Arretrati 

Anno 7° N.30

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ATTUALITA'

MINIME LE DIVERGENZE

Ali_Babacan

Per il ministro turco Ali Babacan - presente al Congresso della Bei - Ankara ce la farà ad entrare nell'UE anche se non "sarà facile".

European_Investment_BankLe divergenze tra la Turchia e l'Unione Europea non sono così profonde ed importanti . A dichiararlo è il ministro Ali Babacan, il capo delle negoziazioni della Turchia per le trattative d'adesione all'Unione europea. Alla fine del processo di valutazione della candidatura turca da parte della Commissione, la conclusione di Babacan è stata che ''le divergenze non sono così importanti'', anche se ''tuttavia ci vorrà del tempo al suo Paese per riformare completamente il suo modo di pensare'', in vista dell'adattameto all'UE. Tali dichiarazioni sono arrivate nel corso di un congresso della Banca Europea d'Investimenti. Rilevando un cambiamento di clima in Europa, favorevole all'allargamento, Babacan ha giudicato che il processo ''non sarà facile'', ma che ''la Turchia ce la farà''. Presente alla conferenza, il Commissario europeo all'Allargamento Olli Rehn ha da parte sua sottolineato che l'UE dovrà continuare ad offrire delle ''chiare prospettive d'adesione'' ai paesi del sud est europeo. Sia Babacan che Rehn hanno prima incontrato separatamente il ministro greco degli Affari Esteri Dora Bakoyannis, in vista della pubblicazione da parte della Commissione, l'8 novembre, del suo rapporto sul progresso turco. L'intento di Rehn è anche quello di trovare ''un compromesso costruttivo'' per evitare una sospensione delle negoziazioni d'adesione, riferendosi al rifiuto della Turchia di estendere alla Repubblica di Cipro l'accordo dell'unione doganiera siglato con l'UE. ''La Turchia ha ancora del tempo per adempiere ai suoi obblighi'', ha sottolineato Rehn. (Asca-Afp)
22.10.2006

NESSUNA MINACCIA

Josep_Borrel

Intervista con il presidente del Parlamento Europeo, Josep Borrell. L'UE non è un club cristiano e con la Turchia dentro l'Europa avrebbe più peso politico.

- Presidente Josep Borrell, l'assegnazione del Nobel a Orhan Pamuk e l'approvazione, a Parigi, della legge sul genocidio armeno sollevano un quesito: la Turchia deve entrare in Europa perché va integrata o perché è la Turchia?
"Sono vere tutte e due le cose, e certo un'Europa con la Turchia svilupperebbe il dialogo con l'Islam e avrebbe un peso geo-politico più incisivo. Tuttavia non dimentichiamo che sono in corso negoziati il cui risultato è un'incognita. La trattativa sarà costellata di difficoltà. Penso soltanto al cosiddetto protocollo di Ankara che prevede l'apertura di porti e aeroporti turchi a navi e aerei ciprioti: non sappiamo neppure se questo problema molto concreto potrà davvero essere risolto, anche se lo speriamo. Vorrei ricordare inoltre che il Parlamento europeo ha votato una risoluzione estremamente critica sul processo negoziale, registrando pochi progressi e sottolineando le difficoltà".
- Con una Turchia di 100 milioni di abitanti fra 10 anni "non ci sarà alcuna possibilità di un'Europa integrata", come teme il francese Sarkozy?
"Il timore principale delle nostre opinioni pubbliche nasce dal fatto che la stragrande maggioranza della popolazione turca è di religione islamica. Un dato di fatto che non va trascurato ma non deve essere considerato una minaccia: se la Turchia rispetterà i criteri che le vengono richiesti non ci sarà nulla da temere. L'Europa non è un club cristiano, e la Turchia è un Paese laico".
- Qual è l'identità europea, allora?
"'identità europea va costruita su valori condivisi: democrazia, diritti umani, protezione dell'ambiente, tutela sociale, parità uomo e donna. E' questo a rappresentare l'identità europea, non la storia che anzi ci contrappone. E la costruzione di un'identità politica europea serve a superare la storia".
- C'è chi teme però che l'eventuale ingresso della Turchia metterebbe a rischio la stessa dimensione politica europea.
"E perché? Già oggi non tutti i membri dell'Unione hanno la stessa volontà di integrazione politica".
Tornando alla legge francese sul genocidio armeno, non crede che rappresenti una voluta minaccia all'ingresso della Turchia?
"Quella legge non è ancora legge, deve passare al Senato".
- Un recentissimo saggio del sociologo tedesco Peter Hahne riprende in chiave europea alcuni concetti che Oriana Fallaci riferiva all'Occidente: l'Europa, di fronte all'avanzare dell'islamismo, non reagisce ma svende i suoi valori fondanti e perde la propria identità. Non crede che recenti avvenimenti confermino che il modello interculturale è in profonda crisi, in Europa?
"Nonostante le difficoltà che tutti conosciamo, confrontarsi con la diversità rappresenta una delle caratteristiche dell'identità europea. Non si può immaginare un'Europa monoculturale. Anche per una ragione molto concreta: saremo obbligati ad accogliere un numero sempre crescente di immigrati per colmare il gap demografico, la società europea dovrà per forza diventare multi-culturale. I rischi di conflitti legati a questo processo richiedono piuttosto lo sviluppo di sistemi di integrazione sociale che consentano la realizzazione concreta del multi-culturalismo, e prima di tutto il confronto con l'Islam all'interno e all'esterno delle proprie frontiere. E', questa, una delle grandi sfide politiche che ci attendono".
- Con queste premesse, dove finisce l'Europa?
"Nessuno può e vuole lanciarsi nell'esercizio politico di tracciare le frontiere dell'Europa. Di certo, però, avviando le trattative con la Turchia l'Europa ha rinunciato a uno dei criteri oggettivi, quello geografico. E' altrettanto vero che l'opinione pubblica chiede una pausa: prima di eventuali nuovi allargamenti bisogna pensare all'integrazione. L'Europa si è ampliata molto più rapidamente di quanto sia riuscita ad integrarsi: ha più massa che velocità".
- Proprio per superare queste difficoltà non servirebbe una robusta opera di ingegneria costituzionale che rafforzasse istituzioni e regole europee?
"La necessità delle riforme è quella che in spagnolo chiamiamo "asignatura pendiente", una materia in cui si è rimandati a settembre. Già il trattato di Maastricht del '93 ne prevedeva ma non sono mai state fatte. Oggi c'è una vera urgenza: non si può fare una buona politica senza buone istituzioni, ma queste non crescono sugli alberi. Spero in proposte concrete della futura presidenza tedesca". (Emanuele Novazio/La Stampa web)
22.10.2006

 

SEI SU DIECI NON LA VOGLIONO

Sondaggio della <radioRmc> francese per sapere quanti francesi sono favorevoli all'ingresso di Ankara nell'UE.

Quasi sei francesi su dieci si oppongono all'entrata della Turchia nell'UE . A indicarlo un sondaggio condotto dalla LH2 per la <radioRMC>. Il 58% degli intervistati è contrario alla membership di Ankara, a favore un esiguo 28%. Il dato è in linea con un sondaggio di giugno dell'Eurobarometro: l'ostilità verso i turchi era al 55%. Nove gli stati più scettici dei francesi: l'Austria (81%) e la Germania (69%).(Asca-Afp)
22.10.2006

 

DIALOGO ALLO SPECCHIO

Ennio_Remondino

Il colloquio che segue è frutto di un incontro che, tenutosi alla manifestazione "I dialoghi di Trani" il 22 settembre, ha visto protagonisti Ennio Remondino (corrispondente Rai a Istanbul), Yasemin Taskin (corrispondente in Italia per il quotidiano turco <Sabah>) moderati da Giorgio Zanchini (giornalista Gr1 Rai).

Una sorta di specchio rovesciato mette a confronto Yasemin Taskin ed Ennio Remondino. L'una corrispondente in Italia per il quotidiano turco <Sabah>, l'altro grande esperto di politica estera e, anche se da soli tre mesi, corrispondente da Istanbul per la Rai: attraverso la lente di due giornalisti, una turca che vive in Italia e un italiano che vive a Istanbul, proviamo a leggere i rapporti tra Unione europea e Turchia e l'eventuale ingresso di quest'ultima. Qualcosa che assomiglia a un riflesso identitario ci avvicina a questo tema perché la possibilità che circa 70 milioni di musulmani possano entrare in un continente con un'identità definita pone un problema sul quale alcuni leader europei, come Sarkozy e la Merkel (fino a Papa Ratzinger), si sono espressi in modo preciso e negativo.
Facciamo però, innanzitutto, un breve punto sui rapporti ormai quarantennali tra Turchia e Unione europea. Risale al 1963 un lontanissimo accordo che introduce la prospettiva dell'adesione; nell'87 si ufficializza la richiesta di Ankara che nel '96 entra nell'unione doganale. Nel'99 un passo molto importante: il Consiglio europeo concede alla Turchia lo status di candidato.
Da allora a oggi abbiamo assistito a numerosi cambiamenti. Da parte turca abbiamo innanzitutto registrato un'ammirevole pratica di avvicinamento agli standard che l'UE chiede a chi si candida all'adesione, una marcia fatta di riforme economiche e di modifiche ai codici che ha determinato nell'ottobre 2005 l'inizio ufficiale dei negoziati. L'8 novembre 2006, infine, la Commissione europea esprimerà il suo parere ufficiale sullo stato dei negoziati.
Forse in Turchia questo parere è un po' temuto, a causa di recenti eventi che hanno preoccupato classi dirigenti e opinioni pubbliche europee.
Resta il fatto che l'atteggiamento generale dei turchi verso l'UE è profondamente cambiato: è svanito, infatti, l'entusiasmo che anni fa portava la maggior parte dell'opinione pubblica a dirsi favorevole ad entrare nell'Unione, e, stando a recenti rilevazioni, mentre i rapporti con gli Usa si raffreddano, tra i paesi a cui la Turchia si sente più vicina emerge l'Iran. Dato, questo, da verificare con attenzione, ma che merita attenzione e ci porta a una domanda: che cosa sta accadendo nell'opinione pubblica turca? Perché cresce questo disincanto?

Taskin
- Sono diversi i motivi per cui l'UE sta perdendo popolarità tra l'opinione pubblica turca.
Negli oltre quarant'anni del progetto di adesione, molti turchi - politici progressisti come gente comune - hanno sognato un paese più democratico e sviluppato. Entrare nell'UE è stato l'obiettivo di un progetto iniziato con la nascita della nostra repubblica che sin dai suoi inizi ha guardato a occidente.
Poiché la democrazia turca ha ancora dei passi da compiere per riempire alcune sue lacune, la società civile attribuisce all'ingresso nell'UE grande importanza; ma nonostante ciò l'opinione pubblica ha raffreddato il proprio entusiasmo verso l'Unione, si è sentita offesa dall'atteggiamento delle istituzioni europee, ha avvertito una certa ostilità e crede ora di non essere accettata tra i cittadini d'Europa, mentre invece paesi assai meno "europei" della Turchia - come molti stati dell'Europa centro orientale - hanno potuto godere di condizioni più favorevoli. Ecco allora che il consenso turco verso il processo di adesione si allontana piano piano dal 70-80% di qualche anno fa.
A ciò aggiungiamo le affermazioni non certo positive sull'ingresso di Ankara pronunciate da leader come Sarkozy e la Merkel, e non dimentichiamo come anche l'opinione pubblica europea si dimostri assai fredda verso la Turchia, tanto che il 40% si dice indecisa sulla questione.
Ci sono poi delle reticenze poste dall'Unione che in Turchia sono viste come veri e propri ostacoli, mi riferisco alla questione curda, ad alcune riforme e soprattutto al caso di Cipro, rispetto al quale i turchi vedono un uso strumentale da parte dell'UE.
A tutto ciò sommiamo infine che lo "Stato profondo", ovvero quella parte dei poteri forti (militari, nazionalisti, parte della burocrazia), è convinto che l'ingresso nell'UE gli farà perdere molta influenza nel Paese.
Se l'opinione pubblica turca sta perdendo il suo interesse per l'Europa dobbiamo considerare tutti questi motivi.

Zanchini
- Forse le divisioni interne all'opinione pubblica turca su questi temi possono sorprenderci: mentre il partito islamico al governo è europeista, un baluardo del laicismo come l'esercito è tra i capofila degli scettici. La questione presenta alcuni apparenti paradossi ed è ricca di possibili evoluzioni, e la scelta della Rai di aprire una sede a Istanbul è certamente un elemento significativo.

Remondino - Tre mesi sono davvero pochi per comprendere una realtà complessa come la Turchia, quindi il mio livello di conoscenza è abbastanza basso.
Spero che la Rai possa offrire al giornalismo e al servizio pubblico la possibilità di sprovincializzarsi rivolgendo la propria attenzione non solo alle
"solite" capitali occidentali come Londra, Bruxelles, Parigi, New York, ma guardando anche a realtà vicine e interessanti come quella turca.
Yasemin Taskin ha sottolineato il sentimento di offesa provato dai turchi per effetto delle resistenze europee. A mio parere tale sentimento va contestualizzato ad un paese che pur tra tante lacune, rappresenta un esempio di percorso democratico in una realtà storica e sociale assai stratificata e complessa. Una curiosità sui mille volti della Turchia come stato multietnico e quindi complesso, è legato alla mia recente scoperta che la Turchia è il più grande paese albanese dell'Europa, con 5 milioni di cittadini che provengono da quella terra che attualmente ne ospita solo 4 milioni. Sappiamo tutti dov'è la Turchia, ma sappiamo molto poco si cosa essa sia realmente.
Quanto al dibattito sull'ingresso in Europa, credo che alla Turchia si possano addebitare alcuni torti e assieme molte ragioni. Di certo ho colto in quel paese un profondo desiderio di modernizzazione dei codici, delle strutture statali, del settore economico-bancario. Allo stesso tempo non posso ignorare come le premesse del processo di adesione turca siano legate, da parte europea, a interessi particolari, come quelli che hanno portato l'Austria a minacciare di porre il veto sull'apertura del negoziato con Ankara se non fosse stata ammessa contemporaneamente anche la Croazia. In altre parole, mettendo da parte gli "alti valori" che vengono proclamati dai governi in sede pubblica, mi pare piuttosto che la logica di approccio dell'UE verso i paesi che hanno chiesto di entrare si sia basata troppe volte su bassi profili di interesse nazionale di qualcuno degli Stati membri.
Un esempio. La questione cipriota, sappiamo tutti, è un passaggio-chiave per la Turchia. Un solo territorio, l'isola, diviso di fatto in due entità statali separate: la parte "greca" (così possiamo realisticamente definirla) ammessa a far parte integrante dell'Unione, e la parte "turca" dell'isola, il cui territorio è vigilato da un contingente militare turco continentale, addirittura esclusa da qualsiasi riconoscimento statale all'interno dell'Europa. L'UE come ha affrontato questi elementi di crisi che coinvolgevano un suo paese membro (la Grecia) e un paese chiave dell'Alleanza Atlantica (la Turchia)? Il riconoscimento di una parte di Cipro rispetto all'altra, di fatto una sorta di pagella europea di "buoni" e di "cattivi" ha, a mio avviso, soltanto sanzionato e accentuato quella divisione sulle cui origini sarebbe stata utile qualche rivisitazione storica un po' meno di parte.
Nei territori dell'Europa continentale esistono situazioni di problematicità assai maggiori di quelle che alcuni attribuiscono alla Turchia. Pensiamo ai Balcani, nei cui confronti, la sola strategia internazionale per il superamento delle lacerazioni che sembrano non finire mai, resta la proposta di adesione in massa all'Unione europea. L'UE come formula magica, terapia per tutti i mali che la politica internazionale e la sua diplomazia non sono riusciti sinora a curare. Ma siamo sicuri che sia proprio quella la cura possibile? L'esempio di Cipro, cui accennavo prima, non mi rassicura. L'adesione a un progetto comune all'interno di un'Europa condivisa, non credo possa essere uno "strumento" ma debba essere il "fine" di un percorso le cui contraddizioni, ove esistono, vengono risolte prima.
Altra personale perplessità, riguarda la sincerità dell'ipotesi di allargamento indefinito dei confini dell'Unione. Davvero crediamo che l'Europa ricca occidentale o quella semi ricca dell'est, siano oggi così disponibili a superare la soglia dei 27 stati membri del 2007? Inoltre: con questo ipotetico allargamento si favorirebbe la democratizzazione dei paesi che ancora sono in fase di stabilizzazione? Mi fa in parte sorridere l'idea che le frammentazioni traumatiche ancora in corso nei Balcani, possano sanarsi domani nella comune culla europea. C'è qualcuno che possa ragionevolmente spiegare come e perché un Montenegro separato dalla Serbia possa riavvicinarsi a Belgrado passando per Bruxelles, o un Kosovo albanese indipendente possa avere nuovi rapporti fraterni con la Serbia perché ambedue "europei"? Non si ripeterebbe ancora una volta il perverso circuito delle definizione arbitraria di Buoni e Cattivi, che ha dato così amari frutti sia a Cipro che nei Balcani?
Per tornare alla domanda, la mia perplessità sull'ipotesi di adesione della Turchia alle UE non è legata alla capacità e alla disponibilità della Turchia ad aprirsi all'Unione europea, ma piuttosto alla capacità e alla serietà di quest'ultima ad aprirsi con onestà, senza altri fini, al confronto con mondi molto più complessi di quanto possiamo immaginare.

Zanchini - Oltre alla questione cipriota ci sono altri nodi che rendono difficile l'ingresso della Turchia nell'UE. Tra questi, l'articolo 301 del codice penale turco (che prevede il reato di offesa all'identità turca, ndr) che ha messo sotto processo grandi scrittori per la questione armena. È possibile oggi parlare del genocidio armeno in Turchia?
Rimane, poi, sul tavolo anche la questione curda: dopo un periodo di silenzio, si è riaccesa la "guerriglia". E, ancora, un altro nodo sta nel ruolo eccessivo ricoperto dai militari, come dimostrano i vari golpe, anche silenziosi, che si sono susseguiti dalla seconda guerra mondiale fino ad anni più recenti.
Non ultima, infine, c'è la questione dell'ideologia ufficiale: in Turchia esiste ancora il kemalismo che non può convivere con i criteri europei.
Tutti questi aspetti potranno mai cambiare?

Taskin - Tutti insieme no. Ma credo sia necessario fare chiarezza su alcuni punti.
Oggi l'UE non chiede alla Turchia di abolire l'articolo 301, che però va preso in esame. Il vecchio codice penale turco era stato modellato su quello italiano, e poi riformato in base ai criteri dell'Unione, ma l'art. 301 è sempre rimasto come una specie di arma segreta del governo per controllare la sfera intellettuale, anche contro la stessa UE, di fronte alle questioni più scottanti che in Turchia sono ancora tabù. Questo articolo, con la motivazione dell'offesa all'identità turca, consente di mettere il bavaglio alla pubblica opinione e alla società civile. Da pochi giorni è stata prosciolta da questa accusa Elif Shafak, autrice del romanzo La bastarda di Istanbul, in cui affrontava la possibilità di discutere della questione armena. Molti scrittori sono finiti nei guai, e anche se finora nessuno è stato imprigionato l'art. 301 rimane una minaccia. Va però sottolineato che lo stesso governo Erdogan ha su questo tema delle spaccature molto vistose al suo interno, perché si tratta di una vicenda molto controversa.
Quanto al ruolo dei militari in Turchia si può dire che essi si sentono i difensori del laicismo, ma al contempo riescono a ostacolare il pieno compimento della democrazia. Sono esponenti di un laicismo blindato che, attraverso il Consiglio di sicurezza nazionale, è riuscito a creare pesanti forme di controllo su quella parte della società più radicata nella cultura islamica.
Bisogna anche ammettere, però, che ci sono stati cambiamenti importanti, come il fatto che l'attuale capo del consiglio non è più un militare ma un civile. Se poi ricordiamo che la decisione di inviare truppe in Iraq è stata presa dal Parlamento, che ha sentito la voce dell'opinione pubblica senza alcune pressioni dall'esercito, possiamo concludere che il ruolo dei militari è stato di molto ridimensionato.
Il kemalismo, l'ideologia ufficiale, rappresenta al momento un altro tabù. Esiste un contrasto interno che vede, da una parte, islamici che si battono per la libertà femminile di portare il velo nei luoghi pubblici e vorrebbero che l'ideologia ufficiale sparisca, dall'altra i kemalisti che difendono la laicità del Paese e vogliono appoggiarsi ai militari rafforzando il loro potere. È un contrasto che potrebbe portare effetti positivi.
Giorni fa ho letto un rapporto scritto dal gesuita Giovanni Sale, uno storico ufficiale del Vaticano, per Benedetto XVI in occasione della sua prossima visita in Turchia. È molto interessante la valutazione di Sale che descrive l'Akp (Partito per la Giustizia e lo sviluppo, fondato da Recep Tayyip Erdogan, attuale primo ministro turco, ndr) come una specie di Democrazia cristiana, un'esperienza del tutto nuova in cui convivono un'ala più conservatrice e un'ala più moderata che, pur avendo riferimenti islamici, accettano il valore della democrazia occidentale.
Sono molto ottimista su questo aspetto della vita politica turca, perché in Turchia c'è una società civile vivacissima, di cui mi fido molto e che è molto presente nella vita pubblica.

Zanchini - Un altro tema importante riguardo all'ingresso di Ankara nell'UE: circa 70 milioni di musulmani turchi, estranei all'identità culturale e religiosa del Vecchio Continente possono rappresentare un problema. Perché e a chi conviene che la Turchia entri in Europa?

Remondino - Per le sue dimensioni, per le sue potenzialità economiche, per il ruolo che ha in un'area strategica, per la sua storia lunga e ricca, perché le sue influenze culturali hanno segnato profondamente molta parte della civiltà europea. Ecco perché conviene avere la Turchia nell'UE.
Per l'Unione rappresenterebbe quindi un passaggio fondamentale di confronto con il mondo mediterraneo, un momento propedeutico, in quanto la Turchia rappresenta una società di prevalente religione islamica ma non araba, per un dialogo ulteriore con paesi che presentano realtà "altre".
Lasciatemi però tornare su alcuni temi già toccati. Come la questione curda. Ho frequentato le terre da loro abitate quando ancora non si potevano chiamare curdi, ma solo "turchi della montagna", e in quelle terre non si poteva parlare la loro lingua. Bene, ora queste costrizioni non ci sono più, si può usare il termine "curdo", si può parlare quella lingua. Un appunto sul linguaggio usato da noi: parlando delle recenti azioni armate di qualche formazione clandestina curda ho sentito parlare di "guerriglia", e così facendo abbiamo commesso un errore, almeno dal punto di vista turco, non soltanto linguistico. Un attentato con l'esplosione di bombe che non distinguono il bersaglio, normalmente si chiama "terrorismo". La capacità di distinguere fra legittime rivendicazioni di popoli ed i modi per ottenerle, fa parte dei problemi della nostra società. Sempre per tornare ai "miei" Balcani, ricordo la commedia internazionale delle definizione del movimento kosovaro albanese armato Uck. Sino al 1998 erano "terroristi" per classifica americana, poi, magia, divennero "patrioti e guerriglieri", sempre per decisione americana. Quando l'Uck in formato esportazione, nel 2002 minacciò la stabilità della Macedonia, gli stessi uomini armati ridivennero "terroristi". Più o meno come la tragica comica del "Taleban" in Afghanistan.
Quanto al ruolo dei militari nella società e nel sistema politico turco, è certo un'anomalia da superare. Da cittadino italiano che vive in Turchia, voglio altresì aggiungere che quella interferenza "laica" sul sistema politico turco attraversato attualmente da forti spinte politico-religiose conservative del governo Erdogan, in parte mi rassicura. Mi fa paura, invece, un certo integralismo religioso che in alcune zone del paese porta alla violazione delle stesse leggi turche, con espressioni gravi d'intolleranza. Costituzione laica, governo nazionale confessionale, e autorità locali sovente acquiescenti se non complici con movimenti integralisti di matrice religiosa, creano confusione e incertezza. L'uccisione del sacerdote cattolico don Andrea Santoro a Trabson (Trebisonda) sta lì a ricordarci come ci siano aree del paese che sfuggono ancora alle regole delle dinamiche democratiche.
Yasemin diceva prima di una società civile turca molto vivace. Condivido in pieno, anche se alla collega giornalista, vorrei ricordare i gravi ritardi, su questo percorso, proprio del giornalismo turco, assai indietro nel definire i propri ruoli e le proprie responsabilità, poco capace di una descrizione attendibile e pluralista di quanto accade nel paese. Un esempio per tutti: i giornali turchi hanno praticamente taciuto e nascosto gli attentati anche gravi che questa estate hanno colpito alcuni luoghi turistici del Paese.

Taskin- Io esiterei nel giudicare il giornalismo turco. Alcuni miei colleghi sono stati incarcerati per aver svolto bene il proprio mestiere, altri hanno perfino perso la loro vita per aver fatto inchieste scottanti sul mondo dello "Stato profondo" e dei nazionalisti. E soprattutto vedo nel giornalismo turco un'aggressività maggiore che in quello italiano. Piuttosto metterei in evidenza che è scomparsa, tra gli editori turchi, la figura del giornalista e i giornali sono in mano solo ad imprenditori; un realtà questa che però possiamo notare anche in Italia e in molti altri Paesi.

Zanchini - Settanta milioni di musulmani turchi: è un problema per loro entrare in un'Europa di quattrocento milioni di cristiani?

Taskin - Non ci siamo mai posti questo problema, non abbiamo mai pensato alla questione in termini religiosi. La Turchia si considera un paese laico, ecco perché l'offesa maggiore per i turchi è stata quella di non essere voluti nell'Unione in quanto musulmani.
L'UE dovrebbe decidere come definire la propria identità indipendentemente dalla Turchia. Una volta stabilita un'eventuale chiusura ai musulmani, allora andrebbe comunicata in modo diretto, senza cercare motivazioni relative a Cipro o ad altro. D'altronde è vero che il cardinale O'Connor, capo della Chiesa cattolica in Inghilterra, ha sostenuto a chiare lettere che i turchi non devono entrare in Europa perché musulmani. Allo stesso modo, visto in questa ottica, il discorso di Papa Ratzinger a Regensburg assume una certa importanza, perché la Chiesa cattolica sta assumendo un ruolo politico sull'entrata in Europa della Turchia.
A mio avviso le questioni relative all'identità europea andrebbero chiarite, innanzitutto, all'interno dell'UE.

Remondino - È evidente che sfuggono, restano indefiniti, molti aspetti dell'identità che l'UE vorrà darsi.
Molte domande e poche risposte. Non esiste ancora una Carta costituzionale e quella proposta, bocciata da Francia e Olanda, non conteneva alcun riferimento non solo alla questione religiosa (la presunta identità giudaico cristiana invocata dal Vaticano), ma anche ai temi del pluralismo dell'informazione.
Come si può far nascere un sistema sovranazionale pluralistico e moderno senza prendere in considerazione, oltre alle libertà religiose, quelle di informazione?
L'UE attuale sembra troppo concentrata nella tutela dei mercati e degli interessi economici, e troppo distratta nel definire le tutele di valori fondamentali. L'identità religiosa è soltanto uno di questi aspetti, affiancata da tanti altri problemi più laici (insisto con l'informazione) che richiedono risposte urgenti. (Caffè Europa)
22.10.2006

LA RIVALSA

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Il Parlamento turco sta preparando una legge sui crimini commessi dai soldati francesi durante l'occupazione coloniale in Algeria. La questione Algeria.

It is not clear just what kind of official retaliatory move Turkey will take after the French National Assembly adopted a bill on Thursday that would make it a crime to deny that Turks committed an Armenian genocide during World War I.
The Turkish Parliament Justice Sub-committee launched studies about a law proposal that would make it a crime to deny that France committed genocide in Algeria.
Members of the committee listened to Turkish History Society President Professor Yusuf Halacoglu and officials from the foreign ministry in their first meeting.
Professor Halacoglu provided historical information to the committee about Armenian violence in Turkey.
Halacoglu claimed that Armenians were freer than Turks during Ottoman times, recalling that Armenian citizens did not have to perform compulsory military service until 1876.
The commission will reportedly not accept the proposal that would make it a crime to deny that France committed genocide in Algeria.
Instead of enacting the law, the Turkish Parliament will prepare a text in which Turkey's practices in the field of human rights and freedoms will be explained.
The commission members decided that the Turkish History Society and the Foreign Ministry should conduct a detailed study on the Armenian genocide allegations.
The history of countries that officially recognize an Armenian genocide will also be examined in this context to see whether such cases occurred in their own past.
The study will explain the circumstances under which Turkey decided to deport Armenians in 1915.
The commission members will discuss reports to come from the Turkish History Society and Foreign Ministry in their second meeting. (Fatih Atik)
22.10.2006

UN LEGGE CHE NON HA SENSO

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Il pensiero del Sottosegretario per l'Europa del Dipartimento di Stato Usa, Dan Fried, sul voto dell'Assemblea Nazionale francese.

"Una legge che criminalizza la discussione non embra avere alcun senso". E' quanto ha affermato il Sottosegretario per l'Europa del Dipartimento di Stato Usa, Dan Fried, in un incontro con la stampa a Bruxelles riguardo al voto dell'Assemblea nazionale francese sul genocidio armeno.
"Noi vogliamo incoraggiare la Turchia e l'Armenia a guardare apertamente" alla questione, ha spiegato Fried, riconoscendo che da parte turca ci sono state delle aperture sul dialogo con gli armeni. Per questo il Sottosegretario Isa ha invitato la Francia "a non assumere una posizione che renderebbe più difficile quel dialogo" e ha definito "corrette" le parole del presidente francese Jacques Chirac che ha preso le distanze dall'iniziativa parlamentare promossa dall'opposizione socialista
Per quanto riguarda la posizione americana, Fried ha riferito che "gli usa hanno ripetutamente denunviato questi terribili eventi", dall'altra Washington no ha mai usato la parola "genocidio" in riferimento a quanto accaduto durante la prima Guerra Mondiale. (
Apcom)
22.10.2006

CASO ARMENIA:
LA PROTESTA
DELLA <DANONE>

Danone

Il gruppo francese, che in Turchia ha una forte rappresentanza commerciale con numerosi punti vendita, preoccupata dal voto del Parlamento d'Oltrealpe.

Serpil_Timuray_di_DanoneFrench foods group Danone, which is one of the most well-known French brands, will send letters to the members of the French Senate to prevent the Armenian bill from becoming law.
Danone Turkey Director Serpil Timuray has said, "We are also against the adoption of such a bill."
A total of 23,000 people are expected to sign the letter by Nov. 30, which bears the emblem of the "Danone Turkey Family."
There will be a list of the 700 employees and 15,000 farmers from whom Danone buys milk along with its 600 branches across the country below the letter.
Timuray said that they printed 100,000 petition letters adding, "We expect our employees to sign the petition."
The director remarked that they would submit the petitions to the French Senate and she added that Danone Executive Manager Franc Riboud sent a letter to the French Parliamentary President before Oct. 12 in which he explained the dangers of adopting the Armenian bill.
According to data provided by the company, Danone has a total of 400 million New Turkish Liras (YTL) invested in Turkey.
Danone managers in France were informed about the campaign, said Timuray, adding that the managers were respectful to our beliefs and agree with our civil action.
Timuray explained that Danone was a company operating in 32 countries across the world which it gives importance to the regional sensitivities.
She expressed that there would be no change in their investment plans and they would not revise their target of becoming a market leader.
Answering questions from members of the press, Timuray said that there had been no decline in sales up until now.
In answer to another question, Timuray remarked that they may place advertisements in French newspapers about the subject.
"Different reactions may come from society, but the important thing is to do so in a reasonable way," said Timuray when asked about the boycott of French goods. (Zaman)
22.10.2006

CULTURA FRANCESE AL BANDO


Il voto in Francia sul genocidio armeno potrebbe avere ripercussioni su un boicottaggio sia dei prodotti radio-televisivi sia nell'acquisto di libri Made in France.

E adesso il boicottaggio contro i prodotti francesi scoppiato dopo l'approvazione da parte dell'Assemblea Nazionale della legge che prevede condanne per chi nega il genocidio armeno potrebbe allargarsi anche alla cultura.
Il presidente del consiglio di amministrazione della <Radio e Televisione turca> (Rtuk), Saban Sevinp, ha detto: "La quota di mercato francese all'interno dei nostri mercati è di circa il 10%. Ci sono cartoni animati, film e serie tv. La radio e le televisioni dovrebbero decidere di non mandarle più i onda".
E ha annunciato che la <Radio e Televisione turca> provvederanno quanto prima a farlo, aggiungendo che il boicottaggio potrebbe essere esteso anche ai libri. Fra le prime vittime a cadere ci potrebbero essere tanto Victor Hugo, autore de "I miserabili", che è uno dei libri più venduti in Turchia che Iacques Brel uno degli chansonnier più amati nel Paese della Mezzaluna. (Apcom)
22.10.2006

 

LA STRETTA DI MANO

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I ministri degli Esteri turco, Abdullah Gul, ed armeno, Vardan Oskanian, si sono incontrati ad Ankara con l'obiettivo di normalizzare le relazioni tra i reciproci Paesi.

Armenia's Foreign Minister Vardan Oskanian said on Sunday he would strive to normalize relations with Turkey despite deep misgivings about the Turkish refusal to regard the 1915-17 killings of Armenians by the Ottoman Turks as "genocide."
"That these events ... have so farnot oncebeen condemned orrecognized is in reality a continuation of the genocide," Oskanian was quoted as saying in an interview with the Swiss newspaper NZZ am Sonntag.
"However, as foreign minister I have a duty to look to the future and to seek and establish normal relations with Turkey," he added.
Turkey severed diplomatic relations with neighboring Armenia after Armenian troops occupied the Azeri territory of Nagorno-Karabakh. The border gate between Turkey and Armenia has been closed for more than a decade.
Ankara now says normalization of ties depends on Armenian withdrawal from Nagorno-Karabakh as well as on progress in the resolution of a series of bilateral disagreements, including Armenia's ceasing itssupport ofArmenian diaspora efforts to secureinternational recognition for an alleged genocide of Armenians at the hands of the Ottoman Empire last century.
Oskanian in Sunday's comments reiterated his country's satisfaction with the French National Assembly's vote last Thursday approving a bill that would make it a crime to deny that the Armenian killings were "genocide," as well as a similar move by the Swiss parliament in 2003.
However, he also expressed mixed feelings about the practical value of these measures. "Whether the French or the Swiss legislation is a good starting point is hard to say," he said, adding that recognition of the "genocide" by other countries "is not a goal in itself."
"Armenia also has no interest in humiliating Turkey," he said.
Oskanian also said the Turkish government's offer to set up a joint commission of historians to examine the killings was "dishonest" so long as Turkey kept its border with Armenia closed and explicitly outlawed the use of the word "genocide" in the sensitive Armenian issue.
"Our president has told [Turkish Prime Minister Recep Tayyip] Erdoğan that Armenia is ready to talk as soon as the borders are open and as soon as there are bilateral relations. When this is the case, an intergovernmental commission can discuss this question," he told the newspaper.
Erdoğan last year sent a letter to Armenian President Robert Kocharian proposing the establishment of a joint committee of Turkish and Armenian academics to study the allegations, but his proposal was turned down by Kocharian, who instead offered an intergovernmental commission that would study ways of resolving problems between the two neighboring countries. Turkey says its proposal is still on the table. (Turkish daily News)
22.10.2006

 

LA CONDANNA DEL PARLAMENTO

L'Assemblea Nazionale turca all'unanimità ha preso posizione contro il progetto di legge francese che considera reato disconoscere il genocidio armeno.

Il Parlamento turco ha approvato, al termine agli inizi della settimana di una seduta speciale, una dichiarazione che condanna il voto dei deputati francesi su un progetto di legge che prevede sanzioni per chi nega il genocidio armeno nel 1915.
"Il popolo turco non deve vergognarsi della sua storia", si legge nel testo, secondo cui l'atteggiamento dell'assemblea francese "lascerà ferite aperte nelle relazioni politiche, economiche e militari tra Francia e Turchia". Il documento, approvato da tutti i partiti, dice anche che l'Armenia pagherà un "duro prezzo" per aver esercitato attività di lobbying in Francia e in altri paesi contro la Turchia, anche se non spiega cosa questo possa significare.
Molto critico anche il ministro degli Esteri turco Abdullah Gül, secondo il quale la proposta di legge francese viola il principio della libertà d'espressione e porta "un colpo severo alle relazioni franco-turche". Il Governo di Ankara ha promesso di contrastare il progetto di legge nelle corti internazionali se dovesse essere approvato in modo definitivo. (Ticin@nline)
22.10.2006

 

LA FRANCIA NON VUOLE ROMPERE

 

Il portavoce del ministero degli Esteri, Jena-Baptoste Mattei, ha affermato che il Governo di Parigi non è favorevole al testo votato dalla Camera sulla questione armena.

La Francia ha ricordato il suo attaccamento al ''dialogo'' e ai ''legami di amicizia'' con la Turchia, dopo che ieri il Parlamento turco ha denunciato l'approvazione da parte dei deputati francesi di un testo sul genocidio degli armeni nel 1915, sotto l'impero ottomano. ''Siamo molto legati al dialogo con la Turchia, così come ai legami di amicizia e di cooperazione che ci uniscono a questo Paese, che noi desideriamo continuare a sviluppare'', ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Jena-Baptiste Mattei. Il ministro degli Esteri turco Abdullah Gul aveva affermato davanti ai parlamentari che l'adozione da parte dei deputati francesi della proposta di legge che punisce la negazione del genocidio armeno ''ha portato un duro colpo alle relazioni turco-francesi''. Mattei ha da parte sua ricordato che il Governo francese non è favorevole al testo e che ''trarrà profitto da ciascuna tappa (del processo legislativo - ndr) per continuare a far conoscere la sua posizione su questa proposta, che non gli sembra necessaria e la cui opportunità è discutibile''. Per entrare in vIgore, il testo deve infatti avere ancora l'avallo del Senato. (Asca-Afp)
22.10.2006

 

LA VISITA

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Gli interrogativi delle ultime settimane sono stati sciolti: il viaggio del Papa in Turchia è stato confermato. L'annuncio, in un comunicato diffuso dalla sala stampa della Santa Sede. Il programma.

Gli interrogativi delle ultime settimane sono stati sciolti: il viaggio del papa in Turchia è stato confermato. L'annuncio è arrivato qualche giorno fa dalla sala stampa della Santa Sede con un comunicato stringato che non entra ancora nel merito del programma, ma mette la parola fine al dibattito sull'opportunità della visita, specie dopo le polemiche seguite al discorso di Benedetto XVI all'università di Regensburg. Con una particolarità: la precisazione assai eloquente che il viaggio risponde "all'invito del presidente della Repubblica Turca, S.E. il Sig. Ahmet Necdet Sezer", quando in realtà il viaggio è stato organizzato soprattutto per rispondere all'invito del patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I e dell'episcopato locale. Determinante nel via libera definitivo il sopralluogo fatto di recente dall'organizzatore dei viaggi apostolici, Alberto Gasbarri, in Turchia per definire gli ultimi dettagli tecnici e logistici e raccogliere anche impressioni circa la sicurezza del pontefice. La situazione sarebbe tranquilla e offrirebbe le dovute garanzie, sebbene non manchino alcuni settori dei media e della società che continuano a non vedere di buon occhio la presenza di Benedetto XVI.
Il programma - Con la dichiarazione della sala stampa vaticana, vengono confermate le date (28 novembre - 1 dicembre), ma rimane il massimo riserbo sul programma, che, tuttavia, è stato anticipato in gran parte dai vescovi locali e da fonti di stampa. Benedetto XVI arriverà ad Ankara il 28 novembre, con un protocollo di Stato che non prevede alcuna cerimonia di benvenuto all'aeroporto (ci saranno solo un ministro, il governatore della regione, il sindaco ed un comandante militare), ma al palazzo presidenziale e senza discorsi.Lungo il tragitto,la prima tappa significativa del viaggio con l'omaggio del Papa al Mausoleo di Ataturk, il padre della Turchia laica, costruita sulle ceneri dell'Impero ottomano, a cui seguiranno gli incontri con il presidente della Repubblica, Ahmet Necdet Sezer, il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, il presidente del Dipartimento Affari religiosi, Ali Bardokoglu e il Corpo Diplomatico.
Il 29 novembre, trasferimento ad Efeso (Smirne), per la visita al Santuario di Meryem Ana Evi, la Casa della Madre Maria, la celebrazione della messa e l'incontro con i frati cappuccini. In serata, l'arrivo a Istanbul, dove il Papa incontrerà in forma privata il Patriarca ecumenico, Bartolomeo I, dopo una preghiera nella chiesa patriarcale di San Giorgio. Si tratta di un primo appuntamento, alla vigilia dell'incontro del 30 novembre, festa di Sant'Andrea, quandoBenedetto XVI assisterà alla Divina Liturgia celebrata dal patriarcaadAl Fanar, sede del patriarcato, e firmerà insieme a Bartolomeo una dichiarazione congiunta.Nel pomeriggio, sono previsti altri incontri spirituali con i leader religiosi del Paese: il patriarca armeno apostolico Mesrop II, l'arcivescovo siro-ortodosso, il Gran Rabbino e il Gran Mufti di Istanbul, e rappresentanti delle chiese evangeliche. Il patriarca greco-ortodosso e il patriarca armeno apostolico parteciperanno poi alla Santa Messa di Benedetto XVI del 1° dicembre, nella cattedrale cattolica di Istanbul, un appuntamento aggiunto in un secondo momento, pervenire incontro al desiderio della comunità locale di cattolici.
I nodi - Alcuni dettagli del programma sono stati al centro di un delicato lavoro diplomatico per le tante implicazioni politiche, normali in un Paese dagli equilibri sociali molto fragili. Si è per esempio discusso sui luoghi degli incontri, specie quelli politici che si svolgeranno in tre aree diverse del palazzo presidenziale di Ankara, ognuno curato nei minimi dettagli. E se al momento non sono previsti discorsi con il premier e il presidente della Repubblica, è probabile che gli incontri con il presidente del Dipartimento per gli Affari religiosi e con il Corpo Diplomatico diano modo alle parti di approfondire le posizioni reciproche, magari anche con discorsi ufficiali. Un'occasione molto importante che potrebbe chiudere una volta per tutte le polemiche con il mondo islamico.
Il simbolismo dei luoghi è entrato in gioco anche per altre tappe del viaggio, come la visita di Benedetto XVI al patriarca armeno Mesrop II, nella sede del patriarcato. Un incontro significativo, in un momento in cui si torna a parlare del genocidio degli Armeni, mai ammesso da Ankara e vero e proprio nodo diplomatico delle relazioni politiche della Turchia con gli altri Paesi, soprattutto in Europa. Stesse valutazioni per la tappa del 1° dicembre al museo di Santa Sofia, la più grande basilica cristiana di Oriente (fino al 1453), usata come moschea fino al 1935, quando il fondatore della repubblica turca, Ataturk, diede l'ordine di sconsacrarla. Il monumento fu visitato già da Paolo VI nel suo viaggio del 1967, ma la presenza di Benedetto XVI si inserisce in un contesto particolare, con gruppi nazionalisti turchi che rivendicano da tempo la funzione di luogo di culto islamico.
Il contesto della visita - Le polemiche su Santa Sofia dicono molto su un clima sociale che fa i conti con istanze spesso agli antipodi, in cui la difesa strenua della laicità si scontra con le spinte estremistiche di alcuni settori; la prospettiva europea con un assetto di potere che contrappone a fasi alterne mondo politico ed esercito; la bandiera dell'identità turca con un sistema statale che di fatto ostacola la libertà religiosa, non riconoscendo sul piano giuridico le minoranze e riconducendo al controllo dello Stato il culto della maggioranza musulmana. E nonostante a parole tutti aspettino l'arrivo del Papa, in realtà la visita non è gradita, come del resto dimostra la tempistica con cui è stata definita: con un invito posticipato di un anno e confezionato in fretta e furia dopo l'uccisione di don Andrea Santoro. Benedetto XVI dà fastidio per la visibilità che riuscirà a dare al patriarcato ecumenico ortodosso (e alle sue rivendicazioni), un organismo non riconosciuto dallo Stato che, al contrario, continua a considerare il patriarca Bartolomeo I un semplice cittadino. Le parole probabili del papa in difesa della libertà religiosa e delle minoranze non saranno ben viste in un Paese che, per esempio, continua a dividersi sull'articolo 301 del codice penale, la norma che commina anni di carcere a chi offende l'identità turca ed è funzionale allo scontro politico, alimentato soprattutto dai gruppi nazionalisti.
La Turchia difende in modo ossessivo la sua laicità, ma molto spesso i piani e i livelli vengono confusi: il tema dell'identità mescola così rivendicazioni ed estremismi che portano al linciaggio di chi affronta il tema del genocidio armeno (si pensi a Elif Shafak, la scrittrice processata e poi assolta nelle scorse settimane) o alle polemiche e azioni contro il cristianesimo, visto paradossalmente come una presenza straniera, dedita a conversioni forzate o a pagamento. Le doppie facce di uno stato profondo che porta migliaia di persone al mausoleo di Ataturk ad Ankara per ribadire che la Turchia è laica e a maggio, uccide, in pieno dibattito sulla legge antivelo nelle scuole, Mustafa Yucel Ozbilgin, giudice della corte di cassazione, colpito da un avvocato nazionalista, che per compiere il suo delitto ha usato lo stesso tipo di pistola dell'omicida ragazzino di don Andrea Santoro. A ciò si aggiunga la dialettica costante tra l'esercito (dai tempi di Ataturk custode della laicità, anche attraverso colpi di Stato) e il governo del partito islamico del premier Erdogan, diviso tra rispetto delle leggi e derive identitarie. Un vero e proprio gioco delle parti che usa il fondamentalismo per legittimare il ruolo dello Stato laico (si veda anche lo spauracchio del libro "Attentato al papa", voluto più per la sua copertina intimidatoria che per i contenuti) e che in realtà ha a cuore soltanto il mantenimento dello status quo. Il tutto, in uno scacchiere in cui operano al tempo stesso oligarchie economiche colluse con la mafia, gruppi fondamentalisti legati indirettamente al governo e ben infiltrati nella polizia, partiti nazionalisti appoggiati dall'esercito e collegati ai servizi segreti.
Un equilibrio fragile che vede come il fumo negli occhi la prospettiva di ingresso nell'Unione Europea, che costringerebbe il sistema a cambiare in profondità. L'elite militare, in sostanza, dovrebbe rinunciare alle sue prerogative costituzionali di veto e di indirizzo, oltre che al suo potere economico: l'esercito è oggi uno Stato nello Stato, formato da 800mila persone, capace di assorbire più di un terzo della ricchezza nazionale e di controllare i settori vitali del Paese attraverso il fondo pensionistico Oyak, che gestisce e condiziona insieme alle oligarchie interi settori dell'economia: le banche e decine di compagnie finanziarie, industrie e società di servizi. L'ingresso nell'Unione cancellerebbe una rete di interessi che permette ad ognuno di ritagliarsi un ruolo. Ed è chiaro che la difesa delle minoranze e dei diritti venga vista come una sorta di cavallo di Troia per poi affrontare questioni molto più pesanti.
Un viaggio che all'inizio doveva essere esclusivamente una tappa del dialogo ecumenico, si carica così di tanti significati con cui Benedetto XVI dovrà confrontarsi. Ancora una volta, religione, economia e geopolitica si intrecciano. (Matteo Spicuglia/www.korazy.org)
22.10.2006

 

.....MA L'INVITO SOLO COME "CAPO DI STATO STRANIERO"

Lo annuncia il maggiore quotidiano turco, <Hurriyet> che parla di "crisi diplomatica" tra Turchia e Santa Sede.

Benedetto XVI al suo arrivo in Turchia sarà accolto come "capo di Stato straniero" e non, quindi, come leader religioso
Il maggiore quotidiano turco, <Hurriyet>, parla in proposito di una "crisi diplomatica" che si sta addensando sulla prossima visita papale. Il Vaticano, spiega il giornale, di solito indica i viaggi papali come "missioni religiose", ma funzionari statali hanno informato che, dal momento che è stato invitato dal presidente della Repubblica turca, Ahmet Necdet Sezer, sarà accolto come capo di Stato estero.
Secondo il giornale "non è chiaro se ciò sarà accettabile" da parte della Santa Sede, ma un accordo dovrebbe essere raggiunto in questi giorni.
La "crisi diplomatica" della quale si parla in Turchia non sembra, in realtà, avere reale consistenza. Nei viaggi papali è già accaduto che il Papa venisse accolto come "capo del Vaticano" e non come capo della Chiesa cattolica. La Santa Sede ha peraltro già dato ufficiale notizia della visita, in programma dal 28 novembre al primo dicembre.
<Hurriyet> riferisce che al suo arrivo in Turchia Benedetto XVI sarà accolto all'aeroporto da esponenti governativi e che poi si recherà al Cankaya President Palace per l'accoglienza ufficiale da parte del capo dello Stato. Secondo il giornale, il Papa farà dono a Sezer di un'antica Bibbia e di un libro che contiene alcuni suoi lavori e preghiere.
È atteso un enorme numero di giornalisti, circa un migliaio. (Asianews)
22.10.2006

PRIMUS INTER PARES

Bartolomeo_I Il_Pontefice_Benedetto_XVI

Carico di significati l'incontro tra il Pontefice Benedetto XVI ed il Patriarca ortodosso di Istanbul Bartolomeo I. Un momento di forte ecumenismo.

Il Patriarca ortodosso di Istanbul, Bartolomeo I, si accinge ad incontrare, verso la fine di novembre, Papa Benedetto XVI. Questo incontro è carico di significati ecumenici: è noto che il Patriarca è impegnato da tempo, con coraggio e perseveranza, a favore di un riavvicinamento delle chiese cristiane.
Ma chi è Bartolomeo I e come svolge la sua attività in terra turca?
Nel quartiere fanariota della megalopoli turca, dove una volta si trovava la comunità greca più potente d'oriente, il Patriarca Ecumenico vive in un monastero di origine bizantina circondato da alte mura in quella che è ancora una enclave della ortodossia greca in terra turca. Questo uomo colto e gentile accoglie gli ospiti porgendo caffè e dolci delizie , rivolgendosi a loro spesso nella lingua degli ospiti, parla infatti correntemente sei lingue tra cui il turco, l'italiano ed il tedesco.
Egli si considera un primus inter pares tra i vescovi della chiesa ortodossa universale che dalle Americhe ad Alessandria conta circa 300 milioni di fedeli.
Tuttavia non governa uno Stato della Chiesa come comunemente si intende nel diritto internazionale parlando del Vaticano, né l'anziano religioso dalla barba bianca e lucente lo desidera, a dispetto di quello che gli rimproverano i nazionalisti turchi. Il sospetto, ed un malcelato senso di sfiducia, arriva anche da Ankara che lo considera come il capo religioso di una comunità di circa duemila fedeli presenti in Turchia, dislocati prevalentemente a ridosso delle coste e d'intorno al Bosforo. Nelle sedi governative non amano sentire la seconda parte del titolo "ecumenico", che gli spetta da oltre 1500 anni. La sua autorità emana dalla durata stessa della presenza del Patriarcato in terra ottomana prima e turca poi, attraverso vicende non sempre del tutto tranquille, seguendo la tradizione della Chiesa cristiana d'Oriente scandita attraverso i secoli: nel 1204, le crociate cattoliche, nel 1453 la conquista della città da parte dei turchi Osmanli, gli Ottomani secondo la dizione italiana, poi la dura separazione a seguito della costituzione della Repubblica turca all'indomani della prima guerra mondiale.
Quest'uomo incorpora in sé la storia millenaria di questa città, che una volta è stata un baricentro importante negli assi mondiali dei commerci, del potere politico e della potenza sui mari e sulle terre. Secondo la Costituzione repubblicana egli è un cittadino turco appartenente alla fede greco-ortodossa. I suoi studi in Germania, a Monaco, ed in Italia, a Roma, oltre al Seminario ortodosso nell'isola di Halki, nel Mar di Marmara, gli hanno conferito profondità di fede, ma anche grande capacità di valutare il pensiero ed i sentimenti dei vicini nella fede e nel senso della contiguità geografica.
La richiesta di nuove chiese - Il Patriarca ha un buon rapporto con le Autorità turche della città di Istanbul e con quelle del Governo di Ankara. L'attuale Primo Ministro, Recep Tayyip Erdogan, era stato Sindaco della metropoli posta su due continenti ed aveva avuto contatti frequenti con la guida religiosa ortodossa. Quest'ultimo però si sente, per così dire, un po' ingabbiato: durante la recente visita di monsignor Rino Fisichella, ordinario del Parlamento italiano, sono stati evidenziati problemi essenziali relativi alla vita delle comunità religiose cristiane. Difficoltà che si materializzano nella costruzione di nuove chiese e nel restauro e manutenzione di quelle, poche, già esistenti. I religiosi non possono mostrare segni esteriori della loro vita religiosa, così le suore italiane ad Izmir debbono uscire in borghese. Non è che si sia in presenza in terra turca di uno stabile e disteso colloquio tra la confessione religiosa maggioritaria, la musulmana, e quelle cristiane molteplici e variegate. Ricordiamo che ad Istanbul risiede anche il metropolita armeno, fatto di notevole importanza visto che tra Armenia e Turchia le frontiere sono chiuse, e non solo quelle fisiche: ogni possibilità di dialogo e comunicazione assume su questo sfondo una fondamentale importanza.
Lo Stato è laico ma questo Governo turco non è laico. Inoltre episodi di violenza non sono mancati e sono culminati nell'uccisione, alcuni mesi fa, di un sacerdote italiano. Lo stesso Seminario dell'isola di Halki, ci ricorda l'anziano Patriarca, è chiuso da anni e questo è uno degli argomenti che Bartolomeo I affronterà con il Papa cattolico forte del sostegno dell'Unione Europea che ne chiede la riapertura. Inoltre, e questo è oggettivamente più grave, lo stesso Patriarca non può ordinare nuovi preti ortodossi attingendo a cittadini turchi: come dire che i nuovi pastori dovrebbero venire da fuori, e naturalmente chiedere il permesso per vivere ed operare in terra turca.
Il Patriarca sostiene lealmente in ogni occasione e ad ogni livello politico l'adesione della Turchia all'Unione Europea. Bartolomeo I, che nasce con il nome borghese di Dimitrios Archondonis su una piccola isola egea passata nel 1923 a seguito del Trattato di Losanna alla sovranità turca, teme soprattutto che la sua comunità possa estinguersi, così come l'immenso patrimonio plurisecolare che la caratterizza. A 66 anni non è neanche il più anziano nel Patriarcato e tra i suoi possibili successori quelli con meno di 70 anni si contano sulle dita di una mano. Il suo impegno a favore di una Turchia nell'Unione Europea può essere visto anche come un possibile viatico di salvezza per questa sua chiesa e comunità. Ma sicuramente egli guarda, oltre che al suddetto patrimonio culturale millenario, alla salvaguardia della pace in una area molto turbolenta, alla crisi delle vocazioni religiose, al dialogo cristiani-musulmani. In altre parole il suo impegno ecumenico e la sua volontà di riavvicinamento è sicuramente autentico e dettato da motivazioni alte, che trascendono i limiti della pur importante sorte dell'ortodossia in terra turca.
La comunità ebraica - Il Patriarca ha subito il destino delle sua famiglia segnato dagli Accordi Venizelos-Inönü: allorché i greci dovettero abbandonare in massa i territori turchi e reciprocamente i turchi che abitavano le aree che oggi sono greche dovettero fare rotta verso l'Anatolia, con tutti drammi del caso acuiti anche dalle non isolate situazioni particolari, per esempio genti di etnia turca ma di fede ortodossa e greci turchizzati seguaci di Maometto. Lo scambio di popolazioni fu legittimato da accordi internazionali ma costituì comunque un dramma. Ancora oggi molti greci visitano come turisti Istanbul che nel corso della sua storia fu molto tollerante ed accogliente. Ricordiamo che vi prospera, pressoché indisturbata, una cospicua comunità ebraica qui da tempi immemorabili. Molti greci poi vogliono sposarsi o far battezzare i propri figli nel Patriarcato.
L'incontro con Papa Benedetto XVI può sicuramente costituire un momento di forte ecumenismo ed un segnale di apertura agli uomini di buona volontà in terra turca: ma la percezione di questa visita da parte turca susciterà - ne siamo certi - delle reazioni politicizzate, orientate e vagamente allarmistiche. (Stefano Barocci)
22.10.2006

 

LA REALTA' DI UNA CHIESA MINORITARIA

Monsignor_Luigi_Padovese

Intervista dell'<Aki-Adnkronos-International> a monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell'Anatolia. "I cristiani non sono un corpo estraneo", ha detto.

"La comunità cristiana in Turchia attende con interesse e partecipazione la visita del Papa, anche perché si aspetta da lui parole di sostegno. Si aspetta che il Santo Padre presenti alla maggioranza musulmana la realtà di una chiesa che nel Paese è minoritaria, ma non nemica del popolo turco": con queste parole monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell'Anatolia e grande conoscitore dei temi relativi alla cristianità in Turchia, spiega ad <Aki-Adnkronos International> come il Paese si prepari alla visita di Papa Benedetto XVI, che inizierà il 28 novembre prossimo. "I cristiani - ha proseguito monsignor Padovese - non sono un corpo estraneo alla Turchia, ma una componente del tessuto nazionale, che deve però essere integrata maggiormente attraverso il riconoscimento di tutti i diritti di cui godono gli altri cittadini turchi". Nel colloquio con <Aki>, l'arcivescovo affronta anche i fatti di attualità, come la proposta di legge legge francese che punisce chi nega il genocidio degli armeni (in prevalenza cattolici), approvata la scorsa settimana dall'Assemblea nazionale. Per il prelato, il riaccendersi della questione armena in seguito a questa iniziativa non darà vita a nuove tensioni tra musulmani e cattolici in Turchia e non renderà più pericoloso il viaggio del Papa. "I vescovi hanno espresso il loro appoggio alle dichiarazioni dal patriarca armeno Mesrop II, che si è dissociato da quanto il parlamento francese ha stabilito - ricorda monsignor Padovese - Anche il fatto che anche il presidente francese Chirac abbia preso posizione contro la legge è abbastanza significativo". Ma il vescovo non sminuisce la portata dell'iniziativa: "Le cose dette all'estero, in questo caso in Francia, hanno un peso e purtroppo spesso non si considerano le risonanze negative per le comunità in loco - spiega - Bisogna aiutare la convivenza e non esasperare le tensioni". Il vescovo ammette la necessità di ridiscutere la questione armena: "Quando, mi auguro presto, in Turchia ci sarà un incremento di pluralismo e democrazia, come già in parte accade, si potrà riprendere in esame quei fatti da parte degli storici: in questo contesto, invece, mi sembra che si voglia solo umiliare i turchi".
Tutto è molto complesso - La realtà del cristianesimo in Turchia è molto complessa, ricorda monsignor Padovese: "Ci sono cattolici latini e ortodossi, il patriarcato ecumenico e quello di Antiochia, armeni cattolici e gregoriani, caldei, siro-cattolici, siro-ortodossi, melkiti. Questo insieme variegato - continua - soprattutto nel sud si raccoglie in poche chiese e così anche i cristiani di altre confessioni partecipano alle nostre liturgie". Nonostante le numerose sfaccettature, comunque, la comunità cristiana resta numericamente molto ridotta: "E' difficile fare una stima sui cristiani di Turchia, che oscillano tra gli 80 e i 100 mila - spiega il vescovo - Calcoli esatti non ne sono mai stati fatti e le cifre approssimative di cui disponiamo si riferiscono solo ai cristiani dichiarati. C'è una larga fetta di famiglie, originariamente cristiane, che per necessità di sopravvivenza ha rinunciato alla propria identità, almeno all'esterno".
Per i cattolici di Turchia, che rappresentano meno dell'1% del totale della popolazione, "la coscienza della propria identità è molto più sentita che in un paese di tradizione cristiana", spiega ad <Aki> mons. Luigi Padovese. "Lo si nota ad esempio nei matrimoni: è difficile che un cattolico sposi un musulmano e questo è il segno più indicativo di un'identità che si vuole mantenere". Soprattutto nel sud e nelle regioni dove la convivenza ha una tradizione più consolidata, ultimamente è diventato meno imprudente manifestare apertamente la propria fede: "Ci sono tanti ragazzi e ragazze che portano una catenina con la croce - esemplifica mons. Padovese - mentre capita che in Inghilterra la si debba nascondere per motivi di ordine professionale" (il riferimento è al caso dell'hostess sospesa dalla <British Airways> per la scelta di indossare una croce). Nei numerosi saggi che Luigi Padovese ha dedicato al tema, si legge come sia proprio in Turchia che, in buona parte, la Chiesa degli albori abbia preso corpo e si sia sviluppata. Ad Antiochia, ad esempio, ha preso forma la prima missione ai pagani ed è sorto uno dei primi centri di riflessione teologica. Lo stesso Vangelo di Matteo sembra essere l'eco della catechesi condotta in queste terre. Cosa ha portato allora la comunità cristiana a sgretolarsi e quasi a scomparire nel corso degli anni? "All'origine del fenomeno ci sono le vicissitudini storiche, a partire dal passaggio dall'impero ottomano alla repubblica turca, - spiega il vescovo - A un certo punto è stato necessario passare da una realtà ottomana molto eterogenea a uno stato nazionale forte, dotato di un'identità precisa. Questo è il merito di Ataturk (il 'padre dei turchi' Mustafa Kemal, fondatore e primo presidente della Repubblica, ndr), che ha dato il senso dello stato, riducendo di contraccolpo le diversità e quindi anche le minoranze e i loro diritti, nonostante ci fosse un trattato". Il riferimento di monsignor Padovese è al Trattato di Losanna del 1923, che imponeva il riconoscimento dei diritti di tutte le minoranze. La Turchia ha però dato un'interpretazione restrittiva del Trattato, che ha impedito ad alcuni gruppi, tra cui i cattolici latini, di godere di personalità giuridica e di tutti i diritti che ne conseguono.
Situazione inasprita - "Il processo di nazionalizzazione - spiega il prelato - ha ridotto il numero di cristiani e ha portato alla scomparsa di molte chiese, ospedali, ospizi e scuole che pure fino al 1940 erano ancora attivi". Negli ultimi anni, poi, la situazione si è inasprita: "Sempre più spesso essere buon turco significa essere musulmano. Ed è questo binomio che spiega fenomeni recenti, come l'omicidio di don Andrea Santoro". Monsignor Padovese ricorda a questo proposito le parole della madre e del fratello del minorenne accusato di aver ucciso a Trebisonda, lo scorso febbraio, il religioso italiano: "La madre parla del figlio come di un eroe dell'Islam, che è in carcere per Dio, e il fratello se la prende con il 'cane americano' e con l'Occidente, che sarebbero causa di tutti i disordini. Sembra quasi che si siano spartiti le dichiarazioni, una il versante religioso, l'altro quello politico. E sono proprio queste le due componenti che condizionano la vita delle minoranze, formalmente accettate, ma non con pari diritti". (Aki-Adnkronos International)
22.10.2006

 

LA CASA DI RONCALLI

Benedetto_XVI

Benedetto XVI, nella sua visita ad Istanbul, alloggerà nell'abitazione che fu di Giovanni Paolo I quando era Nunzio apostolico in Turchia. L'inaugurazione di una statua.

Benedetto XVI alloggerà a Istanbul il 29 e il 30 novembre nella casa che fu di mons. Angelo Roncalli, il futuro Giovanni XXIII che dal 1935 al 1945 fu in missione in Turchia. Il viaggio apostolico del Pontefice durerà dal 28 novembre al 1° dicembre. Una statua di Roncalli verrà fra l'altro inaugurata e benedetta dal Pontefice a Istanbul e sarà poi collocata nella basilica di Sant'Antonio, santo particolarmente venerato da Roncalli. L'abitazione dove abitò il futuro Pontefice si trova in una strada che poi prese il suo nome, Roncalli, appunto in ricordo di quel rappresentante della Chiesa che nel suo diario, ''Il giornale dell'anima'', scrisse io ''Io amo i turchi''. (Adnkronos)
22.10.2006

 

MESSAGGERO DI PACE

Mesrop_II

Così si è espresso il Patriarca armeno, Mesrop II, circa il viaggio del Pontefice in Turchia. Previsto anche un incontro tra i due.

"Il Papa è messaggero di pace e visiterà uno dei Paesi musulmani più moderati nel mondo, che ha un Governo secolare. Spero che la sua visita crei dei ponti da costruire tra musulmani e il mondo cristiano, tra est ed ovest e che la sua visita, prima di tutto e soprattutto, aiuti la comprensione reciproca tra musulmani e cristiani". E' quanto afferma il Patriarca armeno in Turchia Mesrop II, commentando la visita del Papa nel Paese anatolico, confermato qualche giorno fa dal Vaticano e in programma dal 28 novembre al primo dicembre.
Benedetto XVI visiterà dunque il Patriarcato armeno. "Sì - risponde Mesrop - ma non so il giorno. Noi l'abbiamo invitato". E si aspetta parole di condanna sul genocidio? "Per gli armeni e i turchi la questione di ciò che successe negli anni Cinquanta è una questione molto delicata - risponde il Patriarca - speriamo di superarla con il dialogo con i turchi".
Per Mesrop "la visita di Benedetto XVI in Turchia sarà un segnale di vicinanza anche alla chiesa ortodossa orientale". E sulla sicurezza, il Patriarca è tranquillo. "Penso che gli ufficiali turchi abbiano preso tutte le precauzioni necessarie - risponde - ultimamente gli ufficiali turchi mi hanno detto che ci saranno misure di sicurezza enormi. Sono sicuro che il governo turco farà tutto il possibile per prevenire attacchi". (Apcom)
22.10.2006

 

EQUIVOCI FUGATI DAL DIALOGO

"Mi pare che vi sia un orientamento sereno ad accogliere il Papa in Turchia", ha detto mons. Pierluigi Celata, segretario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.

"Mi pare che vi sia un orientamento sereno ad accogliere il papa in Turchia, con quella ospitalità che è tipica del popolo turco. Questa è la sensazione che ho colto dalla mia visita". Le incomprensioni post-Regensburg sono acqua passata: Monsignor Pierluigi Celata, segretario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, reduce da una recente missione in Turchia dove ha avuto incontri con le massime autorità islamiche, parla in modo positivo della prossima visita di Benedetto XVI ad Ankara, Istanbul e Smirne.
"la Turchia è un Paese di non facilissima comprensione - ha spiegato l'arcivescovo proveniente dalle fila della diplomazia, nel corso di una conferenza stampa di presentazione del messaggio vaticano di fine Ramadan - La realtà musulmana è ben presente. La maggioranza sunnita, l'unica ad essere riconosciuta, è organizzata attraverso un ufficio statale presso il Primo Ministro. la visita papale è nata, subito dopo la sua elezione, dall'intenzione di Benedetto XVI di restituire la visita del Patriarca di Costantinopoli". (da
Ansa)
22.10.2006

 

HACKER CONTRO IL VIAGGIO DEL PAPA

Messaggi partiti dalla Turchia sul sito Internet dell'Arcidiocesi di Camerino e San Severino per scoraggiare il viaggio di Benedetto XVI.

Dalle prime indagini parrebbe condurre in Turchia la pista lasciata dietro di sé da un sabotatore del sito Internet dell'Arcidiocesi di Camerino e San Severino. La sciabola, la mezzaluna e le parole in arabo figurerebbero comprese in un riquadro che ripropongono il profilo geografico dello Stato; l'ipotesi ricondurrebbe ad una serie di messaggi atti a scoraggiare la visita del Papa in Turchia. Intanto l'Arcidiocesi minimizza, mentre Riad Zafar, rappresentante della comunità islamica di Macerata, parla di gesto grave ma frutto della mente di pochissimi fondamentalisti; la comunità islamica si dissocia infatti da questo tipo di interpretazione religiosa, affermando con forza la volontà di costruire un modus vivendi basato sulla fratellanza e sulla libertà religiosa. (by Marche)
22.10.2006

 

FREGATA TURCA
A GUARDIA
DELLA COSTA LIBANESE

Fregata_turca_al_largo_del_Libano

 

L'unità - che era stata acquistata dagli Stati Uniti nel 1997 - ha un equipaggio di 22 persone di cui undici ufficiali. In forza un elicottero Sea Hawk.

Soldati_turchi_in_LibanoA frigate Turkey has contributed to an international naval force monitoring the coast of Lebanon on Sunday officially assumed its duty of patrolling the Lebanesecoastline as part of the United Nations Force in Lebanon (Unifil), the Anatolia news agency reported from Beirut.
The TCG Gaziantep, which was purchased from the United States in 1997, has a crew of 222. Nineteen officers and 203 noncommissioned officers and privates are assigned aboard the frigate, which also has a Sea Hawk helicopter.
Turkey plans to send other ships to Lebanon, including two corvettes. The number of Turkish personnel will total 681, including sailors as well as members of an engineer company.
Last week, Turkey held a sending-off ceremony for around 260 soldiers and engineering company employeeswho willserve under the international peace force in Lebanon. The 237 soldiers and 24 civilians are to depart for Lebanon from the Turkish Mediterranean port of Mersin on Thursday, making Turkey the first Muslim nation to deploy peacekeepers in Lebanon as part of the expanded U.N. operation.
The company, equipped with 46 vehicles and other equipment, is to be deployed near the city of Tyre and is expected to help rebuild damaged bridges and roads. The vanguard of Turkey's ground forces arrived in south Lebanon last week to take part in peacekeeping operations.
The decision to send a force to Lebanon has sparked a deep political controversy in Turkey, with opponents saying Turkish soldiers should not be put in harm's way to defend Israeli interests. Although UNIFIL II is tasked with monitoring a cease-fire between Israel and Hezbollah, many view the force as favoring Israel. The government, on the other hand, has defended the decision, saying Turkey cannot turn a blind eye to developments taking place in the region.
The U.N. peace force is monitoring acease-fire in Lebanon between Israel and southern Lebanon-based Hezbollah militants that brought an end in mid-August to a 34-day conflict.
Turkey is NATO's only predominantly Muslim member and a country with close ties to Israel and Arab states. Turkish peacekeeping troops have served in Bosnia and Kosovo and have led operations in Somalia and Afghanistan. (Turkish Daily News)
22.10.2006

"NON SI SPEZZI IL FILO INTERLOCUTORIO"

Massimo_D%27Alema

 

Massimo D'Alema, nel suo tete-a-tete con l'omologo cipriota George Lillikas, ha insistito perché si cerchi una via diplomatica nella querelle Nicosia-Turchia.

"E' importante che non si spezzi il filo del dialogo e del negoziato con la Turchia": questo, in sintesi, il contenuto dei colloqui bilaterali avuti dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, con il capo della diplomazia cipriota, George Lillikas, poco prima dell'inizio di una riunione di ministri e rappresentanti dei sette Paesi del Sud dell'UE convocata a Lagonissi, località turistica quarantacinque chilometri a sud-est di Atene. Tema principale della riunione è stato il problema dell'immigrazione clandestina e delle modalità per contrastare il fenomeno ma si terranno anche diversi incontri bilaterali.
"Abbiamo espresso ai nostri amici ciprioti la convinzione che la Turchia deve rispettare gli impegni che ha assunto con l'Unione europea - ha detto D'Alema al termine dell'incontro con Lillikas - E questi impegni comprendono anche quello ad aprire il commercio con la Repubblica di Cipro che è un Paese membro dell'UE e che deve vedere i suoi diritti rispettati alla pari di tutti gli altri Paesi. Nello stesso tempo - ha aggiunto il ministro - siccome la presidenza finlandese dell'UE sta lavorando a una soluzione di compromesso che incoraggi i turchi a compiere questo passo anche offrendo loro la possibilità di approvare il regolamento per il commercio diretto con la comunità turco-cipriota abbiamo voluto incoraggiare i nostri interlocutori ad avere un atteggiamento flessibile sottolineando quanto sia importante che non si spezzi il filo del dialogo e del negoziato tra l'Unione europea e la Turchia".
Molto soddisfatto dell'incontro - richiesto da Nicosia - si è detto il ministro Lillikas che non ha esitato a definirlo "molto produttivo e creativo". "Abbiamo scambiato le nostre opinioni circa l'iniziativa della presidenza finlandese della commissione europea riguardante gli obblighi della Turchia, tra cui l'apertura del porto di Famagosta (alle navi greco-cipriote) e il ritorno dei profughi nella località di Varosha. Ritengo che l'Italia possa svolgere un suo ruolo e vogliamo sperare - ha concluso il ministro cipriota - che l'iniziativa finlandese abbia successo per evitare una crisi o uno scontro tra la Turchia e l'Unione europea". La riunione informale dei ministri dell'Europa del Sud era cominciata con una cena di lavoro offerta dal ministro degli Esteri greco Dora Bakoyannis cui hanno preso parte anche ministri e rappresentanti di Francia, Spagna, Portogallo e Malta. (da Denaro.it)
22.10.2006

UN DIALOGO TRA SORDI

Angela_Merkel Recep_Erdogan

I colloqui ad Ankara tra il Cancelliere tedesco Angela Merkel ed il premier turco Recep Tayyip Erdogan sulla questione Cipro non sono andati più in là di uno scambio di formalità.

La disputa sull'apertura di porti ed aeroporti turchi a navi ed aerei provenienti da Cipro, Stato membro dell'Unione Europea, ha contrassegnato la prima visita del Cancelliere tedesco, Signora Angela Merkel, ad Ankara. Si è fatto cenno ad una soluzione di compromesso che verrebbe presentata dalla Presidenza semestrale finnica, ma non sono stati forniti dettagli in merito, anche se fonti di Bruxelles alluderebbero all'apertura al commercio internazionale di un porto turco-cipriota. Questo consentirebbe al Governo turco di sostenere internamente la fattibilità dell'apertura di porti ai vettori di uomini e merci greco-ciprioti.
La Signora Merkel, cui sono stati tributati i consueti onori militari, ha incontrato il Premier Recep Tayyip Erdogan ed il presidente Ahmet Necdet Sezer, il cui mandato sarà in scadenza nel corso del 2007. La Signora Merkel ha voluto ribadire la centralità della questione del riconoscimento di Cipro per il successivo positivo svolgimento dei negoziati di adesione della Turchia, citando i cosiddetti protocolli di Ankara che pongono, a questo fine, la data limite del dicembre 2006. Il Premier turco ha ribadito l'esigenza che sia posta preliminarmente fine all'embargo internazionale che ha fatto della Cipro turca un "malato contagioso".
In un discorso tenuto ad Istanbul, in concomitanza della visita del Cancelliere tedesco, Erdogan ha ribadito l'importanza primaria attribuita all'accesso della Turchia all'Unione Europea ed ha altresì sottolineato l'esigenza di una migliore integrazione della comunità turca in Germania, forte di circa 2.5 milioni di individui, lodando gli sforzi in questo senso del Governo tedesco.
Il Cancelliere ed il Premier turco hanno preso parte ad un tradizionale Ifta, il pasto serale che rompe il digiuno del Ramadan, durante il quale il leader turco ha ribadito i temi noti dell'utilità dell'integrazione europea della Turchia, dell'inserimento di uno Stato prevalentemente musulmano a fianco di Stati di tradizione cristiana, rompendo millenarie preclusioni mentali in questo senso. Ha continuato sostenendo che, come nella Nato, anche all'interno dell'Unione il suo paese potrebbe dare ulteriori contributi alla pacificazione e stabilizzazione dell'intera area mediorientale.
La Signora Merkel si è ripetutamente pronunciata a favore di un dialogo tra le culture e di un avvicinamento della Turchia all'Unione Europea senza mai però nominare un accesso diretto nel club dei 25.
A tratti è sembrato un dialogo tra sordi!
Al Premier turco non è rimasto che concludere come sia auspicabile un cambiamento di mentalità sul tema dei rapporti tra gli anatolici e gli europei, dimenticando come il suo proprio partito sia caratterizzato da un'indescrivibile doppiezza nel volere da un lato collocare la Turchia nel contesto dei paesi europei e dall'altro spingere i vari tasti di un ritorno ad un sistema ed un regime islamico neanche tanto velato! (Ste.Bar.)
22.10.2006

 

COLLOQUIO "MORDI E FUGGI"

E' durato solo poche ore l'incontro tra i titolari degli Esteri ungherese e greco-cipriota che hanno parlato della Turchia.

E' stato l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea il principale tema di discussione tra il ministro degli Esteri ungherese Kinga Goncz ed il suo omologo cipriota Heorgios illikas, in visita a Budapest dove si è trattenuto solo per poche ore discutendo dell'effetto che potrebbe avere un eventuale accesso di Ankara nell'unione sulla delicata situazione di Cpro divisa tra una repubblica greco-cipriota (entrata nell'UE nel 2004) e uno Stato filo-turco. (da Apcom)
22.10.2006

SOCIETA'

RIFLESSIONI
SULLE PAROLE
DI PRODI

Romano_Prodi

 

L'invito - a proposito del velo sì, velo no - viene dal capo della Commissione parlamentare turca per gli Affari Esteri, Mehmet Dulger.

Velo_islamico"Le trasformazioni sociali non avvengono con la forza: se non interveeniamo nelle scelte delle donne velate, gradualmente finiranno con il preferire forme di abbigliamento più moderate": così Mehmet Dulger, parlamentare del Partito Giustizia e Sviluppo (Akp) e capo della Commissione parlamentare turca per gli Affari Esteri, commenta ad <Aki-Adnkronos International> le dichiarazioni del presidente del Consiglio Romano Prodi sul velo islamico. Secondo Dulger, "il velo non rappresenta un ostacolo all'integrazione, dal momento che anche donne musulmane non velate e uomini che vivono in Europa da 20 anni hanno problemi d'integrazione". Il membro dell'Akp, un partito di ispirazione islamica, è convinto che "sia fuorviante creare un legame tra il problema dell'integrazione ed il velo. Piuttosto gli europei dovrebbero liberarsi dei loro pregiudizi nei confronti dei musulmani, che sono il vero ostacolo all'integrazione''.
Ricordando che la stessa Turchia sta ancora discutendo "se il velo debba essere vietato o no nei luoghi pubblici" Dulger aggiunge che ''nessuno dovrebbe interferire con il libero arbitrio delle persone, ma ovviamente non posso criticare Prodi, dal momento che noi stessi non siamo ancora in grado di risolvere il problema del velo".
Per Ahmet Tasgetiren, un leader musulmano ed editorialista del giornale conservatore <Yeni Safak>, "il nodo centrale del dibattito è se opprimere le convinzioni religiose sia giusto o no". L'opinione di Tasgetiren è che "le donne velate dovrebbero mostrare il viso nelle occasioni in cui sia necessaria l'identificazione. Un simile problema non esisteva in Europa prima dell'11 settembre, ma ora tutti i musulmani possono facilmente diventare 'sospetti'". Il leader musulmano si dice convinto che tale atteggiamento nasconda una latente islamofobia e rilancia: "Affermare che il velo è un ostacolo all'integrazione è come dire che l'Islam sia un ostacolo all'integrazione. Se l'Europa supera l'ostacolo dell'islamofobia, avrà compiuto un importante passo avanti verso l'integrazione''. ''Non si può raggiungere l'integrazione limitando la libertà", conclude Tasgetiren. Nonostante la costituzione secolare che vige nel paese, il 70% delle donne turche porta il velo, chi per motivi religiosi, chi per tradizione. Tuttavia le donne velate non possono accedere alle università ed agli impieghi pubblici. (Aki-Adnkronos International)
22.10.2006

CONNESSIONE
INTERNET
ED ALTA VELOCITA'

Internet

Il via alla campagna informatica in tutta la Turchia dato ufficialmente dal premier Recep Tayyip Erdogan. Investimenti da parte della <Cisco system>.

Il Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha ufficialmente dato avvio alla campagna per l'utilizzo della connessione Internet ad alta velocità e per l'uso del computer in ogni abitazione lanciata in Turchia da <Turk Telecom> con il supporto di microsoft, intel, vetsel e casper. Nell'ambito di tale promozione saranno offerti diversi pacchetti di vendita di pc e connessione ad Internet e adsl. Il numero di utenti Internet in Turchia è valutato attorno ai16 milioni di unità. Separatamente <Cisco system> ha annunciato per voce del suo chief executive, John Chambers, l'intenzione di investire in Turchia 275 milioni di dollari nell'arco dei prossimo cinque anni. >Cisco> intende aprire un centro per lo sviluppo e la ricerca tecnologica nel Paese e ha siglato un memorandum d'intesa con il ministero dell'educazione, al fine di creare 200 centri per un programma accademico di nerworking. (Il Sole 24 Ore-Radiocor)
22.10.2006

 

PROIBITI
FESTE, CONCERTI
E CELLULARI

l%27Università_di_Istanbul

Su disposizione del governatore della provincia di Istanbul, Muammar Guler, gli studenti universitari per motivi di sicurezza non potranno più divertirsi all'inizio e alle fine dell'anno accademico. In quanto ai ragazzi degli istituti superiori stop all'uso dei telefoni nelle scuole per disposizione dell'Authority all'Educazione.

Gli studenti turchi se la passano molto male. Il governatore della provincia di Istanbul, Muammar Guler, ha deciso un duro giro di vite. Lamentando problemi alla sicurezza nell'anno accademico passato, i vertici della sicurezza nella megalopoli del Bosforo hanno stabilito che le feste per l'inizio e la fine dell'anno accademico produco un rischioso avvicinamento degli studenti a gruppi ideologici o politici. Per questo motivo, quest'anno accademico, che è appena iniziato, feste e concerti verranno proibiti in tutti i 22 atenei presenti sul territorio cittadino. Guler ed il suo staff si sono giustificati dicendo che il provvedimento era stato reso necessario a causa dell'elevato numero di incidenti e risse che si è registrato negli ultimi tempi nelle università. E la motivazione sarebbe proprio la vicinanza agli studenti, di gruppi più o meno politicizzati ed ancora di altri gruppi etnici diversi. Così i responsabili della sicurezza, anche per prevenire problemi che potrebbero essere più seri, hanno deciso di distribuire delle brochure nei campus universitari, spiegando ai giovani che è meglio non farsi coinvolgere in azioni politiche dei gruppi presenti in università o peggio spacciare sostanze stupefacenti.
Non va molto meglio agli studenti delle scuole superiori. L'Authority per l'Educazione ha infatti dciso di bandire i cellulari nelle scuole. La motivazione di questo gesto sarebbe l'uso indiscriminato che ne fanno i ragazzi. Il riferimento è ai video e alle foto, pornografiche o violente che si possono reperire su Internet e veicolate facilmente tramite l'utilizzo di cellulari. "Questo è semplicemente immorale - ha dichiarato Akin Ozer , responsabile per l'Authority della scuola nella regione di Istanbul - I video che vengono spediti rappresentano l'utilizzo negativo che si può fare di questi telefoni mobili. Le scuole e gli insegnanti devono prendere provvedimenti". E per non lasciare nemmeno più un motivo per utilizzare il cellulare, Ozer ha intenzione di fare installare nelle scuole telefoni gratuiti che gli studenti potranno utilizzare in caso di necessità. "Sono contro sanzioni o restrizioni - ha detto Ozer - ma la situazione sta diventando intollerabile come scuola abbiamo il dovere di impedire che degeneri". (Apcom)
22.10.2006

 

S. MARINO GUARDA
ALLA TURCHIA
CON INTERESSE

Giorgio_Girelli

Lo ha ribadito - in occasione dell'udienza riservata al Corpo diplomatico e consolare dei nuovi Capitani Reggenti della Repubblica del Titano, l'ambasciatore presso Ankara Giorgio Girelli.

In occasione della udienza riservata al Corpo Diplomatico e consolare dai nuovi Capitani Reggenti dalla Repubblica di San Marino, Antonio Carattoni e Roberto Giorgetti, l'ambasciatore del Titano in Turchia Giorgio Girelli - intervenendo dopo l'incisivo discorso ai diplomatici pronunciato dal Segretario di Stato per gli Affari Esteri Fiorenzo Stolfi - ha manifestato convinta adesione agli indirizzi del Governo della vicina Repubblica che esige dai suoi rappresentanti all'estero un ruolo attivo nella promozione di rapporti economici e culturali con la comunità internazionale e nella tutela dei valori della pace e dei diritti umani.
Girelli ha in particolare riferito, dopo la sua ultima missione ad Ankara, sull'interesse della Turchia alla partecipazione della Camera di Commercio di San Marino al congresso mondiale degli enti del settore che si terrà ad Istanbul il prossimo anno.
Attenzione che le autorità turche hanno pure manifestato per le attrattive turistiche e culturali di San Marino, da collegare, secondo Girelli, in un progetto che includa tutta la Valmarecchia ed Urbino. Inoltre, ipotesi di collaborazione con iniziative internazionali di San Marino e della sua Camera di Commercio sono oggetto di approfondimento da parte dei gruppi economici che operano in territori contigui alla Repubblica.
22.10.2006

 

IL MESSAGGIO DEL CARD. BERTONE

Il_cardinal_Tarcisio_Bertone

Il Segretario di Stato vaticano ha voluto ringraziare l'ambasciatore della Repubblica di San Marino, Giorgio Girelli, per le espressioni augurali che gli erano state rivolte ai fini dell'elevata missione del porporato.

Al Segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, l'ambasciatore della Repubblica di San Marino in Turchia, Giorgio Girelli, ha avuto modo di rivolgere le più sentite espressioni augurali per l'elevata missione cui il porporato è stato chiamato specie in relazione allo sforzo che la Santa Sede pone in atto per incrementare la comprensione tra le diverse culture del mondo e la collaborativa convivenza tra i popoli. In un messaggio all'ambasciatore Girelli il cardinale Bertone di dichiara "riconoscente per il premuroso gesto e per i sentimenti manifestati" verso la sua persona, contestualmente ricambiando il "delicato pensiero" con "auspici di abbondanza di doni divini".
Come noto, il nuovo Segretario di Stato per gli Affari Esteri della Repubblica di San Marino, Fiorenzo Stolfi, ha espresso l'intendimento di proporre San Marino quale sede di incontri e contatti internazionali per concorrere a costruttive relazioni tra popoli e culture diverse. Il ruolo morale di San Marino può inoltre avere - pur nel quadro realistico delle potenzialità disponibili - una positiva dimensione in aree complesse, come la Turchia, che Benedetto XVI si appresta a visitare.
22.10.2006

POCHE DONNE NELLE UNIVERSITA'

Un altro primato che non dovrebbe far piacere alla Turchia. La ricerca dell'Unione dell'Educazione e della Ricerca scientifica.

Un altro primato poco edificante per la Turchia. Secondo una ricerca condotta dall'Unione
dell'Educazione e della Ricerca scientifica, meno di un terzo dei lavoratori presenti in università è di sesso femminile. La percentuale è valida sia che si parli dipersonale amministrativo che di personale docente.
Per la precisione in Turchia ci sono circa 201 mila persone impiegate in campo universitario come rettori, vice rettori, presidi di facoltà, docenti e assistenti. Di queste il 78.1% sono uomini e il 21.9% donne. (Apcom)
22.10.2006

"UNO, CON SALSA PICCANTE"

Doner_Kebab

E' il doner kebab che a Milano sta soppiantando l'hamburger. La svolta di un operaio, nativo di Kahramanmaras in Turchia che prima lavorava presso un un mobilificio di Lissone e che poi ha pensato come fosse meglio vendere ai meneghini il panino imbottito di carne arrostita allo spiedo. Quanti sono oggi i locali del genere.

"Uno con salsa piccante". Il primo cliente, al <Monte Ararat pizza kebab> davanti alla stazione Bovisa, a due passi dall'Università, entra alle 11.40. Zaino in spalla e volto preoccupato di uno che nel pomeriggio deve affrontare lo scritto di matematica, ha tutta l'aria di non volersi concedere più di cinque minuti per pranzare. "Se è presto per il pranzo? Sì, forse - risponde - ma tra tre quarti d'ora qua fuori c'è la coda". Difficile non credergli, anche se basta attraversare la strada e girare l'angolo per trovare un secondo kebab take away.
Eppure, a quanto pare, c'è abbastanza clientela per entrambi.
Più che pizza o hamburger, il panino imbottito di carne arrostita allo spiedo solletica il palato di studenti con pochi soldi e di colletti bianchi in pausa pranzo in fuga dalle mense aziendali. Ma considerarla solo una moda, forse, non gli renderebbe giustizia. Basti pensare che a Milano la specialità gastronomica Made in Turchia (ma non solo) si trova praticamente ovunque. Le rosticcerie gestite da turchi sono, ormai, oltre duecento, un numero più che raddoppiato nell'ultimo anno, mentre, tanto per fare un paragone, i <McDonald's> in città sono solo 32, gli stessi da tre anni. E anche i praticamente onnipresenti ristoranti cinesi restano indietro, con una crescita tutto sommato costante ormai da anni. Quello del doner kebab, invece, è