ATTUALITA'
ULTIMATUM

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Cinque
settimane di tempo concesse dalla Commissione UE alla Turchia
per correre ai ripari e correggere i punti dove secondo
Bruxelles non sono stati fatti progressi. Un rapporto
impietoso. |
E' un rapporto impietoso, che
fotografa in 73 pagine di analisi puntuale gli scarsi progressi, e
in alcuni casi i passi indietro, della Turchia nella sua marcia di
avvicinamento all'UE, soprattutto in campo politico. Il documento,
che la Commissione europea ha reso noto mercoledì scorso, è tale
da giustificare il congelamento dei negoziati di adesione con
Ankara, cominciati solo un anno fa. E tuttavia nessuno a Bruxelles
vuol prendersi la responsabilità di sbattere definitivamente la
porta il faccia ai turchi.
La salomonica decisione, ispirata dal presidente Barroso e che è
stato avvallato dal collegio dei commissari, prevede dunque la
pubblicazione di un rapporto molto critico, ma senza che la
Commissione si spinga fino a raccomandare la sospensione dei
negoziati. La parte delle raccomandazioni, per ora, sarà
stralciata. Una decisione finale verrà presa dal vertice dei capi
di governo a Bruxelles a metà dicembre. E questo lascia al Governo
turco un margine di cinque settimane per cercare di ribaltare un
verdetto che al momento non potrebbe che essere negativo. Nei
termini soft che caratterizzano la politica europea, questo
equivale ad un ultimatum.
Cinque settimane sono evidentemente poche per invertire la tendenza
che è fotografata nel rapporto: contenere l'influenza dei militari
in politica, garantire il rispetto dei diritti umani, la tutela
delle minoranze, eliminare le discriminazioni, e promuovere la
condizione femminile. Il premier turco Erdogan ha già fatto sapere
che il Governo potrebbe emendare l'articolo 301 del codice penale,
che punisce il vilipendio del Paese e che è stato usato per
limitare la libertà di espressione mandando sotto processo
giornalisti e scrittori. Ma difficilmente questo passo potrà
bastare.
La partita, dunque, si giocherà probabilmente sulla questione di
Cipro: l'isola che è stata per metà occupata militarmente dalla
Turchia e che per l'altra metà ha aderito alla UE divenendone uno
stato membro. Nonostante gli inviti e le intimazioni di Bruxelles,
il Governo turco non solo non ha ancora riconosciuto la Repubblica di
Cipro, non solo continua a porre il veto sulla sua adesione agli
organismi internazionali come l'Ocse, ma si ostina a chiudere i
propri porti alle navi che battono bandiera cipriota o che
provengono direttamente da un porto cipriota.
Così facendo, nota il rapporto, la Turchia "viola l'accordo
sull'Unione doganale" e non applica il protocollo, firmato nel
luglio 2005, che estende ai nuovi stati membri dell'UE gli accordi
già precedentemente sottoscritti con l'Europa. Secondo le autorità
di Ankara, il mancato rispetto degli accordi è giustificato dal
desiderio di rompere l'isolamento in cui si trova la parte nord
dell'isola di Cipro, riconosciuta solo dai turchi. Tuttavia è
evidente che questa situazione risulta insostenibile. La Turchia non
può pretendere di negoziare l'adesione ad una Unione di cui non
riconosce uno stato membro e contro il quale ha addirittura
decretato un embargo unilaterale.
Finora i tentativi della presidenza di turno finlandese per trovare
un compromesso tra le parti sono miseramente falliti. Ma senza una
rapida revoca del blocco aeronavale turco imposto a Cipro, è
difficile immaginare che a dicembre i capi di governo europei
possano dare mandato alla Commissione di proseguire i negoziati.
Anche perché, su questo punto, oltre a Cipro e alla Grecia, anche
la Francia e l'Austria non intendono transigere.
Al di là della questione cipriota, il rapporto della Commissione
traccia comunque un quadro assai fosco della distanza che ancora
separa il sistema politico e sociale turco da una democrazia di
stile europeo.
Vediamo i principali rilievi.
1) La nuova legge antiterrorismo varata nel giugno scorso
"introduce restrizioni legali alla libertà di espressione,
della stampa e dei media"
2) Nonostante limitati progressi per contenere lo strapotere dei
militari "le Forze Armate hanno continuato ad esercitare una
significativa influenza politica". "Nessun progresso è
stato fatto per rafforzare il controllo parlamentare sui bilanci
militari". Ed esiste un "protocollo segreto" che
consente "di compiere operazioni militari per questioni di
sicurezza interna senza richiesta delle autorità civili".
3) Anche se l'indipendenza dei giudici è sancita dalla Costituzione
"un numero di fattori appaiono ancora limitarla".
4) "La corruzione rimane diffusa nel settore pubblico e
giudiziario".
5) Scarsi progressi anche nel campo dei diritti umani. "Casi di
torture e maltrattamenti sono riportati in particolare fuori dai
centri di detenzione". L'articolo sul vilipendio "è stato
ripetutamente utilizzato per perseguire opinioni non violente
espresse da giornalisti, scrittori, professori e attivisti".
"Le donne restano vulnerabili a pratiche discriminatorie"
e "il rispetto dei diritti della donna rimane un problema
critico". "Non ci sono stati progressi per quanto riguarda
i diritti sindacali". E infine "l'approccio della Turchia
ai diritti delle minoranze rimane invariato".
Con una simile pagella, anche se i negoziati dovessero continuare,
la promozione appare lontana. (la
Repubblica.it)
_________________________________
Il rapporto negativo della Commissione UE non ci ha minimamente
sorpreso. E non tanto e non solo perché nei giorni scorsi il
<Financial Times> aveva anticipato il suo contenuto, quanto
soprattutto perché è da lungo tempo che Bruxelles, in tutte le
maniere e in tutte le salse, ci ha fatto capire di non volere nel
suo club la Turchia. Questo lo sa bene Ankara e lo sanno pure i
turchi che ormai non si illudono più di entrare nell'Unione
Europea. I punti che - secondo le teste d'uovo della Commissione - la
Turchia non avrebbe rispettato non sono altro che una pietosa
scusa per sostenere che il Paese della Mezzaluna non è maturo, né
ora né in futuro per far parte del consesso europeo. Quando si
pensa però che dal primo gennaio prossimo l'UE aprirà le porte
alla Romania e alla Bulgaria e quando si leggono certe dichiarazioni
del nostro presidente del Consiglio Romano Prodi a detta del quale
sarebbe ora di allargare l'Unione anche alla Macedonia, bene c'è da
credere che ci stiamo dando da matti nell'affermare le cose più
insensate come il voler fare di questo vecchio
continente un'amalgama di Paesi poveri e arretrati. Ma la Turchia,
no! La Turchia meglio tenerla alla larga. Non sarebbe stato molto
allora meglio fermarsi ai Quindici e non accettare altre domande?
Certo Ankara ci faceva comodo durante la guerra fredda, baluardo
contro i carri armati di Breznev. Adesso invece ci fa paura. Ci
fanno paura i suoi cento milioni di abitanti che la Turchia avrà
entro il 2010 e che potrebbero ribaltare le quote dei rappresentati
parlamentari a Strasburgo; ci fa paura il suo potenziale economico
che in meno di un decennio potrebbe essere equiparato addirittura a
quello della Germania; ci fa paura la sua agricoltura e ci fa paura (e non
se ne spiega il motivo) il suo fortissimo esercito. Eppure è
proprio grazie a questo esercito che, ancora oggi, la Turchia è laica
e non si è buttata tra le braccia dell'integralismo islamico. Ma
attenzione, a furia di trovare cavilli Ankara potrebbe guardare con
più simpatia al vicino Iran. In questo caso sarebbero grossi
dolori, senza contare che è proprio attraverso l'Anatolia che
passano la maggiori pipeline dirette nel Mediterraneo. Riflettete
per un attimo cosa potrebbe succedere se ad un certo punto la
Turchia decidesse di chiudere i serbatoi del petrolio e del gas che
vengono dal Caucaso. Sarebbe la fine per la Germania, la Francia,
l'Austria, per il Cancelliere Merkel e per il nostro Prodi. Siamo
seri. Se ci sono problemi da risolvere (vedi la questione Cipro), si
può trovare il modo di farlo ma senza ultimatum. E' pur vero però
che anche la Turchia deve fare passi in avanti e dimostrare la sua
buona volontà che molte volte manca. L'ambiguità di certi
governanti, più congenita alla mentalità araba che non a quella
turca, non paga. Metteteci poi l'ostracismo palese, dimostrato nei
confronti di Papa Benedetto XVI e del suo prossimo viaggio sia da
parte del premier Erdogan che del suo entourage; non venite poi a
chiedere per quale motivo l'Europa guarda con diffidenza la Turchia. Peccato! Farsi amica la Chiesa
cattolica - e non ostacolarla con vessazioni e soprusi quali sono
soggetti ad esempio i nostri sacerdoti in Turchia - sarebbe stata l'occasione
per un appoggio in più all'interno dell'UE. Sembra invece che
Ankara spinga sempre più forte il suo radicalismo religioso. E
questo, questo sì che fa paura. (Turchia
Oggi)
10.11.2006
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PRONTO A
MODIFICARE LA LEGGE SULLA STAMPA

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Il
contestato art. 301 in Turchia - a detta di quanto affermato
il capo del Governo turco Erdogan - potrebbe avere i giorni
contati. |
Il Primo Ministro turco Recep
Tayyip Erdogan ha detto che il suo Governo è pronto a modificare
l'articolo 301 del codice penale utilizzato per perseguire
legalmente scrittori e giornalisti, in seguito alle aspre critiche
dell'Unione Europea.
"Siamo pronti a proposte per rendere l'articolo 301 più
circostanziato se ci sono problemi causati dalla sua vaghezza",
ha detto Erdogan secondo quanto riporta l'agenzia di stampa <Anatolian>.
(Reuters)
10.11.2006
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UE
SODDISFATTA

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Accolto
con favore a Bruxelles l'annuncio del premier turco di
modificare l'articolo penale relativo all'art. 301. |
Il responsabile per l'Allargamento
dell'Unione Europea ha accolto con favore l'annuncio di disponibilità
del premier turco a modificare il codice penale vigente nel suo Paese
in modo da armonizzare la libertà di espressione con gli standard
europei.
"Le intenzioni dichiarate dal Primo Ministro Recep Tayyip
Erdogan di voler mettere in linea la normativa turca sulla libertà
di espressione con gli standard europei sono benvenute", ha
detto in un comunicato il commissario per l'allargamento Olli Rehn.
"L'annuncio dimostra il personale impegno del Primo Ministro
turco nel garantire la libertà di espressione e nel voler divenire
parte dell'Unione Europea", ha aggiunto Rehn. ( daReuters)
10.11.2006
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SULLA
QUESTIONE CIPRIOTA NON SI TRATTA

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Ankara
ha dato subito una risposta a Bruxelles circa le osservazioni
fatte da quest'ultima sull'apertura dei porti ed aeroporti. |
La Turchia ha fatto sapere di
non considerare la questione cipriota fondamentale per la
prosecuzione del suo negoziato di adesione all'Unione Europea. In
coincidenza con la presentazione, a Bruxelles, del rapporto sui
progressi compiuti da Ankara nel processo di avvicinamento
all'adesione, il Governo turco ha reso noto che considera la
questione cipriota "un problema politico" e che "non
costituisce un obbligo riguardo al nostro processo negoziale, che è'
di natura tecnica". (Agr)
10.11.2006
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ITALIA
FIDUCIOSA

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Secondo
massimo D'Alema si dovrebbe trovare una soluzione di Cipro ed
Ankara non deve lasciarsi scoraggiare dal rapporto UE. |
L'Italia ritiene che si possa
arrivare a una soluzione sulla questione di Cipro, ha detto il
ministro degli Esteri Massimo D'Alema, invitando la Turchia a non
lasciarsi scoraggiarsi dal rapporto della Commissione UE molto
critico verso Ankara.
"Per Cipro siamo favorevoli alla ricerca di un compromesso cui
sta lavorando positivamente la presidenza finlandese", ha detto
D'Alema al Forum italo-turco. "Ritengo che ci siano margini
perché un'intesa si possa raggiungere e abbiamo invitato i partner
europei ad avere un comportamento flessibile".
"Questo compromesso si dovrebbe basare sulla decisione
dell'Europa di accelerare un regolamento per il commercio diretto
con la parte nord di Cipro e contestualmente con la piena
applicazione da parte della Turchia dell'intesa doganale", ha
spiegato D'Alema.
L'UE esige l'apertura dei porti e degli aeroporti turchi ai vettori
commerciali di Cipro, che è membro della UE dal maggio 2004, come
previsto dal "Protocollo di Ankara", con cui la Turchia
accetta di estendere a Cipro i benefici dell'unione doganale, ma che
non ha ancora applicato. (Adnkronos)
10.11.2006
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I DUBBI DI
ILLIKAS
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Il
ministro degli Esteri greco-cipriota convinto che Ankara non
ascolterà il diktat della Commissione europea. |
Cipro dubita seriamente che la
Turchia accetti di cedere sul tema dell'unione doganale con Nicosia
entro metà dicembre, l'ultimatum fissato dall'UE . Lo ha dichiarato
il ministro degli Esteri cipriota George Lillikas. ''Non esiste
niente di significativo che possa succedere tra oggi e la metà di
dicembre e portare a un cambiamento nella posizione della Turchia'',
ha detto ai giornalisti il ministro, aggiungendo di non condividere
l'ottimismo di alcuni sul fatto che si possa arrivare a un accordo
entro la metà di dicembre. ''Conosciamo il comportamento della
Turchia meglio dei nostri partner dell'Ue, sono 32 anni che abbiamo
a che fare'' con Ankara, ha detto Lillikas, in riferimento al 1974,
data dell'invasione del nord di Cipro da parte dell'esercito turco
dopo un colpo di stato di ultranazionalisti che volevano l'unione
con la Grecia. Da allora l'isola è divisa. ''Sappiamo come la
Turchia onora i suoi impegni'', ha aggiunto. La Commissione europea
ha lasciato aleggiare la minaccia di una sospensione dei negoziati
di adesione della Turchia all'UE, annunciando che farà le
''raccomandazioni necessarie'' prima del Consiglio europeo del 14 e
15 dicembre, se la Turchia non rispetterà i suoi obblighi nei
confronti di Cipro entro tale data. Bruxelles ha sottolineato che
''nessun progresso è stato fatto su alcun aspetto della
normalizzazione delle relazioni bilaterali'' con Cipro e che ''il
fallimento'' di Ankara nel conformarsi ai suoi obblighi avrebbe ''un
effetto sul processo generale dei negoziati''. Nel luglio 2005, la
Turchia ha firmato un protocollo che estende la sua unione doganale
con l'UE ai dieci stati entrati nel blocco europeo nel 2004.
Tuttavia, rifiuta di applicarlo ai ciprioti greci, nonostante
facciano parte del gruppo. (Asca-Afp)
10.11.2006
|
"STRATEGICA
PER LA NOSTRA SICUREZZA"

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Questo
il pensiero di Emma Bonino, ministro delle Politiche europee e
del Commercio internazionale, a proposito della necessità di
portare la Turchia dentro l'Europa. |
"Il desiderio di adesione
all'UE è stato il motore del processo democratico nei Paesi
dell'Est ed è il più grande incentivo alle riforme di Ankara che
è pietra miliare della nostra sicurezza. E' sorprendente che
l'Europa chiuda gli occhi di fronte all'alleanza strategica con la
Turchia". Lo ha affermato in una intervista a <la
Repubblica> il ministro delle Politiche europee e del commercio
internazionale Emma Bonino riferendosi ai negoziati per l'adesione
di Ankara all'Unione Europea.
"Iran, Iraq, Siria, terrorismo, Medio Oriente, problemi
energetici - ha sottolineato Bonino - solo guardando a questi temi
ci si accorge quanto sia importante la Turchia per la
stabilizzazione e la sicurezza della regione a cavallo tra Europa e
Medio oriente. Ankara può rappresentare per il mondo musulmano un
modello di Paese islamico laico e democratico".
Sulle alternative all'Europa per Ankara, Bonino ha aggiunto che la
Turchia "potrebbe creare un'alleanza nel Mar Nero con la Russia
e con le Repubbliche del Caucaso. Ed è forte la richiesta degli
integralisti islamici di un riavvicinamento al Pakistan. E' nostro
interesse tenere la Turchia legata all'UE". "L'Europa
aperta a questo Paese - ha concluso il ministro - è un messaggio
per il mondo islamico che il Vecchio Continente non è una
cittadella cristiana chiusa in se stessa". (Adnkronos)
10.11.2006
|
FRATTINI:
"MERITA FIDUCIA"
|
Il
vicepresidente della Commissione europea frena sulle ipotesi
avanzate riguardo il rallentamento di Ankara nel cammino delle
riforme. |
Il vicepresidente della
Commissione europea, Franco Frattini, frena sulle ipotesi avanzate
negli ultimi giorni riguardo l'ingresso della Turchia in Europa:
"Sarebbe pericoloso e controproducente sospendere il processo
di adesione" e anche "una sospensione parziale del
negoziato sarebbe un segnale negativo". Frattini lo ha detto a
Bruxelles, in un incontro con i giornalisti italiani. Secondo il
responsabile UE alla Giustizia è necessario invece
"accompagnare il programma di riforme di Ankara" e
"sostenere l'ala riformista che appoggia Recep Tayyip Erdogan
sulla strada delle riforme sempre più avanzate, in particolare
sulle libertà religiose e sulla libertà di espressione".
Frattini si è anche detto d'accordo con il ministro degli Esteri,
Massimo D'Alema, e con altri governi europei sul fatto che la
Turchia meriti ancora "segnali di fiducia". (Agr)
10.11.2006
|
L'AVVERTIMENTO
DELLA MERKEL

|
"Se
la Turchia non attuerà il protocollo di Ankara - ha detto il
Cancelliere tedesco - la situazione si farà molto
seria". |
Se la Turchia non attuerà il
Protocollo di Ankara aprendo anche alle merci greco-cipriote i
propri porti e aeroporti rischierà una ''situazione molto, molto
seria''. E' l'avvertimento lanciato dal Cancelliere tedesco Angela
Merkel, dal primo gennaio 2007 presidente di turno dell'Unione
Europea, in un'intervista al quotidiano di Monaco di Baviera <Sueddeutsche
Zeitung>. Dichiarazioni giunte alla vigilia della pubblicazione
del rapporto della Commissione Europea sullo stato di avanzamento
della Turchia, che è stato molto negativo. Proprio il rifiuto di
Ankara di aprire porti e aeroporti ai greco-cipriota è il punto
cruciale. Della questione doveva occuparsi un incontro organizzato
dalla presidenza finlandese dell'UE tra le due parti di Cipro, la
Grecia e la Turchia, che però è saltato. (Adnkronos-Aki)
10.11.2006
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NESSUNA
FORMA ALTERNATIVA

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"Sarebbe
un errore pensare in questo modo" ha spiegato il nostro
ministro degli Esteri Massimo D'Alema in merito all'adesione
della Turchia. |
Il ministro degli Esteri,
Massimo D'Alema, definisce ''un errore'' la possibilità di pensare
''a forme alternative di adesione completa'' della Turchia
all'Unione Europea. Nel giorno in cui la commissione europea
pubblica il rapporto sullo stato dei negoziati fra Ankara e
Bruxelles, il titolare della Farnesina ribadisce poi l'appello ''a
non fermare il cammino'' della Turchia verso l'Europa. ''Non nego
ostacoli e resistenze - ha detto D'Alema, intervenendo insieme al
collega di Ankara, Abdullah Gul, a un foro di dialogo italo-turco-
ma sarebbe sbagliato considerare questo fenomeno come il segnale che
si volta pagina. Sarebbe un errore aprire forme alternative
all'adesione completa, non e' all'ordine del giorno e l'Italia si
opporrà ad un passo indietro di questo tipo''. (Adnkronos)
10.11.2006
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L'APPOGGIO
DI ZAPATERO
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Lo
ribadirà domenica al premier turco Erdogan nel corso della
sua visita di due giorni in Turchia. Nell'agenda una serie di
questioni. |
Il
premier José Luis Zapatero ribadirà dopodomani, domenica, al Primo
Ministro turco Recep Tayp Erdogan che la Spagna appoggia pienamente
l'ingresso della Turchia nella UE, informano fonti governative,
riferite dall'agenzia <Europa Press>. La visita ufficiale di
Zapatero, il 12 e 13 novembre ad Istanbul, giunge pochi giorni dopo
l'annuncio di una raccomandazione alla Turchia sui negoziati di
adesione alla UE da parte della Commissione Europea. Madrid,
sottolineano al riguardo le fonti, "ha sempre approvato
l'ingresso della Turchia nelle istituzioni comunitarie" e
riconosce che il governo di Erdogan sta compiendo "un grande
sforzo" per approvare le riforme richieste per l'adesione,
pur constatando "le difficoltà" create dalla irrisolta
questione cipriota. La Commissione europea ha avvertito il Governo
turco delle conseguenze che avrà sui negoziati di adesione la
mancata esecuzione, entro dicembre, dei suoi obblighi rispetto a
Cipro, soprattutto riguardo all'ammissione di navi e aerei
ciprioti nei suoi porti ed aeroporti, come esige il Protocollo di
Ankara. Nell'agenda della visita di Zapatero a Istanbul, i
rapporti bilaterali e gli investimenti iberici in Turchia, con un
incontro previsto per lunedì 13 fra una quarantina delle principali
aziende spagnole e turche, organizzato dall'Unione delle Camere e
Borse della Turchia, che sarà presieduto dai due premier.
All'incontro saranno presenti anche il ministro dell'Industria,
turismo e commercio spagnolo, Joan Clos e i vertici della
Confederazione delle Camere di Commercio spagnole. Zapatero ed
Erdogan faranno anche il punto sull'iniziativa dell'Alleanza di
Civiltà, della quale si sono fatti promotori alle Nazioni Unite, in
occasione della riunione del gruppo di Alto Livello prevista domani
a Istanbul. Il rapporto su un anno di attività del gruppo per
l'Alleanza di Civiltà sarà consegnato lunedì 13 nelle mani del
segretario uscente delle Nazioni Unite, Kofi Annan, che lo presenterà
alla comunità internazionale a fine anno a New York. (Denaro.it)
10.11.2006
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QUELLO CHE
VUOLE L'EUROPA

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Dichiarazione
del presidente della Commissione europea Manuel Durao Barroso,
a margine della presentazione del rapporto. |
''L'Europa ha bisogno di una
Turchia stabile, democratica e sempre più prospera, in pace con i
suoi vicini, saldamente in cammino verso la modernizzazione e
l'adozione di valori europei''. Lo dichiara il presidente della
Commissione Europea Josè Manuel Durao Barroso, a margine della
presentazione del rapporto sullo stato di avanzamento di Ankara.
''E' questa la ragione - prosegue il presidente - per cui abbiamo
avviato negoziati di adesione con la Turchia. Tuttavia, la chiave
per il successo di tale processo è che la Turchia continui le
riforme con piena determinazione e adempia ai suoi obblighi''. (Adnkronos)
10.11.2006
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FORO
DI DIALOGO ITALO-TURCO

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Erano
presenti - oltre ai ministri degli Esteri dei due Paesi -
rispettivamente Massimo D'Alema e Abdullah Gul - l'ex titolare
della Farnesina Renaro Ruggiero e il direttore di <Limes>
Lucio Caracciolo. |
Nel giorno in
cui è stato diffuso a Bruxelles il rapporto della Commissione
europea sullo stato dei negoziati tra Ankara ed UE si è tenuto a
Roma il terzo Foro permanente di dialogo italo-turco al quale erano
presenti i ministri degli Esteri dei due Paesi, Massimo D'Alema e
Abdullah Gul.
Il Foro organizzato dalla rivista <Limes> con <Unicredit>
ed il Centro Studi turco <Sam>, il cui titolo per quest'anno
è stato 2Il 150 anniversario delle relazioni italo-turche, una
visione comune per l'Europa", si è aperto con una relazione
sui rapporti politici tra i due Paesi affidata all'ex ministro degli
Esteri Renato Ruggiero, consigliere del presidente del Consiglio
Romano Prodi sulla "Dichiarazione sul futuro dell'Europa",
e alla presidente del gruppo di lavoro turco all'Assemblea
parlamentare euromediterranea, Zeynep Karahan-Uslu.
La sessione dedicata ai rapporti economici, con particolare
riferimento alle politiche energetiche, ha visto gli interventi di
Alessandro Ortis, presidente dell'Autorità per l'energia ed il gas,
di Mithat Lalkan, coordinatore turco per le questioni energetiche.
Infine, delle relazioni socio-culturali hanno parlato Alessio Gorla,
membro del Cda di <Rai cinema>, e Hanzade Dogan, membri del
consiglio direttivo dell'associazione mondiale dei giornali.
Alla sessione plenaria, introdotta dal presidente di <Unicredit>
Alessandro Profumo, sono intervenuti D'Alema e gul che poi - al
temine dei loro discorsi - hanno tenuto una conferenza stampa
congiunta.
Nel pomeriggio sono intervenuti il sindaco di Roma Walter Veltroni,
il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni e il presidente del
gruppo interparlamentare italo-turco Valentina Aprea. Le conclusioni
sono state affidate a Egeman Bagis, consigliere di politica estera
del premier turco Recep Tayip Erdogan, e a Lucio Caracciolo
direttore di <Limes>. (Adnkronos)
10.11.2006
|
UNO
SPACCATO SULLA TURCHIA

|
Un
articolo di Tiberio Graziani segnalatoci da un nostro
affezionato lettore e che volentieri mettiamo in pagina, anche
se molto lungo, per la ricchezza dei riferimenti storici e per
la sua approfondita analisi.. |
La
questione, puntualmente posta dai mezzi di comunicazione
ogniqualvolta si parla dell'allargamento (o integrazione) dell'UE,
se la Turchia sia una nazione europea o asiatica, risente di un
approccio dialettico e ideologico euro-centrico (o occidentale) che,
privilegiando vuoi interpretazioni e rappresentazioni storiche di
parte, vuoi specifici interessi economici, politici, militari o
culturali, permette di dirimere la stessa, a seconda della
convenienza, collocandola ora in Europa, ora in Asia.
In realtà, nel quadro di una corretta analisi geopolitica, tale
questione non si pone affatto. Già la semplice considerazione -
svincolata da ogni uso strumentale e ideologico delle
rappresentazioni cartografiche - secondo la quale l'Europa è il
prolungamento occidentale dell'Asia mentre, specularmente, l'Asia
costituisce quello orientale dell'Europa, permette di far osservare
che l'Asia Minore, seppur geologicamente asiatica, per posizione
geografica è più vicina al Vecchio Continente che all'Asia
propriamente detta. Essa costituisce, come evidenziato da Pierre Béharl,
una penisola dell'Europa meridionale al pari di quella iberica,
italiana o ellenica, anzi, per certi aspetti ne sarebbe, in
riferimento alla massa eurasiatica, la "péninsule primordiales2. La prossimità geografica
rispetto alla parte occidentale del continente eurasiatico e la
particolare conformazione fisica della "quarta penisola
europea" hanno permesso, da sempre, un continuo scambio tra le
popolazioni dell'Europa sudorientale, del bacino mediterraneo, della
penisola anatolica e quelle dell'Asia centrale. Inoltre, in
relazione allo sviluppo della cultura europea che trae le sue
origini anche da quella greca, è noto che "il
cuore dell 'Ellade fu,
sin dalle origini, il mondo egeo" e
che "i
centri vitali furono
prima sul litorale occidentale dell'Asia Minore, poi si irradiarono
nella Grecia continentales3. Per
il geografo libertario Élisée Reclus l'Anatolia è una terra
dell'Asia incastonata in un litorale europeo, mentre per Grousset "1'Anatolie
`incline' ses occupante vers l'Europe"4. L'enunciazione di Grousset ha il pregio, secondo Béhar, di
indicare la grande legge geopolitica di questa parte del mondo.
L'Asia Minore è inoltre quel territorio che integra l'Europa
propriamente detta, specificamente la parte centrale e sudorientale,
alla massa continentale eurasiatica permettendole il collegamento
con l'Oceano Indiano.
In riferimento a quel grande lago interno che è il Mediterraneo,
l'Anatolia costituisce il corrispondente orientale della penisola
iberica, con la quale, dal punto di vista strategico, controlla
l'accesso a quello che fu definito mare
nostrum. Ma la specularità e la corrispondenza tra i due
guardiani del mare nostrum non
è soltanto geografica, bensì anche culturale: come la cultura
iberica (spagnola e portoghese) è espressione di una sintesi
euromediterranea tra cultura europea e influenze orientali,
parimenti quella della penisola anatolica è il risultato di una
sintesi tra cultura asiatica e influenze dell'Europa mediterranea e
slava.
Costanti
geopolitiche
e vocazione imperiale
La "quarta
penisola", ove attualmente si dispiega la Repubblica turca, è
sempre stata, per la sua conformazione e posizione, un crocevia tra Europa, Asia e Africa e come tale ha svolto un ruolo
geopolitico e geostrategico cruciale, di ponte
o barriera, in tutte le epoche storiche, qualificandosi in
particolare come luogo d'elezione (un vero pivot
geografico), per la costruzione (o il contenimento) di grandi
unità imperiali e, dopo la scomparsa dell'impero ottomano, anche
imperialistiche.
Un rapido excursus storico,
qui di seguito riportato, ci permette di precisare e
contestualizzare, sinteticamente, la funzione di perno geografico
assunto dalla penisola nelle varie epoche:
-
nell'epoca delle grandi migrazioni la penisola
anatolica è stata il centro prima del consolidamento ed in seguito
dell'irradiamento del regno indoeuropeo degli Ittiti (1850 - 1200
a.C);
-
nell'epoca
dell'antica Grecia, costituita da Magna Grecia, Grecia peninsulare e
Asia Minore, è principalmente attraverso il litorale anatolico - la
sponda orientale degli Elleni - che si diffonde la cultura ionica
nel bacino mediterraneo. Le grandi province anatoliche di Troade,
Lidia, Caria, Frigia, Bitinia forniranno, a partire dal 1250 a.C.,
dopo la guerra achea contro Troia, cultura e risorse per l'egemonia
ellenica nel Mediterraneo. L'Anatolia nord-occidentale sarà, in
seguito, la sede del potente e ricco regno di Lidia che, governato
dal re Creso (560 a.C.), ebbe, fino all'arrivo dei Persiani, il
controllo di gran parte dell'Asia Minore;
____________________
Pierre Béhar, Une
géopolitique pour 1 Europe, éditions Desjonquères, Paris,
1992, p. 38.
2 Ibidem,
p.107.
3 Y. Chataigneau, J. Sion, Pays
balkanique, in P. Vidal de La Bianche, L. Gallois (a cura di), Géographie universelle VII, 2, Paris, 1934, p.513, cit. in Pierre Béhar,
Une géopolitique pour 1'Europe,
éditions Desjonqueres, Paris, 1992.
4 René Grousset, Gorge Deniker, La
face de 1 Asie, Paris, 1962, p. 58, cit. in Pierre Béhar, Une géopolitique pour 1 Europe, éditions Desjonquères, Paris,
1992.
____________________________
-
nell'epoca del grande
impero achemenide la penisola anatolica è per il Re dei Re Ciro
(546 a.C.) prima e poi per Dario (512 a.C.) un ponte gettato sul
Mediterraneo, che successivamente Alessandro il Bicorne (334 a.C.),
nel tentativo imperiale di unificare l'Oriente e l'Occidente -
reciso in Frigia il nodo di Gordio - attraverserà a ritroso per
estendere il proprio dominio fmo alle acque del fiume Indo. Alla
morte del Grande Macedone, gran parte della penisola sarà disputata
tra la popolazione dei Galati, i regni pontico, seleucide, armeno e
di Pergamo;
-
nell'epoca dell'espansione dell'impero romano, l'Asia
Minore sarà parzialmente acquisita da Roma, in seguito al lascito
di Attalo re di Pergamo, nel 133 a. C., e pacificata per oltre tre
secoli dalle sue legioni;
-
nell'epoca della
profonda ristrutturazione dell'impero romano, parte della penisola
costituirà il territorio orientale dell'Impero bizantino (395-1453
d.C.). L'Anatolia orientale sarà invece dominata, fino all'arrivo
della dinastia degli Ottomani (1299), da un altro potere, quello dei
Selgiuchidi;
-
nell'epoca delle
unità geopolitiche europee è il centro dell'irradiazione
dell'Impero ottomano (1299-1923);
-
nell'epoca delle
nazioni e degli imperialismi, la "quarta penisola",
presidiata dagli Ottomani, costituirà, nell'ambito del "grand
jeus5,
una barriera contro
la penetrazione imperialistica dei Francesi e degli Inglesi nel vicino Oriente, sarà inoltre una barriera per la Russia degli zar
cui impedirà lo sbocco ai mari caldi;
-
nell'epoca del
sistema bipolare costituirà, a partire dell'adesione della
repubblica turca all'Alleanza Atlantica (1952) fmo alla dissoluzione
dell'URSS (1991), il baluardo sud-orientale dell'imperialismo anglo-americano in continuo confronto col colosso sovietico;
-nell'epoca
dell'attuale sistema unipolare (1991-2004) costituisce, nell'ambito
della geopolitica mondiale dell'imperialismo statunitense, il più
importante tassello della "strategia del cerchio esterno"
volta ad accerchiare e soffocare la Russia al fine di conquistare il
cuore del mondo, l'heartland
eurasiatico, come
teorizzato dal geografo britannico Harfold Mackinder un secolo fa.
Ascesa
e declino
di un impero
La dinastia ottomana
viene fondata, sul finir del XIII secolo, da Osman6,
capo di alcune popolazioni turcomanne che, spinte dalla pressione
mongola, si erano stabilite, circa un secolo prima, nell'estremità
nord-occidentale della penisola anatolica. Nel corso di un paio di
secoli, le conquiste territoriali e l'assoggettamento delle
popolazioni autoctone, effettuati dai discendenti di Osman in tre
successive ondate, costituiscono una nuova entità geopolitica che
si consolida ed amplia a spese di Bisanzio e di Venezia'
(la Cartagine del quindicesimo secolo) fmo a raggiungere, con
Solimano il Magnifico (1520-1566), il suo apogeo nel XVI secolo.
Tra il XVI e il XVII secolo, la Sublime Porta ha realizzato dunque
il suo massimo dispiegamento territoriale,
articolandolo
su tre continenti8,
Asia, Europa e Africa, e su sei mari, Mar Adriatico, Mar Egeo, Mar
Nero, Mar Caspio, Mar Rosso, Golfo Persico e Mar Mediterraneo.
Gli Ottomani, ponendo
come baricentro della loro progressiva espansione la penisola
anatolica - un altopiano quadrilatero che, secondo René Grousset9,
sembra riprodurre, in forma più moderata, la tettonica dell'Asia
centrale, regione e "paesaggio" dei loro avi - ordinano,
in un vasto e complesso sistema imperiale, le numerose e diverse,
per etnia e cultura, popolazioni che incontrano sulla loro strada.
La grande capacità amministrativa e la notevole tolleranza
esercitata verso i popoli10
e le nazioni inglobati nel nuovo edificio imperiale, ricordano la
politica imperiale attuata da Roma, di cui la dinastia ottomana
proclama, esplicitamente, di
________________________________
5 Tale periodo può situarsi cronologicamente tra il
1774 (trattato di Kiigiik-Kaynarca) e la fine del primo conflitto
mondiale.
6 Othm n in
arabo. Per un approfondimento dei temi oggetto del presente
capitolo, si veda Robert Mantran (a cura di), Storia dell Impero ottomano, Argo,
Lecce, 2000.
Venezia
nel quindicesimo secolo è una grande potenza navale. Essa detiene
il monopolio dei commerci verso l'Oriente e le coste del Mar Nero ed
esercita l'egemonia sulla zona dei Dardanelli. Si presenta, inoltre,
benché repubblica laica, come la protettrice della Cristianità in
Oriente. In quanto potenza marittima, per circa tre secoli, fmo al
1797, quando viene conquistata da Napoleone Bonaparte, Venezia si
scontrerà con l'impero continentale ottomano cui contenderà il
controllo del Mediterraneo e dell'Egeo e con quello austriaco per il
controllo delle coste adriatiche.
8 In realtà, dal punto di vista della geografia fisica, l'Asia,
l'Europa e l'Africa costituiscono una sola massa terrestre
in quanto nessuna delle tre aree è completamente circondata dagli
oceani. A tal proposito confronta le argomentazioni svolte da Jordis
von Lohausen, Les
Empires et la puissance. La
géopolitique aujourd'hui, Éditions
du labyrinthe, Paris, 1996, pp. 280-282.
9 René Grousset, George Deniker, La Face
de 1 Asie, Paris,
1962, pp. 57-58, cit. in Pierre Béhar, L'Autriche-Hongrie ideé d'avenir, éditions
Desjonquères, Paris, 1991.
10 Se si esclude la pratica del
"tributo di sangue", cui erano soggette, in particolare,
le popolazioni balcaniche.
___________________________________
di
raccogliere l'eredità orientale. Anzi, a dire il vero, per alcuni
aspetti la riattualizza e mantiene in vita, formalmente, fmo
all'abolizione del sultanato (1 novembre 1922).
Da questo punto vista, quello cioè della continuità della funzione
imperiale, la conquista di Costantinopoli (1453) non segna affatto
la fine dell'Impero romano d'Oriente, bensì un cruento passaggio di
testimone, una dolorosa translatio
imperii. Proprio per rivendicare tale continuità, appena presa
la città, il Sultano Mehmet II si fregia subito del titolo di qaysar-i-Rum,
cioè di Cesare romano. Osserva Pierre Béharu che "certo,
il nuovo Imperatore era musulmano. Ma questo tratto, mostruoso al
sentimento dei cristiani, se ci si riflette, non ha nulla di
sbalorditivo. Augusto [il fondatore dell'impero romano] non
era cristiano. Se Carlomagno e poi Ottone il Grande in occidente, i basileis
di Bisanzio in oriente,
avevano potuto, in quanto cristiani, fregiarsi di una dignità
fondata da un pagano, un musulmano, giunto il proprio turno, poteva
fare altrettanto. [...] Che l'imperatore romano d'oriente non
potesse essere musulmano - sottolinea Béhar - era
un pregiudizio cristiano occidentale." Quando Mehmet II
entra a cavallo a Santa Sofia e fa della Basilica ortodossa una
moschea, si comporta esattamente come i cristiani che edificano le
loro chiese sugli antichi templi pagani, con la differenza,
qualitativamente importante, che il Qaysar-i-Rum riunisce, ricollegandosi così alla tradizione romana
(seppur per il tramite di una fede diversa da quella degli antichi
Padri, quella musulmana) il potere temporale e l'autorità
spirituale, che la religione paolina aveva dissociati.
Nel XVII secolo l'Impero turco si estende, quindi, sulla Turchia e
sui suoi prolungamenti meridionali, gli attuali Iraq, Siria, Libano
e la penisola arabica; domina la regione del Caucaso fino al Mar
Caspio; è egemone in Africa settentrionale, con i possedimenti di
Egitto e di Algeria, mentre a nordovest si protende verso l'Europa
centrorientale con il possesso dei Balcani, dell'Ungheria, della
Boemia-Moravia, della Podolia, dell'Ucraina, e della Crimea.
Al termine del secolo però, col fallimento dell'assedio di Vienna
(1683) e la perdita dell'Ungheria, della Transilvania e dell'Ucraina
occidentale - eventi che porteranno, nel 1699, al trattato di
Karlowitz12, stipulato tra la Sublime Porta e la
coalizione europea13 -, inizia il lento e irrefrenabile
declino dell'Impero creato dagli eredi di Osman, figlio di Ertogrul.
Nel corso del secolo successivo, lo stato ottomano perderà tutti i
suoi territori europei, dalla Serbia alla Grecia, dal Regno di
Romania alla Bulgaria e alla Bessarabia. Col trattato di
Kiigiik-Kaynarca (21 luglio 1774), la Russia, oltre ad acquisire i
territori tra il Dnepr e il Bug, diviene la protettrice della Chiesa
greca e dei cristiani ortodossi dell'Impero ottomano. Gli Ottomani
perdono, così, non solo significative porzioni del proprio
territorio, ma soprattutto prestigio e controllo verso i propri
sudditi. A rimarcare l'appena acquisito ruolo di paladina della
cristianità ortodossa, Caterina II fa edificare una Chiesa
ortodossa a Istanbul, la capitale dell'Impero della Sublime Porta.
La questione
d'Oriente
Il trattato di Kiigiik-Kaynarca, sebbene regoli per circa un
decennio i rapporti tra Russi e Ottomani, inaugura, per la Russia,
l'Austria, la Francia e la Gran Bretagna la complessa
"questione d'Oriente". Nascono infatti, a partire da
questa data, le linee direttrici di quella che sarà la penetrazione
europea nel Vicino Oriente, la cui unità geopolitica è assicurata
dagli Ottomani.
In questa partita ogni partecipante attua una propria strategia: la
Russia, interessata ad aprirsi un varco versi i mari caldi per
accrescere il proprio spazio vitale, scopre nel Turco il suo
"nemico ereditario"; la Gran Bretagna, determinata a
controllare le vie delle Indie e a proteggere i suoi interessi
imperialistici nel Mediterraneo, nel Vicino Oriente e in India,
inizia una sottile, variegata e ambigua diplomazia tesa a sobillare
le popolazioni arabe contro il "giogo turco", contenere
l'espansione russa verso gli stretti e, infine, arginare
l'allargamento dell'Austria verso i Balcani proprio attraverso il
governo ottomano; l'Austria, preoccupata della crescente influenza
russa nell'Europa sud-orientale, si affretta a contendere al dominio
della Sublime Porta i possedimenti balcanici. Nel gioco rientra,
infine, anche la Francia. L'alleata tradizionale dell'Impero
ottomano, desiderosa di estendere la propria politica mediterranea
al Vicino Oriente, si interessa sempre di più ai paesi arabi
appartenenti all'unità geopolitica costruita dalla dinastia
ottomana. Così, le nazioni europee, pur perseguendo ognuna i propri
interessi, contribuiscono congiuntamente all'annientamento
dell'impero ottomano.
La "questione d'Oriente" che era in realtà una
"questione dell'Occidente" come, provocatoriamente, nel
1922 il giovane storico Arnold Toynbee l'aveva ridefmita14,
si protrarrà per più di un secolo, terminando sostanzialmente col
trattato di Sèvres nell'agosto del 1920.
__________________________________
11 Pierre Béhar, Une géopolitique pour l'Europa, éditions
Desjonquères, Paris, 1992, p.148.
12 Col trattato di Karlowitz l'Austria acquisisce
l'Ungheria, la Transilvania, la Croazia e la Slavonia. La Polonia
ingloba la Podolia e l'Ucraina, mentre la Serenissima ottiene il
Peloponneso. La Russia, invece, conserva il possesso di Azov sul Mar
Nero.
13 La coalizione, nota come Lega Santa, venne istituita il 5 marzo
1684, a Linz, per iniziativa di Papa Innocenzo XI. Essa riuniva la
repubblica veneziana, l'Austria e la Polonia. La Russia ne farà
parte due anni più tardi.
14 Arnold J. Toynbee, The
Western Question in Greece
and Turkey, New
York 1970.
_______________________________________
In
questo lasso di tempo, la Porta, oltre a subire le mire
espansionistiche degli Europei, deve anche affrontare i gravi
problemi interni, relativi alla gestione dell'Impero e alle nascenti
spinte autonomiste, alcune delle quali, peraltro, come nel caso
della Grecia, ben viste e perfino sollecitate ed appoggiate dalla
Gran Bretagna. A queste questioni interne, il sultano Mahmud II (il
sultano infedele) tenterà di dare una risposta tramite l'attuazione
di una vasta politica di riforme: le tanzimat15. Con
le tanzimat (1839
-1878) inizia il primo processo di occidentalizzazione e
modernizzazione dell'impero ottomano16. Questo processo,
lungi dal rafforzare l'Impero, contribuirà, al contrario, a
indebolirlo determinandone la frammentazione interna. Le riforme
avviate da Mahmud II, infatti, sopprimendo le strutture intermedie,
centralizzano e snaturano il potere imperiale irrigidendone il
complesso e delicato meccanismo. E questo il periodo in
cui le richieste di maggior autonomia vengono avanzate non solo su
base nazionale (come, ad esempio, nel caso dei Greci, Serbi,
Macedoni, Armeni, ecc.) ma anche su quella confessionale o
etno-confessionale, come nel caso degli Ebrei". Per la prima
volta nella storia dell'impero, infatti, anche i
millet (comunità
confessionali) avanzano richieste di autonomia.
E' da notare che la nuova intellighenzia
ottomana,
portavoce dei particolarismi nazionali, recependo e assimilando le
idee nazionaliste sorte dalla rivoluzione francese, veniva, in tal
modo, conquistata da un vero e proprio colonialismo culturale che
anticipa quello militare e politico di pochi anni dopo.
Sarà proprio sulla piattaforma ideologica di questo asservimento
culturale e spirituale che nascerà, a Parigi, nel 1889 la Società
ottomana per l'unione e il progresso, l'organizzazione
che esprime più compiutamente l'emergente movimento dei Giovani
Turchi, il quale troverà motivo d'ispirazione anche nelle
concezioni laiche, democratiche e nazionaliste dell'italiano
Giuseppe Mazzini.
Prende piede per la prima volta, in termini dichiaratamente
politici, l'idea della "nazione turca".
Il movimento dei Giovani Turchi deporrà, nel 1908, il sultano Abdul
Hamid II e, presentandosi come nuova classe dirigente, imporrà una
costituzione democratica.
Gran
Bretagna e Germania:
vie di mare e di terra
Sono
gli anni in cui, mentre la Porta subisce continue ed inarrestabili
amputazioni territoriali e si ripiega su se stessa, un'altra
potenza, la Gran Bretagna, facendo leva sul sea
power, cerca
di espandere il proprio dominio a discapito delle potenze
continentali. Nel 1840, con la costruzione del porto militare di
Malta, la Gran Bretagna inizia ad allestire quella vasta cintura di
basi navali che, agli inizi del Novecento, si estenderà da
Gibilterra a Hong Kong, passando per Malta, Cipro, Alessandria, il
Golfo Persico, i porti indiani e Singapore. Il disegno
talassocratico degli Inglesi, che si consoliderà con la presenza
britannica a Suez, nel Kuwait, a Aden, a Simonstown (Città del
Capo), nelle Mauritius, in India, a Trinconmalee (Ceylon) e a
Pengang, incontra però, in quegli anni, due ostacoli: la Germania e
la Russia. In particolare la Germania che, nel 1898, ottiene dal
Sultano la concessione per la costruzione del tronco di ferrovia
Istanbul-Baghdad, costituente parte di un progetto ferroviario che
prevede il collegamento dell'Europa centrale (Berlino) con il Golfo
Persico (Bassora) e con la Penisola arabica (Medina). L'ambizioso
progetto, che riconferma, con strutture tecniche adeguate al tempo,
la naturale funzione di ponte dell'Anatolia, non solo tra l'Europa e
l'Asia, ma anche tra l'Europa centroccidentale e il Vicino Oriente e
dunque l'Oceano Indiano, suscita le immediate proteste della
Francia, della Russia e soprattutto della Gran Bretagna. Per
_______________________________
15
Tanzimat, plurale
del sostantivo arabo tanzim,
"messa in ordine, riorganizzazione". A chi si diletta di
comparazioni, non sfuggirà la similitudine con la perestrojka ("ristrutturazione")
sovietica, preludio del crollo dell'URSS.
16 11 secondo processo di
"modernizzazione" e "laicizzazione" dell'impero
ottomano si ebbe tra il 1913 e il 1918,
ad
opera del Comitato per l'unione e il progresso (CUP).
17 "Nel XIX secolo anche gli ebrei, al
pari dei greci e degli armeni, furono sottoposti al sistema del
millet, le comunità protette che, in cambio di
una tassa, avevano diritto a organizzarsi in modo autonomo sul piano
delle leggi in materia di questioni religiose e di statuto personale. Gli ebrei
divennero una millet sotto l'autorità del Hahambashi, il rabbino
capo, stabilito e riconosciuto con decreto imperiale ottomano. Di fatto le
comunità straniere e le minoranze confessionali sono state le
protagoniste del cambiamento sociale e della
modernizzazione della
Turchia. In un elenco del 1912, compaiono i nomi di 40 banchieri attivi a Istanbul. Tra loro 12 erano
greci, 12 armeni, 8 ebrei e 5 europei. Un analogo elenco di agenti di cambio
comprende 18 greci, 6 ebrei, 5 armeni e neppure un turco. Il contributo culturale degli ebrei fu rilevante nella medicina,
nel teatro e nella stampa. Furono probabilmente gli stampatori
ebrei, che di fatto monopolizzavano il mercato a causa del divieto religioso a utilizzare i
caratteri turchi e arabi, a stampare le prime copie del Corano in
turco quando nel 1727 un firmano imperiale revocò
tale divieto". Magdi Allam, L'islam e gli ebrei in Turchia. Attacco al modello ottomano,
"Il Corriere della Sera",
16 novembre 2003. In realtà il primo stampatore del Corano in lingua
turca non fu un ebreo, ma un ungherese musulmano, tale
Ibrahim Mutafarriqa (Muteferriqe), cui nel
1727 "fu concesso il permesso di stampare libri nell'Impero
ottomano",
Storia universale
Feltrinelli. L'Islamismo. II Dalla caduta di Costantinopoli ai
nostri giorni, a cura di G. E. von
Grunebaum, Feltrinelli, Milano 1972, p.
112. Si
veda
anche, a tal riguardo, Ettore Rossi,
Letteratura turca, Casini,
Roma 1957, pp. 449-450, che
riporta . "In Turchia si cominciò a stampare opere in caratteri arabi
soltanto nel 1729 per iniziativa di Ibrahim Mutafarriqa, un
ungherese caduto prigioniero dei Turchi nel 1674 e fattosi
musulmano. Era uomo di ingegno, istruito in gioventù in un collegio
della terra nativa: conosceva anche il latino e aveva poi assimilato
la cultura orientale (...) Il primo libro stampato fu un
"dizionario arabo-turco" di Vanquli (...) Tra il 1729 e il
1745 (anno della morte di Ibrahim Mutafarriqa) furono stampate 17
opere specialmente di storia
e di geografia
_____________________________
Londra
questa "via di terra", se costruita, costituirebbe,
infatti, un serio intralcio alle sue mire espansionistiche in India,
vanificherebbe il controllo che esercita nel Golfo Persico e
nell'Oceano Indiano e, soprattutto, creerebbe una falla nella sua
cintura di presidi navali, spina dorsale del suo Impero marittimo e
mercantilistico.
Se a ciò aggiungiamo che proprio nel 1898 l'Ammiraglio tedesco
Alfred von Tirpitz ottiene dal Kaiser il via libera per la
costruzione di una flotta d'alto mare mirante a contendere il
primato navale di Londra, e che la Germania inoltre, in pochi anni,
attraverso una intelligente azione diplomatica è diventata,
soprattutto, un affidabile interlocutore economico e commerciale ed
in prospettiva un potenziale alleato militare dell'impero ottomano,
si chiariscono alcune delle motivazioni che acuiranno gli attriti
tra la Germania e la Gran Bretagna e condurranno allo scoppio della
I Guerra mondiale.
La pretesa della Germania di contendere alla Gran Bretagna il
primato navale sarà all'origine delle riflessioni di Halford J.
Mackinder, il padre della geopolitica britannica cui si deve la
formulazione della teoria dell'heartland. Riguardo alla posizione
egemone della marina britannica, lo studioso inglese scrive che
questa "era magnifica e
lucrosa e sembrava così sicura che la gente della metà dell'epoca
vittoriana considerava quasi nel naturale ordine delle cose che
l'insulare Gran Bretagna dovesse dominare i maris18.
A proposito invece del tentativo di von Tirpitz così l'illustre
geopolitico si esprimeva alcuni anni dopo: "la
mossa intrapresa dalla Germania significava che la nazione che già
possedeva la più grande potenza terrestre organizzata e che
occupava la posizione strategica centrale in Europa stava per
dotarsi di una potenza navale sufficientemente forte da
neutralizzare quella britannica"19
L'indebitamento
dell'Impero ottomano
Con la perdita di grandi porzioni del proprio spazio imperiale,
la Porta subisce anche una importante breccia nel proprio sistema
economico che, quantunque basato anche sugli scambi commerciali, è
tuttavia in gran misura autosufficiente e, dunque, indipendente
dall'economia internazionale. La pressione militare esercitata dalle
nazioni europee e dalla Russia e il bisogno di nuove risorse
economiche spingono Istanbul a ridefmire i propri accordi
commerciali con il modo occidentale. Il 1838, con la ratifica del
trattato anglo-ottomano concernente l'abrogazione dei monopoli
ottomani e l'eliminazione degli alti dazi, segna una ulteriore ed
irreversibile tappa del declino dell'impero. Con tale accordo
l'economia della Sublime Porta entra nel vischioso sistema economico
e fmanziario internazionale.. Gli effetti immediati furono la
diminuzione della produzione del cotone a causa della concorrenza
statunitense e una vera catastrofe per l'artigianato e la nascente e
modesta industria, aggredite dalla dinamica concorrenza europea.
Secondo lo storico Ira Lapidus20, il coinvolgimento
nell'economia internazionale portò lo stato ottomano, con i primi
prestiti del 1854, ad indebitarsi in maniera progressiva, tanto da
essere costretta ad accettare, nel breve volgere di neanche tre
interi decenni, nel 1882, un'amministrazione estera del debito, a
causa dell'impossibilità di pagare gli onerosi interessi imposti
dalle banche straniere. Il controllo estero sull'economia ottomana -
un vero e proprio commissariamento della politica economica di
Istanbul - mentre favorì la prosperità di Greci, Armeni, Ebrei e
di altre minoranze attive nel commercio mondiale, non modificò,
tuttavia, la distribuzione del potere politico al suo interno.
Infatti, come riporta Lapidus, "le
minoranze etniche non riuscirono a mettere in discussione la
supremazia delle élite statali; il controllo della tassazione, i
principali investimenti e il potere ideologico e militare rimasero
appannaggio dell 'apparato ottomano. Alla vigilia della formazione
della repubblica turca, soltanto le élite militari e amministrative
determinarono il destino del regime"21.
Una
nuova risorsa:
il petrolio
Nei primi anni del secolo XX gli interessi delle potenze
imperialistiche europee nell'area del Vicino Oriente aumentano
considerevolmente a causa non solo delle opportunità date dalla
particolare posizione geografica per i collegamenti con l'Asia,
l'India e con l'Oceano Indiano, ma anche per la scoperta dei
giacimenti dell'oro nero fatta in Mesopotamia.
L'interesse per la nuova risorsa di energia, e dunque per
l'accaparramento dei giacimenti ove essa si trova, si accresce
notevolmente durante il primo conflitto mondiale, a motivo sia
dell'accelerazione dello sviluppo industriale delle nazioni europee,
impresso dalla guerra ormai sempre più "tecnologica",
"moderna" e "totale", sia dell'importanza
acquisita dai combustibili derivati dal petrolio nella conduzione
della guerra stessa.
Per la realizzazione del tronco ferroviario Istanbul-Baghdad, la
Deutche Bank,
tramite una società appositamente costituita, il 5 marzo 1903
ottiene dal governo ottomano una concessione inclusiva di alcuni
diritti minerari, limitati ad una fascia di 20 km su entrambi i lati
dall'asse ferroviario, pari ad estensione di circa 500 kmq. Come
noto la linea ferroviaria
_______________________________
18 Halford Jolm Mackinder, Democratic Ideals and Reality. A Study in the Politics of Reconstruction,
p.
56,
Norton, New York 1962.
19 Halford John Mackinder, The Round World and the Winning of the Peace, in "Foreign Affairs", 21,
July
1943. La versione italiana di questo articolo, a cura di
Federica Jean, è stata pubblicata in "Limes, Rivista Italiana
di geopolitica", 1, 1994, con il titolo Il mondo intero e come vincere la
pace.
20
Ira M.Lapidus, Storia
delle società islamiche, Einaudi,
Torino 1995-2000, vol. III, vedi pp. 49-65.
21
Ibidem.
_____________________________________
non
verrà costruita, ma i diritti minerari rimarranno ai Tedeschi, che,
pochi anni dopo, nel 1911, li porteranno in dote alla Turkish
Petroleum Company (Tpc),
costituita su iniziativa
di Kalouste Sarchis Gulbenkian (1886-1956), il facoltoso uomo
d'affari armeno (noto come il "signor 5%" per i ricavi sui
suoi traffici di petrolio), in base a un rapporto tecnico dal quale
emergeva il notevole potenziale petrolifero dell'intera regione.
Oltre Gulbenkian e la Deutsche
Bank fecero parte della compagine societaria della Tcp anche l'Anglo-Saxon
Petroleum
(Royal Dutch-Shell) e l'Anglo-Persian
Petroleum.
Appena un mese prima dello scoppio del primo conflitto
mondiale, ed esattamente il 24 giugno 1914, il Sultano firmò un
decreto che assegnava alla Tpc le concessioni petrolifere dei
vilayet di Mossul, Kirkuk, Baghdad e Bassora. Nel corso del
conflitto la Deutsche Bank sarà
estromessa dalla società Tpc, e Londra sequestrerà, come
"bottino di guerra", il 25% delle azioni da essa detenute.
Nel 1928 la Tpc si trasformerà
nell'Iraq Petroleum Company (Ipc),
il cui capitale azionario sarà suddiviso tra le società inglesi e
anglo-olandesi, Anglo-Persian
e Anglo-Saxon (cioè RD-Shell),
la francese Compagnie
Frangaise des Pétroles, e le americane Standard
Oil of New Jersey e Standard Oil of New York.
L'ingresso delle società americane è un considerevole successo
che gli Stati Uniti colgono dopo aver imposto la loro dottrina detta
"della porta aperta", e rappresenta inoltre un primo
tangibile effetto della intromissione dell'imperialismo americano
nell'area mediterranea a seguito della loro partecipazione alla
guerra intraeuropea del `14-'18.
La prima guerra
mondiale:
spartizione dell'Impero
e creazione degli Stati
artificiali
Nel corso del primo
conflitto mondiale ed esattamente il 16 maggio del 1916 i governi di
Londra e Parigi concludono un patto segreto noto come accordo
Sykes-Picot, secondo il quale la Francia, dopo la sconfitta
dell'Impero ottomano, avrebbe assunto una posizione predominante in
Siria (all'epoca comprendente anche l'attuale Libano), nell'Anatolia
meridionale e nella Mesopotamia settentrionale (comprendente le
regioni petrolifere di Mossul e Kirkuk, oggi irachene). Alla Gran
Bretagna sarebbero andati invece dei protettorati nel Golfo Persico,
in Arabia, in Palestina, nella valle del Giordano e nella
Mesopotamia meridionale (corrispondente all'attuale Iraq centrale e
meridionale). L'accordo, benché reso pubblico dai rivoluzionari
bolscevichi, fu adottato dalla Conferenza di Sanremo del 25 aprile
1920 e reso esecutivo, in agosto, dal trattato di Sèvres, che
sancirà la spartizione dell'Impero ottomano in sfere di influenza
franco-inglesi, e sarà all'origine di quel vero e proprio obbrobrio
geopolitico costituito dalla successiva creazione delle
"nazioni artificiali" di Iraq, Siria, Libano, Giordania,
Arabia Saudita, e da ultimo Israele, senza alcun rispetto per la
storia, la tradizione e la cultura delle popolazioni autoctone, in
particolare quella curda e quella palestinese.
Una nazione dalle
macerie
di un grande Impero
Al termine del
conflitto, il quadro mondiale è completamente mutato. Le maggiori
unità geopolitiche dell'epoca sono o scomparse, come gli imperi
centrali e quello ottomano, o alle prese con un vasto e profondo
processo di riorganizzazione interna, come nel caso della nuova
Russia dei soviet. Gli unici e veri vincitori sono la Francia e
l'Inghilterra, che si spartiscono, nel Vicino Oriente, i
possedimenti dell'ex-impero ottomano, e gli Stati Uniti, che si sono
inseriti nelle faccende europee.
In tale contesto si afferma, in Turchia, una nuova classe
dirigente, costituita dalle elite militari e amministrative, guidata
da Mustafa Kema122.
Mustafa Kemal, che più tardi rinuncerà al nome Mustafa, troppo
islamico per un d6mne, e
assumerà l'epiteto di Atatiirk ("Turco veneratoi23
o "Padre della nuova Turchia"), facendo leva sulla nuova
"idea nazionale turca" riesce a mobilitare
____________________________________
22 Mustafa Kemal (Salonicco 1881 - Istanbul 1938),
entrato giovanissimo alla scuola militare di Salonicco, proseguì
gli studi a Monastir e, in seguito, all'accademia di Istanbul, ove
partecipò alla vita delle società segrete, d'ispirazione laica e
massonica, contro il regime del sultano Abdul Hamid 11. Nominato
capitano e inviato a Damasco, fondò nel 1905 il gruppo nazionalista
turco Vatan ve Hiirriyet (Patria e libertà). Di nuovo a Salonicco,
frequentò il Comitato Ittihad ti Terekki (Unione e progresso),
espressione organizzativa dei Giovani Turchi, entrando in contatto
con i suoi dirigenti. Conobbe, in particolare, il nazionalista Enver
Pascià, fautore del panturchismo, col quale in seguito doveva
entrare in conflitto. Dopo la campagna di Tripolitania contro gli
Italiani (1911-1912), ricoprì l'incarico di addetto militare in
Bulgaria. Nel corso della prima guerra mondiale si distinse nella
difesa dei Dardanelli (1915), nelle campagne del Caucaso (1916) e di
Palestina (1917). Rifiutandosi di accettare le clausole
dell'armistizio di Moudros (30 ottobre 1918) entrò in contrasto col
Sultano Mehmet VI e venne pertanto richiamato nella capitale.
Nominato, tuttavia, ispettore delle truppe di Erzerum, (maggio
1919), convinse una parte dell'esercito a lottare per l'indipendenza
del paese, minacciato di smembramento. Forte dell'appoggio
dell'esercito, si oppose al governo centrale e organizzò i
congressi nazionalisti di Erzerum e di Sivas, mobilitando attorno
alla causa dell'indipendenza e dell'unità un numero crescente di
personalità politiche e militari. Alla prima grande assemblea
nazionale (23 aprile 1920), assunse la guida della lotta contro il
governo di Istanbul e contro gli alleati. Sconfitto l'esercito greco
(1922), fu proclamato Gazi (Vittorioso)
dall'assemblea nazionale, e in novembre fece votare la soppressione
del sultanato.
23 Robert Matran in La Turquie aujourd'hui (ouvrage
dirigé par Oliver Roy), Universalis, 2004, p. 126.
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ampi
strati della popolazione anatolica e frenare in parte il progetto di
spartizione dell'altopiano tra Francia e Gran Bretagna.
Tra tutte le regioni dell'area, suddivise in protettorati o regimi
fantoccio, tuttavia, solo la Turchia (cioè l'altopiano anatolico),
grazie all'azione di Atatiirk e al forte spirito nazionalista
dell'intera classe dirigente, emerge, al termine della Grande
Guerra, come paese completamente indipendente, nonostante le
considerevoli amputazioni territoriali.
La Turchia nel primo
dopoguerra:
autonomia nazionale, occidentalizzazione
ed equilibrio
regionale
A partire dalla sua
fondazione (29 ottobre 1923) come Repubblica laica24, e
fmo al 1945, la Turchia, concentrata nello sforzo di modernizzazione
impostole da Ataturk, conduce una politica regionale tesa
principalmente a consolidare lo stato nazionale turco entro il limes,
indicato dallo stesso Ataturk (Anatolia e Tracia turca),
comprendente l'Hatay turco - costituito dal vilayet
di Iskenderum (Alessandretta) e Antahya (Antiochia) - e
il vilayet di Mossul, e ad
assumere e mantenere un ruolo di autonomia e di parità nei nuovi
sistemi geopolitici venutisi a creare al termine del primo conflitto
mondiale, ed in seguito ai rivolgimenti interni alle nazioni
europee.
Mentre 1'Hatay, che il Trattato di Losanna (24 luglio 1923) aveva
assegnato alla Siria sotto mandato francese, fu alla fine annesso
alla Turchia (1939), l'azione di Atatuirk per acquisire il Kurdistan
meridionale (vilayet di Mossul) non fu
coronata da successo, a motivo sia del ruolo strategico della
regione che della presenza di giacimenti petroliferi. Ricordiamo che
le forze britanniche occuparono la regione di Mossul nel novembre
del 1918, disattendendo l'armistizio di Moudros (30 ottobre
1918), appena firmato. La questione del vilayet
di Mossul fu portata dinanzi
alla Società delle Nazioni che, nel 1925, deliberò in
favore della Gran Bretagna, riconoscendo tuttavia alla Turchia un
diritto del 10% dei ricavi dei prodotti petroliferi per 25 anni. La
giovane repubblica turca, in cerca di stabilità e di sostegno
internazionale, finì pertanto per abbandonare le sue
rivendicazioni. |
La rivoluzione
kemalista
ovvero l'occidentalizzazione forzata
Grazie anche
all'appoggio di un governo guidato dal suo stretto collaboratore, già
capo della delegazione turca ai negoziati di Losanna, Mustafa Ismet
Iniinii25, Atatuirk avviò una radicale
occidentalizzazione del paese, fondata sulla laicizzazione forzata
dell'intera nazione. Le tappe di questo processo furono: abolizione
del califfato; soppressione dei tribunali religiosi e delle scuole
coraniche; soppressione degli ordini dei dervisci; eliminazione,
nella costituzione, del riferimento all'Islam quale religione di
stato; adozione dell'alfabeto latino; abolizione della poligamia;
campagna per l'eliminazione delle parole di origine araba e
persiana; adozione di norme per l'introduzione dell'abbigliamento
europeo e campagna contro il velo femminile, sostituzione del
calendario islamico con quello gregoriano, campagna contro il
sistema onomastico tradizionale (nel 1934 l'uso del cognome fu reso
obbligatorio e l'assemblea nazionale assegnò a Mustafa Kemal quello
di Atatiirk). Venne infine riconosciuto il diritto di voto alle
donne e furono introdotti codici di ispirazione europea per il
diritto civile, penale e commerciale, sul modello rispettivamente
francese, italiano e svizzero.
Il giacobinismo
kemalista
e la questione delle minoranze
Le riforme
kemaliste, basate sui sei principi fondamentali della repubblica
(nazionalismo, laicismo, repubblicanesimo, populismo, statalismo,
rivoluzione, alcuni peraltro già presenti nel programma dei Giovani
Turchi), tendenti a rendere omogenea la popolazione, colpirono ogni
espressione dell'identità etnica e culturale delle consistenti
minoranze armena, greca e curda.
Durante il corso della guerra, la gran parte delle comunità armene
e greche residenti nella penisola anatolica aveva intrapreso la
strada dell'emigrazione, non solo a causa degli eventi bellici, ma
anche, come nel caso degli armeni, a motivo delle deportazioni
operate dal governo ottomano.
Al termine del conflitto, l'unica minoranza di una certa consistenza
era sostanzialmente costituita dalla etnia curda.
Per quanto riguarda la
questione armena, Atatiirk respinse il trattato di Sèvres,
accettato dal sultano Mehmet VI, che imponeva la costituzione di uno
stato armeno, e attuò, verso le comunità armene, una politica di
discriminazione al fine di favorirne la totale emigrazione.
Alla proclamazione della repubblica, la questione della
minoranza greca era stata, invece, già in parte risolta con la
politica degli scambi di popolazione formalizzata il 30 gennaio 1923
con una apposita convenzione.
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24 La repubblica turca venne proclamata, il 29
ottobre 1923, dalla seconda assemblea nazionale, formata in
maggioranza da rappresentanti del Partito del popolo (poi Partito
repubblicano del popolo, Ciimhuriyet Halk Partisi), fondato da
Atatiirk. La presidenza fu attribuita a Atatiirk che la mantenne
fino al 1938, anno della sua scomparsa.
25
Mustafa Ismet Inònii (1884 - 1973). Primo ministro con Atatiirk, fu
il secondo presidente della Turchia; divenuto capo dell'opposizione
dopo il 1950, ritornò al potere col |
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