ATTUALITA'
DATA
UFFICIOSA

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Il
nostro presidente del Consiglio Romano Prodi il 22 e 23 gennaio
sarà ad Ankara per incontrarsi con il premier turco Recep Tayyip
Erdogan. Più carte da giocare. |
E'
ufficiosa la data della visita del Presidente Romano Prodi ad Ankara, il
22-23 gennaio 2007, ma già si avanzano speculazioni su quelli che saranno
i temi da trattare ed il carattere delle discussioni con il Premier turco
Recep Tayyip Erdogan. Nonostante gli sforzi del Capo negoziatore - il ministro
Ali Babacan, di recente in visita in Italia - alcuni incontri con altri
capi di Governo europei, uno degli ultimi con il Cancelliere tedesco, sono
stati degli esercizi privi di sostanziali avanzamenti sugli scottanti
dossier dell'avvicinamento turco all'Unione Europea.
Da un lato vi è stata una recrudescenza dell'attività terroristica di
alcuni gruppi estremisti, con i rappresentanti dei curdi in Italia che
sostengono come dopo gli sforzi iniziali su scuole, bilinguismo e diritti
la situazione sia sostanzialmente ferma; dall'altro l'Armenia continua
a lanciare anatemi al riguardo del "genocidio degli armeni",
anche se questa sembrerebbe materia da essere deferita in toto ad apposite
commissioni di storici. Ora poi con il riconoscimento del Premio Nobel
allo scrittore turco Orhan Pamuk e con le recenti disposizioni legislative
francesi in materia di "negazione del genocidio" sembra di nuovo
ravvivarsi nell'Unione Europea un fronte antiturco. Di Cipro poi non si
cessa di discutere anche perché su questo punto la Turchia si mostra
vulnerabile, avendo sottoscritto dei trattati vincolanti all'epoca
dell'adesione all'Unione doganale, rafforzati ora dalle norme previste
dal recepimento dello acquis
communautaire.
Non sappiamo predire l'atteggiamento globale di Romano Prodi, a capo di
una coalizione che, per bocca dei suoi esponenti di maggior rilievo, si è
sempre detta a favore di un ingresso della Turchia nell'ambìto club
europeo. Molto dipenderà dallo stato generale delle cose italiche dopo il
travaglio della Legge finanziaria 2006, sicuramente dalla congiuntura
politica internazionale ivi compresi gli equilibri nelle nuove aree di
crisi, ed anche dalle risultanze del viaggio del Papa in terra turca.
Proprio quest'ultimo aspetto riveste una certa importanza: il Papa
infatti reca anche un cahier de doléances da presentare agli alti interlocutori turchi
con alcuni suoi aspetti fortemente sostenuti dall'Unione o comunque da
molti paesi aderenti alla Unione. E' noto che le confessioni religiose
non musulmane in Turchia attraversino notevoli difficoltà, compresa la
storica chiesa ortodossa. La esigua minoranza armena e la chiesa cattolica
versano in difficoltà finanziarie, sono imbrigliate dalle regole di uno
Stato laico sulla carta ma musulmano nei fatti, l'edilizia religiosa è
in una grave situazione per non parlare del problema delle vocazioni e
delle ordinazioni e dello stesso aspetto della sicurezza dei religiosi
cristiani. Prodi non è mai stato personalmente un grande amico della
Turchia, sia quando faceva il Premier negli anni '90, che come presidente
della Commissione europea. Anzi l'ultima visita ufficiale l'ha
compiuta in Turchia durante il suo primo Governo, all'epoca del premier
turco Mesut Yilmaz, che organizzo per lui una visita del Bosforo a bordo
della nave della marina turca legata al nome di Kemal Ataturk.
Scenario politico non dei
migliori - Si può certo argomentare che a Bruxelles dovesse diplomaticamente mediare
nella variegata costellazione di opinioni ed atteggiamenti dei Paesi
membri nei confronti della Turchia, ma si può ben dire che un vero
entusiasmo personale non lo abbia mai manifestato. Il suo Ministro degli
Esteri invece, nonostante il parziale scivolone costituito dall'affaire Ocalan e benché abbia messo paletti ben visibili in materia
di adesione, ha sempre sostenuto la validità strategica per l'Europa di
accogliere questo Stato a prevalenza musulmana, accogliendo
l'impostazione lungimirante sulla natura politica e non solo geografica
del progetto europeo.
Una carta da giocare sul versante economico è quella di accelerare la
collaborazione con la Turchia per la realizzazione del gasdotto Igi che
collegherà la Turchia all'Italia via la Grecia, soluzione che consentirà
di ridurre i costi di trasporto; inoltre potrebbero essere definitivamente
approvati maggiori investimenti infrastrutturali congiunti al riguardo
della penetrazione economica italiana nelle zone interne dell'Anatolia,
di cui l'area di Gaziantep costituisce già un utile paradigma.
Certamente lo scenario politico che si presenterà non sembra dei migliori
per una eventuale azione italiana, con la Francia in larga maggioranza
contraria alla Turchia (ma non il suo presidente), la Germania che non
nomina mai la parola adesione, l'Austria chiusa come non mai sul tema
Turchia, una presidenza tedesca che si mostrerà come il suo Cancelliere,
cioè debole, stretta tra i vincoli interni della grosse
Koalition e la necessità di rilanciare il progetto di Costituzione
Europea (il quale tra l'altro implica che dopo Romania e Bulgaria non
dovrebbe aver luogo un altro allargamento prima di avere una Carta
costituzionale condivisa ed accettata da tutti gli Stati membri): cosa
potrà inventare Prodi che non sia un mero riassunto dei soliti temi già
sviscerati in tanti diversi consessi, proprio lui sul quale anche in
questi giorni continuano ad addensarsi nubi fosche riguardanti il futuro
del suo Gabinetto? (Stefano Barocci)
28.10.2006
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ALLARGAMENTO,
POI....

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Poi
- ha detto il nostro ministro degli Esteri e vicepresidente del
Consiglio, Massimo D'Alema - una volta inglobate nell'UE Turchia e
Balcani - occorrerà dire basta. |
L'allargamento
europeo sarà completato solo quando saranno inclusi i Balcani occidentali
e la Turchia e a quel punto il processo dovrà fermarsi. E' l'opinione del
ministro degli Esteri Massimo D'Alema che nei giorni scorsi ha parlato di
Europa di fronte agli studenti dell'Istituto universitario Europeo di
Fiesole . Secondo D'Alema il processo di allargamento dell'Unione Europea
non è ancora completato e ''lo sarà solo quando avremo incluso
nell'Europa democratica non solo Romania e Bulgaria (nel gennaio 2007) ma
anche i Balcani occidentali e, in uno scenario successivo, più lungo, la
Turchia''. In particolare per quanto riguarda la Turchia, secondo il
titolare della Farnesina, ''si tratta di incoraggiare il consolidamento
democratico di un Paese musulmano che è anche un attore geo-politico
essenziale nell'area mediorientale. Ci vogliono tutte le condizioni
necessarie (a cominciare dal superamento del nodo di Cipro) e ci vorrà più
tempo. Ma dobbiamo avere chiaro, come Italia e come Europa, che la porta
deve restare aperta, perché è nei nostri interessi strategici''. Dopo
Balcani occidentali e Turchia, però, ''l'allargamento dovrebbe fermarsi
almeno per un futuro prevedibile. L'Europa dovrebbe invece sviluppare
politiche di vicinato più credibili, anzitutto verso la Russia, l'Ucraina
e lo spazio ex-sovietico, il Mediterraneo settentrionale''. Proprio sui
rapporti tra Europa e Russia, il titolare della Farnesina ha rilevato che
nel settore energetico tra Europa e Mosca ''siamo ancora lontani da regole
certe di cooperazione, soprattutto quando la Russia ambisce a entrare nel
settore di distribuzione europeo'' ribadendo la necessità di una
''politica energetica comune''. Nel futuro dell'Unione Europea, per il
ministro degli Esteri c'è una ''seconda occasione''. ''Lo stallo del
Trattato costituzionale - ha detto - ha generato una crisi evidente, ma ha
anche aumentato la consapevolezza della posta in gioco: l'Europa deve
pensarsi come attore strategico'', deve ''darsi necessariamente una
proiezione strategica esterna''. Per il vice-premier, infatti, ''l'Europa
dei primi anni '50 è stata rivolta all'interno e l'Europa dei prossimi 50
anni esisterà se esisterà all'esterno, se farà della sicurezza
internazionale, in aree e settori vitali per le nostre economie e società,
la sua priorita'''.
Quattro proposte
- Per promuovere un ruolo da ''attore internazionale''
dell'Europa, D'Alema ha avanzato quattro proposte: in primo luogo la
necessità di ''unificare la rappresentanza europea nel Fondo monetario
internazionale e nella Banca Mondiale'' perché ''abbiamo interesse a
farlo: una rappresentanza unita dell'Europa conterà comunque di più di
una rappresentanza nazionale frammentata''. Occorre poi ''usare in modo
europeo i seggi nazionali del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite''
e ''usare nella logica di una standing army delle Nazioni Unite la
Forza di reazione rapida europea, stabilendo anche nuove forme di
cooperazione tra UE, Nato e Onu''. Infine, secondo il titolare della
Farnesina, occorre ''sviluppare una vera politica europea dell'energia,
definendo un approccio comune dei Paesi consumatori europei nei confronti
dei maggiori produttori''. Nell'ottica di una maggiore proiezione
internazionale dell'UE, D'Alema legge ''come primo segno di risveglio la
risposta europea alla crisi libanese''. In questo quadro, D'Alema ha
ribadito l'importanza di istituzioni efficienti, riaffermando l'importanza
del Trattato costituzionale di Roma la cui essenza ''resta indispensabile.
Dobbiamo riprendere il processo già dalla presidenza tedesca del 2007 e
averne chiaro l'obiettivo: l'essenza del trattato di Roma va salvata''.
Tra i temi affrontati dal ministro degli Esteri nel suo intervento anche
la questione dell'identità europea. A questo proposito ha invitato a
respingere ''la tentazione di definire l'identità dell'Europa non su
valori condivisi, ma 'contro' qualcosa, in questo caso il mondo islamico''.
''L'identità europea - ha concluso - va definita su valori positivi
democratici, fra cui la capacità di integrazione e il rispetto delle
diversità, non su scelte negative di esclusione. Se scegliesse questa
seconda strada, l'Europa diventerebbe in realtà un epicentro dello
scontro di civiltà. Non abbiamo - ha concluso - nessun interesse a
favorire un esito del genere". (Asca)
28.10.2006
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SCONTRO
FINALE

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Mentre
attende la visita di Benedetto XVI, la Turchia si trova in bilico
fra Occidente e Islam. Il Paese è lacerato dalle tensioni fra laici
e religiosi. Il braccio di ferro vede in prima fila i militari, che
accusano il premier Erdogan di "cripto-integralismo". Un articolo
di Pino Buongiorno su <Panorama>.
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Palazzo
Cancaya è la roccaforte del laicismo turco. Qui vive da sei anni il
presidente Ahmet Necdet Sezer, già al vertice della Corte costituzionale.
Il sontuoso edificio ospita spesso i Capi di Stato e di Governo stranieri.
Nel corso dell'ultimo incontro con il cancelliere tedesco Angela Merkel,
il presidente turco ha sforato i tempi del rigido protocollo prolungando i
colloqui fino al tardo pomeriggio.
Voleva capire le vere intenzioni della Germania sull'ingresso della
Turchia nell'Unione Europea. Apriti cielo! Il ministro dell'Economia e
capo negoziatore con la UE, Ali Babacan, uno dei più influenti
rappresentanti del partito di Governo Akp (partito della giustizia e dello
sviluppo, di matrice islamica), presente all'incontro, ha protestato:
Merkel era attesa dal premier Recep Tayyp Erdogan a Istanbul per l'iftar,
la cena all'imbrunire che spezza il digiuno durante il ramadan.
Diventato paonazzo, il presidente ha ammonito Babacan a non interferire più,
soprattutto per questioni di puro galateo islamico. È uno dei più
eclatanti episodi andato in scena su tutte le tv turche, che mostra quanto
sia acuta la tensione fra laici e religiosi in un Paese in cui il 99 per
cento dei 73 milioni di abitanti è di fede musulmana.
Di più: un terzo di questa fetta di popolazione sta vivendo un revival
religioso e, per certi aspetti, integralista, simile a quello di molte
società del Medio Oriente. È qui che la rabbia popolare per le vignette
satiriche danesi è sfociata nell'omicidio del missionario italiano Andrea
Santoro.
Ed è qui che la visita di Papa Ratzinger, dal 28 novembre al 1°
dicembre, è preceduta dalla pubblicazione di un thriller, diventato
subito best-seller e intitolato L'attentato al Papa. Chi ucciderà
Benedetto XVI a Istanbul?
Qualche giorno prima della visita di Angela Merkel, era toccato ai
generali alzare la voce per bocca del nuovo Capo di Stato Maggiore delle
Forze Armate Yasar Büyükanit, ufficiale che da sempre disdegna il Governo
a guida islamica di Erdogan, da lui considerato "cripto-integralista".
Una sorta di pronunciamento
- "La Turchia è minacciata dal fondamentalismo" ha tuonato,
anch'egli in diretta tv, mentre il primo ministro si trovava alla Casa
Bianca. Büyükanit ha messo in secondo piano perfino il nemico storico,
il separatismo curdo. A ruota sono intervenuti, con regia accurata, tutt'e
quattro i capi delle Forze Armate, di terra, di aria, della marina e della
gendarmeria.
Un vero pronunciamento che ha messo i brividi, non fosse altro perché per
tre volte, dalla fine della presidenza di Atatürk, i militari sono andati
al potere, seppure brevemente, con colpi di stato, per impedire che la
Turchia abbracciasse la sharia.
Siamo alla vigilia di un altro golpe? "No, il pericolo vero è quando
i militari non parlano" sorride Yusuf Kanli, direttore del primo
quotidiano in lingua inglese, il <Turkish Daily News>.
Erdogan e i suoi ministri non l'hanno affatto presa bene, sostenendo che
"il fondamentalismo non esiste in Turchia".
Ma, ben sapendo come potrebbero reagire i vertici delle forze armate, non
hanno neanche protestato più di tanto.
"La verità è che questo scambio di opinioni non andrebbe fatto in
pubblico, ma nelle sedi più appropriate del Consiglio di sicurezza
nazionale" minimizza con <Panorama> Zeynep Karahan Uslu,
esponente di spicco del gruppo parlamentare dell'Akp (356 seggi su 550).
"Varie ricerche demoscopiche rivelano che la stragrande maggioranza
dei turchi non ha alcuna nostalgia per lo stato religioso. Questo
desiderio riguarda solo fasce marginali della popolazione".
Tre appuntamenti decisivi
- Il braccio di ferro si aggraverà nell'imminenza di tre appuntamenti
decisivi. Prima il controverso pellegrinaggio del Papa. Poi le elezioni
presidenziali del maggio 2007. E, a novembre, il rinnovo del Parlamento.
Alla fine di "questa lunga fase di transizione", come la
definisce Yusuf Kanli, ci sarà o una democrazia migliore di quella
attuale o l'oscurantismo religioso.
"Aspettiamo il Pontefice e lo accoglieremo con grande rispetto"
assicura la deputatessa Karahan Uslu. Ma è un fatto che nessun viaggio
papale sarà accompagnato da misure di sicurezza così imponenti a seguito
delle minacce dei gruppi nazionalisti e islamisti, Al Qaeda in prima fila.
Dopo questo banco di prova sulla tenuta del governo, inizierà la campagna
per l'elezione del presidente.
"Erdogan muore dalla voglia di candidarsi" giura il noto
editorialista Murat Yetkin. "Per scongiurarlo i militari sono scesi
in campo. Non vogliono un islamico al potere, che farebbe saltare i
delicati equilibri fra laici e religiosi". Ancora più cruciali le
elezioni politiche.
Dal novembre 2002 la Turchia è guidata da un Governo monocolore dell'Akp.
L'opposizione in parlamento è affidata a una pattuglia di deputati del
Chp, lo storico Partito repubblicano del popolo, fondato da Atatürk,
d'ispirazione socialdemocratica e laica.
Gli ultimi sondaggi danno il partito di Erdogan in calo, dal 34.5 al 26
per cento. Il premier sarebbe stato abbandonato da quei sostenitori, non
necessariamente islamici, che l'avevano appoggiato per protesta contro i
vecchi partiti corrotti e inconcludenti.
Molti consensi sarebbero passati al Chp e al partito di destra
Madrepatria, che potrebbe entrare in Parlamento. "Il trend
anti Erdogan è irreversibile" ritiene Onur Oymen, vice-presidente
del Partito repubblicano del popolo. "Molti che hanno votato per l'Akp
non vogliono l'islamizzazione della Turchia".
Ma è davvero così preoccupante la penetrazione dell'Islam politico? Il
premier continua a ripetere che il suo non è un partito islamico, ma una
sorta di democrazia cristiana, sul modello di quella italiana o tedesca,
applicata ai musulmani: movimento conservatore, democratico e non
fondamentalista, e soprattutto filo-europeo. Erdogan vanta i maggiori
successi sul fronte economico. Dal 2004 il Pil cresce a ritmi del 6-7 per
cento annuo.
L'inflazione, che teneva lontani gli investitori stranieri, è scesa al 9
per cento nel 2005 dopo il pauroso 80 per cento degli anni Novanta. Le
linee guida del Fondo monetario sono state seguite alla lettera. Solo la
disoccupazione resta alta. Per il resto si può dire che oggi il clima
economico è favorevole e le imprese straniere (fra cui 500 italiane)
fanno buoni affari.
Il velo islamico
- I critici mostrano l'altra faccia della medaglia: il tentativo degli
ambienti islamici di infiltrare la scuola, l'amministrazione pubblica, la
polizia. "Nonostante la professione di moderazione e filoeuropeismo,
Erdogan ha un'agenda precisa: all'ultimo punto c'è la sharia"
accusa l'ambasciatore Murat Bilhan, che ha appena fondato un centro di
studi strategici all'Università Kultur di Istanbul.
Non è così convinto Elhan Ozay, professore dell'Università statale di
Istanbul, una delle istituzioni del diritto amministrativo turco: "La
minaccia islamista è vera, ma non è né grave né imminente"
spiega. "Di concreto c'è solo la tentazione di dare l'assalto alla
laicità dello Stato".
Gli esempi più vistosi sono stati i tentativi di introdurre il velo
islamico nei luoghi pubblici e di approvare una normativa per consentire
l'accesso a licei e università agli studenti provenienti dalle scuole
coraniche per imam (iniziative bloccate dal consiglio di stato e dal
presidente Sezer, dopodiché, per reazione, un alto magistrato è stato
assassinato).
Ma Erdogan ha varato un provvedimento che consente alle fondazioni
religiose straniere l'acquisto di beni immobili in Turchia: un modo per
favorire la presenza di Milli Gorus (Visione nazionale), fondazione
integralista sospettata di finanziare il terrorismo islamico.
"Per dare qualche contentino ai religiosi, Erdogan ha finito per
litigare con le università, con i militari, con i grandi imprenditori e
con l'ordine giudiziario", spiega Ozay. "Di qui il suo recente
nervosismo. La verità è che entrambi i contendenti, laici e religiosi,
esagerano nelle accuse reciproche e nei sospetti. Ma il rischio della
deriva islamica può essere combattuto solo consentendo alla Turchia
l'ingresso nell'Unione Europea". (Pino Buongiorno/Panorama)
28.10.2006
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RISCHI
DI UN TRAUMA

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Le
preoccupazioni del presidente della Commissione europea Josè Manuel
Barroso per la Turchia che non avrebbe ottemperato a tutti gli
impegni. |
Il
presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso non la
vede molto bene per la Turchia. "Mi dipiasce dirlo - ha affermato nel
corso di una intervista rilasciata al giornalista Giuseppe Sarcina per il
<Corriere della Sera> (edizione del 26/10/2006) - ma le cose vanno
male. A tutt'oggi non vedo i progressi che mi sarei aspettato.
Speriamo che la presidenza finlandese riesca ad evitare uno stop nelle
trattative. ma, sinceramente, sono preoccupato".
28.10.2006
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DERIVA
NAZIONALISTA
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Questo
il rischio in cui potrebbe ritrovarsi la Turchia - Paese islamico ma
moderatamente acceso - se l'UE le sbattesse la porta in faccia. Un
rischio da non correre. |
Man mano che si avvicina il prossimo
8 novembre, giorno in cui la Commissione europea presenterà la propria
relazione annuale sull'andamento del processo di riforme in Turchia,
sembrano moltiplicarsi i dubbi e le perplessità che dall'inizio
accompagnano il cammino di Ankara verso l'UE. Al continuo ribadire, da
parte dei funzionari dell'Unione europea, della natura "aperta"
delle trattative in corso fra Bruxelles e la Mezzaluna - talmente
"aperta" da consentire al limite anche una "chiusura"
in corso d'opera - fa eco la preoccupazione se non l'irritazione delle
autorità e dell'opinione pubblica della Turchia, secondo cui la
"prudenza" europea nasce in realtà da pregiudizi di natura
ideologica.
La stampa internazionale, dal canto suo, s'interroga sulle eventuali
conseguenze di un mancato matrimonio fra Bruxelles e Ankara, accreditando
l'idea di una Turchia pronta a cadere - per contrappasso - nella morsa
dell'estremismo islamico. Lettura che tuttavia rischia di essere più
adeguata ai timori occidentali che non alla realtà del Paese della
Mezzaluna. "Non credo che un rifiuto da parte dell'Unione europea
possa avere in Turchia una ricaduta in termini di recrudescenza del
fondamentalismo islamico - spiega Massimo Campanini, docente di Storia
contemporanea dell'Islam e dei Paesi arabi all'Università Orientale di
Napoli, rispondendo alle domande del <Velino> -. Nel senso che i
partiti islamici turchi oggi al potere sono molto moderati, e da un punto
di vista religioso sono portatori di esigenze minime. Il rischio, semmai,
sarebbe piuttosto quello di un ritorno del nazionalismo turco. Il
nazionalismo infatti è un fattore che ha tradizionalmente svolto un ruolo
molto importante nel forgiare l'identità della Turchia; e nel caso
l'Europa sbattesse la porta in faccia ad Ankara, ciò potrebbe tradursi più
in un bisogno di rivalsa dell'identità turca che di quella
islamica".
Islamismo annacquato -
Anche la Turchia, al pari di molti altri paesi islamici, registra da
alcuni decenni a questa parte un ritorno di massa alle istanze religiose.
Fenomeno che, per quanto riguarda il paese della Mezzaluna, è databile
fra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta, quando si
assiste a un indebolimento del laicismo introdotto da Mustafa Kemal
Ataturk e successivamente a un ritorno autorizzato dei simboli religiosi.
"Quello del premier Recep Tayyip Erdogan è però un partito islamico
molto annacquato - riprende il docente universitario -. Si potrebbe dire,
per fare un esempio, che Giustizia e Sviluppo (il partito del premier, ndr)
è islamico quanto l'Udc è un partito cattolico. Se però l'UE chiudesse
all'Udc, anche in un momento in cui il partito fosse al Governo, ciò non
comporterebbe una rivolta armata in Italia da parte dei militanti
cattolici". Non bisogna poi dimenticare l'importante ruolo di
controllo svolto in Turchia dall'esercito, istituzione tradizionalmente
laica. "I militari però - continua Campanini - continuano a essere
fortemente nazionalisti: un fallimento delle trattative con Bruxelles
comporterebbe quindi, come minimo, una caduta di Erdogan, che sulla
scommessa europea ha puntato molto.
Naturalmente posso solo avanzare delle ipotesi: ma, considerate così le
cose, più che a una avanzata delle correnti islamiche radicali potrei
pensare a un ritorno del nazionalismo turco, anche per quanto riguarda i
rapporti con le minoranze etniche. E se cadesse Erdogan, non penserei a un
ritorno al potere di un partito islamico, quanto all'avvento di un partito
maggiormente nazionalista". Un altro punto essenziale nel dibattito
sull'entrata della Turchia nell'Unione europea riguarda la funzione di
"ponte" che Ankara potrebbe svolgere fra il mondo islamico e il
Vecchio continente. "In termini teorici - spiega Campanini - la
possibilità di svolgere questo ruolo costituisce una speranza coltivata
dalla stessa Ankara. Nel senso che la Turchia è un Paese formalmente
islamico, dove al momento è al potere un partito che fa riferimento
all'Islam. È chiaro quindi che la Turchia ambisca ad assumersi questo
compito, ed è anche probabile che Ankara abbia alcune carte diplomatiche
da giocare in questa prospettiva".
Preoccupazioni per il
Kurdistan - Tuttavia, avverte lo studioso, ci sono alcuni punti da tenere presenti:
"In primo luogo, il fatto che il mondo arabo e il mondo turco si sono
sempre guardati in cagnesco. Difficilmente quindi il primo sarà disposto
a firmare un assegno in bianco ad Ankara, come rappresentante dell'Islam
di fronte all'Europa. Al contrario è probabile che altri paesi islamici
del mondo arabo, dotati di un certo peso - come l'Egitto, il Marocco, la
Tunisia - possano preferire candidare se stessi per questo ruolo piuttosto
che delegare il tutto alla Turchia. Ammesso quindi che la Turchia riesca a
entrare nell'UE ciò potrebbe crearle dei problemi con altri paesi
dell'area". Problemi che potrebbero essere alimentati anche
dall'alleanza che la Turchia ha stretto da anni con Israele. "E
quindi - commenta Campanini - o la Turchia si impegna a risolvere la
questione palestinese, mettendo a rischio l'alleanza con Israele; oppure
e' difficile che il mondo arabo-musulmano accetti di farsi rappresentare
da Ankara sulla scena europea. Problema che tra l'altro riguarda più le
opinioni pubbliche che i governi. Se questi sono infatti sempre pronti a
chiudere un occhio, le popolazioni sono invece furibonde per quanto da
decenni accade in Palestina". La situazione politica di Ankara, del
resto, risente anche dello svolgimento delle vicende irachene.
"Allo stato attuale delle cose - conclude Campanini - è tutt'altro
che irrealistico pensare a una prossima frantumazione dell'Iraq. Potrebbe
nascere uno Stato federale diviso in tre componenti: sciita, sunnita e
curda. Oppure potrebbe fallire anche l'ipotesi federale, con tre
staterelli indipendenti al posto del vecchio Stato iracheno. Uno scenario
che potrebbe tornare comodo a Washington e anche a Teheran, visto che gli
iraniani potrebbero essere tentati di fagocitare il sud del paese, vale a
dire la parte abitata dagli sciiti. Ad Ankara però la cosa sta già
suscitando gravi preoccupazioni: un Kurdistan iracheno autonomo darebbe
nuovo slancio alle istanze autonomiste dei curdi in Turchia. E cosa
potrebbe fare Ankara, visto che non può in ogni caso permettersi di
assecondare il movimento indipendentista?". (Paolo Petrillo-Il
Velino/Il legno storto)
28.10.2006
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NESSUNA MINACCIA

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Intervista con il presidente del Parlamento Europeo,
Josep Borrell. L'UE non è un club cristiano e con la Turchia dentro
l'Europa avrebbe più peso politico.
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- Presidente Josep Borrell,
l'assegnazione del Nobel a Orhan Pamuk e l'approvazione, a Parigi, della
legge sul genocidio armeno sollevano un quesito: la Turchia deve entrare
in Europa perché va integrata o perché è la Turchia?
"Sono vere tutte e due le cose, e certo un'Europa con la Turchia
svilupperebbe il dialogo con l'Islam e avrebbe un peso geo-politico più
incisivo. Tuttavia non dimentichiamo che sono in corso negoziati il cui
risultato è un'incognita. La trattativa sarà costellata di difficoltà.
Penso soltanto al cosiddetto protocollo di Ankara che prevede l'apertura
di porti e aeroporti turchi a navi e aerei ciprioti: non sappiamo neppure
se questo problema molto concreto potrà davvero essere risolto, anche se
lo speriamo. Vorrei ricordare inoltre che il Parlamento europeo ha votato
una risoluzione estremamente critica sul processo negoziale, registrando
pochi progressi e sottolineando le difficoltà".
- Con una Turchia di 100 milioni di abitanti fra 10 anni "non ci
sarà alcuna possibilità di un'Europa integrata", come teme il francese
Sarkozy?
"Il timore principale delle nostre opinioni pubbliche nasce dal fatto che
la stragrande maggioranza della popolazione turca è di religione
islamica. Un dato di fatto che non va trascurato ma non deve essere
considerato una minaccia: se la Turchia rispetterà i criteri che le
vengono richiesti non ci sarà nulla da temere. L'Europa non è un club
cristiano, e la Turchia è un Paese laico".
- Qual è l'identità europea, allora?
"'identità europea va costruita su valori condivisi: democrazia,
diritti umani, protezione dell'ambiente, tutela sociale, parità uomo e
donna. E' questo a rappresentare l'identità europea, non la storia che
anzi ci contrappone. E la costruzione di un'identità politica europea
serve a superare la storia".
- C'è chi teme però che l'eventuale ingresso della Turchia
metterebbe a rischio la stessa dimensione politica europea.
"E perché? Già oggi non tutti i membri dell'Unione hanno la stessa
volontà di integrazione politica".
Tornando alla legge francese sul genocidio armeno, non crede che
rappresenti una voluta minaccia all'ingresso della Turchia?
"Quella legge non è ancora legge, deve passare al Senato".
- Un recentissimo saggio del sociologo tedesco Peter Hahne
riprende in chiave europea alcuni concetti che Oriana Fallaci riferiva
all'Occidente: l'Europa, di fronte all'avanzare dell'islamismo, non
reagisce ma svende i suoi valori fondanti e perde la propria identità.
Non crede che recenti avvenimenti confermino che il modello interculturale
è in profonda crisi, in Europa?
"Nonostante le difficoltà che tutti conosciamo, confrontarsi con la
diversità rappresenta una delle caratteristiche dell'identità europea.
Non si può immaginare un'Europa monoculturale. Anche per una ragione
molto concreta: saremo obbligati ad accogliere un numero sempre crescente
di immigrati per colmare il gap demografico, la società europea dovrà
per forza diventare multi-culturale. I rischi di conflitti legati a questo
processo richiedono piuttosto lo sviluppo di sistemi di integrazione
sociale che consentano la realizzazione concreta del multi-culturalismo, e
prima di tutto il confronto con l'Islam all'interno e all'esterno delle
proprie frontiere. E', questa, una delle grandi sfide politiche che ci
attendono".
- Con queste premesse, dove finisce l'Europa?
"Nessuno può e vuole lanciarsi nell'esercizio politico di tracciare le
frontiere dell'Europa. Di certo, però, avviando le trattative con la
Turchia l'Europa ha rinunciato a uno dei criteri oggettivi, quello
geografico. E' altrettanto vero che l'opinione pubblica chiede una pausa:
prima di eventuali nuovi allargamenti bisogna pensare all'integrazione.
L'Europa si è ampliata molto più rapidamente di quanto sia riuscita ad
integrarsi: ha più massa che velocità".
- Proprio per superare queste difficoltà non servirebbe una
robusta opera di ingegneria costituzionale che rafforzasse istituzioni e
regole europee?
"La necessità delle riforme è quella che in spagnolo chiamiamo "asignatura
pendiente", una materia in cui si è rimandati a settembre. Già il
trattato di Maastricht del '93 ne prevedeva ma non sono mai state fatte.
Oggi c'è una vera urgenza: non si può fare una buona politica senza
buone istituzioni, ma queste non crescono sugli alberi. Spero in proposte
concrete della futura presidenza tedesca". (Emanuele Novazio/La
Stampa web)
28.10.2006
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POCA
FIDUCIA

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Non ne
hanno - nei confronti della Turchia - due turchi su tre. Un
sondaggio pubblicato dal quotidiano <Hurriyet>. Mal vista la
Francia. |
Due turchi
su tre affermano di non avere fiducia nell'Unione Europea, secondo un
sondaggio pubblicato dal quotidiano turco <Milliyet>. Nel 2004, il
67.,5% aveva risposto affermativamente alla domanda "La Turchia deve
assolutamente entrare nell'UE?" Oggi il 32.2% ha risposto, al
sondaggio <A&G> (su 2.408 persone), di ritenere lontana questa
eventualità, il 25.6% ha detto di essere contrario e il 33% si è detto
indifferente. Il 78.1% degli interrogati non ha fiducia nell'Unione
Europea.
Il sondaggio pubblico ha indicato che la Francia è fra i Paesi verso i
quali i turchi hanno meno fiducia. Per il 76.1 degli intervistati, la
Francia non è un Paese amico, così come la Grecia (78.1%) e gli Stati
Uniti (78.5%). (da Ansa-Afp)
28.10.2006
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SEI SU DIECI NON
LA VOGLIONO
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Sondaggio
della <radioRmc> francese per sapere quanti francesi sono
favorevoli all'ingresso di Ankara nell'UE. |
Quasi sei francesi su dieci si
oppongono all'entrata della Turchia nell'UE . A indicarlo un sondaggio
condotto dalla LH2 per la <radioRMC>. Il 58% degli intervistati è
contrario alla membership di Ankara, a favore un esiguo 28%. Il
dato è in linea con un sondaggio di giugno dell'Eurobarometro: l'ostilità
verso i turchi era al 55%. Nove gli stati più scettici dei francesi:
l'Austria (81%) e la Germania (69%).(Asca-Afp)
28.10.2006
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UN DIALOGO TRA
SORDI

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I
colloqui ad Ankara tra il Cancelliere tedesco Angela Merkel ed il
premier turco Recep Tayyip Erdogan sulla questione Cipro non sono
andati più in là di uno scambio di formalità. |
La disputa sull'apertura di porti
ed aeroporti turchi a navi ed aerei provenienti da Cipro, Stato membro
dell'Unione Europea, ha contrassegnato la prima visita del Cancelliere
tedesco, Signora Angela Merkel, ad Ankara. Si è fatto cenno ad una
soluzione di compromesso che verrebbe presentata dalla Presidenza
semestrale finnica, ma non sono stati forniti dettagli in merito, anche se
fonti di Bruxelles alluderebbero all'apertura al commercio
internazionale di un porto turco-cipriota. Questo consentirebbe al Governo
turco di sostenere internamente la fattibilità dell'apertura di porti
ai vettori di uomini e merci greco-ciprioti.
La Signora Merkel, cui sono stati tributati i consueti onori militari, ha
incontrato il Premier Recep Tayyip Erdogan ed il presidente Ahmet Necdet
Sezer, il cui mandato sarà in scadenza nel corso del 2007. La Signora
Merkel ha voluto ribadire la centralità della questione del
riconoscimento di Cipro per il successivo positivo svolgimento dei
negoziati di adesione della Turchia, citando i cosiddetti protocolli di
Ankara che pongono, a questo fine, la data limite del dicembre 2006. Il
Premier turco ha ribadito l'esigenza che sia posta preliminarmente fine
all'embargo internazionale che ha fatto della Cipro turca un "malato
contagioso".
In un discorso tenuto ad Istanbul, in concomitanza della visita del
Cancelliere tedesco, Erdogan ha ribadito l'importanza primaria
attribuita all'accesso della Turchia all'Unione Europea ed ha altresì
sottolineato l'esigenza di una migliore integrazione della comunità
turca in Germania, forte di circa 2.5 milioni di individui, lodando gli
sforzi in questo senso del Governo tedesco.
Il Cancelliere ed il Premier turco hanno preso parte ad un tradizionale Ifta,
il pasto serale che rompe il digiuno del Ramadan, durante il quale il
leader turco ha ribadito i temi noti dell'utilità dell'integrazione
europea della Turchia, dell'inserimento di uno Stato prevalentemente
musulmano a fianco di Stati di tradizione cristiana, rompendo millenarie
preclusioni mentali in questo senso. Ha continuato sostenendo che, come
nella Nato, anche all'interno dell'Unione il suo Paese potrebbe dare
ulteriori contributi alla pacificazione e stabilizzazione dell'intera
area mediorientale.
La Signora Merkel si è ripetutamente pronunciata a favore di un dialogo
tra le culture e di un avvicinamento della Turchia all'Unione Europea
senza mai però nominare un accesso diretto nel club dei 25.
A tratti è sembrato un dialogo tra sordi!
Al Premier turco non è rimasto che concludere come sia auspicabile un
cambiamento di mentalità sul tema dei rapporti tra gli anatolici e gli
europei, dimenticando come il suo proprio partito sia caratterizzato da
un'indescrivibile doppiezza nel volere da un lato collocare la Turchia
nel contesto dei paesi europei e dall'altro spingere i vari tasti di un
ritorno ad un sistema ed un regime islamico neanche tanto velato! (Ste.Bar.)
28.10.2006
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PROBLEMATICHE
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Conferenza
a Milano - organizzata dal Cipmo - sull'ingresso di Ankara
nell'Unione Europea. |
La
conoscenza del punto di vista turco delle problematiche connesse con
l'eventuale ingresso della Turchia nell'Unione Europea: questo il tema
principale che è stato affrontato mercoledì scorso 25 ottobre a Milano
presso la Fondazione Carialo.
All'iniziativa - organizzata dal Cipmo (Centro Italiano per la Pace in
Medio Oriente) - ha partecipato Cagri Erhan, direttore del Centro Studi
sull'Europa dell'Università di Ankara. Ad affiancarlo c'erano quattro
professori della facoltà di Giurisprudenza della cattolica di Milano:
Massimo Condinanzi professore di Diritto dell'UE, Silvio Ferrari
professore di Diritto canonico, Valerio Onida professore di Giustizia
costituzionale e Antonio Padoa Schioppa professore di Storia del Diritto
medioevale e moderno. (da Apcom)
28.10.2006
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LA
RIVALSA

|
Il
Parlamento turco sta preparando una legge sui crimini commessi dai soldati
francesi durante l'occupazione coloniale in Algeria. La questione
Algeria. |
It is not
clear just what kind of official retaliatory move Turkey will take after
the French National Assembly adopted a bill on Thursday that would make it
a crime to deny that Turks committed an Armenian genocide during World War
I.
The Turkish Parliament Justice Sub-committee launched studies about a law
proposal that would make it a crime to deny that France committed genocide
in Algeria.
Members of the committee listened to Turkish History Society President
Professor Yusuf Halacoglu and officials from the foreign ministry in their
first meeting.
Professor Halacoglu provided historical information to the committee about
Armenian violence in Turkey.
Halacoglu claimed that Armenians were freer than Turks during Ottoman
times, recalling that Armenian citizens did not have to perform compulsory
military service until 1876.
The commission will reportedly not accept the proposal that would make it
a crime to deny that France committed genocide in Algeria.
Instead of enacting the law, the Turkish Parliament will prepare a text in
which Turkey's practices in the field of human rights and freedoms will
be explained.
The commission members decided that the Turkish History Society and the
Foreign Ministry should conduct a detailed study on the Armenian genocide
allegations.
The history of countries that officially recognize an Armenian genocide
will also be examined in this context to see whether such cases occurred
in their own past.
The study will explain the circumstances under which Turkey decided to
deport Armenians in 1915.
The commission members will discuss reports to come from the Turkish
History Society and Foreign Ministry in their second meeting. (Fatih
Atik)
28.10.2006
|
UN
LEGGE CHE NON HA SENSO
|
Il
pensiero del Sottosegretario per l'Europa del Dipartimento di Stato
Usa, Dan Fried, sul voto dell'Assemblea Nazionale francese. |
"Una
legge che criminalizza la discussione non embra avere alcun senso".
E' quanto ha affermato il Sottosegretario per l'Europa del Dipartimento di
Stato Usa, Dan Fried, in un incontro con la stampa a Bruxelles riguardo al
voto dell'Assemblea nazionale francese sul genocidio armeno.
"Noi vogliamo incoraggiare la Turchia e l'Armenia a guardare
apertamente" alla questione, ha spiegato Fried, riconoscendo che da
parte turca ci sono state delle aperture sul dialogo con gli armeni. Per
questo il Sottosegretario Isa ha invitato la Francia "a non assumere
una posizione che renderebbe più difficile quel dialogo" e ha
definito "corrette" le parole del presidente francese Jacques
Chirac che ha preso le distanze dall'iniziativa parlamentare promossa
dall'opposizione socialista
Per quanto riguarda la posizione americana, Fried ha riferito che
"gli usa hanno ripetutamente denunviato questi terribili
eventi", dall'altra Washington no ha mai usato la parola
"genocidio" in riferimento a quanto accaduto durante la prima
Guerra Mondiale. (Apcom)
28.10.2006
|
CULTURA
FRANCESE AL BANDO
|
Il
voto in Francia sul genocidio armeno potrebbe avere ripercussioni su
un boicottaggio sia dei prodotti radio-televisivi sia nell'acquisto
di libri Made in France. |
E adesso
il boicottaggio contro i prodotti francesi scoppiato dopo l'approvazione
da parte dell'Assemblea Nazionale della legge che prevede condanne per chi
nega il genocidio armeno potrebbe allargarsi anche alla cultura.
Il presidente del consiglio di amministrazione della <Radio e
Televisione turca> (Rtuk), Saban Sevinp, ha detto: "La quota di
mercato francese all'interno dei nostri mercati è di circa il 10%. Ci
sono cartoni animati, film e serie tv. La radio e le televisioni
dovrebbero decidere di non mandarle più i onda".
E ha annunciato che la <Radio e Televisione turca> provvederanno
quanto prima a farlo, aggiungendo che il boicottaggio potrebbe essere
esteso anche ai libri. Fra le prime vittime a cadere ci potrebbero essere
tanto Victor Hugo, autore de "I miserabili", che è uno dei
libri più venduti in Turchia che Iacques Brel uno degli chansonnier più
amati nel Paese della Mezzaluna. (Apcom)
28.10.2006
|
LA CONDANNA DELL'ASSEMBLEA
NAZIONALE
|
L'Assemblea
Nazionale turca all'unanimità ha preso posizione contro il progetto
di legge francese che considera reato disconoscere il genocidio
armeno. |
Il Parlamento turco ha approvato, al termine
agli inizi della settimana di una seduta speciale, una dichiarazione che condanna il
voto dei deputati francesi su un progetto di legge che prevede sanzioni
per chi nega il genocidio armeno nel 1915.
"Il popolo turco non deve vergognarsi della sua storia", si
legge nel testo, secondo cui l'atteggiamento dell'assemblea francese
"lascerà ferite aperte nelle relazioni politiche, economiche e
militari tra Francia e Turchia". Il documento, approvato da tutti i
partiti, dice anche che l'Armenia pagherà un "duro prezzo" per
aver esercitato attività di lobbying in Francia e in altri paesi contro
la Turchia, anche se non spiega cosa questo possa significare.
Molto critico anche il ministro degli Esteri turco Abdullah Gül, secondo
il quale la proposta di legge francese viola il principio della libertà
d'espressione e porta "un colpo severo alle relazioni
franco-turche". Il Governo di Ankara ha promesso di contrastare il
progetto di legge nelle corti internazionali se dovesse essere approvato
in modo definitivo. (Ticin@nline)
28.10.2006
|
LA FRANCIA NON VUOLE
ROMPERE
|
Il
portavoce del ministero degli Esteri, Jena-Baptoste Mattei, ha
affermato che il Governo di Parigi non è favorevole al testo votato
dalla Camera sulla questione armena. |
La Francia ha ricordato il suo
attaccamento al ''dialogo'' e ai ''legami di amicizia'' con la Turchia,
dopo che ieri il Parlamento turco ha denunciato l'approvazione da parte
dei deputati francesi di un testo sul genocidio degli armeni nel 1915,
sotto l'impero ottomano. ''Siamo molto legati al dialogo con la Turchia,
così come ai legami di amicizia e di cooperazione che ci uniscono a
questo Paese, che noi desideriamo continuare a sviluppare'', ha dichiarato
il portavoce del ministero degli Esteri Jena-Baptiste Mattei. Il ministro
degli Esteri turco Abdullah Gul aveva affermato davanti ai parlamentari
che l'adozione da parte dei deputati francesi della proposta di legge che
punisce la negazione del genocidio armeno ''ha portato un duro colpo alle
relazioni turco-francesi''. Mattei ha da parte sua ricordato che il Governo
francese non è favorevole al testo e che ''trarrà profitto da ciascuna
tappa (del processo legislativo - ndr) per continuare a far
conoscere la sua posizione su questa proposta, che non gli sembra
necessaria e la cui opportunità è discutibile''. Per entrare in vIgore,
il testo deve infatti avere ancora l'avallo del Senato. (Asca-Afp)
28.10.2006
|
ATTACCHI
HACKER CONTRO
LA FRANCIA

|
Colpito
nei giorni scorso da pirati informatici il sito dell'Ordine dei
giornalisti italiani a Roma. Guastatori in opera dalla Turchia.
|
"Ci siamo impossessati del
vostro sistema. Noi siamo i guardiani della Turchia e dell'Islam".
Questa la frase che campeggia all'apertura del sito dell'Ordine dei
giornalisti italiani. Nei giorni scorsi il sito è stato
"governato" da alcuni hacker che si sono proclamati difensori
dell'Islam e attaccano in maniera violenta la Francia.
Una volta aperto il sito dell'Ordine la home-page è stata
"catturata" dall'indirizzo http://makara.kayyo.com/h/.
Su questa si legge "Francia! Come puoi dimenticare il genocidio
commesso da voi in Algeria e come osate accusare la Turchia con le vostre
menzogne. Voi siete gli onesti che avete voluto la guerra. Ecco la guerra.
Noi saremo la vostra sciagura. Ehi voi, voi non siete i nostri nemici, non
abbiamo niente contro di voi. Ma questa è una cyber guerra. Voi non siete
i proprietari di questa guerra. Ci dispiace. La nostra intenzione non è
scassinarvi, ma vogliamo che alcuni politici francesi - conclude il
messaggio - ci ascoltino e vedano la verità".
L'attacco sulla rete è stato una controffensiva alla legge varata
dall'Assemblea nazionale francese che punisce penalmente chi nega il
genocidio degli armeni in Turchia. L'obiettivo degli hacker è stato
quello di richiamare l'attenzione contro il colonialismo francese in
Algeria.
La scelta del sito dell'Ordine è casuale, ma l'attacco preoccupa chi
dovrebbe garantire la sicurezza della rete internet. Apparentemente
sembrerebbe opera di hacker professionisti. Sarà ora la polizia postale,
alla quale è già stata sporta denuncia, a fare le necessarie verifiche.
(Rainew.24)
28.10.2006
|
"NON
VOGLIAMO IL PAPA"

|
Alcuni
striscioni con questa scritta - come documenta una foto scattata da
un giornalista dell' <Ap> - sono apparsi in vari punti di
Istanbul. |
Il 28
novembre il Pontefice giungerà ad Ankara per incontrarsi con il
presidente della Repubblica turca, Ahmet Necdet Sezer, con il Primo
Ministro Recep Tayyip Erdogan, con il direttore del Dipartimento Affari
religiosi Ali Bardokoglu e con il Corpo diplomatico al completo. Il
viaggio proseguirà poi per Smirne, dove il Santo Padre visiterà non
lontano da Efeso la casa della Madonna, ed infine per Istanbul ultima
tappa - forse la più importante - dedicata agli incontri sia con i
patriarcato ortodosso ed armeno, rispettivamente Bartolomeos I e Mesop II,
sia il Gran Rabbino e il Gran Muffi. Un viaggio importante. Un viaggio
però che lascia molte incognite perché, se è vero che il Santo Padre
arriverà in Turchia - non tanto come capo della Chiesa cattolica quanto
umile fratello cristiano - con le migliori intenzioni di ricucire
eventuali strappi tra diverse fedi, è altrettanto vero che qualcuno nella
terra di Ataturk fa di tutto per tenere accesa la miccia del rancore e
dell'ostracismo più irriducibile nei confronti di Benedetto XVI. Ne sono
una palese una riprova gli striscioni attaccati in molte parti di Istanbul
riportanti la scritta "Non vogliamo il Papa". Già il gesto di
per sè è grave, ma ancora più grave - e sintomatico di una situazione
per nulla sicura dal punto di vista della salvaguardia della vita del
Pontefice - è il fatto che gli striscioni (le foto sono Osman Orsal di
<Ap>, ndr) non siano stati tolti. Qualcuno forse vuole che Benedetto
XVI li legga bene. Non c'è da aggiungere altro. (Turchia
Oggi)
28.10.2006
|
16 MILA AGENTI
PER PROTEGGERE
BENEDETTO XVI

|
Il
Pontefice nei quattro giorni in Turchia si sposterà all'interno
delle città con una macchina blindata. Altre due identiche faranno
parte del corteo. |
Un'automobile blindata per
Benedetto XVI ed altre due, identiche, faranno parte del corteo per gli
spostamenti del Papa in Turchia: è una delle misure di sicurezza rese
note dal Direttorato generale di sicurezza di Ankara che ha annunciato di
aver adottato per la presenza papale un piano di protezione di "Tipo
A", lo stesso usato in occasione della visita di Bush.
Elaborato insieme con i servizi di intelligence (Mit) e la Gendarmeria, il
piano si occupa della sicurezza di Benedetto XVI fin dal suo ingresso
nello spazio aereo turco. Gli F-16 dell'aviazione scorteranno l'aereo
papale, con una misura che è insieme di protezione e di accoglienza.
Al momento dell'atterraggio dell'aereo, il traffico verrà bloccato
nell'intera zona. Unità speciali di polizia e tiratori scelti saranno
dislocati lungo i percorsi degli spostamenti papali.
Durante i quattro giorni della presenza del Papa (dal 28 novembre al primo
dicembre) saranno 7mila gli agenti mobilitati ad Ankara e 9mila ad
Istanbul: il Direttorato ha annunciato che in quei giorni non sarà
concessa alcuna licenza.
La mobilitazione, oltre che garantire la sicurezza di Benedetto XVI, vuole
anche prevenire proteste motivate con le parole della "lectio" di
Regensburg, che a settembre hanno provocato contestazioni di piazza. La
polizia ha avvertito che eventuali manifestazioni saranno vietate anche
nelle province non visitate dal Papa. (AsiaNews.it)
28.10.2006
|
EDIZIONE
IN TURCO
DELLA SINTESI
DEL CATECHISMO
|
Sarà
pubblicata a cura dell'<Aiuto alla Chiesa che soffre>.
L'iniziativa annunciata da mons. Luigi Padovese. |
Un'edizione
in turco di una sintesi del Catechismo della Chiesa cattolica, intitolata
"Io credo", sarà pubblicata in occasione della visita di
Benedetto XVI a cura dell'<Aiuto alla Chiesa che soffre>.
L'iniziativa, riferisce <AsiaNews>, è stata annunciata a margine di
un incontro a Koenisberg in Germania con mons. Luigi Padovese, vicario
apostolico per l'Anatolia. (da Ansa)
28.10.2006
|
"AL
PONTEFICE VORREI DIRE...."

|
Intervista
della rivista <Grazia> alla scrittrice turca Elif Shafak.
L'importanza di una visita e dell'incontro del Papa con gli
esponenti di religioni diverse. |
Il 28
novembre Benedetto XVI andrà in Turchia, cuore europeo dell'islam. Elif
Shafak, la scrittrice turca incriminata per le sue dichiarazioni politiche
ed accusata di oltraggio all'identità turca, racconta in una intervista a
<Grazia> come è il suo Paese e da quali divisioni è lacerato.
"Mi piacerebbe dire al Papa di non cadere in generalizzazioni
sull'Islam: è estremamente pericoloso. Il mondo musulmano non è un
blocco monolitico come si pensa in Occidente. E' importante cogliere le
differenze".
Ad esempio, "vorrei ricordargli che c'è anche un cammino Sufi,
mistico dell'Islam, che è basato sull'amore. Gli direi anche che nel mio
Paese c'è uno scontro di pensiero, tra democratici e i nazionalisti. La
Turchia è spaccata: da una parte c'è chi vuole che il Paese entri in
Europa, che diventi una società aperta; e dall'altra ci sono quelli che
vogliono mantenere la Turchia isolata, xenofoba e nazionalista: una
società chiusa".
Secondo la Shafak, "è proprio perché le cose si stanno muovendo
verso l'apertura e la democrazia che i reazionari seminano sempre più
panico e violenza": Quanto all'arrivo del Papa in Turchia, "è
molto importante, così come la sua decisione di incontrare i massimi
esponenti di diverse religioni e culture...". (da Adnkronos)
28.10.2006
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PRIMUS
INTER PARES

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Carico
di significati l'incontro tra il Pontefice Benedetto XVI ed il
Patriarca ortodosso di Istanbul Bartolomeo I. Un momento di forte
ecumenismo. |
Il Patriarca
ortodosso di Istanbul, Bartolomeo I, si accinge ad incontrare, verso la
fine di novembre, Papa Benedetto XVI. Questo incontro è carico di
significati ecumenici: è noto che il Patriarca è impegnato da tempo, con
coraggio e perseveranza, a favore di un riavvicinamento delle chiese
cristiane.
Ma
chi è Bartolomeo I e come svolge la sua attività in terra turca?
Nel
quartiere fanariota della megalopoli turca, dove una volta si trovava la
comunità greca più potente d'oriente, il Patriarca Ecumenico vive in
un monastero di origine bizantina circondato da alte mura in quella che è ancora una enclave
della ortodossia greca in terra turca. Questo uomo colto e gentile
accoglie gli ospiti porgendo caffè e dolci delizie , rivolgendosi a loro
spesso nella lingua degli ospiti, parla infatti correntemente sei lingue
tra cui il turco, l'italiano ed il tedesco.
Egli si considera un primus inter pares tra i vescovi della chiesa
ortodossa universale che dalle Americhe ad Alessandria conta circa 300
milioni di fedeli.
Tuttavia non governa uno Stato della Chiesa come comunemente si intende
nel diritto internazionale parlando del Vaticano, né l'anziano
religioso dalla barba bianca e lucente lo desidera, a dispetto di quello
che gli rimproverano i nazionalisti turchi. Il sospetto, ed un malcelato
senso di sfiducia, arriva anche da Ankara che lo considera come il capo
religioso di una comunità di circa duemila fedeli presenti in Turchia,
dislocati prevalentemente a ridosso delle coste e d'intorno al Bosforo.
Nelle sedi governative non amano sentire la seconda parte del titolo
"ecumenico", che gli spetta da oltre 1500 anni. La sua autorità emana
dalla durata stessa della presenza del Patriarcato in terra ottomana prima
e turca poi, attraverso vicende non sempre del tutto tranquille, seguendo
la tradizione della Chiesa cristiana d'Oriente scandita attraverso i
secoli: nel 1204, le crociate cattoliche, nel 1453 la conquista della città
da parte dei turchi Osmanli, gli Ottomani secondo la dizione italiana, poi
la dura separazione a seguito della costituzione della Repubblica turca
all'indomani della prima guerra mondiale.
Quest'uomo incorpora in sé la storia millenaria di questa città, che
una volta è stata un baricentro importante negli assi mondiali dei
commerci, del potere politico e della potenza sui mari e sulle terre.
Secondo la Costituzione repubblicana egli è un cittadino turco
appartenente alla fede greco-ortodossa. I suoi studi in Germania, a
Monaco, ed in Italia, a Roma, oltre al Seminario ortodosso nell'isola di
Halki, nel Mar di Marmara, gli hanno conferito profondità di fede, ma
anche grande capacità di valutare il pensiero ed i sentimenti dei vicini
nella fede e nel senso della contiguità geografica.
La richiesta di nuove chiese
- Il Patriarca ha un buon rapporto con le Autorità turche della città di
Istanbul e con quelle del Governo di Ankara. L'attuale Primo Ministro,
Recep Tayyip Erdogan, era stato Sindaco della metropoli posta su due
continenti ed aveva avuto contatti frequenti con la guida religiosa
ortodossa. Quest'ultimo però si sente, per così dire, un po'
ingabbiato: durante la recente visita di monsignor Rino Fisichella, ordinario
del Parlamento italiano, sono stati evidenziati problemi essenziali
relativi alla vita delle comunità religiose cristiane. Difficoltà che si
materializzano nella costruzione di nuove chiese e nel restauro e
manutenzione di quelle, poche, già esistenti. I religiosi non possono
mostrare segni esteriori della loro vita religiosa, così le suore
italiane ad Izmir debbono uscire in borghese. Non è che si sia in
presenza in terra turca di uno stabile e disteso colloquio tra la
confessione religiosa maggioritaria, la musulmana, e quelle cristiane
molteplici e variegate. Ricordiamo che ad Istanbul risiede anche il
metropolita armeno, fatto di notevole importanza visto che tra Armenia
e Turchia le frontiere sono chiuse, e non solo quelle fisiche: ogni
possibilità di dialogo e comunicazione assume su questo sfondo una
fondamentale importanza.
Lo Stato è laico ma
questo Governo turco non è laico. Inoltre episodi di violenza non sono
mancati e sono culminati nell'uccisione, alcuni mesi fa, di un sacerdote
italiano. Lo stesso Seminario dell'isola di Halki, ci ricorda
l'anziano Patriarca, è chiuso da anni e questo è uno degli argomenti
che Bartolomeo I affronterà con il Papa cattolico forte del sostegno
dell'Unione Europea che ne chiede la riapertura. Inoltre, e questo è
oggettivamente più grave, lo stesso Patriarca non può ordinare nuovi
preti ortodossi attingendo a cittadini turchi: come dire che i nuovi
pastori dovrebbero venire da fuori, e naturalmente chiedere il permesso
per vivere ed operare in terra turca.
Il
Patriarca sostiene lealmente in ogni occasione e ad ogni livello politico
l'adesione della Turchia all'Unione Europea. Bartolomeo I, che nasce
con il nome borghese di Dimitrios Archondonis su una piccola isola egea
passata nel 1923 a seguito del Trattato di Losanna alla sovranità turca,
teme soprattutto che la sua comunità possa estinguersi, così come
l'immenso patrimonio plurisecolare che la caratterizza. A 66 anni non è
neanche il più anziano nel Patriarcato e tra i suoi possibili successori
quelli con meno di 70 anni si contano sulle dita di una mano. Il suo
impegno a favore di una Turchia nell'Unione Europea può essere visto
anche come un possibile viatico di salvezza per questa sua chiesa e
comunità. Ma sicuramente egli guarda, oltre che al suddetto patrimonio
culturale millenario, alla salvaguardia della pace in una area molto
turbolenta, alla crisi delle vocazioni religiose, al dialogo
cristiani-musulmani. In altre parole il suo impegno ecumenico e la sua
volontà di riavvicinamento è sicuramente autentico e dettato da
motivazioni alte, che trascendono i limiti della pur importante sorte
dell'ortodossia in terra turca.
La comunità ebraica
- Il Patriarca ha subito il destino delle sua famiglia segnato dagli Accordi
Venizelos-Inönü: allorché i greci dovettero abbandonare in massa i
territori turchi e reciprocamente i turchi che abitavano le aree che oggi
sono greche dovettero fare rotta verso l'Anatolia, con tutti drammi del
caso acuiti anche dalle non isolate situazioni particolari, per esempio
genti di etnia turca ma di fede ortodossa e greci turchizzati seguaci di
Maometto. Lo scambio di popolazioni fu legittimato da accordi
internazionali ma costituì comunque un dramma. Ancora oggi molti greci
visitano come turisti Istanbul che nel corso della sua storia fu molto
tollerante ed accogliente. Ricordiamo che vi prospera, pressoché
indisturbata, una cospicua comunità ebraica qui da tempi immemorabili.
Molti greci poi vogliono sposarsi o far battezzare i propri figli nel
Patriarcato.
L'incontro con Papa Benedetto XVI può sicuramente costituire un momento
di forte ecumenismo ed un segnale di apertura agli uomini di buona volontà
in terra turca: ma la percezione di questa visita da parte turca susciterà
- ne siamo certi - delle reazioni politicizzate, orientate e vagamente
allarmistiche. (Stefano Barocci)
28.10.2006
|
AL
FIANCO DEL SOMMO PADRE

|
Nel
viaggio in Turchia sarà presente anche il card. Walter Kasper,
presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani. |
Il
cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità
dei Cristiani, sarà al fianco di Benedetto XVI nel delicato viaggio in
Turchia.
- Che significato ha questo viaggio?
"La visita di Benedetto XVI in Turchia è molto importante e mostra
la volontà e la disponibilità del papa al dialogo con i musulmani
moderati. Ha tre finalità: il dialogo ecumenico e l'incontro con il
Patriarca Bartolomeo I per portare avanti il dialogo con gli ortodossi; il
dialogo con i musulmani; la volontà di rafforzare e incoraggiare la
minoranza cristiana che vive in Turchia e questo è molto
importante".
- Quale sarà un momento particolarmente importante del viaggio?
"La visita con il Patriarca Bartolomeo I e quello con il Patriarcato
armeno saranno due momenti importanti per il dialogo con la Chiesa
orientale".
- Crede cheil Papa parlerà del genocidio?
"I rapporti tra armeni e turchi sono molto delicati. Non so se
il papa affronterà l'argomento".
- Il Papa si recherà per la prima volta in un Paese a
maggioranza musulmana. La sicurezza è garantita?
"Lo Stato farà tutto il possibile per garantire la
sicurezza del papa. Certamente è impossibile garantirla in assoluto,
perché ci sono tanti matti nel mondo, ma nessuno qua in Vaticano è
impaurito. Noi cristiani ci troviamo nelle mani di Dio". (Serena
Sartini/www.korazym.org)
28.10.2006
|
LA
REALTA' DI UNA CHIESA MINORITARIA
|
Intervista
dell'<Aki-Adnkronos-International> a monsignor Luigi Padovese,
vicario apostolico dell'Anatolia. "I cristiani non sono un
corpo estraneo", ha detto. |
"La
comunità cristiana in Turchia attende con interesse e partecipazione la
visita del Papa, anche perché si aspetta da lui parole di sostegno. Si
aspetta che il Santo Padre presenti alla maggioranza musulmana la realtà
di una chiesa che nel Paese è minoritaria, ma non nemica del popolo
turco": con queste parole monsignor Luigi Padovese, vicario
apostolico dell'Anatolia e grande conoscitore dei temi relativi alla
cristianità in Turchia, spiega ad <Aki-Adnkronos International>
come il Paese si prepari alla visita di Papa Benedetto XVI, che inizierà
il 28 novembre prossimo. "I cristiani - ha proseguito monsignor
Padovese - non sono un corpo estraneo alla Turchia, ma una componente del
tessuto nazionale, che deve però essere integrata maggiormente attraverso
il riconoscimento di tutti i diritti di cui godono gli altri cittadini
turchi". Nel colloquio con <Aki>, l'arcivescovo affronta anche
i fatti di attualità, come la proposta di legge legge francese che
punisce chi nega il genocidio degli armeni (in prevalenza cattolici),
approvata la scorsa settimana dall'Assemblea nazionale. Per il prelato, il
riaccendersi della questione armena in seguito a questa iniziativa non darà
vita a nuove tensioni tra musulmani e cattolici in Turchia e non renderà
più pericoloso il viaggio del Papa. "I vescovi hanno espresso il
loro appoggio alle dichiarazioni dal patriarca armeno Mesrop II, che si è
dissociato da quanto il parlamento francese ha stabilito - ricorda
monsignor Padovese - Anche il fatto che anche il presidente francese
Chirac abbia preso posizione contro la legge è abbastanza
significativo". Ma il vescovo non sminuisce la portata
dell'iniziativa: "Le cose dette all'estero, in questo caso in
Francia, hanno un peso e purtroppo spesso non si considerano le risonanze
negative per le comunità in loco - spiega - Bisogna aiutare la convivenza
e non esasperare le tensioni". Il vescovo ammette la necessità di
ridiscutere la questione armena: "Quando, mi auguro presto, in
Turchia ci sarà un incremento di pluralismo e democrazia, come già in
parte accade, si potrà riprendere in esame quei fatti da parte degli
storici: in questo contesto, invece, mi sembra che si voglia solo umiliare
i turchi".
Tutto è molto complesso
- La realtà del cristianesimo in Turchia è molto complessa, ricorda
monsignor Padovese: "Ci sono cattolici latini e ortodossi, il
patriarcato ecumenico e quello di Antiochia, armeni cattolici e
gregoriani, caldei, siro-cattolici, siro-ortodossi, melkiti. Questo
insieme variegato - continua - soprattutto nel sud si raccoglie in poche
chiese e così anche i cristiani di altre confessioni partecipano alle
nostre liturgie". Nonostante le numerose sfaccettature, comunque, la
comunità cristiana resta numericamente molto ridotta: "E' difficile
fare una stima sui cristiani di Turchia, che oscillano tra gli 80 e i 100
mila - spiega il vescovo - Calcoli esatti non ne sono mai stati fatti e le
cifre approssimative di cui disponiamo si riferiscono solo ai cristiani
dichiarati. C'è una larga fetta di famiglie, originariamente cristiane,
che per necessità di sopravvivenza ha rinunciato alla propria identità,
almeno all'esterno".
Per i cattolici di Turchia, che rappresentano meno dell'1% del totale
della popolazione, "la coscienza della propria identità è molto
più sentita che in un paese di tradizione cristiana", spiega ad <Aki>
mons. Luigi Padovese. "Lo si nota ad esempio nei matrimoni: è
difficile che un cattolico sposi un musulmano e questo è il segno più
indicativo di un'identità che si vuole mantenere". Soprattutto nel
sud e nelle regioni dove la convivenza ha una tradizione più consolidata,
ultimamente è diventato meno imprudente manifestare apertamente la
propria fede: "Ci sono tanti ragazzi e ragazze che portano una
catenina con la croce - esemplifica mons. Padovese - mentre capita che in
Inghilterra la si debba nascondere per motivi di ordine
professionale" (il riferimento è al caso dell'hostess sospesa dalla
<British Airways> per la scelta di indossare una croce). Nei
numerosi saggi che Luigi Padovese ha dedicato al tema, si legge come sia
proprio in Turchia che, in buona parte, la Chiesa degli albori abbia preso
corpo e si sia sviluppata. Ad Antiochia, ad esempio, ha preso forma la
prima missione ai pagani ed è sorto uno dei primi centri di riflessione
teologica. Lo stesso Vangelo di Matteo sembra essere l'eco della catechesi
condotta in queste terre. Cosa ha portato allora la comunità cristiana a
sgretolarsi e quasi a scomparire nel corso degli anni? "All'origine
del fenomeno ci sono le vicissitudini storiche, a partire dal passaggio
dall'impero ottomano alla repubblica turca, - spiega il vescovo - A un
certo punto è stato necessario passare da una realtà ottomana molto
eterogenea a uno stato nazionale forte, dotato di un'identità precisa.
Questo è il merito di Ataturk (il 'padre dei turchi' Mustafa Kemal,
fondatore e primo presidente della Repubblica, ndr), che ha dato il
senso dello stato, riducendo di contraccolpo le diversità e quindi anche
le minoranze e i loro diritti, nonostante ci fosse un trattato". Il
riferimento di monsignor Padovese è al Trattato di Losanna del 1923, che
imponeva il riconoscimento dei diritti di tutte le minoranze. La Turchia
ha però dato un'interpretazione restrittiva del Trattato, che ha impedito
ad alcuni gruppi, tra cui i cattolici latini, di godere di personalità
giuridica e di tutti i diritti che ne conseguono.
Situazione inasprita
- "Il processo di
nazionalizzazione - spiega il prelato - ha ridotto il numero di cristiani
e ha portato alla scomparsa di molte chiese, ospedali, ospizi e scuole che
pure fino al 1940 erano ancora attivi". Negli ultimi anni, poi, la
situazione si è inasprita: "Sempre più spesso essere buon turco
significa essere musulmano. Ed è questo binomio che spiega fenomeni
recenti, come l'omicidio di don Andrea Santoro". Monsignor Padovese
ricorda a questo proposito le parole della madre e del fratello del
minorenne accusato di aver ucciso a Trebisonda, lo scorso febbraio, il
religioso italiano: "La madre parla del figlio come di un eroe
dell'Islam, che è in carcere per Dio, e il fratello se la prende con il
'cane americano' e con l'Occidente, che sarebbero causa di tutti i
disordini. Sembra quasi che si siano spartiti le dichiarazioni, una il
versante religioso, l'altro quello politico. E sono proprio queste le due
componenti che condizionano la vita delle minoranze, formalmente
accettate, ma non con pari diritti". (Aki-Adnkronos
International)
28.10.2006
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MESSAGGERO DI PACE

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Così
si è espresso il Patriarca armeno, Mesrop II, circa il viaggio del
Pontefice in Turchia. Previsto anche un incontro tra i due. |
"Il Papa è messaggero di pace
e visiterà uno dei Paesi musulmani più moderati nel mondo, che ha un Governo secolare. Spero che la sua visita crei dei ponti da costruire tra
musulmani e il mondo cristiano, tra est ed ovest e che la sua visita,
prima di tutto e soprattutto, aiuti la comprensione reciproca tra
musulmani e cristiani". E' quanto afferma il Patriarca armeno in
Turchia Mesrop II, commentando la visita del Papa nel Paese anatolico,
confermato qualche giorno fa dal Vaticano e in programma dal 28 novembre al
primo dicembre.
Benedetto XVI visiterà dunque il Patriarcato armeno. "Sì - risponde
Mesrop - ma non so il giorno. Noi l'abbiamo invitato". E si aspetta
parole di condanna sul genocidio? "Per gli armeni e i turchi la
questione di ciò che successe negli anni Cinquanta è una questione molto
delicata - risponde il Patriarca - speriamo di superarla con il dialogo
con i turchi".
Per Mesrop "la visita di Benedetto XVI in Turchia sarà un segnale di
vicinanza anche alla chiesa ortodossa orientale". E sulla sicurezza,
il Patriarca è tranquillo. "Penso che gli ufficiali turchi abbiano
preso tutte le precauzioni necessarie - risponde - ultimamente gli
ufficiali turchi mi hanno detto che ci saranno misure di sicurezza enormi.
Sono sicuro che il governo turco farà tutto il possibile per prevenire
attacchi". (Apcom)
28.10.2006
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EQUIVOCI
FUGATI DAL DIALOGO
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"Mi
pare che vi sia un orientamento sereno ad accogliere il Papa in
Turchia", ha detto mons. Pierluigi Celata, segretario del
Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. |
"Mi pare che vi
sia un orientamento sereno ad accogliere il papa in Turchia, con quella
ospitalità che è tipica del popolo turco. Questa è la sensazione che ho
colto dalla mia visita". Le incomprensioni post-Regensburg sono acqua
passata: Monsignor Pierluigi Celata, segretario del Pontificio Consiglio
per il dialogo interreligioso, reduce da una recente missione in Turchia
dove ha avuto incontri con le massime autorità islamiche, parla in modo
positivo della prossima visita di Benedetto XVI ad Ankara, Istanbul e
Smirne.
"la Turchia è un Paese di non facilissima comprensione - ha spiegato
l'arcivescovo proveniente dalle fila della diplomazia, nel corso di una
conferenza stampa di presentazione del messaggio vaticano di fine Ramadan
- La realtà musulmana è ben presente. La maggioranza sunnita, l'unica ad
essere riconosciuta, è organizzata attraverso un ufficio statale presso
il Primo Ministro. la visita papale è nata, subito dopo la sua elezione,
dall'intenzione di Benedetto XVI di restituire la visita del Patriarca di
Costantinopoli". (da Ansa)
28.10.2006
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IL
PAPA BUONO
RIPORTATO
AD ISTANBUL

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Il
1 dicembre prossimo una statua alta due metri dedicata a Giovanni
XXIII verrà scoperta da Benedetto XVI davanti alla cattedrale del Santo Spirito. L'opera scolpita dall'artista Carlo Balljana. |
Aveva 19 anni il
giovane studente Carlo, nel marzo del 1963, quando, già folgorato da
"Papa Giovanni", realizzò un crocifisso in bronzo e lo inviò
al Pontefice per il suo onomastico. Oggi, che di anni ne ha 62, e nel
frattempo di strada ne ha fatta, Carlo Balljana, archiettoo e scultore, è
al suo tredicesimo monumento dedicato a Giovanni XXIII: quello in bronzo,
alto un paio di metri, che il 1 dicembre sarà scoperto da Papa Benedetto
XVI a Istanbul nel corso della sua storica visita in terra di Turchia.
Balljana e il
"Papa buono". Un rapporto che nasce con il monumento di Giovanni
XXIII circondato dai bambini, oggi collocato a Lusia (Rovigo) e che
prosegue con quello di Sotto il Monte, ma anche con quello collocato
davanti alla Nunziatura di Sofia. Un rapporto diventato intenso e
spirituale: "Perchè - confida l'artista di Sernaglia - basta che
chiuda gli occhi e vedo il suo volto". Un rapporto fra lo scultore e il
Beato che non è sfuggito agli uomini della Chiesa. Tanto da far dire a
mons. Antonio Lucibello, nunzio apostolico in Turchia: "Balljana, con la
sua opera, è riuscito ad esprimere nei tratti somatici di Papa Giovanni
XXIII, quella beatitudine evangelica nella mitezza che gli uomini del suo
tempo avevano colto nel giusto segno, definendolo universalmente il Papa
buono".
Una statua "che esce dal cuore nobile dell'artista più che dalla
fine intelligenza" quella che, il 1 dicembre, sarà scoperta da
Benedetto XVI davanti alla Cattedrale del Santo Spirito di Istanbul, e poi
collocata davanti alla Basilica di Sant'Antonio, la casa dei Frati minori
conventuali, iniziata a costruire esattamente cent'anni fa. Tutti luoghi
cari a Giovanni XXIII, che fu per dieci anni Nunzio apostolico in Turchia,
sulla sponda del Bosforo.
Dal 5 gennaio del 1935 al Natale del 1994. Anni che, in parte, coincidono
con la tragedia della guerra. "E il Papa Giovanni di Balljana - fa
notare oggi monsignor Francesco Capovilla - è lo stesso che balza da un
fioretto del <Giornale dell'Anima>". Era il 1939 e l'allora
mons. Roncalli, raccolto in preghiera, sulle rive del Bosforo, rifletteva:
"... Dalla finestra della mia camera, qui, presso i Padri Gesuiti,
osservo tutte le sere un assemblarsi di barche sul Bosforo... E' la pesca
organizzata delle palamite, grossi pesci che si dice vengano da punti
lontani del Mar Nero... Imitare i pescatori del Bosforo, lavorare giorno e
notte con le fiaccole accese, ecco il nostro grave e sacro dovere".
"Papa Giovanni con l'abito dimesso del pellegrino, la mano destra
sorreggente la colomba che evoca l'arcobaleno della pace, la mano sinistra
aperta al dono di sè, nell'umile atto dell'indigente": questa è
l'immagine scolpita nel bronzo da Balljana (nella foto ancora mancante
della colomba) che dal 1 dicembre ricorderà davanti alla Basilica di
Sant'Antonio i dieci anni del Papa buono a Istanbul. E Balljana sarà là.
Testimone di un evento: la visita di Benedetto XVI in Turchia. Che sarà
ricordato da un'altra opera dello scultore trevigiano: il bassorilievo e
le medaglie celebrative con l'effige di Papa Ratzinger e dei Santi
apostoli Pietro e Andrea. (Gianpiero De Diana/Il
Gazzettino on line)
28.10.2006
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CONDITIO
SINE...

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Per
la Turchia e per le minoranze turche in Bulgaria tutto dipenderà da
chi vincerà il secondo turno delle elezioni. Nel primo turno sono
usciti fuori il presidente uscente Georgi Parvanov ed il
leader dell'estrema destra Volen Siderov. |
Domenica
22 ottobre in
Bulgaria ci si è recati alle urne per votare il nuovo Presidente. Il 63%
dei voti è andato al presidente uscente Georgi Parvanov mentre il 20-22%
dei voti è statoraccolto dal leader dell'estrema destra e leader di Ataka, Volen Siderov. Il movimento Ataka ha raccolto il doppio
dei voti (570.000) rispetto alle elezioni politiche del 2005. Il candidato
della destra, Nedelcho Beronov, non ha superato il 10% dei consensi.
"Parvanov è quasi presidente, dell'astensionismo", ha titolato la
propria pagina il quotidiano <Sega>. Alle urne si è recato infatti solo il
39-40% degli aventi diritto.
Parvanov e Siderv ora si affronteranno al secondo turno il prossimo 29
ottobre. Molti commentatori hanno fatto paragoni con le elezioni
presidenziali francesi del 2002 quando al secondo turno passarono Jean
Marie Le Pen e Jacques Chirac.
La retorica anti-turca
- Parvanov
era il candidato non solo del Partito socialista bulgaro, attualmente al Governo, ma anche del Movimento per i diritti e le libertà, punto di
riferimento in Bulgaria della minoranza turca. Sono stati più di 200 i
pullman di persone con la doppia cittadinanza (turco-bulgara) provenienti
da Istanbul, Bursa, Izmir e Ankara e arrivati in Bulgaria per votare. La
dura retorica anti-turca adottata in campagna elettorale da Siderov ha
infatti compattato la principale minoranza della Bulgaria sul nominativo
di Parvanov.
Siderov in campagna elettorale si è proposto, nel caso di vittoria, di
dichiarare anti-costituzionale i partiti turchi, vietare le trasmissioni
in lingua turca sulla TV statale bulgara, e di espellere dal Paese "ogni
traditore che sventola in Bulgaria la bandiera turca".
Attacchi al leader del Movimento per i diritti e le libertà Ahmed Dogan
sono arrivati anche dal candidato della destra Nedelcho Beronov il quale
ha affermato che "su un terzo del territorio bulgaro si è istituito un
regime corporativo etnico rappresentato dal Movimento per i diritti e le
libertà". A suo avviso un secondo mandato a Parvanov non farebbe altro
che rafforzare il potere di Ahmed Dogan. Parvanov ha ribattuto sostenendo
che è pericoloso giocare sul tema della tolleranza etnica.
La crisi della destra
- Al secondo
turno rimarrà a casa il candidato della destra, sconfitto da Siderov. Lo
stesso Parvanov si augurava che questa situazione non si verificasse. Il
Presidente uscente ha affermato che l'arrivo al secondo turno di Siderov
sarebbe stato "vergognoso per la Bulgaria".
"Il vero rivale di Parvanov è Beronov", spiegavano due studenti ad un
comizio elettorale di Parvanov tenutosi il venerdì precedente al voto.
"Non abbiamo paura di Siderov, è una testa calda. In molti dicono di
sostenerlo ma poi, sapendo che è una testa calda, non gli daranno il
voto".
La realtà si è dimostrata diversa. La sconfitta di Beronov ha
approfondito la crisi all'interno della destra tant'è che Ivan Kostov, ex
primo ministro e attualmente leader dei Democratici per una Bulgaria
forte, uno dei soggetti politici che compongono attualmente la destra
bulgara, aveva dichiarato che il proprio partito non avrebbe sostenuto
nessun candidato.
Cartoni animati e manifesti
elettorali - Durante
la campagna elettorale è circolato un cartone animato: il protagonista
era Volen Siderov, che se ne andava in giro pistole alla mano e su un
carroarmato. Negli slogan del video si facevano dei paragoni tra Siderov e
Slobodan Milosevic. Nei sottotitoli si elencavano le cifre delle varie
tragedie che hanno costellato la dissoluzione della ex Jugoslavia. In
tutta risposta sui cartelloni pubblicitari di Ataka è apparso Parvanov
con indosso un fez rosso.
Voto di protesta
- L'establishment bulgaro considera Volen Siderov un fascista,
xenofobo e con idee contro i rom, i turchi e gli ebrei. Nella notte del
giorno delle elezioni molti sociologi hanno sottolineato come nessun
politico avrebbe sostenuto Siderov al secondo turno pena il rischio di
stigmatizzazione. Secondo gli esperti l'alta percentuale ottenuta da
Siderov va considerata voto di protesta da parte di quei cittadini bulgari
che hanno perso molte certezze in questi 16 anni di transizione.
Georgi Parvanov ha dichiarato, nella conferenza stampa successiva al primo
turno, che senza dubbio vi è un deficit di giustizia in Bulgaria. Siderov
ha però sfruttato al massimo questo dato di fatto: il suo ritornello
incessante è stato che politici, ministri e primo ministro hanno
continuato a depredare i cittadini bulgari rimanendo impuniti.
Al secondo turno Parvanov non dovrebbe avere problemi. Certo è che con
una sua riconferma il Partito socialista bulgaro assommerebbe a sé tutte
le principali cariche nel paese: presidenza, Primo ministro, presidente
dell'Assemblea Nazionale e procuratore generale.
Attualmente i socialisti sono al potere assiema al Movimento per i diritti
e le solidarietà e il Movimento Simeone II. Quest'ultimo partito però
non ha sostenuto la candidatura di Parvanov alle presidenziali e questo ha
reso ulteriormente fragile la coalizione di governo.
Poprio per questo ora la questione politica principale nel paese non
riguarda l'esito del secondo turno, ritenuto scontato, ma l'eventualità
di elezioni politiche anticipate, dopo l'entrata della Bulgaria nell'UE il
prossimo primo gennaio del 2007. (Tanya Mangalokova/www.osservatoriobalcani.org/articleview/6305/1/51/)
28.10.2006
|
EUROPA,
MEDITERRANEO,
TERRORISMO

|
La
relazione
dell'avv. Franco Coccia al convegno che dall'8 al 12 novembre si
terrà a Limassol da parte dell'Associazione ex parlamentari
europei. |
Appuntamento
a Limassol. E' qui - in questa ridente cittadina della Repubblica
cipriota - che si riuniranno quattordici associazioni di ex
parlamentari europei. L'Italia sarà sarà presente al completo guidata
dal suo presidente avv. Franco Coccia, già componente per i
"laici" del Consiglio Superiore della Magistratura. I lavori si
terranno da mercoledì 8 a sabato 12 novembre. Purtroppo non ci sarà la
delegazione turca, a meno di un ripensamento all'ultimo momento. I motivi
di questa assenza - tanto più grave in quanto la Turchia è stata tra i
Paesi soci fondatori delle Associazioni ex parlamentari europei - vanno
ricercati in uno sgarbo (forse anche qualcosa di più) che il Governo di
Nicosia, o comunque gli organizzatori del convegno, hanno di recente fatto
alla delegazione in questione. Alla quale, secondo le disposizioni date,
non sarebbe stato dato il permesso di scendere all'aeroporto di Larnaka,
quindi relativamente vicino a Limassol, bensì a Nicosia, là dove poi
sarebbe stata costretta a sottostare a tutte quelle pratiche doganali alle
quali vengono sottoposti i comuni viaggiatori. Non solo, ma in un depliant
già dato alle stampe dall'organizzazione e da distribuire quando sarà il
momento ai partecipanti ai lavori, è stata inserita una cartina
topografica nella quale la zona della Repubblica della Rtnc (Cipro Nord)
viene indicata come zona "occupata". Ce n'era abbastanza per un
rifiuto.
Noi di <Turchia Oggi> ci auguriamo però che lo "strappo"
venga ricucito. Sarebbe un peccato se ciò non avvenisse, maggiormente ora
che la Finlandia sta facendo il possibile per trovare una soluzione alla
crisi che coinvoge - nell'ambito di una riunificazione dell'isola -
Turchia, Cipro Nord e Cipro Sud. Di seguito la relazione che leggerà
l'avv. Franco Coccia.
Nell'affrontare
questo tema, non si può prescindere
da un dato storico indiscutibile. Nella storia dell'umanità il rapporto
tra l'Europa ed il Mediterraneo è stato centrale e decisivo per lo
sviluppo della civiltà. Con lo scorrere dei secoli il Mediterraneo, che
è stato definito "il cuore del mondo", e nel contempo "una
perla", "un mare di luce", ha perso questa valenza. Oggi più che
mai è diventato il nodo sin qui inestricabile della politica non
solo europea ma internazionale. Un'area geografica che costituisce un
labirinto ed un groviglio di problemi e prospettive presenti su scala
globale. Alla sua soluzione sono legate le sorti della pace, della
democrazia, dell'economia, della convivenza tra civiltà diverse, della
sicurezza delle popolazioni.
Questa
premessa non può non riportarci alle vicissitudini storiche che hanno
visto come protagoniste le sponde del Mediterraneo, dalla talassocrazia
alla modernità. Un filo inestinguibile che scorre lungo i secoli e che
sono il nostro patrimonio.
Da Menfi, nel secondo millennio, la città più grande del mondo, ad Atene
che con Pericle divenne la capitale culturale del Mediterraneo, a
Cartagine centro di un enorme impero commerciale, ad Alessandria
rivale di Atene nel ruolo di guida culturale nel mondo, a Roma per
sei secoli capitale politica del Mediterraneo, e Granada la perla luminosa
del Medio Evo Europeo a Venezia fino al 1700 regina dei mari. Le loro
storie hanno segnato la vita di gran parte del mondo.
Le tre grandi religioni
monoteiste - La
cultura mediterranea è cresciuta attraverso incontri, scambi , passioni e
commistioni di razze, duttilità e forti ambizioni. Agli arabi si deve la
traduzione di Aristotele in latino e in arabo. E sono stati viaggiatori
arabi o europei come Marco Polo e Cristoforo Colombo a portare nel mondo
lo spirito di questo Mediterraneo aprendo la via a
nuovi orizzonti. In esso sono nate e si sono affermate le
tre grandi religioni monoteistiche: la giudaica, la cristiana e la
mussulmana. I viaggi, i commerci, le vicende di guerra e di pace, i
ritrovamenti, i
matrimoni e le successive simbiosi culturali, nella musica come
nella pittura o nell'arte culinaria: ecco ciò che più facilmente
definisce il Mediterraneo di oggi e di ieri, secondo TAHAR BEN Jallun. Per
altro verso per citare Braudel, "Le memoires de la mediterranée" :
"Il Mediterraneo è un meccanismo che tende ad associare i Paesi che si
trovano nel suo immenso spazio", ieri come oggi, malgrado tutto.
Un quadro etnico, culturale, storico e sociale complesso e di forte
straordinarietà. Sul piano storico questo mare si avvia alla modernità
con l'apertura del Canale di Suez. Si apre così alla modernità nel
1869 col divenire un mare di
transito per le rotte tra il Pacifico, l'Oceano Indiano e l'Atlantico.
Questo breve excursus storico ci conduce alla nostra epoca che si
caratterizza con il processo di marginalizzazione
progressiva della riva Sud del Mediterraneo, in età moderna, nel XX
secolo.
Marginalizzazione che ha visto l'allontanamento delle sue sponde e la
crescente divaricazione tra la riva nord e le riva sud, tra Occidente ed
Oriente, il che ha determinato il fenomeno della disintegrazione di quella
unità culturale e non solo, che fu la base della civiltà mediterranea,
creando un vero e proprio jato, con un "gap" di rilevanti proporzioni.
Venendo al presente vi sono due modi di configurare la regione del
Mediterraneo che ha nell'Europa il pilastro fondamentale. Possiamo
convenzionalmente delimitare, come viene definito nella geo-politica, il
"Mediterraneo esteso" o il "Mediterraneo limitato" intendendo per
il primo il Mediterraneo dei bacini che si sviluppano ad oriente del
Bosforo e dei Dardanelli fino al Mar d'Azov; il "Mediterraneo
limitato" che si estende dallo Stretto di Gibilterra ai Dardanelli. È'
questa la parte cui di solito fanno riferimento i documenti delle Nazioni
Unite, dell'Unione Europea e dei singoli Governi.
Tale
delimitazione geo-politica va estesa al vicino Medio Oriente per la
stretta connessione tra il Bacino del Mediterraneo ed i Paesi che
direttamente o indirettamente vi si collegano. È di tutta evidenza, oggi
più che mai, che il ruolo dell'Europa in questo scacchiere passa anche
e soprattutto attraverso la risoluzione dei gravi conflitti in atto tra
Israele e la Palestina, nel Libano ed alla ardua ma indispensabile
costruzione di nuovi rapporti di distensione e collaborazione con grandi
Paesi come la Siria e l'Iran, malgrado tutto, per la pace, la sicurezza
e lo sviluppo della regione mediterranea.Così
delimitata la dimensione abbiamo parlato del Mediterraneo, quale "cuore
del mondo", anche nel senso che in questa regione si sono concentrati
problemi e prospettive presenti su scala globale e segnatamente oggi il
centro della crisi dei rapporti internazionali, divenuta acutissima negli
ultimi tempi, che vede nel groviglio dei problemi che presenta anche la
culla del terrorismo che allarma e colpisce la sicurezza delle popolazioni
collegate alle sponde del Mediterraneo. Il quadro è caratterizzato da
conflitti tra fondamentalismi religiosi, lotte politiche sulla sovranità
territoriale e per il possesso di risorse naturali essenziali come acqua
dolce e gli idrocarburi per eccellenza. Il tutto immerso nei problemi
ambientali provocati dai cambiamenti climatici e dal rischio di disastri
naturali.
Partenariato su tre pilastri
-
Va
detto come, all'accresciuta sensibilizzazione dell'opinione pubblica,
si registra un atteggiamento incerto e contraddittorio da parte delle
forze politiche e delle Istituzioni.
Negli
anni '90 l'Unione Europea ha concepito una "politica comune"
mediterranea, che è stata avviata nel '95 nella "Conferenza di
Barcellona" in cui i 15 Paesi dell'Unione hanno firmato insieme ai 12
Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo la "Dichiarazione di
Barcellona" impegnandosi a realizzare un sistema di "partenariato"
articolato su tre pilastri: il politico, l'economico e il
socio-culturale. Mentre questi due ultimi hanno iniziato una lenta ma
apprezzabile attuazione, il primo è rimasto bloccato fin
dall'inizio (non è riuscito neanche a varare la progettata
"Carta per la pace e la sicurezza" che avrebbe dovuto costituirne la
base giuridico-politica) a causa del perdurare - e poi dell'aggravarsi
- del conflitto arabo-israeliano. E vani sono stati i tentativi di
riavviarla nelle "Conferenze euro-mediterranee" dei Ministri degli
Esteri e dei Capi di Governo che si sono succedute. Ma certamente non ha
contribuito a superare l'impasse quella mancanza di una vera e propria
Politica estera comune (la progettata
PESC) che ha impedito all'Europa di operare in unità di intenti e di
azioni in tutto lo scacchiere medio-orientale (fino al punto di dividersi
clamorosamente e di ridursi penosamente all'ininfluenza nella grave
crisi irachena) Si deve aggiungere che l'allargamento a 25 ha orientato
il maggior interesse dell'Unione verso l'Europa orientale e la Russia,
ostacolando o almeno affievolendo l'impegno non tanto nel partenariato
socio-culturale quanto in quello economico, e
permettendo che i singoli Governi rinunciassero al proposito di
attuare una "politica d'insieme" per il Mediterraneo e continuassero
a ritenere più conveniente affrontare singolarmente i problemi e
sfruttare le prospettive man mano che si presentano. Insomma alla
"grande politica" concepita insieme si preferisce la piccola, miope
"Reapolitik" degli interessi contingenti particolari.
Il
quadro si è complicato acutamente per la questione, diventata cruciale,
del terrorismo e della lotta ad esso; per l'esponenziale sviluppo del
processo migratorio verso la riva nord nell'Europa continentale; per il
risorgente fondamentalismo religioso alimentato strumentalmente che
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