Arretrati 

Anno 7° N.31

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ATTUALITA'

DATA UFFICIOSA

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Il nostro presidente del Consiglio Romano Prodi il 22 e 23 gennaio sarà ad Ankara per incontrarsi con il premier turco Recep Tayyip Erdogan. Più carte da giocare.

E' ufficiosa la data della visita del Presidente Romano Prodi ad Ankara, il 22-23 gennaio 2007, ma già si avanzano speculazioni su quelli che saranno i temi da trattare ed il carattere delle discussioni con il Premier turco Recep Tayyip Erdogan. Nonostante gli sforzi del Capo negoziatore - il ministro Ali Babacan, di recente in visita in Italia - alcuni incontri con altri capi di Governo europei, uno degli ultimi con il Cancelliere tedesco, sono stati degli esercizi privi di sostanziali avanzamenti sugli scottanti dossier dell'avvicinamento turco all'Unione Europea.
Da un lato vi è stata una recrudescenza dell'attività terroristica di alcuni gruppi estremisti, con i rappresentanti dei curdi in Italia che sostengono come dopo gli sforzi iniziali su scuole, bilinguismo e diritti la situazione sia sostanzialmente ferma; dall'altro l'Armenia continua a lanciare anatemi al riguardo del "genocidio degli armeni", anche se questa sembrerebbe materia da essere deferita in toto ad apposite commissioni di storici. Ora poi con il riconoscimento del Premio Nobel allo scrittore turco Orhan Pamuk e con le recenti disposizioni legislative francesi in materia di "negazione del genocidio" sembra di nuovo ravvivarsi nell'Unione Europea un fronte antiturco. Di Cipro poi non si cessa di discutere anche perché su questo punto la Turchia si mostra vulnerabile, avendo sottoscritto dei trattati vincolanti all'epoca dell'adesione all'Unione doganale, rafforzati ora dalle norme previste dal recepimento dello acquis communautaire.
Non sappiamo predire l'atteggiamento globale di Romano Prodi, a capo di una coalizione che, per bocca dei suoi esponenti di maggior rilievo, si è sempre detta a favore di un ingresso della Turchia nell'ambìto club europeo. Molto dipenderà dallo stato generale delle cose italiche dopo il travaglio della Legge finanziaria 2006, sicuramente dalla congiuntura politica internazionale ivi compresi gli equilibri nelle nuove aree di crisi, ed anche dalle risultanze del viaggio del Papa in terra turca. Proprio quest'ultimo aspetto riveste una certa importanza: il Papa infatti reca anche un cahier de doléances da presentare agli alti interlocutori turchi con alcuni suoi aspetti fortemente sostenuti dall'Unione o comunque da molti paesi aderenti alla Unione. E' noto che le confessioni religiose non musulmane in Turchia attraversino notevoli difficoltà, compresa la storica chiesa ortodossa. La esigua minoranza armena e la chiesa cattolica versano in difficoltà finanziarie, sono imbrigliate dalle regole di uno Stato laico sulla carta ma musulmano nei fatti, l'edilizia religiosa è in una grave situazione per non parlare del problema delle vocazioni e delle ordinazioni e dello stesso aspetto della sicurezza dei religiosi cristiani. Prodi non è mai stato personalmente un grande amico della Turchia, sia quando faceva il Premier negli anni '90, che come presidente della Commissione europea. Anzi l'ultima visita ufficiale l'ha compiuta in Turchia durante il suo primo Governo, all'epoca del premier turco Mesut Yilmaz, che organizzo per lui una visita del Bosforo a bordo della nave della marina turca legata al nome di Kemal Ataturk.
Scenario politico non dei migliori - Si può certo argomentare che a Bruxelles dovesse diplomaticamente mediare nella variegata costellazione di opinioni ed atteggiamenti dei Paesi membri nei confronti della Turchia, ma si può ben dire che un vero entusiasmo personale non lo abbia mai manifestato. Il suo Ministro degli Esteri invece, nonostante il parziale scivolone costituito dall'affaire Ocalan e benché abbia messo paletti ben visibili in materia di adesione, ha sempre sostenuto la validità strategica per l'Europa di accogliere questo Stato a prevalenza musulmana, accogliendo l'impostazione lungimirante sulla natura politica e non solo geografica del progetto europeo.
Una carta da giocare sul versante economico è quella di accelerare la collaborazione con la Turchia per la realizzazione del gasdotto Igi che collegherà la Turchia all'Italia via la Grecia, soluzione che consentirà di ridurre i costi di trasporto; inoltre potrebbero essere definitivamente approvati maggiori investimenti infrastrutturali congiunti al riguardo della penetrazione economica italiana nelle zone interne dell'Anatolia, di cui l'area di Gaziantep costituisce già un utile paradigma.
Certamente lo scenario politico che si presenterà non sembra dei migliori per una eventuale azione italiana, con la Francia in larga maggioranza contraria alla Turchia (ma non il suo presidente), la Germania che non nomina mai la parola adesione, l'Austria chiusa come non mai sul tema Turchia, una presidenza tedesca che si mostrerà come il suo Cancelliere, cioè debole, stretta tra i vincoli interni della grosse Koalition e la necessità di rilanciare il progetto di Costituzione Europea (il quale tra l'altro implica che dopo Romania e Bulgaria non dovrebbe aver luogo un altro allargamento prima di avere una Carta costituzionale condivisa ed accettata da tutti gli Stati membri): cosa potrà inventare Prodi che non sia un mero riassunto dei soliti temi già sviscerati in tanti diversi consessi, proprio lui sul quale anche in questi giorni continuano ad addensarsi nubi fosche riguardanti il futuro del suo Gabinetto? (Stefano Barocci)
28.10.2006

 

ALLARGAMENTO, POI....

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Poi - ha detto il nostro ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, Massimo D'Alema - una volta inglobate nell'UE Turchia e Balcani - occorrerà dire basta.

L'allargamento europeo sarà completato solo quando saranno inclusi i Balcani occidentali e la Turchia e a quel punto il processo dovrà fermarsi. E' l'opinione del ministro degli Esteri Massimo D'Alema che nei giorni scorsi ha parlato di Europa di fronte agli studenti dell'Istituto universitario Europeo di Fiesole . Secondo D'Alema il processo di allargamento dell'Unione Europea non è ancora completato e ''lo sarà solo quando avremo incluso nell'Europa democratica non solo Romania e Bulgaria (nel gennaio 2007) ma anche i Balcani occidentali e, in uno scenario successivo, più lungo, la Turchia''. In particolare per quanto riguarda la Turchia, secondo il titolare della Farnesina, ''si tratta di incoraggiare il consolidamento democratico di un Paese musulmano che è anche un attore geo-politico essenziale nell'area mediorientale. Ci vogliono tutte le condizioni necessarie (a cominciare dal superamento del nodo di Cipro) e ci vorrà più tempo. Ma dobbiamo avere chiaro, come Italia e come Europa, che la porta deve restare aperta, perché è nei nostri interessi strategici''. Dopo Balcani occidentali e Turchia, però, ''l'allargamento dovrebbe fermarsi almeno per un futuro prevedibile. L'Europa dovrebbe invece sviluppare politiche di vicinato più credibili, anzitutto verso la Russia, l'Ucraina e lo spazio ex-sovietico, il Mediterraneo settentrionale''. Proprio sui rapporti tra Europa e Russia, il titolare della Farnesina ha rilevato che nel settore energetico tra Europa e Mosca ''siamo ancora lontani da regole certe di cooperazione, soprattutto quando la Russia ambisce a entrare nel settore di distribuzione europeo'' ribadendo la necessità di una ''politica energetica comune''. Nel futuro dell'Unione Europea, per il ministro degli Esteri c'è una ''seconda occasione''. ''Lo stallo del Trattato costituzionale - ha detto - ha generato una crisi evidente, ma ha anche aumentato la consapevolezza della posta in gioco: l'Europa deve pensarsi come attore strategico'', deve ''darsi necessariamente una proiezione strategica esterna''. Per il vice-premier, infatti, ''l'Europa dei primi anni '50 è stata rivolta all'interno e l'Europa dei prossimi 50 anni esisterà se esisterà all'esterno, se farà della sicurezza internazionale, in aree e settori vitali per le nostre economie e società, la sua priorita'''.
Quattro proposte - Per promuovere un ruolo da ''attore internazionale'' dell'Europa, D'Alema ha avanzato quattro proposte: in primo luogo la necessità di ''unificare la rappresentanza europea nel Fondo monetario internazionale e nella Banca Mondiale'' perché ''abbiamo interesse a farlo: una rappresentanza unita dell'Europa conterà comunque di più di una rappresentanza nazionale frammentata''. Occorre poi ''usare in modo europeo i seggi nazionali del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite'' e ''usare nella logica di una standing army delle Nazioni Unite la Forza di reazione rapida europea, stabilendo anche nuove forme di cooperazione tra UE, Nato e Onu''. Infine, secondo il titolare della Farnesina, occorre ''sviluppare una vera politica europea dell'energia, definendo un approccio comune dei Paesi consumatori europei nei confronti dei maggiori produttori''. Nell'ottica di una maggiore proiezione internazionale dell'UE, D'Alema legge ''come primo segno di risveglio la risposta europea alla crisi libanese''. In questo quadro, D'Alema ha ribadito l'importanza di istituzioni efficienti, riaffermando l'importanza del Trattato costituzionale di Roma la cui essenza ''resta indispensabile. Dobbiamo riprendere il processo già dalla presidenza tedesca del 2007 e averne chiaro l'obiettivo: l'essenza del trattato di Roma va salvata''. Tra i temi affrontati dal ministro degli Esteri nel suo intervento anche la questione dell'identità europea. A questo proposito ha invitato a respingere ''la tentazione di definire l'identità dell'Europa non su valori condivisi, ma 'contro' qualcosa, in questo caso il mondo islamico''. ''L'identità europea - ha concluso - va definita su valori positivi democratici, fra cui la capacità di integrazione e il rispetto delle diversità, non su scelte negative di esclusione. Se scegliesse questa seconda strada, l'Europa diventerebbe in realtà un epicentro dello scontro di civiltà. Non abbiamo - ha concluso - nessun interesse a favorire un esito del genere". (Asca)
28.10.2006

 

SCONTRO FINALE

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Mentre attende la visita di Benedetto XVI, la Turchia si trova in bilico fra Occidente e Islam. Il Paese è lacerato dalle tensioni fra laici e religiosi. Il braccio di ferro vede in prima fila i militari, che accusano il premier Erdogan di "cripto-integralismo". Un articolo di Pino Buongiorno su <Panorama>.

Palazzo Cancaya è la roccaforte del laicismo turco. Qui vive da sei anni il presidente Ahmet Necdet Sezer, già al vertice della Corte costituzionale. Il sontuoso edificio ospita spesso i Capi di Stato e di Governo stranieri. Nel corso dell'ultimo incontro con il cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente turco ha sforato i tempi del rigido protocollo prolungando i colloqui fino al tardo pomeriggio.
Voleva capire le vere intenzioni della Germania sull'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Apriti cielo! Il ministro dell'Economia e capo negoziatore con la UE, Ali Babacan, uno dei più influenti rappresentanti del partito di Governo Akp (partito della giustizia e dello sviluppo, di matrice islamica), presente all'incontro, ha protestato: Merkel era attesa dal premier Recep Tayyp Erdogan a Istanbul per l'iftar, la cena all'imbrunire che spezza il digiuno durante il ramadan.
Diventato paonazzo, il presidente ha ammonito Babacan a non interferire più, soprattutto per questioni di puro galateo islamico. È uno dei più eclatanti episodi andato in scena su tutte le tv turche, che mostra quanto sia acuta la tensione fra laici e religiosi in un Paese in cui il 99 per cento dei 73 milioni di abitanti è di fede musulmana.
Di più: un terzo di questa fetta di popolazione sta vivendo un revival religioso e, per certi aspetti, integralista, simile a quello di molte società del Medio Oriente. È qui che la rabbia popolare per le vignette satiriche danesi è sfociata nell'omicidio del missionario italiano Andrea Santoro.
Ed è qui che la visita di Papa Ratzinger, dal 28 novembre al 1° dicembre, è preceduta dalla pubblicazione di un thriller, diventato subito best-seller e intitolato L'attentato al Papa. Chi ucciderà Benedetto XVI a Istanbul?
Qualche giorno prima della visita di Angela Merkel, era toccato ai generali alzare la voce per bocca del nuovo Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Yasar Büyükanit, ufficiale che da sempre disdegna il Governo a guida islamica di Erdogan, da lui considerato "cripto-integralista".
Una sorta di pronunciamento - "La Turchia è minacciata dal fondamentalismo" ha tuonato, anch'egli in diretta tv, mentre il primo ministro si trovava alla Casa Bianca. Büyükanit ha messo in secondo piano perfino il nemico storico, il separatismo curdo. A ruota sono intervenuti, con regia accurata, tutt'e quattro i capi delle Forze Armate, di terra, di aria, della marina e della gendarmeria.
Un vero pronunciamento che ha messo i brividi, non fosse altro perché per tre volte, dalla fine della presidenza di Atatürk, i militari sono andati al potere, seppure brevemente, con colpi di stato, per impedire che la Turchia abbracciasse la sharia.
Siamo alla vigilia di un altro golpe? "No, il pericolo vero è quando i militari non parlano" sorride Yusuf Kanli, direttore del primo quotidiano in lingua inglese, il <Turkish Daily News>. Erdogan e i suoi ministri non l'hanno affatto presa bene, sostenendo che "il fondamentalismo non esiste in Turchia
". Ma, ben sapendo come potrebbero reagire i vertici delle forze armate, non hanno neanche protestato più di tanto.
"La verità è che questo scambio di opinioni non andrebbe fatto in pubblico, ma nelle sedi più appropriate del Consiglio di sicurezza nazionale" minimizza con <Panorama> Zeynep Karahan Uslu, esponente di spicco del gruppo parlamentare dell'Akp (356 seggi su 550). "Varie ricerche demoscopiche rivelano che la stragrande maggioranza dei turchi non ha alcuna nostalgia per lo stato religioso. Questo desiderio riguarda solo fasce marginali della popolazione".
Tre appuntamenti decisivi - Il braccio di ferro si aggraverà nell'imminenza di tre appuntamenti decisivi. Prima il controverso pellegrinaggio del Papa. Poi le elezioni presidenziali del maggio 2007. E, a novembre, il rinnovo del Parlamento. Alla fine di "questa lunga fase di transizione", come la definisce Yusuf Kanli, ci sarà o una democrazia migliore di quella attuale o l'oscurantismo religioso.
"Aspettiamo il Pontefice e lo accoglieremo con grande rispetto" assicura la deputatessa Karahan Uslu. Ma è un fatto che nessun viaggio papale sarà accompagnato da misure di sicurezza così imponenti a seguito delle minacce dei gruppi nazionalisti e islamisti, Al Qaeda in prima fila. Dopo questo banco di prova sulla tenuta del governo, inizierà la campagna per l'elezione del presidente.
"Erdogan muore dalla voglia di candidarsi" giura il noto editorialista Murat Yetkin. "Per scongiurarlo i militari sono scesi in campo. Non vogliono un islamico al potere, che farebbe saltare i delicati equilibri fra laici e religiosi". Ancora più cruciali le elezioni politiche.
Dal novembre 2002 la Turchia è guidata da un Governo monocolore dell'Akp. L'opposizione in parlamento è affidata a una pattuglia di deputati del Chp, lo storico Partito repubblicano del popolo, fondato da Atatürk, d'ispirazione socialdemocratica e laica.
Gli ultimi sondaggi danno il partito di Erdogan in calo, dal 34.5 al 26 per cento. Il premier sarebbe stato abbandonato da quei sostenitori, non necessariamente islamici, che l'avevano appoggiato per protesta contro i vecchi partiti corrotti e inconcludenti.
Molti consensi sarebbero passati al Chp e al partito di destra Madrepatria, che potrebbe entrare in Parlamento. "Il trend anti Erdogan è irreversibile" ritiene Onur Oymen, vice-presidente del Partito repubblicano del popolo. "Molti che hanno votato per l'Akp non vogliono l'islamizzazione della Turchia".
Ma è davvero così preoccupante la penetrazione dell'Islam politico? Il premier continua a ripetere che il suo non è un partito islamico, ma una sorta di democrazia cristiana, sul modello di quella italiana o tedesca, applicata ai musulmani: movimento conservatore, democratico e non fondamentalista, e soprattutto filo-europeo. Erdogan vanta i maggiori successi sul fronte economico. Dal 2004 il Pil cresce a ritmi del 6-7 per cento annuo.
L'inflazione, che teneva lontani gli investitori stranieri, è scesa al 9 per cento nel 2005 dopo il pauroso 80 per cento degli anni Novanta. Le linee guida del Fondo monetario sono state seguite alla lettera. Solo la disoccupazione resta alta. Per il resto si può dire che oggi il clima economico è favorevole e le imprese straniere (fra cui 500 italiane) fanno buoni affari.
Velo_si,_velo_no_2Il velo islamico - I critici mostrano l'altra faccia della medaglia: il tentativo degli ambienti islamici di infiltrare la scuola, l'amministrazione pubblica, la polizia. "Nonostante la professione di moderazione e filoeuropeismo, Erdogan ha un'agenda precisa: all'ultimo punto c'è la sharia" accusa l'ambasciatore Murat Bilhan, che ha appena fondato un centro di studi strategici all'Università Kultur di Istanbul.
Non è così convinto Elhan Ozay, professore dell'Università statale di Istanbul, una delle istituzioni del diritto amministrativo turco: "La minaccia islamista è vera, ma non è né grave né imminente" spiega. "Di concreto c'è solo la tentazione di dare l'assalto alla laicità dello Stato".
Gli esempi più vistosi sono stati i tentativi di introdurre il velo islamico nei luoghi pubblici e di approvare una normativa per consentire l'accesso a licei e università agli studenti provenienti dalle scuole coraniche per imam (iniziative bloccate dal consiglio di stato e dal presidente Sezer, dopodiché, per reazione, un alto magistrato è stato assassinato).
Ma Erdogan ha varato un provvedimento che consente alle fondazioni religiose straniere l'acquisto di beni immobili in Turchia: un modo per favorire la presenza di Milli Gorus (Visione nazionale), fondazione integralista sospettata di finanziare il terrorismo islamico.
"Per dare qualche contentino ai religiosi, Erdogan ha finito per litigare con le università, con i militari, con i grandi imprenditori e con l'ordine giudiziario", spiega Ozay. "Di qui il suo recente nervosismo. La verità è che entrambi i contendenti, laici e religiosi, esagerano nelle accuse reciproche e nei sospetti. Ma il rischio della deriva islamica può essere combattuto solo consentendo alla Turchia l'ingresso nell'Unione Europea". (Pino Buongiorno/Panorama)
28.10.2006

 

RISCHI DI UN TRAUMA

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Le preoccupazioni del presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso per la Turchia che non avrebbe ottemperato a tutti gli impegni.

Il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso non la vede molto bene per la Turchia. "Mi dipiasce dirlo - ha affermato nel corso di una intervista rilasciata al giornalista Giuseppe Sarcina per il <Corriere della Sera> (edizione del 26/10/2006) - ma le cose vanno male. A tutt'oggi non vedo i progressi che mi sarei aspettato. Speriamo che la presidenza finlandese riesca ad evitare uno stop nelle trattative. ma, sinceramente, sono preoccupato".
28.10.2006

 

DERIVA NAZIONALISTA

Questo il rischio in cui potrebbe ritrovarsi la Turchia - Paese islamico ma moderatamente acceso - se l'UE le sbattesse la porta in faccia. Un rischio da non correre.

Man mano che si avvicina il prossimo 8 novembre, giorno in cui la Commissione europea presenterà la propria relazione annuale sull'andamento del processo di riforme in Turchia, sembrano moltiplicarsi i dubbi e le perplessità che dall'inizio accompagnano il cammino di Ankara verso l'UE. Al continuo ribadire, da parte dei funzionari dell'Unione europea, della natura "aperta" delle trattative in corso fra Bruxelles e la Mezzaluna - talmente "aperta" da consentire al limite anche una "chiusura" in corso d'opera - fa eco la preoccupazione se non l'irritazione delle autorità e dell'opinione pubblica della Turchia, secondo cui la "prudenza" europea nasce in realtà da pregiudizi di natura ideologica.
La stampa internazionale, dal canto suo, s'interroga sulle eventuali conseguenze di un mancato matrimonio fra Bruxelles e Ankara, accreditando l'idea di una Turchia pronta a cadere - per contrappasso - nella morsa dell'estremismo islamico. Lettura che tuttavia rischia di essere più adeguata ai timori occidentali che non alla realtà del Paese della Mezzaluna. "Non credo che un rifiuto da parte dell'Unione europea possa avere in Turchia una ricaduta in termini di recrudescenza del fondamentalismo islamico - spiega Massimo Campanini, docente di Storia contemporanea dell'Islam e dei Paesi arabi all'Università Orientale di Napoli, rispondendo alle domande del <Velino> -. Nel senso che i partiti islamici turchi oggi al potere sono molto moderati, e da un punto di vista religioso sono portatori di esigenze minime. Il rischio, semmai, sarebbe piuttosto quello di un ritorno del nazionalismo turco. Il nazionalismo infatti è un fattore che ha tradizionalmente svolto un ruolo molto importante nel forgiare l'identità della Turchia; e nel caso l'Europa sbattesse la porta in faccia ad Ankara, ciò potrebbe tradursi più in un bisogno di rivalsa dell'identità turca che di quella islamica".
Islamismo annacquato - Anche la Turchia, al pari di molti altri paesi islamici, registra da alcuni decenni a questa parte un ritorno di massa alle istanze religiose. Fenomeno che, per quanto riguarda il paese della Mezzaluna, è databile fra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta, quando si assiste a un indebolimento del laicismo introdotto da Mustafa Kemal Ataturk e successivamente a un ritorno autorizzato dei simboli religiosi. "Quello del premier Recep Tayyip Erdogan è però un partito islamico molto annacquato - riprende il docente universitario -. Si potrebbe dire, per fare un esempio, che Giustizia e Sviluppo (il partito del premier, ndr) è islamico quanto l'Udc è un partito cattolico. Se però l'UE chiudesse all'Udc, anche in un momento in cui il partito fosse al Governo, ciò non comporterebbe una rivolta armata in Italia da parte dei militanti cattolici". Non bisogna poi dimenticare l'importante ruolo di controllo svolto in Turchia dall'esercito, istituzione tradizionalmente laica. "I militari però - continua Campanini - continuano a essere fortemente nazionalisti: un fallimento delle trattative con Bruxelles comporterebbe quindi, come minimo, una caduta di Erdogan, che sulla scommessa europea ha puntato molto.
Naturalmente posso solo avanzare delle ipotesi: ma, considerate così le cose, più che a una avanzata delle correnti islamiche radicali potrei pensare a un ritorno del nazionalismo turco, anche per quanto riguarda i rapporti con le minoranze etniche. E se cadesse Erdogan, non penserei a un ritorno al potere di un partito islamico, quanto all'avvento di un partito maggiormente nazionalista". Un altro punto essenziale nel dibattito sull'entrata della Turchia nell'Unione europea riguarda la funzione di "ponte" che Ankara potrebbe svolgere fra il mondo islamico e il Vecchio continente. "In termini teorici - spiega Campanini - la possibilità di svolgere questo ruolo costituisce una speranza coltivata dalla stessa Ankara. Nel senso che la Turchia è un Paese formalmente islamico, dove al momento è al potere un partito che fa riferimento all'Islam. È chiaro quindi che la Turchia ambisca ad assumersi questo compito, ed è anche probabile che Ankara abbia alcune carte diplomatiche da giocare in questa prospettiva".
Preoccupazioni per il Kurdistan - Tuttavia, avverte lo studioso, ci sono alcuni punti da tenere presenti: "In primo luogo, il fatto che il mondo arabo e il mondo turco si sono sempre guardati in cagnesco. Difficilmente quindi il primo sarà disposto a firmare un assegno in bianco ad Ankara, come rappresentante dell'Islam di fronte all'Europa. Al contrario è probabile che altri paesi islamici del mondo arabo, dotati di un certo peso - come l'Egitto, il Marocco, la Tunisia - possano preferire candidare se stessi per questo ruolo piuttosto che delegare il tutto alla Turchia. Ammesso quindi che la Turchia riesca a entrare nell'UE ciò potrebbe crearle dei problemi con altri paesi dell'area". Problemi che potrebbero essere alimentati anche dall'alleanza che la Turchia ha stretto da anni con Israele. "E quindi - commenta Campanini - o la Turchia si impegna a risolvere la questione palestinese, mettendo a rischio l'alleanza con Israele; oppure e' difficile che il mondo arabo-musulmano accetti di farsi rappresentare da Ankara sulla scena europea. Problema che tra l'altro riguarda più le opinioni pubbliche che i governi. Se questi sono infatti sempre pronti a chiudere un occhio, le popolazioni sono invece furibonde per quanto da decenni accade in Palestina". La situazione politica di Ankara, del resto, risente anche dello svolgimento delle vicende irachene.
"Allo stato attuale delle cose - conclude Campanini - è tutt'altro che irrealistico pensare a una prossima frantumazione dell'Iraq. Potrebbe nascere uno Stato federale diviso in tre componenti: sciita, sunnita e curda. Oppure potrebbe fallire anche l'ipotesi federale, con tre staterelli indipendenti al posto del vecchio Stato iracheno. Uno scenario che potrebbe tornare comodo a Washington e anche a Teheran, visto che gli iraniani potrebbero essere tentati di fagocitare il sud del paese, vale a dire la parte abitata dagli sciiti. Ad Ankara però la cosa sta già suscitando gravi preoccupazioni: un Kurdistan iracheno autonomo darebbe nuovo slancio alle istanze autonomiste dei curdi in Turchia. E cosa potrebbe fare Ankara, visto che non può in ogni caso permettersi di assecondare il movimento indipendentista?". (Paolo Petrillo-Il Velino/Il legno storto)
28.10.2006

NESSUNA MINACCIA

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Intervista con il presidente del Parlamento Europeo, Josep Borrell. L'UE non è un club cristiano e con la Turchia dentro l'Europa avrebbe più peso politico.

- Presidente Josep Borrell, l'assegnazione del Nobel a Orhan Pamuk e l'approvazione, a Parigi, della legge sul genocidio armeno sollevano un quesito: la Turchia deve entrare in Europa perché va integrata o perché è la Turchia?
"Sono vere tutte e due le cose, e certo un'Europa con la Turchia svilupperebbe il dialogo con l'Islam e avrebbe un peso geo-politico più incisivo. Tuttavia non dimentichiamo che sono in corso negoziati il cui risultato è un'incognita. La trattativa sarà costellata di difficoltà. Penso soltanto al cosiddetto protocollo di Ankara che prevede l'apertura di porti e aeroporti turchi a navi e aerei ciprioti: non sappiamo neppure se questo problema molto concreto potrà davvero essere risolto, anche se lo speriamo. Vorrei ricordare inoltre che il Parlamento europeo ha votato una risoluzione estremamente critica sul processo negoziale, registrando pochi progressi e sottolineando le difficoltà".
- Con una Turchia di 100 milioni di abitanti fra 10 anni "non ci sarà alcuna possibilità di un'Europa integrata", come teme il francese Sarkozy?
"Il timore principale delle nostre opinioni pubbliche nasce dal fatto che la stragrande maggioranza della popolazione turca è di religione islamica. Un dato di fatto che non va trascurato ma non deve essere considerato una minaccia: se la Turchia rispetterà i criteri che le vengono richiesti non ci sarà nulla da temere. L'Europa non è un club cristiano, e la Turchia è un Paese laico".
- Qual è l'identità europea, allora?
"'identità europea va costruita su valori condivisi: democrazia, diritti umani, protezione dell'ambiente, tutela sociale, parità uomo e donna. E' questo a rappresentare l'identità europea, non la storia che anzi ci contrappone. E la costruzione di un'identità politica europea serve a superare la storia".
- C'è chi teme però che l'eventuale ingresso della Turchia metterebbe a rischio la stessa dimensione politica europea.
"E perché? Già oggi non tutti i membri dell'Unione hanno la stessa volontà di integrazione politica".
Tornando alla legge francese sul genocidio armeno, non crede che rappresenti una voluta minaccia all'ingresso della Turchia?
"Quella legge non è ancora legge, deve passare al Senato".
- Un recentissimo saggio del sociologo tedesco Peter Hahne riprende in chiave europea alcuni concetti che Oriana Fallaci riferiva all'Occidente: l'Europa, di fronte all'avanzare dell'islamismo, non reagisce ma svende i suoi valori fondanti e perde la propria identità. Non crede che recenti avvenimenti confermino che il modello interculturale è in profonda crisi, in Europa?
"Nonostante le difficoltà che tutti conosciamo, confrontarsi con la diversità rappresenta una delle caratteristiche dell'identità europea. Non si può immaginare un'Europa monoculturale. Anche per una ragione molto concreta: saremo obbligati ad accogliere un numero sempre crescente di immigrati per colmare il gap demografico, la società europea dovrà per forza diventare multi-culturale. I rischi di conflitti legati a questo processo richiedono piuttosto lo sviluppo di sistemi di integrazione sociale che consentano la realizzazione concreta del multi-culturalismo, e prima di tutto il confronto con l'Islam all'interno e all'esterno delle proprie frontiere. E', questa, una delle grandi sfide politiche che ci attendono".
- Con queste premesse, dove finisce l'Europa?
"Nessuno può e vuole lanciarsi nell'esercizio politico di tracciare le frontiere dell'Europa. Di certo, però, avviando le trattative con la Turchia l'Europa ha rinunciato a uno dei criteri oggettivi, quello geografico. E' altrettanto vero che l'opinione pubblica chiede una pausa: prima di eventuali nuovi allargamenti bisogna pensare all'integrazione. L'Europa si è ampliata molto più rapidamente di quanto sia riuscita ad integrarsi: ha più massa che velocità".
- Proprio per superare queste difficoltà non servirebbe una robusta opera di ingegneria costituzionale che rafforzasse istituzioni e regole europee?
"La necessità delle riforme è quella che in spagnolo chiamiamo "asignatura pendiente", una materia in cui si è rimandati a settembre. Già il trattato di Maastricht del '93 ne prevedeva ma non sono mai state fatte. Oggi c'è una vera urgenza: non si può fare una buona politica senza buone istituzioni, ma queste non crescono sugli alberi. Spero in proposte concrete della futura presidenza tedesca". (Emanuele Novazio/La Stampa web)
28.10.2006

 

POCA FIDUCIA

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Non ne hanno - nei confronti della Turchia - due turchi su tre. Un sondaggio pubblicato dal quotidiano <Hurriyet>. Mal vista la Francia.

Due turchi su tre affermano di non avere fiducia nell'Unione Europea, secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano turco <Milliyet>. Nel 2004, il 67.,5% aveva risposto affermativamente alla domanda "La Turchia deve assolutamente entrare nell'UE?" Oggi il 32.2% ha risposto, al sondaggio <A&G> (su 2.408 persone), di ritenere lontana questa eventualità, il 25.6% ha detto di essere contrario e il 33% si è detto indifferente. Il 78.1% degli interrogati non ha fiducia nell'Unione Europea.
Il sondaggio pubblico ha indicato che la Francia è fra i Paesi verso i quali i turchi hanno meno fiducia. Per il 76.1 degli intervistati, la Francia non è un Paese amico, così come la Grecia (78.1%) e gli Stati Uniti (78.5%). (da Ansa-Afp)
28.10.2006

 

SEI SU DIECI NON LA VOGLIONO

Sondaggio della <radioRmc> francese per sapere quanti francesi sono favorevoli all'ingresso di Ankara nell'UE.

Quasi sei francesi su dieci si oppongono all'entrata della Turchia nell'UE . A indicarlo un sondaggio condotto dalla LH2 per la <radioRMC>. Il 58% degli intervistati è contrario alla membership di Ankara, a favore un esiguo 28%. Il dato è in linea con un sondaggio di giugno dell'Eurobarometro: l'ostilità verso i turchi era al 55%. Nove gli stati più scettici dei francesi: l'Austria (81%) e la Germania (69%).(Asca-Afp)
28.10.2006

UN DIALOGO TRA SORDI

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I colloqui ad Ankara tra il Cancelliere tedesco Angela Merkel ed il premier turco Recep Tayyip Erdogan sulla questione Cipro non sono andati più in là di uno scambio di formalità.

La disputa sull'apertura di porti ed aeroporti turchi a navi ed aerei provenienti da Cipro, Stato membro dell'Unione Europea, ha contrassegnato la prima visita del Cancelliere tedesco, Signora Angela Merkel, ad Ankara. Si è fatto cenno ad una soluzione di compromesso che verrebbe presentata dalla Presidenza semestrale finnica, ma non sono stati forniti dettagli in merito, anche se fonti di Bruxelles alluderebbero all'apertura al commercio internazionale di un porto turco-cipriota. Questo consentirebbe al Governo turco di sostenere internamente la fattibilità dell'apertura di porti ai vettori di uomini e merci greco-ciprioti.
La Signora Merkel, cui sono stati tributati i consueti onori militari, ha incontrato il Premier Recep Tayyip Erdogan ed il presidente Ahmet Necdet Sezer, il cui mandato sarà in scadenza nel corso del 2007. La Signora Merkel ha voluto ribadire la centralità della questione del riconoscimento di Cipro per il successivo positivo svolgimento dei negoziati di adesione della Turchia, citando i cosiddetti protocolli di Ankara che pongono, a questo fine, la data limite del dicembre 2006. Il Premier turco ha ribadito l'esigenza che sia posta preliminarmente fine all'embargo internazionale che ha fatto della Cipro turca un "malato contagioso".
In un discorso tenuto ad Istanbul, in concomitanza della visita del Cancelliere tedesco, Erdogan ha ribadito l'importanza primaria attribuita all'accesso della Turchia all'Unione Europea ed ha altresì sottolineato l'esigenza di una migliore integrazione della comunità turca in Germania, forte di circa 2.5 milioni di individui, lodando gli sforzi in questo senso del Governo tedesco.
Il Cancelliere ed il Premier turco hanno preso parte ad un tradizionale Ifta, il pasto serale che rompe il digiuno del Ramadan, durante il quale il leader turco ha ribadito i temi noti dell'utilità dell'integrazione europea della Turchia, dell'inserimento di uno Stato prevalentemente musulmano a fianco di Stati di tradizione cristiana, rompendo millenarie preclusioni mentali in questo senso. Ha continuato sostenendo che, come nella Nato, anche all'interno dell'Unione il suo Paese potrebbe dare ulteriori contributi alla pacificazione e stabilizzazione dell'intera area mediorientale.
La Signora Merkel si è ripetutamente pronunciata a favore di un dialogo tra le culture e di un avvicinamento della Turchia all'Unione Europea senza mai però nominare un accesso diretto nel club dei 25.
A tratti è sembrato un dialogo tra sordi!
Al Premier turco non è rimasto che concludere come sia auspicabile un cambiamento di mentalità sul tema dei rapporti tra gli anatolici e gli europei, dimenticando come il suo proprio partito sia caratterizzato da un'indescrivibile doppiezza nel volere da un lato collocare la Turchia nel contesto dei paesi europei e dall'altro spingere i vari tasti di un ritorno ad un sistema ed un regime islamico neanche tanto velato! (Ste.Bar.)
28.10.2006

 

PROBLEMATICHE

Conferenza a Milano - organizzata dal Cipmo - sull'ingresso di Ankara nell'Unione Europea.

La conoscenza del punto di vista turco delle problematiche connesse con l'eventuale ingresso della Turchia nell'Unione Europea: questo il tema principale che è stato affrontato mercoledì scorso 25 ottobre a Milano presso la Fondazione Carialo.
All'iniziativa - organizzata dal Cipmo (Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente) - ha partecipato Cagri Erhan, direttore del Centro Studi sull'Europa dell'Università di Ankara. Ad affiancarlo c'erano quattro professori della facoltà di Giurisprudenza della cattolica di Milano: Massimo Condinanzi professore di Diritto dell'UE, Silvio Ferrari professore di Diritto canonico, Valerio Onida professore di Giustizia costituzionale e Antonio Padoa Schioppa professore di Storia del Diritto medioevale e moderno. (da Apcom)
28.10.2006

 

LA RIVALSA

Ai_tempi_dell%27Algeria_francese

 

Il Parlamento turco sta preparando una legge sui crimini commessi dai soldati francesi durante l'occupazione coloniale in Algeria. La questione Algeria.

La_ribellione_contro_i_francesi_in_AlgeriaIt is not clear just what kind of official retaliatory move Turkey will take after the French National Assembly adopted a bill on Thursday that would make it a crime to deny that Turks committed an Armenian genocide during World War I.
The Turkish Parliament Justice Sub-committee launched studies about a law proposal that would make it a crime to deny that France committed genocide in Algeria.
Members of the committee listened to Turkish History Society President Professor Yusuf Halacoglu and officials from the foreign ministry in their first meeting.
Professor Halacoglu provided historical information to the committee about Armenian violence in Turkey.
Halacoglu claimed that Armenians were freer than Turks during Ottoman times, recalling that Armenian citizens did not have to perform compulsory military service until 1876.
The commission will reportedly not accept the proposal that would make it a crime to deny that France committed genocide in Algeria.
Instead of enacting the law, the Turkish Parliament will prepare a text in which Turkey's practices in the field of human rights and freedoms will be explained.
The commission members decided that the Turkish History Society and the Foreign Ministry should conduct a detailed study on the Armenian genocide allegations.
The history of countries that officially recognize an Armenian genocide will also be examined in this context to see whether such cases occurred in their own past.
The study will explain the circumstances under which Turkey decided to deport Armenians in 1915.
The commission members will discuss reports to come from the Turkish History Society and Foreign Ministry in their second meeting. (Fatih Atik)
28.10.2006

 

UN LEGGE CHE NON HA SENSO

Il pensiero del Sottosegretario per l'Europa del Dipartimento di Stato Usa, Dan Fried, sul voto dell'Assemblea Nazionale francese.

"Una legge che criminalizza la discussione non embra avere alcun senso". E' quanto ha affermato il Sottosegretario per l'Europa del Dipartimento di Stato Usa, Dan Fried, in un incontro con la stampa a Bruxelles riguardo al voto dell'Assemblea nazionale francese sul genocidio armeno.
"Noi vogliamo incoraggiare la Turchia e l'Armenia a guardare apertamente" alla questione, ha spiegato Fried, riconoscendo che da parte turca ci sono state delle aperture sul dialogo con gli armeni. Per questo il Sottosegretario Isa ha invitato la Francia "a non assumere una posizione che renderebbe più difficile quel dialogo" e ha definito "corrette" le parole del presidente francese Jacques Chirac che ha preso le distanze dall'iniziativa parlamentare promossa dall'opposizione socialista
Per quanto riguarda la posizione americana, Fried ha riferito che "gli usa hanno ripetutamente denunviato questi terribili eventi", dall'altra Washington no ha mai usato la parola "genocidio" in riferimento a quanto accaduto durante la prima Guerra Mondiale. (
Apcom)
28.10.2006

CULTURA FRANCESE AL BANDO

Il voto in Francia sul genocidio armeno potrebbe avere ripercussioni su un boicottaggio sia dei prodotti radio-televisivi sia nell'acquisto di libri Made in France.

E adesso il boicottaggio contro i prodotti francesi scoppiato dopo l'approvazione da parte dell'Assemblea Nazionale della legge che prevede condanne per chi nega il genocidio armeno potrebbe allargarsi anche alla cultura.
Il presidente del consiglio di amministrazione della <Radio e Televisione turca> (Rtuk), Saban Sevinp, ha detto: "La quota di mercato francese all'interno dei nostri mercati è di circa il 10%. Ci sono cartoni animati, film e serie tv. La radio e le televisioni dovrebbero decidere di non mandarle più i onda".
E ha annunciato che la <Radio e Televisione turca> provvederanno quanto prima a farlo, aggiungendo che il boicottaggio potrebbe essere esteso anche ai libri. Fra le prime vittime a cadere ci potrebbero essere tanto Victor Hugo, autore de "I miserabili", che è uno dei libri più venduti in Turchia che Iacques Brel uno degli chansonnier più amati nel Paese della Mezzaluna. (Apcom)
28.10.2006

 

LA CONDANNA DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE

L'Assemblea Nazionale turca all'unanimità ha preso posizione contro il progetto di legge francese che considera reato disconoscere il genocidio armeno.

Il Parlamento turco ha approvato, al termine agli inizi della settimana di una seduta speciale, una dichiarazione che condanna il voto dei deputati francesi su un progetto di legge che prevede sanzioni per chi nega il genocidio armeno nel 1915.
"Il popolo turco non deve vergognarsi della sua storia", si legge nel testo, secondo cui l'atteggiamento dell'assemblea francese "lascerà ferite aperte nelle relazioni politiche, economiche e militari tra Francia e Turchia". Il documento, approvato da tutti i partiti, dice anche che l'Armenia pagherà un "duro prezzo" per aver esercitato attività di lobbying in Francia e in altri paesi contro la Turchia, anche se non spiega cosa questo possa significare.
Molto critico anche il ministro degli Esteri turco Abdullah Gül, secondo il quale la proposta di legge francese viola il principio della libertà d'espressione e porta "un colpo severo alle relazioni franco-turche". Il Governo di Ankara ha promesso di contrastare il progetto di legge nelle corti internazionali se dovesse essere approvato in modo definitivo. (Ticin@nline)
28.10.2006

 

LA FRANCIA NON VUOLE ROMPERE

 

Il portavoce del ministero degli Esteri, Jena-Baptoste Mattei, ha affermato che il Governo di Parigi non è favorevole al testo votato dalla Camera sulla questione armena.

La Francia ha ricordato il suo attaccamento al ''dialogo'' e ai ''legami di amicizia'' con la Turchia, dopo che ieri il Parlamento turco ha denunciato l'approvazione da parte dei deputati francesi di un testo sul genocidio degli armeni nel 1915, sotto l'impero ottomano. ''Siamo molto legati al dialogo con la Turchia, così come ai legami di amicizia e di cooperazione che ci uniscono a questo Paese, che noi desideriamo continuare a sviluppare'', ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Jena-Baptiste Mattei. Il ministro degli Esteri turco Abdullah Gul aveva affermato davanti ai parlamentari che l'adozione da parte dei deputati francesi della proposta di legge che punisce la negazione del genocidio armeno ''ha portato un duro colpo alle relazioni turco-francesi''. Mattei ha da parte sua ricordato che il Governo francese non è favorevole al testo e che ''trarrà profitto da ciascuna tappa (del processo legislativo - ndr) per continuare a far conoscere la sua posizione su questa proposta, che non gli sembra necessaria e la cui opportunità è discutibile''. Per entrare in vIgore, il testo deve infatti avere ancora l'avallo del Senato. (Asca-Afp)
28.10.2006

 

ATTACCHI
HACKER CONTRO
LA FRANCIA

Ordine_dei_giornalisti_italiani

 

Colpito nei giorni scorso da pirati informatici il sito dell'Ordine dei giornalisti italiani a Roma. Guastatori in opera dalla Turchia.

Attacco_informatico"Ci siamo impossessati del vostro sistema. Noi siamo i guardiani della Turchia e dell'Islam". Questa la frase che campeggia all'apertura del sito dell'Ordine dei giornalisti italiani. Nei giorni scorsi il sito è stato "governato" da alcuni hacker che si sono proclamati difensori dell'Islam e attaccano in maniera violenta la Francia.
Una volta aperto il sito dell'Ordine la home-page è stata "catturata" dall'indirizzo http://makara.kayyo.com/h/. Su questa si legge "Francia! Come puoi dimenticare il genocidio commesso da voi in Algeria e come osate accusare la Turchia con le vostre menzogne. Voi siete gli onesti che avete voluto la guerra. Ecco la guerra. Noi saremo la vostra sciagura. Ehi voi, voi non siete i nostri nemici, non abbiamo niente contro di voi. Ma questa è una cyber guerra. Voi non siete i proprietari di questa guerra. Ci dispiace. La nostra intenzione non è scassinarvi, ma vogliamo che alcuni politici francesi - conclude il messaggio - ci ascoltino e vedano la verità".
L'attacco sulla rete è stato una controffensiva alla legge varata dall'Assemblea nazionale francese che punisce penalmente chi nega il genocidio degli armeni in Turchia. L'obiettivo degli hacker è stato quello di richiamare l'attenzione contro il colonialismo francese in Algeria.
La scelta del sito dell'Ordine è casuale, ma l'attacco preoccupa chi dovrebbe garantire la sicurezza della rete internet. Apparentemente sembrerebbe opera di hacker professionisti. Sarà ora la polizia postale, alla quale è già stata sporta denuncia, a fare le necessarie verifiche. (Rainew.24)
28.10.2006

 

"NON VOGLIAMO IL PAPA"

La_scritta_dice_NON_VOGLIAMO_IL_PAPA_IN_TURCHIA

 

Alcuni striscioni con questa scritta - come documenta una foto scattata da un giornalista dell' <Ap> - sono apparsi in vari punti di Istanbul.

Ali_Bardacoglu_degli_Affari_religiosiIl 28 novembre il Pontefice giungerà ad Ankara per incontrarsi con il presidente della Repubblica turca, Ahmet Necdet Sezer, con il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, con il direttore del Dipartimento Affari religiosi Ali Bardokoglu e con il Corpo diplomatico al completo. Il viaggio proseguirà poi per Smirne, dove il Santo Padre visiterà non lontano da Efeso la casa della Madonna, ed infine per Istanbul ultima tappa - forse la più importante - dedicata agli incontri sia con i patriarcato ortodosso ed armeno, rispettivamente Bartolomeos I e Mesop II, sia il Gran Rabbino e il Gran Muffi. Un viaggio importante. Un viaggio però che lascia molte incognite perché, se è vero che il Santo Padre arriverà in Turchia - non tanto come capo della Chiesa cattolica quanto umile fratello cristiano - con le migliori intenzioni di ricucire eventuali strappi tra diverse fedi, è altrettanto vero che qualcuno nella terra di Ataturk fa di tutto per tenere accesa la miccia del rancore e dell'ostracismo più irriducibile nei confronti di Benedetto XVI. Ne sono una palese una riprova gli striscioni attaccati in molte parti di Istanbul riportanti la scritta "Non vogliamo il Papa". Già il gesto di per sè è grave, ma ancora più grave - e sintomatico di una situazione per nulla sicura dal punto di vista della salvaguardia della vita del Pontefice - è il fatto che gli striscioni (le foto sono Osman Orsal di <Ap>, ndr) non siano stati tolti. Qualcuno forse vuole che Benedetto XVI li legga bene. Non c'è da aggiungere altro. (Turchia Oggi)
28.10.2006

 

16 MILA AGENTI
PER PROTEGGERE
BENEDETTO XVI

Polizia_in_forza_per_proteggere_il_Pontefice

Il Pontefice nei quattro giorni in Turchia si sposterà all'interno delle città con una macchina blindata. Altre due identiche faranno parte del corteo.

Un'automobile blindata per Benedetto XVI ed altre due, identiche, faranno parte del corteo per gli spostamenti del Papa in Turchia: è una delle misure di sicurezza rese note dal Direttorato generale di sicurezza di Ankara che ha annunciato di aver adottato per la presenza papale un piano di protezione di "Tipo A", lo stesso usato in occasione della visita di Bush.
Elaborato insieme con i servizi di intelligence (Mit) e la Gendarmeria, il piano si occupa della sicurezza di Benedetto XVI fin dal suo ingresso nello spazio aereo turco. Gli F-16 dell'aviazione scorteranno l'aereo papale, con una misura che è insieme di protezione e di accoglienza.
Al momento dell'atterraggio dell'aereo, il traffico verrà bloccato nell'intera zona. Unità speciali di polizia e tiratori scelti saranno dislocati lungo i percorsi degli spostamenti papali.
Durante i quattro giorni della presenza del Papa (dal 28 novembre al primo dicembre) saranno 7mila gli agenti mobilitati ad Ankara e 9mila ad Istanbul: il Direttorato ha annunciato che in quei giorni non sarà concessa alcuna licenza.
La mobilitazione, oltre che garantire la sicurezza di Benedetto XVI, vuole anche prevenire proteste motivate con le parole della "lectio" di Regensburg, che a settembre hanno provocato contestazioni di piazza. La polizia ha avvertito che eventuali manifestazioni saranno vietate anche nelle province non visitate dal Papa. (AsiaNews.it)
28.10.2006

 

EDIZIONE IN TURCO
DELLA SINTESI
DEL CATECHISMO

Sarà pubblicata a cura dell'<Aiuto alla Chiesa che soffre>. L'iniziativa annunciata da mons. Luigi Padovese.

Un'edizione in turco di una sintesi del Catechismo della Chiesa cattolica, intitolata "Io credo", sarà pubblicata in occasione della visita di Benedetto XVI a cura dell'<Aiuto alla Chiesa che soffre>. L'iniziativa, riferisce <AsiaNews>, è stata annunciata a margine di un incontro a Koenisberg in Germania con mons. Luigi Padovese, vicario apostolico per l'Anatolia. (da Ansa)
28.10.2006

 

"AL PONTEFICE VORREI DIRE...."

Elif_Shafak

Intervista della rivista <Grazia> alla scrittrice turca Elif Shafak. L'importanza di una visita e dell'incontro del Papa con gli esponenti di religioni diverse.

Il 28 novembre Benedetto XVI andrà in Turchia, cuore europeo dell'islam. Elif Shafak, la scrittrice turca incriminata per le sue dichiarazioni politiche ed accusata di oltraggio all'identità turca, racconta in una intervista a <Grazia> come è il suo Paese e da quali divisioni è lacerato. "Mi piacerebbe dire al Papa di non cadere in generalizzazioni sull'Islam: è estremamente pericoloso. Il mondo musulmano non è un blocco monolitico come si pensa in Occidente. E' importante cogliere le differenze".
Ad esempio, "vorrei ricordargli che c'è anche un cammino Sufi, mistico dell'Islam, che è basato sull'amore. Gli direi anche che nel mio Paese c'è uno scontro di pensiero, tra democratici e i nazionalisti. La Turchia è spaccata: da una parte c'è chi vuole che il Paese entri in Europa, che diventi una società aperta; e dall'altra ci sono quelli che vogliono mantenere la Turchia isolata, xenofoba e nazionalista: una società chiusa".
Secondo la Shafak, "è proprio perché le cose si stanno muovendo verso l'apertura e la democrazia che i reazionari seminano sempre più panico e violenza": Quanto all'arrivo del Papa in Turchia, "è molto importante, così come la sua decisione di incontrare i massimi esponenti di diverse religioni e culture...". (da Adnkronos)
28.10.2006

PRIMUS INTER PARES

Benedetto_XVI Bartolomeo_I

Carico di significati l'incontro tra il Pontefice Benedetto XVI ed il Patriarca ortodosso di Istanbul Bartolomeo I. Un momento di forte ecumenismo.

Il Patriarca ortodosso di Istanbul, Bartolomeo I, si accinge ad incontrare, verso la fine di novembre, Papa Benedetto XVI. Questo incontro è carico di significati ecumenici: è noto che il Patriarca è impegnato da tempo, con coraggio e perseveranza, a favore di un riavvicinamento delle chiese cristiane.
Ma chi è Bartolomeo I e come svolge la sua attività in terra turca?
Nel quartiere fanariota della megalopoli turca, dove una volta si trovava la comunità greca più potente d'oriente, il Patriarca Ecumenico vive in un monastero di origine bizantina circondato da alte mura in quella che è ancora una enclave della ortodossia greca in terra turca. Questo uomo colto e gentile accoglie gli ospiti porgendo caffè e dolci delizie , rivolgendosi a loro spesso nella lingua degli ospiti, parla infatti correntemente sei lingue tra cui il turco, l'italiano ed il tedesco.
Egli si considera un primus inter pares tra i vescovi della chiesa ortodossa universale che dalle Americhe ad Alessandria conta circa 300 milioni di fedeli.
Tuttavia non governa uno Stato della Chiesa come comunemente si intende nel diritto internazionale parlando del Vaticano, né l'anziano religioso dalla barba bianca e lucente lo desidera, a dispetto di quello che gli rimproverano i nazionalisti turchi. Il sospetto, ed un malcelato senso di sfiducia, arriva anche da Ankara che lo considera come il capo religioso di una comunità di circa duemila fedeli presenti in Turchia, dislocati prevalentemente a ridosso delle coste e d'intorno al Bosforo. Nelle sedi governative non amano sentire la seconda parte del titolo "ecumenico", che gli spetta da oltre 1500 anni. La sua autorità emana dalla durata stessa della presenza del Patriarcato in terra ottomana prima e turca poi, attraverso vicende non sempre del tutto tranquille, seguendo la tradizione della Chiesa cristiana d'Oriente scandita attraverso i secoli: nel 1204, le crociate cattoliche, nel 1453 la conquista della città da parte dei turchi Osmanli, gli Ottomani secondo la dizione italiana, poi la dura separazione a seguito della costituzione della Repubblica turca all'indomani della prima guerra mondiale.
Quest'uomo incorpora in sé la storia millenaria di questa città, che una volta è stata un baricentro importante negli assi mondiali dei commerci, del potere politico e della potenza sui mari e sulle terre. Secondo la Costituzione repubblicana egli è un cittadino turco appartenente alla fede greco-ortodossa. I suoi studi in Germania, a Monaco, ed in Italia, a Roma, oltre al Seminario ortodosso nell'isola di Halki, nel Mar di Marmara, gli hanno conferito profondità di fede, ma anche grande capacità di valutare il pensiero ed i sentimenti dei vicini nella fede e nel senso della contiguità geografica.
La richiesta di nuove chiese - Il Patriarca ha un buon rapporto con le Autorità turche della città di Istanbul e con quelle del Governo di Ankara. L'attuale Primo Ministro, Recep Tayyip Erdogan, era stato Sindaco della metropoli posta su due continenti ed aveva avuto contatti frequenti con la guida religiosa ortodossa. Quest'ultimo però si sente, per così dire, un po' ingabbiato: durante la recente visita di monsignor Rino Fisichella, ordinario del Parlamento italiano, sono stati evidenziati problemi essenziali relativi alla vita delle comunità religiose cristiane. Difficoltà che si materializzano nella costruzione di nuove chiese e nel restauro e manutenzione di quelle, poche, già esistenti. I religiosi non possono mostrare segni esteriori della loro vita religiosa, così le suore italiane ad Izmir debbono uscire in borghese. Non è che si sia in presenza in terra turca di uno stabile e disteso colloquio tra la confessione religiosa maggioritaria, la musulmana, e quelle cristiane molteplici e variegate. Ricordiamo che ad Istanbul risiede anche il metropolita armeno, fatto di notevole importanza visto che tra Armenia e Turchia le frontiere sono chiuse, e non solo quelle fisiche: ogni possibilità di dialogo e comunicazione assume su questo sfondo una fondamentale importanza.
Lo Stato è laico ma questo Governo turco non è laico. Inoltre episodi di violenza non sono mancati e sono culminati nell'uccisione, alcuni mesi fa, di un sacerdote italiano. Lo stesso Seminario dell'isola di Halki, ci ricorda l'anziano Patriarca, è chiuso da anni e questo è uno degli argomenti che Bartolomeo I affronterà con il Papa cattolico forte del sostegno dell'Unione Europea che ne chiede la riapertura. Inoltre, e questo è oggettivamente più grave, lo stesso Patriarca non può ordinare nuovi preti ortodossi attingendo a cittadini turchi: come dire che i nuovi pastori dovrebbero venire da fuori, e naturalmente chiedere il permesso per vivere ed operare in terra turca.
Il Patriarca sostiene lealmente in ogni occasione e ad ogni livello politico l'adesione della Turchia all'Unione Europea. Bartolomeo I, che nasce con il nome borghese di Dimitrios Archondonis su una piccola isola egea passata nel 1923 a seguito del Trattato di Losanna alla sovranità turca, teme soprattutto che la sua comunità possa estinguersi, così come l'immenso patrimonio plurisecolare che la caratterizza. A 66 anni non è neanche il più anziano nel Patriarcato e tra i suoi possibili successori quelli con meno di 70 anni si contano sulle dita di una mano. Il suo impegno a favore di una Turchia nell'Unione Europea può essere visto anche come un possibile viatico di salvezza per questa sua chiesa e comunità. Ma sicuramente egli guarda, oltre che al suddetto patrimonio culturale millenario, alla salvaguardia della pace in una area molto turbolenta, alla crisi delle vocazioni religiose, al dialogo cristiani-musulmani. In altre parole il suo impegno ecumenico e la sua volontà di riavvicinamento è sicuramente autentico e dettato da motivazioni alte, che trascendono i limiti della pur importante sorte dell'ortodossia in terra turca.
La comunità ebraica - Il Patriarca ha subito il destino delle sua famiglia segnato dagli Accordi Venizelos-Inönü: allorché i greci dovettero abbandonare in massa i territori turchi e reciprocamente i turchi che abitavano le aree che oggi sono greche dovettero fare rotta verso l'Anatolia, con tutti drammi del caso acuiti anche dalle non isolate situazioni particolari, per esempio genti di etnia turca ma di fede ortodossa e greci turchizzati seguaci di Maometto. Lo scambio di popolazioni fu legittimato da accordi internazionali ma costituì comunque un dramma. Ancora oggi molti greci visitano come turisti Istanbul che nel corso della sua storia fu molto tollerante ed accogliente. Ricordiamo che vi prospera, pressoché indisturbata, una cospicua comunità ebraica qui da tempi immemorabili. Molti greci poi vogliono sposarsi o far battezzare i propri figli nel Patriarcato.
L'incontro con Papa Benedetto XVI può sicuramente costituire un momento di forte ecumenismo ed un segnale di apertura agli uomini di buona volontà in terra turca: ma la percezione di questa visita da parte turca susciterà - ne siamo certi - delle reazioni politicizzate, orientate e vagamente allarmistiche. (Stefano Barocci)
28.10.2006

AL FIANCO DEL SOMMO PADRE

Il_card._Walter_Kasper

Nel viaggio in Turchia sarà presente anche il card. Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani.

Il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani, sarà al fianco di Benedetto XVI nel delicato viaggio in Turchia.
- Che significato ha questo viaggio?
"La visita di Benedetto XVI in Turchia è molto importante e mostra la volontà e la disponibilità del papa al dialogo con i musulmani moderati. Ha tre finalità: il dialogo ecumenico e l'incontro con il Patriarca Bartolomeo I per portare avanti il dialogo con gli ortodossi; il dialogo con i musulmani; la volontà di rafforzare e incoraggiare la minoranza cristiana che vive in Turchia e questo è molto importante".
- Quale sarà un momento particolarmente importante del viaggio?
"La visita con il Patriarca Bartolomeo I e quello con il Patriarcato armeno saranno due momenti importanti per il dialogo con la Chiesa orientale".
- Crede cheil Papa parlerà del genocidio?
"I rapporti tra armeni e turchi sono molto delicati. Non so se il papa affronterà l'argomento".
- Il Papa si recherà per la prima volta in un Paese a maggioranza musulmana. La sicurezza è garantita?
"Lo Stato farà tutto il possibile per garantire la sicurezza del papa. Certamente è impossibile garantirla in assoluto, perché ci sono tanti matti nel mondo, ma nessuno qua in Vaticano è impaurito. Noi cristiani ci troviamo nelle mani di Dio". (Serena Sartini/www.korazym.org)
28.10.2006

 

LA REALTA' DI UNA CHIESA MINORITARIA

Intervista dell'<Aki-Adnkronos-International> a monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell'Anatolia. "I cristiani non sono un corpo estraneo", ha detto.

"La comunità cristiana in Turchia attende con interesse e partecipazione la visita del Papa, anche perché si aspetta da lui parole di sostegno. Si aspetta che il Santo Padre presenti alla maggioranza musulmana la realtà di una chiesa che nel Paese è minoritaria, ma non nemica del popolo turco": con queste parole monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell'Anatolia e grande conoscitore dei temi relativi alla cristianità in Turchia, spiega ad <Aki-Adnkronos International> come il Paese si prepari alla visita di Papa Benedetto XVI, che inizierà il 28 novembre prossimo. "I cristiani - ha proseguito monsignor Padovese - non sono un corpo estraneo alla Turchia, ma una componente del tessuto nazionale, che deve però essere integrata maggiormente attraverso il riconoscimento di tutti i diritti di cui godono gli altri cittadini turchi". Nel colloquio con <Aki>, l'arcivescovo affronta anche i fatti di attualità, come la proposta di legge legge francese che punisce chi nega il genocidio degli armeni (in prevalenza cattolici), approvata la scorsa settimana dall'Assemblea nazionale. Per il prelato, il riaccendersi della questione armena in seguito a questa iniziativa non darà vita a nuove tensioni tra musulmani e cattolici in Turchia e non renderà più pericoloso il viaggio del Papa. "I vescovi hanno espresso il loro appoggio alle dichiarazioni dal patriarca armeno Mesrop II, che si è dissociato da quanto il parlamento francese ha stabilito - ricorda monsignor Padovese - Anche il fatto che anche il presidente francese Chirac abbia preso posizione contro la legge è abbastanza significativo". Ma il vescovo non sminuisce la portata dell'iniziativa: "Le cose dette all'estero, in questo caso in Francia, hanno un peso e purtroppo spesso non si considerano le risonanze negative per le comunità in loco - spiega - Bisogna aiutare la convivenza e non esasperare le tensioni". Il vescovo ammette la necessità di ridiscutere la questione armena: "Quando, mi auguro presto, in Turchia ci sarà un incremento di pluralismo e democrazia, come già in parte accade, si potrà riprendere in esame quei fatti da parte degli storici: in questo contesto, invece, mi sembra che si voglia solo umiliare i turchi".
Tutto è molto complesso - La realtà del cristianesimo in Turchia è molto complessa, ricorda monsignor Padovese: "Ci sono cattolici latini e ortodossi, il patriarcato ecumenico e quello di Antiochia, armeni cattolici e gregoriani, caldei, siro-cattolici, siro-ortodossi, melkiti. Questo insieme variegato - continua - soprattutto nel sud si raccoglie in poche chiese e così anche i cristiani di altre confessioni partecipano alle nostre liturgie". Nonostante le numerose sfaccettature, comunque, la comunità cristiana resta numericamente molto ridotta: "E' difficile fare una stima sui cristiani di Turchia, che oscillano tra gli 80 e i 100 mila - spiega il vescovo - Calcoli esatti non ne sono mai stati fatti e le cifre approssimative di cui disponiamo si riferiscono solo ai cristiani dichiarati. C'è una larga fetta di famiglie, originariamente cristiane, che per necessità di sopravvivenza ha rinunciato alla propria identità, almeno all'esterno".
Per i cattolici di Turchia, che rappresentano meno dell'1% del totale della popolazione, "la coscienza della propria identità è molto più sentita che in un paese di tradizione cristiana", spiega ad <Aki> mons. Luigi Padovese. "Lo si nota ad esempio nei matrimoni: è difficile che un cattolico sposi un musulmano e questo è il segno più indicativo di un'identità che si vuole mantenere". Soprattutto nel sud e nelle regioni dove la convivenza ha una tradizione più consolidata, ultimamente è diventato meno imprudente manifestare apertamente la propria fede: "Ci sono tanti ragazzi e ragazze che portano una catenina con la croce - esemplifica mons. Padovese - mentre capita che in Inghilterra la si debba nascondere per motivi di ordine professionale" (il riferimento è al caso dell'hostess sospesa dalla <British Airways> per la scelta di indossare una croce). Nei numerosi saggi che Luigi Padovese ha dedicato al tema, si legge come sia proprio in Turchia che, in buona parte, la Chiesa degli albori abbia preso corpo e si sia sviluppata. Ad Antiochia, ad esempio, ha preso forma la prima missione ai pagani ed è sorto uno dei primi centri di riflessione teologica. Lo stesso Vangelo di Matteo sembra essere l'eco della catechesi condotta in queste terre. Cosa ha portato allora la comunità cristiana a sgretolarsi e quasi a scomparire nel corso degli anni? "All'origine del fenomeno ci sono le vicissitudini storiche, a partire dal passaggio dall'impero ottomano alla repubblica turca, - spiega il vescovo - A un certo punto è stato necessario passare da una realtà ottomana molto eterogenea a uno stato nazionale forte, dotato di un'identità precisa. Questo è il merito di Ataturk (il 'padre dei turchi' Mustafa Kemal, fondatore e primo presidente della Repubblica, ndr), che ha dato il senso dello stato, riducendo di contraccolpo le diversità e quindi anche le minoranze e i loro diritti, nonostante ci fosse un trattato". Il riferimento di monsignor Padovese è al Trattato di Losanna del 1923, che imponeva il riconoscimento dei diritti di tutte le minoranze. La Turchia ha però dato un'interpretazione restrittiva del Trattato, che ha impedito ad alcuni gruppi, tra cui i cattolici latini, di godere di personalità giuridica e di tutti i diritti che ne conseguono.
Situazione inasprita - "Il processo di nazionalizzazione - spiega il prelato - ha ridotto il numero di cristiani e ha portato alla scomparsa di molte chiese, ospedali, ospizi e scuole che pure fino al 1940 erano ancora attivi". Negli ultimi anni, poi, la situazione si è inasprita: "Sempre più spesso essere buon turco significa essere musulmano. Ed è questo binomio che spiega fenomeni recenti, come l'omicidio di don Andrea Santoro". Monsignor Padovese ricorda a questo proposito le parole della madre e del fratello del minorenne accusato di aver ucciso a Trebisonda, lo scorso febbraio, il religioso italiano: "La madre parla del figlio come di un eroe dell'Islam, che è in carcere per Dio, e il fratello se la prende con il 'cane americano' e con l'Occidente, che sarebbero causa di tutti i disordini. Sembra quasi che si siano spartiti le dichiarazioni, una il versante religioso, l'altro quello politico. E sono proprio queste le due componenti che condizionano la vita delle minoranze, formalmente accettate, ma non con pari diritti". (Aki-Adnkronos International)
28.10.2006

 

 

MESSAGGERO DI PACE

Il_patriarca_armeno_Mesrop_II

Così si è espresso il Patriarca armeno, Mesrop II, circa il viaggio del Pontefice in Turchia. Previsto anche un incontro tra i due.

"Il Papa è messaggero di pace e visiterà uno dei Paesi musulmani più moderati nel mondo, che ha un Governo secolare. Spero che la sua visita crei dei ponti da costruire tra musulmani e il mondo cristiano, tra est ed ovest e che la sua visita, prima di tutto e soprattutto, aiuti la comprensione reciproca tra musulmani e cristiani". E' quanto afferma il Patriarca armeno in Turchia Mesrop II, commentando la visita del Papa nel Paese anatolico, confermato qualche giorno fa dal Vaticano e in programma dal 28 novembre al primo dicembre.
Benedetto XVI visiterà dunque il Patriarcato armeno. "Sì - risponde Mesrop - ma non so il giorno. Noi l'abbiamo invitato". E si aspetta parole di condanna sul genocidio? "Per gli armeni e i turchi la questione di ciò che successe negli anni Cinquanta è una questione molto delicata - risponde il Patriarca - speriamo di superarla con il dialogo con i turchi".
Per Mesrop "la visita di Benedetto XVI in Turchia sarà un segnale di vicinanza anche alla chiesa ortodossa orientale". E sulla sicurezza, il Patriarca è tranquillo. "Penso che gli ufficiali turchi abbiano preso tutte le precauzioni necessarie - risponde - ultimamente gli ufficiali turchi mi hanno detto che ci saranno misure di sicurezza enormi. Sono sicuro che il governo turco farà tutto il possibile per prevenire attacchi". (Apcom)
28.10.2006

 

EQUIVOCI FUGATI DAL DIALOGO

"Mi pare che vi sia un orientamento sereno ad accogliere il Papa in Turchia", ha detto mons. Pierluigi Celata, segretario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.

"Mi pare che vi sia un orientamento sereno ad accogliere il papa in Turchia, con quella ospitalità che è tipica del popolo turco. Questa è la sensazione che ho colto dalla mia visita". Le incomprensioni post-Regensburg sono acqua passata: Monsignor Pierluigi Celata, segretario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, reduce da una recente missione in Turchia dove ha avuto incontri con le massime autorità islamiche, parla in modo positivo della prossima visita di Benedetto XVI ad Ankara, Istanbul e Smirne.
"la Turchia è un Paese di non facilissima comprensione - ha spiegato l'arcivescovo proveniente dalle fila della diplomazia, nel corso di una conferenza stampa di presentazione del messaggio vaticano di fine Ramadan - La realtà musulmana è ben presente. La maggioranza sunnita, l'unica ad essere riconosciuta, è organizzata attraverso un ufficio statale presso il Primo Ministro. la visita papale è nata, subito dopo la sua elezione, dall'intenzione di Benedetto XVI di restituire la visita del Patriarca di Costantinopoli". (da
Ansa)
28.10.2006

IL PAPA BUONO
RIPORTATO
AD ISTANBUL

Lo_scultore_Carlo_Balljana

Il 1 dicembre prossimo una statua alta due metri dedicata a Giovanni XXIII verrà scoperta da Benedetto XVI davanti alla cattedrale del Santo Spirito. L'opera scolpita dall'artista Carlo Balljana.

Aveva 19 anni il giovane studente Carlo, nel marzo del 1963, quando, già folgorato da "Papa Giovanni", realizzò un crocifisso in bronzo e lo inviò al Pontefice per il suo onomastico. Oggi, che di anni ne ha 62, e nel frattempo di strada ne ha fatta, Carlo Balljana, archiettoo e scultore, è al suo tredicesimo monumento dedicato a Giovanni XXIII: quello in bronzo, alto un paio di metri, che il 1 dicembre sarà scoperto da Papa Benedetto XVI a Istanbul nel corso della sua storica visita in terra di Turchia.
Balljana e il "Papa buono". Un rapporto che nasce con il monumento di Giovanni XXIII circondato dai bambini, oggi collocato a Lusia (Rovigo) e che prosegue con quello di Sotto il Monte, ma anche con quello collocato davanti alla Nunziatura di Sofia. Un rapporto diventato intenso e spirituale: "Perchè - confida l'artista di Sernaglia - basta che chiuda gli occhi e vedo il suo volto". Un rapporto fra lo scultore e il Beato che non è sfuggito agli uomini della Chiesa. Tanto da far dire a mons. Antonio Lucibello, nunzio apostolico in Turchia: "Balljana, con la sua opera, è riuscito ad esprimere nei tratti somatici di Papa Giovanni XXIII, quella beatitudine evangelica nella mitezza che gli uomini del suo tempo avevano colto nel giusto segno, definendolo universalmente il Papa buono".
Una statua "che esce dal cuore nobile dell'artista più che dalla fine intelligenza" quella che, il 1 dicembre, sarà scoperta da Benedetto XVI davanti alla Cattedrale del Santo Spirito di Istanbul, e poi collocata davanti alla Basilica di Sant'Antonio, la casa dei Frati minori conventuali, iniziata a costruire esattamente cent'anni fa. Tutti luoghi cari a Giovanni XXIII, che fu per dieci anni Nunzio apostolico in Turchia, sulla sponda del Bosforo.
Dal 5 gennaio del 1935 al Natale del 1994. Anni che, in parte, coincidono con la tragedia della guerra. "E il Papa Giovanni di Balljana - fa notare oggi monsignor Francesco Capovilla - è lo stesso che balza da un fioretto del <Giornale dell'Anima>". Era il 1939 e l'allora mons. Roncalli, raccolto in preghiera, sulle rive del Bosforo, rifletteva: "... Dalla finestra della mia camera, qui, presso i Padri Gesuiti, osservo tutte le sere un assemblarsi di barche sul Bosforo... E' la pesca organizzata delle palamite, grossi pesci che si dice vengano da punti lontani del Mar Nero... Imitare i pescatori del Bosforo, lavorare giorno e notte con le fiaccole accese, ecco il nostro grave e sacro dovere".
"Papa Giovanni con l'abito dimesso del pellegrino, la mano destra sorreggente la colomba che evoca l'arcobaleno della pace, la mano sinistra aperta al dono di sè, nell'umile atto dell'indigente": questa è l'immagine scolpita nel bronzo da Balljana (nella foto ancora mancante della colomba) che dal 1 dicembre ricorderà davanti alla Basilica di Sant'Antonio i dieci anni del Papa buono a Istanbul. E Balljana sarà là. Testimone di un evento: la visita di Benedetto XVI in Turchia. Che sarà ricordato da un'altra opera dello scultore trevigiano: il bassorilievo e le medaglie celebrative con l'effige di Papa Ratzinger e dei Santi apostoli Pietro e Andrea. (Gianpiero De Diana/
Il Gazzettino on line)
28.10.2006

CONDITIO SINE...

Georgi_Parvanov Volen_Siderov

 

Per la Turchia e per le minoranze turche in Bulgaria tutto dipenderà da chi vincerà il secondo turno delle elezioni. Nel primo turno sono usciti fuori il presidente uscente Georgi Parvanov ed il leader dell'estrema destra Volen Siderov.

Domenica 22 ottobre in Bulgaria ci si è recati alle urne per votare il nuovo Presidente. Il 63% dei voti è andato al presidente uscente Georgi Parvanov mentre il 20-22% dei voti è statoraccolto dal leader dell'estrema destra e leader di Ataka, Volen Siderov. Il movimento Ataka ha raccolto il doppio dei voti (570.000) rispetto alle elezioni politiche del 2005. Il candidato della destra, Nedelcho Beronov, non ha superato il 10% dei consensi.
"Parvanov è quasi presidente, dell'astensionismo", ha titolato la propria pagina il quotidiano <Sega>. Alle urne si è recato infatti solo il 39-40% degli aventi diritto.
Parvanov e Siderv ora si affronteranno al secondo turno il prossimo 29 ottobre. Molti commentatori hanno fatto paragoni con le elezioni presidenziali francesi del 2002 quando al secondo turno passarono Jean Marie Le Pen e Jacques Chirac.
La retorica anti-turca - Parvanov era il candidato non solo del Partito socialista bulgaro, attualmente al Governo, ma anche del Movimento per i diritti e le libertà, punto di riferimento in Bulgaria della minoranza turca. Sono stati più di 200 i pullman di persone con la doppia cittadinanza (turco-bulgara) provenienti da Istanbul, Bursa, Izmir e Ankara e arrivati in Bulgaria per votare. La dura retorica anti-turca adottata in campagna elettorale da Siderov ha infatti compattato la principale minoranza della Bulgaria sul nominativo di Parvanov.
Siderov in campagna elettorale si è proposto, nel caso di vittoria, di dichiarare anti-costituzionale i partiti turchi, vietare le trasmissioni in lingua turca sulla TV statale bulgara, e di espellere dal Paese "ogni traditore che sventola in Bulgaria la bandiera turca".
Attacchi al leader del Movimento per i diritti e le libertà Ahmed Dogan sono arrivati anche dal candidato della destra Nedelcho Beronov il quale ha affermato che "su un terzo del territorio bulgaro si è istituito un regime corporativo etnico rappresentato dal Movimento per i diritti e le libertà". A suo avviso un secondo mandato a Parvanov non farebbe altro che rafforzare il potere di Ahmed Dogan. Parvanov ha ribattuto sostenendo che è pericoloso giocare sul tema della tolleranza etnica.
La crisi della destra - Al secondo turno rimarrà a casa il candidato della destra, sconfitto da Siderov. Lo stesso Parvanov si augurava che questa situazione non si verificasse. Il Presidente uscente ha affermato che l'arrivo al secondo turno di Siderov sarebbe stato "vergognoso per la Bulgaria".
"Il vero rivale di Parvanov è Beronov", spiegavano due studenti ad un comizio elettorale di Parvanov tenutosi il venerdì precedente al voto. "Non abbiamo paura di Siderov, è una testa calda. In molti dicono di sostenerlo ma poi, sapendo che è una testa calda, non gli daranno il voto".
La realtà si è dimostrata diversa. La sconfitta di Beronov ha approfondito la crisi all'interno della destra tant'è che Ivan Kostov, ex primo ministro e attualmente leader dei Democratici per una Bulgaria forte, uno dei soggetti politici che compongono attualmente la destra bulgara, aveva dichiarato che il proprio partito non avrebbe sostenuto nessun candidato.
Cartoni animati e manifesti elettorali - Durante la campagna elettorale è circolato un cartone animato: il protagonista era Volen Siderov, che se ne andava in giro pistole alla mano e su un carroarmato. Negli slogan del video si facevano dei paragoni tra Siderov e Slobodan Milosevic. Nei sottotitoli si elencavano le cifre delle varie tragedie che hanno costellato la dissoluzione della ex Jugoslavia. In tutta risposta sui cartelloni pubblicitari di Ataka è apparso Parvanov con indosso un fez rosso.
Voto di protesta - L'establishment bulgaro considera Volen Siderov un fascista, xenofobo e con idee contro i rom, i turchi e gli ebrei. Nella notte del giorno delle elezioni molti sociologi hanno sottolineato come nessun politico avrebbe sostenuto Siderov al secondo turno pena il rischio di stigmatizzazione. Secondo gli esperti l'alta percentuale ottenuta da Siderov va considerata voto di protesta da parte di quei cittadini bulgari che hanno perso molte certezze in questi 16 anni di transizione.
Georgi Parvanov ha dichiarato, nella conferenza stampa successiva al primo turno, che senza dubbio vi è un deficit di giustizia in Bulgaria. Siderov ha però sfruttato al massimo questo dato di fatto: il suo ritornello incessante è stato che politici, ministri e primo ministro hanno continuato a depredare i cittadini bulgari rimanendo impuniti.
Al secondo turno Parvanov non dovrebbe avere problemi. Certo è che con una sua riconferma il Partito socialista bulgaro assommerebbe a sé tutte le principali cariche nel paese: presidenza, Primo ministro, presidente dell'Assemblea Nazionale e procuratore generale.
Attualmente i socialisti sono al potere assiema al Movimento per i diritti e le solidarietà e il Movimento Simeone II. Quest'ultimo partito però non ha sostenuto la candidatura di Parvanov alle presidenziali e questo ha reso ulteriormente fragile la coalizione di governo.
Poprio per questo ora la questione politica principale nel paese non riguarda l'esito del secondo turno, ritenuto scontato, ma l'eventualità di elezioni politiche anticipate, dopo l'entrata della Bulgaria nell'UE il prossimo primo gennaio del 2007. (Tanya Mangalokova/www.osservatoriobalcani.org/articleview/6305/1/51/)
28.10.2006

 

 

EUROPA,
MEDITERRANEO,
TERRORISMO

Limassol

La relazione dell'avv. Franco Coccia al convegno che dall'8 al 12 novembre si terrà a Limassol da parte dell'Associazione ex parlamentari europei.

Appuntamento a Limassol. E' qui - in questa ridente cittadina della Repubblica cipriota - che si riuniranno quattordici associazioni di ex parlamentari europei. L'Italia sarà sarà presente al completo guidata dal suo presidente avv. Franco Coccia, già componente per i "laici" del Consiglio Superiore della Magistratura. I lavori si terranno da mercoledì 8 a sabato 12 novembre. Purtroppo non ci sarà la delegazione turca, a meno di un ripensamento all'ultimo momento. I motivi di questa assenza - tanto più grave in quanto la Turchia è stata tra i Paesi soci fondatori delle Associazioni ex parlamentari europei - vanno ricercati in uno sgarbo (forse anche qualcosa di più) che il Governo di Nicosia, o comunque gli organizzatori del convegno, hanno di recente fatto alla delegazione in questione. Alla quale, secondo le disposizioni date, non sarebbe stato dato il permesso di scendere all'aeroporto di Larnaka, quindi relativamente vicino a Limassol, bensì a Nicosia, là dove poi sarebbe stata costretta a sottostare a tutte quelle pratiche doganali alle quali vengono sottoposti i comuni viaggiatori. Non solo, ma in un depliant già dato alle stampe dall'organizzazione e da distribuire quando sarà il momento ai partecipanti ai lavori, è stata inserita una cartina topografica nella quale la zona della Repubblica della Rtnc (Cipro Nord) viene indicata come zona "occupata". Ce n'era abbastanza per un rifiuto.
Noi di <Turchia Oggi> ci auguriamo però che lo "strappo" venga ricucito. Sarebbe un peccato se ciò non avvenisse, maggiormente ora che la Finlandia sta facendo il possibile per trovare una soluzione alla crisi che coinvoge - nell'ambito di una riunificazione dell'isola - Turchia, Cipro Nord e Cipro Sud. Di seguito la relazione che leggerà l'avv. Franco Coccia.

Nell'affrontare questo tema, non si può prescindere da un dato storico indiscutibile. Nella storia dell'umanità il rapporto tra l'Europa ed il Mediterraneo è stato centrale e decisivo per lo sviluppo della civiltà. Con lo scorrere dei secoli il Mediterraneo, che è stato definito "il cuore del mondo", e nel contempo "una perla", "un mare di luce", ha perso questa valenza. Oggi più che mai è diventato il nodo sin qui inestricabile della politica non solo europea ma internazionale. Un'area geografica che costituisce un labirinto ed un groviglio di problemi e prospettive presenti su scala globale. Alla sua soluzione sono legate le sorti della pace, della democrazia, dell'economia, della convivenza tra civiltà diverse, della sicurezza delle popolazioni.
Questa premessa non può non riportarci alle vicissitudini storiche che hanno visto come protagoniste le sponde del Mediterraneo, dalla talassocrazia alla modernità. Un filo inestinguibile che scorre lungo i secoli e che sono il nostro patrimonio.
Da Menfi, nel secondo millennio, la città più grande del mondo, ad Atene che con Pericle divenne la capitale culturale del Mediterraneo, a Cartagine centro di un enorme impero commerciale, ad Alessandria rivale di Atene nel ruolo di guida culturale nel mondo, a Roma per sei secoli capitale politica del Mediterraneo, e Granada la perla luminosa del Medio Evo Europeo a Venezia fino al 1700 regina dei mari. Le loro storie hanno segnato la vita di gran parte del mondo.
Le tre grandi religioni monoteiste - La cultura mediterranea è cresciuta attraverso incontri, scambi , passioni e commistioni di razze, duttilità e forti ambizioni. Agli arabi si deve la traduzione di Aristotele in latino e in arabo. E sono stati viaggiatori arabi o europei come Marco Polo e Cristoforo Colombo a portare nel mondo lo spirito di questo Mediterraneo aprendo la via a nuovi orizzonti. In esso sono nate e si sono affermate le tre grandi religioni monoteistiche: la giudaica, la cristiana e la mussulmana. I viaggi, i commerci, le vicende di guerra e di pace, i ritrovamenti, i matrimoni e le successive simbiosi culturali, nella musica come nella pittura o nell'arte culinaria: ecco ciò che più facilmente definisce il Mediterraneo di oggi e di ieri, secondo TAHAR BEN Jallun. Per altro verso per citare Braudel, "Le memoires de la mediterranée" : "Il Mediterraneo è un meccanismo che tende ad associare i Paesi che si trovano nel suo immenso spazio", ieri come oggi, malgrado tutto.
Un quadro etnico, culturale, storico e sociale complesso e di forte straordinarietà. Sul piano storico questo mare si avvia alla modernità con l'apertura del Canale di Suez. Si apre così alla modernità nel 1869 col divenire un mare di transito per le rotte tra il Pacifico, l'Oceano Indiano e l'Atlantico.
Questo breve excursus storico ci conduce alla nostra epoca che si caratterizza con il processo di marginalizzazione progressiva della riva Sud del Mediterraneo, in età moderna, nel XX secolo.
Marginalizzazione che ha visto l'allontanamento delle sue sponde e la crescente divaricazione tra la riva nord e le riva sud, tra Occidente ed Oriente, il che ha determinato il fenomeno della disintegrazione di quella unità culturale e non solo, che fu la base della civiltà mediterranea, creando un vero e proprio jato, con un "gap" di rilevanti proporzioni.
Venendo al presente vi sono due modi di configurare la regione del Mediterraneo che ha nell'Europa il pilastro fondamentale. Possiamo convenzionalmente delimitare, come viene definito nella geo-politica, il "Mediterraneo esteso" o il "Mediterraneo limitato" intendendo per il primo il Mediterraneo dei bacini che si sviluppano ad oriente del Bosforo e dei Dardanelli fino al Mar d'Azov; il "Mediterraneo limitato" che si estende dallo Stretto di Gibilterra ai Dardanelli. È' questa la parte cui di solito fanno riferimento i documenti delle Nazioni Unite, dell'Unione Europea e dei singoli Governi.
Tale delimitazione geo-politica va estesa al vicino Medio Oriente per la stretta connessione tra il Bacino del Mediterraneo ed i Paesi che direttamente o indirettamente vi si collegano. È di tutta evidenza, oggi più che mai, che il ruolo dell'Europa in questo scacchiere passa anche e soprattutto attraverso la risoluzione dei gravi conflitti in atto tra Israele e la Palestina, nel Libano ed alla ardua ma indispensabile costruzione di nuovi rapporti di distensione e collaborazione con grandi Paesi come la Siria e l'Iran, malgrado tutto, per la pace, la sicurezza e lo sviluppo della regione mediterranea.Così delimitata la dimensione abbiamo parlato del Mediterraneo, quale "cuore del mondo", anche nel senso che in questa regione si sono concentrati problemi e prospettive presenti su scala globale e segnatamente oggi il centro della crisi dei rapporti internazionali, divenuta acutissima negli ultimi tempi, che vede nel groviglio dei problemi che presenta anche la culla del terrorismo che allarma e colpisce la sicurezza delle popolazioni collegate alle sponde del Mediterraneo. Il quadro è caratterizzato da conflitti tra fondamentalismi religiosi, lotte politiche sulla sovranità territoriale e per il possesso di risorse naturali essenziali come acqua dolce e gli idrocarburi per eccellenza. Il tutto immerso nei problemi ambientali provocati dai cambiamenti climatici e dal rischio di disastri naturali.
Partenariato su tre pilastri -
Va detto come, all'accresciuta sensibilizzazione dell'opinione pubblica, si registra un atteggiamento incerto e contraddittorio da parte delle forze politiche e delle Istituzioni.
Negli anni '90 l'Unione Europea ha concepito una "politica comune" mediterranea, che è stata avviata nel '95 nella "Conferenza di Barcellona" in cui i 15 Paesi dell'Unione hanno firmato insieme ai 12 Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo la "Dichiarazione di Barcellona" impegnandosi a realizzare un sistema di "partenariato" articolato su tre pilastri: il politico, l'economico e il socio-culturale. Mentre questi due ultimi hanno iniziato una lenta ma apprezzabile attuazione, il primo è rimasto bloccato fin dall'inizio (non è riuscito neanche a varare la progettata "Carta per la pace e la sicurezza" che avrebbe dovuto costituirne la base giuridico-politica) a causa del perdurare - e poi dell'aggravarsi - del conflitto arabo-israeliano. E vani sono stati i tentativi di riavviarla nelle "Conferenze euro-mediterranee" dei Ministri degli Esteri e dei Capi di Governo che si sono succedute. Ma certamente non ha contribuito a superare l'impasse quella mancanza di una vera e propria Politica estera comune (la progettata PESC) che ha impedito all'Europa di operare in unità di intenti e di azioni in tutto lo scacchiere medio-orientale (fino al punto di dividersi clamorosamente e di ridursi penosamente all'ininfluenza nella grave crisi irachena) Si deve aggiungere che l'allargamento a 25 ha orientato il maggior interesse dell'Unione verso l'Europa orientale e la Russia, ostacolando o almeno affievolendo l'impegno non tanto nel partenariato socio-culturale quanto in quello economico, e permettendo che i singoli Governi rinunciassero al proposito di attuare una "politica d'insieme" per il Mediterraneo e continuassero a ritenere più conveniente affrontare singolarmente i problemi e sfruttare le prospettive man mano che si presentano. Insomma alla "grande politica" concepita insieme si preferisce la piccola, miope "Reapolitik" degli interessi contingenti particolari.
Il quadro si è complicato acutamente per la questione, diventata cruciale, del terrorismo e della lotta ad esso; per l'esponenziale sviluppo del processo migratorio verso la riva nord nell'Europa continentale; per il risorgente fondamentalismo religioso alimentato strumentalmente che