ad oggi ad
essere titolari di beni, non avendo personalità giuridica. La
legge è passata con 241 voti a favore e 31 contrari, dopo un
acceso dibattito in aula durato mesi e poche ore dopo il parere
negativo della Commissione europea sullo stato dei negoziati di
adesione della Turchia all'Unione.
Il nodo del mancato riconoscimento del diritto alla proprietà, in
passato aveva creato enormi difficoltà ai cristiani (a
cominciare dall'incameramento di beni da parte dello Stato), ma
anche situazioni paradossali, come quella riportata dall'agenzia
<Asianews>, sul caso della sede del Patriarcato ecumenico di
Costantinopoli. "Il piccolo complesso di edifici - ha spiegato
l'agenzia del Pime - figura come proprietà del monastero di San
Giorgio, che però non può avere beni immobili, per cui alla fine
il 'vero' padrone è, 'legalmente', San Giorgio. L'esistenza del
quale potrebbe essere negata da un tribunale, dove comunque
difficilmente si potrebbe presentare per contrastare un
sequestro. Lo stesso dicasi per l'andare da un notaio per fare
una cessione. Insomma, manca la possibilità di una concreta
tutela giuridica".
La nuova legge, che deve essere ancora approvata dal presidente
della Repubblica, darà la possibilità alle minoranze di
costituire delle fondazioni, guidate da cittadini turchi, che
potranno acquisire beni immobili. Questione giuridica risolta,
quindi, ma solo a prima vista perché, fanno notare ad <AsiaNews>
fonti del Patriarcato, non è prevista la restituzione di quanto
è stato confiscato e viene mantenuta la "reciprocità di
trattamento", secondo cui "le persone di nazionalità turca, ma
appartenenti ad una minoranza religiosa latina o greca restano
vincolate al trattamento che, nel Paese della minoranza
religiosa, si applica ai turchi".
Aspetti criticati anche dall'Unione Europea che nella legge
evidenzia l'assenza del diritto al risarcimento per quelle
proprietà confiscate che sono state già vendute a terzi. Inoltre
il provvedimento non afferma i diritti di proprietà come valore
assoluto ma semplicemente li concede ai greco-ortodossi, ai
siriaci, agli armeni e alle congregazioni cattolica e
protestante, tralasciando le altre confessioni. Punto critico,
infine, il tema delle restrizioni sulla formazione del clero
cristiano in Turchia, che non è stato ancora affrontato. (Mattia
Bianchi/www.Korazym.org)
17.11.2006
|
L'AMMINISTRAZIONE BUSH
CONTRO IL DOCUMENTO
SUL GENOCIDIO ARMENO

|
La conferma è venuta da Matt Bryza, un alto dirigente del
dipartimento di Stato Usa che ha preso la parola nel corso
dell'annuale convention dell'Associazione turco-americana. |
Matt Bryza, a top-level official from the U.S. State Department,
asserted that the George Bush Administration would strongly
oppose any draft law on the recognition of an Armenian genocide.
However, he added that given the complexity of the new political
environment since the midterm elections, it was hard for them to
precisely foresee any outcome.
Matt Bryza was speaking at the annual convention of the Assembly
of Turkish-American Associations (Ataa) and commented on the
possibility of an Armenian genocide bill introduced to the House
of Representatives, where the Democrats have recently gained
control.
He described the new situation as a change in the political
reality and said that it was impossible for the administration
to predict how the new mechanism would operate with regards to
the fate of any proposal for recognition of the Armenian
genocide.Newly ensconced House Speaker Nancy Pelosi, a Democrat,
promised the Armenian lobby to support any bill regarding the
genocide.
Asked whether President Bush would call Pelosi to ensure that any
such draft would not be put on the agenda, Bryza said that he
would make his own suggestion but was unable to know how the
president would proceed.
The Armenian lobby is expected to submit genocide bills to both
wings of Congress following its inauguration.
Meanwhile, in his address at the meeting, Bryza, drew attention to
Russian attempts at being the sole energy supplier to the region
and underlined the importance of Turkish-American strategic
cooperation. (Ali H.Aslan/Zaman)
17.11.2006
|
RELAZIONI MILITARI INTERROTTE

|
Turchia e Francia non potranno più scambiarsi neppure
informazioni. La notizia data dal capo delle Forze terrestri
turche, generale Ilker Bastug. Alla base della decisione la
questione armena. |
La Turchia ha congelato le
sue relazioni militari con Parigi in segno di protesta contro
l'adozione, il mese scorso da parte del Parlamento francese, di
un progetto di legge che punisce la negazione del genocidio
armeno."Nessuna visita bilaterale di alto livello avrà luogo"
tra i due Paesi, ha spiegato il capo delle forze terrestri
turche, generale Ilker Basbug, citato dall'agenzia <Anadolu>,
senza fornire precisazioni. (Ticin@nline)
_____________
La sospensione della cooperazione non avrà alcun impatto sui
rapporti tra Parigi ed Ankara in seno alla Nato di cui entrambi
sono membri. Ad assicurarlo è un diplomatico che ha preferito
rimanere anonimo.
"Questo non riguarda la Nato, è una questione bilaterale. non ci
aspettiamo delle difficoltà in ambito Nato, non ci saranno
ripercussioni sul funzionamento dell'alleanza, ha sostenuto la
fonte. (da Apcom)
17.11.2006
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LA TURCHIA LAICA
SEPPELLISCE
BULENT ECEVIT

|
Funerali di Stato ad Ankara per l'ex premier Bulent Ecevit.
Cori laici per il leader più rappresentativo della sinistra
turca, vicino ai lavoratori e a lungo lontano dall'Europa.
Decise l'invasione di Cipro. La cronaca del corrispondente
di <Osservatorio sui Balcani>, Fabio Salomoni.
|
 Più
di 100.000 persone hanno partecipato ai funerali di Bulent
Ecevit, ex segretario del Partito Repubblicano del Popolo (Chp)
e fondatore del Partito Democratico di Sinistra (Dsp), morto a
81 anni la scorsa settimana ad Ankara dopo una lunga agonia.
Nella lunghissima cerimonia di sabato, protrattasi per più di
dieci ore, si sono ritrovati fianco a fianco la Turchia
ufficiale, quella del presidente della Repubblica e del primo
ministro Erdogan, alcuni dei protagonisti della storia politica
repubblicana, come l'ex presidente Demirel o il generale
golpista Kenan Evren e soprattutto migliaia di comuni cittadini.
In un clima di grande commozione, in cui non sono mancate le
ormai immancabili contestazioni al governo, la Turchia ha
salutato la salma di Ecevit, "l'eroe di Cipro", "l'uomo del
popolo" o, semplicemente, "un uomo sincero".
Che la scomparsa di un uomo politico, tra i principali
protagonisti della vita repubblicana degli ultimi 50 anni,
susciti unanime commozione in tutti i settori della società,
compresi quelli a lui politicamente e culturalmente più lontani,
costituisce indubbiamente una situazione insolita in una realtà
dove le contrapposizioni politiche assumono spesso un carattere
radicale.
Il fatto è che Ecevit, al di là delle sue posizioni politiche, ha
saputo stagliarsi nell'universo politico turco con carisma e
qualità personali come "un gigante in un mondo di pigmei", per
usare una felice espressione del <Financial Times>.
La sua levatura morale lo ha tenuto sempre al riparo da qualsiasi
scandalo o sospetto, in un un paese nel quale la classe politica
si è più spesso messa in evidenza per episodi di corruzione o
sopraffazione che per la sua dedizione alla causa. La modestia
ha poi contrassegnato tutta la sua esistenza, egualmente divisa
tra le sue passioni intellettuali, la critica letteraria e la
poesia, e la sua passione politica. L'ex premier ha infine
saputo dimostrare in molte occasioni difficili coraggio e
coerenza, spesso pagandone un prezzo personale.
Sul piano più propriamente politico, Ecevit con la sua capacità di
tenere insieme riferimenti tra loro inconciliabili, di suscitare
grandi entusiasmi ed altrettanto cocenti delusioni, di muoversi
tra le contraddizioni, ha ben rappresentato il concentrato della
cultura politica di sinistra in questa parte del mondo.
Posizioni
conservatrici
Vicino allea classi popolari, in rotta con il tradizionale
elitismo della cultura politica turca, Ecevit è stato sempre vicino ai
problemi del mondo del lavoro, nelle fabbriche o nelle campagne. Nonostante
le leggi in difesa dei lavoratori che ha promosso e che gli hanno fatto
meritare il titolo di padre della socialdemocrazia turca, non è mai riuscito
però a dare forma compiuta ad un modello di stato sociale.
Nonostante si sia spesso battuto in prima persona in difesa della
democrazia e contro l'intervento dei militari in politica, è stato anche il
fautore dell'invasione di Cipro ed ha spesso assunto posizioni conservatrici
rispetto a questioni cruciali come quella curda.
Ha difeso spesso i valori del nazionalismo autarchico così diffusi
nella cultura politica del paese e condiviso la tradizionale diffidenza nei
confronti dell'Occidente e dell'Europa. Un atteggiamento che sta alla base
della sua decisione di non presentare la candidatura turca alla Comunità
Europea alla fine degli anni '70. Allo stesso tempo però è stato il
rappresentante turco al vertice europeo di Helsinki nel quale l'Unione
Europea accettava la candidatura della Turchia.
All'indomani della sua scomparsa, è possibile vedere riflesse
nelle vicende personali e politiche di Ecevit gran parte della recente
storia della Turchia.
Dopo aver lavorato come giornalista in Inghilterra e Stati Uniti,
Ecevit entra per la prima volta in Parlamento nel 1957 come deputato del Chp.
Dopo il colpo di stato del 1960, che dà vita ad una nuova
costituzione dalla marcata impostazione progressista attenta ai diritti
politici e sociali, Ecevit rientra in Parlamento come rappresentante della
città di Zonguldalk, centro minerario sul Mar Nero e tradizionale roccaforte
della sinistra. Come ministro del lavoro, tra il 1962 ed il 1965, è
promotore di leggi fondamentali per il mondo del lavoro, che garantiscono il
diritto di sciopero e la contrattazione collettiva, e si batte per una
radicale riforma agraria. Passi rivoluzionari per la Turchia, che gli
garantiscono l'eterna riconoscenza dei lavoratori. "Per noi, per i
lavoratori, Ecevit è una grande persona", ricorda semplicemente Celebi,
segretario del sindacato Disk (Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori
Rivoluzionari).
Nel 1966 comincia la sua ascesa al vertice del Chp. Il suo
progetto di fare del partito "la sinistra del centro", con l'intenzione di
vincere la concorrenza del filo-marxista Partito Turco dei Lavoratori (Tip),
si scontra con l'opposizione del vecchio segretario Inonu. Grazie
all'appoggio dei giovani del partito, Ecevit esce vincitore dallo scontro ed
a soli 41 anni si ritrova segretario del più antico partito del paese. La
sua esperienza al vertice del partito subisce presto una brusca
interruzione. A seguito del colpo di stato del 1971, per protestare contro
l'appoggio fornito da Inonu all'intervento dei militari, si dimette dalla
carica di segretario. Una breve parentesi perchénel 1972, sconfiggendo di
nuovo Inonu, torna alla guida del partito con uno slogan che rimarrà
celebre: "Questa situazione deve cambiare".
Scampato più volte
ad attentati
Gli anni settanta sono un periodo di grande turbolenza per la vita
politica e sociale del Paese. Sul piano politico, nonostante il Chp si
affermi più volte come primo partito, si susseguono governi di coalizione di
breve durata, nei quali spesso accanto al Chp si ritrovano partiti islamici
o di estrema destra. Nelle strade dilaga intanto la violenza e alla fine del
decennio si conteranno più di 7.000 vittime. Ecevit stesso scamperà più
volte ad attacchi a colpi di arma da fuoco. Nel 1977, per la prima volta
denuncia il ruolo degli apparati dello stato nell'alimentare il clima di
violenza. Racconterà di aver scoperto del tutto casualmente, mentre era
primo ministro, dell'esistenza di fondi neri, di provenienza statunitense,
destinati a finanziare l'Ufficio per le Operazioni Speciali, una sorta di
antesignano della Gladio turca. Denuncia che rimarrà a lungo inascoltata.
La popolarità di Ecevit in quegli anni salirà alle stelle grazie
agli sviluppi della questione cipriota. Forse a caccia di consensi in un
paese profondamente lacerato, sarà Ecevit a decidere l'invasione dell'isola
per proteggere la minoranza turca dalle violenze della comunità greca. Il
ritratto di Ecevit, "conquistatore di Cipro", affiancato dalla bandiera
turca e dalla cartina di Cipro, campeggerà a lungo sulle pareti dei caffè
del paese. E su Cipro Ecevit non riconoscerà mai nessun errore, convinto che
l'intervento militare abbia accelerato la caduta del regime dei colonnelli
in Grecia e sempre pronto ad attribuire ai greco-ciprioti ogni
responsabilità per l'impasse dei decenni successivi.
Le sue tentazioni nazional-scioviniste porteranno Ecevit ad
accodarsi anche al coro di coloro che diffidano dell'Europa e che si
oppongono a che la Turchia presenti la domanda di adesione alla Comunità
Europea, come invece fanno alla fine degli anni '70 Spagna e Grecia.
Un'occasione mancata spesso rimproveratagli negli anni seguenti da coloro
che confrontavano le sorprendenti trasformazioni politiche e sociali di
questi due paesi con le difficoltà in cui si dibatteva la Turchia.
Il colpo di stato del 1980, arrivato per mettere fine ad un
decennio di violenze e instabilità, non risparmierà nemmeno Ecevit,
costretto al carcere insieme a tutti i leader politici dell'epoca. Nel 1982
decide di abbandonare il suo partito e la politica per "poter parlare
liberamente", ritorna all'attività di giornalista per dare battaglia sui
temi della democrazia e della libertà di espressione. Fonda una rivista che
esce con un suo articolo dal titolo eloquente "Tortura". La rivista viene
chiusa ed Ecevit ritorna in carcere.
Se Ecevit giornalista ed intellettuale fornisce un contributo
importante nel faticoso processo di democratizzazione seguito al colpo di
stato, anche criticando apertamente le forze armate ("Sono le elite e gli
intellettuali a voler l'intervento dei militari, la gente ha sempre subito i
militari"), non si può dire che sia stato altrettanto efficace sul piano
della politica, alla quale finisce inevitabilmente per tornare. Lo fa
fondando con l'inseparabile moglie Rahsan il Partito Democratico di Sinistra
(Dsp). Una sorta di partito-famiglia gestito dalla coppia con metodi poco
trasparenti, marcato da un forte nazionalismo che assume posizioni
oltranziste nei confronti di questioni spinose come quella cipriota o quella
curda.
La cattura
di Ocalan
L'entusiasmo popolare seguito alla cattura del leader del Pkk
(Partito dei Lavoratori del Kurdistan) Abdullah Ocalan porta però Ecevit di
nuovo alla guida di una curiosa coalizione con i nazionalisti dell'Mhp
(Movimento di Azione Nazionale) e con il Partito della Madrepatria (Anap).
Le sorprese però non sono ancora finite perchè, nonostante queste premesse,
Ecevit sarà nel 1999 al vertice europeo di Helsinki nel quale l'UE accetta
la candidatura turca: "La Turchia è l'esempio che smentirà tutti coloro che
sono d'accordo con Kipling quando dice che Oriente ed Occidente non si
incontreranno mai", è il commento di un Ecevit che si riscopre europeista.
In questo periodo non viene meno nemmeno il suo antico interesse
per i lavoratori ed il premier si spenderà molto per far approvare la legge
sulla sicurezza sul lavoro.
Poi ci sono la sua malattia, l'accanimento dei mass media, la
crisi con il presidente della Repubblica che nel 2001 porterà ad una
gravissima crisi economica e alla caduta del suo Governo di coalizione. Con
Ecevit malato ed impossibilitato a fare campagna elettorale, il partito da
lui creato si presenta alle elezioni del 2002 come una vittima sacrificale
di fronte alla rabbia popolare. Il risultato, anche se atteso, è scioccante
nelle proporzioni: con solo l'1.5% dei voti il partito è praticamente
cancellato dalla scena politica ed Ecevit si ritira dalla vita politica
attiva.
Con le sue non poche contraddizioni Ecevit è stato il leader
politico di sinistra più rappresentativo e carismatico della storia
repubblicana, "l'uomo che ha lasciato una traccia profonda nella vita
politica del Paese". Di fronte alle incertezze del presente, con lo spettro
delle elezioni politiche dell'anno prossimo, l'interrogativo insistente che
circolava tra coloro che sabato partecipavano al funerale dell'anziano
leader era se mai ci sarà qualcuno in grado di prenderne il posto (Fabio
Salomoni/www.osservatoriobalcani.org/artiche/articheview/6404/1/51/)
17.11.2006
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COOPERAZIONE

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Il presidente della Macedonia, Branko Srvenkovski, in visita
ad Ankara dove è stato ricevuto dal Capo dello Stato turco
Ahmet Necdet Sezer. Larghe intese. |
The presidents of Turkey and
Macedonia agreed on Tuesday in Ankara to improve current
bilateral cooperation which is, according to Turkish President
Ahmet Necdet Sezer, based on strong humanitarian ties as well as
common history and culture.
Macedonian President Branko Srvenkovski arrived in Ankara on
Monday night for an official three-day visit at Sezer's
invitation.
"We are pleased to see that Turkish companies' interest in
Macedonia has been increasing in recent years. We're encouraging
Turkish businessmen to make more investments in Macedonia,"
Sezer said following his talks with the visiting president,
while he also reiterated Turkey's support for Macedonia's
integration with the European-Atlantic institutions.
For his part, Srvenkovski said that economic relations between the
two countries were currently lower than they should be and
called on Turkish businessmen to make investments in his
country.
Highlighting the importance that Macedonia has attributed to
Turkey's support for its NATO membership bid, Srvenkovski also
expressed expectation from Turkey to display a strong gesture of
support at the upcoming NATO summit to be held in Riga, Latvia,
later this month.
The most recent high-level talks between the two countries took
place in June when Prime Minister Recep Tayyip Erdoğan met with
his Macedonian counterpart in Skopje during an official visit. (Turkish
Daily News)
17.11.2006
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LA RICONFERMA

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Il premier turco Recep Tayyip Erdogan è stato nominato per
la seconda volta e all'unanimità presidente del Partito di
radici islamiche "Giustizia e sviluppo" (Akp). |
L'attuale
premier turco, Recep Tayyip Erdogan, è stato confermato
presidente del partito di radici islamiche "Giustizia e Libertà"
(Akp) al termine del secondo congresso dello stesso partito,
svoltosi ad Ankara.
Erdogan era l'unico candidato in lizza, essendo stato indicato
all'unanimità dai leader del partito delle 81 province turche e
dai 353 deputati dell'Akp.
L'attuale governo turco è formato solo da esponenti dell'Akp che
dispone in parlamento di un'ampia maggioranza di quasi i due
terzi dei 550 deputati. (Ansa)
17.11.2006
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SOCIETA'
RAGAZZE
A BRACCETTO, CON O SENZA FOULARD

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Una
inchiesta della <Bbc> sul divieto di portare il velo fuori
casa. Il 63% delle donne lo mette ma come semplice copricapo. |
In an
article on the headscarf ban in Turkey, the Bbc wrote that 63 percent of
Turkish women cover their heads outside the home with the majority
choosing a traditional, non-Islamic head covering.
A tiny percentage choose the full cover of the chador and just 11% of
respondents wear the turban - or religious headscarf - which is neatly
pinned at the sides, leaving the face exposed, said the Bbc.
The Bbc's snapshot of Istanbul streets pointed out two girls walking
arm-in-arm along Istiklal Street in Istanbul, one dressed in a long skirt
and headscarf, the other in a tight-fitting top, hair flowing freely.
Though women can dress the way they want outside, wrote the Bbc, they
emphasized that wearing headscarves in universities was prohibited.
Women wearing the headscarf were deliberately left off the guest list for
this year's Republic Day reception at the presidential palace in Ankara,
the BBC wrote, and added that if the ruling Justice and Development Party
(Akp) took the presidency next year, for the first time the first lady of
the republic would wear an Islamic headscarf.
That debate has intensified since the current government came to power.
The Akp is political party with its roots in political Islam, the Bbc
wrote. (Kamuran Samar/Zaman)
17.11.2006
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CRONACA
FERMATO UN
COMPLICE DELLO SPARATORE DI ISTANBUL
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L'uomo
è stato bloccato a Gaziantep. Secondo la polizia avrebbe fornito ad
Ibrahim Ak l'arma con la quale questi avrebbe fatto fuoco davanti al
Consolato generale italiano. |
E' stato fermato a Gaziantep,
Anatolia sud-orientale, il complice della persona che sparò davanti al il
consolato d'Italia il 2 novembre scorso. L'uomo fermato è accusato di
avere fornito ad Ibrahim Ak, 23 anni, la pistola con cui aveva sparato tre
colpi in aria davanti alla rappresentanza diplomatica scorso per
protestare contro la visita del Papa in Turchia. Lo ha reso noto l'agenzia
<Anadolu>. L'uomo è stato trasportato ad Istanbul dove viene
interrogato dalla polizia. (Ansa)
17.11.2006
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FACEVA
IL DOPPIO GIOCO:
39 ANNI

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Si
tratta di Veysel Ates, ex membro del Pkk ed informatore delle Forze
di sicurezza condannato per l'attentato alla libreria di Semdinli in
cui morì una persona ed altre sei rimasero ferite. |
Un ex membro del Pkk, che
probabilmente faceva il doppio gioco tra l'organizzazione separatista
curda e le Forze di sicurezza turche, di cui era diventato un informatore,
è stato condannato a 39 anni e 11 mesi di reclusione per l'attentato di
un anno fa ad una libreria di Semdinli ai confini turchi con l'Iraq e
l'Iran.
L'uomo, Veysel Ates, è stato ritenuto colpevole dell'attentato, che
provocò un morto e sei feriti e dette avvio a varie e sanguinose
manifestazioni nell'intera area curdofona che provocarono diversi morti ed
anche ad un tentativo di coinvolgimento nell'attentato dell'attuale numero
uno dei militari turchi, il generale Yashar Buyukanit, da parte del
procuratore di Van, Ferhat Sarikaya, che lo accusava di avere ordito
l'attentato al fine politico di "bloccare il processo di adesione
della Turchia all'Unione europea".
Sarikaya fu cacciato in aprile scorso dalla magistratura con decisione del
Consiglio superiore della magistratura della Turchia, che ha ritenuto
manifestamente infondate le accuse a Buyukanit ed il 7 novembre scorso ha
confermato la decisione, respingendo il ricorso di Sarikaya, di cui la
stampa turca ha rivelato i legami non chiari con il partito filoislamico
al Governo.
Per la stessa vicenda sono stati già condannati a 39 anni due
sottufficiali della gendarmeria di Semdinli, ma il procuratore della Corte
degli Appelli della Turchia il 16 ottobre scorso ha raccomandato il loro
proscioglimento perché ha definito le accuse contro i due militari, che
si sono sempre professati innocenti, "totalmente infondate". Si
attende ora la sentenza della Cassazione.
La vicenda è stata citata anche nel recentissimo rapporto della
Commissione dell'UE sulla Turchia, dove, anche se il giudizio non è
ancora concluso, è menzionata come un esempio di persistenza della
tradizione di impunibilità dei capi militari turchi e di violazione della
autonomia della magistratura. (ticin@nline)
17.11.2006
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UCCISI TRE
GUERRIGLIERI DEL PKK
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Combattimento
con le Forze governative turche nella zona di Sirnal nel sud-est
anatolico. |
L'esercito turco ha reso noto che
nella provincia orientale di Sirnak le Forze governative hanno ucciso in
combattimento tre guerriglieri curdi del Pkk. I ribelli hanno dichiarato
una tregua unilaterale lo scorso 1° ottobre, che però è stata ignorata
dal governo di Ankara, che ne anzi approfittato per intensificare la
caccia ai guerriglieri. Il conflitto nel Kurdistan turco ha provocato
almeno 40mila morti dal 1984 a oggi. Dall'inizio del
2006, sono 119 i guerriglieri curdi uccisi e 79 i militari turchi morti. (Alice)
17.11.2006
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GIUSTIZIA TRIBALE NELLA <TURCHIA
PROFONDA>

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Vendica la moglie
violentata stuprando la figlia sedicenne del colpevole. Il
quotidiano <Radikal> denuncia l'incredibile decisione di un
tribunale di villaggio.
|
"Gli eventi vissuti in quel
villaggio evidenziano ancora una volta la mentalità medioevale e tribale
esistente nella cosiddetta 'Turchia profonda". Il giudizio, pesante,
non viene dall'Unione Europea e neanche dagli avversari dell'ingresso
della Turchia in Europa, ma dal giornale turco <Radikal>. Ed è
consolante leggerlo, perché la vicenda è sconvolgente e sembra fatta
apposta per far alzare, come di fatto sta succedendo, il tono della
polemica sulle condizioni del Paese sotto esame. Dunque, siamo a
Hacikislak, un villaggio della provincia di Van, nell'estremo Est, ai
confini con l'Armenia e con l'Iran. Una giovane donna, S. A., di 23 anni,
sposata e incinta al terzo mese, viene minacciata con una pistola e
violentata. Ingenuamente,si confida con un parente, forse cercando
consiglio. B. A., invece, la lega e la rinchiude in una stalla, quindi
riferisce il fatto al resto della famiglia. E' un'onta da lavare con il
sangue, ma si tengono i nervi saldi e si sottopone la questione al
tradizionale consiglio del villaggio, presieduto dal muhtar, il sindaco.
Tutti convengono sull'opportunità di applicare la procedura del "berde",
ovvero un conveniente risarcimento consensuale per la vittima di una
violenza o di una ingiustizia. Solo che il risarcimento convenuto è degno
del Medioevo più oscuro e forse nemmeno. In sostanza si decide che il
marito della donna stuprata potrà "rifarsi" sulla figlia sedicenne
dello stupratore, previo matrimonio religioso celebrato in moschea (che in
Turchia è illegale e non ha effetti civili). Librandosi, peraltro, della
moglie legittima, ormai "disonorata", falsificandone la firma
sotto l'istanza di divorzio. Detto fatto. A guastare la festa è stata una
parente della sposa ripudiata, che l'ha infine liberata dalla sua prigione
e l'ha aiutata a denunciare l'accaduto alla magistratura turca. E il
giudice è riuscito a dare una sorta di lieto fine alla vicenda ordinando
l'arresto del violentatore Hussein G. di 43 anni e del marito della donna
stuprata, Mehmet A. di 24 anni e denunciando a piede libero 10 persone tra
cui il sindaco del villaggio. (La Stampa Web)
17.11.2006
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NOTIZIARIO DI AMBASCIATA
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CREDITO
A SUPPORTO DELLE JOINT VENTURE
L'Istituto
italiano del Commercio Estero e la <Tusiad> hanno di recente
organizzato una conferenza sul sistema di credito a supporto
delle joint ventures italo - turche. Nel corso dell'evento,
il direttore dell'Ice Roberto Luongo ha tenuto a sottolineare
l'ottimo livello raggiunto dalle relazioni commerciali tra i
due Paesi, che continuano a rafforzarsi di anno in anno. Il
presidente di <Tusiad International> Aldo Kaslowski ha inoltre
posto l'accento sulla presenza rilevante delle aziende
italiane in Turchia, che hanno raggiunto nel settembre 2006
quota 500. L'Italia, nel complesso, rappresenta il terzo
partner commerciale con una quota sul commercio estero della
Turchia pari al 7%. Il rappresentante di <Tusiad International> ha
infine voluto sottolineare il consistente volume di investimenti
di aziende italiane nei primi 8 mesi del 2006, pari a circa 4
miliardi di dollari, con un incremento di più del 100%
rispetto al periodo gennaio - agosto dell'anno precedente,
in cui si era registrato un livello di investimenti pari a 1.
miliardi di dollari. |
RIFORME
La
Turchia procederà a passo spedito sul sentiero delle riforme
economiche, a dispetto dell'attuale dialettica in atto al
momento con Bruxelles. Ne sono convinti alcuni economisti di
prestigio internazionale che seguono con attenzione gli sviluppi
macro economici del Paese. "Se nel 2002 il livello dei tassi
di interesse viaggiava su una media del 66%, nel 2006 si sono
assestati intorno al 17%, con i conseguenti riflessi
sull'onere del debito dello Stato", sottolinea Simon
Quijano-Evans (CA-IB/Unicredit - Vienna). Quanto agli
investimenti esteri diretti in Turchia, in tredici anni (1990
- 2003) il valore complessivo era stato pari a 11 miliardi di
dollari, la stessa cifra che sarebbe poi stata registrata nel
biennio successivo (2004 - 2005). "Non solo, tiene a
precisare Evans,. Nei primi 8 mesi del 2006 il valore totale
ha già raggiunto i 12 miliardi di dollari". Secondo Tolga
Ediz (Lehman Brothers - Londra), le questioni politiche non
produrranno effetti negativi sull'andamento dell'economica.
"Un segnale positivo è senza dubbio rappresentato dalla
tenuta del mercato finanziario nazionale e della lira turca in
occasione delle recenti turbolenze finanziarie. Segnali
incoraggianti per il prossimo futuro, in cui le fluttuazioni non
dovrebbero lasciare il posto a vere e proprie crisi come
avvenuto nel 2001".
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DATI
CORRUZIONE
Secondo
un Rapporto di <Trasparency International>, relativo alla percezione
della corruzione in 163 Paesi, la Turchia nel 2006 ha
migliorato la sua posizione passando dal 65mo posto del 2005 al 60mo. L'indice
sulla corruzione che segnala all'ultimo posto Haiti ed al primo la
Finlandia mostra significativi passi in avanti del Governo di Ankara alla
luce del miglioramento non solo del clima economico generale, ma
soprattutto delle numerose riforme in campo amministrativo e
legale poste in essere negli ultimi anni anche su indicazione
dell'UE. Si precisa in proposito che gli stessi operatori
economici turchi chiedono insistentemente al Governo locale di
intensificare non solo la lotta all'economia sommersa,
all'evasione fiscale e dalla corruzione, ma anche un sensibile
miglioramento della trasparenza dei procedimenti amministrativi
sia al centro che in periferia. |
AZIENDE
E MERCATI INTERNAZIONALI
Nel
corso di una conferenza dell'Ocse sulle piccole e medie
imprese tenutasi ad Atene la scorsa settimana, cui ha
partecipato per la Turchia il presidente della <Kosgeb Bayram
Mecit>, si è discusso in modo particolare dell'opportunità
per tali aziende di
inserirsi sui mercati internazionali. Tra le raccomandazioni
emerse dai lavori spiccano in particolare la necessità di
armonizzare la legislazione dei Paesi membri
dell'Organizzazione a livello internazionale, l'urgenza di
rimuovere le barriere non tariffarie, incoraggiando la
cooperazione a livello intergovernativo e l'opportunità di
creare un'ambiente imprenditoriale favorevole allo sviluppo
delle piccole e medie imprese, anche attraverso la riduzione di
ostacoli di natura amministrativa e burocratica. "Queste
aziende", ricorda il Presidente della <Kosgeb Bayram Mecit", che
rappresenta il settore industriale di piccola e media grandezza,
"rappresentano la spina dorsale della nostra economia. In
Turchia il 99.83% delle aziende sono riconducibili a piccole e
medie realtà produttive che contribuiscono a garantire
occupazione a circa il 77% della forza lavoro complessiva".
"Tuttavia", fa notare un esperto della <Kosgeb> intervenuto
alla Conferenza, "solamente il 10% delle esportazioni totali
del Paese sono attribuibili alle piccole e medie imprese
nazionali, rispetto al 38% del Giappone, il 31% in Germania , il
26% in Francia ed il 22% in Gran Bretagna". Un dato assai
rilevante, soprattutto alla luce della relazione diretta
esistente tra volume di esportazioni e tasso di occupazione.
ENERGIA
ALTERNATIVA
La
Turchia investe sempre più in energia alternativa, al fine
soprattutto di ridurre la forte dipendenza dai produttori
stranieri. Un'attenzione particolare è rivolta all'area
di Cesme, in cui è assai sviluppato lo sfruttamento
dell'energia eolica. Una nuova stazione ("Mare Monastery")
sarà gestita sulla costa egea a partire dal gennaio 2007 da
<Polat Holding> e da <Demirer Energy>, in partnership con la tedesca
<Enercon>. Il valore dell'investimento è stato pari a 450
milioni di dollari.
IMPORT
MATERIE ENERGETICHE
Nei
primi nove mesi dell'anno in corso, le importazioni di prodotti
energetici (petrolio, gas naturale, carbone, ecc.) sono
ammontate a 21 miliardi di dollari (il 21% delle importazioni
totali del Paese) (Ufficio Statistico Nazionale Tuik).
Rispetto allo stesso periodo del 2005 sono cresciute del
42.4% (14.8 miliardi di dollari).Dei 21 miliardi di dollari di
prodotti energetici importati nei primi nove mesi dell'anno in
corso, 12,6 miliardi di dollari sono relativi al petrolio, 1,3
miliardi al carbone, 7. miliardi al gas naturale. A fine 2006,
la bolletta energetica costerà al Paese circa 29 miliardi di dollari.
Attualmente il costo dei prodotti energetici costituisce il 53% del deficit
totale della bilancia commerciale turca.
EXPORT
TESSUTO "DENIM"
Secondo
i dati forniti dalla <Tim> (l'Assemblea Nazionale degli
Esportatori) nei primi nove mesi dell'anno in corso le esportazioni di
tessuto "denim" sono state pari a 986,2 milioni di dollari,
con un calo del 37% rispetto allo stesso periodo del 2005. La
<Tim> ritiene - sulla base dei rapporti
inviati dai produttori locali nelle ultime settimane - che l'export
complessivo a fine
2006 si attesterà intorno a 1.4/1.5 miliardi di dollari. I tre
principali Paesi acquirenti di tessuto "denim" dalla Turchia nei primi
nove mesi del 2006 sono risultati la Germania (175.2 milioni di
$), il Regno Unito (144.6 milioni di $) e la Spagna (80.7milioni
di $).
ECONOMIA
E POLITICA ECONOMICA
Dopo
4 mesi, l'inflazione ritorna ad una sola cifra; un segnale
confortante dopo la recente impennata a causa delle turbolenze
finanziarie di aprile - giugno.
Nel mese di ottobre il livello dei prezzi è cresciuto
meno del previsto, a dispetto del mese del Ramadan e della
festività dell'Eid, che generano generalmente un incremento
della spesa. L'indice dei prezzi al consumo su base annuale è stato infatti pari al
9.98%. L'incremento maggiore a
livello mensile è stato registrato nel comparto
dell'abbigliamento e della calzature (9.67%), mentre su base
annuale nel settore dei servizi (13,44%). L'indice dei prezzi
alla produzione ha registrato nel mese di ottobre un incremento
pari allo 0,45%; negli ultimi 12 mesi, invece, l'aumento è
stato pari al 10.94%.
DEFICIT
PARTITE CORRENTI
Il
deficit delle partite correnti nei primi 9 mesi del 2006 è
maggiore di quello registrato nell'intero 2005. Pari a 25.3
miliardi di dollari, ha fatto registrare un incremento del 59.6%. In particolare, la bilancia commerciale è in negativo
per 32 miliardi di dollari (+32% rispetto allo stesso periodo
del 2005); segno positivo, invece, nel comparto dei servizi, con
un surplus pari a 10.1 milioni di dollari, in calo tuttav |
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