Arretrati 

Anno 6° N.6

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DAGLI AMICI MI GUARDI...
L'ambigua politica di Washington e Tel Aviv nei confronti di Ankara a proposito delle rivendicazioni curde nel Nord Irak. Una attenta analisi di Marco Ansaldo sull'ultimo numero di <liMes>.

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L_agenda_di_Bush"Dai nemici mi guardo io che dagli amici mi guarda Iddio". Avete bene in mente il proverbio? Ora dagli amici dovrebbe guardarsi bene, e direttamente, proprio la Turchia che si sta rendendo sempre più conto di quanto sia equivoca la politica degli Stati Uniti e di Israele a proposito delle rivendicazioni curde nel Nord Irak. Al punto che le recenti rassicurazioni del Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice hanno "raffreddato", ma non più di tanto, le preoccupazioni del Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan e del suo ministro degli Esteri Abdullah Gul.
Per avere un quadro perfetto di come si presenta la situazione in questa specifica parte del Medio Oriente vale la pena di leggere con estrema attenzione un saggio che Marco Ansaldo (uno degli analisti più precisi de <La Repubblica>) ha scritto per l'ultimo numero di <liMes>, rivista italiana di geopolitica. Emblematico il titolo: "Il Kurdistan iracheno fa già da solo e conta su Israele". E poi il sommario: "Le tre province settentrionali dell'Iraq, a forte dominanza curda, sono di fatto indipendenti. Ma non possono proclamarlo, per evitare la reazione dei 'fratelli' arabi. L'attivismo di Sharon e le ambiguità di Bush. Intanto nel Nord arrivano i 'coloni' ebrei".
Annota ad un certo punto Ansaldo (cap.3): In un quadro tutt'altro che pacificato, la questione curda rischia di esplodere. Il governo israeliano guidato da Ariel Sharon ha infatti deciso in via del tutto informale e coperta di rafforzare i già storici legami tra ebrei e curdi stabilendo una significativa presenza di "coloni" nel Nord dell'Iraq. Affermano fonti turche che da qualche mese agenti del Mossad, uomini d'affari e cittadini curdi di religione ebraica risultano attivi in più aree, da Kalak (non lontano da Arbil) ad Altun Kupru, dall'intera provincia di Kirkuk a Kifri, giù fino ad Hanaqin e infine a Mandali, addirittura a poche decine di chilometri di Baghdad. Gli ebrei stanno acquistando dagli arabi - spinti dai curdi a lasciare la zona per tornare verso la capitale - case e terreni pagandoli cinque volte il prezzo di mercato. Un disegno che avrebbe il nemmeno troppo nascosto intento di calarsi in un'area dalla fortissima valenza economica e strategica, ma denso di rischi se davvero una nuova presenza etnica e di quella portata, riuscisse a imporsi in una realtà sfaccettata e carica di tensioni.
Insomma Israele ce la metterebbe tutta a soffiare sul fuoco della destabilizzazione, nonostante i recenti accordi a carattere economico-militare tra Ankara e Tel Aviv. Ma si sa, quando c'è di mezzo il petrolio non si guarda in faccia. E un oleodotto Mosul-Haifa andrebbe proprio a fagiolo.
In quanto agli Stati Uniti, al momento restano al palo. Ma statene certi: sarebbero i primi, per interesse, a buttare a mare Turchia e turchi.
16.02.2005

RASSICURAZIONI
A farle - nei confronti del Governo turco e a proposito delle "rivendicazioni" curde nel Nord Irak - il nuovo Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice.
La_stretta_di_mano_Rice_ErdoganIl Segretario di Stato americano Condoleezza Rice, nella sua visita-lampo ad Ankara, ha voluto rassicurare Ankara sulla determinazione degli Stati Uniti a non consentire una rottura dell'unità dell'Irak ad opera di un futuro Stato curdo e a contrastare i rimasugli del Pkk in Nord Irak, ma contemporaneamente ha chiesto al Governo turco di contrastare attivamente gli umori anti-americani diffusi in Turchia e nella regione, come parte dell'azione comune antiterroristica nel grande Medio Oriente.
''L'Irak deve essere ripulito da tutte le organizzazioni terroristiche. Il mondo moderno non può più tollerare le organizzazioni terroristiche come al Qaida, il Pkk ed altre'' - ha affermato ad Ankara Rice nella conferenza stampa finale congiunta con il ministro degli Esteri turco Abdullah Gul.
Rice si è poi detta certa della volontà della Turchia, ''un Paese storicamente legato agli Usa da comuni valori, interessi e da strette relazioni di carattere strategico, di contribuire a sradicare il terrorismo dalla regione''.
Il Segretario di Stato americano ha, quindi, rinnovato le rassicurazioni di Washington circa ''l'integrità territoriale e l'unità dell'Irak'' aggiungendo che gli Usa auspicano un Irak ''con buone relazioni con i Paesi vicini e in cui tutti i cittadini siano trattati equamente, rispettati e rappresentati a prescindere dalla loro religione e dalla loro origine etnica''.
Riferendosi ai timori turchi per una possibile schiacciante egemonia curda nella città petrolifera nord-irachena di Kirkuk, dove vivono consistenti gruppi turcomanni ed arabi, Rice ha affermato che gli americani ''stanno chiarendo a tutte le parti in causa che Kirkuk deve essere una città in cui tutti possano 
vivere senza paura''.
Riguardo alle richieste turche di mettere fine alla persistenza di alcune migliaia di militanti del Pkk-Congra Gel (l'organizzazione separatista curda di Abdullah Ocalan, ndr) nelle montagne nord-irachene al confine turco, Rice ha affermato che ''gli Usa considerano il Pkk-Congra Gel un gruppo terroristico e non consentiranno alcun attacco terroristico dal Nord Irak alla Turchia'', aggiungendo che ''oltre ad un'azione militare (richiesta da Ankara,ndr), gli Usa stanno prendendo in considerazione il taglio degli aiuti finanziari che da diverse parti giungono al Pkk-Congra-Gel''.
Nello stesso tempo, Rice ha chiesto personalmente al premier Recep Tayyip Erdogan di esercitare una ''effettiva leadership'' nel contrastare l'attuale immagine negativa degli Usa in Turchia. La stessa rimostranza Rice ha espresso al presidente turco Ahmet Necdet Sezer ed al suo omologo Gul.
La Rice, in sintesi, è sembrata dire molto chiaramente ad Ankara che se i turchi vogliono la cooperazione americana in Nord Irak (dove Ankara teme una schiacciante egemonia curda a Kirkuk ed una futura secessione di un Kurdistan iracheno indipendente, oltre che una ripresa delle attività terroristiche del Pkk) non possono continuare a manifestare anche a livello del Governo e del Parlamento atteggiamenti neutrali o addirittura ostili verso gli americani che poi si riflettono nei diffusi umori popolari, ma devono contrastarli attivamente. Né possono rimanere defilati nella lotta al terrorismo in tutto il ''grande Medio Oriente''.
A tal fine, Rice non ha mancato di ricordare ''la delusione'' americana per il ''no'' del Parlamento turco (che fu in effetti un 'no' di tutto 'establishment' della Turchia,ndr) del 1 marzo 2003 al passaggio delle truppe Usa, un rifiuto che - secondo quanto ha dichiarato pochi giorni fa il ministro della difesa statunitense, Donald Rumsfeld, alla <Cnn> - è stato tra i più seri elementi di debolezza dell'intervento americano, avendo impedito l'accerchiamento delle regioni arabe sunnite filo-Saddam, dove si andavano organizzando gli insorgenti. Un rifiuto che - secondo quanto dichiarano fonti diplomatiche americane che vogliono restare anonime - ''è costato agli Usa ed alle altre forze della coalizione parecchie vite umane''.
(Lucio Leante/Ansa)
16.02.2005

....CHE PERO' NON BASTANO
I due principali partiti curdi, il Pkd e l'Upk, avrebbero già fatto i loro giochi per la supremazia nel Nord Irak e la capitale Kirkuk. Le forti preoccupazioni della Turchia e dei Paesi limitrofi.
Kirkukcurdi_in_piazzaAnkara non si unisce al coro nel plauso generale per i risultati delle elezioni in Irak. Denuncia ''manipolazioni e squilibri'' e chiede un maggior coinvolgimento dell'Onu nel processo democratico iracheno. Il successo dei curdi in tutto il Nord Iraq, in particolare a Kirkuk, e su scala nazionale, preoccupa fortemente Ankara, che, però, cambiando tono rispetto a qualche giorno fa, rinuncia alle sue minacce di intervento militare e si appella ora all'Onu, dando agli analisti l' impressione di prepararsi ad un inevitabile compromesso con i curdi nord-iracheni.
''Le elezioni in Iraq sono state una vittoria della democrazia", recita un comunicato del ministero degli Affari Esteri turco, che, però, sottolinea la ''scarsa partecipazione al voto'' della popolazione sunnita e denuncia le ''manipolazioni'' curde ''in particolare a Kirkuk''. Tutto ciò ha portato - secondo Ankara - a ''risultati squilibriati'', cui occorre porre rimedio con un ''un ruolo più efficace'' dell'Onu e con una ''seria indagine'' da parte della Commissione elettorale irachena, invitata a prendere ''necessarie misure''.
Il successo della lista unitaria Pdk-Upk, formata dai due principali partiti nazionalisti curdi nord-iracheni, è stato sorprendente: su scala nazionale la lista curda ha ottenuto oltre il 25% dei voti (riuscendo a mandare al parlamento di Baghdad 75 deputati su 275); a livello regionale ha ottenuto l'89% dei seggi del Consiglio autonomo del Nord Iraq (Kurdistan iracheno). In terzo luogo - ed è quello che preoccupa di più Ankara - la lista curda ha ottenuto il 58,4% dei voti e dei seggi nella città-provincia di Kirkuk, ricca di petrolio.
I curdi avranno ora tutte le carte in regola - si teme ad Ankara - per chiedere che Kirkuk sia inclusa nella regione del 'Kurdistan iracheno' (di cui oggi non fa parte) e che sia 
considerata, anzi, oggi il capoluogo e domani la capitale di un Kurdistan indipendente, fornendo a quest'ultimo, col suo petrolio, l'indispensabile base materiale. Ankara teme anche che uno Stato curdo indipendente possa fungere da polo di diffusione del separatismo curdo tra i 20 milioni di curdi di Turchia e che l'egemonia curda in Nord Irak, (certamente favorita dall' astensione elettorale dei sunniti) marginalizzi la minoranza 
turcomanna che ha ottenuto a Kirkuk solo il 16% dei voti e manderà al Parlamento nazionale di Baghdad solo tre deputati. Ankara ha più volte denunciato che oltre 100.000 curdi (presunti sfollati, in passato, a causa della trentennale politica di 'arabizzazione' da parte di Saddam Hussein) sono stati fatti rientrare a Kirkuk prima delle elezioni, modificando così la composizione demografica della città, ''manipolando'' il risultato elettorale e ''squilibrandolo'' a favore dei curdi.
In sostanza, Ankara chiede che, per bilanciare questo squilibrio, i turcomanni (ed i sunniti) siano rappresentati nel futuro governo centrale di Baghdad, oltre il loro risultato elettorale ''in vista della preparazione della Costituzione e delle nuove elezioni di fine dell'anno'', afferma il ministero degli Esteri che invita l'Onu ad ''assumere un ruolo più 
efficace'' nel processo di democratizzazione dell'Irak.
Jalal TalabaniIl quadro strategico si complica per Ankara se si pensa che i curdi nord-iracheni hanno ora nelle loro mani le chiavi del futuro dell'Irak e chiedono apertamente per uno dei loro massimi leader, Jalal Talabani (presidente dell'Upk), ''la carica di Capo dello Stato''. 
I curdi, già in base alle norme attuali, possono porre un veto alla futura Costituzione. A tal fine, basterebbe che le loro tre province attuali votassero contro la Costituzione, come avverrebbe probabilmente se questa non riconoscesse Kirkuk come capoluogo di un Kurdistan iracheno largamente autonomo in un Iraq federale. Inoltre, essi, con il loro successo elettorale, sono destinati a diventare la più forte garanzia che l'Iraq non diventi una Repubblica islamica sciita e 'komeinista', legata all'Iran: una prospettiva, quest' ultima, che atterrisce Ankara almeno quanto lo stato curdo. Per tutto ciò, al di là dei mugugni e degli appelli all'Onu, ad Ankara non resta oggi - secondo gli analisti - che cercare un compromesso con i curdi nordiracheni anche accettando il 'fatto compiuto' a Kirkuk; un compromesso capace di indurre i curdi nordiracheni a mantenere a lungo fede al loro impegno di ''conservare l'integrità dell' Irak" e di rinviare, cioé, ''ai tempi lunghi'', e in pratica'sine di', la fondazione di un Kurdistan indipendente. (Lucio Leante/Ansa)
16.02.2005

RISULTATI SBILANCIATI
Richiesto dalla Turchia alla Commissione elettorale e alla Nazioni Unite un esame approfondito dei risultati elettorali in Irak.
La Turchia ha chiesto alla Commissione elettorale irachena e alle Nazioni Unite di esaminare i risultati elettorali, affermando di essere particolarmente preoccupata da presunte irregolarità nella zona della città, etnicamente mista e ricca di petrolio, di Kirkuk.
Secondo Ankara, gruppi curdi hanno illegalmente portato curdi a Kirkuk, una città strategica del nord, in modo da far pendere a loro favore la bilancia etnica.
La preoccupazione di Ankara è stata espressa in un comunicato del Ministero degli Esteri turco in un comunicato. L'affluenza alle urne in alcune regioni, tra cui Kirkuk, a parere del ministero turco, è stato troppo basso e avrebbe prodotto "risultati sbilanciati".
"Come risultato, il Parlamento ad interim iracheno non rifletterà le reali proporzioni della società irachena", spiega il comunicato. "Questi difetti - aggiunge - portano a seri dubbi sulla possibilità di raggiungere gli obiettivi da parte del parlamento provvisorio".
Ankara teme che i curdi assumano un forte predominio a Kirkuk e nei ricchi giacimenti petroliferi vicini alla città. Un predominio che possa rendere possibile uno stato curdo, che possa tra l'altro sostenere la ribellione curda in Turchia.
Nel comunicato, i turchi chiedono alla commissione elettorale di prendere in considerazione le obiezioni poste ai risultati elettorali e alle Nazioni Unite di assumere "un ruolo più attivo" e garantire che "i difetti, il disordine e le irregolarità" del voto non si ripetano quando si dovrà votare la costituzione. (ApCom)
16.02.2005

"STATE TRANQUILLI"
Il curdo Hoshiyar Zebari, ministro nel Governo ad interim iracheno, ha affermato che l'integrità del Paese non sarà messa in dubbio. Ma Ankara non ha molta fiducia.
Hoshiyar_ZebariLe perplessità della Turchia sui risultati del voto iracheno sono "del tutto fuori posto". Lo ha detto Hoshiyar Zebari, un esponente curdo che è ministro nel Governo ad interim iracheno.
"Tutte le loro preoccupazioni sono del tutto fuori posto", ha detto Zebari alla <Cnn>. "L'Irak - ha aggiunto - resterà unito. Questa partecipazione curda alle elezioni irachene e alle elezioni regionali (ndr: nel Kurdistan iracheno) è un'affermazione degli impegni verso l'unità nazionale del Paese".
Secondo Ankara, gruppi curdi hanno illegalmente portato curdi a Kirkuk, una città strategica del nord, in modo da far pendere a loro favore la bilancia etnica.
La preoccupazione di Ankara è stata espressa in un comunicato del ministero degli Esteri turco in un comunicato. L'affluenza alle urne in alcune regioni, tra cui Kirkuk, a parere del ministero turco, è stato troppo basso e avrebbe prodotto "risultati sbilanciati".
"Come risultato, il Parlamento ad interim iracheno non rifletterà le reali proporzioni della società irachena", spiega il comunicato. "Questi difetti - aggiunge - portano a seri dubbi sulla possibilità di raggiungere gli obiettivi da parte del parlamento provvisorio".
Ankara teme che i curdi assumano un forte predominio a Kirkuk e nei ricchi giacimenti petroliferi vicini alla città. Un predominio che possa rendere possibile uno stato curdo, che possa tra l'altro sostenere la ribellione curda in Turchia.
Zebari respinge queste accusa e afferma che i curdi cercano soltanto un Irak democratico, pluralistico, federale e unitario. "Non c'è in questo alcun complotto", ha puntualizzato l'esponente curdo. "La Turchia - ha detto ancora - non dovrebbe avere alcun timore sul futuro dell'Irak, che rimarrà un Paese amico, unito ma nel rispetto delle diversità nella società irachena". (ApCom)
16.02.2005

IL DENARO DEL PKK
Gli Stati Uniti stanno cominciando ad investigare sulle finanze dell'organizzazione terroristica curda, in particolare su compagnie, associazioni ed istituzioni che dentro e fuori dell'Irak stanno alimentando le casse del Kurdistan Worker's Party.
L_ambasicatore_Usa_ad_Ankara_Eric_EdelmanAn investigation into the financial resources of the terrorist Kurdistan Worker's Party (Pkk) has been initiated. Ankara is implementing decisions made at a Turkey-US-Iraq security summit held in January. Reportedly, the US has launched an investigation into the financial activities of all suspected companies, associations,organizations, institutions and individuals, within and outside of Iraq that may be giving financial support to the Pkk.
Iraqi Ambassador to Ankara Umran Al-Sabah confirmed the investigation. There are some problems with this issue, Al-Sabah said: "We are of the same opinion regarding the elimination of the PKK. It is being investigated as to whether or not an influx of money for the PKK exists in all suspected bank accounts, but it could shift to an intervention in private lives. In order to surmount the problems at this point, a different mechanism must somehow be developed." Al-Sabah conveyed that the issue will be re-discussed at a second meeting to be held in late February or early March.
The Turkish Foreign Ministry, meanwhile, is evaluating a US request to benefit from the Incirlik Military Base more comprehensively. US Ambassador to Ankara, Eric Edelman, had said, "We have raised a claim regarding Incirlik and are waiting for an answer from Turkey" to which Namik Tan, spokesperson for the Foreign Ministry, said: "The US has asked to use Incirlik as a transportation point. They want to use it within the framework of the United Nation's (UN) conditions." Tan validated some irregularities in the January 30th Iraqi elections and stressed that objections should be voiced within democratic mechanisms. Tan pointed out that Turkmens, Arabs, Syriacs and Keldanis have already submitted their objections regarding the irregularities to the related authorities and concluded that what has been happening in Iraq concerns Turkey and should not be interpreted as an intervention in Iraq's internal affairs. (Suleyman Kurt/Zaman)
16.02.2005

INCRIMINATI 16 CURDI PER TERRORISMO
L'accusa da parte delle procure olandesi è quella di avere sostenuto il Pkk, organizzazione fuorilegge in Turchia.
I procuratori olandesi hanno incriminato 16 presunti ribelli curdi per la pianificazione di attentati terroristici, rapimenti e attività contro lo stato turco.
I sedici sono apparsi in aula per un'udienza preliminare e hanno dovuto affrontare accuse aggiuntive per falsificazione di passaporti, riciclaggio allo scopo di "distruggere la struttura economica e politica di un Paese", ha detto il procuratore John Lucas.
La vicenda è iniziata con l'arresto di 38 sospetti ribelli in un presunto campo d'addestramento a novembre. Le accuse conto 22 degli arrestati sono cadute. Lucas ha spiegato che sta attendendo materiali e testimonianze dalla Germania e dalla Turchia e ci vorrà più tempo per istruire il processo.
Tutti gli imputati sono accusati di aver sostenuto il Pkk, il Partito dei lavoratori curdi fuorilegge in Turchia. I loro legali hanno negato ogni responsabilità e hanno chiesto il rilascio dei loro assistiti. (Ap)
16.02.2005

DUE ATTENTATI A CENTRI PETROLIFERI
Esplosione al gasdotto collegato con il giacimento di Havana seguita a breve distanza da una seconda non molto lontano da questo. Ingenti perdite.
Incedio_agli_oleodottiDue attentati dinamitardi hanno colpito nel giro di poche ore altrettante condotte nei pressi di Kirkuk, principale centro petrolifero del Kurdistan iracheno.
Lo hanno riferito fonti della società statale <North Oil Company>, stando alle quali prima è stato preso di mira con una bomba un gasdotto collegato al giacimento di Havana, una quarantina di chilometri a nord della città, e poi si è verificata un'altra esplosione lungo un vicino oleodotto.
In entrambi i casi si sono sviluppati vasti incendi, e nel secondo i vigili del fuoco non sono nemmeno riusciti ad avvicinarsi per tentare di estinguere le fiamme.
Se per il primo episodio la polizia non ha avuto esitazioni nell'attribuirlo a un atto di sabotaggio, a proposito del secondo per il momento non si è sbilanciata; di avviso ben diverso la compagnia petrolifera di Stato, che ha lo denunciato come il primo attacco dinamitardo del genere compiuto in zona dalla guerriglia da quattro mesi.
Recentemente era stato gravemente danneggiato un altro oleodotto che collega i campi petroliferi intorno a Kirkuk alla raffineria di Baiji, più a ovest, sede della maggiore raffineria nazionale per il greggio destinato alle esportazioni, che passano attraverso il terminal costiero di Ceyhan, in Turchia.
Secondo il governo ad interim di Bagdad, gli attentati contro le strutture petrolifere hanno già provocato al Paese arabo, che sta tentando una difficile ricostruzione, perdite in mancati proventi dalle vendite di idrocarburi per un ammontare compreso tra i 7 e gli 8 miliardi di dollari.
16.02.2005

LIBERI IN OTTO
Si tratta di persone che erano state accusate di aver partecipato agli attentati del 2003 ad Istanbul.
Un tribunale di Istanbul ha concesso a libertà provvisoria a otto persone accusate di aver partecipato nel 2003 a una serie di attentati contro sinagoghe e istituzioni britanniche nella metropoli turca.Il pubblico ministero aveva chiesto che il provvedimento venisse applicato a 17 presunti terroristi, dato che i capi d'imputazione devono essere riformulati in seguito alle recenti modifiche del codice penale che entrerà ufficialmente in vigore il primo aprile.
I giudici però hanno accolto la richiesta solo per otto detenuti. A questo punto delle persone sospettate di aver in qualche modo partecipato agli attentati ne restano in carcere solo 30. Mentre 41 sono in libertà vigilata. (take Ansa-Afp)
16.02.2005

RILASCIATO IN IRAK L'ARMATORE TURCO SADIKOGLU
Era stato rapito il 16 dicembre scorso a Umn Qasr nel sud del Paese. La notizia diffusa dall'agenzia di stampa <Anadolu>.
E' stato liberato l'armatore turco Kahraman Sadikoglu che era stato rapito lo scorso 16 dicembre a Umm Qasr nel sud dell'Irak insieme ad altre tre persone. Lo ha reso noto l'agenzia <Anadolu>, ricordando che i due turchi e l'iracheno sequestrati insieme a Sadikoglu erano stati già liberati il mese scorso. L'armatore, proprietario di una linea di traghetti a Istanbul, uno degli uomini più ricchi in Turchia, ha vinto contratti per la gestione delle nuove linee da Bassora e Umm Qasr e per restaurare le imbarcazioni irachene affondate durante la guerra con l'Iran. (take Adnkronos)
16.02.2005

SETTE SU DIECI FAVOREVOLI
Un sondaggio dell'Istituto Nazionale di Statistica turco vede buona parte dei cittadini anatolici per il "si" all'ingresso nell'UE. La data del 2015.
Sette cittadini turchi su dieci sono favorevoli all'adesione della Turchia all'Unione Europea, lo rivela un sondaggio realizzato dall'istituto nazionale di statistica turco.
I negoziati per l'ingresso in Europa inizieranno il 3 ottobre sotto la presidenza britannica. Lo scorso dicembre il premier turco Recep Tayyip Erdogan è riuscito ad ottenere il benestare per l'apertura delle trattative, ma l'adesione di Ankara, non sarà automatica.
L'Unione Europea terrà costantemente sotto controllo l'applicazione delle riforme e potrà interrompere il dialogo in qualsiasi momento nel caso di violazione degli standard democratici europei.
Secondo gli esperti, la Turchia non entrerà prima del 2015. Resta da convincere l'opinione
pubblica europea, ancora piuttosto scettica. (Euronews)
16.02.2005

...E SEI SU DIECI CONTRARI
Sono i francesi (57%) che non vogliono la Turchia nell'Unione Europea. Favorevole il 28% mentre il 15% non ha opinioni di sorta.
Quasi sei francesi su dieci (il 57 per cento) sono contrari all'ingresso della Turchia nell'Unione europea. E' il risultato di un sondaggio condotto per il settimanale <Valeurs Actuelles>.
I favorevoli all'ingresso della Turchia sono il 28 per cento, mentre il 15 per cento dei francesi non ha opinioni sulla questione.
Il gruppo di elettori che intende votare no al referendum sulla prossima costituzione europea è anche il più ostile all'ingresso della Turchia (78 per cento). Ma anche fra chi approva la costituzione europea la maggioranza (53 per cento) non vorrebbe l'ingresso di Ankara. Il sondaggio Csa è stato realizzato il 2 e 3 febbraio. (ApCom)
16.02.2005

LA TURCHIA IN EUROPA? PROSPETTIVE, PROBLEMI E OPPORTUNITA'
Un'analisi per il quotidiano "Rinascita" di Daniele Scalea su uno dei temi geo-politici che maggiormente sta suscitando discussioni nel vecchio continente.
Turchia_in_EuropaUno dei temi geo-politici che maggiormente sta suscitando discussioni in Europa, è quello concernente l'opportunità o meno di accogliere la Turchia nell'Unione. Ambizione turca già di vecchia data, essa fu lo scorso anno fortemente rilanciata dalla promozione accordata da George W. Bush al vitale alleato anatolico; la stessa Unione ha infine acconsentito ad avviare dei negoziati che si prevedono molto lunghi (dieci-quindici anni probabilmente), ma che dovrebbero concludersi con l'entrata della Turchia nell'UE. Dato che la prolissità di tali negoziati, inevitabilmente, distoglierà l'attenzione dell'opinione pubblica da questo tema oggi molto caldo, tanto vale battere il ferro ardente, e cercare di riordinare e chiarirci l'idea.
Gli opposti schieramenti, di "turcofobi" e "turcofili", non sono affatto ben delineati politicamente, poiché la questione offre innumerevoli chiavi di lettura e prospettive: identitarie, religiose, umanitarie, geopolitiche, sono solo alcune delle principali. E' per questo che, ad esempio, se in Italia le forze d'estrema destra o affini (l'Area antagonista di destra e la Lega Nord) hanno avviato un'intransigente campagna d'ostruzionismo anti-turco, in Austria il Governatore della Carinzia Jorg Haider, ad esse vicine politicamente, si è dichiarato favorevole all'entrata di Ankara nell'Unione Europea. Oppure potremmo notare il beneplacito di Berlusconi e dei suoi alleati cattolici in Italia, e la levata anti-turca verificatasi nella Cdu tedesca. Insomma, la situazione è complessa, non certo riconducibile - come qualcuno vorrebbe - ad un problema del tipo "amici dell'Europa contro nemici dell'Europa". Proviamo ad analizzarla nei suoi singoli aspetti.
Uno dei campi di battaglia più frequentati è quello identitario-religioso, particolarmente battuto poiché trova terreno fertile nelle ancor fresche polemiche sorte al momento di varare la Costituzione europea. In effetti, è forse la più grave mancanza di Bruxelles quella di non essere riuscita a dare, insieme ad un'unità economica e (più o meno) politica, anche una comune e sentita identità all'Europa. Sicché l'UE è ancor oggi un colosso senz'anima, un golem non vitalizzato, una nazione in gestazione o, secondo i più pessimisti, già abortita. In tale gigantesco vuoto si sono facilmente inserite le rivendicazioni dei gruppi più disparati, che vorrebbero conferire una ragion d'essere all'Europa, che vada al di là di mere convenienze economiche. C'è chi la vorrebbe una mediatrice pacifica e disarmata, chi una fida vassalla del "grande fratello" americano, chi una superpotenza antagonista agli yankees, e così via. Molti credono ch'essa debba fondarsi in maniera determinante sulla sua identità "occidentale" e "(giudeo-cristiana". Non voglio soffermarmi a esaminare la giustezza e veridicità storico-culturale di queste teorie: mi limito a sottolineare come una simile posizione, sostenuta anche da alcuni che vorrebbero dichiararsi alternativi alla globalizzazione unipolare, finisca inevitabilmente per appiattirsi sulle posizioni dei Nordamericani stessi. Infatti, se si stabilisce che l'Europa è "Occidente" - non nel senso geografico, poiché così non è, e comunque risulterebbe irrilevante, ma nella sua connotazione ideologica - la si pone inevitabilmente contro ciò che è Oriente e Meridione (Asia, Africa, Sudamerica), e cioè sola con gli Anglosassoni; dacché ogni rivalità con essi risulta essere una semplice bega tra amici o peggio congiunti, impossibilitando la costituzione d'una radicale alternativa, quale credo auspichino molti di coloro che stanno leggendo queste righe. Allo stesso modo, affermare che l'Europa s'identifichi nella Cristianità, oltre ad essere un errore di valutazione storico e culturale, è anche un riportarci alla condizione precedente, in cui il nostro Continente non può trovare altri alleati che i cristianissimi Stati Uniti nordamericani. Questi due casi implicano una pericolosa alienazione dell'Europa dal resto del Mondo, un suo ridursi a pura dialettica con gli Usa, in un sistema di "vecchio" contro "nuovo", entrambi contro "il resto"; mentre la dimensione corretta dovrebbe essere quella di "antico" (o "naturale", o "tradizionale") contro il "degenerato", coinvolgendo in questa lotta l'intero pianeta. Ciò detto, torniamo al nostro problema.
Chi afferma che l'Europa sia Occidente, si trova nel bisogno di dover dimostrare questa sua asserzione fissando dei rigidi paletti, una "cortina di ferro" che separi l'Europa (Occidente) dall'Asia (Oriente), poiché questi non esistono naturalmente. In realtà esse sono inserite e relazionate in un complesso sistema eurasiatico, per cui gli Urali e i Dardanelli sono solo confini da geografi, cioè speculazioni mentali senza corrispondenza nella realtà: volendo dare una definizione d'Europa, essa può essere descritta come l'estremo lembo d'Asia, la terra ove i popoli provenienti dalle steppe incontrarono il mare, e dovettero lasciare i cavalli per l'aratro. Tenere dentro o fuori l'Europa paesi come la Russia e la Turchia, si riduce a una mera risoluzione ideologica, poiché esse, in effetti, sono a pieno titolo protagonisti della nostra storia. Rifuggendo da considerazioni ideologiche, possiamo cercare criteri oggettivi. Se l'Europa è occidentale perché "indoeuropea", allora essa - conformandosi rigidamente al principio etnico - dovrebbe escludere gli Ungheresi, gli Estoni, i Finlandesi e almeno mezza Russia, ma comprendere Iran, India, Pakistan, Inghilterra, Usa, Australia e Nuova Zelanda. Volendo dirla tutta, la Turchia ne farebbe egualmente parte - poiché pare che la sua popolazione sia alfine più indoeuropea che turanica, così come l'Italia longobarda era comunque più latina che germanica - e lo stesso dovrebbe dirsi di Israele - perché se andassimo a verificare la "purezza etnica" che i suoi cittadini vantano, avremmo senz'altro delle belle sorprese, anche tra i sefarditi. Se invece, l'Europa volessimo dirla occidentale perché cristiana, ritorneremmo a una situazione similare, che escluderebbe non solo i Bosniaci e gli Albanesi, oltre alla Turchia e a un 30% della Russia - sempre includendo i "cari" Anglo-sassoni -, ma pure una significativa fetta di tutti i cittadini d'ogni paese europeo, che seguono culti differenti - Islam, Buddhismo, Induismo, culti tradizionali o altro - o semplicemente non ne seguono nessuno; inoltre, molte popolazioni africane e tutte quelle sudamericane potrebbero ambire a farne parte, ricordando il debito coloniale che ci siamo colà lasciati. E neppure intersecare uno  o entrambi questi due principi con un criterio geografico renderebbe le cose più lineari, anche per quanto già detto riguardo alla convenzionalità di tali confini. Il risultato sarebbe sempre quello: una gran confusione all'interno e un legame indissolubile con gli USA all'esterno. E allora tanto varrebbe dire: l'identità europea è quella dei locali paesi colonizzati dagli statunitensi, e così risolvere il problema. Ma chiudiamo qui questa parentesi molto generale sul problema dell'identità europea, e scendiamo sul particolare del problema turco.
La Turchia potrebbe essere l'avamposto di una "invasione islamica" o "turcomanna" in Europa? A dire il vero, i musulmani in Europa ci sono già - e non stiamo parlando solo degli immigrati -, sono numerosi e, se escludiamo l'interpretazione confessionale dell'UE, abbiamo già risolto il problema. Del resto, anche fosse, essa non sarebbe poi molto distante dalla "invasione cristiana" che, duemila anni fa, sommerse l'Europa pagana! Ma non sarà. E' vero che tra la Turchia e i paesi turcomanni dell'Asia Centrale (Kazakhistan, Kirgyzistan, Turkmenistan, Tajikistan, Uzbekistan) vige la libera circolazione delle persone, ma ciò non significa automaticamente che 120 milioni di turcomanni o giù di lì decidano di trasferirsi in massa in Europa... i tempi di Tamerlano sono passati da secoli, e chi denuncia seriamente una simile fantasiosa eventualità, dovrebbe forse rendersi conto che i Turchi non sono più una popolazione nomade da molti, molti anni! Del resto, una simile situazione avrebbe potuto avvenire anche nel 2001 con l'ingresso dei paesi dell'Europa Orientale nell'Unione; tanto più ch'essi sono di parecchio più vicini a noi, e soprattutto i loro flussi emigratori tradizionali vertono proprio sui nostri paesi e non, come per i Turcomanni dell'Asia Centrale, sulla Russia. La verità è che l'UE ha anche degli strumenti e delle regole per tutelarsi da una simile eventualità. Anzi, potrei persino ipotizzare che, con la Turchia nell'Unione Europea, gli immigrati in entrata nel nostro paese potrebbero diminuire sensibilmente. Infatti, una Turchia più ricca e integrata nel sistema economico europeo diventerebbe la meta ovvia per gli immigrati arabi che, oggettivamente, preferiranno trasferirsi in un paese musulmano piuttosto che in uno cristiano. Potremmo così concludere che, a ben vedere, ci sono maggiori probabilità che una Turchia europea faccia diminuire, anziché aumentare, il numero degli immigrati musulmani nei paesi dell'Europa occidentale.
Inoltre, da un punto di vista squisitamente culturale, potrebbe essere interessante scoprire che, in fondo, la Turchia è parecchio più vicina all'Europa di quanto lo siano gli Stati Uniti d'America: a tal fine rimando agli interessanti saggi realizzati da Claudio Mutti (alcuni, come "La Turchia e l'Europa" e le conseguenti "Risposte" a Milà e Steuckers circolano facilmente su Internet, mentre lo studio "Roma ottomana" è stato pubblicato pochi mesi fa su "Eurasia", nr.1/2004).
Veniamo ora al problema di gran lunga più importante che si presenta in riferimento alla probabile (sicura) entrata della Turchia nell'Unione Europea: quello geopolitico. Molti si oppongono - o semplicemente dubitano della sua opportunità - all'ingresso turco nell'UE perché essa potrebbe costituire una sorta di "cavallo di Troia" nordamericano: tale ipotesi non è affatto peregrina, tutt'altro; ma si deve considerare che la faccenda è complessa e difficilmente riducibile a schemi troppo semplicistici. Va innanzitutto notato, a conferma di questo timore (espresso in particolare dall'estrema destra e dall'estrema sinistra - cioè coloro che in Italia s'oppongono più o meno apertamente al dominio americano sul nostro paese, ma pure da elementi politicamente più "moderati" o meno "schierati", in Italia e soprattutto in paesi come Francia o Germania), che la Turchia è un alleato di lunga data degli Usa, avendo abbracciato la Nato durante la Guerra Fredda. Seppure tale forte legame sta scemando a partire dalla disintegrazione dell'Unione Sovietica - che ne costitutiva la ragion d'essere - la Turchia ha comunque rilanciato il suo ruolo di testa di ponte occidentale in Medio Oriente, con l'alleanza stipulata con Israele in tempi relativamente recenti. E benché Bush sia stato il principale fautore dell'adesione europea turca, spalleggiato da larga parte delle fazioni collaborazioniste nel Continente, le due alleanze di cui sopra appaiono sempre più scricchiolanti. Il giro di boa è stato rappresentato dall'ascesa del partito musulmano moderato di Erdogan, i cui militanti mostrano una chiara ad acuta insofferenza verso la protezione americana, che ha finora utilizzato la Turchia in funzione anti-europea e anti-russa, lusingandone le vecchie ambizioni pan-turaniche che l'hanno portata a destabilizzare i Balcani e l'Asia Centrale. Oggi la situazione è però diversa: i Balcani appaiono molto più tranquilli, e largamente in mano agli Europei - mentre gli Usa si sono ridotti a fomentare il terrorismo albanese -, mentre la Russia sta rapidamente riconquistando le posizioni perse nei paesi turcomanni asiatici, sfruttando lo stallo nordamericano in Iraq. Inoltre la classe dirigente turca sta ripensando radicalmente la sua condotta geopolitica, poiché ha finalmente realizzato che il suo ruolo nel Nuovo Ordine Mondiale americanocentrico non andrebbe al di là del gendarme custode del "Grande Medio Oriente" - e in ciò si è trovata in piena sintonia con l'opinione pubblica, che non vuol perdere la sua tradizione nel grande pentolone del melting pot globale. E' per questo che, dopo una rivalità sorta in tempi immemorabili, i rapporti tra Ankara e Mosca si vanno rapidamente sviluppando verso una riconciliazione storica. Di più, Erdogan ha speso tutte le energie possibili per accelerare l'entrata nell'UE. Infine, segnali di tensione neppure dissimulati sono apparsi con USA e Israele. E' noto come Ankara abbia duramente stigmatizzato la politica di repressione attuata dagli Ebrei nei territori occupati, arrivando addirittura a ritirare momentaneamente l'ambasciatore da Tel Aviv e ad annullare le consuete esercitazioni militari congiunte. Inoltre, il "cavallo di Troia americano", a differenza di Londra, Madrid, Roma, Varsavia, Amsterdam, Kiev, ecc., si è rifiutato di partecipare all'invasione dell'Iraq: un'operazione, tra l'altro, che la danneggia non poco, giacché sta portando alla formazione a ridosso dei suoi confini, d'un forte e ostile stato curdo nutrito d'irredentismo anti-iracheno, anti-turco, anti-siriano e anti-iraniano. Inoltre il piano del "Grande Medio Oriente", il quale verte proprio sull'asse Israele-Turchia, è molto pericoloso per il Paese anatolico, poiché ne accentua il marcato isolamento internazionale dai suoi vicini Arabi, Europei e Russi. Il declino dell'egemonia americana, anche se a lungo termine, si profila sempre più nitido all'orizzonte; ma quando questo arriverà, non saranno certo gli Usa - ben protetti da due oceani - a subire la vendetta di tutte le loro vittime, bensì i loro alleati in loco. Il risultato è che Ankara si sta ora guardando in giro, alla ricerca d'un serio progetto alternativo alla globalizzazione unipolare promossa dagli Usa, che possa garantirgli un eguale ruolo di potenza regionale, senza però costringerla a snaturarsi sul piano socio-culturale o a scontrarsi con tutti i paesi vicini. La Russia può offrire un progetto eurasiatico, che è però ancora in fase di costituzione e dunque molto fragile; in compenso Mosca, da quando è finito il regime comunista, non si permette più di ficcare il naso negli affari interni dei suoi alleati, e questo l'ha già resa più appetibile degli Usa per governi come quelli dell'Asia Centrale. L'Europa ha un progetto già in atto, cioè l'Unione Europea, ma non ben definito; però pacifico e, seppure anche l'UE imiti gli Usa nel cacciare il becco negli affari altrui, non pretende - perché non può - d'essere presa sul serio e ascoltata: paradossalmente, questa sua debolezza la rende più desiderabile della federazione nordamericana. In questo momento la linea di condotta della Turchia sembrerebbe essere questa: aprire alla Russia come interlocutrice, alleggerire il peso dell'alleanza con Washington e Tel Aviv, integrarsi nell'Unione Europea. E per noi resta da vedere - ed è questa la domanda fondamentale di tutta la faccenda - quale ruolo la Turchia vorrà ricoprirvi: fare asse con Londra e affossare definitivamente l'UE sotto il tallone statunitense, oppure schierarsi con Parigi, Berlino e Madrid per fare dell'Unione un vero soggetto geopolitico autonomo? In breve, è l'alternativa già individuata da Tiberio Graziani (vedi "Turchia, dall'Impero all'Eurasia", nel già citato numero della rivista "Eurasia").
Insomma, la partita si gioca tra gli assi Londra-Washington e Parigi-Berlino, per accogliere la neofita Turchia nelle proprie file. Gli atlantici partono in vantaggio, eppure l'asse europeo può confidare nell'evoluzione impressa dal Governo Erdogan. La debole Unione Europea di oggi, con l'aggiunta di una Turchia forte e sensibile ai reali interessi comuni col nostro Continente, si tramuterebbe immediatamente in una potenza (in questi termini si è espresso anche Alexandre del Valle, "ideologo" degli identitaires francesi, ricordando loro che, ammettendo la Turchia, si "corre il rischio" di cancellare la "coerenza geopolitica dell'UE", cioè la sua sudditanza agli Usa): la Turchia ha una posizione dotata d'un valore strategico che pochi altri paesi hanno: collega l'Europa al Vicino e all'Estremo Oriente, controlla due dei corsi d'acqua più importanti del mondo (Tigri ed Eufrate, che hanno le sorgenti sull'Altopiano anatolico) e inoltre ospita un'importante via di rifornimento energetico per l'Europa. Quest'ultimo fatto dovrebbe far riflettere coloro che mirano a difendere quel poco d'autonomia di cui oggi gode l'Europa, e anzi incrementarla: i principali oleodotti e gasdotti che alimentano il territorio dell'Unione entrano uno dagli stati baltici, uno dall'Ucraina e uno dalla Turchia. Ora, com'è noto, Estonia, Lettonia e Lituania sono tra i membri più zelanti della "Nuova Europa" collaborazionista; come avranno visto tutti, l'Ucraina sta scivolando nella sfera d'influenza nordamericana; infine, come abbiamo ripetuto fin qui, la Turchia è alleata degli Usa. Qual è il risultato? Che gli Anglo-sassoni controllano più o meno fortemente tutte e tre queste importanti linee d'approvvigionamento energetico per l'Europa. Nel corso della storia millenaria se ne sono viste di tutti i colori, ma mai uno stratega degno di questo nome è stato tanto inetto da rinunciare a occupare o difendere le vie vitali per i suoi rifornimenti: pena l'essere assediati e presi per fame. Ad esempio, l'antica Atene poteva permettere che i Lacedemoni devastassero ogni anno i campi dell'Attica, poiché essa controllava la Tracia, dove trovava il legname, e l'Ellesponto, da dove arrivava il grano; ma quando gli Spartani riuscirono a bloccare lo Stretto, la "patria della democrazia" (e dell'imperialismo) non esitò a consegnare la città in mano agli oligarchici e a chiedere la pace tante volte rifiutata. O per restare a tempi più recenti, l'Intesa vinse la Prima Guerra Mondiale soprattutto perché la flotta britannica bloccava ogni rifornimento alla Germania. Se un giorno l'Europa alzasse la testa, allo stato attuale Washington non dovrebbe far altro che qualche telefonata per riportarla all'era pre-industriale. Ma se, ad esempio, la Turchia fosse membro dell'Unione, essa sarebbe divisa tra due fedeltà, e nessuno può dire quale delle due avrebbe la meglio. Ma almeno nel secondo caso si avrebbe una possibilità.
Inoltre, la Turchia porterebbe l'Unione a confinare direttamente con una zona vitale quale quella del Vicino Oriente e, inevitabilmente, potrebbe finalmente dire la sua. Chi dice che l'UE non potrebbe difendere quei confini "caldi", si macchia del grave reato d'imbecillità: la Turchia ha un moderno esercito di 800.000 uomini in servizio attivo, e quello basta e avanza per difendere i suoi confini da qualsivoglia nemico della regione. Ma ciò che più importa, è che l'Europa entrerà con più forza nell'irrisolto conflitto israelo-palestinese e, nessuno potrà negare, persino Bruxelles sarebbe un mediatore più imparziale della Casa Bianca. Non a caso molti sionisti sono preoccupati dalla prospettiva di ritrovarsi il loro "amico" nell'UE. Il commercio con la Turchia è vitale per Israele, a dispetto d'ogni aiuto americano; l'analista ebreo Vuk Zlatan mette in guardia i suoi compatrioti, perché con la Turchia l'Unione Europea acquisirebbe un eccezionale potenziale contrattuale da usare verso Tel Aviv, se non per fare giustizia in Palestina, almeno per normalizzare la situazione.
Molti movimenti e individui sinceramente europeisti si stanno mobilitando contro l'entrata della Turchia nell'UE. La mia modestissima opinione, per tutto quanto finora detto, è che essi potrebbe essere cento volte più utili alla causa dell'Europa proprio appoggiando l'entrata della Turchia. Se i governi di Parigi e Berlino tratteranno con Ankara dalla forte posizione contrattuale in cui si trovano, anche le organizzazione politiche e sociali possono fare molto collegandosi ai loro pari turchi, e coordinando un'azione politica di base volta a fare della Turchia non un cavallo di Troia, ma un tassello fondamentale della Grande Europa, libera e indipendente. (Daniele Scalea/Rinascita)
16.02.2005

CIPRO: UN INCONTRO DECISAMENTE SIGNIFICATIVO
Il premier turco Recep Tayyip Erdogan si è visto ad Istanbul con il capo dell'opposizione greco-cipriota Nicos Anastassiades per discutere della riunificazione dell'isola.
Recep_Tayyip_ErdoganNicos Anastassiades, capo dell'opposizione greco-cipriota si è incontrato ad Istanbul con il premier turco Recep Tayyip Erdogan per discutere sull'unificazione dell'isola, divisa dal 1974 in una Repubblica di Cipro di etnia greca (Paese membro dell'UE e riconosciuto interzionalmente) e nella Repubblica Turca di Cipro Settentrionale (mini-Stato riconosciuto solo da Ankara).
Ananstassiades, leader della destra greco-cipriota, ha definito "utili ed amichevoli" i colloqui ed ha sottolineato come una soluzione pacifica sarebbe di utilità non solo per l'isola ma anche per Grecia e Turchia, tre nazioni "che hanno una casa in comune, l'Unione Europepa"; Erdogan, da parte sua, non ha rilasciato dichiarazioni.
Il mancato riconoscimento da parte di Ankara della Repubblica di Cipro, Paese membro dell'UE dallo scorso primo Maggio, rappresenta l'ostacolo principale alle trattative di adesione per l'ingresso della Turchia nell'Unione: riconoscimento che potrebbe avvenire implicitamente mediante l'estensione dell'accordo doganale già esistente tra Ankara e Bruxelles ai nuovi Paesi membri.
Il piano di unificazione di Cipro preparato dalle Nazioni Unite, approvato in un referendum dalla comunità turco-cipriota ma bocciato dagli elettori della Repubblica di Cipro - con l'eccezione della destra di Anastassiades - prevedeva un singolo Stato formato da due "Stati costituenti", legati da una struttura di governo centrale piuttosto debole; per entrare in vigore avrebbe però dovuto essere approvato da entrambe le parti. (ApCom)
16.02.2005

CIPRO: SFORZI NON SOLO DA UNA PARTE
Il presidente della Tusiad turca, Omer Sabanci, ha dichiarato che per risolvere la questione anche il Governo di Nicosia e l'UE devono mantenere le promesse fatte.
The President of the Turkish Industrialists and Businessmen's Association (Tusiad) Omer Sabanci said the Cyprus issue would not be solved with only one-sided concessions.
Responding to questions from journalists following the conference titled "International Competition and Turkish Food Industry" organized by Tusiad at Sabanci University yesterday (February 4),Sabanci highlighted the efforts to expand discussion at the Ankara Convention to include the Cyprus issue. He remarked that Turkey and Northern Cyprus have taken the necessary steps and hereafter it was the turn of the European Parliament and Southern Cyprus. "Now, European Parliament should apply some the promises made to Turkey," said Sabanci and added: "It is difficult to reach a point by continuously making single-sided concessions. These issues can be solved with mutual meetings and mutual concessions if necessary." (Ibrahim Turkmen/Zaman)
16.02.2005

IL LENTO DISGELO
Sembrerebbero migliorare negli ultimi tempi, nonostante le incomprensioni da entrambe le parti per una serie di questioni, i rapporti tra Turchia ed Armenia.
La_madre_ArmeniaSi moltiplicano ormai negli ultimi tempi i segnali di un lento disgelo nei rapporti tra la Turchia e la Repubblica Armena. I due Paesi non hanno relazioni diplomatiche e la Turchia ha chiuso le proprie frontiere con l'Armenia applicando un embargo economico.
Una decisione che contribuisce ad aggravare le già difficili condizioni del paese caucasico.
Le ragioni con cui Ankara motiva la sua politica verso l'Armenia sono sostanzialmente tre: in primo luogo la Turchia ritiene che la Repubblica Armena di fatto non riconosca il Trattato di Kars che, nel 1921 ha sancito i confini tra l'allora Unione Sovietica e la Turchia.
Secondo Ankara, sia la Costituzione che altri documenti ufficiali della Repubblica Armena fanno riferimento alla Turchia nord-orientale chiamandola Armenia Occidentale. Inoltre nello stemma della Repubblica Armenia vi è il monte Ararat, che si trova in territorio turco.
Il secondo motivo riguarda l'occupazione da parte armena del 25% del territorio dell'Azerbaijan, come conseguenza della guerra nel Nagorno Karabakh. Un conflitto che ha provocato più di 20.000 vittime e imponenti movimenti di profughi, 1.000.000 dei quali Azeri che si sono rifugiati a Baku. Gli Azeri sono etnicamente e linguisticamente Turchi, ed in nome di questa comune appartenenza, la Turchia, a partire dalla indipendenza dell'Azerbaijan nel 1991, ha preso le parti degli Azeri nella disputa con gli Armeni.
La terza ragione è legata alle accuse di genocidio rispetto ai massacri del 1915, accuse che la Repubblica Armena sosterrebbe anche con l'aiuto delle comunità della Diaspora.
L'atteggiamento della Turchia è sempre stato quello di un radicale rifiuto di queste accuse. Ankara sostiene poi che dietro la richiesta del riconoscimento del genocidio ci sarebbe da parte armena la volontà di chiedere risarcimenti economici e soprattutto rivendicazioni territoriali, relative alla parte nord-orientale della Turchia.
Alcune iniziative che si sono realizzate negli ultimi tempi però indicano come l'atteggiamento ufficiale di Ankara si stia lentamente modificando.
Un rapporto presentato da una commissione parlamentare ha recentemente proposto che vengano ascoltati dal Parlamento turco due noti intellettuali armeni che vivono in Turchia: Hrant Dink, direttore della rivista armena Agos, ed il politologo e giornalista Etyen Mahcupyan. Lo stesso rapporto poi conteneva la proposta di esercitare maggiori pressioni perché gli archivi storici di Russia, Armenia, Francia ed Inghilterra siano consultabili.
Ancora più rilevante è la decisione del Consiglio della Storia Turca (Ttk) di organizzare un Forum di Discussione sulla questione armena nel prossimo aprile, in coincidenza con il 90 anniversario dei "fatti" del 1915. Il Consiglio per la Storia turca è un'istituzione ufficiale fondata da Ataturk e costituisce il luogo di produzione e custodia della versione ufficiale della storia repubblicana. Sarebbe la prima volta che una istituzione ufficiale decide di organizzare un'occasione in cui dibattere del problema armeno e soprattutto delle tesi del genocidio. Significativo è poi l'invito rivolto ad Hrant Drink ad essere il moderatore del dibattito. All'iniziativa è stato inoltre invitato il professor Taner Akcam, uno storico turco che lavora negli Stati Uniti. Il professor Akcam è l'autore di un libro, apparso negli anni scorsi in Turchia, "La questione armena e l'identità nazionale" fortemente critico verso la versione ufficiale sostenuta dalla Turchia.
Anche sul piano delle relazioni con la Repubblica Armena si registrano timidi passi in avanti. Nelle scorse settimane sono state completate le procedure per l'apertura di un secondo corridoio aereo tra la Turchia ed Erevan.
E' stata accolta poi con molto favore in Turchia l'iniziativa del Parlamento Europeo che, lo scorso 25 gennaio, dopo aver esaminato il rapporto presentato dal parlamentare inglese Atkinson, ha chiesto all'Armenia di mettere fine all'occupazione del territorio azero. Il rapporto segnalava anche come l'occupazione armena faccia temere la volontà di operare una pulizia etnica nella regione.
L'intervista al Ministro degli Esteri della Repubblica Armena Vartan Oskanyan, apparsa sulla prima pagina del quotidiano Zaman, molto vicino agli ambienti di governo, rappresenta un'ulteriore, piccolo ma significativo, indizio dell'evoluzione in atto ad Ankara. (Fabio Salomoni/Osservatorio sui Balcani)
16.02.2005

MOLTI PASSI AVANTI PER LA GIUSTIZIA MA NE SERVONO ALTRI
L'abolizione della "Corte di Sicurezza dello Stato" è già tanto purché le prerogative non passino poi ad altre istituzioni specifiche. Ci sono ancora molti nodi da sciogliere.
La_giustiziaIn its report regarding the "Operation of Turkish Judicial System", the European Union (EU) Commission stressed that important developments were achieved in the field of Turkish justice; however, Justice Ministry and the judiciary remain unwilling on some topics.
While the abolishment of the State Security Courts (Dgm) is viewed as a positive development, criticisms are that the high criminal courts with increased responsibility are simply de facto Dgm's.
The two jurists, Kjell Bjonberg and Paul Richmond who were assigned by the EU Commission between July 11th and 19th to investigate and negotiate in Turkey prepared the second Advisory Visit Report titled "Function of Judgment System at Turkish Republic". In the 177-paged report submitted to Justice Ministry in late November by the European jurists, it notes that Turks are sincere in their determination to create a judicial system coherent with EU standards and values. It is pointed out that during the 10-month period between the preparation of the first and second reports, it was observed that Turkey had undergone noteworthy changes in an effort modernize the judicial system.
These positive developments emphasized in the report include: removal of the Dgms, new arrangements brought with the Criminal Procedures Code (Cmk), National Judicial Network Project and approval of the courts of appellate.
16.02.2005

VELO ISLAMICO: ERDOGAN PRECISA
Il premier turco ha smentito di avere dichiarato che il suo Governo si prepara ad eliminare il divieto del turban femminile nelle Università. Ma un giornalista tedesco conferma.
Il_foulard_delle_donneIl premier turco, Recep Tayyip Erdogan, ha parzialmente smentito di avere dichiarato ad un giornalista tedesco che il suo Governo si prepara a eliminare il divieto del velo islamico femminile nelle Università turche. Ma lo stesso giornalista del <Welt am Sonntag>, autore dell'intervista (pubblicata domenica 6 febbraio), ha successivamente confermato di avere riportato fedelmente le parole di Erdogan.
''Ciò che è stato scritto a proposito del turban (velo islamico turco) non riflette le mie opinioni'' - ha dichiarato all'agenzia turca <Anadolu>, Erdogan, il quale ha, però, aggiunto: ''Ho detto al giornalista che noi possiamo compiere sforzi per eliminare il divieto di portare il turban, ma ho precisato che a tale fine è necessario il prerequisito di un compromesso sociale''.''Assolutamente non ho poi detto al giornalista tedesco che mia figlia porta il turban per essere alla moda''- ha concluso Erdogan.
Il giornalista tedesco ha, tuttavia, confermato le dichiarazioni di Erdogan, precisando di avere persino sottoposto il testo dell'intervista ad uno dei suoi più stretti consiglieri, Cuneyd Zapsu, e di averne ricevuto una chiara approvazione.
La dichiarazione di Erdogan aveva suscitato immediate reazioni ed una mobilitazione nel mondo laico turco ed in particolare nel mondo accademico ed intellettuale, che ritiene il velo femminile un ''simbolo politico antilaico''. Lo stesso mondo laico turco ritiene il divieto (stabilito con sentenza della Corte costituzionale) di portare il turban nelle Università, negli edifici pubblici e nelle cerimonie di stato, l'emblema stesso del carattere secolare della Repubblica turca. (take Ansa)
16.02.2005

IL 70% E' PERO' CONTRO IL DIVIETO
Secondo la maggior parte dei cittadini turchi intervistati quest'ultimo ostacolerebbe l'educazione delle studentesse che portano il foulard.
An overwhelming majority of people in Turkey find the headscarf ban unfair as it obstructs the educational rights of students who wear headscarves. A survey by Pollmark conducted on January 31st and February 1st revealed striking figures on the issue. Seventy percent of the respondents in the survey are against the headscarf ban in universities. According to the survey which also questioned political tendencies, the Justice and Development Party (Akp) is leading with a large margin.
According to the survey, the Turkish people also show a libertarian attitude to female civil servants. Sixty-three percent of the people interviewed indicated that female state officers should be free to choose to wear headscarves if they wanted.
Conducted in Istanbul, Tekirdag, Izmir, Bursa, Adana, Kayseri, Samsun, Trabzon, Erzurum, Malatya, and Gaziantep, the survey was prepared based on interviews with 3,062 people. According to the resulting figures, no serious changes have occurred in political preferences of people since the November 3rd 2002 general elections. Vote percentage of the Akp is still 37 percent while it is 14 percent for the Republican People's Party (Chp) and six percent for the True Path Party (Dyp) and the Nationalist Movement Party (Mhp). When adjusted for floating voters and abstentions, the Akp's share of the vote reaches 50 percent, the Chp, 19 percent, the DYP, 8.3 percent, and the Mhp, 8.5 percent.
The survey results also show that there is a strong support for the current economic policies. 62 percent find the government successful, which include 87 percent of the Akp supporters and 42 percent of the Chp supporters. (Political News Services/Zaman)
16.02.2005

NUOVO COMANDO ISAF IN AFGHANISTAN
Per i prossimi sei mesi saranno i soldati turchi tenere l'incarico sotto la guida del tenente generale dell'esercito Ethem Erdagi.
Comando_IsafLa Turchia ha assunto il comando dell'Isaf (Forza internazionale di assistenza alla Sicurezza), la missione Nato in Afghanistan, per i prossimi sei mesi. In questo periodo l'alleanza atlantica intende alleggerire gli impegni dei soldati americani e garantire la sicurezza nelle elezioni per il primo parlamento post-talebano del Paese.
Il tenente generale dell'esercito di Ankara, Ethem Erdagi, ha assunto l'incarico dall'Eurocorps, dominata da soldati francesi e tedesche, durante una cerimonia al quartier generale Isaf a Kabul. Con il comandante uscente, il tenente generale francese Jean-Louis Py, la forze multinazionale si è allargata fino a una porzione del nord dell'Afghanistan e ha garantito la sicurezza nelle elezioni di ottobre che hanno sancito il successo di Hamid Karzai, primo presidente eletto direttamente dal popolo nella storia dell'Afghanistan.
Sotto la guida turca, l'Isaf dovrebbe inoltre essere attiva nella zona ovest del Paese dove Italia, Spagna e Lituania dovrebbero fornire truppe supplementari. (ApCom)
16.02.2005

NUCLEARE: NESSUN VETO
Il Primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan - incontratosi con il ministro degli Esteri iraniano Kemal Kharrazi - ha affermato che Ankara non si opporrà al programma energetico di Teheran.
Iranian Foreign Minister Kemal Kharrazi met with Turkish Prime Minister Recep Tayyip Erdogan while both leaders were making official visits to Indonesia following the disaster of the century which hit Southeast Asian countries last December.
The meeting was held at 11:00 p.m. and lasted 15 minutes, Kharrazi said: "I heard you were here, so I wanted to visit you." When Erdogan saw Kharrazi, he reportedly told him: "The world is so small, that we meet here, too." During the talk, recent talk of the US targeting Iran was discussed. According to the reports, Kharrazi complained about the US position against them: "The US has constantly been making statements targeting Iran. We are disturbed by them," Kharrarzi reportedly told Erdogan. The Iranian Foreign Minister also noted that Iran will continue the nuclear programs that the US is so concerned about, because they are for peaceful and humanitarian purposes. Erdogan recommended that Iran would be better off cooperating with the International Atomic Energy Agency (Iaea) regarding the nuclear energy and said that if Iran acts in this direction, Turkey will not oppose its nuclear programs.
The elections in Iraq were also discussed by the two men who agreed that holding elections in Iraq is a turning point. The Turkish Prime Minister pointed out the importance of including Sunnis in the Constitution preparation process even though many Sunnis did not participate in the elections. Kharrazi said that Iran shares that opinion. Erdogan stressed that there can be no tolerance for further tension in the region and added that no incidents that could cause a war should be allowed to emerge. Erdogan and Kharrazi also discussed increasing the effectiveness of the Islamic Conference Organization. (Zaman)
16.02.2005

CEMENTIR 2004: REDDITIVITA' SEMPRE IN SALITA
Ciò in particolare grazie ai risultati ottenuti In Turchia.Gli stabilimenti di Izmir Kars. In Italia una lieve flessione dovuta all'aumento dei costi energetici.
CementirIl Cda della società, presieduto da Francesco Caltagirone Jr ha esaminato l'andamento dei conti del 2004 che, a perimetro costante, non consolidando i risultati di <Aalbrog Portland> e <Unicon>, compagnie danesi acquisite il 29 ottobre scorso, fanno registrare un Mol in aumento del 5%, a 92.2 milioni e un Ebit in rialzo del 9%, a 57.8 milioni. Bene anche i ricavi, cresciuti del 9.5%, a 320,3 milioni.
L'incremento dei margini operativi si legge nella nota della società, sono dovuti ai risultati ottenuti in Turchia, mentre in Italia si è registrata una lieve flessione a causa dell'aumento dei costi energetici e dei noli marittimi.
Considerando il consolidamento dei risultati di <Alborg> e <Unicon>, l'esercizio 2004 si è chiuso per <Cementir> con un fatturato in crescita a 395.1 milioni. (take Asca)
LO STABILIMENTO DI IZMIR
Lo_stabilimento_Cementir_ad_IzmirCon i suoi 2,2 milioni di tonnellate di capacità, lo stabilimento di Izmir soddisfa da solo circa il 30% del fabbisogno di cemento nella Regione Egea e circa il 4% in Turchia. Inoltre, la sua posizione geografica e la vicinanza al porto di Izmir agevolano le esportazioni che, a seconda della domanda nazionale si attestano intorno al 30-40 percento della produzione totale. I milioni di tonnellate di cemento prodotti sono il frutto dell'esperienza e della qualità acquisite in cinquantadue anni.
<Çimentas> produce cemento tenendo sempre in considerazione la tecnologia e gli standard mondiali, ed ha utilizzato per prima nel mondo un "Horomill" (mulino a rulli orizzontali), che permette un grande risparmio di energia ed è un chiaro esempio della tecnologia più avanzata.
Izmir produce:
:: Cemento tipo II/A-V 52,5N Portland alle ceneri volanti
:: Cemento tipo I 42,5R Portland
:: Cemento tipo II/A-M 42,5N Portland composito
:: Cemento tipo II/A-M 32,5R Portland composito
:: Cemento tipo II/B-M 32,5N Portland composito
:: Clinker
LO STABILIMENTO DI KARS
Lo_stabilimento_Cementir_di_KarsE' stato fondato nel 1976, soprattutto per far fronte alle esigenze dei cantieri edili dell' Est Anatolia. Il cementificio di Kars è in grado di coprire circa il 20% del fabbisogno della regione. Quando lo stabilimento di Kars fu acquisito, a seguito di un processo di privatizzazione il 18 giugno 1996, la capacità produttiva era di 270.000 tonnellate. Con i nuovi investimenti la capacità ha raggiunto le 400.000 tonnellate. Il cementificio di Kars, operando secondo i principi di responsabilità ed intelligenza del Gruppo Cimentas, continuerà a produrre cemento per cantieri garantendo una perfetta qualità.
Kars produce:
:: Cemento tipo I 32,5R Portland
:: Cemento tipo II 32,5R Portland composito
:: Cemento tipo II 32,5N Portland composito
16.02.2005

UNA CINA ANCOR PIU' VICINA: LA TURCHIA
Il miracolo economico promuove Ankara proiettata verso l'Europa. Crescita dell'8 per cento, inflazione ad una cifra, produzione record, consumi alle stelle.
Una_Cina_più_vicina_foto_PanoramaUna_Cina_più_vicina_foto_PanoramaNumero 7 di <Panorama> del 17 febbraio 2005. Pagina 96 e seguenti. Andatevi a leggere l'articolo scritto da Francesco Folda dal titolo: "Turchia. Una Cina più vicina". E subito sotto: Crescita all'8 per cento, inflazione a una cifra, produzione record. consumi alle stelle: così sul Bosforo si affollano gli investitori stranieri. Con gli italiani in prima linea. Un passo significativo, che poi sono gli ultimi capoversi: Donne velate e muezzin sono solo una faccia della medaglia turca. Nell'altra ci sono campus universitari all'avanguardia, una conoscenza dell'inglese approfondita e diffusa, un milione di neo-maggiorenni che si affacciano ogni anno al mercato del lavoro con tanta voglia di uscire dall'anonimato.
Possiamo contare su dipendenti  diligenti e un management affidabile. Tanto che non solo spostiamo qui il personale dalle sedi dell'Est Europa per l'addestramento, ma mandiamo i turchi nelle sedi estere: dopo gli italiani soni i primi espatriati nel gruppo", ammette Carlo Costa, responsabile delle attività Pirelli in Turchia: "Non so se la Turchia entrerà tra dieci anni o più avanti. So che la Turchia è già Europa".

Nulla da aggiungere. Ma un consiglio: la Lega Nord si legga l'articolo.
16.02.2005

 
NUOVI INVESTIMENTI

Per George Soros, vecchio uomo di affari americano, il settore della cioccolata è quello che andrebbe a tirare di più in Turchia.
George_SorosReknown American financier George Soros has announced that he has plans for new investments in Turkey. Soros said the European Union (EU) process and reforms made because of this process will make Turkey more attractive. Soros noted that Turkey's EU aspirations should be supported as it has achieved tremendous success on its way to the EU.
Soros entered the oil sector in 2003 with the purchase of the Turkish brands "Yudum" and "Sirma," and says his new investment will be in the chocolate sector.
Soros met with a group of Turkish businessmen in Davos during the World Economic Forum last week as well as Turkish Prime Minister Recep Tayyip Erdogan, State Minister for Economy Ali Babacan and Finance Minister Kemal Unakitan.
The 74 year old American businessman does not become actively involved in the administration of the companies, but does run the Soros Fund Management (Sfm) investment company. (Anadolu News Agency/Zaman)
16.02.2005

MOODY'S MIGLIORA L'OUTLOOK
Da stabile è passato a positivo alla luce dei progressi economici della Turchia.
Moody's ha cambiato l'outlook sulla Turchia da stabile a positivo alla luce dei notevoli progressi economici del paese fin dal 2001 e in prospettiva di un significativo sforzo economico, finanziario e persino politico per l'integrazione nell'Unione Europea.
16.02.2005
 
RISTRUTTURAZIONE DEL SETTORE AGRICOLO
Il presidente della Tusiad, Omer Sabanci, ha affermato che con una simile politica la Turchia potrà accrescere il livello di competitività del Paese.
Omer_SabanciIl Presidente della Tusiad, Omer Sabanci, ha recentemente affermato che la ristrutturazione del settore agricolo, in termini di innalzamento dei livelli di qualità nella produzione, aumento dell'efficienza e razionalizzazione del sistema dei prezzi,  potrà contribuire ad accrescere il livello di competitività del Paese rafforzando il legame tra  settore agricolo ed industria alimentare. In tale contesto Sabanci ha anche ribadito la necessità, per la Turchia, di adeguare i propri standard alimentari all'acquis comunitario in tale importante settore. (fonte Ambasciata d'Italia ad Ankara)
16.02.2005

 
ADDITIVI: LEGISLAZIONE ATTUALE E FUTURA

Un seminario su questa materia si è svolto ad Ankara. Ad organizzarlo il nostro ministero dell'Agricoltura con la sponsorizzazione della <Perfetti van Melle Turchia>.
Perfetti_van_MelleSi è svolto ad Ankara un seminario organizzato dal ministero dell'Agricoltura e sponsorizzato dalla <Perfetti van Melle Turchia>, dal titolo "Legislazione attuale e futura sugli additivi". Nel corso della giornata di lavori sono state analizzate le legislazioni turca ed europea in materia nonché le problematiche relative all'informazione ed alla protezione dei consumatori. Oltre a funzionari del predetto dicastero e della <Perfetti van Melle>, sono intervenuti anche da parte italiana, Mario Salmona, dell'Istituto di Ricerca Farmacologica <Mario Negri> e Anna Paonessa dell'Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari (Aiipa) della Confindustria. La Turchia, è attualmente in fase di revisione ed armonizzazione del proprio "codice alimentare" agli standard europei. (fonte Amb. d'Ita)
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6.02.2005

EXPORT BOOM VERSO l'IRAK
Realizzata dalla Turchia per il 2004 1.86 miliardi di dollari, somma che non potrà essere però raggiunta quest'anno per le precarie condizioni di sicurezza. Apertura di filiali di istituti di credito.
Ercüment Aksoy, Presidente per parte turca del Business Council turco-iracheno del <Deik>  (Consiglio per le Relazioni Economiche con l'Estero), ha dichiarato che le esportazioni turche verso l'Irak hanno totalizzato nel 2004 la somma di $ 1.86 miliardi e che sarà difficile raggiungere tale somma nel corso del 2005 a causa delle precarie condizioni di sicurezza in quel Paese. Aksoy ha tuttavia ribadito l'interesse degli imprenditori turchi per il vicino mercato iracheno, soprattutto per quanto attiene alle gare statali, segnalando altresì che il numero dei viaggi d'affari in Irak è in costante diminuzione a causa delle precarie condizioni di sicurezza. Parallelamente, il ministro di Stato per il Commercio Estero, Kursad Tüzmen, ha affermato che il Governo sarebbe intenzionato ad agevolare l'apertura di filiali in Irak di alcuni istituti di credito turchi, al fine di sostenere gli interessi dei propri uomini d'affari. Le recenti elezioni in Irak aprono pertanto nuovi importanti scenari per le relazioni economiche tra la Turchia ed il confinante Irak, nella misura in cui potranno migliorare le condizioni di vita e la sicurezza interna.  (fonte Amb.d'Ita)
16.02.2005

IMPORTANZA DEI PRIVATI
Secondo il presidente della Tobb, nel processo di armonizzazione della Turchia con l'UE, questi non possono essere messi da parte. Ci vuole trasparenza ed un forte potere di rappresentanza. 
Rifat_Hisarciklioglu_presidente_della_TobbIl Presidente della Tobb (Associazione turca delle Camere di Commercio e delle Borse), Rifat Hisarcıklıoğlu, in occasione della cerimonia di avvio di un programma di formazione per giornalisti realizzato in cooperazione con l'Istituto turco di Ricerca delle Politiche Economiche,  ha sottolineato la necessità che i prossimi negoziati con l'UE consentano la partecipazione del settore privato ad ogni fase del processo di armonizzazione. Secondo Hisarcıklıoğlu, sarà di fondamentale importanza che nel prossimo futuro le comunicazioni tra la Turchia e l'Unione Europea siano condotte da rappresentanti qualificati che assicurino trasparenza e che abbiano un forte potere di rappresentanza. Solo in questo modo, secondo il Presidente della Tobb, il processo negoziale si concluderà in tempi brevi. (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

AMMINISTRAZIONE FISCALE
Esistono in Turchia due proposte di di testo, una del locale ministero delle Finanze ed una del Tax Council. In fase conclusiva i provvedimenti richiesti dal Fmi.
Il vice Primo Ministro turco  Abdüllatif Şener ha recentemente dichiarato che sono in fase conclusiva i provvedimenti richiesti alla Turchia dal Fmi. In particolare, il Governo vuole assicurarsi che venga finalizzato un testo soddisfacente e completo che serva come base per la Legge sulla riforma del settore bancario, che preveda meccanismi di ispezione e pre-avvertimento contro i rischi finanziari. Quanto alla riorganizzazione dell'Amministrazione fiscale, esistono attualmente due proposte di testo, una del ministero delle Finanze ed una del Tax Council, che saranno considerate in sede di valutazione finale per l'approntamento del disegno di legge. (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

STABILITA' ECONOMICA
E' necessaria  - ha detto il ministro turco Ali Babacan - per attirare maggiori flusso di investimento nel Paese.
Ali_BabacanIl ministro di Stato per l'Economia, Ali Babacan, nel corso del recente Forum Mondiale sull'Economia svoltosi a Davos, ha ribadito che il Paese punta a mantenere una stabilità politico-economica di lungo periodo per poter attirare maggiori flussi di investimento ed ha sottolineato come, a seguito della decisione della Commissione UE di dare avvio ai negoziati di adesione il prossimo 3 ottobre, siano considerevolmente aumentati gli investimenti finanziari nel Paese. (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

DISAVANZO
In base alle dichiarazioni della Banca Centrale turca, a fine 2004 il disavanzo delle partite correnti  ha raggiunto i 15.573 milioni di dollari (circa il 5% del PNL), con una variazione del 93.7% rispetto al 2003 dovuta in via principale al deficit commerciale. (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

COMMERCIO DELLE "ZONE FRANCHE"
Nel 2004 aumentato il volume di affari del 33.1%. In testa quella del Pellame e dell'Industria di Istanbul, seguita da quella dell'aeroporto Ataturk.
Secondo un rapporto del Sottosegretariato turco per il Commercio Estero, il volume di commercio delle cosiddette "zone franche" è cresciuto del 33.1% nel 2004, raggiungendo l'ammontare di 22.1 miliardi di dollari. Le quattro maggiori zone franche per volume di commercio si sono rivelate quella del Pellame e dell' Industria di Istanbul, l'Aeroporto Ataturk di Istanbul, la zona franca di Mersin e quella Egea, con un interscambio che costituisce il 70% del volume di commerci dell'intero Paese. (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

ANNO RECORD
Meglio di così il turismo non poteva andare. Introiti (2004) per 15.89 miliardi di dollari con un incremento del 20% rispetto all'anno precedente.
Secondo i dati recentemente pubblicati dal Istituto Centrale di Statistica (Die) turco, il 2004 è stato un anno record per il turismo che, confermando le aspettative del Governo,  ha registrato introiti pari a 15.89 miliardi di dollari, con un incremento del 20% rispetto al 2003 ($ 13.20 mldi); di questi, 12.12 miliardi sono da attribuirsi al turismo straniero ed i restanti ai turchi espatriati che hanno scelto il proprio paese di origine per trascorre le vacanze. In termini di presenze, i turisti stranieri hanno raggiunto 20.26 milioni di unità. (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

SCESO IL DEBITO
E' passato in Turchia a 235.7 miliardi di dollari, quattro in meno tra la fine di novembre e la fine di dicembre. Su base annua c'è stato invece un aumento.
Secondo dati diffusi dal Sottosegretariato al Tesoro turco, il debito consolidato del bilancio dell'Amministrazione a fine dicembre 2004 è sceso a $ 235.7 miliardi, $ 4 miliardi circa in meno rispetto al dato di fine novembre. Su base annua, tuttavia, il debito ha registrato un aumento del 16% rispetto al 2003.  Il 71% della cifra totale (167.3 miliardi di dollari) è da imputarsi al debito interno ed il 29% (68.4 miliardi di dollari) al debito esterno. (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

INFLAZIONE GIU'
Il trend è al ribasso. I dati dell'istituto di Statistica turco. La grande fiducia dei consumatori.
Secondo le previsioni mensili della Banca Centrale turca, nel corso dell'anno l'inflazione continuerà il suo trend al ribasso (si ricorda che l'obiettivo governativo per il 2005 è quello di un'inflazione all'8%), mentre è previsto un ulteriore aumento dell'indice di fiducia dei consumatori, già cresciuto del 2.40% nel dicembre 2004 rispetto al mese precedente, portandosi al 105.2. (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

FIDUCIA NELLA TEKEL
Bandita da oggi 18 febbraio in Turchia la gara per la privatizzazione dei Monopoli di Stato per i Tabacchi che vede interessate alcune grosse compagnie.
L'Amministrazione turca per le Privatizzazioni prevede che la gara per la privatizzazione della <Tekel> (Monopoli di Stato per i Tabacchi), che verrà bandita nella giornata di oggi 18 febbraio, riporterà ottimi risultati. Tra le compagnie interessate a partecipare alla privatizzazione della <Tekel> ci sono la <Japan Tobacco> e la <British American Tobacco>. (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

IMPRESE TURCHE PER IL CARBONE: LE PROSSIME GARE DI INVESTIMENTO
Riguardano gli <Impianti di lavaggio ed imballaggio per impianti di lignite> nella zona di Seyitomer-Orhaneli, lo <Sviluppo delle riserve di lignite e ricerca di nuove riserve>, la <Meccanizzazione della miniera sotterranea di Omerler>.
Omerler_è_ancora_una_zona_molto_agricola_nonostante_le_miniere_di_carboneNei prossimi mesi le Imprese turche per il Carbone (Tki) annunceranno le seguenti gare  nell'ambito del programma di investimento per il 2005:
1)      Impianti di lavaggio e imballaggio per impianti di lignite: nei prossimi tre mesi verranno annunciate le gare per la fornitura  di un certo numero di unità per il lavaggio e l'imballaggio da installare negli impianti di lignite di Seyitömer-Orhaneli, finalizzate a migliorare la qualità del prodotto compatibilmente con la progettazione delle centrali termiche e le nuove leggi sulla protezione dell'ambiente;
2)      Sviluppo delle riserve di lignite e ricerca di nuove riserve:
investimenti per un totale di 15 milioni di Nuove Lire Turche (Ytl), circa € 26 milioni,  sono previsti per i prossimi cinque anni. Di tali fondi, 3 milioni di Ytl, circa 5 milioni di euro,  verranno stanziati nel 2005 per la ricerca e sviluppo di riserve di lignite.
3)      Meccanizzazione della miniera sotterranea di Ömerler:
questo progetto, inserito nel passato nei programmi di privatizzazione, era stato depennato nel 2001 perché ritenuto "non economico"; alla luce di nuove valutazioni che ne hanno stabilito la fattibilità economica, sarà riproposto nel corso dell'anno con la pubblicazione di una gara. (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

CENTRALI ATOMICHE
La Turchia ha intenzione di costruirle in zone antisismiche e lontano dal mare. Saranno operative dal 2012.
Centrali_atomicheNel quadro del programma sull'energia nucleare, il ministero dell'Energia turco sta valutando la possibilità di investire nel corso dell'anno sette milioni di Nuove Lire Turche (Ytl), pari a circa € 12 .2 milioni, come capitale d'avvio per la costruzione di tre centrali nucleari, che saranno operative a partire dal 2012. Secondo le dichiarazioni del Governo, le centrali verranno installate preferibilmente in zone antisismiche e lontane dal mare, meglio se in prossimità di un fiume.  (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

RIESAME
Innalzamento degli indicatori creditizi in Turchia da parte dell'agenzia di rating <Standard and Poor's>.
Un team di esperti della nota Agenzia internazionale di rating <Standard and Poor's> sta procedendo ad un riesame della Turchia che dovrebbe dar luogo  ad un innalzamento degli indicatori creditizi entro il prossimo mese. (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

INDICATORI MACROECONOMICI
PNL (primi 9 mesi 2004) 9.7%
PNL pro-capite: 3.383 euro (2003)
Inflazione  (prezzi al consumo): 9.32% (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005
 

INTERSCAMBIO CON L'ITALIA
Riguarda il periodo gennaio/novembre 2004 per un valore di 10.258 miliardi di dollari. Quale l'import, quale l'export.
Gen./Nov. 2004: interscambio di 10.258 miliardi di dollari,  di cui  4,102 miliardi di importazioni dalla Turchia (+ 40,5% rispetto allo stesso periodo del 2003) e 6,156 miliardi di esportazioni italiane (+ 28,1%) con un saldo attivo di circa 2 miliardi di dollari. (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

PROTOCOLLO DI KYOTO: OPPORTUNITA' PER LE IMPRESE ITALIANE ALL'ESTERO
Realizzazioni di progetti che mirano alla riduzione delle emissioni di gas in altri Paesi che hanno vincoli. Tra questi, la Turchia. Informazioni più dettagliate possono essere reperite attraverso un sito del ministero dell'Ambiente.
Protocollo_di_Kyoto_contro_l'inquinamentoIl protocollo di Kyoto apre nuove interessanti possibilità per le imprese operanti all'estero che siano interessate ad attuare progetti suscettibili di ridurre le emissioni di gas serra. Come noto, l'Italia è vincolata a norma di Protocollo (in vigore dal 16 febbraio) a ridurre nel periodo 2008-2012 di circa il 6.5 % le proprie emissioni di gas-serra. Il Protocollo consente tuttavia, attraverso i cosiddetti "Meccanismi Flessibili" di realizzare tali riduzioni anche al di fuori del territorio nazionale, acquisendo in tal modo crediti di emissione. In particolare, i Meccanismi di Joint Implementation  (J.I.) permettono ai Paesi con vincoli di emissione (Paesi industrializzati o ad economia di transizione, elencati nell'annesso I ) di realizzare progetti che mirano alla riduzione delle emissioni in altri Paesi con vincoli di emissione (tra cui la Turchia). Al fine di agevolare l'utilizzazione di tali strumenti, il ministero dell'Ambiente ha attivato uno "Sportello Meccanismi" per la elaborazione e l'esame di progetti la cui realizzazione comporti una riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. Informazioni più dettagliate possono essere reperite attraverso il sito del Ministero dell'Ambiente all'indirizzo http://www.meccanismiflessibili.it  (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

ATTIVITA' INSME
Associazione <no profit>, la missione è quella di promuovere la cooperazione internazionale e le partnership pubbliche e private. Gli aggiornamenti per i prossimi mesi
Si riportano di seguito alcuni aggiornamenti sull'attività Insme nei prossimi mesi. L'Insme (International Network for Small and Medium-Sized Enterprises) è una associazione no profit la cui missione è quella di promuovere la cooperazione internazionale e le partnership pubbliche e private nel settore dell'innovazione tecnologica e del trasferimento di tecnologia alle piccole e medie imprese, anche attraverso il dialogo multilaterale e la cooperazione Nord-Sud. 
1. Insme Annual Meeting 2005
"International co-operation to seize innovation opportunities for SMEs"
Barcelona, 13-15 April 2005
World Trade Center
for registration: www.annualmeeting2005.insme.org
for information contact: secretariat@insme.it
2)
Training Programme

Wipo-Iinsme International Training Programme on Intellectual Property and Management of Innovation in Small and Medium-sized Enterprises
11 - 13 May 2005
Wipo headquarters, Geneva 
The
Insme Association <http://www.insme.org/> in cooperation with the World Intellectual Property Organisation (Wipo) <http://www.wipo.int/> - is organising a joint International Training Programme on Intellectual Property and Mangement of Innovation in Small and Medium-sized Enterprises.
The training programme will take place at WIPO's Headquarters in Geneva (Switzerland) from the 11 - 13 May, 2005. The main objective of the course is to provide participants with the knowledge and an Intellectual Property Rights (Iprs) foresight in applying innovation in Small and Medium Enterprises.
Participation is open to the staff from public and private intermediary organisations interested in IPRs' and Innovation issues. As the previous courses
organized by Insme, it will have both a theorical and practical approach. The knowledge will be based on international experiences.
The payment of a tuition fee is foreseen for participation in the course.
For information contact: secretariat@insme.it (fonte Amb. d'Ita)
16.02.2005

TROPPA OFFERTA
La Germania richiede cinquemila lavoratori l'anno per le sue fabbriche ma la Turchia è in grado di soddisfare solo la metà della domanda.
Lavoratori_in_GermaniaTurkey cannot fill the yearly quota of average 5,000 workers set by Germany. Some Turkish companies, which benefit from this right do not want to deal with the bureaucracy.
Turkey, with an official unemployment figure of 2.5 million, is not filling the 5,000-worker quota offered by Germany. Turkey sent only 2,085 workers last year with a quota of 5,520, which was the same figure as in 2003. Germany that has started to signal that they could reduce the quota due to the abuse of some companies. Social security expert Ali Tezel remarked yesterday regarding