ATTUALITA'
MINIME LE
DIVERGENZE
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Per
il ministro turco Ali Babacan - presente al Congresso della Bei -
Ankara ce la farà ad entrare nell'UE anche se
non "sarà facile". |
Le divergenze tra la Turchia e
l'Unione Europea non sono così profonde ed importanti . A dichiararlo è
il ministro Ali Babacan, il capo delle negoziazioni della Turchia per le
trattative d'adesione all'Unione europea. Alla fine del processo di
valutazione della candidatura turca da parte della Commissione, la
conclusione di Babacan è stata che ''le divergenze non sono così
importanti'', anche se ''tuttavia ci vorrà del tempo al suo Paese per
riformare completamente il suo modo di pensare'', in vista dell'adattameto
all'UE. Tali dichiarazioni sono arrivate nel corso di un congresso della
Banca Europea d'Investimenti. Rilevando un cambiamento di clima in Europa,
favorevole all'allargamento, Babacan ha giudicato che il processo ''non
sarà facile'', ma che ''la Turchia ce la farà''. Presente alla
conferenza, il Commissario europeo all'Allargamento Olli Rehn ha da parte
sua sottolineato che l'UE dovrà continuare ad offrire delle ''chiare
prospettive d'adesione'' ai paesi del sud est europeo. Sia Babacan che
Rehn hanno prima incontrato separatamente il ministro greco degli Affari Esteri
Dora Bakoyannis, in vista della pubblicazione da parte della Commissione,
l'8 novembre, del suo rapporto sul progresso turco. L'intento di Rehn è
anche
quello di trovare ''un compromesso costruttivo'' per evitare una
sospensione delle negoziazioni d'adesione, riferendosi al rifiuto della
Turchia di estendere alla Repubblica di Cipro l'accordo dell'unione
doganiera siglato con l'UE. ''La Turchia ha ancora del tempo per adempiere
ai suoi obblighi'', ha sottolineato Rehn. (Asca-Afp)
22.10.2006
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NESSUNA MINACCIA

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Intervista con il presidente del Parlamento Europeo,
Josep Borrell. L'UE non è un club cristiano e con la Turchia dentro
l'Europa avrebbe più peso politico.
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- Presidente Josep Borrell,
l'assegnazione del Nobel a Orhan Pamuk e l'approvazione, a Parigi, della
legge sul genocidio armeno sollevano un quesito: la Turchia deve entrare
in Europa perché va integrata o perché è la Turchia?
"Sono vere tutte e due le cose, e certo un'Europa con la Turchia
svilupperebbe il dialogo con l'Islam e avrebbe un peso geo-politico più
incisivo. Tuttavia non dimentichiamo che sono in corso negoziati il cui
risultato è un'incognita. La trattativa sarà costellata di difficoltà.
Penso soltanto al cosiddetto protocollo di Ankara che prevede l'apertura
di porti e aeroporti turchi a navi e aerei ciprioti: non sappiamo neppure
se questo problema molto concreto potrà davvero essere risolto, anche se
lo speriamo. Vorrei ricordare inoltre che il Parlamento europeo ha votato
una risoluzione estremamente critica sul processo negoziale, registrando
pochi progressi e sottolineando le difficoltà".
- Con una Turchia di 100 milioni di abitanti fra 10 anni "non ci
sarà alcuna possibilità di un'Europa integrata", come teme il francese
Sarkozy?
"Il timore principale delle nostre opinioni pubbliche nasce dal fatto che
la stragrande maggioranza della popolazione turca è di religione
islamica. Un dato di fatto che non va trascurato ma non deve essere
considerato una minaccia: se la Turchia rispetterà i criteri che le
vengono richiesti non ci sarà nulla da temere. L'Europa non è un club
cristiano, e la Turchia è un Paese laico".
- Qual è l'identità europea, allora?
"'identità europea va costruita su valori condivisi: democrazia,
diritti umani, protezione dell'ambiente, tutela sociale, parità uomo e
donna. E' questo a rappresentare l'identità europea, non la storia che
anzi ci contrappone. E la costruzione di un'identità politica europea
serve a superare la storia".
- C'è chi teme però che l'eventuale ingresso della Turchia
metterebbe a rischio la stessa dimensione politica europea.
"E perché? Già oggi non tutti i membri dell'Unione hanno la stessa
volontà di integrazione politica".
Tornando alla legge francese sul genocidio armeno, non crede che
rappresenti una voluta minaccia all'ingresso della Turchia?
"Quella legge non è ancora legge, deve passare al Senato".
- Un recentissimo saggio del sociologo tedesco Peter Hahne
riprende in chiave europea alcuni concetti che Oriana Fallaci riferiva
all'Occidente: l'Europa, di fronte all'avanzare dell'islamismo, non
reagisce ma svende i suoi valori fondanti e perde la propria identità.
Non crede che recenti avvenimenti confermino che il modello interculturale
è in profonda crisi, in Europa?
"Nonostante le difficoltà che tutti conosciamo, confrontarsi con la
diversità rappresenta una delle caratteristiche dell'identità europea.
Non si può immaginare un'Europa monoculturale. Anche per una ragione
molto concreta: saremo obbligati ad accogliere un numero sempre crescente
di immigrati per colmare il gap demografico, la società europea dovrà
per forza diventare multi-culturale. I rischi di conflitti legati a questo
processo richiedono piuttosto lo sviluppo di sistemi di integrazione
sociale che consentano la realizzazione concreta del multi-culturalismo, e
prima di tutto il confronto con l'Islam all'interno e all'esterno delle
proprie frontiere. E', questa, una delle grandi sfide politiche che ci
attendono".
- Con queste premesse, dove finisce l'Europa?
"Nessuno può e vuole lanciarsi nell'esercizio politico di tracciare le
frontiere dell'Europa. Di certo, però, avviando le trattative con la
Turchia l'Europa ha rinunciato a uno dei criteri oggettivi, quello
geografico. E' altrettanto vero che l'opinione pubblica chiede una pausa:
prima di eventuali nuovi allargamenti bisogna pensare all'integrazione.
L'Europa si è ampliata molto più rapidamente di quanto sia riuscita ad
integrarsi: ha più massa che velocità".
- Proprio per superare queste difficoltà non servirebbe una
robusta opera di ingegneria costituzionale che rafforzasse istituzioni e
regole europee?
"La necessità delle riforme è quella che in spagnolo chiamiamo "asignatura
pendiente", una materia in cui si è rimandati a settembre. Già il
trattato di Maastricht del '93 ne prevedeva ma non sono mai state fatte.
Oggi c'è una vera urgenza: non si può fare una buona politica senza
buone istituzioni, ma queste non crescono sugli alberi. Spero in proposte
concrete della futura presidenza tedesca". (Emanuele Novazio/La
Stampa web)
22.10.2006
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SEI SU DIECI NON
LA VOGLIONO
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Sondaggio
della <radioRmc> francese per sapere quanti francesi sono
favorevoli all'ingresso di Ankara nell'UE. |
Quasi sei francesi su dieci si
oppongono all'entrata della Turchia nell'UE . A indicarlo un sondaggio
condotto dalla LH2 per la <radioRMC>. Il 58% degli intervistati è
contrario alla membership di Ankara, a favore un esiguo 28%. Il
dato è in linea con un sondaggio di giugno dell'Eurobarometro: l'ostilità
verso i turchi era al 55%. Nove gli stati più scettici dei francesi:
l'Austria (81%) e la Germania (69%).(Asca-Afp)
22.10.2006
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DIALOGO ALLO
SPECCHIO

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Il
colloquio che segue è frutto di un incontro che, tenutosi alla
manifestazione "I dialoghi di Trani" il 22 settembre, ha visto
protagonisti Ennio Remondino (corrispondente Rai a Istanbul),
Yasemin Taskin (corrispondente in Italia per il quotidiano turco
<Sabah>) moderati da Giorgio Zanchini (giornalista Gr1 Rai). |
Una sorta di specchio rovesciato
mette a confronto Yasemin Taskin ed Ennio Remondino. L'una
corrispondente in Italia per il quotidiano turco <Sabah>, l'altro
grande esperto di politica estera e, anche se da soli tre mesi,
corrispondente da Istanbul per la Rai: attraverso la lente di due
giornalisti, una turca che vive in Italia e un italiano che vive a
Istanbul, proviamo a leggere i rapporti tra Unione europea e Turchia e
l'eventuale ingresso di quest'ultima. Qualcosa che assomiglia a un
riflesso identitario ci avvicina a questo tema perché la possibilità che
circa 70 milioni di musulmani possano entrare in un continente con
un'identità definita pone un problema sul quale alcuni leader europei,
come Sarkozy e la Merkel (fino a Papa Ratzinger), si sono espressi in modo
preciso e negativo.
Facciamo però, innanzitutto, un breve punto sui rapporti ormai
quarantennali tra Turchia e Unione europea. Risale al 1963 un lontanissimo
accordo che introduce la prospettiva dell'adesione; nell'87 si
ufficializza la richiesta di Ankara che nel '96 entra nell'unione
doganale. Nel'99 un passo molto importante: il Consiglio europeo concede
alla Turchia lo status di candidato.
Da allora a oggi abbiamo assistito a numerosi cambiamenti. Da parte turca
abbiamo innanzitutto registrato un'ammirevole pratica di avvicinamento
agli standard che l'UE chiede a chi si candida all'adesione, una
marcia fatta di riforme economiche e di modifiche ai codici che ha
determinato nell'ottobre 2005 l'inizio ufficiale dei negoziati. L'8
novembre 2006, infine, la Commissione europea esprimerà il suo parere
ufficiale sullo stato dei negoziati.
Forse in Turchia questo parere è un po' temuto, a causa di recenti eventi
che hanno preoccupato classi dirigenti e opinioni pubbliche europee.
Resta il fatto che l'atteggiamento generale dei turchi verso l'UE è
profondamente cambiato: è svanito, infatti, l'entusiasmo che anni fa
portava la maggior parte dell'opinione pubblica a dirsi favorevole ad
entrare nell'Unione, e, stando a recenti rilevazioni, mentre i rapporti
con gli Usa si raffreddano, tra i paesi a cui la Turchia si sente più
vicina emerge l'Iran. Dato, questo, da verificare con attenzione, ma che
merita attenzione e ci porta a una domanda: che cosa sta accadendo
nell'opinione pubblica turca? Perché cresce questo disincanto?
Taskin - Sono diversi i motivi per cui l'UE sta
perdendo popolarità tra l'opinione pubblica turca.
Negli oltre quarant'anni del progetto di adesione, molti turchi -
politici progressisti come gente comune - hanno sognato un paese più
democratico e sviluppato. Entrare nell'UE è stato l'obiettivo di un
progetto iniziato con la nascita della nostra repubblica che sin dai suoi
inizi ha guardato a occidente.
Poiché la democrazia turca ha ancora dei passi da compiere per riempire
alcune sue lacune, la società civile attribuisce all'ingresso nell'UE
grande importanza; ma nonostante ciò l'opinione pubblica ha raffreddato
il proprio entusiasmo verso l'Unione, si è sentita offesa
dall'atteggiamento delle istituzioni europee, ha avvertito una certa
ostilità e crede ora di non essere accettata tra i cittadini d'Europa,
mentre invece paesi assai meno "europei" della Turchia - come
molti stati dell'Europa centro orientale - hanno potuto godere di
condizioni più favorevoli. Ecco allora che il consenso turco verso il
processo di adesione si allontana piano piano dal 70-80% di qualche anno
fa.
A ciò aggiungiamo le affermazioni non certo positive sull'ingresso di
Ankara pronunciate da leader come Sarkozy e la Merkel, e non dimentichiamo
come anche l'opinione pubblica europea si dimostri assai fredda verso la
Turchia, tanto che il 40% si dice indecisa sulla questione.
Ci sono poi delle reticenze poste dall'Unione che in Turchia sono viste
come veri e propri ostacoli, mi riferisco alla questione curda, ad alcune
riforme e soprattutto al caso di Cipro, rispetto al quale i turchi vedono
un uso strumentale da parte dell'UE.
A tutto ciò sommiamo infine che lo "Stato profondo", ovvero
quella parte dei poteri forti (militari, nazionalisti, parte della
burocrazia), è convinto che l'ingresso nell'UE gli farà perdere
molta influenza nel Paese.
Se l'opinione pubblica turca sta perdendo il suo interesse per
l'Europa dobbiamo considerare tutti questi motivi.
Zanchini - Forse le divisioni interne all'opinione
pubblica turca su questi temi possono sorprenderci: mentre il partito
islamico al governo è europeista, un baluardo del laicismo come
l'esercito è tra i capofila degli scettici. La questione presenta
alcuni apparenti paradossi ed è ricca di possibili evoluzioni, e la
scelta della Rai di aprire una sede a Istanbul è certamente un elemento
significativo.
Remondino - Tre mesi sono davvero pochi per
comprendere una realtà complessa come la Turchia, quindi il mio livello
di conoscenza è abbastanza basso.
Spero che la Rai possa offrire al giornalismo e al servizio pubblico la
possibilità di sprovincializzarsi rivolgendo la propria attenzione non
solo alle "solite" capitali occidentali come Londra, Bruxelles,
Parigi, New York, ma guardando anche a realtà vicine e interessanti come
quella turca.
Yasemin Taskin ha sottolineato il sentimento di offesa provato dai turchi
per effetto delle resistenze europee. A mio parere tale sentimento va
contestualizzato ad un paese che pur tra tante lacune, rappresenta un
esempio di percorso democratico in una realtà storica e sociale assai
stratificata e complessa. Una curiosità sui mille volti della Turchia
come stato multietnico e quindi complesso, è legato alla mia recente
scoperta che la Turchia è il più grande paese albanese dell'Europa,
con 5 milioni di cittadini che provengono da quella terra che attualmente
ne ospita solo 4 milioni. Sappiamo tutti dov'è la Turchia, ma sappiamo
molto poco si cosa essa sia realmente.
Quanto al dibattito sull'ingresso in Europa, credo che alla Turchia si
possano addebitare alcuni torti e assieme molte ragioni. Di certo ho colto
in quel paese un profondo desiderio di modernizzazione dei codici, delle
strutture statali, del settore economico-bancario. Allo stesso tempo non
posso ignorare come le premesse del processo di adesione turca siano
legate, da parte europea, a interessi particolari, come quelli che hanno
portato l'Austria a minacciare di porre il veto sull'apertura del
negoziato con Ankara se non fosse stata ammessa contemporaneamente anche
la Croazia. In altre parole, mettendo da parte gli "alti valori"
che vengono proclamati dai governi in sede pubblica, mi pare piuttosto che
la logica di approccio dell'UE verso i paesi che hanno chiesto di
entrare si sia basata troppe volte su bassi profili di interesse nazionale
di qualcuno degli Stati membri.
Un esempio. La questione cipriota, sappiamo tutti, è un passaggio-chiave
per la Turchia. Un solo territorio, l'isola, diviso di fatto in due
entità statali separate: la parte "greca" (così possiamo
realisticamente definirla) ammessa a far parte integrante dell'Unione, e
la parte "turca" dell'isola, il cui territorio è vigilato da
un contingente militare turco continentale, addirittura esclusa da
qualsiasi riconoscimento statale all'interno dell'Europa. L'UE come
ha affrontato questi elementi di crisi che coinvolgevano un suo paese
membro (la Grecia) e un paese chiave dell'Alleanza Atlantica (la
Turchia)? Il riconoscimento di una parte di Cipro rispetto all'altra, di
fatto una sorta di pagella europea di "buoni" e di "cattivi"
ha, a mio avviso, soltanto sanzionato e accentuato quella divisione sulle
cui origini sarebbe stata utile qualche rivisitazione storica un po'
meno di parte.
Nei territori dell'Europa continentale esistono situazioni di
problematicità assai maggiori di quelle che alcuni attribuiscono alla
Turchia. Pensiamo ai Balcani, nei cui confronti, la sola strategia
internazionale per il superamento delle lacerazioni che sembrano non
finire mai, resta la proposta di adesione in massa all'Unione europea.
L'UE come formula magica, terapia per tutti i mali che la politica
internazionale e la sua diplomazia non sono riusciti sinora a curare. Ma
siamo sicuri che sia proprio quella la cura possibile? L'esempio di
Cipro, cui accennavo prima, non mi rassicura. L'adesione a un progetto
comune all'interno di un'Europa condivisa, non credo possa essere uno
"strumento" ma debba essere il "fine" di un percorso le cui
contraddizioni, ove esistono, vengono risolte prima.
Altra personale perplessità, riguarda la sincerità dell'ipotesi di
allargamento indefinito dei confini dell'Unione. Davvero crediamo che
l'Europa ricca occidentale o quella semi ricca dell'est, siano oggi
così disponibili a superare la soglia dei 27 stati membri del 2007?
Inoltre: con questo ipotetico allargamento si favorirebbe la
democratizzazione dei paesi che ancora sono in fase di stabilizzazione? Mi
fa in parte sorridere l'idea che le frammentazioni traumatiche ancora in
corso nei Balcani, possano sanarsi domani nella comune culla europea. C'è
qualcuno che possa ragionevolmente spiegare come e perché un Montenegro
separato dalla Serbia possa riavvicinarsi a Belgrado passando per
Bruxelles, o un Kosovo albanese indipendente possa avere nuovi rapporti
fraterni con la Serbia perché ambedue "europei"? Non si
ripeterebbe ancora una volta il perverso circuito delle definizione
arbitraria di Buoni e Cattivi, che ha dato così amari frutti sia a Cipro
che nei Balcani?
Per tornare alla domanda, la mia perplessità sull'ipotesi di adesione
della Turchia alle UE non è legata alla capacità e alla disponibilità
della Turchia ad aprirsi all'Unione europea, ma piuttosto alla capacità
e alla serietà di quest'ultima ad aprirsi con onestà, senza altri
fini, al confronto con mondi molto più complessi di quanto possiamo
immaginare.
Zanchini - Oltre alla questione cipriota ci sono altri nodi
che rendono difficile l'ingresso della Turchia nell'UE. Tra questi,
l'articolo 301 del codice penale turco (che prevede il reato di offesa
all'identità turca, ndr) che ha messo sotto processo grandi
scrittori per la questione armena. È possibile oggi parlare del genocidio
armeno in Turchia?
Rimane, poi, sul tavolo anche la questione curda: dopo un periodo di
silenzio, si è riaccesa la "guerriglia". E, ancora, un altro
nodo sta nel ruolo eccessivo ricoperto dai militari, come dimostrano i
vari golpe, anche silenziosi, che si sono susseguiti dalla seconda guerra
mondiale fino ad anni più recenti.
Non ultima, infine, c'è la questione dell'ideologia ufficiale: in
Turchia esiste ancora il kemalismo che non può convivere con i criteri
europei.
Tutti questi aspetti potranno mai cambiare?
Taskin - Tutti insieme no. Ma credo sia
necessario fare chiarezza su alcuni punti.
Oggi l'UE non chiede alla Turchia di abolire l'articolo 301, che però
va preso in esame. Il vecchio codice penale turco era stato modellato su
quello italiano, e poi riformato in base ai criteri dell'Unione, ma
l'art. 301 è sempre rimasto come una specie di arma segreta del governo
per controllare la sfera intellettuale, anche contro la stessa UE, di
fronte alle questioni più scottanti che in Turchia sono ancora tabù.
Questo articolo, con la motivazione dell'offesa all'identità turca,
consente di mettere il bavaglio alla pubblica opinione e alla società
civile. Da pochi giorni è stata prosciolta da questa accusa Elif Shafak,
autrice del romanzo La bastarda di Istanbul, in cui affrontava la
possibilità di discutere della questione armena. Molti scrittori sono
finiti nei guai, e anche se finora nessuno è stato imprigionato l'art.
301 rimane una minaccia. Va però sottolineato che lo stesso governo
Erdogan ha su questo tema delle spaccature molto vistose al suo interno,
perché si tratta di una vicenda molto controversa.
Quanto al ruolo dei militari in Turchia si può dire che essi si sentono i
difensori del laicismo, ma al contempo riescono a ostacolare il pieno
compimento della democrazia. Sono esponenti di un laicismo blindato che,
attraverso il Consiglio di sicurezza nazionale, è riuscito a creare
pesanti forme di controllo su quella parte della società più radicata
nella cultura islamica.
Bisogna anche ammettere, però, che ci sono stati cambiamenti importanti,
come il fatto che l'attuale capo del consiglio non è più un militare
ma un civile. Se poi ricordiamo che la decisione di inviare truppe in Iraq
è stata presa dal Parlamento, che ha sentito la voce dell'opinione
pubblica senza alcune pressioni dall'esercito, possiamo concludere che
il ruolo dei militari è stato di molto ridimensionato.
Il kemalismo, l'ideologia ufficiale, rappresenta al momento un altro tabù.
Esiste un contrasto interno che vede, da una parte, islamici che si
battono per la libertà femminile di portare il velo nei luoghi pubblici e
vorrebbero che l'ideologia ufficiale sparisca, dall'altra i kemalisti
che difendono la laicità del Paese e vogliono appoggiarsi ai militari
rafforzando il loro potere. È un contrasto che potrebbe portare effetti
positivi.
Giorni fa ho letto un rapporto scritto dal gesuita Giovanni Sale, uno
storico ufficiale del Vaticano, per Benedetto XVI in occasione della sua
prossima visita in Turchia. È molto interessante la valutazione di Sale
che descrive l'Akp (Partito per la Giustizia e lo sviluppo, fondato da
Recep Tayyip Erdogan, attuale primo ministro turco, ndr) come una
specie di Democrazia cristiana, un'esperienza del tutto nuova in cui
convivono un'ala più conservatrice e un'ala più moderata che, pur
avendo riferimenti islamici, accettano il valore della democrazia
occidentale.
Sono molto ottimista su questo aspetto della vita politica turca, perché
in Turchia c'è una società civile vivacissima, di cui mi fido molto e
che è molto presente nella vita pubblica.
Zanchini - Un altro tema importante riguardo all'ingresso
di Ankara nell'UE: circa 70 milioni di musulmani turchi, estranei
all'identità culturale e religiosa del Vecchio Continente possono
rappresentare un problema. Perché e a chi conviene che la Turchia entri
in Europa?
Remondino - Per le sue dimensioni, per le sue potenzialità
economiche, per il ruolo che ha in un'area strategica, per la sua storia
lunga e ricca, perché le sue influenze culturali hanno segnato
profondamente molta parte della civiltà europea. Ecco perché conviene
avere la Turchia nell'UE.
Per l'Unione rappresenterebbe quindi un passaggio fondamentale di
confronto con il mondo mediterraneo, un momento propedeutico, in quanto la
Turchia rappresenta una società di prevalente religione islamica ma non
araba, per un dialogo ulteriore con paesi che presentano realtà "altre".
Lasciatemi però tornare su alcuni temi già toccati. Come la questione
curda. Ho frequentato le terre da loro abitate quando ancora non si
potevano chiamare curdi, ma solo "turchi della montagna", e in
quelle terre non si poteva parlare la loro lingua. Bene, ora queste
costrizioni non ci sono più, si può usare il termine "curdo",
si può parlare quella lingua. Un appunto sul linguaggio usato da noi:
parlando delle recenti azioni armate di qualche formazione clandestina
curda ho sentito parlare di "guerriglia", e così facendo
abbiamo commesso un errore, almeno dal punto di vista turco, non soltanto
linguistico. Un attentato con l'esplosione di bombe che non distinguono
il bersaglio, normalmente si chiama "terrorismo". La capacità di
distinguere fra legittime rivendicazioni di popoli ed i modi per
ottenerle, fa parte dei problemi della nostra società. Sempre per tornare
ai "miei" Balcani, ricordo la commedia internazionale delle
definizione del movimento kosovaro albanese armato Uck. Sino al 1998 erano
"terroristi" per classifica americana, poi, magia, divennero
"patrioti e guerriglieri", sempre per decisione americana.
Quando l'Uck in formato esportazione, nel 2002 minacciò la stabilità
della Macedonia, gli stessi uomini armati ridivennero "terroristi".
Più o meno come la tragica comica del "Taleban" in Afghanistan.
Quanto al ruolo dei militari nella società e nel sistema politico turco,
è certo un'anomalia da superare. Da cittadino italiano che vive in
Turchia, voglio altresì aggiungere che quella interferenza "laica"
sul sistema politico turco attraversato attualmente da forti spinte
politico-religiose conservative del governo Erdogan, in parte mi
rassicura. Mi fa paura, invece, un certo integralismo religioso che in
alcune zone del paese porta alla violazione delle stesse leggi turche, con
espressioni gravi d'intolleranza. Costituzione laica, governo nazionale
confessionale, e autorità locali sovente acquiescenti se non complici con
movimenti integralisti di matrice religiosa, creano confusione e
incertezza. L'uccisione del sacerdote cattolico don Andrea Santoro a
Trabson (Trebisonda) sta lì a ricordarci come ci siano aree del paese che
sfuggono ancora alle regole delle dinamiche democratiche.
Yasemin diceva prima di una società civile turca molto vivace. Condivido
in pieno, anche se alla collega giornalista, vorrei ricordare i gravi
ritardi, su questo percorso, proprio del giornalismo turco, assai indietro
nel definire i propri ruoli e le proprie responsabilità, poco capace di
una descrizione attendibile e pluralista di quanto accade nel paese. Un
esempio per tutti: i giornali turchi hanno praticamente taciuto e nascosto
gli attentati anche gravi che questa estate hanno colpito alcuni luoghi
turistici del Paese.
Taskin- Io esiterei nel giudicare il giornalismo
turco. Alcuni miei colleghi sono stati incarcerati per aver svolto bene il
proprio mestiere, altri hanno perfino perso la loro vita per aver fatto
inchieste scottanti sul mondo dello "Stato profondo" e dei
nazionalisti. E soprattutto vedo nel giornalismo turco un'aggressività
maggiore che in quello italiano. Piuttosto metterei in evidenza che è
scomparsa, tra gli editori turchi, la figura del giornalista e i giornali
sono in mano solo ad imprenditori; un realtà questa che però possiamo
notare anche in Italia e in molti altri Paesi.
Zanchini - Settanta milioni di musulmani turchi: è un
problema per loro entrare in un'Europa di quattrocento milioni di
cristiani?
Taskin - Non ci siamo mai posti questo problema, non
abbiamo mai pensato alla questione in termini religiosi. La Turchia si
considera un paese laico, ecco perché l'offesa maggiore per i turchi è
stata quella di non essere voluti nell'Unione in quanto musulmani.
L'UE dovrebbe decidere come definire la propria identità
indipendentemente dalla Turchia. Una volta stabilita un'eventuale
chiusura ai musulmani, allora andrebbe comunicata in modo diretto, senza
cercare motivazioni relative a Cipro o ad altro. D'altronde è vero che
il cardinale O'Connor, capo della Chiesa cattolica in Inghilterra, ha
sostenuto a chiare lettere che i turchi non devono entrare in Europa perché
musulmani. Allo stesso modo, visto in questa ottica, il discorso di Papa
Ratzinger a Regensburg assume una certa importanza, perché la Chiesa
cattolica sta assumendo un ruolo politico sull'entrata in Europa della
Turchia.
A mio avviso le questioni relative all'identità europea andrebbero
chiarite, innanzitutto, all'interno dell'UE.
Remondino - È evidente che sfuggono, restano indefiniti,
molti aspetti dell'identità che l'UE vorrà darsi.
Molte domande e poche risposte. Non esiste ancora una Carta costituzionale
e quella proposta, bocciata da Francia e Olanda, non conteneva alcun
riferimento non solo alla questione religiosa (la presunta identità
giudaico cristiana invocata dal Vaticano), ma anche ai temi del pluralismo
dell'informazione.
Come si può far nascere un sistema sovranazionale pluralistico e moderno
senza prendere in considerazione, oltre alle libertà religiose, quelle di
informazione?
L'UE attuale sembra troppo concentrata nella tutela dei mercati e degli
interessi economici, e troppo distratta nel definire le tutele di valori
fondamentali. L'identità religiosa è soltanto uno di questi aspetti,
affiancata da tanti altri problemi più laici (insisto con
l'informazione) che richiedono risposte urgenti. (Caffè
Europa)
22.10.2006
|
LA
RIVALSA

|
Il
Parlamento turco sta preparando una legge sui crimini commessi dai soldati
francesi durante l'occupazione coloniale in Algeria. La questione
Algeria. |
It is not
clear just what kind of official retaliatory move Turkey will take after
the French National Assembly adopted a bill on Thursday that would make it
a crime to deny that Turks committed an Armenian genocide during World War
I.
The Turkish Parliament Justice Sub-committee launched studies about a law
proposal that would make it a crime to deny that France committed genocide
in Algeria.
Members of the committee listened to Turkish History Society President
Professor Yusuf Halacoglu and officials from the foreign ministry in their
first meeting.
Professor Halacoglu provided historical information to the committee about
Armenian violence in Turkey.
Halacoglu claimed that Armenians were freer than Turks during Ottoman
times, recalling that Armenian citizens did not have to perform compulsory
military service until 1876.
The commission will reportedly not accept the proposal that would make it
a crime to deny that France committed genocide in Algeria.
Instead of enacting the law, the Turkish Parliament will prepare a text in
which Turkey's practices in the field of human rights and freedoms will
be explained.
The commission members decided that the Turkish History Society and the
Foreign Ministry should conduct a detailed study on the Armenian genocide
allegations.
The history of countries that officially recognize an Armenian genocide
will also be examined in this context to see whether such cases occurred
in their own past.
The study will explain the circumstances under which Turkey decided to
deport Armenians in 1915.
The commission members will discuss reports to come from the Turkish
History Society and Foreign Ministry in their second meeting. (Fatih
Atik)
22.10.2006
|
UN
LEGGE CHE NON HA SENSO

|
Il
pensiero del Sottosegretario per l'Europa del Dipartimento di Stato
Usa, Dan Fried, sul voto dell'Assemblea Nazionale francese. |
"Una
legge che criminalizza la discussione non embra avere alcun senso".
E' quanto ha affermato il Sottosegretario per l'Europa del Dipartimento di
Stato Usa, Dan Fried, in un incontro con la stampa a Bruxelles riguardo al
voto dell'Assemblea nazionale francese sul genocidio armeno.
"Noi vogliamo incoraggiare la Turchia e l'Armenia a guardare
apertamente" alla questione, ha spiegato Fried, riconoscendo che da
parte turca ci sono state delle aperture sul dialogo con gli armeni. Per
questo il Sottosegretario Isa ha invitato la Francia "a non assumere
una posizione che renderebbe più difficile quel dialogo" e ha
definito "corrette" le parole del presidente francese Jacques
Chirac che ha preso le distanze dall'iniziativa parlamentare promossa
dall'opposizione socialista
Per quanto riguarda la posizione americana, Fried ha riferito che
"gli usa hanno ripetutamente denunviato questi terribili
eventi", dall'altra Washington no ha mai usato la parola
"genocidio" in riferimento a quanto accaduto durante la prima
Guerra Mondiale. (Apcom)
22.10.2006
|
CASO
ARMENIA:
LA PROTESTA
DELLA <DANONE>

|
Il
gruppo francese, che in Turchia ha una forte rappresentanza
commerciale con numerosi punti vendita, preoccupata dal voto del Parlamento d'Oltrealpe. |
French
foods group Danone, which is one of the most well-known French brands,
will send letters to the members of the French Senate to prevent the
Armenian bill from becoming law.
Danone Turkey Director Serpil Timuray has said, "We are also against the
adoption of such a bill."
A total of 23,000 people are expected to sign the letter by Nov. 30, which
bears the emblem of the "Danone Turkey Family."
There will be a list of the 700 employees and 15,000 farmers from whom
Danone buys milk along with its 600 branches across the country below the
letter.
Timuray said that they printed 100,000 petition letters adding, "We
expect our employees to sign the petition."
The director remarked that they would submit the petitions to the French
Senate and she added that Danone Executive Manager Franc Riboud sent a
letter to the French Parliamentary President before Oct. 12 in which he
explained the dangers of adopting the Armenian bill.
According to data provided by the company, Danone has a total of 400
million New Turkish Liras (YTL) invested in Turkey.
Danone managers in France were informed about the campaign, said Timuray,
adding that the managers were respectful to our beliefs and agree with our
civil action.
Timuray explained that Danone was a company operating in 32 countries
across the world which it gives importance to the regional sensitivities.
She expressed that there would be no change in their investment plans and
they would not revise their target of becoming a market leader.
Answering questions from members of the press, Timuray said that there had
been no decline in sales up until now.
In answer to another question, Timuray remarked that they may place
advertisements in French newspapers about the subject.
"Different reactions may come from society, but the important thing is
to do so in a reasonable way," said Timuray when asked about the boycott
of French goods. (Zaman)
22.10.2006
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CULTURA
FRANCESE AL BANDO
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Il
voto in Francia sul genocidio armeno potrebbe avere ripercussioni su
un boicottaggio sia dei prodotti radio-televisivi sia nell'acquisto
di libri Made in France. |
E adesso
il boicottaggio contro i prodotti francesi scoppiato dopo l'approvazione
da parte dell'Assemblea Nazionale della legge che prevede condanne per chi
nega il genocidio armeno potrebbe allargarsi anche alla cultura.
Il presidente del consiglio di amministrazione della <Radio e
Televisione turca> (Rtuk), Saban Sevinp, ha detto: "La quota di
mercato francese all'interno dei nostri mercati è di circa il 10%. Ci
sono cartoni animati, film e serie tv. La radio e le televisioni
dovrebbero decidere di non mandarle più i onda".
E ha annunciato che la <Radio e Televisione turca> provvederanno
quanto prima a farlo, aggiungendo che il boicottaggio potrebbe essere
esteso anche ai libri. Fra le prime vittime a cadere ci potrebbero essere
tanto Victor Hugo, autore de "I miserabili", che è uno dei
libri più venduti in Turchia che Iacques Brel uno degli chansonnier più
amati nel Paese della Mezzaluna. (Apcom)
22.10.2006
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LA STRETTA DI MANO

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I
ministri degli Esteri turco, Abdullah Gul, ed armeno, Vardan
Oskanian, si sono incontrati ad Ankara con l'obiettivo di
normalizzare le relazioni tra i reciproci Paesi. |
Armenia's Foreign Minister Vardan
Oskanian said on Sunday he would strive to normalize relations with Turkey
despite deep misgivings about the Turkish refusal to regard the 1915-17
killings of Armenians by the Ottoman Turks as "genocide."
"That these events ... have so farnot oncebeen condemned orrecognized
is in reality a continuation of the genocide," Oskanian was quoted as
saying in an interview with the Swiss newspaper NZZ am Sonntag.
"However, as foreign minister I have a duty to look to the future and to
seek and establish normal relations with Turkey," he added.
Turkey severed diplomatic relations with neighboring Armenia after
Armenian troops occupied the Azeri territory of Nagorno-Karabakh. The
border gate between Turkey and Armenia has been closed for more than a
decade.
Ankara now says normalization of ties depends on Armenian withdrawal from
Nagorno-Karabakh as well as on progress in the resolution of a series of
bilateral disagreements, including Armenia's ceasing itssupport ofArmenian
diaspora efforts to secureinternational recognition for an alleged
genocide of Armenians at the hands of the Ottoman Empire last century.
Oskanian in Sunday's comments reiterated his country's satisfaction with
the French National Assembly's vote last Thursday approving a bill that
would make it a crime to deny that the Armenian killings were "genocide,"
as well as a similar move by the Swiss parliament in 2003.
However, he also expressed mixed feelings about the practical value of
these measures. "Whether the French or the Swiss legislation is a good
starting point is hard to say," he said, adding that recognition of the
"genocide" by other countries "is not a goal in itself."
"Armenia also has no interest in humiliating Turkey," he said.
Oskanian also said the Turkish government's offer to set up a joint
commission of historians to examine the killings was "dishonest" so
long as Turkey kept its border with Armenia closed and explicitly outlawed
the use of the word "genocide" in the sensitive Armenian issue.
"Our president has told [Turkish Prime Minister Recep Tayyip] Erdoğan
that Armenia is ready to talk as soon as the borders are open and as soon
as there are bilateral relations. When this is the case, an
intergovernmental commission can discuss this question," he told the
newspaper.
Erdoğan last year sent a letter to Armenian President Robert
Kocharian proposing the establishment of a joint committee of Turkish and
Armenian academics to study the allegations, but his proposal was turned
down by Kocharian, who instead offered an intergovernmental commission
that would study ways of resolving problems between the two neighboring
countries. Turkey says its proposal is still on the table. (Turkish
daily News)
22.10.2006
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LA CONDANNA DEL
PARLAMENTO
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L'Assemblea
Nazionale turca all'unanimità ha preso posizione contro il progetto
di legge francese che considera reato disconoscere il genocidio
armeno. |
Il Parlamento turco ha approvato, al termine
agli inizi della settimana di una seduta speciale, una dichiarazione che condanna il
voto dei deputati francesi su un progetto di legge che prevede sanzioni
per chi nega il genocidio armeno nel 1915.
"Il popolo turco non deve vergognarsi della sua storia", si
legge nel testo, secondo cui l'atteggiamento dell'assemblea francese
"lascerà ferite aperte nelle relazioni politiche, economiche e
militari tra Francia e Turchia". Il documento, approvato da tutti i
partiti, dice anche che l'Armenia pagherà un "duro prezzo" per
aver esercitato attività di lobbying in Francia e in altri paesi contro
la Turchia, anche se non spiega cosa questo possa significare.
Molto critico anche il ministro degli Esteri turco Abdullah Gül, secondo
il quale la proposta di legge francese viola il principio della libertà
d'espressione e porta "un colpo severo alle relazioni
franco-turche". Il Governo di Ankara ha promesso di contrastare il
progetto di legge nelle corti internazionali se dovesse essere approvato
in modo definitivo. (Ticin@nline)
22.10.2006
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LA FRANCIA NON VUOLE
ROMPERE
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Il
portavoce del ministero degli Esteri, Jena-Baptoste Mattei, ha
affermato che il Governo di Parigi non è favorevole al testo votato
dalla Camera sulla questione armena. |
La Francia ha ricordato il suo
attaccamento al ''dialogo'' e ai ''legami di amicizia'' con la Turchia,
dopo che ieri il Parlamento turco ha denunciato l'approvazione da parte
dei deputati francesi di un testo sul genocidio degli armeni nel 1915,
sotto l'impero ottomano. ''Siamo molto legati al dialogo con la Turchia,
così come ai legami di amicizia e di cooperazione che ci uniscono a
questo Paese, che noi desideriamo continuare a sviluppare'', ha dichiarato
il portavoce del ministero degli Esteri Jena-Baptiste Mattei. Il ministro
degli Esteri turco Abdullah Gul aveva affermato davanti ai parlamentari
che l'adozione da parte dei deputati francesi della proposta di legge che
punisce la negazione del genocidio armeno ''ha portato un duro colpo alle
relazioni turco-francesi''. Mattei ha da parte sua ricordato che il Governo
francese non è favorevole al testo e che ''trarrà profitto da ciascuna
tappa (del processo legislativo - ndr) per continuare a far
conoscere la sua posizione su questa proposta, che non gli sembra
necessaria e la cui opportunità è discutibile''. Per entrare in vIgore,
il testo deve infatti avere ancora l'avallo del Senato. (Asca-Afp)
22.10.2006
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LA VISITA

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Gli interrogativi delle ultime
settimane sono stati sciolti: il viaggio del Papa in Turchia è
stato confermato. L'annuncio, in un comunicato diffuso dalla sala stampa della Santa Sede. Il programma.
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Gli interrogativi delle ultime
settimane sono stati sciolti: il viaggio del papa in Turchia è stato
confermato. L'annuncio è arrivato qualche giorno fa dalla sala stampa della Santa
Sede con un comunicato stringato che non entra ancora nel merito del
programma, ma mette la parola fine al dibattito sull'opportunità della
visita, specie dopo le polemiche seguite al discorso di Benedetto XVI
all'università di Regensburg. Con una particolarità: la precisazione
assai eloquente che il viaggio risponde "all'invito del presidente
della Repubblica Turca, S.E. il Sig. Ahmet Necdet Sezer", quando in
realtà il viaggio è stato organizzato soprattutto per rispondere
all'invito del patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I e
dell'episcopato locale. Determinante nel via libera definitivo il sopralluogo
fatto di recente dall'organizzatore dei viaggi apostolici,
Alberto Gasbarri, in Turchia per definire gli ultimi
dettagli tecnici e logistici e raccogliere anche impressioni circa la
sicurezza del pontefice. La situazione sarebbe tranquilla e offrirebbe le
dovute garanzie, sebbene non manchino alcuni settori dei media e della
società che continuano a non vedere di buon occhio la presenza di
Benedetto XVI.
Il programma -
Con la dichiarazione della sala stampa vaticana, vengono confermate le date (28 novembre -
1 dicembre), ma rimane il massimo riserbo sul programma, che, tuttavia, è
stato anticipato in gran parte dai vescovi locali e da fonti di stampa.
Benedetto XVI arriverà ad Ankara il 28 novembre, con un protocollo di
Stato che non prevede alcuna cerimonia di benvenuto all'aeroporto (ci
saranno solo un ministro, il governatore della regione, il sindaco ed un comandante
militare), ma al palazzo presidenziale e senza discorsi.Lungo il
tragitto,la prima tappa significativa del viaggio con l'omaggio del
Papa al Mausoleo di Ataturk, il padre della Turchia laica, costruita sulle
ceneri dell'Impero ottomano, a cui seguiranno gli incontri con il
presidente della Repubblica, Ahmet Necdet Sezer, il Primo Ministro Recep
Tayyip Erdogan, il presidente del Dipartimento Affari religiosi, Ali
Bardokoglu e il Corpo Diplomatico.
Il 29 novembre, trasferimento ad Efeso (Smirne), per la visita al
Santuario di Meryem Ana Evi, la Casa della Madre Maria, la celebrazione
della messa e l'incontro con i frati cappuccini. In serata, l'arrivo a
Istanbul, dove il Papa incontrerà in forma privata il Patriarca
ecumenico, Bartolomeo I, dopo una preghiera nella chiesa patriarcale di
San Giorgio. Si tratta di un primo appuntamento, alla vigilia
dell'incontro del 30 novembre, festa di Sant'Andrea, quandoBenedetto
XVI assisterà alla Divina Liturgia celebrata dal patriarcaadAl
Fanar, sede del patriarcato, e firmerà insieme a Bartolomeo una
dichiarazione congiunta.Nel pomeriggio, sono previsti altri incontri
spirituali con i leader religiosi del Paese: il patriarca armeno
apostolico Mesrop II, l'arcivescovo siro-ortodosso, il Gran Rabbino e il
Gran Mufti di Istanbul, e rappresentanti delle chiese evangeliche. Il
patriarca greco-ortodosso e il patriarca armeno apostolico parteciperanno
poi alla Santa Messa di Benedetto XVI del 1° dicembre, nella cattedrale
cattolica di Istanbul, un appuntamento aggiunto in un secondo
momento, pervenire incontro al desiderio della comunità locale di
cattolici.
I nodi -
Alcuni dettagli del programma sono stati al centro di un delicato lavoro
diplomatico per le tante implicazioni politiche, normali in un Paese dagli
equilibri sociali molto fragili. Si è per esempio discusso sui luoghi
degli incontri, specie quelli politici che si svolgeranno in tre aree
diverse del palazzo presidenziale di Ankara, ognuno curato nei minimi
dettagli. E se al momento non sono previsti discorsi con il premier e il
presidente della Repubblica, è probabile che gli incontri con il
presidente del Dipartimento per gli Affari religiosi e con il Corpo
Diplomatico diano modo alle parti di approfondire le posizioni reciproche,
magari anche con discorsi ufficiali. Un'occasione molto importante che
potrebbe chiudere una volta per tutte le polemiche con il mondo islamico.
Il simbolismo dei luoghi è entrato in gioco anche per altre tappe del
viaggio, come la visita di Benedetto XVI al patriarca armeno
Mesrop II, nella sede del patriarcato. Un incontro significativo, in
un momento in cui si torna a parlare del genocidio degli Armeni, mai
ammesso da Ankara e vero e proprio nodo diplomatico delle relazioni
politiche della Turchia con gli altri Paesi, soprattutto in Europa. Stesse
valutazioni per la tappa del 1° dicembre al museo di Santa Sofia, la
più grande basilica cristiana di Oriente (fino al 1453), usata come
moschea fino al 1935, quando il fondatore della repubblica turca, Ataturk,
diede l'ordine di sconsacrarla. Il monumento fu visitato già da Paolo
VI nel suo viaggio del 1967, ma la presenza di Benedetto XVI si inserisce
in un contesto particolare, con gruppi nazionalisti turchi che rivendicano
da tempo la funzione di luogo di culto islamico.
Il contesto della visita
- Le polemiche su
Santa Sofia dicono molto su un clima sociale che fa i conti con istanze
spesso agli antipodi, in cui la difesa strenua della laicità si scontra
con le spinte estremistiche di alcuni settori; la prospettiva europea con
un assetto di potere che contrappone a fasi alterne mondo politico ed
esercito; la bandiera dell'identità turca con un sistema statale che di
fatto ostacola la libertà religiosa, non riconoscendo sul piano giuridico
le minoranze e riconducendo al controllo dello Stato il culto della
maggioranza musulmana. E nonostante a parole tutti aspettino
l'arrivo del Papa, in realtà la visita non è gradita, come del resto
dimostra la tempistica con cui è stata definita: con un invito
posticipato di un anno e confezionato in fretta e furia dopo l'uccisione
di don Andrea Santoro. Benedetto XVI dà fastidio per la visibilità che
riuscirà a dare al patriarcato ecumenico ortodosso (e alle sue
rivendicazioni), un organismo non riconosciuto dallo Stato che, al
contrario, continua a considerare il patriarca Bartolomeo I un semplice
cittadino. Le parole probabili del papa in difesa della libertà religiosa
e delle minoranze non saranno ben viste in un Paese che, per esempio,
continua a dividersi sull'articolo 301 del codice penale, la norma che
commina anni di carcere a chi offende l'identità turca ed è funzionale
allo scontro politico, alimentato soprattutto dai gruppi nazionalisti.
La Turchia difende in modo ossessivo la sua laicità, ma molto spesso i
piani e i livelli vengono confusi: il tema dell'identità mescola così
rivendicazioni ed estremismi che portano al linciaggio di chi affronta il
tema del genocidio armeno (si pensi a Elif Shafak, la scrittrice
processata e poi assolta nelle scorse settimane) o alle polemiche e azioni
contro il cristianesimo, visto paradossalmente come una presenza
straniera, dedita a conversioni forzate o a pagamento. Le doppie facce di
uno stato profondo che porta migliaia di persone al mausoleo di Ataturk ad
Ankara per ribadire che la Turchia è laica e a maggio, uccide, in pieno
dibattito sulla legge antivelo nelle scuole, Mustafa Yucel Ozbilgin,
giudice della corte di cassazione, colpito da un avvocato nazionalista,
che per compiere il suo delitto ha usato lo stesso tipo di pistola
dell'omicida ragazzino di don Andrea Santoro. A ciò si aggiunga la
dialettica costante tra l'esercito (dai tempi di Ataturk custode della
laicità, anche attraverso colpi di Stato) e il governo del partito
islamico del premier Erdogan, diviso tra rispetto delle leggi e derive
identitarie. Un vero e proprio gioco delle parti che usa il
fondamentalismo per legittimare il ruolo dello Stato laico (si veda anche
lo spauracchio del libro "Attentato
al papa", voluto più per la sua copertina intimidatoria che per
i contenuti) e che in realtà ha a cuore soltanto il mantenimento dello
status quo. Il tutto, in uno scacchiere in cui operano al tempo stesso
oligarchie economiche colluse con la mafia, gruppi fondamentalisti legati
indirettamente al governo e ben infiltrati nella polizia, partiti
nazionalisti appoggiati dall'esercito e collegati ai servizi segreti.
Un equilibrio fragile che vede come il fumo negli occhi la prospettiva di
ingresso nell'Unione Europea, che costringerebbe il sistema a cambiare
in profondità. L'elite militare, in sostanza, dovrebbe rinunciare alle
sue prerogative costituzionali di veto e di indirizzo, oltre che al suo
potere economico: l'esercito è oggi uno Stato nello Stato, formato da
800mila persone, capace di assorbire più di un terzo della ricchezza
nazionale e di controllare i settori vitali del Paese attraverso il fondo
pensionistico Oyak, che gestisce e condiziona insieme alle oligarchie
interi settori dell'economia: le banche e decine di compagnie
finanziarie, industrie e società di servizi. L'ingresso nell'Unione
cancellerebbe una rete di interessi che permette ad ognuno di
ritagliarsi un ruolo. Ed è chiaro che la difesa delle minoranze e dei
diritti venga vista come una sorta di cavallo di Troia per poi affrontare
questioni molto più pesanti.
Un viaggio che all'inizio doveva essere esclusivamente una tappa del
dialogo ecumenico, si carica così di tanti significati con cui Benedetto
XVI dovrà confrontarsi. Ancora una volta, religione, economia e
geopolitica si intrecciano. (Matteo Spicuglia/www.korazy.org)
22.10.2006
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.....MA L'INVITO
SOLO COME "CAPO DI STATO STRANIERO"
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Lo
annuncia il maggiore quotidiano turco, <Hurriyet> che parla di
"crisi diplomatica" tra Turchia e Santa Sede. |
Benedetto XVI al suo arrivo in
Turchia sarà accolto come "capo di Stato straniero" e non,
quindi, come leader religioso
Il maggiore quotidiano turco, <Hurriyet>, parla in proposito di una
"crisi diplomatica" che si sta addensando sulla prossima visita
papale. Il Vaticano, spiega il giornale, di solito indica i viaggi papali
come "missioni religiose", ma funzionari statali hanno informato
che, dal momento che è stato invitato dal presidente della Repubblica
turca, Ahmet Necdet Sezer, sarà accolto come capo di Stato estero.
Secondo il giornale "non è chiaro se ciò sarà accettabile" da
parte della Santa Sede, ma un accordo dovrebbe essere raggiunto in questi
giorni.
La "crisi diplomatica" della quale si parla in Turchia non sembra, in
realtà, avere reale consistenza. Nei viaggi papali è già accaduto che
il Papa venisse accolto come "capo del Vaticano" e non come capo della
Chiesa cattolica. La Santa Sede ha peraltro già dato ufficiale notizia
della visita, in programma dal 28 novembre al primo dicembre.
<Hurriyet> riferisce che al suo arrivo in Turchia Benedetto XVI sarà
accolto all'aeroporto da esponenti governativi e che poi si recherà al
Cankaya President Palace per l'accoglienza ufficiale da parte del capo
dello Stato. Secondo il giornale, il Papa farà dono a Sezer di
un'antica Bibbia e di un libro che contiene alcuni suoi lavori e
preghiere.
È atteso un enorme numero di giornalisti, circa un migliaio. (Asianews)
22.10.2006
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PRIMUS
INTER PARES

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Carico
di significati l'incontro tra il Pontefice Benedetto XVI ed il
Patriarca ortodosso di Istanbul Bartolomeo I. Un momento di forte
ecumenismo. |
Il Patriarca
ortodosso di Istanbul, Bartolomeo I, si accinge ad incontrare, verso la
fine di novembre, Papa Benedetto XVI. Questo incontro è carico di
significati ecumenici: è noto che il Patriarca è impegnato da tempo, con
coraggio e perseveranza, a favore di un riavvicinamento delle chiese
cristiane.
Ma
chi è Bartolomeo I e come svolge la sua attività in terra turca?
Nel
quartiere fanariota della megalopoli turca, dove una volta si trovava la
comunità greca più potente d'oriente, il Patriarca Ecumenico vive in
un monastero di origine bizantina circondato da alte mura in quella che è ancora una enclave
della ortodossia greca in terra turca. Questo uomo colto e gentile
accoglie gli ospiti porgendo caffè e dolci delizie , rivolgendosi a loro
spesso nella lingua degli ospiti, parla infatti correntemente sei lingue
tra cui il turco, l'italiano ed il tedesco.
Egli si considera un primus inter pares tra i vescovi della chiesa
ortodossa universale che dalle Americhe ad Alessandria conta circa 300
milioni di fedeli.
Tuttavia non governa uno Stato della Chiesa come comunemente si intende
nel diritto internazionale parlando del Vaticano, né l'anziano
religioso dalla barba bianca e lucente lo desidera, a dispetto di quello
che gli rimproverano i nazionalisti turchi. Il sospetto, ed un malcelato
senso di sfiducia, arriva anche da Ankara che lo considera come il capo
religioso di una comunità di circa duemila fedeli presenti in Turchia,
dislocati prevalentemente a ridosso delle coste e d'intorno al Bosforo.
Nelle sedi governative non amano sentire la seconda parte del titolo
"ecumenico", che gli spetta da oltre 1500 anni. La sua autorità emana
dalla durata stessa della presenza del Patriarcato in terra ottomana prima
e turca poi, attraverso vicende non sempre del tutto tranquille, seguendo
la tradizione della Chiesa cristiana d'Oriente scandita attraverso i
secoli: nel 1204, le crociate cattoliche, nel 1453 la conquista della città
da parte dei turchi Osmanli, gli Ottomani secondo la dizione italiana, poi
la dura separazione a seguito della costituzione della Repubblica turca
all'indomani della prima guerra mondiale.
Quest'uomo incorpora in sé la storia millenaria di questa città, che
una volta è stata un baricentro importante negli assi mondiali dei
commerci, del potere politico e della potenza sui mari e sulle terre.
Secondo la Costituzione repubblicana egli è un cittadino turco
appartenente alla fede greco-ortodossa. I suoi studi in Germania, a
Monaco, ed in Italia, a Roma, oltre al Seminario ortodosso nell'isola di
Halki, nel Mar di Marmara, gli hanno conferito profondità di fede, ma
anche grande capacità di valutare il pensiero ed i sentimenti dei vicini
nella fede e nel senso della contiguità geografica.
La richiesta di nuove chiese
- Il Patriarca ha un buon rapporto con le Autorità turche della città di
Istanbul e con quelle del Governo di Ankara. L'attuale Primo Ministro,
Recep Tayyip Erdogan, era stato Sindaco della metropoli posta su due
continenti ed aveva avuto contatti frequenti con la guida religiosa
ortodossa. Quest'ultimo però si sente, per così dire, un po'
ingabbiato: durante la recente visita di monsignor Rino Fisichella, ordinario
del Parlamento italiano, sono stati evidenziati problemi essenziali
relativi alla vita delle comunità religiose cristiane. Difficoltà che si
materializzano nella costruzione di nuove chiese e nel restauro e
manutenzione di quelle, poche, già esistenti. I religiosi non possono
mostrare segni esteriori della loro vita religiosa, così le suore
italiane ad Izmir debbono uscire in borghese. Non è che si sia in
presenza in terra turca di uno stabile e disteso colloquio tra la
confessione religiosa maggioritaria, la musulmana, e quelle cristiane
molteplici e variegate. Ricordiamo che ad Istanbul risiede anche il
metropolita armeno, fatto di notevole importanza visto che tra Armenia
e Turchia le frontiere sono chiuse, e non solo quelle fisiche: ogni
possibilità di dialogo e comunicazione assume su questo sfondo una
fondamentale importanza.
Lo Stato è laico ma
questo Governo turco non è laico. Inoltre episodi di violenza non sono
mancati e sono culminati nell'uccisione, alcuni mesi fa, di un sacerdote
italiano. Lo stesso Seminario dell'isola di Halki, ci ricorda
l'anziano Patriarca, è chiuso da anni e questo è uno degli argomenti
che Bartolomeo I affronterà con il Papa cattolico forte del sostegno
dell'Unione Europea che ne chiede la riapertura. Inoltre, e questo è
oggettivamente più grave, lo stesso Patriarca non può ordinare nuovi
preti ortodossi attingendo a cittadini turchi: come dire che i nuovi
pastori dovrebbero venire da fuori, e naturalmente chiedere il permesso
per vivere ed operare in terra turca.
Il
Patriarca sostiene lealmente in ogni occasione e ad ogni livello politico
l'adesione della Turchia all'Unione Europea. Bartolomeo I, che nasce
con il nome borghese di Dimitrios Archondonis su una piccola isola egea
passata nel 1923 a seguito del Trattato di Losanna alla sovranità turca,
teme soprattutto che la sua comunità possa estinguersi, così come
l'immenso patrimonio plurisecolare che la caratterizza. A 66 anni non è
neanche il più anziano nel Patriarcato e tra i suoi possibili successori
quelli con meno di 70 anni si contano sulle dita di una mano. Il suo
impegno a favore di una Turchia nell'Unione Europea può essere visto
anche come un possibile viatico di salvezza per questa sua chiesa e
comunità. Ma sicuramente egli guarda, oltre che al suddetto patrimonio
culturale millenario, alla salvaguardia della pace in una area molto
turbolenta, alla crisi delle vocazioni religiose, al dialogo
cristiani-musulmani. In altre parole il suo impegno ecumenico e la sua
volontà di riavvicinamento è sicuramente autentico e dettato da
motivazioni alte, che trascendono i limiti della pur importante sorte
dell'ortodossia in terra turca.
La comunità ebraica
- Il Patriarca ha subito il destino delle sua famiglia segnato dagli Accordi
Venizelos-Inönü: allorché i greci dovettero abbandonare in massa i
territori turchi e reciprocamente i turchi che abitavano le aree che oggi
sono greche dovettero fare rotta verso l'Anatolia, con tutti drammi del
caso acuiti anche dalle non isolate situazioni particolari, per esempio
genti di etnia turca ma di fede ortodossa e greci turchizzati seguaci di
Maometto. Lo scambio di popolazioni fu legittimato da accordi
internazionali ma costituì comunque un dramma. Ancora oggi molti greci
visitano come turisti Istanbul che nel corso della sua storia fu molto
tollerante ed accogliente. Ricordiamo che vi prospera, pressoché
indisturbata, una cospicua comunità ebraica qui da tempi immemorabili.
Molti greci poi vogliono sposarsi o far battezzare i propri figli nel
Patriarcato.
L'incontro con Papa Benedetto XVI può sicuramente costituire un momento
di forte ecumenismo ed un segnale di apertura agli uomini di buona volontà
in terra turca: ma la percezione di questa visita da parte turca susciterà
- ne siamo certi - delle reazioni politicizzate, orientate e vagamente
allarmistiche. (Stefano Barocci)
22.10.2006
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LA
REALTA' DI UNA CHIESA MINORITARIA

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Intervista
dell'<Aki-Adnkronos-International> a monsignor Luigi Padovese,
vicario apostolico dell'Anatolia. "I cristiani non sono un
corpo estraneo", ha detto. |
"La
comunità cristiana in Turchia attende con interesse e partecipazione la
visita del Papa, anche perché si aspetta da lui parole di sostegno. Si
aspetta che il Santo Padre presenti alla maggioranza musulmana la realtà
di una chiesa che nel Paese è minoritaria, ma non nemica del popolo
turco": con queste parole monsignor Luigi Padovese, vicario
apostolico dell'Anatolia e grande conoscitore dei temi relativi alla
cristianità in Turchia, spiega ad <Aki-Adnkronos International>
come il Paese si prepari alla visita di Papa Benedetto XVI, che inizierà
il 28 novembre prossimo. "I cristiani - ha proseguito monsignor
Padovese - non sono un corpo estraneo alla Turchia, ma una componente del
tessuto nazionale, che deve però essere integrata maggiormente attraverso
il riconoscimento di tutti i diritti di cui godono gli altri cittadini
turchi". Nel colloquio con <Aki>, l'arcivescovo affronta anche
i fatti di attualità, come la proposta di legge legge francese che
punisce chi nega il genocidio degli armeni (in prevalenza cattolici),
approvata la scorsa settimana dall'Assemblea nazionale. Per il prelato, il
riaccendersi della questione armena in seguito a questa iniziativa non darà
vita a nuove tensioni tra musulmani e cattolici in Turchia e non renderà
più pericoloso il viaggio del Papa. "I vescovi hanno espresso il
loro appoggio alle dichiarazioni dal patriarca armeno Mesrop II, che si è
dissociato da quanto il parlamento francese ha stabilito - ricorda
monsignor Padovese - Anche il fatto che anche il presidente francese
Chirac abbia preso posizione contro la legge è abbastanza
significativo". Ma il vescovo non sminuisce la portata
dell'iniziativa: "Le cose dette all'estero, in questo caso in
Francia, hanno un peso e purtroppo spesso non si considerano le risonanze
negative per le comunità in loco - spiega - Bisogna aiutare la convivenza
e non esasperare le tensioni". Il vescovo ammette la necessità di
ridiscutere la questione armena: "Quando, mi auguro presto, in
Turchia ci sarà un incremento di pluralismo e democrazia, come già in
parte accade, si potrà riprendere in esame quei fatti da parte degli
storici: in questo contesto, invece, mi sembra che si voglia solo umiliare
i turchi".
Tutto è molto complesso
- La realtà del cristianesimo in Turchia è molto complessa, ricorda
monsignor Padovese: "Ci sono cattolici latini e ortodossi, il
patriarcato ecumenico e quello di Antiochia, armeni cattolici e
gregoriani, caldei, siro-cattolici, siro-ortodossi, melkiti. Questo
insieme variegato - continua - soprattutto nel sud si raccoglie in poche
chiese e così anche i cristiani di altre confessioni partecipano alle
nostre liturgie". Nonostante le numerose sfaccettature, comunque, la
comunità cristiana resta numericamente molto ridotta: "E' difficile
fare una stima sui cristiani di Turchia, che oscillano tra gli 80 e i 100
mila - spiega il vescovo - Calcoli esatti non ne sono mai stati fatti e le
cifre approssimative di cui disponiamo si riferiscono solo ai cristiani
dichiarati. C'è una larga fetta di famiglie, originariamente cristiane,
che per necessità di sopravvivenza ha rinunciato alla propria identità,
almeno all'esterno".
Per i cattolici di Turchia, che rappresentano meno dell'1% del totale
della popolazione, "la coscienza della propria identità è molto
più sentita che in un paese di tradizione cristiana", spiega ad <Aki>
mons. Luigi Padovese. "Lo si nota ad esempio nei matrimoni: è
difficile che un cattolico sposi un musulmano e questo è il segno più
indicativo di un'identità che si vuole mantenere". Soprattutto nel
sud e nelle regioni dove la convivenza ha una tradizione più consolidata,
ultimamente è diventato meno imprudente manifestare apertamente la
propria fede: "Ci sono tanti ragazzi e ragazze che portano una
catenina con la croce - esemplifica mons. Padovese - mentre capita che in
Inghilterra la si debba nascondere per motivi di ordine
professionale" (il riferimento è al caso dell'hostess sospesa dalla
<British Airways> per la scelta di indossare una croce). Nei
numerosi saggi che Luigi Padovese ha dedicato al tema, si legge come sia
proprio in Turchia che, in buona parte, la Chiesa degli albori abbia preso
corpo e si sia sviluppata. Ad Antiochia, ad esempio, ha preso forma la
prima missione ai pagani ed è sorto uno dei primi centri di riflessione
teologica. Lo stesso Vangelo di Matteo sembra essere l'eco della catechesi
condotta in queste terre. Cosa ha portato allora la comunità cristiana a
sgretolarsi e quasi a scomparire nel corso degli anni? "All'origine
del fenomeno ci sono le vicissitudini storiche, a partire dal passaggio
dall'impero ottomano alla repubblica turca, - spiega il vescovo - A un
certo punto è stato necessario passare da una realtà ottomana molto
eterogenea a uno stato nazionale forte, dotato di un'identità precisa.
Questo è il merito di Ataturk (il 'padre dei turchi' Mustafa Kemal,
fondatore e primo presidente della Repubblica, ndr), che ha dato il
senso dello stato, riducendo di contraccolpo le diversità e quindi anche
le minoranze e i loro diritti, nonostante ci fosse un trattato". Il
riferimento di monsignor Padovese è al Trattato di Losanna del 1923, che
imponeva il riconoscimento dei diritti di tutte le minoranze. La Turchia
ha però dato un'interpretazione restrittiva del Trattato, che ha impedito
ad alcuni gruppi, tra cui i cattolici latini, di godere di personalità
giuridica e di tutti i diritti che ne conseguono.
Situazione inasprita
- "Il processo di
nazionalizzazione - spiega il prelato - ha ridotto il numero di cristiani
e ha portato alla scomparsa di molte chiese, ospedali, ospizi e scuole che
pure fino al 1940 erano ancora attivi". Negli ultimi anni, poi, la
situazione si è inasprita: "Sempre più spesso essere buon turco
significa essere musulmano. Ed è questo binomio che spiega fenomeni
recenti, come l'omicidio di don Andrea Santoro". Monsignor Padovese
ricorda a questo proposito le parole della madre e del fratello del
minorenne accusato di aver ucciso a Trebisonda, lo scorso febbraio, il
religioso italiano: "La madre parla del figlio come di un eroe
dell'Islam, che è in carcere per Dio, e il fratello se la prende con il
'cane americano' e con l'Occidente, che sarebbero causa di tutti i
disordini. Sembra quasi che si siano spartiti le dichiarazioni, una il
versante religioso, l'altro quello politico. E sono proprio queste le due
componenti che condizionano la vita delle minoranze, formalmente
accettate, ma non con pari diritti". (Aki-Adnkronos
International)
22.10.2006
|
LA CASA DI
RONCALLI

|
Benedetto
XVI, nella sua visita ad Istanbul, alloggerà nell'abitazione che fu
di Giovanni Paolo I quando era Nunzio apostolico in Turchia.
L'inaugurazione di una statua. |
Benedetto XVI alloggerà a Istanbul
il 29 e il 30 novembre nella casa che fu di mons. Angelo Roncalli, il futuro
Giovanni XXIII che dal 1935 al 1945 fu in missione in Turchia. Il viaggio
apostolico del Pontefice durerà dal 28 novembre al 1° dicembre. Una
statua di Roncalli verrà fra l'altro inaugurata e benedetta dal Pontefice
a Istanbul e sarà poi collocata nella basilica di Sant'Antonio, santo
particolarmente venerato da Roncalli. L'abitazione dove abitò il futuro Pontefice si trova in una strada che
poi prese il suo nome,
Roncalli, appunto in ricordo di quel rappresentante della Chiesa che nel
suo diario, ''Il giornale dell'anima'', scrisse io ''Io amo i turchi''. (Adnkronos)
22.10.2006
|
MESSAGGERO DI PACE

|
Così
si è espresso il Patriarca armeno, Mesrop II, circa il viaggio del
Pontefice in Turchia. Previsto anche un incontro tra i due. |
"Il Papa è messaggero di pace
e visiterà uno dei Paesi musulmani più moderati nel mondo, che ha un Governo secolare. Spero che la sua visita crei dei ponti da costruire tra
musulmani e il mondo cristiano, tra est ed ovest e che la sua visita,
prima di tutto e soprattutto, aiuti la comprensione reciproca tra
musulmani e cristiani". E' quanto afferma il Patriarca armeno in
Turchia Mesrop II, commentando la visita del Papa nel Paese anatolico,
confermato qualche giorno fa dal Vaticano e in programma dal 28 novembre al
primo dicembre.
Benedetto XVI visiterà dunque il Patriarcato armeno. "Sì - risponde
Mesrop - ma non so il giorno. Noi l'abbiamo invitato". E si aspetta
parole di condanna sul genocidio? "Per gli armeni e i turchi la
questione di ciò che successe negli anni Cinquanta è una questione molto
delicata - risponde il Patriarca - speriamo di superarla con il dialogo
con i turchi".
Per Mesrop "la visita di Benedetto XVI in Turchia sarà un segnale di
vicinanza anche alla chiesa ortodossa orientale". E sulla sicurezza,
il Patriarca è tranquillo. "Penso che gli ufficiali turchi abbiano
preso tutte le precauzioni necessarie - risponde - ultimamente gli
ufficiali turchi mi hanno detto che ci saranno misure di sicurezza enormi.
Sono sicuro che il governo turco farà tutto il possibile per prevenire
attacchi". (Apcom)
22.10.2006
|
EQUIVOCI
FUGATI DAL DIALOGO
|
"Mi
pare che vi sia un orientamento sereno ad accogliere il Papa in
Turchia", ha detto mons. Pierluigi Celata, segretario del
Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. |
"Mi pare che vi
sia un orientamento sereno ad accogliere il papa in Turchia, con quella
ospitalità che è tipica del popolo turco. Questa è la sensazione che ho
colto dalla mia visita". Le incomprensioni post-Regensburg sono acqua
passata: Monsignor Pierluigi Celata, segretario del Pontificio Consiglio
per il dialogo interreligioso, reduce da una recente missione in Turchia
dove ha avuto incontri con le massime autorità islamiche, parla in modo
positivo della prossima visita di Benedetto XVI ad Ankara, Istanbul e
Smirne.
"la Turchia è un Paese di non facilissima comprensione - ha spiegato
l'arcivescovo proveniente dalle fila della diplomazia, nel corso di una
conferenza stampa di presentazione del messaggio vaticano di fine Ramadan
- La realtà musulmana è ben presente. La maggioranza sunnita, l'unica ad
essere riconosciuta, è organizzata attraverso un ufficio statale presso
il Primo Ministro. la visita papale è nata, subito dopo la sua elezione,
dall'intenzione di Benedetto XVI di restituire la visita del Patriarca di
Costantinopoli". (da Ansa)
22.10.2006
|
HACKER CONTRO IL
VIAGGIO DEL PAPA
|
Messaggi
partiti dalla Turchia sul sito Internet dell'Arcidiocesi di Camerino
e San Severino per scoraggiare il viaggio di Benedetto XVI. |
Dalle prime indagini parrebbe
condurre in Turchia la pista lasciata dietro di sé da un sabotatore del
sito Internet dell'Arcidiocesi di Camerino e San Severino. La sciabola, la
mezzaluna e le parole in arabo figurerebbero comprese in un riquadro che
ripropongono il profilo geografico dello Stato; l'ipotesi ricondurrebbe ad
una serie di messaggi atti a scoraggiare la visita del Papa in Turchia.
Intanto l'Arcidiocesi minimizza, mentre Riad Zafar, rappresentante della
comunità islamica di Macerata, parla di gesto grave ma frutto della mente
di pochissimi fondamentalisti; la comunità islamica si dissocia infatti
da questo tipo di interpretazione religiosa, affermando con forza la
volontà di costruire un modus vivendi basato sulla fratellanza e sulla
libertà religiosa. (by Marche)
22.10.2006
|
FREGATA TURCA
A GUARDIA
DELLA COSTA LIBANESE

|
L'unità
- che era stata acquistata dagli Stati Uniti nel 1997 - ha un
equipaggio di 22 persone di cui undici ufficiali. In forza un
elicottero Sea Hawk. |
A frigate Turkey has contributed to
an international naval force monitoring the coast of Lebanon on Sunday
officially assumed its duty of patrolling the Lebanesecoastline as
part of the United Nations Force in Lebanon (Unifil), the Anatolia news
agency reported from Beirut.
The TCG Gaziantep, which was purchased from the United States in 1997, has
a crew of 222. Nineteen officers and 203 noncommissioned officers and
privates are assigned aboard the frigate, which also has a Sea Hawk
helicopter.
Turkey plans to send other ships to Lebanon, including two corvettes. The
number of Turkish personnel will total 681, including sailors as well as
members of an engineer company.
Last week, Turkey held a sending-off ceremony for around 260 soldiers and
engineering company employeeswho willserve under the
international peace force in Lebanon. The 237 soldiers and 24 civilians
are to depart for Lebanon from the Turkish Mediterranean port of Mersin on
Thursday, making Turkey the first Muslim nation to deploy peacekeepers in
Lebanon as part of the expanded U.N. operation.
The company, equipped with 46 vehicles and other equipment, is to be
deployed near the city of Tyre and is expected to help rebuild damaged
bridges and roads. The vanguard of Turkey's ground forces arrived in south
Lebanon last week to take part in peacekeeping operations.
The decision to send a force to Lebanon has sparked a deep political
controversy in Turkey, with opponents saying Turkish soldiers should not
be put in harm's way to defend Israeli interests. Although UNIFIL II is
tasked with monitoring a cease-fire between Israel and Hezbollah, many
view the force as favoring Israel. The government, on the other hand, has
defended the decision, saying Turkey cannot turn a blind eye to
developments taking place in the region.
The U.N. peace force is monitoring acease-fire in Lebanon between
Israel and southern Lebanon-based Hezbollah militants that brought an end
in mid-August to a 34-day conflict.
Turkey is NATO's only predominantly Muslim member and a country with close
ties to Israel and Arab states. Turkish peacekeeping troops have served in
Bosnia and Kosovo and have led operations in Somalia and Afghanistan. (Turkish
Daily News)
22.10.2006
|
"NON SI
SPEZZI IL FILO INTERLOCUTORIO"

|
Massimo
D'Alema, nel suo tete-a-tete con l'omologo cipriota George Lillikas,
ha insistito perché si cerchi una via diplomatica nella querelle
Nicosia-Turchia. |
"E' importante che non si spezzi
il filo del dialogo e del negoziato con la Turchia": questo, in sintesi,
il contenuto dei colloqui bilaterali avuti dal vicepresidente
del Consiglio e ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, con il capo della
diplomazia cipriota, George Lillikas, poco prima dell'inizio di una
riunione di ministri e rappresentanti dei sette Paesi del Sud dell'UE
convocata a Lagonissi, località turistica quarantacinque
chilometri a sud-est di Atene. Tema principale della riunione è stato il
problema dell'immigrazione clandestina e delle modalità per contrastare
il fenomeno ma si terranno anche diversi incontri bilaterali.
"Abbiamo espresso ai nostri amici ciprioti la convinzione che la Turchia
deve rispettare gli impegni che ha assunto con l'Unione europea - ha
detto
D'Alema al termine dell'incontro con Lillikas - E questi impegni
comprendono anche quello ad aprire il commercio con la Repubblica di Cipro
che è un Paese membro dell'UE e che deve vedere i suoi diritti
rispettati alla pari di tutti gli altri Paesi. Nello stesso tempo - ha
aggiunto il ministro - siccome la presidenza finlandese dell'UE sta
lavorando a una soluzione di compromesso che incoraggi i turchi a compiere
questo passo anche offrendo loro la possibilità di approvare il
regolamento per il commercio diretto con la comunità turco-cipriota
abbiamo voluto incoraggiare i nostri interlocutori ad avere un
atteggiamento flessibile sottolineando quanto sia importante che non si
spezzi il filo del dialogo e del negoziato tra l'Unione europea e la
Turchia".
Molto soddisfatto dell'incontro - richiesto da Nicosia - si è detto il
ministro Lillikas che non ha esitato a definirlo "molto produttivo e
creativo". "Abbiamo scambiato le nostre opinioni circa l'iniziativa
della presidenza finlandese della commissione europea riguardante gli
obblighi della Turchia, tra cui l'apertura del porto di Famagosta (alle
navi greco-cipriote) e il ritorno dei profughi nella località di Varosha.
Ritengo che l'Italia possa svolgere un suo ruolo e vogliamo sperare - ha
concluso il ministro cipriota - che l'iniziativa finlandese abbia
successo per evitare una crisi o uno scontro tra la Turchia e l'Unione
europea". La riunione informale dei ministri dell'Europa del Sud
era cominciata con una cena di lavoro offerta dal ministro degli Esteri
greco Dora Bakoyannis cui hanno preso parte anche ministri e
rappresentanti di Francia, Spagna, Portogallo e Malta. (da Denaro.it)
22.10.2006
|
UN DIALOGO TRA
SORDI

|
I
colloqui ad Ankara tra il Cancelliere tedesco Angela Merkel ed il
premier turco Recep Tayyip Erdogan sulla questione Cipro non sono
andati più in là di uno scambio di formalità. |
La disputa sull'apertura di porti
ed aeroporti turchi a navi ed aerei provenienti da Cipro, Stato membro
dell'Unione Europea, ha contrassegnato la prima visita del Cancelliere
tedesco, Signora Angela Merkel, ad Ankara. Si è fatto cenno ad una
soluzione di compromesso che verrebbe presentata dalla Presidenza
semestrale finnica, ma non sono stati forniti dettagli in merito, anche se
fonti di Bruxelles alluderebbero all'apertura al commercio
internazionale di un porto turco-cipriota. Questo consentirebbe al Governo
turco di sostenere internamente la fattibilità dell'apertura di porti
ai vettori di uomini e merci greco-ciprioti.
La Signora Merkel, cui sono stati tributati i consueti onori militari, ha
incontrato il Premier Recep Tayyip Erdogan ed il presidente Ahmet Necdet
Sezer, il cui mandato sarà in scadenza nel corso del 2007. La Signora
Merkel ha voluto ribadire la centralità della questione del
riconoscimento di Cipro per il successivo positivo svolgimento dei
negoziati di adesione della Turchia, citando i cosiddetti protocolli di
Ankara che pongono, a questo fine, la data limite del dicembre 2006. Il
Premier turco ha ribadito l'esigenza che sia posta preliminarmente fine
all'embargo internazionale che ha fatto della Cipro turca un "malato
contagioso".
In un discorso tenuto ad Istanbul, in concomitanza della visita del
Cancelliere tedesco, Erdogan ha ribadito l'importanza primaria
attribuita all'accesso della Turchia all'Unione Europea ed ha altresì
sottolineato l'esigenza di una migliore integrazione della comunità
turca in Germania, forte di circa 2.5 milioni di individui, lodando gli
sforzi in questo senso del Governo tedesco.
Il Cancelliere ed il Premier turco hanno preso parte ad un tradizionale Ifta,
il pasto serale che rompe il digiuno del Ramadan, durante il quale il
leader turco ha ribadito i temi noti dell'utilità dell'integrazione
europea della Turchia, dell'inserimento di uno Stato prevalentemente
musulmano a fianco di Stati di tradizione cristiana, rompendo millenarie
preclusioni mentali in questo senso. Ha continuato sostenendo che, come
nella Nato, anche all'interno dell'Unione il suo paese potrebbe dare
ulteriori contributi alla pacificazione e stabilizzazione dell'intera
area mediorientale.
La Signora Merkel si è ripetutamente pronunciata a favore di un dialogo
tra le culture e di un avvicinamento della Turchia all'Unione Europea
senza mai però nominare un accesso diretto nel club dei 25.
A tratti è sembrato un dialogo tra sordi!
Al Premier turco non è rimasto che concludere come sia auspicabile un
cambiamento di mentalità sul tema dei rapporti tra gli anatolici e gli
europei, dimenticando come il suo proprio partito sia caratterizzato da
un'indescrivibile doppiezza nel volere da un lato collocare la Turchia
nel contesto dei paesi europei e dall'altro spingere i vari tasti di un
ritorno ad un sistema ed un regime islamico neanche tanto velato! (Ste.Bar.)
22.10.2006
|
COLLOQUIO
"MORDI E FUGGI"
|
E'
durato solo poche ore l'incontro tra i titolari degli Esteri
ungherese e greco-cipriota che hanno parlato della Turchia. |
E' stato l'ingresso
della Turchia nell'Unione Europea il principale tema di discussione tra il
ministro degli Esteri ungherese Kinga Goncz ed il suo omologo cipriota
Heorgios illikas, in visita a Budapest dove si è trattenuto solo per
poche ore discutendo dell'effetto che potrebbe avere un eventuale accesso
di Ankara nell'unione sulla delicata situazione di Cpro divisa tra una
repubblica greco-cipriota (entrata nell'UE nel 2004) e uno Stato
filo-turco. (da Apcom)
22.10.2006 |
SOCIETA'
RIFLESSIONI
SULLE PAROLE
DI PRODI

|
L'invito
- a proposito del velo sì, velo no - viene dal capo della
Commissione parlamentare turca per gli Affari Esteri, Mehmet Dulger. |
"Le trasformazioni sociali non
avvengono con la forza: se non interveeniamo nelle scelte delle donne
velate, gradualmente finiranno con il preferire forme di abbigliamento più
moderate": così Mehmet Dulger, parlamentare del Partito Giustizia e
Sviluppo (Akp) e capo della Commissione parlamentare turca per gli Affari
Esteri, commenta ad <Aki-Adnkronos International> le
dichiarazioni del presidente del Consiglio Romano Prodi sul velo islamico.
Secondo Dulger, "il velo non rappresenta un ostacolo
all'integrazione, dal momento che anche donne musulmane non velate e
uomini che vivono in Europa da 20 anni hanno problemi
d'integrazione". Il membro dell'Akp, un partito di ispirazione
islamica, è convinto che "sia fuorviante creare un legame tra il
problema dell'integrazione ed il velo. Piuttosto gli europei dovrebbero
liberarsi dei loro pregiudizi nei confronti dei musulmani, che sono il
vero ostacolo all'integrazione''.
Ricordando che la stessa Turchia sta ancora discutendo "se il velo
debba essere vietato o no nei luoghi pubblici" Dulger aggiunge che
''nessuno dovrebbe interferire con il libero arbitrio delle persone, ma
ovviamente non posso criticare Prodi, dal momento che noi stessi non siamo
ancora in grado di risolvere il problema del velo".
Per Ahmet Tasgetiren, un leader musulmano ed editorialista del giornale
conservatore <Yeni Safak>, "il nodo centrale del dibattito è
se opprimere le convinzioni religiose sia giusto o no". L'opinione di
Tasgetiren è che "le donne velate dovrebbero mostrare il viso nelle
occasioni in cui sia necessaria l'identificazione. Un simile problema non
esisteva in Europa prima dell'11 settembre, ma ora tutti i musulmani
possono facilmente diventare 'sospetti'". Il leader musulmano si dice
convinto che tale atteggiamento nasconda una latente islamofobia e
rilancia: "Affermare che il velo è un ostacolo all'integrazione è
come dire che l'Islam sia un ostacolo all'integrazione. Se l'Europa supera
l'ostacolo dell'islamofobia, avrà compiuto un importante passo avanti
verso l'integrazione''. ''Non si può raggiungere l'integrazione limitando
la libertà", conclude Tasgetiren. Nonostante la costituzione
secolare che vige nel paese, il 70% delle donne turche porta il velo, chi
per motivi religiosi, chi per tradizione. Tuttavia le donne velate non
possono accedere alle università ed agli impieghi pubblici. (Aki-Adnkronos
International)
22.10.2006
|
CONNESSIONE
INTERNET
ED ALTA VELOCITA'

|
Il
via alla campagna informatica in tutta la Turchia dato ufficialmente dal premier
Recep Tayyip Erdogan. Investimenti da parte della <Cisco
system>. |
Il Primo
Ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha ufficialmente dato avvio alla
campagna per l'utilizzo della connessione Internet ad alta velocità e per
l'uso del computer in ogni abitazione lanciata in Turchia da <Turk
Telecom> con il supporto di microsoft, intel, vetsel e casper.
Nell'ambito di tale promozione saranno offerti diversi pacchetti di
vendita di pc e connessione ad Internet e adsl. Il numero di utenti
Internet in Turchia è valutato attorno ai16 milioni di unità.
Separatamente <Cisco system> ha annunciato per voce del suo chief
executive, John Chambers, l'intenzione di investire in Turchia 275 milioni
di dollari nell'arco dei prossimo cinque anni. >Cisco> intende
aprire un centro per lo sviluppo e la ricerca tecnologica nel Paese e ha
siglato un memorandum d'intesa con il ministero dell'educazione, al fine
di creare 200 centri per un programma accademico di nerworking. (Il
Sole 24 Ore-Radiocor)
22.10.2006
|
PROIBITI
FESTE, CONCERTI
E CELLULARI

|
Su
disposizione del governatore della provincia di Istanbul, Muammar
Guler, gli studenti universitari per motivi di sicurezza non
potranno più divertirsi all'inizio e alle fine dell'anno
accademico. In quanto ai ragazzi degli istituti superiori stop
all'uso dei telefoni nelle scuole per disposizione dell'Authority
all'Educazione. |
Gli studenti turchi se la passano
molto male. Il governatore della provincia di Istanbul, Muammar Guler, ha
deciso un duro giro di vite. Lamentando problemi alla sicurezza nell'anno
accademico passato, i vertici della sicurezza nella megalopoli del Bosforo
hanno stabilito che le feste per l'inizio e la fine dell'anno accademico
produco un rischioso avvicinamento degli studenti a gruppi ideologici o
politici. Per questo motivo, quest'anno accademico, che è appena
iniziato, feste e concerti verranno proibiti in tutti i 22 atenei presenti
sul territorio cittadino. Guler ed il suo staff si sono giustificati
dicendo che il provvedimento era stato reso necessario a causa
dell'elevato numero di incidenti e risse che si è registrato negli ultimi
tempi nelle università. E la motivazione sarebbe proprio la vicinanza
agli studenti, di gruppi più o meno politicizzati ed ancora di altri
gruppi etnici diversi. Così i responsabili della sicurezza, anche per
prevenire problemi che potrebbero essere più seri, hanno deciso di
distribuire delle brochure nei campus universitari, spiegando ai
giovani che è meglio non farsi coinvolgere in azioni politiche dei gruppi
presenti in università o peggio spacciare sostanze stupefacenti.
Non va molto meglio agli studenti delle scuole superiori. L'Authority per
l'Educazione ha infatti dciso di bandire i cellulari nelle scuole. La
motivazione di questo gesto sarebbe l'uso indiscriminato che ne fanno i
ragazzi. Il riferimento è ai video e alle foto, pornografiche o violente
che si possono reperire su Internet e veicolate facilmente tramite
l'utilizzo di cellulari. "Questo è semplicemente immorale - ha
dichiarato Akin Ozer , responsabile per l'Authority della scuola nella
regione di Istanbul - I video che vengono spediti rappresentano l'utilizzo
negativo che si può fare di questi telefoni mobili. Le scuole e gli
insegnanti devono prendere provvedimenti". E per non lasciare nemmeno
più un motivo per utilizzare il cellulare, Ozer ha intenzione di fare
installare nelle scuole telefoni gratuiti che gli studenti potranno
utilizzare in caso di necessità. "Sono contro sanzioni o restrizioni
- ha detto Ozer - ma la situazione sta diventando intollerabile come
scuola abbiamo il dovere di impedire che degeneri". (Apcom)
22.10.2006
|
S.
MARINO GUARDA
ALLA TURCHIA
CON INTERESSE

|
Lo
ha ribadito - in occasione dell'udienza riservata al Corpo
diplomatico e consolare dei nuovi Capitani Reggenti della Repubblica
del Titano, l'ambasciatore presso Ankara Giorgio Girelli. |
In occasione
della udienza riservata al Corpo Diplomatico e consolare dai nuovi
Capitani Reggenti dalla Repubblica di San Marino, Antonio Carattoni e
Roberto Giorgetti, l'ambasciatore del Titano in Turchia Giorgio Girelli
- intervenendo dopo l'incisivo discorso ai diplomatici pronunciato
dal Segretario di Stato per gli Affari Esteri Fiorenzo Stolfi - ha
manifestato convinta adesione agli indirizzi del Governo della vicina
Repubblica che esige dai suoi rappresentanti all'estero un ruolo attivo
nella promozione di rapporti economici e culturali con la comunità
internazionale e nella tutela dei valori della pace e dei diritti umani.
Girelli ha in particolare riferito, dopo la sua ultima missione ad Ankara,
sull'interesse della Turchia alla partecipazione della Camera di
Commercio di San Marino al congresso mondiale degli enti del settore che
si terrà ad Istanbul il prossimo anno.
Attenzione che le autorità turche hanno pure manifestato per le
attrattive turistiche e culturali di San Marino, da collegare, secondo
Girelli, in un progetto che includa tutta la Valmarecchia ed Urbino.
Inoltre, ipotesi di collaborazione con iniziative internazionali di San
Marino e della sua Camera di Commercio sono oggetto di approfondimento da
parte dei gruppi economici che operano in territori contigui alla
Repubblica.
22.10.2006
|
IL
MESSAGGIO DEL CARD. BERTONE

|
Il
Segretario di Stato vaticano ha voluto ringraziare l'ambasciatore
della Repubblica di San Marino, Giorgio Girelli, per le espressioni
augurali che gli erano state rivolte ai fini dell'elevata missione
del porporato. |
Al Segretario di Stato
vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, l'ambasciatore della Repubblica di
San Marino in Turchia, Giorgio Girelli, ha avuto modo di rivolgere le più
sentite espressioni augurali per l'elevata missione cui il porporato è
stato chiamato specie in relazione allo sforzo che la Santa Sede pone in
atto per incrementare la comprensione tra le diverse culture del mondo e
la collaborativa convivenza tra i popoli. In un messaggio all'ambasciatore
Girelli il cardinale Bertone di dichiara "riconoscente per il
premuroso gesto e per i sentimenti manifestati" verso la sua persona,
contestualmente ricambiando il "delicato pensiero" con
"auspici di abbondanza di doni divini".
Come noto, il nuovo Segretario di Stato per gli Affari Esteri della
Repubblica di San Marino, Fiorenzo Stolfi, ha espresso l'intendimento di
proporre San Marino quale sede di incontri e contatti internazionali per
concorrere a costruttive relazioni tra popoli e culture diverse. Il ruolo
morale di San Marino può inoltre avere - pur nel quadro realistico delle
potenzialità disponibili - una positiva dimensione in aree complesse,
come la Turchia, che Benedetto XVI si appresta a visitare.
22.10.2006
|
POCHE DONNE NELLE
UNIVERSITA'
| Un
altro primato che non dovrebbe far piacere alla Turchia. La ricerca
dell'Unione dell'Educazione e della Ricerca scientifica. |
Un altro primato poco edificante per
la Turchia. Secondo una ricerca condotta dall'Unione
dell'Educazione e della Ricerca scientifica, meno di un terzo dei
lavoratori presenti in università è di sesso femminile. La percentuale
è valida sia che si parli dipersonale amministrativo che di personale
docente.
Per la precisione in Turchia ci sono circa 201 mila persone impiegate in
campo universitario come rettori, vice rettori, presidi di facoltà,
docenti e assistenti. Di queste il 78.1% sono uomini e il 21.9% donne. (Apcom)
22.10.2006
|
"UNO, CON
SALSA PICCANTE"

|
E'
il doner kebab che a Milano sta soppiantando l'hamburger. La svolta
di un operaio, nativo di Kahramanmaras in Turchia che prima lavorava
presso un un mobilificio di Lissone e che poi ha pensato come fosse
meglio vendere ai meneghini il panino imbottito di carne arrostita
allo spiedo. Quanti sono oggi i locali del genere. |
"Uno con salsa piccante". Il primo
cliente, al <Monte Ararat pizza kebab> davanti alla stazione Bovisa, a
due passi dall'Università, entra alle 11.40. Zaino in spalla e volto
preoccupato di uno che nel pomeriggio deve affrontare lo scritto di
matematica, ha tutta l'aria di non volersi concedere più di cinque minuti
per pranzare. "Se è presto per il pranzo? Sì, forse - risponde - ma tra
tre quarti d'ora qua fuori c'è la coda". Difficile non credergli, anche
se basta attraversare la strada e girare l'angolo per trovare un secondo
kebab take away.
Eppure, a quanto pare, c'è abbastanza clientela per entrambi.
Più che pizza o hamburger, il panino imbottito di carne arrostita allo
spiedo solletica il palato di studenti con pochi soldi e di colletti
bianchi in pausa pranzo in fuga dalle mense aziendali. Ma considerarla
solo una moda, forse, non gli renderebbe giustizia. Basti pensare che a
Milano la specialità gastronomica Made in Turchia (ma non solo) si trova
praticamente ovunque. Le rosticcerie gestite da turchi sono, ormai, oltre
duecento, un numero più che raddoppiato nell'ultimo anno, mentre, tanto
per fare un paragone, i <McDonald's> in città sono solo 32, gli stessi
da tre anni. E anche i praticamente onnipresenti ristoranti cinesi restano
indietro, con una crescita tutto sommato costante ormai da anni. Quello
del doner kebab, invece, è |
|