Arretrati 

Anno 5° N.37

GOVERNO IN ANSIA
Atmosfera tesa ad Ankara per i <paletti> innalzati dall'UE. Ma il Primo Ministro turco, Recep Tayyp Erdogan, è stato categorico: nessun diktat da parte di Bruxelles. Occorre attenersi a Copenaghen.
Il_premier_turco_Recep_Tayyip_Erdogan''Ci sono molti problemi. L'atmosfera è tesa. Stiamo resistendo'' - ha dichiarato il ministro degli Esteri turco Abdullah Gul prima di partire per Bruxelles, con riferimento alle ''nuove condizioni'' ed ai ''paletti'' che l'Unione europea starebbe per porre sul cammino della Turchia verso l'adesione all'UE.
Si sono sensibilmente intensificate, in queste ultime ore, le
preoccupazioni del Governo di Ankara a poco meno di una settimana dal vertice europeo di Bruxelles del 17 dicembre, dove i Capi di Stato e di Governo dell'UE diranno probabilmente un ''si' condizionato'' all'avvio di un negoziato non irreversibile, ma ''open ended'' (e cioé aperto sia per quanto riguarda il suo termine sia per quanto attiene al suo esito).
Lo stesso Gul, prima di partire per Bruxelles, ha definito
''più negativa della prima'' la seconda bozza del memorandum che gli ambasciatori e la Commissione dell'UE hanno preparato per i Capi di Stato e di Governo in vista del vertice stesso.
Due aspetti di questa seconda bozza preoccupano in
particolare il Governo di Ankara: il primo è la volontà di Bruxelles di menzionare apertamente nel documento con cui al vertice sarà offerto alla Turchia un negoziato (per una data da decidere nel corso del 2005) la possibilità di un cambiamento futuro di oggetto, dalla piena membership alla partnership privilegiata, un'ipotesi quest'ultima che il Governo turco considera una retrocessione rispetto alle promesse europee del passato.
''L'obbiettivo della piena membership non è negoziabile. Non
si possono cambiare le regole del gioco dopo che la partita è cominciata'' - ha dichiarato ancora una volta oggi il premier Recep Tayyip Erdogan.
Il secondo aspetto preoccupante per Ankara è la richiesta
europea di un riconoscimento turco della Repubblica di Cipro prima di cominciare il negoziato stesso con l'UE, una richiesta che - secondo fonti diplomatiche europee- un numero crescente di Paesi membri sta esprimendo con crescente determinazione, ma che Ankara non potrebbe mai accettare, se non contestualmente ad una soluzione politica della divisione dell'isola che riconosca le due nazioni esistenti a Cipro.
''Solo le Nazioni Unite possono chiederci di riconoscere la
Repubblica di Cipro. L'UE ha commesso l'errore di ammettere Cipro greca (la Repubblica di Cipro,ndr) come suo membro nonostante i greco-ciprioti abbiano respinto il piano Annan, mentre la Turchia lo ha appoggiato. Ora la membership della Turchia non può dipendere dal problema cipriota''- ha proseguito Erdogan.
Crea acute ansie poi ad Ankara il fatto che nella stessa
ultima bozza preparata a Bruxelles per il vertice, su insistenza della Francia, ''nell'interesse dei Paesi membri'', si mette persino in dubbio ''la capacità dell'UE di assorbire nuovi Stati, mantenendo attivo il processo di integrazione''. Questa dizione - secondo Ankara - non solo darebbe forza alle proposte di indire referendum popolari sulla adesione della Turchia, ma potrebbe segnalare l'intenzione di alcuni Paesi a dichiarare chiuso il processo di allargamento dell'UE, pur riconoscendo che la Turchia sarebbe pronta all'adesione e nonostante le promesse fatte in passato ad Ankara.
''L'Europa non può imporre nuove condizioni. L'Europa ha
posto le sue precondizioni a Helsinki nel 1999. Nuove condizioni sarebbero inaccettabili'' - ha dichiarato Erdogan ricordando il suo leit motiv, secondo cui ''la Turchia giocherà nell'UE un ruolo chiave nel promuovere il dialogo tra le civiltà''.
Tre sono - secondo il governo turco - i punti fermi a cui il
vertice di Bruxelles dovrebbe rispondere positivamente:  
1. l'attestazione che la Turchia ha realizzato i criteri di
Copenaghen. 
2. fissare, senza rinvii, una data precisa per l'inizio di un negoziato irreversibile ed incondizionato.
3. il negoziato dovrebbe avere come oggetto la piena membership
e non prevedere alternative, come la partnership privilegiata. Ma a Bruxelles sembra spirare un'aria molto diversa. (Lucio Leante/Ansa)
11.12.2004

TOLLERANZA ZERO SU TORTURA E MALTRATTAMENTI
Il riferimento nella bozza del documento che sarà posto lunedì prossimo, 13 dicembre, all'attenzione degli ambasciatori europei. Un <paletto> messo all'ultimo momento.
C'è un riferimento alla messa in opera della tolleranza zero nei confronti ''della tortura e dei
maltrattamenti'' nella bozza di conclusioni dei Capi di Stato e di Governo dell'UE, che il 17 dicembre a Bruxelles dovranno pronunciarsi sull'apertura dei negoziati di adesione della Turchia all'Unione.
Il progetto passerà nei prossimi giorni all'esame degli
ambasciatori europei che potrebbero intervenire con delle modifiche, e lunedì 13 dicembre sarà sul tavolo dei ministri degli Esteri dell'UE e quindi potrebbe subire ulteriori cambiamenti.
Per gli osservatori a Bruxelles, il riferimento
all'attuazione pratica della tolleranza zero per tortura e maltrattamenti è stato rimesso sul tavolo da alcune delegazioni, tra cui quella francese e austriaca, con un duplice obiettivo: rassicurare l'opinione pubblica interna, ma anche per inviare un messaggio ad Ankara affinché mantenga fermo e irreversibile il processo di riforma politica.
Di fatto, il Governo turco ha già adottato una linea tesa a
garantire tolleranza zero nei confronti dei casi di tortura e di maltrattamento. Il problema e' l'attuazione pratica della legislazione in quanto le organizzazioni non governative denunciano ancora numerosi casi. 
Secondo esperti a Bruxelles l'aspetto positivo è che ora si tengono dei processi per far luce sulle denunce, mentre in passato prima di portare il caso in sede giudiziaria era necessaria un'autorizzazione amministrativa.
Nella bozza di conclusioni che passerà all'esame degli
ambasciatori europei si fa anche riferimento alla ''capacità di assorbimento'' di nuovi Stati membri da parte dell'UE: un elemento già previsto dalle conclusioni del Consiglio europeo di Copenaghen del 1993, che aveva fissato i criteri di adesione dei Paesi candidati. 
Nel testo si dice che la ''capacita' di assorbimento di nuovi membri da parte dell'Unione, conservando lo slancio di integrazione europea, e' un elemento importante da prendere in considerazione nell'interesse generale dell'UE e dei Paesi candidati''. L'introduzione di questo elemento, secondo quanto appreso, è stato richiesto dall'Austria, che rappresenta uno degli stati più scettici nei confronti di un'apertura del negoziato di adesione con la Turchia.
Nel progetto di conclusioni sono previste anche clausole di
salvaguardia, con riferimento alla libera circolazione dei lavoratori.
Tra i nodi importanti da sciogliere da parte dei leader
europei c'è la fissazione della data di avvio dei negoziati, ma anche quale sarà la loro natura e il loro obiettivo finale.
Secondo alcuni stati membri dovrebbe essere stabilito
chiaramente che l'apertura dei negoziati, non solo non ne assicura la chiusura ma potrebbe sfociare anche in un risultato diverso dall'adesione, ad esempio in un partenariato speciale. Un'idea che è già stata fortemente respinta da Ankara. (take Ansa)
11.12.2004

ADESIONE, UN'OPPORTUNITA'
Il ministro degli Esteri italiano, Gianfranco Fini, è stato molto chiaro: non c'è senso a proporre soluzioni alternative, come il partenariato, se non irritare l'opinione pubblica turca.
''Se in Italia non vi è un dibattito acceso sull'adesione della Turchia all'Unione europea come accade in altri Paesi è perché gli italiani vedono nell'adesione turca piuttosto una opportunità''. E' quanto ha affermato il ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, a margine dell'incontro del Consiglio Atlantico al quartier generale della Nato a Bruxelles. ''Perché in Italia la questione turca non preoccupa? Perché - si è chiesto ancora Fini- non ci sono posizioni così radicali come in Francia e Germania?
Evidentemente perché l'opinione pubblica percepisce l'adesione piuttosto come opportunità che come rischio''. Riferendosi alla posizione del Carroccio il ministro di è limitato ad osservare: ''che poi vi siano da parte della Lega sottolineature di alcuni problemi che sono certamente sul tavolo, lo so''. Fini ha aggiunto che ''mi sono confrontato con tutte le forze politiche e ho preso buona nota delle perplessità leghiste. Ma non credo si possa imputare al Governo italiano una mancanza di dibattito''.
Il titolare della Farnesina ha espresso forti dubbi sulla possibilità che si possa tenere un referendum sulla questione dell'adesione della Turchia. ''la Costituzione italiana - ha spiegato Fini - è molto chiara: ditemi voi quale articolo si possa attivare per fare un referendum...''.
Fini si è anche detto contrario all'ipotesi ventilata da alcuni Paesi, tra cui la Francia, che i negoziati possano arrivare a una soluzione diversa dalla piena membership all'Unione europea. Della questione ne ha parlato con il ministro degli Esteri francese Michel Barnier, in un incontro bilaterale a margine dell'odierno Consiglio Atlantico.
''Quello con la Turchia - ha spiegato il ministro - è un negoziato atipico rispetto a tutti gli altri perché prevede esplicitamente la possibilità di interromperlo. Quindi, non c'è alternativa: l'ipotesi che qualcuno fa di un partenariato speciale non la capisco perché non si tratta di un negoziato che necessariamente debba avere una conclusione positiva, anche se il mio auspicio naturalmente è che l'esito sia positivo''. Il ministro si è chiesto quale sia ''il senso di proporre alternative, se non quello di irritare l'opinione pubblica turca e di creare l'impressione che l'Unione europea non tiene fede agli impegni presi''. Di qui un monito, chiedendo di immaginarsi ''che cosa potrebbe accadere in un Paese governato da un partito che è di origini islamiche - ha affermato Fini - dopo che la UE ha giustamente chiesto tanti esami, che la Turchia ha superato, e dopo che l'UE chiede giustamente un monitoraggio. Vi è la preoccupazione che si posa spingere l'opinione pubblica verso l'estremismo''.
Fini ha ricordato infine che ''è stata la Turchia a chiedere l'adesione, non che l'UE per chi sa quale ragione abbia poi chiesto'' l'ingresso di Ankara. Infine il capo della diplomazia italiana ha voluto sottolineare come la Turchia sia ''un esempio di piena accettazione dei valori democratici da parte di una popolazione che è a sua grande maggioranza islamica''.
"La Turchia - ha osservato Fini - è li a dimostrare la piena compatibilità tra l'islam e i valori democratici''. (take Adnkronos)
11.12.2004

"APERTURA NEGOZIATO"
E' quello che auspica il vicepresidente dell'Esecutivo UE, Franco Frattini, a proposito dell'adesione della Turchia al Club dei 25.
Franco Frattini si è schierato ancora una volta a favore dell'avvio dei negoziati di adesione della Turchia all'Unione Europea, di cui si discuterà al prossimo Consiglio del 16 e 17 dicembre. Il commissario alla Giustizia e vicepresidente dell'Esecutivo di Bruxelles ha ricordato le raccomandazioni della precedente Commissione che aveva sollecitato l'apertura delle trattative.
"Non aprire un negoziato con la Turchia vuol dire secondo la Commissione, ed è giusto, chiudere le porte in faccia a un Paese che ha fatto passi avanti straordinari sulla strada delle riforme", ha sottolineato Frattini a margine del convegno "Sponde 2004" alla Farnesina. "Io spero che Paesi membri UE seguano suggerimento della commissione", ha proseguito, "auspico che il negoziato si apra". (take Agi)
11.12.2004

MANIFESTAZIONE A MILANO
Indetta per il 19 dicembre dalla Lega per protesta contro una eventuale apertura dei negoziati a favore di Ankara, vedrà tra gli aderenti anche il ministro della Giustizia italiano Roberto Castelli.
Roberto Castelli, dismette "la veste da ministro della Giustizia per indossare i panni del militante" della Lega, ed invita tutti a partecipare alla manifestazione del 19 dicembre a Milano per chiedere un referendum sull'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Una manifestazione importante per due ragioni, spiega, la prima perché si tratta di "un tema importantissimo che va al di là dei temi, pur importanti, delle tasse o del governo. Questo riguarda la nostra vita e quella dei nostri discendenti", e la seconda perché "è la prima grande manifestazione che la Lega fa quest'anno. E' stata voluta da Bossi in persona e lui ci seguirà. Bossi - sostiene Castelli - segue sempre tutto: dal terremoto a Brescia alla questione della riforma della giustizia". E allora "sarà con noi e ogni uomo in più alla manifestazione sarà una piccola gioia in più per lui". "La Lega - dichiara Castelli intervenendo ai microfoni di <Radio Padania Libera> - è destinata a fare da avanguardia, anche intellettuale. So per certo che ci sono altre forze culturali in Italia contrarie all'ingresso della Turchia, ma non hanno il coraggio di dirlo. Quindi la Lega deve sobbarcarsi anche questo fardello. Andare contro corrente, contro il pensiero unico che vuole tutti i popoli uguali. Noi abbiamo però il dovere di dire le cose come stanno".
Castelli critica poi il fatto che la discussione si sia tenuta venerdì quando "il Parlamento è vuoto. Questo la dice lunga. Non si volevano dire certe cose a Parlamento gremito, ma noi il dibattito lo vogliamo aprire. Non si può prendere una decisione così importante nelle segrete stanze. Il popolo deve partecipare e poi decidere". (take Agi)
11-12.2004

GISCARD: IMPARIAMO AD ESSERE 25
Per il presidente della Convenzione europea - che insiste sul fatto di una Turchia affatto europea - occorre fare una pausa di riflessione prima di dire sì all'ingresso di Ankara.
''Non facciamo l'allargamento a
tappe forzate. L'Europa si fermi un attimo. Impariamo per il momento a funzionare in 25'': lo ribadisce con forza Valery Giscard d'Estaing, presidente della Convenzione, sottolineando che la Turchia è ''un Paese dell'Asia'', fa parte di ''un ambiente importante, ma che non è europeo''.
Che la Turchia sia asiatica ''non è una critica, ma un
fatto - spiega Giscard in un'intervista al settimanale <Paris Match> - più del 90% del suo territorio è in Asia, il 90% delle sue frontiere è con i Paesi asiatici, le grandi risorse delle regioni confinanti sono in Asia. Quando si affronta il grande dibattito sui valori in Europa e si cerca di specificare il catalogo di questi valori, ci si accorge che, storicamente, i turchi non hanno condiviso nessuno di quei valori con noi...è il riconoscimento di una differenza. E poi sarebbe paradossale - insiste - che l'ultimo arrivato fosse quello con maggiori poteri! Nella Costituzione, i poteri sono legati alla popolazione. Ora, se la Turchia entrasse in Europa, avrebbe la popolazione più numerosa fra gli Stati membri dell'UE, e diventerebbe il principale paese a prendere decisioni''. La soluzione migliore è una ''partnership privilegiata, come saremmo condotti a fare con gli altri principali vicini''.
Quanto all'allargamento in genere, rispondendo a domande sul
futuro europeo di Russia o Ucraina, Giscard precisa che ''bisogna fermarsi un momento, un lungo momento. Primo per riuscire a far funzionare l'Europa a 25, abbiamo bisogno di una pausa dopo l'adesione di Bulgaria e Romania! Non si fa l'allargamento a tappe forzate! Un problema si porrà nei prossimi anni: quello della situazione nei Balcani, che appartengono effettivamente al territorio europeo, quando avranno raggiunto il grado di pacificazione, di funzionamento democratico, di tolleranza delle minoranze necessari nell'Unione europea. Questo avverrà, ma non subito''. (take Ansa)
11.12.2004

MERKEL E STOIBER SCRIVONO A SCHROEDER
In Germania i leader dell'opposizione conservatrice manifestano la loro preoccupazione per la questione Turchia ed insistono per una partnership privilegiata nei confronti della Turchia.
In Germania i leader dell'opposizione conservatrice, Angela Merkel della Cdu e Edmund Stoiber della Csu, hanno ribadito con forza la loro contrarietà alla prospettiva di ingresso della Turchia nella UE scrivendo al riguardo una lettera al cancelliere Gerhard Schroeder (Spd).
Come ha riferito con evidenza in prima pagina la <Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung>, Merkel e Stoiber si sono appellati a Schroeder chiedendogli di impedire l'avvio di negoziati miranti alla piena adesione di Ankara all'Unione. Una decisione su questo tema è attesa al vertice europeo in programma a Bruxelles il 17 dicembre prossimo.

Secondo i leader di Cdu e Csu, è necessario evitare che con
l'eventuale negoziato si instauri una sorta di "automatismo" su una sicura adesione della Turchia. A questo riguardo Merkel e Stoiber esprimono nella lettera ''grande preoccupazione'' per il futuro dell'Unione europea.
A Schroeder i due esponenti conservatori chiedono invece di
sostenere la posizione della Cdu-Csu favorevole non alla piena adesione ma a una forma di "partnership privilegiata" della Turchia con la UE.
Un portavoce del Governo ha tuttavia respinto la
richiesta di Angela Merkel e Edmund Stoiber. Il Cancelliere Schroeder infatti ha a più riprese sottolineato la sua posizione favorevole a negoziati che portino a una piena adesione di Ankara all'Unione europea, anche se in tempi non troppo rapidi. (take Ansa)
11.12.2004

CHIESE TEDESCHE CONTRARIE ALL'INGRESSO
Secondo il presidente della Conferenza Episcopale di Germania, la Turchia è ancora molto lontana dagli standard di un normale Stato europeo.
A pochi giorni dal vertice dei Capi di Stato e di Governo dell'Unione Europea che il 16 e 17 dicembre a Bruxelles dovrà decidere la data d'inizio delle trattative per l'adesione della Turchia all'Unione, anche i massimi esponenti delle chiese cristiane tedesche sono intervenuti in argomento per esprimere la loro opposizione al progetto. Sul giornale domenicale <Bild am Sonntag> il presidente della Conferenza Episcopale di Germania, cardinale Karl Lehmann, dichiara infatti che "purtroppo la Turchia è ancora molto lontana dal raggiungere gli standard di un normale Stato europeo in tema di diritti umani. In linea di principio", aggiunge il prelato, "in quel Paese ognuno ha il diritto di scegliere la propria fede, ma le Chiese cristiane sono emarginate". 

Lehmann sottolinea poi che in settori della società turca vige un atteggiamento aggressivo e privo di rispetto nei confronti dei cristiani, e chiede inoltre che alle stesse istituzioni ecclesiastiche cristiane sia consentito acquistare e possedere proprietà. "E' necessario che sia consentita la costruzione di chiese, e non soltanto in casi eccezionali", conclude il cardinale, al quale si associa il vescovo evangelico Rolf Koppe, secondo cui "in Turchia non esiste libertà di religione per i cristiani, poiché non esistono le basi giuridiche per questo". (take Agi)
11.12.2004

DISGELO POLITICO
Firmati sei accordi di cooperazione tra Russia e Turchia. Stretta di mano Vladimir Putin-Ahmet Necdet Sezer. Eccezionali misure di sicurezza.
Il_presidente_Putin_assieme_al_Capo_dello_Stato_turco_SezerVladimir_PutinEccezionali misure di sicurezza sono state dispiegate ad Ankara per la visita del presidente russo Vladimir Putin, la prima in Turchia di un presidente russo in 32 anni, che era stata preceduta dall'allarmante arresto a Istanbul di 12 persone armate
, 9 ceceni e 3 turchi, sospettate di preparare un attentato contro lo stesso Putin ed è stata caratterizzata dalla firma di sei accordi bilaterali.
Le strade del centro della capitale turca sono bloccate e
migliaia di poliziotti hanno vigilato per le strade.
La visita di Putin ad Ankara ha avuto come obbiettivo soprattutto quello di intensificare la cooperazione economica tra i due
Paesi, ma ha rivestito anche un'importanza politica, dato che ha rappresentato - secondo quanto ha dichiarato il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov - ''l'inizio di una nuova fase dinamica e progressiva'' nelle relazioni storicamente difficili tra i due Paesi che oggi costituiscono, invece, secondo lo stesso Lavrov, un ''importante fattore nella stabilità regionale ed internazionale''.
Putin, dopo aver partecipato ad una cena in suo
onore offerta dal presidente turco Ahmet Necdet Sezer, ha visitato il mausoleo di Ataturk e, dopo un nuovo colloquio con lo stesso Sezer, ha firmato con lui 6 accordi bilaterali di cooperazione, di cui uno di prevenzione contro le attività terroristiche, uno di cooperazione culturale (''per promuovere l'amicizia e la partnership tra i due Paesi) e 4 di cooperazione economica (uno di cooperazione nelle industrie di difesa, uno di protezione dei diritti negli scambi tecnici e militari, uno di cooperazione tra le rispettive industrie di stato per il gas naturale, la <Botas> e la <Gazprom> ed un accordo tra le rispettive banche <Eximbank>). Putin ha poi incontrato il presidente del Parlamento turco, Bulent Arinc, e ha tenuto un discorso, al Forum russo-turco al quale ha preso la parola anche il premier turco Recep Tayyip Erdogan, con il quale ha avuto un colloquio a due, prima di ripartire per Mosca. (take Ansa)
11.12.2004

DICHIARAZIONE CONGIUNTA 
Sarà intensifica da Mosca ed Ankara la cooperazione contro il terrorismo. La questione cecena ed il caso Beslan. Il problema del Pkk.
Il presidente turco Ahmet Necdet Sezer e quello russo Vladimir Putin hanno firmato ad Ankara una ''Dichiarazione congiunta per l'intensificazione dell' amicizia e per una partnership multi-dimensionale'' che contiene, tra l'altro, l'impegno ad ''intensificare la cooperazione dei due paesi contro ogni forma di terrorismo''.
''Questa dichiarazione e gli altri accordi che abbiamo firmato sono esempi concreti di una stretta cooperazione tra i nostri due Paesi'' - ha affermato Sezer in una conferenza stampa congiunta con Putin.

Intervenendo alla stessa conferenza stampa, il presidente
russo ha affermato che la Russia e la Turchia ''hanno lo stesso approccio riguardo la lotta al terrorismo'' ed ha ringraziato la Turchia per ''l'appoggio morale e politico che ha fornito alla Russia nella lotta al terrorismo'', in specie in occasione della strage di bambini di settembre a Berslan in Ossezia del Nord ad opera di terroristi ceceni.
Tra gli accordi bilaterali firmati, oltre a 4 accordi di
carattere economico, c'è un accordo ''per la prevenzione di azioni pericolose oltre le acque territoriali''. 
Per lungo tempo le relazioni tra i due Paesi, divisi da una plurisecolare rivalità geopolitica, sono state avvelenate da reciproche accuse di sostegno alle organizzazioni separatiste e terroriste dell'altro. La Turchia accusava Mosca di avere creato in epoca brezhneviana e di continuare a sostenere il Pkk di Abdullah Ocalan e Mosca accusava Ankara di fornire riparo e appoggio ai terroristi ceceni.
11.12.2004

COSE TURCHE IN EUROPA: REPORTAGE
"Se la Turchia fosse cristiana non ci sarebbe alcun serio problema al suo ingresso, ma noi siamo un Paese musulmano. Molti sembrano dimenticare che la Turchia è uno Stato laico".
Ci_si_chiede_se_la_Turchia_entrerà_in_EuropaPer gentile concessione del collega Marco Sassano, inviato speciale de <Il Carlino>, <La Nazione>, <Il Giorno>, pubblichiamo una serie di scritti sulla Turchia pubblicati nell'edizione di domenica 5 dicembre. Un ringraziamento da parte di <Turchia Oggi>.
Per i tre quarti dei settanta milioni di turchi è un obiettivo fondamentale l'entrata del paese nell'Unione europea. Al tempo stesso tutti si dicono stupefatti che il 75 per cento dei francesi e dei tedeschi, secondo quanto affermano i sondaggi, siano fin da ora contrari al loro ingresso anche se quel momento è lontano una decina d'anni. Tanto durerà infatti l'avvicinamento della Turchia agli obbligati standard dei paesi dell'Unione.
L'antica paura dei turchi, sentiti come "diversi" perché maomettani (non perché poveri visto che non ci sono obiezioni all'ingresso della poverissima Romania), sembra in verità condizionare molti europei. A Bruxelles fa un grande effetto che già oggi, nell'anagrafe della città, il nome più frequente dei neonati sia Muhammad. E a Copenaghen è comparso in questi giorni il manifesto di un partito dell'estrema destra che mostra una bambina bionda sulla quale campeggia la scritta: "Quando andrà in pensione la Danimarca avrà una maggioranza musulmana".
Sembra così non aver peso in ampi settori dell'opinione pubblica ciò che i leader del Vecchio Continente hanno più volte ripetuto: è utile per tutti tenere saldamente legato all'Europa questo grande paese cultore di un Islam moderato e tollerante, anzi, potentemente laicizzato a partire dalla rivoluzione di Ataturk (1923) e dalla lunga serie di colpi di stato militari. "Io voglio un Allah -  ha fatto dire al personaggio principale di "Neve" il grande scrittore turco Orhan Pamuk - davanti al quale non devo togliermi le scarpe e non devo inginocchiarmi per baciare la mano a qualcuno: un Allah che capisca la mia solitudine".
Nella capitale che è ormai vicina ai cinque milioni di abitanti e che è ricoperta da una cappa di smog per il caotico traffico (un litro di super costa 2.282.000 lire turche, in euro lo stesso che in Italia: dal primo gennaio 2005 gli ultimi sei zeri spariranno) tutti sono in attesa della decisione dell'UE che sarà presa dai capi di Stato e governo dei 25 Paesi nel Consiglio europeo del 17 e 18 dicembre. Avrà peso anche un possibile veto dei greco-ciprioti che nell'aprile scorso hanno respinto con un referendum la riunificazione del paese con la parte turco-cipriota proposta dall'Onu. Ma, in verità, i politici dell'isola si dovrebbero attenere alla linea del Governo di Atene.
Il vicepremier e ministro degli Esteri turco, Abdullah Gul, si dice certo che "da dicembre inizieremo i negoziati per l'adesione" e non pensa che tutto possa naufragare per le differenze culturali e religiose: "D'accordo, abbiamo una cultura e tradizioni diverse, ma quali sono i valori dell'Europa? Democrazia, rispetto dei diritti dell'uomo e parità tra i sessi. Anche noi li sosteniamo. E non solo perché fanno parte degli imperativi europei, ma perché il popolo turco lo ha chiesto. Quanto alla pretesa differenza turca, possiamo solo dire che arricchirà l'Europa".
Nei palazzi del potere di Ankara si fa discretamente notare che il dibattito sul "sì" o sul "no" all'ingresso della Turchia ha un solo paragone nella storia dell'unità europea che è augurabile non si voglia ripetere: l'aspro e fallimentare confronto che si ebbe nel 1954 quando i maggiori paesi europei bocciarono il progetto di una difesa comune, la Ced. Una discussione che superò gli schieramenti e che spaccò al loro interno i partiti dei vari paesi concludendosi con una secca sconfitta per il sogno di un esercito europeo, cardine di una effettiva unità politica.
Tra Europa e Turchia il "fidanzamento" dura ormai da quarant'anni e il Paese fa già parte dell'Unione doganale, mentre è membro della Nato da 52 anni: per arrivare al "matrimonio" vero e proprio con l'UE ne serviranno ancora molti. La Commissione europea ha posto una lunga serie di rigidi paletti al negoziato. Gli interlocutori di questa nostra inchiesta se ne sono detti amareggiati. "Ci sono vari punti nel rapporto della Commissione - sottolinea Cemil Celik, ministro della Giustizia e portavoce del governo di Ankara - che ci mettono a disagio e ci disturbano". Si tratta del fatto che il negoziato sarà "ad esito aperto" e che esso potrebbe essere interrotto in qualsiasi momento se la Turchia rallenterà il processo delle riforme, mentre ad altri paesi dell'Europa centro-orientale è stata concessa la possibilità di periodi di mora. In buona sostanza Ankara si oppone a qualsiasi trattamento diverso da quello usato nei confronti di ogni altro Stato candidato a membro dell'UE. Per rimuovere le "condizioni capestro" il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan e il ministro degli Esteri Gul stanno compiendo un meticoloso giro delle capitali europee.
"Se la Turchia fosse cristiana non ci sarebbe alcun serio problema al suo ingresso, ma noi siamo un Paese musulmano", tuona l'ambasciatore Uluc Ozulker. "Molti sembrano dimenticare - aggiunge - che la Turchia è uno Stato laico, che le riforme di Ataturk ricalcano i principi della Rivoluzione francese e dell'Illuminismo e che il Codice napoleonico è sempre in vigore".
Ma anche all'interno del mondo politico turco vi sono problemi. Ad esempio, un secco "no" alla trattativa viene dagli islamisti radicali dell'ex premier Necmettin Erbakan che la considerano "un buio tunnel" di fronte ai turchi. "Per noi e per voi europei la coabitazione è l'unica salvezza - replica Erhan Yarar, esperto governativo per la politica estera  - Se l'Europa non vuole morire ha bisogno della Turchia. Gli Stati Uniti guardano ad est, alla Cina: la paura di andare verso l'Asia non dovrebbe esistere. L'Europa deve cooptare la Turchia per motivi strategici".
Il negoziato che potrà aprirsi dopo il 17 dicembre sarà in ogni caso lungo e difficile. La Turchia ha dichiarato nel 1963 di aspirare all'ingresso nella Cee e dal 1987 si è messa tecnicamente in fila per entrare. Ora dovrà lavorare sodo per l'ultimo, grande salto. "Io sono ottimista - dice lo scrittore Pamuk - L'ottimismo è un dovere morale nei paesi poveri del mondo". (Marco Sassano inviato speciale del Carlino, Nazione, Giorno/edizione di domenica 5 dicembre)
11.12.2004

ISLAM MODERATO: LA SCOMMESSA FIRMATA ERDOGAN
Personaggio centrale della trattativa per l'ingresso della Turchia nell'Unione è ovviamente il Primo Ministro. I criteri fissati a Copenaghen e Maastricht.
Personaggio centrale della trattativa per l'ingresso della Turchia nell'Unione è ovviamente il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan. Per lui l'avvenire europeo del suo Paese "non è una questione di sprint: si tratta di una corsa di fondo che sarà vinta quando tutti riconosceranno che la Turchia è uno Stato di diritto laico e democratico che vive in armonia con l'Europa anche se fa parte del mondo musulmano".
Per Erdogan, che ha chiesto di poter entrare a far parte del Partito popolare europeo senza suscitare reazioni scandalizzate, "se l'Unione europea non è un club cristiano né una semplice entità economica, ma è invece un insieme di valori politici, allora la Turchia ne deve far parte con il comune obiettivo di costruire un mondo dove sarà la pace ad essere globalizzata: lo dovremo fare tutti insieme tra popoli di diverse fedi e convinzioni, anche perché il mondo di oggi non conosce quasi più muri".
Nel suo giro delle capitali del Vecchio Continente il premier ha voluto sempre ricordare che, con la decisione del 17 dicembre dei Capi di Stato e di Governo, non si avrà l'ingresso della Turchia nell'UE, ma solamente l'avvio del processo di negoziati per la sua futura entrata. "Prima di allora - ha spiegato - il mio Paese dovrà raggiungere tutti i criteri fissati a Maastricht e a  Copenaghen: solamente a quel punto l'adesione sarà veramente all'ordine del giorno. Per ora abbiamo compiuto dei passi risoluti nella direzione di varare tutte le leggi necessarie per l'armonizzazione con il resto dell'Europa e intendiamo continuare a percorrere con fermezza questa strada".
Erdogan insiste molto su due punti. In primo luogo sul fatto che il tema dell'ingresso del suo Paese nell'UE non deve diventare un argomento di lotta politica in Francia, Germania e Italia, anche "se ci sono politici che utilizzano i pregiudizi contro di noi per fini interni". In secondo luogo che si deve smettere di parlare di "terrorismo islamico": Islam, ricorda, deriva dalla parola "slam" che vuole dire pace e prosperità. "Islam e terrore sono incompatibili: non si devono legittimare gli estremisti che utilizzano la religione per compiere i loro crimini. Per combattere il terrorismo serve una stretta cooperazione e una grande solidarietà". (Marco sassano inviato speciale del Carlino, Nazione, Giorno/edizione di domenica 5 dicembre)
11.12.2004

GRANDI CONQUISTE MA ANCHE GRANDI OMBRE
Gli ambienti intellettuali in Turchia si dividono tra chi rivendica il pieno diritto di ingresso e chi accusa il Governo di tollerare ancora le violenze di polizia ed esercito.
Lungo gli sterminati viali della capitale turca stracolmi di una gran folla in movimento, gli occidentali sono rari. Tutti vanno ad Istanbul, in Cappadocia, sulla costa di Antalya saltando a piè pari Ankara. E così, come avveniva anni fa in Cina, ci si sente circondati da una grande curiosità.
A due passi dall'imponente Mausoleo di Ataturk è un gruppo di quattordicenni in gita scolastica a prendere d'assalto il cronista. Sono le ragazzine a fare il primo passo, ridendo. Più timidi, le seguono i maschi. Ti chiedono, in un ottimo inglese che i loro coetanei italiani si sognano, chi sei, cosa fai, che cosa ne pensi del loro paese, se ci sei già stato. Poi diventano improvvisamente seri, ti fissano fermi negli occhi e ti fanno: "Ma perché voi europei ce l'avete con noi e non ci volete nell'Unione?". Domanda difficile, cui segue una lunga e complessa risposta che ovviamente li annoia. "Noi stiamo crescendo in fretta -  sono le ragazze, irruenti, ad interrompere -  e vogliamo che anche il nostro Paese cresca. Ce l'avete con noi solamente perché siamo musulmani? Eppure sapete che il terrorismo colpisce anche noi. Abbiamo i metal detector persino all'ingresso della scuola!".
E' questa la nuova Turchia - con tassi di crescita, da due anni, pari solamente a quelli cinesi - che vive al fianco dell'antica, povera e stanca. Con questi giovani, che avranno 24 anni quando potrebbero diventare cittadini europei, bisogna fare i conti. Anche perché nel corso degli ultimi quarant'anni molte promesse sono state fatte dalla ricca Europa alla Turchia.
"Gli europei rischiano di dar prova di una mancanza totale di rispetto per le promesse che hanno fatto", spiega il professore Soli Ozel che ha la cattedra di relazioni internazionali all'Università di Istanbul. "Lo trovo scioccante e sono molto sorpreso di vedere come molti in Europa, basandosi su vecchi clichés, vedono il mio paese. Quando i nostri intellettuali sollevano critiche nei confronti della politica turca siamo accolti a braccia aperte, mentre quando diciamo che le cose si muovono nella giusta direzione ci guardano come se avessimo cambiato campo. I governi europei non devono compiere delle scelte strategiche di politica estera solo per ragioni tattiche di politica interna".
Tutti gli osservatori internazionali che un cronista può incontrare sono d'accordo nel sottolineare la necessità che l'Europa chieda alla Turchia di giungere al rispetto delle regole fissate a Copenaghen, per quanto riguarda le riforme sociali, e a Maastricht per quanto concerne i criteri economici e finanziari, ma che non esiga nulla di più. "Non si può inventare una politica dei due pesi e delle due misure solamente perché ci si trova di fronte ad un Paese islamico che è stato per secoli un pericolo per l'Europa -  commenta un diplomatico, sotto condizione di anonimità -  Sarebbe come aver pensato che Francia e Germania non avrebbero mai potuto sedere allo stesso tavolo dopo le due guerre mondiali".
Più critico nei confronti della realtà turca è uno dei commentatori di <Hurriyet>, uno dei principali giornali del paese, Mehmet Alì Birand, che con forza dice: "Mi sembra che noi - come studiosi, politici e giornalisti - non si abbia un'idea precisa su dove stiamo andando visto che il problema di fondo è quello dei valori comuni con il resto dell'Europa". "Dobbiamo sapere che il concetto di sovranità verrà messo in crisi: Ankara non potrà più fare quello che vuole nei confronti del resto del Paese. Il principio della sovranità territoriale non potrà essere più una scusa per la limitazione dei diritti fondamentali e della libertà di espressione. La questione curda non potrà più essere ignorata e, anche se non ci piace, dovremo permettere l'elezione di rappresentanti curdi. Dovremo riconoscere ufficialmente Cipro del sud che è ormai un membro dell'Unione. Infine dovremo essere disposti a trasferire una fetta importante della nostra sovranità a Bruxelles, mentre continuiamo a pensare che rimarrà tutta nelle nostre mani. Su tutti questi temi dobbiamo dare segnali precisi prima del 17 dicembre".
E' il tema delle riforme quello più "caldo" in Turchia. Sulla condizione femminile si sono fatti importanti passi avanti. E si è dato anche qualche buon segnale di voler ridurre il peso del mezzo milione di militari dal non troppo antico passato golpista: per la prima volta si è deciso per il prossimo anno di diminuire il budget di spesa per loro al di sotto di quello destinato alla scuola (4.6 miliardi di euro ai soldati, il 5% del Pil, e 6.7 miliardi di euro per la formazione dei giovani). Ma rimangono aperte ancora questioni molto serie come quella della tortura.
I rappresentanti dell'Associazione per i diritti civili (Ihd) e del Partito democratico turco per i curdi (Dehap) hanno infatti dichiarato che la tortura è troppo spesso applicata nelle stazioni di polizia del paese, contraddicendo con ciò lo stesso rapporto della Commissione europea dello scorso 6 ottobre. Il segretario dell'Ihd, Husnu Ondul, non accusa il Governo turco di "promuovere deliberatamente l'uso della tortura visto che l'ha ufficialmente combattuta", ma insiste sul fatto che le violenze fisiche e psicologiche sono all'ordine del giorno. "La tortura -  spiega - è stata proibita in Turchia fin dal 1876, ma non è stato certo sufficiente stabilirlo per legge per far sì che sparisse". Nei primi sei mesi del 2004 sono stati individuati 692 casi di violenze, compreso l'utilizzo di shock elettrici. Un dato in discesa rispetto allo stesso periodo del 2003 quando ve ne erano stati 972.
E la giustizia? Una riforma-mostro del codice penale per armonizzarlo con quelli europei (sono stati modificati in un colpo solo 450 articoli e solo la saggezza dell'ultimo minuto ha impedito che l'adulterio diventasse reato) ha dilatato i tempi dei processi. Se nel 2000 ci volevano 53 giorni per portare un caso alla Corte Suprema, ora ne occorrono 283. Ma pensando alla nostra di giustizia, si è restii a parlare del "fuscello che è nell'occhio del fratello" senza riflettere alla "trave" che è nel nostro. (Marco Sassano inviato speciale del Carlino, Nazione, Giorno/edizione di domenica 5 dicembre)
11.12.2004

LE DONNE VERE PROTAGONISTE DELLA MODERNITA'
Rivoluzione rosa in Turchia. Alla testa del movimento femminile c'è una curda, Lyla Zana. Obiettivo: combattere l'ignoranza.
Tema chiave per verificare la "modernità" della Turchia è quello della condizione della donna. Partiamo da un dato a effetto raccolto dall'agenzia "Anatolia" intervistando un campione di 8.000 donne sposate: il 40 per cento di loro ritiene "un diritto" del proprio marito picchiarle se non si occupano adeguatamente dei bambini o se non accettano i "doveri coniugali".
Tra le motivazioni più ricorrenti che giustificherebbero le percosse, le donne intervistate hanno scelto il "rifiutarsi di avere rapporti sessuali", la "negligenza nell'accudire i bambini", lo "spendere troppi soldi", il "tener testa al marito" e "fare bruciare il pranzo". Il sondaggio ovviamente rileva che le donne con un titolo di studio superiore sono meno propense ad accettare la violenza coniugale e che nell'Est poverissimo del paese la percentuale che giustifica la violenza sale al 49%, riducendosi al 33% nelle zone più sviluppate dell'Ovest.
Alla testa del movimento delle donne turche vi è, tra le altre, la curda Lyla Zana, insignita nel 1995 dall'Europarlamento del premio Sakharov per la libertà d'espressione: un premio che ha potuto ritirare solamente lo scorso 10 ottobre, a Bruxelles, visto che nove anni fa era in carcere per una condanna per supposte connessioni con i ribelli curdi (ne è uscita nello scorso giugno). "La violenza è uno strumento del passato - dice ora - mentre il linguaggio e il metodo per la soluzione dei problemi dei nostri tempi sono il dialogo, il compromesso e la pace: non è più un "muori e uccidi", ma un "vivi e lascia vivere"."
Da settant'anni le donne turche lottano per i loro diritti e buona parte dei passi avanti compiuti dal Paese sul piano sociale li si deve a loro. "Fu Kemal Ataturk a lanciare la prima campagna a sostegno dei nostri diritti - ricorda la scrittrice Zeynep Oral - e allora, negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, c'erano più donne in Parlamento di oggi".
Il problema prioritario, sottolineano all'Unione femminile, è quello di dare un'istruzione alle donne delle campagne e a quelle che compiono l'inarrestabile immigrazione interna verso le grandi città. Subito dopo è necessario combattere i matrimoni combinati con le mogli-bambine che ignorano i propri diritti e vivono nella più assoluta sottomissione al marito-padrone sfornando in continuazione dei figli che alimentano l'altissima crescita demografica della Turchia. Infine va sradicato il delitto d'onore. (Marco Sassano inviato speciale del Carlino, Nazione, Giorno/edizione di domenica 5 dicembre)
11.12.2004

COSTI ECONOMICI TRASCURABILI
Una Turchia stabile e prospera all'interno dell'UE aprirà gli occhi a molti nel Medio Oriente. Una elite con valori europei. Una adesione che risponde ad interessi strategici.
L'Europa unita è nata come un'alleanza commerciale ed industriale. E' giusto dunque che anche il futuro, possibile ingresso nell'Unione della Turchia sia analizzato e studiato da questo punto di vista.
A Istanbul, capitale industriale e finanziaria del paese, alla Camera di Commercio che ha sede in un bell'edificio sulle rive del Corno d'Oro, dopo aver ricordato che la Turchia ha da due anni tassi di crescita del Pil attorno all'8 per cento, un incremento cinese, si porta all'attenzione dell'osservatore italiano lo studio del "Centro per gli studi politici europei" di Bruxelles nel punto in cui afferma che i cittadini dell'Unione "non dovranno subire un aumento delle tasse" per l'ingresso di Ankara: l'operazione avrà "costi economici trascurabili, un po' inferiori a quelli dell'ultimo allargamento a 25".
"L'economia turca - ha spiegato il direttore del Centro, Daniel Gros, che passa molto tempo in Turchia - è abbastanza piccola. In ogni caso è stato saggio il suggerimento della Commissione ai Capi di Stato di lasciare all'Europa un margine di trattativa così ampio da poter dire ai governi turchi: se non fate ciò che avete promesso, possiamo sempre tirarci indietro". "Sul piano geopolitico - aggiunge Gros - una Turchia stabile e prospera all'interno dell'UE aprirà gli occhi a molti nel Medio Oriente, diventando un esempio da imitare. Il dato significativo è che l'élite turca ha ormai valori europei e che la popolazione la segue perché ha capito che se vuole pace e prosperità l'Unione Europea è la strada giusta".
Tutti, qui ad Istanbul, si dicono d'accordo con le valutazioni della Commissione europea sull'impatto dell'ingresso, fra una decina d'anni, del loro paese nell'Unione. "I benefici saranno asimmetrici: piccoli per la UE e più grandi per la Turchia - spiegano i diplomatici europei - e non ci sarà neppure la temuta ondata migratoria: entro il 2015-2020 i poli turchi di crescita potrebbero assorbire una larga parte della pressione migratoria dalle aree rurali". 
Un dato di fatto è che il Pil turco rappresenta solo il 2 per cento del prodotto complessivo dell'UE. E il costo netto ipotetico dell'adesione della Turchia corrisponderebbe, nel 2025, ad una percentuale tra lo 0.1 e lo 0.17 per cento del Pil dell'Unione: fra i 16.5 miliardi di euro e i 27.9 miliardi. In sé la cifra è relativamente modesta, ma resta il fatto che 18 milioni di cittadini dell'Unione a 25 perderebbero la copertura dei fondi europei, ed è questo il vero problema politico.
Bisogna tenere anche presente che dopo l'adesione della Turchia, nel 1996, all'Unione doganale, gli scambi tra gli allora quindici paesi e Ankara sono più che raddoppiati: nel 2002 l'UE ha assorbito il 51,4% delle esportazioni turche e ha fornito il 45.6% delle sue importazioni. Le imprese europee che hanno basi in Turchia sono molte (150 le italiane) e le usano spesso per conquistare altri mercati. Secondo il ministero dell'Economia turco già due anni fa le aziende europee controllavano il 67.3% delle imprese del Paese. I gruppi turchi, a loro volta, si sentono europei in funzione dei loro investimenti negli Stati dell'Unione. "I turchi si dichiarano al 77.2% in favore dell'adesione - ricorda il presidente della holding <Erdem>, che spazia dall'industria all'informazione, Zeynel Abidin Erdem - e la grande maggioranza delle nostre imprese sono già integrate con l'UE. Io stesso ho una società in Francia che si occupa di tecnologie informative e uffici di rappresentanza in molti altri paesi". Il ministro del Commercio estero, Kursad Tuzmen, aggiunge: "All'inizio le aziende europee hanno dovuto affrontare alcune difficoltà per i nostri eccessi burocratici, ma ora siamo in fase di decollo e abbiamo ancora spazio per nuovi investitori europei. Degli investitori che potranno contare su risorse umane ben formate".
In vista di questo "decollo" la Turchia sta operando per diventare il "corridoio energetico" tra l'Est e l'Ovest. Nello scorso marzo la Banca Mondiale ha dato il via a un nuovo investimento di 375 milioni di dollari per riformare il settore energetico che prevede anche la privatizzazione di 21 società regionali di distribuzione di gas e prodotti petroliferi. Dal 2006 si passerà alle società di produzione con l'obiettivo di privatizzare totalmente il settore energetico entro il 2011. "Procederemo il più velocemente possibile", ha dichiarato il ministro dell'Energia, Hilmi Guler. Anche il monopolio della compagnia nazionale del gas, la <Botas>, si sta velocemente riducendo: nel 2009 controllerà solamente il 20% del mercato. E va notato che il paese punta molto sul metano: oggi il consumo è di 30 miliardi di metri cubi che diventeranno 52 nel 2010 e 83 nel 2020.
Questa impostazione della politica energetica interessa molto gli europei perché ha un evidente aspetto geo-strategico. Ankara è infatti impegnata ad aumentare la capacità di trasporto dei molti oleodotti e gasdotti che arrivano ai suoi confini: da quello sottomarino, il "Blue Stream", che la unisce alla Russia attraverso il Mar Nero, a quello che la collegherà con la Grecia, infine a quello che parte dai pozzi iracheni e che è stato inaugurato nel gennaio 2002. Quando questo lavoro sarà completato si sarà creato un vero e proprio "corridoio energetico" tra l'Asia e l'Europa. "Noi abbiamo come confinanti dei paesi che dispongono del 40 per cento delle riserve mondiali di gas e del 65% di quelle di petrolio - ricorda il ministro dell'Energia - e procuriamo il gas ai consumatori europei canalizzandolo attraverso la Grecia e la Romania. Un'altra interconnessione esiste con la Bulgaria, la Romania, l'Ungheria e l'Austria. In materia d'energia siamo veramente un ponte tra l'Est e l'Ovest". Anche in questo contesto la futura adesione della Turchia all'UE risponde agli interessi strategici del Vecchio Continente. (Marco Sassano inviato speciale del Carlino, Nazione, Giorno/edizione di domenica 5 dicembre)
11.12.2004

PROMOSSA A PIENI VOTI
Tutto bene in Turchia, dall'inflazione che scende alla crescita economica. Il giudizio dell'Ocse. "La nostra piccola Cina". L'aumento delle importazioni dall'Italia.
Chi meglio dell'Ocse può giudicare lo stato dell'economia e delle finanze turche? In un rapporto varato nell'ultima decade di ottobre, l'organismo europeo ha promosso a pieni voti la Turchia sottolineando che la crescita economica dovrebbe assestarsi nel 2004 sull'8 per cento e l'inflazione scendere dal 12% di quest'anno all'8-9% del 2005.
Il segretario generale dell'Ocse, Donald Johnston, ha definito "straordinari" i risultati ottenuti dal Paese e ha aggiunto: "Quella turca è diventata l'economia in più forte crescita tra i paesi aderenti alla nostra organizzazione". L'organismo internazionale ritiene che l'ambizioso piano di riforme impostato dal governo di Recep Erdogan abbia già collocato la Turchia nell'orbita di una crescita durevole, anche se rimane ancora molto cammino da fare sul fronte del mercato del lavoro, del risanamento delle finanze pubbliche e della lotta alla corruzione.
Per parte sua l'Italia dichiara di considerare la Turchia come "la nostra piccola Cina". E si cita un dato che ha del clamoroso: nei primi otto mesi di quest'anno l'export italiano è cresciuto del 27.5%, confermando la nostra posizione di secondo partner nell'interscambio, dopo la Germania e prima della Francia.
E' interessante notare che oltre il 70% delle forniture italiane è legato ai beni strumentali e ai beni intermedi. Il comparto delle telecomunicazioni appare quello più dinamico anche perché è in vista la privatizzazione di <Turk Telekom>, un colosso da 6 miliardi di dollari di ricavi annui che ha 60.000 dipendenti.
L'aumento delle importazioni dall'Italia è stato particolarmente significativo nei settori delle macchine utensili (+120%), degli autoveicoli (+30%), delle parti di ricambio per autoveicoli (+38%), dei prodotti chimici (+22%) e degli apparecchi per uso domestico (+22%). Le aziende italiane che operano in Turchia sono 150, un numero che è triplicato negli ultimi dieci anni, mantenendo ferma una linea di tendenza che non si è arrestata neppure in seguito alla crisi economico-finanziaria del 2001. (Marco Sassano inviato speciale del Carlino, Nazione, Giorno/edizione di domenica 5 dicembre)
11.12.2004

LA PORTA D'EUROPA AD ORIENTE
IL PIL TURCO:
Nel 2002: 175 mld US$ con 69.8 milioni di abitanti
CONFRONTO CON ALTRI PAESI EUROPEI:
Austria: 201 mld US$ con 8.2 milioni di abitanti
Finlandia: 128 mld US$ con 5.2 milioni di abitanti
Germania: 1.987 mld US$ con 82 milioni di abitanti
Grecia: 131 mld US$ con 10.7 milioni di abitanti
Italia: 1.177 mld US$ con 58 milioni di abitanti
Polonia: 180 mld US$ con 38.5 milioni di abitanti
Spagna: 646 mld US$ con 40.2 milioni di abitanti
CRESCITA DEL PIL:
 nel 2002 del 7.8%
nel 2003 del  5%
nel 2004 del  8%
nel 2005 del  9% (previsioni)
INFLAZIONE
dal 70% annuale del 2001
al 30% nel 2002
al 20% nel 2003
al 12% nel 2004
al   9% nel 2005 (previsoni)
RIPARTIZIONE DEL VALORE AGGIUNTO DEL PAESE:
59% ai servizi
27% all'industria
14% all'agricoltura
PERCENTUALE DI DECRESCITA DEL DEFICIT PUBBLICO SUL PIL:
nel 2001:  -18%
nel 2002:  -14%
nel 2003:  -14%
nel 2004:  -13,6%
PRINCIPALI PAESI ESPORTATORI VERSO LA TURCHIA: (in milioni di dollari)
Germania 3.500
USA         3.000
GB           2.800
Italia        1.100
Francia    1.000
PRINCIPALI PAESI IMPORTATORI DALLA TURCHIA: (in milioni di dollari)
Germania 6.800
Italia         3.900
Russia       2.500
USA          2.800
Francia      1.800
TURCHI ALL'ESTERO:
Nel 2003 vivevano all'estero 4 milioni di turchi, in maggioranza in Europa:
Germania   2.551.000           
Francia         350.000
Olanda          330.000
Belgio          140.000
Austria          119.000
Svizzera         100.000
Inghilterra      80.000
Danimarca      55.000
Svezia            36.000
Norvegia        11.000
Italia               11.000
Finlandia          4.000
Spagna              2.000
Lussemburgo       300
Portogallo            250
LE TAPPE DEL CAMMINO DI ANKARA:
1952:  la Turchia aderisce alla Nato
1963:  la Turchia firma un rapporto di associazione con la Cee
- Crisi di Cipro (1974-1984): tutto si ferma
1987: la Turchia presenta la sua candidatura per l'ingresso nella Cee
1989: i leader europei dichiarano ammissibile la candidatura, ma ritengono che il paese non sia ancora pronto per i negoziati di adesione
1996: la Turchia sottoscrive con l'UE il trattato di unione doganale
1999: i leader dell'UE dichiarano la Turchia possibile candidata all'adesione
2002: l'UE assicura che valuterà entro il 2004 le riforme politiche ed economiche in atto
2004: (6 ottobre) la Commissione europea esprime una raccomandazione con un sì condizionato per l'apertura dei negoziati per l'adesione
2004: (17 dicembre) il Consiglio europeo dei 25 capi di Stato e di governo decide se e quando si debbano aprire i negoziati. (Tabelle del Carlino, Nazione, Giorno/edizione di domenica 5 dicembre 2004)
11.12.2004

TELECOM ALLA CONQUISTA
Il colosso italiano della telefonia fissa potrebbe, entro il prossimo 11 gennaio, decidere di presentare un'offerta per il 55% dell'operatore turco <Turk Telekom> che il Governo Erdogan ha deciso di privatizzare.
Quotazioni_TelecomA velocità differenti, nelle scorse 5 sedute, le principali società del comparto <Telecom> quotate a Piazza Affari. Le uniche in positivo sono state <Telecom Italia> e <Tim>, salite rispettivamente dello 0.55% e dell'1.55%.
Il colosso della telefonia fissa potrebbe, entro il prossimo 11 gennaio, decidere di presentare un'offerta per il 55% dell'operatore turco <Turk Telekom > che il Governo del suo Paese ha deciso di privatizzare. Insieme al colosso di Tronchetti Provera sembrano intenzionate a correre <France Telecom> e <Telefonica>. Il gruppo italiano è già presente nella nazione turca, ma nel comparto della telefonia mobile: con una partecipazione del 40% è nel capitale di <TT&Tim>, il terzo gruppo della telefonia cellulare nazionale.
In ribasso tutte le altre società del paniere. La peggiore è stata <e.Biscom>, che ha perso il 2.8%, mentre Pirelli è arretrata del 2.23%. In lettera anche Tiscali (-0.91%). L'isp sardo ha ufficializzato la cessione della controllata belga <Tiscali N.V>. Il controvalore dell'operazione è pari a 19 milioni di euro, che saranno corrisposti interamente per cassa entro la fine del 2004. Prosegue quindi il piano di cessione, che ha portato nelle casse del gruppo 100 milioni di euro. (Mauro Introzzi/SoldiOline.it)
11.12.2004

ALLA RICERCA DI INTESE PER LA STABILITA' E PROSPERITA' DELL'AREA CASPICO-ASIATICA
Sempre più intensi i rapporti tra Turchia ed Iran. Progetti ambiziosi e suscettibili di sviluppi concreti quale potrebbe essere, ad esempio, quello della <Turkcell>. Interscambio in decisa crescita nell'ultimo quinquennio. I temi della sicurezza e della lotta al terrorismo.
I rapporti tra Iran e Turchia, nell'ambito della complessa situazione mediorientale, sono avviati a diventare sempre più intensi ed a produrre elementi di stabilità in un'area dove quest'ultima è merce rara e pregiata come l'acqua potabile.
In una presentazione presso la <Fondazione Seidel> a Monaco di Baviera l'analista politico Robert Olson ha riassunto gli ultimi venticinque anni di relazioni politiche ed economiche tra i due grandi vicini dell'Oriente prossimo ed ha consentito un ampio scambio di vedute tra esperti dell'area.
Gli aspetti trattati hanno riguardato l'impatto della rivoluzione islamica in Iran, la sua ideologia militante, la guerra Iran-Iraq e gli effetti di questi sviluppi sulle relazioni bilaterali e sulle rivalità geopolitiche dei due Paesi nel Medio Oriente, nel Caucaso, nei Paesi caspici e nell'ampia regione dell'Asia centrale.
I "pronunciamenti" militari in Turchia nel 1980 e nel 1997, il declino del kemalismo e la guerra di Ankara con il Pkk sono altrettanti temi che hanno influenzato le relazioni e gli "umori" dei rapporti irano-turchi. 
Naturalmente gli aspetti che hanno coinvolto e coinvolgono la sovranità e la sicurezza nazionale hanno la precedenza: i risvolti nazionali e transanazionali del nazionalismo curdo, la crescita dei movimenti nazionalisti nel Curdistan iracheno e nell'Azerbigian iraniano e la questione islamica in generale. 
Il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan ha compiuto una visita ufficiale in Iran nel luglio 2004 durante la quale il tema dominante è stato quello riguardante le minoranze curde ed i movimenti curdi rivoluzionari. In particolare all'Iran è stato chiesto di inserire il PKK, quello che ora è meglio noto come Kongra-Gel, nella lista delle organizzazioni terroristiche. Nel passato i due Paesi si sono accusati reciprocamente di ospitare frange curde dissidenti e rivoluzionarie. Ankara ha a lungo coltivato l'idea che l'Iran sostenesse segretamente il Pkk. D'altra parte Teheran ha accusato la Turchia di tollerare sul proprio territorio militanti di sinistra del Partito democratico del Kurdistan iraniano e del gruppo rivale noto come Komala.
Ora, per ragioni non del tutto chiarite, l'Iran ha deciso di cooperare maggiormente sui temi della sicurezza e della lotta al terrorismo con la Turchia e si va rapidamente verso la firma di un Memorandum of understanding.
Quali possano esser queste misure bilaterali non è per ora evidente; secondo l'Ambasciatore iraniano ad Ankara Dowlatabadi sarebbero escluse operazioni militari congiunte a tempi brevi che presuppongono un elevato grado di lavoro organizzativo e burocratico.
In tempi più recenti poi è stata annullata, per via delle sempre esistenti tensioni tra la Majlis (il Parlamento) ed il Governo iraniano, una visita del Presidente Khatami in Turchia, programmata per la fine di settembre.
I temi sulla sicurezza avrebbero potuto essere ripresi ed approfonditi, inoltre altre importanti questioni economiche erano sul tappeto. Anzi proprio per questo sono sorti i contrasti tra il moderato "liberal" Khatami, il cui mandato scadrà fra meno di un semestre, e la Majlis guidata dall'ala conservatrice dell'universo governativo della Repubblica islamica.
Con un interscambio in decisa crescita nell'ultimo quinquennio, alimentato dal bisogno di carburanti della Turchia e dalla domanda di manufatti e prodotti di consumo dell'Iran, si sono avviati progetti più ambiziosi e suscettibili di sviluppi concreti.
Ad esempio il produttore di automobili iraniane <Khodra> ha esposto il nuovo modello di <Samand>, una berlina di livello superiore rispetto alle vecchie <Paykan> che ancora circolano numerose a Teheran, alla Fiera Internazionale dell'automobile di Istanbul ed ha riscosso un discreto successo di pubblico e di visitatori. La Turchia, che non produce auto, ha mostrato interesse ed il produttore iraniano l'ha inserita nella lista dei paesi privilegiati per l'esportazione, insieme a Siria, Russia, Ucraina, Cina e Bielorussia. Con una produzione di oltre 550000 vetture all'anno e grazie ad un engineering cui hanno contribuito molto i francesi di Peugeot, la <Iran Khodra> ha colto un successo nel vicino paese.
Quest'ultimo ha risposto partecipando ad un Consorzio turco-austriaco per la costruzione del nuovo aeroporto di Teheran, l'Imam Khomeini International Airport, che dovrebbe mandare in pensione l'attuale scalo di Teheran Maharrabi paragonabile a quello di una cittadina di centomila abitanti (Teheran ne ha più di 14 milioni!). La Majlis ha posto il veto, per ragioni di sicurezza, all'approvazione governativa del consorzio <Tepe-Akfen-Vie> (Tav), così si chiama il consorzio turco-austriaco, ed i lavori del nuovo complesso si sono fermati a metà. Naturalmente c'è il complesso discorso delle penali da affrontare perché il Tav è vincitore di una regolare gara. La scorsa settimana il portavoce della Majlis, Hadad Adel si è affrettato a dichiarare, in un gesto conciliatorio, come la nuova restrittiva proposta di legge della Majlis che prevede il benestare del potere legislativo, non significhi l'annullamento del contratto con il Tav.
Alla luce dello stesso quadro politico istituzionale si può interpretare la situazione di stallo che si è venuta a creare con l'operatore turco di telefonia <Turkcell> che si è aggiudicato la gara per la costruzione della seconda rete telefonica mobile iraniana, che dovrebbe chiamarsi <Irancell>. 
<Turkcell>, alla quale è stata contestata la relazione d'affari che ha con Israele - uno Stato che la Repubblica islamica non riconosce - a fronte del pagamento di una licenza per l'ammontare di 300 milioni di Euro, investirebbe nella progettazione e costruzione di questa rete, di cui l'Iran ha disperatamente bisogno stante la situazione precaria delle comunicazioni telefoniche, oltre 2,5 miliardi di Euro in un quinquennio, una cifra record per gli investimenti esteri nella Repubblica islamica dalla sua nascita.  
Certo sono chiari i contorni che animano tali scelte, il traffico aereo e le comunicazioni nazionali sono due argomenti che richiamano la massima attenzione di coloro che gestiscono la sicurezza nazionale e mal tollerata è l'ingerenza, a qualunque livello ed a qualunque titolo, di authorities o contractors stranieri, specialmente poi della Turchia che ha sia con l'America, che con Israele eccellenti relazioni.
Tale atteggiamento non contribuirà certo ad attrarre ulteriori investimenti stranieri, se si fa eccezione per quelli relativi all'industria del petrolio e del gas, anche perché l'Iran in quanto a problemi di corruzione e a difficoltà di natura burocratico-doganale non è un paese con il quale si realizza a cuor sereno una partnership.
In realtà i due Paesi, consapevoli della necessità e della opportunità di cooperare, si stanno studiando da sempre ed accanto alle tante affinità, non mancano di rilevare come uno di essi, con una base popolare moderatamente islamica, stia compiendo ogni umano sforzo per integrarsi con l'Europa e l'altro, con una popolazione colta, prevalentemente laica ed indoeuropea, sia avvolto in una situazione che non corrisponde alla sua natura ed a tratti ha del paradossale. (Stefano Barocci - Istituto Italiano per l'Asia)
11.12.2004

SI INSISTE SUL NUCLEARE
La Turchia è affamata di energia in quanto il fabbisogno è superiore alla produzione. L'allarme lanciato dal ministro Hilmi Guler.
Alla 4° Conferenza <Energy Arena> svoltasi  ad Istanbul, il ministro dell'Energia turco, Hilmi Guler, ha affermato che, secondo le più recenti valutazioni dei fabbisogni energetici del Paese, la Turchia dovrà disporre per il 2020 di ulteriori 54.000 MW di elettricità e predisporne i relativi investimenti entro il 2012: se non sarà possibile reperire i relativi investimenti, privati o pubblici, stimati nello scenario ottimale in $ 90 miliardi, si dovrà ricorrere all'importazione di energia elettrica. Guler ha detto che l'attuale Governo intende sfruttare al massimo risorse interne, idriche e carbonifere, e ricorrere all'energia nucleare per almeno 4.500 MW. (fonte Amb. d'Ita)
11.12.2004

MINISTRO TURCO DENUNCIA I DELITTI D'ONORE
Vero e proprio j'accuse di Guldal Aksit, titolare del dicastero della Famiglia. "La forma più intollerabile di violenza contro le donne".
Il_ministro_Guldal_Aksit_al_centroGuldal Aksit, ministro della Famiglia e della Condizione Femminile per il Governo turco, ha denunciato i ''delitti d'onore'' nel suo Paese durante la Conferenza internazionale sul tema a Stoccolma.
''I delitti d'onore sono la forma più intollerabile di
violenza contro le donne'', ha dichiarato l'unica donna che fa parte del Governo turco, davanti a circa 200 rappresentanti di Governo, esperti e membri delle organizzazioni non governative (ONG) che partecipano oggi e domani a questa riunione, patrocinata dal Governo svedese.
''Il miglioramento dell'educazione scolastica delle donne,
delle loro possibilità di poter lavorare, e nelle situazioni migliori l'indipendenza economica, sono importanti fattori per prevenire i delitti d'onore'' secondo la Aksit. ''Abbiamo fede nei grandi passi fatti dai nostri Paesi e i delitti d'onore sono diventati eccezionali'' ha affermato. Secondo il ministro, il vero problema rimane la mancanza di uguaglianza fra uomini e donne nella società. I delitti d'onore, frequenti in Medio Oriente e Asia, sono atti tradizionali di vendetta contro le donne sospettate di essere "impure", compiuti in genere per salvare la reputazione della famiglia. Tuttavia il fenomeno ha toccato i paesi occidentali con gli immigrati delle ultime generazioni, strette fra una società liberale e l'educazione severa tradizionalista che la famiglia mantiene.
 In Pakistan, tra il 70 ed il 90 per cento delle donne hanno conosciuto aspetti di tale violenza e 450 donne hanno subito delitti d'onore nel 2002, secondo le cifre non ufficiali fornite da Nilofar Bakhtiar, consigliere del primo ministro pakistano Shaukat Aziz sulle questioni legate alle donne. Islamabad ha votato una nuova legge che prevede addirittura la pena di morte per i colpevoli di delitti d'onore, mentre in Turchia possono essere condannati alla prigione a vita. (take Ansa-Afp)
11.12.2004

SI RIFUGIA DAL GIUDICE PERCHE' VOGLIONO UCCIDERLA
Braccata dai parenti per questione di onore, una donna curda  madre di due figli, nativa di Diyarbakir, non ha avuto però alcuna rassicurazione né dal magistrato né dalla polizia.
'Sarò la prossima vittima di un
delitto d'onore. Sono braccata dai miei fratelli e zii che mi stanno dando la caccia per uccidermi. Scongiuro il Governo di proteggermi. Ho due bambini. Pensate a loro''- ha urlato Ayshe Gokalp entrando con i due figlioli nell'ufficio del procuratore di Antalya.
La vicenda di Aishe, una donna di 22 anni, originaria della
provincia curda di Diyarbakir, sta suscitando apprensione, ma poca sorpresa, in Turchia, dove i delitti d'onore e tradizionali sono all'ordine del giorno e dove si teme che l'appello della giovane donna rimanga inascoltato come è avvenuto in altri casi analoghi.
E' la storia di una donna che da un anno e mezzo sta
vagabondando con i suoi due figlioli da una città all'altra per sfuggire ai suoi familiari che le stanno dando la caccia per eseguire una sentenza di morte decretata dalla sua stessa famiglia dopo che lei ha avuto l'ardire di abbandonare l'uomo, impostole come marito a 12 anni e che dal giorno del matrimonio in moschea, la picchiava brutalmente quasi tutti i giorni.
Ayshe, sentendosi braccata ha deciso di rifugiarsi
nell'ufficio del procuratore distrettuale di Antalya lanciando il suo appello riportato da vari giornali turchi. Al procuratore, la giovane donna ha raccontato di essere sposata con un uomo, impostole a 12 anni dalla famiglia, che la ha picchiata ''sin dal primo giorno del matrimonio'' avvenuto in moschea nel 1994 e poi legalizzato in municipio nel 2002 solo per consentire ai due figlioli, nati nel frattempo, di ottenere i documenti necessari per iscriversi a scuola. Non potendone più dei continui maltrattamenti del marito, un anno e mezzo, fa Aishe ha preso i bambini con sé e con loro è fuggita via cercando di fare perdere le sue tracce con frequenti spostamenti.
La solita assemblea familiare ne ha però decretato la sua
morte perché, con la sua fuga, ella avrebbe ''disonorato'' la sua famiglia. Particolare agghiacciante è che la madre di Aishe non solo ha partecipato alla decisione di uccidere sua figlia, ma ne è la più fervente sostenitrice, tanto da avere dichiarato a sua figlia di ''desiderare ardentemente'' la sua morte.
''Qualche giorno fa ho chiamato al telefono mia madre e le ho
chiesto di intervenire presso gli altri miei familiari perché smettano di darmi la caccia. Lei mi ha risposto che io ho disonorato l'intera famiglia e che loro mi daranno perciò la caccia fino alla tomba. Ed ha aggiunto che quando saprà che sono finalmente morta aprirà la mia bara per spararmi un ultimo colpo di pistola. E che solo allora crederà che io sono veramente morta''.
A quanto risulta all'Ansa, Aishe, dopo avere denunciato
queste cose, non ha avuto garanzie rassicuranti dai magistrati e dalla polizia di Antalya che non hanno ritenuto ''imminente'' il pericolo per la vita della donna. Ella ha perciò preso i bambini ed ha ricominciato la sua peregrinazione verso una destinazione non a tutti ignota. Purtroppo ci sono stati in Turchia precedenti analoghi in cui giovani donne hanno denunciato per tempo il pericolo di essere uccise dai familiari per onore e sono poi in effetti state assassinate per non avere ricevuto alcuna protezione. Fu il caso per esempio di Guldunya Toren, una ragazza madre anch'essa di 22 anni ed anch'essa originaria della Turchia che i suoi fratelli avevano già cercato di ucciderla ''per onore'', quando, nel febbraio scorso, fu raggiunta e finita dai suoi due fratelli in ospedale con due colpi di pistola, nonostante avesse inutilmente chiesto la protezione della polizia. (Lucio Leante/Ansa)
11.12.2004

TERRORISMO: CATTURATI CECENI 'VICINI A AL QAEDA
Si tratta di dodici uomini. Sequestrati un Cd-rom e videocassette con immagini di Osama bin Laden. 
Dodici uomini sospettati di far parte della cellula cecena di Al Qaeda sono stati arrestati in Turchia.
Lo ha reso noto l'agenzia ufficiale turca <Anadolu> citando fonti della polizia. Nove degli arrestati sono ceceni, gli altri
tre hanno un passaporto turco ma sono originari della repubblica caucasica ribellatasi a Mosca.
Nel corso dell'operazione, la polizia ha sequestrato anche
Cd-rom e videocassette con immagini di Osama bin Laden e di attacchi condotti dalla guerriglia cecena.
I dodici uomini sono accusati in primo luogo di avere cercato
di raccogliere fondi per i militanti della rivolta anti-russa in Cecenia. Gli arrestati sono inoltre accusati di avere fornito appoggio logistico a esponenti di ''organizzazioni religiose terroristiche'', secondo quanto ha detto un portavoce della polizia di Istanbul.
La Russia ha più volte accusato la Turchia di tollerare sul
suo territorio la presenza di sostenitori della guerriglia cecena ma le autorità di Ankara lo negano.
11.12.2004

IN MISSIONE CON IL MINISTRO URSO CENTO IMPRESE DEL <MADE IN ITALY>
Missione ad Istanbul, Ankara e Gaziantep. In quest'ultima città, nel sud-est anatolico, potrebbe nascere il primo distretto industriale italiano del tessile. La porta di ingresso per conquistare i mercati mediorientali.
Alla vigilia della decisione del Consiglio europeo del 17 dicembre che si pronuncerà sull'apertura dei negoziati per l'ingresso della Turchia in Europa il Governo italiano grazie all'impegno del vice Ministro alle Attività Produttive, Adolfo Urso, ha organizzato una missione a Istanbul a cui parteciperanno oltre 100 imprese del made in Italy. La missione, a cui prenderanno parte i vertici di Confindustria, Ice, Sace, Simest, avrà due appuntamenti importanti: il seminario di investimenti bilaterali, previsto nella giornata del 13 mentre il giorno successivo la delegazione guidata da Urso visiterà la regione di Gaziantep dove potrebbe nascere il primo distretto industriale italiano del tessile, della meccanica e la logistica.

"La Turchia, dove già operano oltre 150 Pmi - ha
dichiarato Urso - è considerata una vera e propria miniera per il made in Italy, convinti che l'ingresso in Europa continuerà a favorire l'internazionalizzazione delle nostre aziende. E' un po' la nostra <piccola Cina>, dove maggiormente sono cresciute le esportazioni: nei primi otto mesi del 2004 (+27.5%), la porta d'ingresso per conquistare i mercati mediorientali".
La missione si concluderà ad Ankara con incontri
istituzionali ai massimi livelli, tra cui il ministro dell'Industria, delle Finanze e della Difesa turca. (take Agi)
11.12.2004

GAZIANTEP, <CITTA' CERNIERA> AL CENTRO DI UNA ZONA IRRIGATA E INDUSTRIALIZZATA
Una popolazione di 1.200.000 abitanti. Esportazioni in più di 50 Paesi. Una lunga tradizione mercantile. L'abitudine a lavorare in rete con attitudine cooperativa. Strutture di autoregolamentazione. Che cosa è la "Zona franca".
La zona è contraddistinta dalla forte coesione che regna tra gli attori istituzionali della zona, ben decisi a cooperare ed a valutare positivamente in chiave sistemica richieste finalizzate ad attrarre investimenti stranieri, quali quelle di incentivi ad hoc, nonché ad eliminare i contrattempi dovuti alle rigidità burocratiche.
Emerge poi la decisa volontà di capitalizzare gli indubbi vantaggi derivanti dalla posizione geografica di una città di circa 1.200.000 abitanti, che si trova al centro di una zona ben irrigata ed industrializzata, crocevia obbligato tra il Medio Oriente, il Caucaso e l'Asia Centrale (la Siria dista 60 km, l'Iraq 516 Km, 928 Km la Georgia, mentre l'Iran 796 km), ben connesso peraltro al resto del Paese da un efficace sistema intermodale che fa perno sull'aeroporto, da cui partono 31 voli settimanali per Ankara ed Istanbul, sulle reti ferroviaria e autostradale che mettono in collegamento  altresì con i porti mediterranei di Iskenderun (137 km) e di Mersin (300 km).
Rispetto alle altre zone dell'Anatolia del Sud, Gaziantep si differenzia per un reddito molto elevato (2100 usd) rispetto alla media delle altre città vicine e non lontano da quello nazionale (3500 usd), nonché per un alto tasso di scolarizzazione e dalla presenza di un'Università.
Secondo fonti locali l'export della provincia lo scorso anno è stato di 1.3 miliardi di usd, mentre l'import di 835. In questo contesto l'Italia è diventata un mercato di riferimento per Gaziantep, assorbendo la quota più significativa dell'export totale della provincia (64 milioni di Euro nel 2003) con un volume che è quasi raddoppiato in tre anni (38 milioni di Euro nel 2000).
A giudizio di queste Autorità, la vocazione di Gaziantep, che già ora esporta in più di 50 Paesi, è di divenire il principale centro di scambi commerciali e di investimenti industriali collocato tra l'auspicata Unione Europea allargata alla Turchia ed i Paesi circostanti, quali quelli turcofoni dell'Asia Centrale, quelli mediorientali e caucasici e la Federazione Russa. 
Tale assunto si basa sul forte interscambio commerciale sinora sviluppato con i Paesi confinanti, tra cui in primis l'Iraq. Tale  flusso di scambi, che non si è interrotto neppure negli anni del recente conflitto, quando Gaziantep è stata scelta dalle Nazioni Unite come base logistica per operare con Baghdad, è nutrito dalla comunanza culturale e da consolidati rapporti commerciali tra uomini d'affari operanti sulla antica "via della seta" in un'area che sino al secolo scorso apparteneva al comune Impero Ottomano.  In considerazione della sempre più decisa apertura della Turchia verso i Paesi confinanti è probabile assistere ad un significativo incremento di questi rapporti economici che contribuirà a rafforzare il peso economico di Gaziantep.
Per questi motivi, la Commissione Europea ha scelto di tenere proprio a Gaziantep lo scorso aprile una Conferenza sulla ricostruzione dell'Irak a cui hanno partecipato 600 uomini d'affari provenienti da imprese europee, turche ed irachene. Per connessione di argomento, si segnala che l'Unione Europea finanzia inoltre il <Business Centres EU Turkey> che fornisce servizi di consulenza per Piccole e Medie Imprese che desiderano localizzarsi a Gaziantep, promovendo tra gli altri anche programmi di qualificazione professionale per i lavoratori.
I colloqui con gli imprenditori hanno poi permesso di mettere in risalto la qualità del sistema imprenditoriale in loco, dovuto ad una lunga tradizione mercantile che ha portato a reinvestire localmente, differenziandola così da tutte le altre città circostanti che non hanno sinora raggiunto simili livelli di industrializzazione e  di relativo benessere[1]
Per quanto riguarda alla struttura economica della città, essa si basa su più di 4000 imprese appartenenti ai settori del tessile (filati), della trasformazione agro-alimentare, della lavorazione della plastica, della chimica e dei detergenti.  Molto noti nella zona sono i macchinari italiani (tessili, plastica, calzature) che sono utilizzati da numerose industrie locali che visitano le fiere italiane e sono enormemente interessati a iniziative commerciali e di collaborazione industriale con le nostre aziende.
Le imprese sono localizzate in quattro zone industriali che insistono su un'area di 24 milioni di metri quadri, in tre zone dedicate all'incubazione di piccole e medie imprese ed in una "Zona franca" di due milioni di metri quadri. La "Zona franca" offre esenzioni fiscali, possibilità di magazzini e terreni  a basso prezzo, procedure burocratiche ridotte al minimo ed importazioni in esenzione doganale.
La zona rappresenta uno dei più significativi casi di successo dell'industrializzazione turca, favorito dalla buona dotazione infrastrutturale, dalla posizione geografica e dal dinamico tessuto imprenditoriale, vocato per le relazioni commerciali, consolidatosi nei secoli scorsi. L'abitudine a lavorare in rete con attitudine cooperativa ha caratterizzato lo sviluppo delle zone industriali che, pur regolate centralmente, sono dotate di strutture di autoregolamentazione che le hanno spinte ad esempio a consorziarsi per produrre nella "Zona franca" energia elettrica che costerà il 40% in meno che nel resto del Paese; dal punto di vista energetico, si segnala che a partire dal mese di marzo del prossimo anno la zona sarà servita dal gas metano che consentirà di abbattere i costi di un ulteriore 10% secondo le stime La zona rappresenta uno dei più significativi casi di successo dell'industrializzazione turca, favorito dalla buona dotazione infrastrutturale, dalla posizione geografica e dal dinamico tessuto imprenditoriale, vocato per le relazioni commerciali, consolidatosi nei secoli scorsi. L'abitudine a lavorare in rete con attitudine cooperativa ha caratterizzato lo sviluppo delle zone industriali che, pur regolate centralmente, sono dotate di strutture di autoregolamentazione che le hanno spinte ad esempio a consorziarsi per produrre nella "Zona franca" energia elettrica che costerà il 40% in meno che nel resto del Paese; dal punto di vista energetico, si segnala che a partire dal mese di marzo del prossimo anno la zona saràservita dal gas metano che consentira' di abbattere i costi di un ulteriore 10% secondo le stime degli operatori locali.
La relativa arretratezza e disoccupazione che affliggono le città vicine consente poi a Gaziantep di usufruire di manodopera competitiva in termini di salari (circa 400 usd al mese per un operaio e 600/800 usd per un impiegato), disciplinata e dotata di un elevato attaccamento al lavoro.
Per ciò che attiene agli incentivi da offrire ad eventuali investitori del nostro Paese, le Autorità locali si sono dette disponibili a studiare dei pacchetti di agevolazioni che saranno tanto più significativi quanto maggiore sarà l'eventuale nostra presenza.La vasta eco ottenuta sulla stampa cattura l'innovatività della visita del Vice Ministro Urso che non si soffermerà sulle zone di questo Paese tradizionalmente conosciute dalla nostra imprenditoria, destando nel contempo il vivo interesse dell'intera comunità degli affari turchi ed agendo altres^come volano per l'ulteriore espansione dei nostri rapporti economici. 
[1] In un colloquio avuto con il Direttore di una locale filiale di "KocBank" dedicata al segmento "corporate"  (controllata da Unicredito) si e' avuta conferma della solvibilita' e della "voglia di impresa" di molti uomini d'affari locali che reinvestono in attivita' produttive i loro profitti.
11.12.2004

IL FORUM ITALIA-TURCHIA

 "POSSIBILITA' DI COLLABORAZIONE INDUSTRIALE BILATERALE E DI INVESTIMENTI CONGIUNTI IN PAESI TERZI"
13 DICEMBRE 2004 ISTANBUL

SWISSOTEL THE BOSPHORUS - FUJI BALL ROOM
009:00 - 09:20
Registrazione

09:30 - 1045
   
Saluti di apertura-        
S.E. Carlo Marsili, Ambasciatore d'Italia ad Ankara 
Prof. Beniamino Quintieri, presidente dell'Ice oppure Dr. Ugo Calzoni, direttore Generale del
l'Ice
R
ıfat Hisarcıklıoğlu, presidente del Tobb e Deik
Discorsi
On.le Ali Coskun, ministro dell'Industria