Arretrati 

Anno 7° N.32

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ATTUALITA'

ULTIMATUM

Cinque_settimane_per_Ankara

Cinque settimane di tempo concesse dalla Commissione UE alla Turchia per correre ai ripari e correggere i punti dove secondo Bruxelles non sono stati fatti progressi. Un rapporto impietoso.

E' un rapporto impietoso, che fotografa in 73 pagine di analisi puntuale gli scarsi progressi, e in alcuni casi i passi indietro, della Turchia nella sua marcia di avvicinamento all'UE, soprattutto in campo politico. Il documento, che la Commissione europea ha reso noto mercoledì scorso, è tale da giustificare il congelamento dei negoziati di adesione con Ankara, cominciati solo un anno fa. E tuttavia nessuno a Bruxelles vuol prendersi la responsabilità di sbattere definitivamente la porta il faccia ai turchi.
La salomonica decisione, ispirata dal presidente Barroso e che è stato avvallato dal collegio dei commissari, prevede dunque la pubblicazione di un rapporto molto critico, ma senza che la Commissione si spinga fino a raccomandare la sospensione dei negoziati. La parte delle raccomandazioni, per ora, sarà stralciata. Una decisione finale verrà presa dal vertice dei capi di governo a Bruxelles a metà dicembre. E questo lascia al Governo turco un margine di cinque settimane per cercare di ribaltare un verdetto che al momento non potrebbe che essere negativo. Nei termini soft che caratterizzano la politica europea, questo equivale ad un ultimatum.
Cinque settimane sono evidentemente poche per invertire la tendenza che è fotografata nel rapporto: contenere l'influenza dei militari in politica, garantire il rispetto dei diritti umani, la tutela delle minoranze, eliminare le discriminazioni, e promuovere la condizione femminile. Il premier turco Erdogan ha già fatto sapere che il Governo potrebbe emendare l'articolo 301 del codice penale, che punisce il vilipendio del Paese e che è stato usato per limitare la libertà di espressione mandando sotto processo giornalisti e scrittori. Ma difficilmente questo passo potrà bastare.
La partita, dunque, si giocherà probabilmente sulla questione di Cipro: l'isola che è stata per metà occupata militarmente dalla Turchia e che per l'altra metà ha aderito alla UE divenendone uno stato membro. Nonostante gli inviti e le intimazioni di Bruxelles, il Governo turco non solo non ha ancora riconosciuto la Repubblica di Cipro, non solo continua a porre il veto sulla sua adesione agli organismi internazionali come l'Ocse, ma si ostina a chiudere i propri porti alle navi che battono bandiera cipriota o che provengono direttamente da un porto cipriota.
Così facendo, nota il rapporto, la Turchia "viola l'accordo sull'Unione doganale" e non applica il protocollo, firmato nel luglio 2005, che estende ai nuovi stati membri dell'UE gli accordi già precedentemente sottoscritti con l'Europa. Secondo le autorità di Ankara, il mancato rispetto degli accordi è giustificato dal desiderio di rompere l'isolamento in cui si trova la parte nord dell'isola di Cipro, riconosciuta solo dai turchi. Tuttavia è evidente che questa situazione risulta insostenibile. La Turchia non può pretendere di negoziare l'adesione ad una Unione di cui non riconosce uno stato membro e contro il quale ha addirittura decretato un embargo unilaterale.
Finora i tentativi della presidenza di turno finlandese per trovare un compromesso tra le parti sono miseramente falliti. Ma senza una rapida revoca del blocco aeronavale turco imposto a Cipro, è difficile immaginare che a dicembre i capi di governo europei possano dare mandato alla Commissione di proseguire i negoziati. Anche perché, su questo punto, oltre a Cipro e alla Grecia, anche la Francia e l'Austria non intendono transigere.
Al di là della questione cipriota, il rapporto della Commissione traccia comunque un quadro assai fosco della distanza che ancora separa il sistema politico e sociale turco da una democrazia di stile europeo.
Vediamo i principali rilievi.
1) La nuova legge antiterrorismo varata nel giugno scorso "introduce restrizioni legali alla libertà di espressione, della stampa e dei media"
2) Nonostante limitati progressi per contenere lo strapotere dei militari "le Forze Armate hanno continuato ad esercitare una significativa influenza politica". "Nessun progresso è stato fatto per rafforzare il controllo parlamentare sui bilanci militari". Ed esiste un "protocollo segreto" che consente "di compiere operazioni militari per questioni di sicurezza interna senza richiesta delle autorità civili".
3) Anche se l'indipendenza dei giudici è sancita dalla Costituzione "un numero di fattori appaiono ancora limitarla".
4) "La corruzione rimane diffusa nel settore pubblico e giudiziario".
5) Scarsi progressi anche nel campo dei diritti umani. "Casi di torture e maltrattamenti sono riportati in particolare fuori dai centri di detenzione". L'articolo sul vilipendio "è stato ripetutamente utilizzato per perseguire opinioni non violente espresse da giornalisti, scrittori, professori e attivisti". "Le donne restano vulnerabili a pratiche discriminatorie" e "il rispetto dei diritti della donna rimane un problema critico". "Non ci sono stati progressi per quanto riguarda i diritti sindacali". E infine "l'approccio della Turchia ai diritti delle minoranze rimane invariato".
Con una simile pagella, anche se i negoziati dovessero continuare, la promozione appare lontana. (la Repubblica.it)
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Il rapporto negativo della Commissione UE non ci ha minimamente sorpreso. E non tanto e non solo perché nei giorni scorsi il <Financial Times> aveva anticipato il suo contenuto, quanto soprattutto perché è da lungo tempo che Bruxelles, in tutte le maniere e in tutte le salse, ci ha fatto capire di non volere nel suo club la Turchia. Questo lo sa bene Ankara e lo sanno pure i turchi che ormai non si illudono più di entrare nell'Unione Europea. I punti che - secondo le teste d'uovo della Commissione - la Turchia non avrebbe rispettato non sono altro che una pietosa scusa per sostenere che il Paese della Mezzaluna non è maturo, né ora né in futuro per far parte del consesso europeo. Quando si pensa però che dal primo gennaio prossimo l'UE aprirà le porte alla Romania e alla Bulgaria e quando si leggono certe dichiarazioni del nostro presidente del Consiglio Romano Prodi a detta del quale sarebbe ora di allargare l'Unione anche alla Macedonia, bene c'è da credere che ci stiamo dando da matti nell'affermare le cose più insensate come il voler fare di questo vecchio continente un'amalgama di Paesi poveri e arretrati. Ma la Turchia, no! La Turchia meglio tenerla alla larga. Non sarebbe stato molto allora meglio fermarsi ai Quindici e non accettare altre domande? Certo Ankara ci faceva comodo durante la guerra fredda, baluardo contro i carri armati di Breznev. Adesso invece ci fa paura. Ci fanno paura i suoi cento milioni di abitanti che la Turchia avrà entro il 2010 e che potrebbero ribaltare le quote dei rappresentati parlamentari a Strasburgo; ci fa paura il suo potenziale economico che in meno di un decennio potrebbe essere equiparato addirittura a quello della Germania; ci fa paura la sua agricoltura e ci fa paura (e non se ne spiega il motivo) il suo fortissimo esercito. Eppure è proprio grazie a questo esercito che, ancora oggi, la Turchia è laica e non si è buttata tra le braccia dell'integralismo islamico. Ma attenzione, a furia di trovare cavilli Ankara potrebbe guardare con più simpatia al vicino Iran. In questo caso sarebbero grossi dolori, senza contare che è proprio attraverso l'Anatolia che passano la maggiori pipeline dirette nel Mediterraneo. Riflettete per un attimo cosa potrebbe succedere se ad un certo punto la Turchia decidesse di chiudere i serbatoi del petrolio e del gas che vengono dal Caucaso. Sarebbe la fine per la Germania, la Francia, l'Austria, per il Cancelliere Merkel e per il nostro Prodi. Siamo seri. Se ci sono problemi da risolvere (vedi la questione Cipro), si può trovare il modo di farlo ma senza ultimatum. E' pur vero però che anche la Turchia deve fare passi in avanti e dimostrare la sua buona volontà che molte volte manca. L'ambiguità di certi governanti, più congenita alla mentalità araba che non a quella turca, non paga. Metteteci poi l'ostracismo palese, dimostrato nei confronti di Papa Benedetto XVI e del suo prossimo viaggio sia da parte del premier Erdogan che del suo entourage; non venite poi a chiedere per quale motivo l'Europa guarda con diffidenza la Turchia. Peccato! Farsi amica la Chiesa cattolica - e non ostacolarla con vessazioni e soprusi quali sono soggetti ad esempio i nostri sacerdoti in Turchia - sarebbe stata l'occasione per un appoggio in più all'interno dell'UE. Sembra invece che Ankara spinga sempre più forte il suo radicalismo religioso. E questo, questo sì che fa paura. (Turchia Oggi)
10.11.2006

 

PRONTO A MODIFICARE LA LEGGE SULLA STAMPA

Recep_T._Erdogan

Il contestato art. 301 in Turchia - a detta di quanto affermato il capo del Governo turco Erdogan - potrebbe avere i giorni contati.

Il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha detto che il suo Governo è pronto a modificare l'articolo 301 del codice penale utilizzato per perseguire legalmente scrittori e giornalisti, in seguito alle aspre critiche dell'Unione Europea.
"Siamo pronti a proposte per rendere l'articolo 301 più circostanziato se ci sono problemi causati dalla sua vaghezza", ha detto Erdogan secondo quanto riporta l'agenzia di stampa <Anatolian>. (Reuters)
10.11.2006

 

UE SODDISFATTA

Olli_Rehn

 

Accolto con favore a Bruxelles l'annuncio del premier turco di modificare l'articolo penale relativo all'art. 301.

Il responsabile per l'Allargamento dell'Unione Europea ha accolto con favore l'annuncio di disponibilità del premier turco a modificare il codice penale vigente nel suo Paese in modo da armonizzare la libertà di espressione con gli standard europei.
"Le intenzioni dichiarate dal Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan di voler mettere in linea la normativa turca sulla libertà di espressione con gli standard europei sono benvenute", ha detto in un comunicato il commissario per l'allargamento Olli Rehn.
"L'annuncio dimostra il personale impegno del Primo Ministro turco nel garantire la libertà di espressione e nel voler divenire parte dell'Unione Europea", ha aggiunto Rehn. ( daReuters)
10.11.2006

 

SULLA QUESTIONE CIPRIOTA NON SI TRATTA

Il_problema_cipriota

Ankara ha dato subito una risposta a Bruxelles circa le osservazioni fatte da quest'ultima sull'apertura dei porti ed aeroporti.

La Turchia ha fatto sapere di non considerare la questione cipriota fondamentale per la prosecuzione del suo negoziato di adesione all'Unione Europea. In coincidenza con la presentazione, a Bruxelles, del rapporto sui progressi compiuti da Ankara nel processo di avvicinamento all'adesione, il Governo turco ha reso noto che considera la questione cipriota "un problema politico" e che "non costituisce un obbligo riguardo al nostro processo negoziale, che è' di natura tecnica". (Agr)
10.11.2006

ITALIA FIDUCIOSA

Massimo_D%27Alema_al_Foro_Italia-Turchia

Secondo massimo D'Alema si dovrebbe trovare una soluzione di Cipro ed Ankara non deve lasciarsi scoraggiare dal rapporto UE.

L'Italia ritiene che si possa arrivare a una soluzione sulla questione di Cipro, ha detto il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, invitando la Turchia a non lasciarsi scoraggiarsi dal rapporto della Commissione UE molto critico verso Ankara.
"Per Cipro siamo favorevoli alla ricerca di un compromesso cui sta lavorando positivamente la presidenza finlandese", ha detto D'Alema al Forum italo-turco. "Ritengo che ci siano margini perché un'intesa si possa raggiungere e abbiamo invitato i partner europei ad avere un comportamento flessibile".
"Questo compromesso si dovrebbe basare sulla decisione dell'Europa di accelerare un regolamento per il commercio diretto con la parte nord di Cipro e contestualmente con la piena applicazione da parte della Turchia dell'intesa doganale", ha spiegato D'Alema.
L'UE esige l'apertura dei porti e degli aeroporti turchi ai vettori commerciali di Cipro, che è membro della UE dal maggio 2004, come previsto dal "Protocollo di Ankara", con cui la Turchia accetta di estendere a Cipro i benefici dell'unione doganale, ma che non ha ancora applicato. (Adnkronos)
10.11.2006

 

I DUBBI DI ILLIKAS

Il ministro degli Esteri greco-cipriota convinto che Ankara non ascolterà il diktat della Commissione europea.

Cipro dubita seriamente che la Turchia accetti di cedere sul tema dell'unione doganale con Nicosia entro metà dicembre, l'ultimatum fissato dall'UE . Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri cipriota George Lillikas. ''Non esiste niente di significativo che possa succedere tra oggi e la metà di dicembre e portare a un cambiamento nella posizione della Turchia'', ha detto ai giornalisti il ministro, aggiungendo di non condividere l'ottimismo di alcuni sul fatto che si possa arrivare a un accordo entro la metà di dicembre. ''Conosciamo il comportamento della Turchia meglio dei nostri partner dell'Ue, sono 32 anni che abbiamo a che fare'' con Ankara, ha detto Lillikas, in riferimento al 1974, data dell'invasione del nord di Cipro da parte dell'esercito turco dopo un colpo di stato di ultranazionalisti che volevano l'unione con la Grecia. Da allora l'isola è divisa. ''Sappiamo come la Turchia onora i suoi impegni'', ha aggiunto. La Commissione europea ha lasciato aleggiare la minaccia di una sospensione dei negoziati di adesione della Turchia all'UE, annunciando che farà le ''raccomandazioni necessarie'' prima del Consiglio europeo del 14 e 15 dicembre, se la Turchia non rispetterà i suoi obblighi nei confronti di Cipro entro tale data. Bruxelles ha sottolineato che ''nessun progresso è stato fatto su alcun aspetto della normalizzazione delle relazioni bilaterali'' con Cipro e che ''il fallimento'' di Ankara nel conformarsi ai suoi obblighi avrebbe ''un effetto sul processo generale dei negoziati''. Nel luglio 2005, la Turchia ha firmato un protocollo che estende la sua unione doganale con l'UE ai dieci stati entrati nel blocco europeo nel 2004. Tuttavia, rifiuta di applicarlo ai ciprioti greci, nonostante facciano parte del gruppo. (Asca-Afp)
10.11.2006

 

"STRATEGICA PER LA NOSTRA SICUREZZA"

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Questo il pensiero di Emma Bonino, ministro delle Politiche europee e del Commercio internazionale, a proposito della necessità di portare la Turchia dentro l'Europa.

"Il desiderio di adesione all'UE è stato il motore del processo democratico nei Paesi dell'Est ed è il più grande incentivo alle riforme di Ankara che è pietra miliare della nostra sicurezza. E' sorprendente che l'Europa chiuda gli occhi di fronte all'alleanza strategica con la Turchia". Lo ha affermato in una intervista a <la Repubblica> il ministro delle Politiche europee e del commercio internazionale Emma Bonino riferendosi ai negoziati per l'adesione di Ankara all'Unione Europea.
"Iran, Iraq, Siria, terrorismo, Medio Oriente, problemi energetici - ha sottolineato Bonino - solo guardando a questi temi ci si accorge quanto sia importante la Turchia per la stabilizzazione e la sicurezza della regione a cavallo tra Europa e Medio oriente. Ankara può rappresentare per il mondo musulmano un modello di Paese islamico laico e democratico".
Sulle alternative all'Europa per Ankara, Bonino ha aggiunto che la Turchia "potrebbe creare un'alleanza nel Mar Nero con la Russia e con le Repubbliche del Caucaso. Ed è forte la richiesta degli integralisti islamici di un riavvicinamento al Pakistan. E' nostro interesse tenere la Turchia legata all'UE". "L'Europa aperta a questo Paese - ha concluso il ministro - è un messaggio per il mondo islamico che il Vecchio Continente non è una cittadella cristiana chiusa in se stessa". (Adnkronos)
10.11.2006

 

FRATTINI: "MERITA FIDUCIA"

Il vicepresidente della Commissione europea frena sulle ipotesi avanzate riguardo il rallentamento di Ankara nel cammino delle riforme.

Il vicepresidente della Commissione europea, Franco Frattini, frena sulle ipotesi avanzate negli ultimi giorni riguardo l'ingresso della Turchia in Europa: "Sarebbe pericoloso e controproducente sospendere il processo di adesione" e anche "una sospensione parziale del negoziato sarebbe un segnale negativo". Frattini lo ha detto a Bruxelles, in un incontro con i giornalisti italiani. Secondo il responsabile UE alla Giustizia è necessario invece "accompagnare il programma di riforme di Ankara" e "sostenere l'ala riformista che appoggia Recep Tayyip Erdogan sulla strada delle riforme sempre più avanzate, in particolare sulle libertà religiose e sulla libertà di espressione". Frattini si è anche detto d'accordo con il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, e con altri governi europei sul fatto che la Turchia meriti ancora "segnali di fiducia". (Agr)
10.11.2006

 

L'AVVERTIMENTO DELLA MERKEL

Il_Cancelliere_tedesco_Angela_Merkel

"Se la Turchia non attuerà il protocollo di Ankara - ha detto il Cancelliere tedesco - la situazione si farà molto seria".

Se la Turchia non attuerà il Protocollo di Ankara aprendo anche alle merci greco-cipriote i propri porti e aeroporti rischierà una ''situazione molto, molto seria''. E' l'avvertimento lanciato dal Cancelliere tedesco Angela Merkel, dal primo gennaio 2007 presidente di turno dell'Unione Europea, in un'intervista al quotidiano di Monaco di Baviera <Sueddeutsche Zeitung>. Dichiarazioni giunte alla vigilia della pubblicazione del rapporto della Commissione Europea sullo stato di avanzamento della Turchia, che è stato molto negativo. Proprio il rifiuto di Ankara di aprire porti e aeroporti ai greco-cipriota è il punto cruciale. Della questione doveva occuparsi un incontro organizzato dalla presidenza finlandese dell'UE tra le due parti di Cipro, la Grecia e la Turchia, che però è saltato. (Adnkronos-Aki)
10.11.2006

 

NESSUNA FORMA ALTERNATIVA

Massimo_D%27Alema

 

"Sarebbe un errore pensare in questo modo" ha spiegato il nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema in merito all'adesione della Turchia.

Il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, definisce ''un errore'' la possibilità di pensare ''a forme alternative di adesione completa'' della Turchia all'Unione Europea. Nel giorno in cui la commissione europea pubblica il rapporto sullo stato dei negoziati fra Ankara e Bruxelles, il titolare della Farnesina ribadisce poi l'appello ''a non fermare il cammino'' della Turchia verso l'Europa. ''Non nego ostacoli e resistenze - ha detto D'Alema, intervenendo insieme al collega di Ankara, Abdullah Gul, a un foro di dialogo italo-turco- ma sarebbe sbagliato considerare questo fenomeno come il segnale che si volta pagina. Sarebbe un errore aprire forme alternative all'adesione completa, non e' all'ordine del giorno e l'Italia si opporrà ad un passo indietro di questo tipo''. (Adnkronos)
10.11.2006



L'APPOGGIO DI ZAPATERO

Lo ribadirà domenica al premier turco Erdogan nel corso della sua visita di due giorni in Turchia. Nell'agenda una serie di questioni.

Il premier José Luis Zapatero ribadirà dopodomani, domenica, al Primo Ministro turco Recep Tayp Erdogan che la Spagna appoggia pienamente l'ingresso della Turchia nella UE, informano fonti governative, riferite dall'agenzia <Europa Press>. La visita ufficiale di Zapatero, il 12 e 13 novembre ad Istanbul, giunge pochi giorni dopo l'annuncio di una raccomandazione alla Turchia sui negoziati di adesione alla UE da parte della Commissione Europea. Madrid, sottolineano al riguardo le fonti, "ha sempre approvato l'ingresso della Turchia nelle istituzioni comunitarie" e riconosce che il governo di Erdogan sta compiendo "un grande sforzo" per approvare le riforme richieste per l'adesione, pur constatando "le difficoltà" create dalla irrisolta questione cipriota. La Commissione europea ha avvertito il Governo turco delle conseguenze che avrà sui negoziati di adesione la mancata esecuzione, entro dicembre, dei suoi obblighi rispetto a Cipro, soprattutto riguardo all'ammissione di navi e aerei ciprioti nei suoi porti ed aeroporti, come esige il Protocollo di Ankara. Nell'agenda della visita di Zapatero a Istanbul, i rapporti bilaterali e gli investimenti iberici in Turchia, con un incontro previsto per lunedì 13 fra una quarantina delle principali aziende spagnole e turche, organizzato dall'Unione delle Camere e Borse della Turchia, che sarà presieduto dai due premier. All'incontro saranno presenti anche il ministro dell'Industria, turismo e commercio spagnolo, Joan Clos e i vertici della Confederazione delle Camere di Commercio spagnole. Zapatero ed Erdogan faranno anche il punto sull'iniziativa dell'Alleanza di Civiltà, della quale si sono fatti promotori alle Nazioni Unite, in occasione della riunione del gruppo di Alto Livello prevista domani a Istanbul. Il rapporto su un anno di attività del gruppo per l'Alleanza di Civiltà sarà consegnato lunedì 13 nelle mani del segretario uscente delle Nazioni Unite, Kofi Annan, che lo presenterà alla comunità internazionale a fine anno a New York. (Denaro.it)
10.11.2006

QUELLO CHE VUOLE L'EUROPA

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Dichiarazione del presidente della Commissione europea Manuel Durao Barroso, a margine della presentazione del rapporto.

''L'Europa ha bisogno di una Turchia stabile, democratica e sempre più prospera, in pace con i suoi vicini, saldamente in cammino verso la modernizzazione e l'adozione di valori europei''. Lo dichiara il presidente della Commissione Europea Josè Manuel Durao Barroso, a margine della presentazione del rapporto sullo stato di avanzamento di Ankara. ''E' questa la ragione - prosegue il presidente - per cui abbiamo avviato negoziati di adesione con la Turchia. Tuttavia, la chiave per il successo di tale processo è che la Turchia continui le riforme con piena determinazione e adempia ai suoi obblighi''. (Adnkronos)
10.11.2006

 

FORO DI DIALOGO ITALO-TURCO

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Erano presenti - oltre ai ministri degli Esteri dei due Paesi - rispettivamente Massimo D'Alema e Abdullah Gul - l'ex titolare della Farnesina Renaro Ruggiero e il direttore di <Limes> Lucio Caracciolo.

Nel giorno in cui è stato diffuso a Bruxelles il rapporto della Commissione europea sullo stato dei negoziati tra Ankara ed UE si è tenuto a Roma il terzo Foro permanente di dialogo italo-turco al quale erano presenti i ministri degli Esteri dei due Paesi, Massimo D'Alema e Abdullah Gul.
Il Foro organizzato dalla rivista <Limes> con <Unicredit> ed il Centro Studi turco <Sam>, il cui titolo per quest'anno è stato 2Il 150 anniversario delle relazioni italo-turche, una visione comune per l'Europa", si è aperto con una relazione sui rapporti politici tra i due Paesi affidata all'ex ministro degli Esteri Renato Ruggiero, consigliere del presidente del Consiglio Romano Prodi sulla "Dichiarazione sul futuro dell'Europa", e alla presidente del gruppo di lavoro turco all'Assemblea parlamentare euromediterranea, Zeynep Karahan-Uslu.
La sessione dedicata ai rapporti economici, con particolare riferimento alle politiche energetiche, ha visto gli interventi di Alessandro Ortis, presidente dell'Autorità per l'energia ed il gas, di Mithat Lalkan, coordinatore turco per le questioni energetiche. Infine, delle relazioni socio-culturali hanno parlato Alessio Gorla, membro del Cda di <Rai cinema>, e Hanzade Dogan, membri del consiglio direttivo dell'associazione mondiale dei giornali.
Alla sessione plenaria, introdotta dal presidente di <Unicredit> Alessandro Profumo, sono intervenuti D'Alema e gul che poi - al temine dei loro discorsi - hanno tenuto una conferenza stampa congiunta.
Nel pomeriggio sono intervenuti il sindaco di Roma Walter Veltroni, il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni e il presidente del gruppo interparlamentare italo-turco Valentina Aprea. Le conclusioni sono state affidate a Egeman Bagis, consigliere di politica estera del premier turco Recep Tayip Erdogan, e a Lucio Caracciolo direttore di <Limes>. (
Adnkronos)
10.11.2006

 

UNO SPACCATO SULLA TURCHIA

Uno_spaccato_sulla_Turchia

 

Un articolo di Tiberio Graziani segnalatoci da un nostro affezionato lettore e che volentieri mettiamo in pagina, anche se molto lungo, per la ricchezza dei riferimenti storici e per la sua approfondita analisi..

Uno_spaccato_sulla_Turchia_2La questione, puntualmente posta dai mezzi di comunicazione ogniqualvolta si parla dell'allargamento (o integrazione) dell'UE, se la Turchia sia una nazione europea o asiatica, risente di un approccio dialettico e ideologico euro-centrico (o occidentale) che, privilegiando vuoi interpretazioni e rappresentazioni storiche di parte, vuoi specifici interessi economici, politici, militari o culturali, permette di dirimere la stessa, a seconda della convenienza, collocandola ora in Europa, ora in Asia.
In realtà, nel quadro di una corretta analisi geopolitica, tale questione non si pone affatto. Già la semplice considerazione - svincolata da ogni uso strumentale e ideologico delle rappresentazioni cartografiche - secondo la quale l'Europa è il prolungamento occidentale dell'Asia mentre, specularmente, l'Asia costituisce quello orientale dell'Europa, permette di far osservare che l'Asia Minore, seppur geologicamente asiatica, per posizione geografica è più vicina al Vecchio Continente che all'Asia propriamente detta. Essa costituisce, come evidenziato da Pierre Béharl, una penisola dell'Europa meridionale al pari di quella iberica, italiana o ellenica, anzi, per certi aspetti ne sarebbe, in riferimento alla massa eurasiatica, la "péninsule primordiales2. La prossimità geografica rispetto alla parte occidentale del continente eurasiatico e la particolare conformazione fisica della "quarta penisola europea" hanno permesso, da sempre, un continuo scambio tra le popolazioni dell'Europa sudorientale, del bacino mediterraneo, della penisola anatolica e quelle dell'Asia centrale. Inoltre, in relazione allo sviluppo della cultura europea che trae le sue origini anche da quella greca, è noto che
"il cuore dell 'Ellade fu, sin dalle origini, il mondo egeo" e che "i centri vitali furono prima sul litorale occidentale dell'Asia Minore, poi si irradiarono nella Grecia continentales3. Per il geografo libertario Élisée Reclus l'Anatolia è una terra dell'Asia incastonata in un litorale europeo, mentre per Grousset "1'Anatolie `incline' ses occupante vers l'Europe"4. L'enunciazione di Grousset ha il pregio, secondo Béhar, di indicare la grande legge geopolitica di questa parte del mondo.
L'Asia Minore è inoltre quel territorio che integra l'Europa propriamente detta, specificamente la parte centrale e sudorientale, alla massa continentale eurasiatica permettendole il collegamento con l'Oceano Indiano.
In riferimento a quel grande lago interno che è il Mediterraneo, l'Anatolia costituisce il corrispondente orientale della penisola iberica, con la quale, dal punto di vista strategico, controlla l'accesso a quello che fu definito mare nostrum. Ma la specularità e la corrispondenza tra i due guardiani del mare nostrum non è soltanto geografica, bensì anche culturale: come la cultura iberica (spagnola e portoghese) è espressione di una sintesi euromediterranea tra cultura europea e influenze orientali, parimenti quella della penisola anatolica è il risultato di una sintesi tra cultura asiatica e influenze dell'Europa mediterranea e slava.
Costanti geopolitiche
e vocazione imperiale

La "quarta penisola", ove attualmente si dispiega la Repubblica turca, è sempre stata, per la sua conformazione e posizione, un crocevia tra Europa, Asia e Africa e come tale ha svolto un ruolo geopolitico e geostrategico cruciale, di ponte o barriera, in tutte le epoche storiche, qualificandosi in particolare come luogo d'elezione (un vero pivot geografico), per la costruzione (o il contenimento) di grandi unità imperiali e, dopo la scomparsa dell'impero ottomano, anche imperialistiche.
Un rapido excursus storico, qui di seguito riportato, ci permette di precisare e contestualizzare, sinteticamente, la funzione di perno geografico assunto dalla penisola nelle varie epoche:
- nell'epoca delle grandi migrazioni la penisola anatolica è stata il centro prima del consolidamento ed in seguito dell'irradiamento del regno indoeuropeo degli Ittiti (1850 - 1200 a.C);
- nell'epoca dell'antica Grecia, costituita da Magna Grecia, Grecia peninsulare e Asia Minore, è principalmente attraverso il litorale anatolico - la sponda orientale degli Elleni - che si diffonde la cultura ionica nel bacino mediterraneo. Le grandi province anatoliche di Troade, Lidia, Caria, Frigia, Bitinia forniranno, a partire dal 1250 a.C., dopo la guerra achea contro Troia, cultura e risorse per l'egemonia ellenica nel Mediterraneo. L'Anatolia nord-occidentale sarà, in seguito, la sede del potente e ricco regno di Lidia che, governato dal re Creso (560 a.C.), ebbe, fino all'arrivo dei Persiani, il controllo di gran parte dell'Asia Minore;

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Pierre Béhar, Une géopolitique pour 1 Europe, éditions Desjonquères, Paris, 1992, p. 38.
2 Ibidem,
p.107.
3 Y. Chataigneau, J. Sion, Pays balkanique, in P. Vidal de La Bianche, L. Gallois (a cura di), Géographie universelle VII, 2, Paris, 1934, p.513, cit. in Pierre Béhar, Une géopolitique pour 1'Europe, éditions Desjonqueres, Paris, 1992.
4 René Grousset, Gorge Deniker, La face de 1 Asie, Paris, 1962, p. 58, cit. in Pierre Béhar, Une géopolitique pour 1 Europe, éditions Desjonquères, Paris, 1992.

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- nell'epoca del grande impero achemenide la penisola anatolica è per il Re dei Re Ciro (546 a.C.) prima e poi per Dario (512 a.C.) un ponte gettato sul Mediterraneo, che successivamente Alessandro il Bicorne (334 a.C.), nel tentativo imperiale di unificare l'Oriente e l'Occidente - reciso in Frigia il nodo di Gordio - attraverserà a ritroso per estendere il proprio dominio fmo alle acque del fiume Indo. Alla morte del Grande Macedone, gran parte della penisola sarà disputata tra la popolazione dei Galati, i regni pontico, seleucide, armeno e di Pergamo;
- nell'epoca dell'espansione dell'impero romano, l'Asia Minore sarà parzialmente acquisita da Roma, in seguito al lascito di Attalo re di Pergamo, nel 133 a. C., e pacificata per oltre tre secoli dalle sue legioni;
- nell'epoca della profonda ristrutturazione dell'impero romano, parte della penisola costituirà il territorio orientale dell'Impero bizantino (395-1453 d.C.). L'Anatolia orientale sarà invece dominata, fino all'arrivo della dinastia degli Ottomani (1299), da un altro potere, quello dei Selgiuchidi;
- nell'epoca delle unità geopolitiche europee è il centro dell'irradiazione dell'Impero ottomano (1299-1923);
- nell'epoca delle nazioni e degli imperialismi, la "quarta penisola", presidiata dagli Ottomani, costituirà, nell'ambito del "grand jeus5, una barriera contro la penetrazione imperialistica dei Francesi e degli Inglesi nel vicino Oriente, sarà inoltre una barriera per la Russia degli zar cui impedirà lo sbocco ai mari caldi;
- nell'epoca del sistema bipolare costituirà, a partire dell'adesione della repubblica turca all'Alleanza Atlantica (1952) fmo alla dissoluzione dell'URSS (1991), il baluardo sud-orientale dell'imperialismo anglo-americano in continuo confronto col colosso sovietico;
-nell'epoca dell'attuale sistema unipolare (1991-2004) costituisce, nell'ambito della geopolitica mondiale dell'imperialismo statunitense, il più importante tassello della "strategia del cerchio esterno" volta ad accerchiare e soffocare la Russia al fine di conquistare il cuore del mondo, l'heartland eurasiatico, come teorizzato dal geografo britannico Harfold Mackinder un secolo fa.
Ascesa e declino
di un impero

La dinastia ottomana viene fondata, sul finir del XIII secolo, da Osman6, capo di alcune popolazioni turcomanne che, spinte dalla pressione mongola, si erano stabilite, circa un secolo prima, nell'estremità nord-occidentale della penisola anatolica. Nel corso di un paio di secoli, le conquiste territoriali e l'assoggettamento delle popolazioni autoctone, effettuati dai discendenti di Osman in tre successive ondate, costituiscono una nuova entità geopolitica che si consolida ed amplia a spese di Bisanzio e di Venezia' (la Cartagine del quindicesimo secolo) fmo a raggiungere, con Solimano il Magnifico (1520-1566), il suo apogeo nel XVI secolo.
Tra il XVI e il XVII secolo, la Sublime Porta ha realizzato dunque il suo massimo dispiegamento territoriale,
articolandolo su tre continenti8, Asia, Europa e Africa, e su sei mari, Mar Adriatico, Mar Egeo, Mar Nero, Mar Caspio, Mar Rosso, Golfo Persico e Mar Mediterraneo.
Gli Ottomani, ponendo come baricentro della loro progressiva espansione la penisola anatolica - un altopiano quadrilatero che, secondo René Grousset
9, sembra riprodurre, in forma più moderata, la tettonica dell'Asia centrale, regione e "paesaggio" dei loro avi - ordinano, in un vasto e complesso sistema imperiale, le numerose e diverse, per etnia e cultura, popolazioni che incontrano sulla loro strada.
La grande capacità amministrativa e la notevole tolleranza esercitata verso i popoli10 e le nazioni inglobati nel nuovo edificio imperiale, ricordano la politica imperiale attuata da Roma, di cui la dinastia ottomana proclama, esplicitamente, di

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5 Tale periodo può situarsi cronologicamente tra il 1774 (trattato di Kiigiik-Kaynarca) e la fine del primo conflitto mondiale.
6 Othm
n in arabo. Per un approfondimento dei temi oggetto del presente capitolo, si veda Robert Mantran (a cura di), Storia dell Impero ottomano, Argo, Lecce, 2000.
Venezia nel quindicesimo secolo è una grande potenza navale. Essa detiene il monopolio dei commerci verso l'Oriente e le coste del Mar Nero ed esercita l'egemonia sulla zona dei Dardanelli. Si presenta, inoltre, benché repubblica laica, come la protettrice della Cristianità in Oriente. In quanto potenza marittima, per circa tre secoli, fmo al 1797, quando viene conquistata da Napoleone Bonaparte, Venezia si scontrerà con l'impero continentale ottomano cui contenderà il controllo del Mediterraneo e dell'Egeo e con quello austriaco per il controllo delle coste adriatiche.
8 In realtà, dal punto di vista della geografia fisica, l'Asia, l'Europa e l'Africa costituiscono una sola massa terrestre in quanto nessuna delle tre aree è completamente circondata dagli oceani. A tal proposito confronta le argomentazioni svolte da Jordis von Lohausen,
Les Empires et la puissance. La géopolitique aujourd'hui, Éditions du labyrinthe, Paris, 1996, pp. 280-282.
9 René Grousset, George Deniker, La Face de 1 Asie, Paris, 1962, pp. 57-58, cit. in Pierre Béhar, L'Autriche-Hongrie ideé d'avenir, éditions Desjonquères, Paris, 1991.
10 Se si esclude la pratica del "tributo di sangue", cui erano soggette, in particolare, le popolazioni balcaniche.
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di raccogliere l'eredità orientale. Anzi, a dire il vero, per alcuni aspetti la riattualizza e mantiene in vita, formalmente, fmo all'abolizione del sultanato (1 novembre 1922).
Da questo punto vista, quello cioè della continuità della funzione imperiale, la conquista di Costantinopoli (1453) non segna affatto la fine dell'Impero romano d'Oriente, bensì un cruento passaggio di testimone, una dolorosa translatio imperii. Proprio per rivendicare tale continuità, appena presa la città, il Sultano Mehmet II si fregia subito del titolo di qaysar-i-Rum, cioè di Cesare romano. Osserva Pierre Béharu che "certo, il nuovo Imperatore era musulmano. Ma questo tratto, mostruoso al sentimento dei cristiani, se ci si riflette, non ha nulla di sbalorditivo. Augusto [il fondatore dell'impero romano] non era cristiano. Se Carlomagno e poi Ottone il Grande in occidente, i basileis di Bisanzio in oriente, avevano potuto, in quanto cristiani, fregiarsi di una dignità fondata da un pagano, un musulmano, giunto il proprio turno, poteva fare altrettanto. [...] Che l'imperatore romano d'oriente non potesse essere musulmano - sottolinea Béhar - era un pregiudizio cristiano occidentale." Quando Mehmet II entra a cavallo a Santa Sofia e fa della Basilica ortodossa una moschea, si comporta esattamente come i cristiani che edificano le loro chiese sugli antichi templi pagani, con la differenza, qualitativamente importante, che il Qaysar-i-Rum riunisce, ricollegandosi così alla tradizione romana (seppur per il tramite di una fede diversa da quella degli antichi Padri, quella musulmana) il potere temporale e l'autorità spirituale, che la religione paolina aveva dissociati.
Nel XVII secolo l'Impero turco si estende, quindi, sulla Turchia e sui suoi prolungamenti meridionali, gli attuali Iraq, Siria, Libano e la penisola arabica; domina la regione del Caucaso fino al Mar Caspio; è egemone in Africa settentrionale, con i possedimenti di Egitto e di Algeria, mentre a nordovest si protende verso l'Europa centrorientale con il possesso dei Balcani, dell'Ungheria, della Boemia-Moravia, della Podolia, dell'Ucraina, e della Crimea.
Al termine del secolo però, col fallimento dell'assedio di Vienna (1683) e la perdita dell'Ungheria, della Transilvania e dell'Ucraina occidentale - eventi che porteranno, nel 1699, al trattato di Karlowitz12, stipulato tra la Sublime Porta e la coalizione europea13 -, inizia il lento e irrefrenabile declino dell'Impero creato dagli eredi di Osman, figlio di Ertogrul.
Nel corso del secolo successivo, lo stato ottomano perderà tutti i suoi territori europei, dalla Serbia alla Grecia, dal Regno di Romania alla Bulgaria e alla Bessarabia. Col trattato di Kiigiik-Kaynarca (21 luglio 1774), la Russia, oltre ad acquisire i territori tra il Dnepr e il Bug, diviene la protettrice della Chiesa greca e dei cristiani ortodossi dell'Impero ottomano. Gli Ottomani perdono, così, non solo significative porzioni del proprio territorio, ma soprattutto prestigio e controllo verso i propri sudditi. A rimarcare l'appena acquisito ruolo di paladina della cristianità ortodossa, Caterina II fa edificare una Chiesa ortodossa a Istanbul, la capitale dell'Impero della Sublime Porta.
La questione
d'Oriente

Il trattato di Kiigiik-Kaynarca, sebbene regoli per circa un decennio i rapporti tra Russi e Ottomani, inaugura, per la Russia, l'Austria, la Francia e la Gran Bretagna la complessa "questione d'Oriente". Nascono infatti, a partire da questa data, le linee direttrici di quella che sarà la penetrazione europea nel Vicino Oriente, la cui unità geopolitica è assicurata dagli Ottomani.
In questa partita ogni partecipante attua una propria strategia: la Russia, interessata ad aprirsi un varco versi i mari caldi per accrescere il proprio spazio vitale, scopre nel Turco il suo "nemico ereditario"; la Gran Bretagna, determinata a controllare le vie delle Indie e a proteggere i suoi interessi imperialistici nel Mediterraneo, nel Vicino Oriente e in India, inizia una sottile, variegata e ambigua diplomazia tesa a sobillare le popolazioni arabe contro il "giogo turco", contenere l'espansione russa verso gli stretti e, infine, arginare l'allargamento dell'Austria verso i Balcani proprio attraverso il governo ottomano; l'Austria, preoccupata della crescente influenza russa nell'Europa sud-orientale, si affretta a contendere al dominio della Sublime Porta i possedimenti balcanici. Nel gioco rientra, infine, anche la Francia. L'alleata tradizionale dell'Impero ottomano, desiderosa di estendere la propria politica mediterranea al Vicino Oriente, si interessa sempre di più ai paesi arabi appartenenti all'unità geopolitica costruita dalla dinastia ottomana. Così, le nazioni europee, pur perseguendo ognuna i propri interessi, contribuiscono congiuntamente all'annientamento dell'impero ottomano.
La "questione d'Oriente" che era in realtà una "questione dell'Occidente" come, provocatoriamente, nel 1922 il giovane storico Arnold Toynbee l'aveva ridefmita14, si protrarrà per più di un secolo, terminando sostanzialmente col trattato di Sèvres nell'agosto del 1920.

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11 Pierre Béhar, Une géopolitique pour l'Europa, éditions Desjonquères, Paris, 1992, p.148.
12 Col trattato di Karlowitz l'Austria acquisisce l'Ungheria, la Transilvania, la Croazia e la Slavonia. La Polonia ingloba la Podolia e l'Ucraina, mentre la Serenissima ottiene il Peloponneso. La Russia, invece, conserva il possesso di Azov sul Mar Nero.
13 La coalizione, nota come Lega Santa, venne istituita il 5 marzo 1684, a Linz, per iniziativa di Papa Innocenzo XI. Essa riuniva la repubblica veneziana, l'Austria e la Polonia. La Russia ne farà parte due anni più tardi.
14 Arnold J. Toynbee,
The Western Question in Greece and Turkey,
New York 1970.

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In questo lasso di tempo, la Porta, oltre a subire le mire espansionistiche degli Europei, deve anche affrontare i gravi problemi interni, relativi alla gestione dell'Impero e alle nascenti spinte autonomiste, alcune delle quali, peraltro, come nel caso della Grecia, ben viste e perfino sollecitate ed appoggiate dalla Gran Bretagna. A queste questioni interne, il sultano Mahmud II (il sultano infedele) tenterà di dare una risposta tramite l'attuazione di una vasta politica di riforme: le tanzimat15. Con le tanzimat (1839 -1878) inizia il primo processo di occidentalizzazione e modernizzazione dell'impero ottomano16. Questo processo, lungi dal rafforzare l'Impero, contribuirà, al contrario, a indebolirlo determinandone la frammentazione interna. Le riforme avviate da Mahmud II, infatti, sopprimendo le strutture intermedie, centralizzano e snaturano il potere imperiale irrigidendone il complesso e delicato meccanismo. E questo il periodo in cui le richieste di maggior autonomia vengono avanzate non solo su base nazionale (come, ad esempio, nel caso dei Greci, Serbi, Macedoni, Armeni, ecc.) ma anche su quella confessionale o etno-confessionale, come nel caso degli Ebrei". Per la prima volta nella storia dell'impero, infatti, anche i millet (comunità confessionali) avanzano richieste di autonomia.
E' da notare che la nuova
intellighenzia ottomana, portavoce dei particolarismi nazionali, recependo e assimilando le idee nazionaliste sorte dalla rivoluzione francese, veniva, in tal modo, conquistata da un vero e proprio colonialismo culturale che anticipa quello militare e politico di pochi anni dopo.
Sarà proprio sulla piattaforma ideologica di questo asservimento culturale e spirituale che nascerà, a Parigi, nel 1889 la
Società ottomana per l'unione e il progresso, l'organizzazione che esprime più compiutamente l'emergente movimento dei Giovani Turchi, il quale troverà motivo d'ispirazione anche nelle concezioni laiche, democratiche e nazionaliste dell'italiano Giuseppe Mazzini.
Prende piede per la prima volta, in termini dichiaratamente politici, l'idea della "nazione turca".
Il movimento dei Giovani Turchi deporrà, nel 1908, il sultano Abdul Hamid II e, presentandosi come nuova classe dirigente, imporrà una costituzione democratica.
Gran Bretagna e Germania:
vie di mare e di terra

Sono gli anni in cui, mentre la Porta subisce continue ed inarrestabili amputazioni territoriali e si ripiega su se stessa, un'altra potenza, la Gran Bretagna, facendo leva sul sea power, cerca di espandere il proprio dominio a discapito delle potenze continentali. Nel 1840, con la costruzione del porto militare di Malta, la Gran Bretagna inizia ad allestire quella vasta cintura di basi navali che, agli inizi del Novecento, si estenderà da Gibilterra a Hong Kong, passando per Malta, Cipro, Alessandria, il Golfo Persico, i porti indiani e Singapore. Il disegno talassocratico degli Inglesi, che si consoliderà con la presenza britannica a Suez, nel Kuwait, a Aden, a Simonstown (Città del Capo), nelle Mauritius, in India, a Trinconmalee (Ceylon) e a Pengang, incontra però, in quegli anni, due ostacoli: la Germania e la Russia. In particolare la Germania che, nel 1898, ottiene dal Sultano la concessione per la costruzione del tronco di ferrovia Istanbul-Baghdad, costituente parte di un progetto ferroviario che prevede il collegamento dell'Europa centrale (Berlino) con il Golfo Persico (Bassora) e con la Penisola arabica (Medina). L'ambizioso progetto, che riconferma, con strutture tecniche adeguate al tempo, la naturale funzione di ponte dell'Anatolia, non solo tra l'Europa e l'Asia, ma anche tra l'Europa centroccidentale e il Vicino Oriente e dunque l'Oceano Indiano, suscita le immediate proteste della Francia, della Russia e soprattutto della Gran Bretagna. Per

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15 Tanzimat, plurale del sostantivo arabo tanzim, "messa in ordine, riorganizzazione". A chi si diletta di comparazioni, non sfuggirà la similitudine con la perestrojka ("ristrutturazione") sovietica, preludio del crollo dell'URSS.
16 11 secondo processo di "modernizzazione" e "laicizzazione" dell'impero ottomano si ebbe tra il 1913 e il 1918, ad opera del Comitato per l'unione e il progresso (CUP).
17 "Nel XIX secolo anche gli ebrei, al pari dei greci e degli armeni, furono sottoposti al sistema del millet, le comunità protette che, in cambio di una tassa, avevano diritto a organizzarsi in modo autonomo sul piano delle leggi in materia di questioni religiose e di statuto personale. Gli ebrei divennero una millet sotto l'autorità del Hahambashi, il rabbino capo, stabilito e riconosciuto con decreto imperiale ottomano. Di fatto le comunità straniere e le minoranze confessionali sono state le protagoniste del cambiamento sociale e della modernizzazione della Turchia. In un elenco del 1912, compaiono i nomi di 40 banchieri attivi a Istanbul. Tra loro 12 erano greci, 12 armeni, 8 ebrei e 5 europei. Un analogo elenco di agenti di cambio comprende 18 greci, 6 ebrei, 5 armeni e neppure un turco. Il contributo culturale degli ebrei fu rilevante nella medicina, nel teatro e nella stampa. Furono probabilmente gli stampatori ebrei, che di fatto monopolizzavano il mercato a causa del divieto religioso a utilizzare i caratteri turchi e arabi, a stampare le prime copie del Corano in turco quando nel 1727 un firmano imperiale revocò tale divieto". Magdi Allam, L'islam e gli ebrei in Turchia. Attacco al modello ottomano, "Il Corriere della Sera", 16 novembre 2003. In realtà il primo stampatore del Corano in lingua turca non fu un ebreo, ma un ungherese musulmano, tale Ibrahim Mutafarriqa (Muteferriqe), cui nel 1727 "fu concesso il permesso di stampare libri nell'Impero ottomano", Storia universale Feltrinelli. L'Islamismo. II Dalla caduta di Costantinopoli ai nostri giorni, a cura di G. E. von Grunebaum, Feltrinelli, Milano 1972, p. 112. Si veda anche, a tal riguardo, Ettore Rossi, Letteratura turca, Casini, Roma 1957, pp. 449-450, che riporta . "In Turchia si cominciò a stampare opere in caratteri arabi soltanto nel 1729 per iniziativa di Ibrahim Mutafarriqa, un ungherese caduto prigioniero dei Turchi nel 1674 e fattosi musulmano. Era uomo di ingegno, istruito in gioventù in un collegio della terra nativa: conosceva anche il latino e aveva poi assimilato la cultura orientale (...) Il primo libro stampato fu un "dizionario arabo-turco" di Vanquli (...) Tra il 1729 e il 1745 (anno della morte di Ibrahim Mutafarriqa) furono stampate 17 opere specialmente di storia e di geografia
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Londra questa "via di terra", se costruita, costituirebbe, infatti, un serio intralcio alle sue mire espansionistiche in India, vanificherebbe il controllo che esercita nel Golfo Persico e nell'Oceano Indiano e, soprattutto, creerebbe una falla nella sua cintura di presidi navali, spina dorsale del suo Impero marittimo e mercantilistico.
Se a ciò aggiungiamo che proprio nel 1898 l'Ammiraglio tedesco Alfred von Tirpitz ottiene dal Kaiser il via libera per la costruzione di una flotta d'alto mare mirante a contendere il primato navale di Londra, e che la Germania inoltre, in pochi anni, attraverso una intelligente azione diplomatica è diventata, soprattutto, un affidabile interlocutore economico e commerciale ed in prospettiva un potenziale alleato militare dell'impero ottomano, si chiariscono alcune delle motivazioni che acuiranno gli attriti tra la Germania e la Gran Bretagna e condurranno allo scoppio della I Guerra mondiale.
La pretesa della Germania di contendere alla Gran Bretagna il primato navale sarà all'origine delle riflessioni di Halford J. Mackinder, il padre della geopolitica britannica cui si deve la formulazione della teoria dell'heartland. Riguardo alla posizione egemone della marina britannica, lo studioso inglese scrive che questa "era magnifica e lucrosa e sembrava così sicura che la gente della metà dell'epoca vittoriana considerava quasi nel naturale ordine delle cose che l'insulare Gran Bretagna dovesse dominare i maris18. A proposito invece del tentativo di von Tirpitz così l'illustre geopolitico si esprimeva alcuni anni dopo: "la mossa intrapresa dalla Germania significava che la nazione che già possedeva la più grande potenza terrestre organizzata e che occupava la posizione strategica centrale in Europa stava per dotarsi di una potenza navale sufficientemente forte da neutralizzare quella britannica"19
L'indebitamento
dell'Impero ottomano

Con la perdita di grandi porzioni del proprio spazio imperiale, la Porta subisce anche una importante breccia nel proprio sistema economico che, quantunque basato anche sugli scambi commerciali, è tuttavia in gran misura autosufficiente e, dunque, indipendente dall'economia internazionale. La pressione militare esercitata dalle nazioni europee e dalla Russia e il bisogno di nuove risorse economiche spingono Istanbul a ridefmire i propri accordi commerciali con il modo occidentale. Il 1838, con la ratifica del trattato anglo-ottomano concernente l'abrogazione dei monopoli ottomani e l'eliminazione degli alti dazi, segna una ulteriore ed irreversibile tappa del declino dell'impero. Con tale accordo l'economia della Sublime Porta entra nel vischioso sistema economico e fmanziario internazionale.. Gli effetti immediati furono la diminuzione della produzione del cotone a causa della concorrenza statunitense e una vera catastrofe per l'artigianato e la nascente e modesta industria, aggredite dalla dinamica concorrenza europea. Secondo lo storico Ira Lapidus20, il coinvolgimento nell'economia internazionale portò lo stato ottomano, con i primi prestiti del 1854, ad indebitarsi in maniera progressiva, tanto da essere costretta ad accettare, nel breve volgere di neanche tre interi decenni, nel 1882, un'amministrazione estera del debito, a causa dell'impossibilità di pagare gli onerosi interessi imposti dalle banche straniere. Il controllo estero sull'economia ottomana - un vero e proprio commissariamento della politica economica di Istanbul - mentre favorì la prosperità di Greci, Armeni, Ebrei e di altre minoranze attive nel commercio mondiale, non modificò, tuttavia, la distribuzione del potere politico al suo interno. Infatti, come riporta Lapidus, "le minoranze etniche non riuscirono a mettere in discussione la supremazia delle élite statali; il controllo della tassazione, i principali investimenti e il potere ideologico e militare rimasero appannaggio dell 'apparato ottomano. Alla vigilia della formazione della repubblica turca, soltanto le élite militari e amministrative determinarono il destino del regime"21.
Una nuova risorsa:
il petrolio

Nei primi anni del secolo XX gli interessi delle potenze imperialistiche europee nell'area del Vicino Oriente aumentano considerevolmente a causa non solo delle opportunità date dalla particolare posizione geografica per i collegamenti con l'Asia, l'India e con l'Oceano Indiano, ma anche per la scoperta dei giacimenti dell'oro nero fatta in Mesopotamia.
L'interesse per la nuova risorsa di energia, e dunque per l'accaparramento dei giacimenti ove essa si trova, si accresce notevolmente durante il primo conflitto mondiale, a motivo sia dell'accelerazione dello sviluppo industriale delle nazioni europee, impresso dalla guerra ormai sempre più "tecnologica", "moderna" e "totale", sia dell'importanza acquisita dai combustibili derivati dal petrolio nella conduzione della guerra stessa.
Per la realizzazione del tronco ferroviario Istanbul-Baghdad, la Deutche Bank, tramite una società appositamente costituita, il 5 marzo 1903 ottiene dal governo ottomano una concessione inclusiva di alcuni diritti minerari, limitati ad una fascia di 20 km su entrambi i lati dall'asse ferroviario, pari ad estensione di circa 500 kmq. Come noto la linea ferroviaria
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18 Halford Jolm Mackinder, Democratic Ideals and Reality. A Study in the Politics of Reconstruction, p. 56, Norton, New York 1962.
19 Halford John Mackinder, The Round World and the Winning of the Peace, in "Foreign Affairs", 21, July 1943. La versione italiana di questo articolo, a cura di Federica Jean, è stata pubblicata in "Limes, Rivista Italiana di geopolitica", 1, 1994, con il titolo Il mondo intero e come vincere la pace.
20 Ira M.Lapidus, Storia delle società islamiche, Einaudi, Torino 1995-2000, vol. III, vedi pp. 49-65.
21
Ibidem.
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non verrà costruita, ma i diritti minerari rimarranno ai Tedeschi, che, pochi anni dopo, nel 1911, li porteranno in dote alla Turkish Petroleum Company (Tpc), costituita su iniziativa di Kalouste Sarchis Gulbenkian (1886-1956), il facoltoso uomo d'affari armeno (noto come il "signor 5%" per i ricavi sui suoi traffici di petrolio), in base a un rapporto tecnico dal quale emergeva il notevole potenziale petrolifero dell'intera regione. Oltre Gulbenkian e la Deutsche Bank fecero parte della compagine societaria della Tcp anche l'Anglo-Saxon Petroleum (Royal Dutch-Shell) e l'Anglo-Persian Petroleum.
Appena un mese prima dello scoppio del primo conflitto mondiale, ed esattamente il 24 giugno 1914, il Sultano firmò un decreto che assegnava alla Tpc le concessioni petrolifere dei vilayet di Mossul, Kirkuk, Baghdad e Bassora. Nel corso del conflitto la Deutsche Bank sarà estromessa dalla società Tpc, e Londra sequestrerà, come "bottino di guerra", il 25% delle azioni da essa detenute.
Nel 1928 la Tpc si trasformerà nell'Iraq Petroleum Company (Ipc), il cui capitale azionario sarà suddiviso tra le società inglesi e anglo-olandesi, Anglo-Persian e Anglo-Saxon (cioè RD-Shell), la francese Compagnie Frangaise des Pétroles, e le americane Standard Oil of New Jersey e Standard Oil of New York.
L'ingresso delle società americane è un considerevole successo che gli Stati Uniti colgono dopo aver imposto la loro dottrina detta "della porta aperta", e rappresenta inoltre un primo tangibile effetto della intromissione dell'imperialismo americano nell'area mediterranea a seguito della loro partecipazione alla guerra intraeuropea del `14-'18.
La prima guerra mondiale:
spartizione dell'Impero
e creazione degli Stati artificiali

Nel corso del primo conflitto mondiale ed esattamente il 16 maggio del 1916 i governi di Londra e Parigi concludono un patto segreto noto come accordo Sykes-Picot, secondo il quale la Francia, dopo la sconfitta dell'Impero ottomano, avrebbe assunto una posizione predominante in Siria (all'epoca comprendente anche l'attuale Libano), nell'Anatolia meridionale e nella Mesopotamia settentrionale (comprendente le regioni petrolifere di Mossul e Kirkuk, oggi irachene). Alla Gran Bretagna sarebbero andati invece dei protettorati nel Golfo Persico, in Arabia, in Palestina, nella valle del Giordano e nella Mesopotamia meridionale (corrispondente all'attuale Iraq centrale e meridionale). L'accordo, benché reso pubblico dai rivoluzionari bolscevichi, fu adottato dalla Conferenza di Sanremo del 25 aprile 1920 e reso esecutivo, in agosto, dal trattato di Sèvres, che sancirà la spartizione dell'Impero ottomano in sfere di influenza franco-inglesi, e sarà all'origine di quel vero e proprio obbrobrio geopolitico costituito dalla successiva creazione delle "nazioni artificiali" di Iraq, Siria, Libano, Giordania, Arabia Saudita, e da ultimo Israele, senza alcun rispetto per la storia, la tradizione e la cultura delle popolazioni autoctone, in particolare quella curda e quella palestinese.
Una nazione dalle macerie
di un grande Impero

Al termine del conflitto, il quadro mondiale è completamente mutato. Le maggiori unità geopolitiche dell'epoca sono o scomparse, come gli imperi centrali e quello ottomano, o alle prese con un vasto e profondo processo di riorganizzazione interna, come nel caso della nuova Russia dei soviet. Gli unici e veri vincitori sono la Francia e l'Inghilterra, che si spartiscono, nel Vicino Oriente, i possedimenti dell'ex-impero ottomano, e gli Stati Uniti, che si sono inseriti nelle faccende europee.
In tale contesto si afferma, in Turchia, una nuova classe dirigente, costituita dalle elite militari e amministrative, guidata da Mustafa Kema122.
Mustafa Kemal, che più tardi rinuncerà al nome Mustafa, troppo islamico per un d6mne, e assumerà l'epiteto di Atatiirk ("Turco veneratoi23 o "Padre della nuova Turchia"), facendo leva sulla nuova "idea nazionale turca" riesce a mobilitare

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22 Mustafa Kemal (Salonicco 1881 - Istanbul 1938), entrato giovanissimo alla scuola militare di Salonicco, proseguì gli studi a Monastir e, in seguito, all'accademia di Istanbul, ove partecipò alla vita delle società segrete, d'ispirazione laica e massonica, contro il regime del sultano Abdul Hamid 11. Nominato capitano e inviato a Damasco, fondò nel 1905 il gruppo nazionalista turco Vatan ve Hiirriyet (Patria e libertà). Di nuovo a Salonicco, frequentò il Comitato Ittihad ti Terekki (Unione e progresso), espressione organizzativa dei Giovani Turchi, entrando in contatto con i suoi dirigenti. Conobbe, in particolare, il nazionalista Enver Pascià, fautore del panturchismo, col quale in seguito doveva entrare in conflitto. Dopo la campagna di Tripolitania contro gli Italiani (1911-1912), ricoprì l'incarico di addetto militare in Bulgaria. Nel corso della prima guerra mondiale si distinse nella difesa dei Dardanelli (1915), nelle campagne del Caucaso (1916) e di Palestina (1917). Rifiutandosi di accettare le clausole dell'armistizio di Moudros (30 ottobre 1918) entrò in contrasto col Sultano Mehmet VI e venne pertanto richiamato nella capitale. Nominato, tuttavia, ispettore delle truppe di Erzerum, (maggio 1919), convinse una parte dell'esercito a lottare per l'indipendenza del paese, minacciato di smembramento. Forte dell'appoggio dell'esercito, si oppose al governo centrale e organizzò i congressi nazionalisti di Erzerum e di Sivas, mobilitando attorno alla causa dell'indipendenza e dell'unità un numero crescente di personalità politiche e militari. Alla prima grande assemblea nazionale (23 aprile 1920), assunse la guida della lotta contro il governo di Istanbul e contro gli alleati. Sconfitto l'esercito greco (1922), fu proclamato Gazi (Vittorioso) dall'assemblea nazionale, e in novembre fece votare la soppressione del sultanato.
23 Robert Matran in La Turquie aujourd'hui (ouvrage dirigé par Oliver Roy), Universalis, 2004, p. 126.
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ampi strati della popolazione anatolica e frenare in parte il progetto di spartizione dell'altopiano tra Francia e Gran Bretagna.
Tra tutte le regioni dell'area, suddivise in protettorati o regimi fantoccio, tuttavia, solo la Turchia (cioè l'altopiano anatolico), grazie all'azione di Atatiirk e al forte spirito nazionalista dell'intera classe dirigente, emerge, al termine della Grande Guerra, come paese completamente indipendente, nonostante le considerevoli amputazioni territoriali.
La Turchia nel primo dopoguerra:
autonomia nazionale, occidentalizzazione
ed equilibrio regionale
Kemal_AtaturkA partire dalla sua fondazione (29 ottobre 1923) come Repubblica laica24, e fmo al 1945, la Turchia, concentrata nello sforzo di modernizzazione impostole da Ataturk, conduce una politica regionale tesa principalmente a consolidare lo stato nazionale turco entro il limes, indicato dallo stesso Ataturk (Anatolia e Tracia turca), comprendente l'Hatay turco - costituito dal vilayet di Iskenderum (Alessandretta) e Antahya (Antiochia) - e il vilayet di Mossul, e ad assumere e mantenere un ruolo di autonomia e di parità nei nuovi sistemi geopolitici venutisi a creare al termine del primo conflitto mondiale, ed in seguito ai rivolgimenti interni alle nazioni europee.
Mentre 1'Hatay, che il Trattato di Losanna (24 luglio 1923) aveva assegnato alla Siria sotto mandato francese, fu alla fine annesso alla Turchia (1939), l'azione di Atatuirk per acquisire il Kurdistan meridionale (vilayet di Mossul) non fu coronata da successo, a motivo sia del ruolo strategico della regione che della presenza di giacimenti petroliferi. Ricordiamo che le forze britanniche occuparono la regione di Mossul nel novembre del 1918, disattendendo l'armistizio di Moudros (30 ottobre 1918), appena firmato. La questione del vilayet di Mossul fu portata dinanzi alla Società delle Nazioni che, nel 1925, deliberò in favore della Gran Bretagna, riconoscendo tuttavia alla Turchia un diritto del 10% dei ricavi dei prodotti petroliferi per 25 anni. La giovane repubblica turca, in cerca di stabilità e di sostegno internazionale, finì pertanto per abbandonare le sue rivendicazioni.

La rivoluzione kemalista
ovvero l'occidentalizzazione forzata

Grazie anche all'appoggio di un governo guidato dal suo stretto collaboratore, già capo della delegazione turca ai negoziati di Losanna, Mustafa Ismet Iniinii25, Atatuirk avviò una radicale occidentalizzazione del paese, fondata sulla laicizzazione forzata dell'intera nazione. Le tappe di questo processo furono: abolizione del califfato; soppressione dei tribunali religiosi e delle scuole coraniche; soppressione degli ordini dei dervisci; eliminazione, nella costituzione, del riferimento all'Islam quale religione di stato; adozione dell'alfabeto latino; abolizione della poligamia; campagna per l'eliminazione delle parole di origine araba e persiana; adozione di norme per l'introduzione dell'abbigliamento europeo e campagna contro il velo femminile, sostituzione del calendario islamico con quello gregoriano, campagna contro il sistema onomastico tradizionale (nel 1934 l'uso del cognome fu reso obbligatorio e l'assemblea nazionale assegnò a Mustafa Kemal quello di Atatiirk). Venne infine riconosciuto il diritto di voto alle donne e furono introdotti codici di ispirazione europea per il diritto civile, penale e commerciale, sul modello rispettivamente francese, italiano e svizzero.
Il giacobinismo kemalista
e la questione delle minoranze

Le riforme kemaliste, basate sui sei principi fondamentali della repubblica (nazionalismo, laicismo, repubblicanesimo, populismo, statalismo, rivoluzione, alcuni peraltro già presenti nel programma dei Giovani Turchi), tendenti a rendere omogenea la popolazione, colpirono ogni espressione dell'identità etnica e culturale delle consistenti minoranze armena, greca e curda.
Durante il corso della guerra, la gran parte delle comunità armene e greche residenti nella penisola anatolica aveva intrapreso la strada dell'emigrazione, non solo a causa degli eventi bellici, ma anche, come nel caso degli armeni, a motivo delle deportazioni operate dal governo ottomano.
Al termine del conflitto, l'unica minoranza di una certa consistenza era sostanzialmente costituita dalla etnia curda.
Per quanto riguarda la questione armena, Atatiirk respinse il trattato di Sèvres, accettato dal sultano Mehmet VI, che imponeva la costituzione di uno stato armeno, e attuò, verso le comunità armene, una politica di discriminazione al fine di favorirne la totale emigrazione.
Alla proclamazione della repubblica, la questione della minoranza greca era stata, invece, già in parte risolta con la politica degli scambi di popolazione formalizzata il 30 gennaio 1923 con una apposita convenzione.

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24 La repubblica turca venne proclamata, il 29 ottobre 1923, dalla seconda assemblea nazionale, formata in maggioranza da rappresentanti del Partito del popolo (poi Partito repubblicano del popolo, Ciimhuriyet Halk Partisi), fondato da Atatiirk. La presidenza fu attribuita a Atatiirk che la mantenne fino al 1938, anno della sua scomparsa.
25 Mustafa Ismet Inònii (1884 - 1973). Primo ministro con Atatiirk, fu il secondo presidente della Turchia; divenuto capo dell'opposizione dopo il 1950, ritornò al potere col